Archive for marzo 2014

LA BAMBINA DEI SOGNI – 4 – LA VISITA

4 – LA VISITA

 La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal

Degli aerei sogni

son due le porte, una di corno e l’altra

d’avorio. Dall’avorio escono i falsi,

e fantasmi con sé fallaci e vani

portano: i veri dal polito corno,

e questi mai l’uom non scorge indarno.

(Odissea, libro XIX – Omero)

 

La giornata successiva passò convulsa, tra diecimila impegni che mi impedirono di pensare a Elena.

Uscendo dall’ufficio, esitai a disagio per qualche istante sotto il portone su cui campeggiava il logo stilizzato con le due zanne d’elefante incrociate, simbolo della mia ditta. Mentre sprofondavo con la metropolitana nelle viscere inquiete della città, decisi di uscire alla fermata dell’Isola dei Bambini Perduti per sentire come stesse la piccola orfana.

Arrivai davanti all’edificio ed entrai.

–  Salve – salutai – cerco la signora Maria.

–  Maria come? – mi chiese la donna in portineria, alzando gli occhi da una rivista dai titoli mirabolanti, che parlavano di amori estivi di vip di celluloide dall’indegna fama, piena di foto di attricette in costume da bagno. Indossava un camice bianco, ma non aveva l’aria molto professionale: sguardo distratto, capelli raccolti dietro la testa in uno scomposto chignon, indegno della memoria di Oscar Wilde. Anche se non le vedevo i piedi, li immaginai calzati da quelle brutte ciabatte bianche da ospedale, la cui variante in plastica colorata è ora diventata tanto di moda tra le ragazzine.

–  Non saprei. Sono qui per una bambina, che lei…

–  Ah. Allora non vuole Maria Truzzi, la cuoca. Lei cerca l’assistente sociale: Maria Fiorini – precisò lasciando cadere di nuovo lo sguardo, per una strana forma di magnetismo, su quella rivista, che a quanto pare suscitava in lei assai più interesse della mia persona o del suo lavoro.

–  Sì. Certo. – «In quanti cercano la cuoca?» Mi chiesi. Quella donna mi irritava.

–  A quest’ora dovrebbe essere nell’ultima stanza in fondo al corridoio, sulla destra, quella con l’immagine di un rinoceronte – mi spiegò, tralasciando a fatica le pagine dalle foto patinate sul bancone.

Ogni stanza era identificata da una piccola figura che rappresentava un animale. Bussai a quella con il muso cornuto.

–  Avanti. Ah, è lei, Il Tato! Buonasera – mi accolse Maria con un bel sorriso. Era piuttosto carina, anche se non si curava molto. L’abbigliamento non era molto diverso da quello della portinaia, ma addosso alla ragazza faceva tutto un altro effetto – La bambina ha chiesto spesso di lei – aggiunse. – Non pensavo che sarebbe tornato.

–   Neanche io. Neanche io. È che… quella bambina… uhm… mi è rimasta nel cuore.

–  Amore reciproco, direi… Senta, non è che le interesserebbe… beh, ecco… lo so che sto correndo troppo, ma non avrò un’altra occasione per chiederglielo: sarebbe possibile prendere i bambini in affido …  per un periodo. In una famiglia per loro è un’altra cosa….

–  No… Non so neppure perché continuo a interessarmi alla bambina. Non c’è nulla che ci lega. Ora lei mi sta spiazzando. Davvero non ho mai pensato ad adozioni o altro… – mentii –Non… non saprei. Credo che sia una cosa lunga, la pratica – biascicai. Cercavo di difendermi, ma sentivo che qualcosa dentro di me aveva già ceduto. Non ero lì per caso. Qualcosa mi ci aveva portato. Non credevo nel destino, ma quella proposta mi toccava.

–  Per l’affido temporaneo? No. Niente affatto. Una settimana. Due al massimo. Sempre che lei sia sposato, abbia un lavoro e una casa, nessun precedente giudiziario… Il tribunale può decidere d’urgenza per un collocamento presso una famiglia.

