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PPZ – QUANDO LA MISCELA DI GENERI CREA UN PICCOLO CAPOLAVORO

Di solito recensisco solo libri, ma questa settimana ho visto un film che non posso esimermi dal commentare e che comunque ha una doppia dote letteraria, nasce cioè da due libri, indirettamente, da “Orgoglio e Pregiudizio” di Jane Austen e, direttamente, da “Orgoglio, Pregiudizio e Zombie” di Seth Graham Smith.

PPZ – Pride+Prejudice+Zombie” è, infatti, la trasposizione cinematografica del libro di Seth Graham Smith, che a sua volta, due secoli dopo, inserisce il romanzo del 1813 in un’Inghilterra ucronica in cui, da circa un secolo, un’epidemia ha trasformato gran parte della popolazione in zombie.

Il risultato non è una parodia del celebre romanzo inglese, ma un prodotto intelligente e innovativo, che mescola con eleganza e raffinatezza generi tra loro diversi, partendo dal romanzo sentimentale (se la trama non fosse quella di un classico della letteratura mondiale, vista l’ambientazione storica, potremmo parlare di romance), inserendoci un’ucronia, arriva a realizzare un romanzo gotico-avventuroso.

Seth Graham Smith

Sebbene l’ucronia sia solo una componente, presenta una certa raffinatezza, mostrandoci non semplicemente un mondo devastato dagli zombie, ma anche gli effetti storici e culturali nel tempo di un simile evento. Troviamo un’Inghilterra e presumibilmente l’intera Europa (si fa solo un accenno alla Francia) devastata da questa malattia che somiglia a un’invasione e a un’infinita guerra civile e quindi ormai degradata, con il risultato che il centro della cultura si è spostato, con secoli di anticipo, in oriente. I ragazzi e le ragazze ora non vanno più a studiare a Parigi ma in Giappone o, se non se lo possono permettere in Cina. Le cinque ragazze Bennet sono aristocratiche, ma non abbastanza ricche da potersi permettere gli studi in Giappone e vengono derise per la loro cultura cinese, la cui qualità sapranno però ben difendere. Poiché siamo in un mondo violento, persino le ragazze imparano
le arti marziali e ne fanno uso. Deliziosa la scena in cui discutono tra loro di amore e filosofia picchiandosi selvaggiamente!

La vita civile si conserva in alcune oasi grazie a muri e fossati che isolano alcune città (o quantomeno Londra) dai morti viventi. Graziosa la citazione tolkeniana della Terra Di Mezzo per descrivere il territorio fuori di Londra, tra il muro e il più ampio fossato.

Anche il tema degli zombie è trattato con una certa originalità. Non siamo, infatti, di fronte ai classici morti che camminano senza parola o intelletto che si conosce dall’inizio del genere e che ancora oggi ritroviamo in ottime serie TV come “The Walking Dead” o “Z Nation”. Gli zombie qui piuttosto possono ricordare le strane creature un po’ zombie, un po’ vampiri, un po’ alien (con quella sorta di serpe che esce dalle fauci) di “The Strain” o almeno quelle tra loro dotate di raziocinio. Comune ad altre storie, come “Io sono Leggenda”, è l’idea che la trasformazione avvenga per un virus, ma qui diversi sono non solo i tempi del contagio, assai più lenti, con lunghi tempi di incubazione, ma il comportamento di queste creature, che mantengono un’intelligenza malvagia, una capacità di parlare e un raziocinio strategico, cosa che li rende ancor più pericolosi.

Guardando le storie di morti viventi mi sono spesso detto che questo tipo di storie non potrebbe funzionare che in America o comunque non certo in Italia. Il presupposto per queste trame, infatti, sono le case della periferia americana, con porte fragili, finestre al piano terreno che anche un bambino potrebbe scavalcare. Se in Italia ci fosse un’epidemia zombie, troveremmo non solo castelli, torri e fortezze varie per difenderci, ma basterebbero i muri di tante ville o anche solo le finestre sbarrate di tante case a salvare gran parte della popolazione e a rendere difficile la trama di una storia del genere.

PPZ” ci mostra una soluzione per importare in Europa gli zombie, rendendoli appunto più intelligenti e capaci di complottare per superare le pur efficaci misure difensive del vecchio continente. Strano che Seth Graham Smith sia americano!

Non so il romanzo, che ancora non ho letto, ma il film riesce poi a unire a romance, romanzo sentimentale, romanzo gotico-horror, avventura, umorismo anche una delle componenti alla base del successo delle storie di amore gotico alla “Twiligh” presentando non solo le belle e agguerrite sorelle Bennet, ma anche un certo numero di ragazzotti che penso le ragazze in sala dovrebbero trovare interessanti.

Accennavo all’umorismo, che qui non è, come detto, quello grossolano delle parodie cinematografiche alla “Scary Movie”, ma quello raffinato dei riferimenti culturali. Questo forse potrà essere il maggior ostacolo al successo che un simile film (e immagino un simile libro) meriterebbe, dato che per apprezzarlo a pieno sarebbe bene avere almeno un’idea dell’ucronia, dei classici del romanzo gotico e, direi, conoscere il romanzo originale di Jane Austen.

Se sentirete dire da qualcuno che non gli è piaciuto, probabilmente è perché gli mancano almeno un paio di questi pilastri culturali. Personalmente sono riuscito ad apprezzarlo pur avendo solo un ricordo vago della trama del romanzo ottocentesco da cui è stato generato, ma sono certo che l’avrei goduto maggiormente conoscendolo meglio.

Le sorelle Bennet in PPZ

AUTORI PER IL TERZO MILLENNIO: SERGIO CALAMANDREI

Sergio CalamandreiAvendo letto varie opere di Sergio Calamandrei e avendone scritto in varie occasioni, mi farebbe piacere ora riunire in un unico post i link ai principali post da me scritti su questo interessante autore, ancora troppo poco conosciuto e che meriterebbe una maggior distribuzione.

Conosco ormai da vari anni Sergio Calamandrei, di cui mi considero amico e con cui ho collaborato, con mia grande soddisfazione e piacere, in alcune iniziative editoriali quali:

Per quanto riguarda la sua biografia e la sua produzione letteraria, che comprende, romanzi, saggi, racconti e recensioni, credo che la cosa migliore sia rimandare direttamente al suo sito www.calamandrei.it.

