Archive for febbraio 2015

ATTRAZIONE INFANTILE

Quando leggo un autore esordiente, emergente o, come dico io, “poco noto”, mi piace cercare di scoprire se dietro qualche minuscola casa editrice o dietro un’auto-pubblicazione non si nasconda uno scrittore di qualità o addirittura di potenziale successo.

Quando leggo un autore famoso, magari un autore di bestseller, vado alla ricerca di qualcuno che sappia emozionarmi, stupirmi, meravigliarmi, affascinarmi. Cerco, insomma, un autore immortale, almeno secondo i miei parametri.

Haruki Murakami è uno di questi autori famosissimi di cui ho già letto vari testi, scorgendovi e cercando sempre le tracce del genio, ma senza riuscire mai a trovare il capolavoro, l’opera eccezionale e prossima alla perfezione.

Murakami ha una grande fantasia, ma non sempre la porta ai suoi estremi, è un grande narratore, ma quasi sempre è prolisso e ripetitivo, come avevo già notato con il mio primo approccio a questo autore (“La fine del mondo e il paese delle meraviglie”). Il primo difetto può essere soggettivo, nel senso che qualcun altro potrebbe non apprezzare un eccesso di fantasia, ma la prolissità e la ripetitività sono difetti quanto mai fastidiosi e non riesco a capire come, dopo tante pubblicazioni, si ritrovino ancora in opere recenti. Credo che per un autore di questo livello non dovrebbe essere difficile rendersi conto dei propri limiti e correggerli. Sorge dunque il sospetto che sia guidato dalle regole di mercato e dalle richieste dell’editore. Se l’editore gli chiede di sviluppare una storia in tre volumi da 400 pagine l’uno, ecco che, come un comune autore commerciale, si presta al gioco! Non saprei spiegare altrimenti il motivo per cui una trama affascinante come quella di “1Q84” sia stata  dilatata in circa 1.200 pagine e tre volumi, anziché condensata in un piccolo gioiello di 120 pagine, brillanti di genialità e fantasia.

Dei primi due volumi (“Libro 1 e 2”) ho già detto nel mio precedente post e purtroppo leggendo questo “Libro 3” c’è ben poco da aggiungere dato che delle oltre 400 pagine una buona metà servono a ricordare al lettore cose già lette nei precedenti volumi e delle 200 residue almeno 100 sono ripetizioni di cose dette nelle altre 100! Se già nel “Libro 1 e 2” avevo notato una certa ripetitività, in questo volume finale questa arriva a farsi quasi fastidiosa. Nei romanzi seriali capita che l’autore senta il bisogno di riepilogare i fatti già narrati nei precedenti romanzi e che il lettore potrebbe aver dimenticato, ma questo dovrebbe occupare una parte trascurabile del romanzo. Penso anzi che anche in ciascuno dei volumi seriali dovrebbe esserci una certa autonomia che permetta di procedere nella lettura anche saltando l’approccio a quanto viene prima.

Un vero peccato che sia così ripetitiva perché la storia sarebbe davvero affascinante.

Commentando i precedenti volumi avevo notato come Murakami si destreggiasse tra la descrizione del mondo reale e di quello immaginario. Vorrei qui solo osservare che, come avevo già notato leggendo “Tokyo blues”, il Giappone descritto da Murakami somiglia davvero troppo all’Occidente e all’America in particolare. Non avendone un’esperienza diretta mi chiedo se davvero il Sol Levante sia divenuto così tanto una colonia culturale degli Stati Uniti o se non sia piuttosto questo autore a esserne un po’ troppo affascinato, se non asservito.

Haruki Murakami

Se la trama di “Tokyo blues” è esile, la storia però ha una sua densità, maggiore di quella di “1Q84” e credo che, sebbene privo delle componenti fantastiche di quest’ultimo, mi abbia preso di più, inducendomi a sperare che questo autore potesse rivelarsi un possibile nobel. Idea che, dopo questa lettura, è andata fortemente ridimensionandosi in me.