–  Sì. Sono in regola. Ho tutti i visti e non ho ucciso nessuno per ora, non nel corso dell’ultimo anno. Quanti punti tolgono per un omicidio?  – scherzai, non lasciandole il tempo di raccogliere la battuta, che già mi pareva fuori luogo – ma è che… che davvero… davvero mi pare un impegno troppo grosso, poi uno… uno finisce che… – mi stavo confondendo.

–  Lei ci pensi su. Ho voluto parlargliene perché stare in famiglia per un bambino è sempre meglio. Ora venga a salutare la piccola. Sarà contenta di vederla.

La ragazza mi precedette. Anche da dietro Maria non era male, nonostante quel camice bianco. O, forse, grazie a quello, non saprei. La osservai camminare lungo il corridoio. Per fortuna non portava quelle orrende ciabatte che avevo immaginato addosso alla donna in portineria! Indossava invece delle Nike bianche (mi ostino a leggere niche, come la vittoria alata, non naichi, pronuncia americana che mi fa venire i brividi).

Mentre percorrevo quel corridoio, per un attimo ebbi la sensazione che tutto quel che c’era fuori da lì, la città frenetica, il mio lavoro, la politica, l’economia fosse lontanissimo e non avesse relazione con me. Per alcuni istanti mi parve che la mia vita fosse tutta lì.

Maria aprì la porta. Entrammo in un’altra stanza, quella del cervo.

La piccola stava seduta in un angolo, con una bambola in braccio. Non giocava. Teneva la bambola senza cullarla e senza guardarla. Come mi vide, parve illuminarsi. Si alzò dalla minuscola sedia montessoriana, corse verso di me e m’abbracciò, mentre mi chinavo verso di lei per accoglierla al volo.

Forse me l’aspettavo, ma la cosa mi sorprese. Non capivo come mai si fosse creato questo strano feeling. Cosa le avevo fatto, in fondo? Perché mi trattava come se fossi suo padre? Ero solo uno sconosciuto e non ero stato né particolarmente simpatico, né affettuoso con lei. Un’altra bambina si sarebbe già dimenticata di me.

– Non tornavi più – mi rimproverò.

– Hai ragione ma, sai, ho tante cose da fare.

– Ho conosciuto la tua bimba – mi sorprese Elena.

– Come? – chiesi allibito. Avevo capito che parlava di mia figlia. Qualcosa dentro di me sobbalzò.

Ancora una volta, come il giorno che l’avevo conosciuta, mi trovavo a pensare che quella bambina stesse fantasticando, ma la stessa allusione di Laura a un loro contatto mi fece sentire le ginocchia molli.

– Sì. L’ho sognata.

– Ah! – risposi sconcertato.

– Mi aspetta. Siamo sorelle.

Quelle parole mi presero alla gola come una morsa. La stessa idea di Laura. Come se avessero fatto lo stesso sogno. Come se si fossero sognate a vicenda o si fossero messe d’accordo.

– Laura mi piace – aggiunse.

Trasalii. Sapeva il nome di mia figlia, come Laura sapeva il suo! Questo era troppo! Troppe coincidenze. Poi, mi ricordai di averle parlato di lei. Forse le avevo detto anche come si chiamava. Certo. Dovevo averglielo detto io, però non me ne ricordavo. Per nulla. Ma doveva essere così. Lei se l’era ricordato. Per certe cose i bambini hanno una grande memoria.

– Mi porti da Laura? – chiese.

– Un’altra volta, magari. Oggi non si può.

Avrei voluto chiederle come si trovasse in quel posto, se stesse bene, ma preferii non farlo. Avevo paura della risposta e del ripetersi della richiesta che ne sarebbe derivata.

Anche questa volta non fu facile lasciarla.

Maria mi accompagnò fuori dalla stanza. Aveva un gradevole profumo di fresco, qualcosa a metà tra il talco e il biscotto. Molto adatto a quel posto. Mi piaceva il suo profilo affilato e dolce nel contempo.