Per un’informazione più “dinamica” sulla sua attività letteraria, rimanderei invece al blog https://sergiocalamandrei.wordpress.com/

Per le sue letture un riferimento, credo incompleto, può essere la sua Libreria su anobii: http://www.anobii.com/calamandrei/books

Il suo profilo professionale si può leggere su Linkedin.

A proposito di Sergio Calamandrei, lettore attento, recensore acuto, autore poliedrico e meticoloso, ho scritto in varie occasioni e anche se non credo di ricordarle tutte, ne vorrei menzionare alcune:

L’ECCLETTISMO DEL RE

Risultati immagini per stephen king i lupi del callaCredo che ben pochi autori sarebbero in grado di mescolare fantascienza, western, romanzo gotico, ucronia e fantasy. Ci vuole una grande penna per fare questo, un “re” della tastiera. Probabilmente ci vuole uno che si chiami King, Stephen King. Quello che ha fatto nel romanzo fiume che potremmo chiamare “La Torre Nera” e che riunisce ben otto lunghi romanzi di grande ecclettismo e poliedricità.

C’è ancora qualcuno che, quando gli dico che sto molto apprezzando questo autore, storce il naso e risponde che non ama l’horror. Certo King è quello di “Carrie” e “Shinning”, ma non potrebbe esserci errore (eresia?) peggiore di definirlo un autore horror. I suoi romanzi sono solo apparentemente di genere, tanta è la loro ricchezza e tanto in essi i generi sono mescolati, e solo talora, direi, sono davvero horror.

Per ora ho letto solo alcune delle sue opere, ma più vado avanti è più apprezzo la grandissima fluidità di scrittura, che gli permette di dilatare delle storie per centinaia o migliaia di pagine (come per “La Torre Nera”) senza creare mai momenti di noia o di fiacchezza. Del grande autore horror ha la capacità di tenere sempre altissima l’attenzione, ma questo lo fa con storie di bambini come il romanzo “La bambina che amava Tom Gordon”, in storie sullo spirito profondo delle nostre paure come “It”, in ucronie geniali come “22/11/’63”, in romanzi gotici come “Salem’s Lot”, che sono anche affreschi di vita di provincia americana, in thriller psicologici come “Mr Mercedes”, con i racconti di “Tutto è fatidico”, in uno dei quali compare anche Roland di Gilead in un momento antecedente la saga de “La Torre Nera”.

Leggendo il primo romanzo della serie “L’ultimo cavaliere”, che ci parla di infinitamente grande e infinitamente piccolo, di passato che è futuro, l’avevo definito un western-fantasy; leggendo il secondo romanzo “La chiamata dei tre”, mi ero appassionato vedendo mutare quel mondo pseudo-western in un immaginifico mondo fantascientifico con aramostre e porte del tempo, in una storia che ci parla di schizofrenia, droga, follie omicide; leggendo il terzo volume “Terre desolate” veniamo proiettati in un capolavoro fantascientifico popolato da antiche macchine pensanti che è un vero trattato narrativo della schizofrenia; leggendo il
quarto “La sfera del buio” ci ritroviamo nella medesima atmosfera del precedente per poi essere proiettati in un America ucronica.

Sono così, infine, giunto a leggere il quinto volume della serie “I lupi della Calla”. La storia narrata segue immediatamente quella di “Terre desolate”, eppure precede anche quella dell’ottavo volume “La leggenda del vento” e persino il secondo romanzo scritto da King “Salem’s Lot” o “Le notti di Salem” (1975).

Il primo volume è del 1982. “I lupi della Calla” è del 2003, l’ottavo volume è del 2012, a testimonianza del ricorrente impegno dell’autore su questa storia.

Vi compare (grazie all’amore di King per i collegamenti tra le proprie opere) per la prima volta nella saga un nuovo personaggio l’ex-prete Pére Callahan, che già avevamo incontrato ne “Le notti di Salem”, ma i riferimenti a opere di altri autori sono numerosissimi, dall’omaggio all’altra grande autrice del nostro secolo, che si ritrova nel nome delle bombe volanti intelligenti dette “Harry Potter”, in ricordo del famoso boccino da Qidditch inventato dalla Rowling, a quello a “2001 Odissea nello Spazio” di Clarke nel confronto tra il robot Andy e l’ex-eroinomane Eddie, alle spade laser di “Guerre stellari” a “Uomini e topi” di Steinbeck, all’”Ulisse” di Joyce a Elton John. Ci sentirei persino un po’ di Isaac Asimov, con la scomparsa dei robot, che caratterizza il passaggio dal ciclo dei robot a quello della Fondazione.

La vera ispirazione di questo volume sono però, soprattutto, “I sette samurai” di Akira Kurosawa e il loro remake americano “I magnifici sette”, vera ispirazione di questa storia in cui il pistolero Roland (che fa pensare allo Yul Brinner del film), affiancato da un improbabile quartetto composto dall’ex-tossicomane Eddie, dal ex-prete ubriacone Callahan, dalla schizofrenica Susannah priva delle gambe, al bambino Jake, per non parlare dello strano animaletto parlante simil-cane Oy, si preparano ad affrontare l’arrivo, che si ripete a ogni generazione nella valle di Calla Bryn Sturgis, di un’orda di esseri famelici, chiamati Lupi, per la maschera lupina che indossano sul volto, ma che si sospetta possano essere zombie inviati da vampiri o vampiri loro stessi.

Troviamo, insomma, in questo volume, grande esempio di mescolanza di generi, il romanzo gotico con vampiri, licantropi (richiamati se non altro dal nome delle misteriose creature), zombie, robot, pistoleri, donne guerriere lanciatrici di piatti fatali, gangster, bibliofili, viaggi nel tempo, mondi onirici. Insomma, tutto il fantastico concentrato con innegabile maestria in qualche centinaio di pagine!