Il migliore tra i romanzi di Murakami che ho letto finora rimane “Kafka sulla spiaggia”, il più proporzionato ed equilibrato dei suoi libri, con personaggi fantastici come “1Q84”. È solo grazie a queste letture, che posso continuare a sperare che nella bibliografia di questo autore si celi qualche gioiello, anche se l’avvio di “1Q84” mi aveva fatto ben sperare.

Affascinanti, come ho scritto commentando la prima parte, sarebbero i personaggi, dalla diciasettenne dislessica autrice dello pseudobiblion “La Crisalide d’aria” (vi compare anche un secondo pseudobiblion “Il paese dei gatti”), alla killer per conto di un istituto di assistenza per donne maltrattate, al gost-writer matematico ed ex-campione di arti marziali. I primi due volumi vedono come protagonisti questi ultimi due (Aomame e Tengo), spostando alternativamente il punto di vista narrativo dall’uno all’altro. Le loro vite, che si erano sfiorate nell’infanzia, sono segnate da una “attrazione infantile” che li porta a essere l’uno attratto verso l’altra sebbene abbiano trent’anni e si siano totalmente persi di vista da quando ne avevano dieci. Questo, dunque, potrebbe essere un romanzo sulle anime gemelle, su come alcune persone siano destinate a stare con altre, su come l’amore possa unire due cuori anche a distanza di anni e chilometri. Un po’ lo è e un po’ è altre cose. Un po’ è narrazione sulla relatività del reale, sui mondi possibili, sui limiti della fantasia, sulla compenetrazione tra vita e narrativa, con i due pseudobiblia che entrano quasi nel mondo reale, qualcosa che mi fa un po’ pensare a “La bambina dei sogni”. Un po’ è avventura tra sette misteriose e loschi individui come l’investigatore privato ex-avvocato dal cranio deforme Ushikawa, personaggio poco simpatico, che nei primi due volumi fa un’apparizione piuttosto veloce e che qui diviene quasi il terzo protagonista, dato che uno dei punti di vista diviene il suo. Sarà infatti tramite i suoi occhi che vedremo ricostruita la storia narrata in precedenza. Personaggio dunque tre volte fastidioso: per la sua antipatia, per la sua intromissione nella trama e nella struttura del romanzo, per la ripetitività della narrazione che si porta dietro. Direi che se la scrittrice diciassettenne Fuleaeri avesse avuto più spazio e Ushikawa meno, il tutto, secondo il mio modesto parere, ci avrebbe guadagnato. Molte sono le citazioni, in primis “1984” di Orwell, dalle cui atmosfere siamo però lontanissimi.

Insomma, nella mia ricerca del capolavoro, Murakami con questo volume ha fatto un bel balzo indietro.

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IL DONO DELLE CATTIVE AMICIZIE

Casualmente mi trovo a leggere a distanza di pochi giorni due romanzi brevi che sembrano avere alcuni punti in comune: “Gli effetti secondari dei sogni” di Delphine de Vigan e “Antichrista” di Amélie Nothomb. Entrambe le autrici sono di lingua francese e quasi coetanee (1966 e 1967 rispettivamente)

Sono due storie di amicizia e di accoglienza. Nel primo, una ragazzina tredicenne chiede ai propri genitori di accogliere in casa una senzatetto diciottenne, nel secondo una ragazzina di sedici anni accoglie allo stesso modo una compagna di studi proveniente, come dice lei stessa, da una famiglia disagiata e che si sobbarca ogni giorno oltre due ore di viaggio per andare a studiare e altrettante per tornare a casa. Nel romanzo della prima autrice, francese, si tratta della nascita di una grande amicizia che attraversa due mondi paralleli. Nel romanzo della seconda, belga, si assiste alla prevaricazione della ragazza ospitata nei confronti della famiglia ospitante.

Le protagoniste di entrambi i romanzi sono due ragazzine deboli, insicure e bisognose di amicizia. Entrambe, grazie alla nuova amicizia affronteranno un percorso di crescita e maturazione, ma quanto diversi!

La tredicenne francese Lou imparerà a padroneggiare le proprie paure e timidezze per poter aiutare la nuova amica. La sedicenne belga Blanche imparerà a conoscere il proprio corpo, ad affrontare le persone e a capire chi le è veramente amica, ma lo farà costretta dall’amicizia falsa e sfruttatrice di Christa, una ragazza cui presto affibbierà il soprannome di Antichrista per effetto della perfidia con cui sfrutta l’ospitalità di Blanche.