– La bambina le vuole molto bene – disse con partecipazione.

– Non ce n’è motivo. Ci siamo solo incrociati per caso. Non mi conosce affatto.

– I bambini hanno una diversa percezione delle cose. Il tempo per loro è diverso. Sono per i colpi di fulmine – mi sorrise e provai un brivido: mi era parso quasi di cogliere un’allusione in quelle parole e in quello sguardo.

– Quanti anni ha sua figlia? – Chiese poi.

– Sei.

– È l’età giusta.

– Giusta per cosa? – chiesi sospettoso.

– Una bambina più piccola in casa non creerà conflitti. Sua figlia resterà sempre la primogenita, la padrona degli spazi domestici. Potrebbero star bene assieme. Anche a sua figlia farebbe piacere avere una sorellina, vedrà. Mettere in casa un nuovo bambino più grande del proprio cambia le gerarchie della famiglia e può essere più difficile, ma così questo problema non c’è.

Avevo la fastidiosa sensazione di parlare con una piazzista che cercasse di vendere la propria merce e l’ancor più fastidiosa sensazione di non riuscire a resistere alle sue lusinghe.

Ricorsi alla più banale delle scappatoie, ma che, in fondo, era proprio la verità e, nel contempo, la più pesante delle ragioni:

– Mia moglie – e con questa parola mi difendevo anche dall’attrazione verso Maria – non accetterebbe mai. Non potrei. In fondo è lei quella che sta di più con le bambine… cioè, volevo dire, con nostra figlia. Non posso sobbarcarla…

– Ci pensi. Pensateci. Fareste felice anche vostra figlia. In due stanno meglio. Elena è una bambina molto dolce. Vi troverete bene con lei.

– Forse troppo… – bisbigliai – e poi? Come andrebbe a finire? Come faremmo, quando qualcun altro la adottasse? Sarebbe un dolore per tutti.

Maria mi sorrise, ma non aggiunse altro. Capiva anche lei di non poter insistere. Quando sorrideva gli occhi le s’inumidivano e diventavano radiosi.

Me ne andai con la testa piena di pensieri e immagini: Maria, Elena, un diverso futuro, una famiglia diversa, più grande, più viva. Ero confuso e disorientato. Le cose che non riuscivo a spiegare mi lasciavano agitato. In strada rimasi immobile davanti al semaforo verde e solo quando tornò rosso e il fiume d’auto riprese a scorrere davanti a me, mi scossi. Quella bambina m’inquietava.

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Antonio Morgia – un illustratore di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI

Antonio Morgia nasce a Pescara il 27 Marzo del 1985. Fin dall’infanzia nutre una forte passione per l’arte, maturando un particolare interesse verso il disegno a matita. Da autodidatta migliora la sua tecnica grazie all’interesse verso l’iperrealismo dal quale trae ispirazione per le sue più recenti opere unendo così la passione a una grande continuità e a una spinta costante al miglioramento. Oltre al disegno nutre interessi verso la musica, la letteratura, l’informatica e la psicologia, conseguendo, in relazione a quest’ultime, il diploma in Perito tecnico industriale Informatico e la laurea in Scienze Psicologiche.

Per visionare le sue opere potete visitare il suo blog: http://zeroperinfinito.wordpress.com/

 

Antonio Morgia ha fatto questo disegno (un suricato che disegna una lontra) per il romanzo JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI:

Questo è l’undicesimo post in cui parlo dei tredici illustratori di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI. Chiamo questo tipo di lavoro “gallery novel” perché è un romanzo illustrato da numerosi disegnatori ed è quindi quasi una galleria di disegni sotto forma di libro.

Il primo post era dedicato a Fabio Balboni, il secondo a Raffaella Bertolini, il terzo a Camilla Bianchi, il quarto a Liliana Capraro, il quinto a Cinzia Damonte, il sesto a Guido De Marchi, il settimo a Giuseppe Di Bernardo, l’ottavo a DivaZ, il nono aRoberta Losito e il decimo ad Alessio Luna Pilia.