La lotta contro i lupi si pone come un intermezzo necessario nella ricerca della Torre Nera, vera missione di Roland di Gilead, che non viene accantonata. Nelle loro escursioni – tramite “contezza” (qualcosa che mi fa pensare a la mia “La bambina dei sogni”, in cui, pure, guarda caso, compare una Torre Nera) o porte del tempo – nella New York del XX secolo, infatti, i nostri eroi hanno modo di difendere dai gangster il bibliofilo Calvin Torre (che, forse, è un richiamo a “La prosivendola” di Pennac oltre ad avere nel proprio nome il suffisso “Cal” che accomuna il villaggio e il prete e il nome della meta di Roland “Torre”). Calvin Torre è, infatti, il difensore,
forse inconsapevole, della Rosa, che, a sua volta, potrebbe essere la chiave per salvare la Torre Nera.

Nel volume non manca la minaccia dell’arrivo di una gravidanza diabolica, che fa pensare a “Rosemary’s Baby” di Ira Levin, ma di questo probabilmente sapremo di più nel prossimo volume, la cui lettura faticherò a rimandare ancora per un po’.

 

 

Stephen King

IL SECOLO FANTASTICO

Se è vero che il romanzo gotico, la fantascienza, il fantasy e tuta la letteratura fantastica affondano le proprie radici nei tempi antichi, bisogna però dire che i canoni moderni del genere fantastico e il suo vero sviluppo si sono avuti nel XIX secolo.

Lodevole, pertanto, la scelta della rivista “IF – Insolito & Fantastico” di dedicare il n. 13 a questo periodo, intitolando il volume “Ottocento fantastico”.

Apre il volume l’articolo di Maria Teresa Chialant sui fantasmi di epoca vittoriana. Riccardo Valla parla poi dei primi viaggi spaziali della letteratura, partendo dal greco Luciano di Samosata, passando per l’Orlando Furioso, il Cyrano de Bergerac, Micromegas di Voltaire, fino ad approfondire il secolo in questione e gli inizi di quello scorso con i loro Verne,Burroughs, Laurie, Le Rouge e Wells.

In quanti immaginano Ippolito Nievo tra i precursori della fantascienza italiana? Ce ne parla Marco Lauri.

Dell’importante ruolo nel fantastico di Maupassant ci parla Giuseppe Panella.

Di Stevenson e del suo doppio Jekyll-Hyde ci parla Romolo Runcini.

Dell’inesauribile fantasia avventurosa di Emilio Salgari scriver Michele Martinelli.

Del difficile rapporto degli italiani con la fantascienza scrive Gianfranco de Turris.

Morena Corradi descrive come il fantastico fu trattato dalle riviste letterarie dell’epoca e parla del ruolo della Scapigliatura.

Enrico Passaro parla invece di alcune collane dedicate all’ottocento fantastico (“La Biblioteca di Babele”, “Il Voltaluna” e “Il Cigno Nero”).

Per conoscere Ambrose Bierce torna utile l’articolo di Walter Catalano.

Max Milner ci racconta della trasposizione teatrale del “Vampiro” di Polidori, fatta da Charles Nodier nel 1820.

Segue quindi l’articolo da me scritto, intitolato “L’evoluzione del vampiro ottocentesco”, in cui passo in rassegna la formazione e trasformazione delle caratteristiche principali di questa figura fantastica, partendo da Polidori e Byron, passando per Mistrali, Le Fanu e numerosi altri fino ad arrivare a Stoker, che chiude il secolo e ci prepara al vampiro moderno. Carlo Bordoni approfondisce il tema, parlando di donne-vampiro.

Fin qui la parte monografica del volume. Seguono poi alcuni altri articoli non necessariamente nel tema del volume, dalla trattazione delle emergenze nucleari nella scrittura nipponica fatta da Claudio Asciuti, all’articolo sulla fantascienza italiana di Arielle Saiber, alla recensione Valerio Vangelisti di un volume curato da Pizzo e Catalano (“Sinistre Presenze”), alla recensione di “Armageddon Rag” di George Martin, a quella di “Nero Criminale” di Stefano Marino o de “L’Anima” di Enrico Butti. Più in tema la recensione di La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di PreussenthalOttocento Nero Italiano”, volume a cura di Gallo e Foni.

Non posso poi non segnalare la bella recensione fatta da Antonio Daniele al mio romanzo fantastico “La Bambina dei Sogni”. Peccato solo che nella foto che avrebbe dovuto raffigurarmi, sotto la scritta “Carlo Menzinger” compaia invece il mio amico e co-autore in altre opere Sergio Calamandrei!

 

Firenze, 28/09/2013

L’ANELLO DI CONGIUNZIONE TRA DRACULA E McCULLEN

Nell’evoluzione letteraria della figura del vampiro dalle sue prime forme romanzesche dell’ottocento (Polidori, Byron, Mistrali, Le Fanu e, infine, Stoker) “Intervista con il Vampiro” di Anne Rice si pone idealmente a metà strada tra il Conte Dracula disegnato da Bran Stoker e Edward McCullen, il vampiro protagonista della saga “Twilight” di Stephenie Meyer, sebbene, essendo stato pubblicato nel 1976, sia cronologicamente assai più vicino a “Twilight” (il primo volume è del 2005) che non a “Dracula” (1897).

A parlare in prima persona è un vampiro, cosa che sposta decisamente la centralità narrativa su questa figura, che nel romanzo ottocentesco tendeva invece a essere posta ai margini del punto di vista, proprio per accentuarne il mistero e l’orrore.

Anne Rice invece ne esplora la psicologia e la personalità, il modo di pensare. Pur mantenendo tutte le caratteristiche che già avevamo visto nell’opera di Stoker (dorme in una bara, non può uscire di giorno, è molto forte, ha i famosi canini, si nutre di sangue umano), diventa figura assai più umana. È un uomo condannato a una “non-vita” eterna che un po’ ama e un po’ detesta. Ha sentimenti ed emozioni. Odia e ama. Cerca compagnia, pur restando il suo cuore gelido.

Il rapporto con il vampiro Lestat, che l’ha reso simile a sé, o con il fascinoso Armand è complesso e articolato. Quello con la piccola Claudia è a metà tra il rapporto padre-figlia e quello di due amanti, pur restando speciale per la natura vampiresca dei due.