Amélie Nothomb (Kobe, 9 luglio 1967)

Vediamo la povera Blanche precipitare in un vortice da cui non riesce a uscire, con i propri genitori e tutto il mondo abbacinati dal falso splendore di Christa, nella cui luce Blanche scompare, persino agli occhi del padre e della madre.

Delphine de Vigan (Boulogne-Billancourt, 1 marzo 1966)

Superiore direi a “Libri da ardere” che avevo letto nel 2013, questo della Nothomb è uno splendido romanzo che in poche pagine mostra la caduta di una ragazza debole, ma anche la sua rivalsa e la scoperta della forza segreta che è in lei, in tutti noi, capace di emergere nel momento del bisogno. Anche se il finale lascerà con l’amaro in bocca per il ribaltamento dei risultati, vergati in un paio di paragrafi e siglati con una semplice riga disarmante. Una storia coinvolgente, che ci spinge a odiare con tutto il cuore la perfida Christa, ma che ci porta a interrogarci con la povera Blanche se, in fondo, tutto ciò non le stia facendo bene, se la violenza (morale) di Christa non costringa Blanche a svegliarsi e a cominciare a vivere, cosa che forse senza di Christa non avrebbe mai fatto. Ogni amicizia ci regala qualcosa, a volte anche quelle cattive!

SE IL CORAGGIO FOSSE LA SOLA VIRTÙ

Nel filone dei romanzi fantastici che vedono come protagonisti dei ragazzi, accanto al ciclo di “Harry Potter” della Rowling, a quello di “Hunger games” della Collins, alla serie di “Twilight” della Meyer  e a quello de “Il labirinto” di Dashner, si colloca il romanzo distopico per young adultsDivergent” (2011) di Veronica Roth (giovanissima autrice statunitense che non parrebbe imparentata con il più celebre Philip Roth, autore di un romanzo davvero divergente come “Il complotto contro l’America”), anch’esso parte di una serie, che per ora sembrerebbe una trilogia.

La storia è ambientata in un futuro in cui la gente ha deciso che il miglior sistema per evitare le guerre sia dividersi in fazioni, sulla base delle proprie inclinazioni.

La società (vediamo però solo una piccola fetta di mondo) è dunque divisa tra (cito wikipedia):

  • I Candidi, che ritengono che la colpa della guerra sia l’ipocrisia, sono sinceri e dicono sempre la verità. Si occupano della legge.
  • I Pacifici, reputando la malvagità la maggiore causa della guerra, sono gentili e rigettano l’aggressività. Sono assistenti sociali, consulenti e coltivatori di terre.
  • Gli Eruditi, secondo cui la guerra è conseguente all’ignoranza, seguono la via della conoscenza e dedicano la vita alla cultura. Lavorano come insegnanti, scienziati o ricercatori.
  • Gli Abneganti sono convinti che l’egoismo sia il motivo principale della guerra, perciò sono altruisti e per questo ricoprono posizioni di potere governativo.
  • Gli Intrepidi, che credono che la guerra sia causata dalla codardia, sono coraggiosi e forti e proteggono la popolazione.

Spesso le premesse in fantascienza sono poco plausibili ma vanno accettate per tali, purché la trama ne sostenga tutte le conseguenze. Pur considerando dunque del tutto assurdo immaginare di impedire la guerra dividendo così la gente (cosa che pare il preludio proprio di ben più aspri conflitti), caliamoci in questo mondo.

La stessa autrice ci mostrerà come il sistema non funzioni affatto, nascendo subito odio viscerale tra una fazione e l’altra e di questo le rendiamo merito.

Il romanzo si presenta come una dilatazione della scelta delle case a Hogwarth in “Harry Potter e la pietra filosofale”. Anche la Rowling, infatti, ha immaginato che i ragazzi, nel momento in cui arrivano nella scuola di magia debbano scegliere se appartenere a Grifondoro, Serpeverde, Tassorosso o Corvonero e a ogni casa sono attribuite particolari virtù.