Presto pubblicherò delle schede anche per gli altri illustratori, che qui ringrazio tutti, per aver contribuito a rendere questo volume davvero speciale.

 

LA CHIAMATA DEL QUARTO: LA SCHIZOFRENIA E IL SUO OPPOSTO

Risultati immagini per stephen king Terre desolateIl ciclo della Torre Nera di Stephen King è qualcosa di complesso e quindi difficilmente definibile. Il primo volume (“L’Ultimo Cavaliere”), conservava toni da western e faceva quasi pensare che ne fosse solo una versione un po’ futuribile, eppure già lì c’erano tutti gli elementi per farci capire quanto fosse rilevante la componente fantascientifica. Pensate anche solo all’incipit della serie: “L’uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì. Il deserto era l’apoteosi di tutti i deserti, sconfinato, vasto fino a traboccare nel cielo per enne parsec in tutte le direzioni.” In quella singola parola “parsec” c’è già la promessa di tutta la magia fantascientifica che seguirà. Già “L’Ultimo Cavaliere” ci parla di viaggi nel tempo, viaggi tutt’altro che lineari ed elementari, il secondo volume (“La chiamata dei tre”) è incentrato su  questi. Ci sono delle porte (nel terzo volume si parlerà di “sinapsi temporali” e credo che queste porte potrebbero esserle, anche se King ancora non ce lo dice). Non sono solo banali aperture tra un “quando” e un altro, ma aperture attraverso le quali il Pistolero Roland riesce a entrare nella mente dei tre, alla ricerca di nuovi compagni per la sua avventura. Sinapsi appunto, come quelle della mente. Si parla molto della mente nel secondo volume e si continua a farlo nel terzo. Si capisce la centralità di questo argomento forse maggiormente leggendo “Terre desolate”, ma già nel volume precedente era un concetto evidente. I primi volumi de “La Torre Nera” sembrano quasi il risultato di uno studio sulla schizofrenia in tutte le sue forme e persino nel suo opposto.

Il primo chiamato è il tossico Eddie Dean, la sua è una schizofrenia artificiale, tra lo stato di lucidità e quello di allucinazione, la seconda chiamata è una vera schizofrenica, Detta-Odetta Holmes, con due personalità che si combattono tra di loro. Roland Deschain di Gilead guarisce entrambi. Anche lui però è in qualche modo schizofrenico, alla rovescia (forse per questo è la cura per gli altri due). Quando abbandona il proprio corpo sulla spiaggia infestata di aramostre e entra nei corpi dei suoi ospiti è una mente sola con due corpi!

Nel terzo volume “Terre desolate” ritroviamo il ragazzino Jake Chambers che Roland aveva lasciato cadere e morire nel primo volume. In realtà non è morto ma si è sdoppiato. Una metà vive nel tempo di Roland e una nella New York in cui il ragazzino è nato e di questo Jake soffre. Anche Roland ne soffre e la sua sofferenza non è solo dovuta al rimpianto per averlo dovuto sacrificare in nome della ricerca della Torre Nera (questa storia è una grande Quest e Roland un cavaliere alla ricerca del suo particolare Santo Graal), ma anche alla necessità di consentire al bambino di ricongiungere la propria personalità e di farlo ricongiungere a Roland e agli altri due. Sarà lui il quarto del Ka-tet, di quel gruppo di unione psichico-spirituale costituita da Roland, Eddie e Susannah Dean (la schizofrenica Detta-Odetta ora guarita e riunita). Ne “La chiamata dei tre”, il terzo a essere chiamato è l’uomo che ha ferito due volta Detta-Odetta e fatto morire Jake. Anche lui è una sorta di schizofrenico, un serial-killer (o “serial-feritore”, se preferite) che si nasconde sotto i rispettabili panni di un uomo normale. Il destino per lui è la morte. Sarà Jake, non lui, a completare nel terzo volume il quartetto. Un altro ricongiungimento è tra Eddie e Susannah, che divengono marito e moglie, nella più ovvia delle ricongiunzioni di due anime gemelle, ma all’interno del ka-tet, come parte di un disegno più grande.