Vi troviamo poi anticipati alcuni elementi caratteristici della saga della Meyer (è velocissimo; si tormenta quando deve trasformare qualcun altro in vampiro; cerca di nutrirsi di animali per non uccidere esseri umani; si distingue da altri vampiri: non tutti sono ugualmente malvagi; si scontra con altre creature della notte).

Anne Rice

Anne Rice

Se è vero che “Twilight” deve molto a questo romanzo, non si può però dire che abbia fatto progredire particolarmente il genere e “Intervista con il Vampiro” rimane un’opera decisamente superiore per spessore e approfondimento dell’analisi psicologica dei personaggi. Anche la trama, per quanto piuttosto essenziale, si presenta meno scontata e l’amore tra vampiri viene raffigurato in modo assai diverso dal classico romanzo rosa, come a volte pare fare l’opera della Meyer.

Se Théopile Gautier (“La morte amoreuse” del 1836 – più un fantasma, in realtà, che un vampiro, sebbene ami il sangue) e Le Fanu, oltre un secolo prima (1872), ci avevano mostrato il primo vampiro donna, Anne Rice ci offre quello che se forse non è il primo vampiro-bambina, ne è però uno dei meglio disegnati, con la piccola Claudia costretta per secoli nel suo corpo da bambina, ma che vorrebbe essere donna o almeno donna-vampiro.

Di sicuro con la Rice il vampiro ha smesso, volutamente, di fare paura, si è posto più vicino al lettore e non gli sarà difficile, un trentennio dopo, diventare un bravo scolaretto come McCullen.

 

Firenze, 17/08/2013

 

Brad Pitt in "Intervista con il vampiro"

Brad Pitt in “Intervista con il vampiro”

L’EVOLUZIONE DEL VAMPIRO OTTOCENTESCO

Vorrei esaminare, da semplice lettore, il nascere e l’evolversi della figura del vampiro, limitandomi qui al solo XIX secolo e ad alcune mie letture più recenti, dalle quali ho notato il progressivo emergere delle caratteristiche fondamentali del vampiro.

Comincerei questo e veloce e parziale excursus dal volumetto intitolato “Il Vampiro” (pubblicato da Edizioni Studio Tesi) e che rappresenta l’inizio della storia letteraria del vampiro nelle sue fattezze ottocentesche, che saranno poi, fondamentalmente, anche quelle dell’intero secolo successivo. L’autore che figura sulla copertina del volume è John W. Polidori.

Il libro, in realtà, riunisce più scritti, dei quali solo quello che reca il titolo in copertina è del su menzionato autore. Il testo comprende anche un “Frammento” di Lord Byron e un racconto di Anonimo proveniente dalla tradizione popolare. Vi sono inoltre vari brani di commento, tra cui l’interessante Antefatto di Giovanna Franci e Rosella Marangoni, in cui si spiega come in questo testo siano racchiuse le origini romanzate di questa figura leggendaria.

A quanto si legge, in una sera del giugno 1816, nel salotto di Villa Diodati, vicino Ginevra, alcuni personaggi illustri della letteratura si riunirono e, per gioco, inventarono il romanzo gotico.
Si trattava di Lord Byron, Mary Wollstonecraft, il futuro marito di lei Percy Shelley e la di lei sorellastra (nonché amante di Byron) Claire Clairmont, nonché il medico di Byron, Polidori.

George Gordon Byron

Lord George Gordon Byron

Byron e Shelley si  erano già cimentati con i temi della paura, rispettivamente con “Giaour” (1813) e il racconto “Incubo” (1810), che Shelley aveva scritto con il cugino Thomas Medwin. Mary Shelley, dopo quella sera, avrebbe realizzato il suo celeberrimo “Frankestein”.

Fu Byron, in tale occasione, a proporre che ognuno scrivesse un racconto che parlasse di vampiri e scrisse appositamente il “Frammento” presente nel volume di cui scrivo. Lì per lì Polidori non scrisse nulla. Più avanti, però, utilizzando il “Frammento” di Byron, una storia incompiuta, ne riprese vari elementi, sviluppandola.

In entrambi i brani, così come in quello di Anonimo intitolato “La Sposa delle Isole”, il vampiro compare con molte delle caratteristiche moderne: è un nobile signore dai modi misteriosi, ha un grande fascino e un incredibile potere di seduzione, necessita del sangue di una giovane donna (vergine per l’Anonimo), inganna un altro gentiluomo che si illude di poter essere suo amico, risorge misteriosamente.

Mancano ancora i famosi canini acuminati e non si dice che soffra il contatto con la luce. È però pallido, in quanto, tornato innaturalmente in vita, il sangue non scorre più regolarmente nelle sue vene. Inoltre, si ciba normalmente (per l’Anonimo non usa il sale) e dorme come tutti, non certo in una bara. Per l’Anonimo, nel momento in cui non riesce a portare a compimento la propria missione di sposare la vergine e nutrirsi del suo sangue finché dura la luna di Halloween, il vampiro scompare dissolvendosi nel nulla. Non vive ancora nei Carpazi ma in Inghilterra. Il cimitero appare come scenario già nel “Frammento”.

Il mito del vampiro trae le sue origini dalle leggende popolari di gran parte dell’Europa e si collega a figure di esseri non-morti presenti in numerose culture umane. Tra i non-morti, il vampiro si caratterizza per l’abitudine di succhiare il sangue. Il termine ha origine slava. Come figura nasce dall’antica paura che un morto possa tornare in vita e tormentare i viventi. L’usanza di seppellire i morti può avere motivazioni igieniche, ma il deporre sulla tomba pesanti lapidi, sembra riconducibile alla medesima paura: non sia mai che il defunto lasci la tomba!

John W. Polidori

John W. Polidori

Pare che il più antico testo che parli di esseri simili a vampiri sia una tavoletta babilonese su cui è incisa una formula magica per proteggersi dagli etimmé, i demoni succhia-sangue.

Di simili esseri parlano anche gli antichi romani (Filostrato e Flegone Tralliano) e il mito trova sviluppi in epoche successive.