La Rowling si mostra però assai più moderata e non ci angoscia per un romanzo intero su questa scelta.

Indubbiamente la scelta dell’appartenenza è il massimo dilemma di ogni adolescente e i romanzi che si rivolgono a questo target fanno bene a porre la questione.

La Roth dopo il primo test per la scelta della fazione, ci fa seguire la protagonista in una serie di ulteriori prove di conferma della sua scelta. La ragazza, Beatrice Prior, è un’Abnegante e decide di diventare un’Intrepida, prendendo il nome di Tris, dunque le prove saranno tutte prove di coraggio, rendendo la storia ricca di azione, ma un po’ vacua, almeno fino alle ultime pagine (un quinto del romanzo?) in cui dal mondo virtuale dei test si passa allo scontro frontale tra Eruditi e Abneganti, con la partecipazione degli Intrepidi. Avrei ribaltato le proporzioni tra le parti, considerando la preparazione dei ragazzi propedeutica allo scontro, che avrebbe dovuto rappresentare la vera storia, ma l’equilibrio delle parti andrebbe valutato nell’ambito della trilogia.

L’autrice, anch’essa poco più che adolescente, capisce e fa capire ai suoi lettori che una sola virtù non basta, non per nulla la sua protagonista scopre di non appartenere davvero a nessuna fazione ma di essere una Divergente, ovvero di essere dotata di diverse virtù, cosa che la rende più difficilmente manipolabile dai malvagi Eruditi. Ma perché proprio gli Eruditi debbono fare la parte dei malvagi? Non dovrebbe essere una società di saggi proprio la più giusta?

Veronica Roth (New York, 19 agosto 1988)

Una nota sul termine “Divergente”, che è stato il motivo percui ho scelto di leggere questo libro: il mio primo romanzo edito fu “Il Colombo divergente” e in vari altri miei romanzi faccio riferimento agli universi divergenti e ai tempi ucronici alternativi e mi chiedevo se la Roth avesse scritto qualcosa di simile, ma siamo ben lungi dall’immaginare concetti di tempo diverso da quello lineare.

Il romanzo si legge piacevolmente, anche se avrei ridotto a un terzo la fase dei test e tutto sommato, se non fosse per questo squilibrio, avrei chiuso con il primo volume, anche se finisce con varie questioni sospese, ma può comunque rappresentare un punto d’arrivo. Mentre leggendo “Hunger games”, “Harry Potter” e i primi due romanzi de “Il Labirinto” la voglia di leggere il seguito alla fine di ogni volume è forte, in questo caso, l’esperienza mi pare compiuta e non sento alcun desiderio di leggere il seguito. Anzi mi sono trovato a sperare non esistesse, ma mi è bastato dare una veloce occhiata in rete per vedere che invece ci attendono: Insurgent (del 2012) e Allegiant (del 2013) oltre a vari racconti con gli stessi personaggi! Del primo romanzo è già uscito il film e il 20 marzo 2015 uscirà quello basato su “Insurgent”.

Certo, per un amante della distopia definire tale questa storia (che indubbiamente ha elementi distopici) è come credere che “Twilight” sia un romanzo gotico o i romance dei romanzi storici. Se annacquiamo il vino, cosa ne rimane? Ultimamente si sta prendendo generi che rappresentavano i dolori e le angosce dell’umanità e li si sta trasformando in romanzi rosa o in storie per ragazzini. Non dico che sia un male, ognuno deve poter avere libri adatti ai propri gusti, ma si crea confusione nel mettere le etichette.

In ogni caso, considerata la giovane età della Roth, mi aspetto che in futuro potrà produrre opere interessanti, se già ora è riuscita a scrivere un romanzo egregio come questo, anche se un po’ ingenuo. L’ambientazione e la struttura sono, infatti, assai meno sviluppati che nelle altre serie che ho appena citato e la trama è sbilanciata e abbastanza banale. Manca poi un’adeguata dose di mistero e di suspance. I personaggi, essendo mono-virtù, tendono a essere un po’ piatti, ma forse è bene così. Di sicuro i sedicenni lo possono apprezzare pienamemte, non per nulla è già un bestseller da un milione di copie almeno. Consiglierei loro però, magari, altre storie che parlano di loro ma con una diversa maturità, come, tanto per fare degli esempi, “Gli effetti secondari dei sogni” di Delphine de Vigan, “Antichrista” di Natalie Northomb, “Le vergini suicide” di Jeffrey Eugenides o “Kafka sulla sulla spiaggia” di Haruki Murakami.