Cosa poi dire dell’altro grande schizofrenico del terzo episodio, il treno malandrino Blaine il mono? Oltre che pazzo ha una personalità divisa tra il Grande Blaine e il Piccolo Blaine. Perché poi è rosa se ha un’identità maschile, mentre la sua gemella, che ha lasciato morire, si chiama Patricia ma è azzurra? Nel terzo libro non si dice ma sorge il sospetto che in realtà il perfido Blaine sia la depressa Patricia e che il suo suicidio sia in realtà stato un “trenicidio”.

In “Terre desolate” l’ambientazione diventa decisamente fantascientifica, eppure gli elementi magici sono rilevanti, quasi a dirci che tra scienza e magia il confine è labile, è solo una questione di punti di vista, di conoscenza della realtà. In questo mondo di un lontanissimo futuro, la civiltà tecnologica è un ricordo perduto del passato, le cui vestigia talora riappaiono. Il mostro che custodisce l’accesso al Vettore, la strada per la Torre Nera, è un orso gigantesco che sopravvive da millenni, temuto dalla popolazione locale come un demone. Gli amici di Roland lo sconfiggeranno e uccideranno, scoprendo che è solo un cyborg con cervello positronico (e qui immagino che King debba ringraziare Isaac Asimov). Lo assistono piccoli mostri, che altro non sono che robot. La figura centrale del volume è un essere mostruoso che vive in una zona proibita e che si rivelerà essere un treno ipertecnologico, in grado di correre alla velocità del suono e dotato di un cervello folle degno di quello HAL 9000 che vediamo in “2001 odissea nello spazio”.

Con lui Roland e i suoi amici intraprenderanno un nuovo duello, ma non con le pistole, bensì a colpi di indovinelli, come se si trattasse di un’antica sfinge (non per nulla uno di quelli che gli pongono è proprio quello edipico).

Il volume finisce in modo improvviso e tronco, lasciando i nostri eroi a combattere con il treno folle. King ci spiega che vuole prendersi tempo per decidere come andare
avanti. Mi pare una scelta saggia, dato che è meglio fermarsi piuttosto che rovinare una buona storia, però poteva anche aspettare a trovare il seguito prima di pubblicare, no? Sono favorevole ai finali aperti, soprattuto in quella che è una serie, ma anche questi hanno le loro regole. Ci si sarebbe, insomma, aspettati che il duello si completasse e che il treno li depositasse, lasciandoli partire per nuove avventure, prima di scrivere la parola fine in fondo al libro, no?

Comunque, continua, a maggior ragione, la voglia di andare avanti, con questa bella e ricca storia (anche se non adoro gli indovinelli) e così ho già iniziato a leggere “La sfera del buio”. King ha fatto aspettare i suoi lettori dal 1991 (anno di pubblicazione di “Terre Desolate”) al 1997, anno dell’uscita del quarto volume. Il vantaggio di aver scoperto in ritardo questa storia e questo autore è nel dover aspettare!

Leggi anche:

– Il western fantasy di King – L’ultimo Cavaliere (La Torre Nera) – Stephen King

La chiamata del libro – La chiamata dei tre (La Torre Nera) – Stephen King

– La bambina che sconfisse la natura – La bambina che amava Tom Gordon – Stephen King

– King for President of Ucronia – 22/11/’63 – Stephen King

– IT: un mostro lovecraftiano emerso da arcani abissi spazio-temporali – IT – Stephen King

– The Second King – Le notti di Salem – Stephen King

– Tutto è kinghiano – Tutto è fatidico – Stephen King

LA BAMBINA DEI SOGNI – 3 – LA BAMBINA DEL SOGNO

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal3 – LA BAMBINA DEL SOGNO

Solo ieri ci incontrammo dentro un sogno

(Il Profeta – Kahlil Gibran)

Il giorno dopo, alzata la serranda su una mattina ancora fuligginosa, baciai Laura, per farla svegliare. Sprofondata nelle coperte, era ancora calda della notte e profumata d’infanzia.