Dunque, se né PolidoriByron sono certo gli inventori della figura del vampiro, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, sono peraltro gli iniziatori della tradizione letteraria moderna che ancora oggi, a due secoli di distanza ha tanto successo e seguito, fino ai recenti romanzi della Meyer.
Non mi è chiaro se “La Sposa delle Isole” sia antecedente o successivo al Frammento di Byron e come mai il vampiro si chiami Lord Ruthven anche nel brano dell’Anonimo, se Polidori abbia scelto quel nome copiandolo dal romanzo “Glenarvon” con cui Lady Caroline Lamb si prendeva gioco del suo ex-amante Lord Byron, chiamandolo proprio Lord Ruthven.
Grazie al mio incontro con Antonio Daniele sulle pagine del numero di IF dedicato ai Vampiri, cui abbiamo collaborato entrambi, ho avuto modo di scoprire il raro libello curato dal medesimo Daniele e scritto da Franco Mistrali “Il Vampiro – Storia vera”.

Come si legge in quarta di copertina, questo volume, edito ora in una nuova edizione da Keres, anticipa di un trentennio il “Dracula” di Bram Stoker e di tre anni la “Carmilla” di Le Fanu, essendo stato pubblicato per la prima volta nel 1869. Rappresenta dunque uno dei primissimi romanzi di vampiri della letteratura italiana ed è uno trai primi in assoluto, seguendo solo di pochi decenni “Il Vampiro” di John Polidori e quello di Lord Byron, entrambi del 1816.

Bram Stoker

Bram Stoker

Il Barone Franco Mistrali (1833-1880) fu un personaggio eclettico e interessante. Scrittore, garibaldino, anticlericale, pubblicò vari romanzi – spesso storici – diresse e fondò riviste, fu oggetto di scandali e incarcerato.

“Il Vampiro” è opera romantica, ma che ancora fortemente risente degli influssi neo-classici, come si può notare dalle abbondantissime citazioni letterarie presenti. L’autore stesso (pag. 67) arriva così a scusarsi dal “nuovo stile”:

I narratori classici grideranno al barocchismo, ma li lasceremo gridare: le grammatiche sono una gran bella cosa, ma vi è qualche cosa che sta sopra tutti i codici a tutte le regole: la musica di Rossini quando comparve fu dichiarato che violava i regolamenti: non ci è che dire: i pedanti trovavano le violazioni sulla partitura e le segnavano con tanto di croce: il pubblico applaudiva: Shakespeare anche cotesto è un gran violatore di regole: Voltaire che pure avea talento, lo chiamavano barbaro saltimbanco: ma i drammi del barbaro seppelliranno tutte le tragedie del classico: a me basta che nelle evoluzioni che andrò facendo in questa curiosa storia, non mi manchi l’indulgenza del lettore: chi mi ama mi segua.
Da buon autore di romanzi storici, Mistrali ci offre un’ambientazione precisa e alcuni personaggi reali compaiono da protagonisti, in primis il Principe di Monaco, che con il narratore e l’ispettore Ledru al suo servizio, indaga sulle misteriose vicende narrate, ma anche lo Zar di Russia, causa di tutte le vicende narrate.
Si tratta, infatti, di un’indagine su strani fatti, che al narratore fanno subito pensare a vicende di vampiri, e che coinvolgono la nascita di figli illegittimi del medesimo Zar.  Dietro al mistero ci sono storie di vendette e su tutto il racconto si muove un misterioso personaggio, dall’aspetto vampiresco, che muta più volte nome e identità.

Compare, infine, una setta di vampiri. Ci sono esperimenti di alchimia e l’esperimento sul sangue (pag. 224) porta a conclusioni che ricordano, seppur romanticamente, quelle della moderna clonazione.

La vita vive nel sangue ed ogni gocciola del fluido rubicondo trae seco un atomo vitale. Se noi potessimo avere conservato del sangue di Sesostri o di Faraone, noi avremmo in esso un atomo vivo della loro vita, una fibra dell’anima loro, un’eco degli affetti e delle passioni che li dominavano”.

Franco Mistrali

Franco Mistrali

Più che alle teorie sul vampirismo, il romanzo sembra far riferimento a quelle pitagoriche sulla reincarnazione e di vampiri, in realtà, in queste pagine non se ne incontrano mai, salvo quelli della Setta, che tali non sembrano veramente. Di loro però si parla. Una particolarità delle creature della notte immaginate da Mistrali è che non mordono le loro vittime sul collo, ma sul petto, vicino al cuore.
Si tratta, però, più che altro di un giallo con tinte gotiche, con un mistero da risolvere e svelare, e in cui non mancano riferimenti alla vita del tempo e piccole osservazioni o critiche sociali come la seguente (pag. 25): “la civiltà invece dovrebbe realizzare l’ideale della libertà anche nelle tasse, e pertanto gli inglesi sostengono che in fatto d’imposte l’ideale è la generalizzazione del tributo indiretto: fuma chi vuole, beve chi vuole, consuma chi vuole oggetti di lusso: ma non mangia chi vuole.

Romanzo dunque imperdibile per chi voglia conoscere e approfondire la storia del romanzo gotico, piacevole souvenir per chi ami esplorare la letteratura del XIX secolo, curioso libello per chi cerchi una testimonianza della storia europea e, cosa quanto mai rara, leggere una storia che sia ambientata nel ristretto Principato di Monaco.

Un nuovo progresso alla figura del vampiro, mi pare sia favorito dall’opera di Le Fanu.

Sheridan Le Fanu

Joseph Sheridan Le Fanu

Joseph Sheridan Le Fanu è nato a Dublino (Irlanda) nel 1814 e morto nel 1873. A lui dobbiamo un interessante rivisitazione della figura del vampiro in un racconto del 1872 intitolato “Carmilla”, scritto dunque venticinque anni prima della pubblicazione di “Dracula” di Bram Stoker e cinquantasei anni dopo “Il Vampiro” di Polidori.

Si tratta probabilmente della prima versione femminile di questo non-morto apparsa in un’opera di narrativa moderna. Il racconto si presenta più articolato e psicologicamente evoluto del racconto di Polidori ma, non essendo un romanzo, ha una struttura più semplice di “Dracula”, e sviluppa la natura particolarmente sensuale della (apparentemente) giovane donna-vampiro.