 

GLI EFFETTI SECONDARI DEI BUONI INSEGNAMENTI

Il Colombo divergente” si basa sul presupposto che basta mutare un singolo gesto per mutare l’intera storia dell’umanità. Nel romanzo, quando il navigatore approda sulla prima isola al largo dell’America viene indirizzato verso sud anziché verso nord, verso gli aztechi anziché verso popoli meno civilizzati e da lì cambia tutto.

Questo stesso concetto ucronico viene applicato da Delphine de Vigan nel suo libro “Gli effetti secondari dei sogni”(“No et moi” – 2007) a un microcosmo di persone e rapporti umani.

Basta un compito assegnato da un insegnante esigente e scrupoloso a trasformare la timida protagonista tredicenne Lou Bertignac e questa trasformazione si estenderà con effetto domino su alcune persone che le stanno attorno.

La ragazzina, con problemi relazionali, è terrorizzata di presentarsi davanti alla classe per presentare la sua relazione, ma la scelta quasi inconsapevole di un tema sui senzatetto, la porterà a intervistare Nolween (detta No), una ragazza poco più grande di lei, diciottenne, a diventarne prima amica e poi a legarle strettamente l’una all’altra (per descrivere la loro amicizia Lou cita il piccolo principe: addomesticare significa che la volpe è diventata speciale per il bambino e il bambino per la volpe). Da qui riuscirà a trovare il coraggio per attraversare e affrontare il mondo dei clochard parigini, dei diseredati e degli emarginati, il coraggio di rispondere ai professori, il coraggio di chiedere ai suoi genitori di poter aiutare quella ragazza, riuscendo a convincerli a portarla in casa (“I cani li possiamo prendere in casa, i senzatetto no”).

La madre, crollata in un’apatia profonda per la morte dell’altra figlia, si riprende. Lucas, il compagno di classe diciasettenne pluribocciato e ribelle si lega a lei, prima della classe ed emarginata tra i suoi compagni, e la aiuta a proteggere la senzatetto, divenendo un po’ più maturo. Tre ragazzi ai limiti della società, in modo diverso e per motivi diversi, si uniscono e si ritrovano amici. Due mondi paralleli, che sempre si incrociano ignorandosi, nelle strade di Parigi, come in quelle di ognuna delle nostre città, quello dei senza tetto e quello degli altri, scoprono di poter dialogare e di poter avere ciascuno qualcosa da offrire all’altro.

Delphine de Vigan (Boulogne-Billancourt, 1 marzo 1966)

L’autrice non immagina, insomma, un’autentica rivoluzione, ma mostra come possa bastare poco per fare del bene, migliorare le persone, rendere tutti più umani.

Gli effetti secondari dei sogni” è un libretto snello, che scorre veloce ma i suoi personaggi hanno una bella intensità, l’amicizia tra la giovane e la ragazzina è forte e bella, così come dimostra anche il finale, in cui si vede come il vero amore aiuta a sacrificarci per gli altri. In poche pagine vengono affrontati e segnalati grandi temi come l’emarginazione sociale, la depressione, i problemi nei rapporti tra genitori e figli, la solitudine, i disturbi relazionali, i limiti e le potenzialità dell’educazione e della formazione scolastica, l’altruismo e il suo opposto, il senso dell’amicizia.

La protagonista ha problemi relazionali, ma il romanzo ha poco a che fare con “Il silenzio dei numeri primi”, “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”, “Oltre il giardino” o “Rain man”.

Lettura anche assai diversa da altri romanzi adolescenziali in voga di questi tempi (“Hunger games”, “Il labirinto”, “La via di fuga”, “Divergent”, “Twilight” e altre storie di vampiri innamorati), consigliata ad adolescenti e adulti.

 

 

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