Bisogna dire che gli elementi fondamentali di questa figura sono gli stessi che avevamo notato in Polidori, solo che volti al femminile: è di aspetto e origini nobili, ha modi misteriosi (nasconde il proprio passato), ha un grande fascino e un incredibile potere di seduzione, cerca il sangue di una giovane donna, inganna un’altra fanciulla (in Polidori un gentiluomo) che si illude di poter essere sua amica.
In Polidori è meno evidente, mentre qui la donna-vampiro ha chiaramente la capacità di rimanere giovane e immutata per vari decenni e, infatti, viene ritrovato un ritratto antico la cui somiglianza con Carmilla stupisce la protagonista (ma non suo padre).

Compaiono alcuni elementi nuovi, che ritroveremo in seguito, per esempio in Dracula: i denti aguzzi, il fatto di dormire in una tomba, di assentarsi per lunghe ore, una dieta che comincia a essere sospetta.
Carmilla non sembra avere un particolare bisogno di sangue umano, nel senso che Le Fanu non dice che le sia impossibile vivere senza, ma se ne nutre, a volte colpendo velocemente la sua preda, altre volte seducendo lentamente la propria vittima.

L’ambientazione, questa volta, è la Stiria (in Austria) e ci avviciniamo dunque un po’ ai Carpazi di Stoker, rispetto all’Inghilterra di Polidori.

Quello che rende particolare questo racconto è una certa natura lesbica del rapporto di Carmilla con le propria vittime. Si tratta di un racconto ottocentesco, percui non aspettatevi scene di sesso né passioni travolgenti, però Carmilla bacia teneramente la sua vittima, s’infila nel suo letto e questa è affascinata da lei, anche se il padre della protagonista non vede in questo rapporto nulla di più di un’intensa amicizia femminile.

Il romanzo “Dracula” di Bram Stoker, fece la sua comparsa nelle librerie il 26 maggio 1897, ottantuno anni dopo la scrittura de “Il Vampiro” di Polidori e centotto anni prima di “Twilight”.

Cronologicamente si pone dunque a metà della storia del romanzo gotico con protagonisti i vampiri, ma è sicuramente l’opera più nota di questo genere e quella cui maggiormente gli autori successivi si sono rifatti in seguito.

Dracula” (che significa in realtà “piccolo drago”) è diventato sinonimo di vampiro. Se Polidori aveva delineato molti dei caratteri fondamentali del personaggio, Stoker completa l’opera, dotando il Conte Dracula di poteri sovrannaturali, quali la capacità di mutare forma (assumendo, in particolare, quella di pipistrello e di nebbia), la forza sovrumana e l’agilità estrema (è capace di arrampicarsi a testa in giù per i muri del castello).  Come per Polidori, anche per Stoker il vampiro necessita del sangue umano per sopravvivere. Le sue vittime sono attratte da lui e, alla fine, si mutano in vampiri.

Stoker ci mostra anche molte delle debolezze di questa creatura: la sua mente è tornata infantile e impiega secoli per tornare a capacità intellettuali da adulto. I suoi poteri di trasformazione di giorno non esistono e dopo l’alba è costretto a tornare a dormire su terra sconsacrata. Vive, da non-morto, in eterno, ma si consuma per la mancanza di sangue e può essere ucciso mediante il taglio della testa e un paletto piantato nel cuore. L’ostia e le croci lo tengono lontano e gli impediscono persino di tornare nella sua terra sconsacrata.

Emilio Salgari

Emilio Salgari

Il romanzo di Stoker non è però solo interessante, come quello di Polidori, per la sua rilevanza nella storia di questo genere di romanzi, ma anche perché è una bella narrazione, che si legge con piacere ancora oggi, a oltre un secolo di distanza da quando fu scritta.

Certo ha molte delle caratteristiche del romanzo razionalista ottocentesco, ma si caratterizza anche per una struttura narrativa di un certo interesse, per l’alternarsi delle voci narranti e delle forme narrative. Si passa, infatti, dalle pagine del diario di Johnatan Harker, alle lettere di Mina e Lucy, ai diari degli altri personaggi. Non mancano poi alcuni brani che assumono addirittura la forma del telegramma o della nota. I poteri, poi, del Conte anticipano una visione novecentesca del vampiro visto come superuomo malvagio e antieroe.

Di discreto spessore, poi, sono i vari personaggi e memorabile rimane la figura del Dottor Van Helsing, al punto che ci si domanda chi sia veramente il protagonista di questa storia: il Conte Dracula o il suoi avversario.

Colpisce la forte razionalità di Stoker nel descrivere una vicenda così innaturale. Mi chiedo come avrebbe potuta descriverla un autore di poco successivo ma più visionario, come Lovecraft. La componente religiosa è importante e contribuisce a chiarire senza troppi dubbi dove sia il male e dove il bene, cosa che con vampiri a noi temporalmente più vicini si è un po’ persa: per Stoker il vampiro (e con lui le sue vittime) è un dannato, un essere per il quale la morte non può che essere un sollievo. Il maggior spessore umano di Dracula, rispetto alle precedenti opere ottocentesche, rende però il vampiro meno mostro e quindi meno marcata ed evidente la dicotomia, pur forte, tra bene e Male.

Gli autori più recenti ci hanno abituato a convivere con vampiri che frequentano i licei, dall’aria affascinante, a volte persino di animo buono (e non parlo solo della saga di “Twilight). Fu, del resto, forse “Dracula” di Stoker, il primo vampiro a presentarsi con aspetto da gentiluomo, pur essendo un essere la cui malvagità prevaleva su ogni caratteristica positiva.

Ci dimentichiamo, allora, le origini di questa figura letteraria e leggendaria assieme. Ci dimentichiamo l’orrore che suscitava nei lettori ottocenteschi. Ci dimentichiamo le sue origini animalesche, la sua parentela con il pipistrello e, in particolare, con quella razza detta, appunto, vampiro.

Ben venga allora l’opera meritevole di Antonio Daniele, che ha riunito nel volume “Vampiriana”, edito da Keres, otto racconti di altrettanti autori italiani, scritti tra il 1885 e il 1917, tutti antecedenti “Dracula”, che è del 1922, ma successivi all’opera di Mistrali, del 1869.

Tra gli autori ritroviamo persino Emilio Salgari, che si associa comunemente a storie di pirati e corsari, ma che aveva invece allargato la sua opera anche ad altri generi, come la fantascienza (vedi “Le Meraviglie del Duemila) e il romanzo gotico.

A dir il vero anche il suo “Il Vampiro della Foresta” ha un sapore molto salgariano, a partire dall’ambientazione, che non è un castello dei Carpazi, ma una foresta pluviale dell’Uruguay. I protagonisti non sono dei gentiluomini inglesi, ma due avventurieri siciliani in cerca di fortuna e il vampiro è proprio un pipistrello succhia-sangue, ammaestrato da un indigeno, che per opera dell’animale cerca di scacciare gli invasori del suo territorio. Per estensione, nel racconto anche l’indigeno verrà definito vampiro.

In “Vampiriana” troviamo poi due esempi di storie narrate da un pazzo, quella di Francesco Ernesto Morando, “Vampiro Innocente”, e quella di Giuseppe Tonsi, “Il Vampiro”. Nel primo il narratore vendica la morte di una fanciulla uccisa dal fratello, un bambino-vampiro. Nel secondo il protagonista finisce in manicomio per l’omicidio del direttore di una scuola, che sospetta di aver ucciso, vampirescamente, la figlia.

Chi parla di vampiri, insomma, non può essere capito o creduto e la sua sorte è il manicomio. Il vampirismo è, ancora, un fenomeno misterioso, non accettato e non accettabile. Le vittime sono bambini, ad accentuare l’orrore.

No, non ridere!” sono le prime parole di “Un Vampiro” di Luigi Capuana. Chi parla di vampiri, se non è preso per pazzo, nel XIX secolo, viene infatti quantomeno deriso. Poi il personaggio aggiunge “vengo da te appunto per avere la spiegazione di fatti che possono distruggere la mia felicità, e che già turbano straordinariamente la mia ragione”. Il vampirismo, anche qui, è visto come follia di chi lo descrive, come orrore che devasta la vita. Quello che segue è un dialogo tra un uomo di scienza e un poeta, con i diversi punti di vista che ci si può ben immaginare dalle due figure. Il vampiro descritto ha i tratti del fantasma, se non dello zombie. Si tratta di un marito morto che torna a perseguitare la moglie e il figlio.

Daniele Oberto Marrama, con il suo “Il Dottor Nero”, ci offre una storia che fa quasi pensare a “Il Ritratto di Dorian Gray”, con un vampiro che sembra riprender vita attraverso un ritratto antico per tornare a vendicarsi dell’amata, colpevole di non averlo atteso dopo che egli è morto, sposandosi con un altro.

In queste due storie, appare dunque già la figura del vampiro-amante, anche se, rispetto ai racconti moderni, nel momento in cui l’uomo cessa di essere amante o marito diviene vampiro e non c’è mescolanza dei due momenti. L’orrore nasce dal fatto che chi prima amavamo ora è causa di paura, dolore e morte.

Un’altra trasformazione la troviamo nel sacerdote che si muta in vampiro descritto da Vittorio Martella nel suo “Il Vampiro”. Qui non è l’amato che diviene mostro, ma una figura rispettata e ritenuta buona, per sua natura e per ruolo, che si muta in malefica. L’ambientazione, come per Salgari, è nuovamente nelle foreste del Sudamerica.

Ne “Il Vampiro” di Giuseppe De Feo siamo quasi dalle parti degli esseri notturni che riemergono dalle tombe. Il vampiro comincia a confondersi con lo zombie.

L’ambientazione, sebbene si svolga in Tripolitania, è egizia, come egizio è il vampiro, che, di notte, sembra prendere vita da un’antica statua sepolcrale. L’esotismo aggiunge fascino al mistero e alla paura.

Con “Vampiro”, Enrico Boni, ci offre, infine, un bell’esempio di una delle prime caccie a questi morti-viventi. Un gruppo di uomini si unisce e con i consigli di uno di loro, si reca a piantare un chiodo nel cuore di uno stregone che, dopo tempo, giace integro nella sua bara. Chiodi, paletti di frassino, croci, aglio… l’armamentario del cacciatore di vampiri pare ormai essersi consolidato nell’immaginario del genere.

Se le vittime sono talora donne, mai lo sono, in questa antologia, i vampiri. Carmilla (racconto del 1872) di Le Fanu, la donna-vampiro, non vi trova imitatori.

Che queste creature della notte in quegli anni fossero ancora una novità per i lettori, lo si desume, io credo, anche dalla frequenza con cui il termine “vampiro” compare nei titoli di questi racconti. Gli autori, evidentemente, non sentivano l’esigenza di differenziare particolarmente i loro personaggi da quelli esistenti. D’altra parte, però, il termine doveva essere già ben noto ai lettori e sufficiente a far capir loro di cosa si parlasse. Passerà ancora qualche decennio prima di arrivare a dare per scontate, come facciamo oggi, tutte le principali caratteristiche del vampiro.

Sarà il XXI secolo a innovare questa figura o, divenuta ormai scontata, si estinguerà dopo gli ultimi successi di questi anni? Difficile credere che, dopo secoli di storia letteraria e leggendaria, il vampiro possa davvero sparire.

IT: UN MOSTRO LOVECRAFTIANO EMERSO DA ARCANI ABISSI SPAZIO-TEMPORALI

IT - Stephen King

IT – Stephen King

Dice Wikipedia che “Stephen Edwin King (Portland, 21 settembre 1947) è uno scrittore statunitense, uno dei più celebri autori di letteratura fantastica, in particolare horror, dell’ultimo quarto del XX secolo, è considerato quindi un autore di spicco anche nel romanzo gotico moderno.

Scrittore notoriamente prolifico, nel corso della sua fortunata carriera, iniziata nel 1974 con Carrie, ha pubblicato oltre sessanta opere, fra romanzi e antologie di racconti, entrate regolarmente nella classifica dei bestseller, vendendo complessivamente più di 350 milioni di copie.

La maggior parte delle sue storie ha avuto trasposizioni cinematografiche o televisive, anche per mano di autori importanti quali Stanley Kubrick, John Carpenter, Brian De Palma e David Cronenberg. Probabilmente nessun autore letterario, a parte William Shakespeare, ha avuto un numero maggiore di adattamenti.

It” è un romanzo horror pubblicato nel 1986 ed è spesso considerato il capolavoro di Stephen King.

Indubbiamente è un romanzo quanto mai denso e corposo, come si deduce dalle 1.238 pagine che lo compongono. La densità non è data solo dal numero di pagine, ma anche dal sovrapporsi delle vicende dei numerosi protagonisti, descritte in due diversi periodi temporali e dalla mescolanza di generi. Definirlo un horror mi pare infatti quanto mai riduttivo. La descrizione dell’infanzia dei protagonisti è parte rilevante della storia e ci fa pensare a “Stand By Me” (il bellissimo film tratto dal suo “Il corpo”) o a “L’ultima estate che giocammo ai pirati” di Alessandro Soprani.

Seguiamo così le avventure di un gruppo di ragazzini (I Perdenti), ognuno con qualche problema (asma, obesità, balbuzie…) e lo svilupparsi della loro amicizia, cementata dallo scontro con la banda dei bulli più grandi e, soprattutto, dall’incontro con un mostro lovecraftiano emerso da arcani abissi spazio-temporali, un essere mutaforma che si nutre delle paure infantili e che talora assume le sembianze di un clown crudele, ma che non disdegna forme tipiche dei mostri classici come quella del licantropo o dello zombie, proprio perché il suo aspetto è determinato dalle paure di ciascuno.

A volte, verso metà romanzo soprattutto, ci si può chiedere che bisogno ci fosse di scrivere una storia simile in oltre 1.200 pagine, quando forse ne sarebbero potute bastare tre o quattrocento.

La voluminosità della storia contribuisce però a dare sostanza e peso alla natura ancestrale di questo mostro, che appare ciclicamente a turbare la quiete della cittadina americana Derry e rende epico il romanzo.

Nel leggere ho notato non poche analogie con il ciclo di Harry Potter e non per nulla si tratta in entrambi i casi di due trai massimi bestseller mondiali. Vorrei allora applicare lo stesso tipo di analisi che avevo seguito per i sette romanzi della Rowling, individuando alcuni “ingredienti” che facevano di Harry Potter un best-seller e vedere come compaiono in “It”.

  • Trama: trama vuol dire intreccio, mescolanza di storie diverse. Qui c’è vera trama. Più storie di diversi personaggi e due diversi periodi temporali, il tutto tessuto con maestria, creando perfetta unità narrativa.

    Stephen King

    Stephen King

  • Ambientazione costante: Derry nel passato, Derry nel futuro. Per Harry Potter mi riferivo alla ricorrenza dell’ambientazione nei vari romanzi, ma, vista la lunghezza di questo libro, il concetto si può applicare analogamente.
  • Ripetitività e ritualità: le apparizioni di Pennywise sono cicliche, il suo aspetto muta, ma appare in certi momenti e certi luoghi (secondo certi riti). Per sconfiggerlo occorre una sorta di vero rito. L’amicizia dei ragazzi è sancita dal rito del coccio di bottiglia. I palloncini, i pon pon arancioni, i tombini sono tutti elementi ricorrenti.
  • Magia come estraneamento dalla realtà: i sette ragazzi pur continuando a vivere nel loro mondo abituale vedono e provano cose che altri non possono né vedere, né provare. Sono, per definizione dei Perdenti, che nel mondo magico diventano Vincenti fino al punto di salvare il mondo. Si rifugiano nei Barren per sfuggire a una provincia triste e spesso ostile.
  • Mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia: L’intera Derry è una città schizofrenica di cui una parte nega l’esistenza dell’altra.
  • Amicizia: è la componente più forte del libro. L’amicizia aiuta a superare le prevaricazioni dei bulletti e, magicamente, consente di combattere il Male.
  • Lotta tra Bene e Male: It è il Male assoluto, ma dov’è il Bene? La Tartaruga sembra volere il Bene ma è indifferente. L’Altro non agisce. Qui c’è più manicheismo che nella Rowling.
  • Tanti nemici, grandi e piccoli: Henry Bowers e i suoi bulli per le lotte quotidiane, It-Pennywise per la grande lotta.
  • Un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale: i Perdenti sconfiggono senza poteri un mostro all’apparenza onnipotente.
  • Spettacolarità: le multiformi apparizioni di It. Certo mancano i castelli, i draghi volanti, il quiddich e altre trovate della Rowling, ma lo spettacolo, assai macabro, non manca.
  • Competizione: tra i Perdenti e bulli. Mancano le gare tra Case di Howgart e la competizione scolastica.
  • Mistero: It, la Tartaruga e l’Altro sono mostri lovecraftiani provenienti da passati lontanissimi e distanze inimmaginabili e la loro vera natura, che si scopre poco per volta, non potrà mai essere svelata per intero, in quanto troppo lontana dalla razionalità umana.
  • Suspance: l’attesa del mostro e della sua nuova forma.
  • Paura: è un racconto che mira a spaventare e che descrive come i mostri nascano proprio dalle nostre paure.
  • Avventura: per dei ragazzini costruire dighe o tane sotterranee e combattere a sassate sono già delle avventure, affrontare un essere ancestrale che si nutre delle paure infantili e fa strage di bambini, allora cos’è?
  • Iniziazione e crescita verso l’età adulta: cosa ci fa crescere di più della capacità di affrontare  le nostre paure. Vediamo i sette ragazzi crescere, maturare e, talora, persino morire.
  • Morte: onnipresente, fin dalle prime pagine, come in Harry Potter, e ancora più presente nel finale, vera padrona delle scene. Anche qui non risparmia i “Buoni”.

Insomma la Rowling ha mirato a un pubblico più giovane e ha aggiunto qualche tocco di spettacolarità in più, limando gli aspetti macabri che troviamo in King, ma gli ingredienti sono piuttosto simili anche se le storie sono diverse.

L’autrice di “Harry Potter” avrà letto “It”, prima di scrivere il suo ciclo?

Firenze, 07/01/2011

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