– Ho sognato una bambina – mi disse prima ancora di aprire i suoi piccoli immensi occhi – Ha detto che era mia sorella. Ho una sorella?

– No, amore. È stato solo un sogno – le carezzai le guance morbide.

Aprì gli occhi e si tirò a sedere sul cuscino.

– Lo so, ma la bambina era vera. Verrà a vivere con noi. È simpatica. Vorrei tanto avere una sorella! – era così allegra mentre lo diceva, che mi faceva male pensare di doverla deludere.

– Hai molte amiche, Laura – protestai. Era la classica scusa di mia moglie alle sue richieste di incrementare la famiglia.

– Anche lei sarebbe mia amica. È carina. Mi piacerebbe come sorella.

Non le avevo mai parlato del mio incontro con la piccola orfana, né pensavo lo avesse fatto mia moglie. Tanto meno le avevamo mai parlato dei miei pensieri in merito a far venire Elena in casa nostra. Non era la prima volta, del resto, che nostra figlia chiedeva una sorella. Sapevo che le due cose non erano connesse, ma questo suo sogno – unito a quello che avevo fatto io – mi lasciò addosso per tutto il giorno una sensazione strana. La bambina sognata da Laura non poteva essere Elena. Era solo una coincidenza, che la mia fantasia rielaborava a modo suo. Questo cercavo di pensare, ma qualcosa dentro di me non si lasciava convincere.

A cena, mentre mangiava la sua minestrina, di punto in bianco, Laura brandì il cucchiaio e, con il brodo che le colava lungo la mano, chiese:

– Cosa starà facendo la bambina adesso?

– Quale bambina? – chiese Giovanna, protendendo il tovagliolo per asciugarla.

– Quella del sogno.

– Hai sognato una bambina? – le chiese affettuosamente mia moglie, fissandola senza completare il suo gesto.

– Sì. Mia sorella.

– Tu non hai sorelle – le spiegò la mamma con voce dolce, prima di lanciarmi un’occhiataccia – Era solo un sogno.

– Questa mattina le ho detto la stessa cosa, quando si è svegliata – mi difesi.

– L’hai sognata, non è una vera bambina – aggiunsi, rivolgendomi a mia figlia.

– A volte sogno anche te e mamma. Voi siete veri, no?

– Certo che lo siamo. A volte si può sognare di persone reali, ma quello che fanno in sogno è finto. Come un cartone.

– Elena, però, era reale.

– Elena? – saltammo su, in coro, mia moglie e io. Giovanna si girò con lo sguardo di brace pronto a incenerirmi.

– Si chiama così. L’ha detto lei – precisò nostra figlia, guardandoci intimidita come se avesse pronunciato senza volere una parolaccia.

l'isola che non c'è

l’isola che non c’è

Quella sera, quando Laura si addormentò, dovetti subire il terzo grado dalla donna dagli occhi di fuoco.

– Come ti viene in mente di parlare di adozioni a Laura? Non hai cervello. Non puoi farla illudere di avere una sorella, se poi questo non si può fare, come sai benissimo.

– Ti giuro che non ho mai parlato con lei di Elena, né di adozioni, né di sorelle in arrivo. Non capisco. È solo un caso.

– Ha detto che si chiama Elena. Proprio Elena – mi aggredì. – Non può essere un caso. Quella bambina si chiama così! Come diavolo può essere un caso? Un caso. Un caso! Ma caz… Sei un idiota. Quando si parla con i bambini, bisogna fare attenzione a quello che si dice. Non si può illuderli con cose che non sono certe. La psicologia per te deve essere qualcosa che vende il salumiere…

– Ti ripeto che non capisco, ma credo sia una coincidenza. O magari ci ha sentito discuterne l’altra sera. Pensavamo dormisse, invece era sveglia.

– Ci avrebbe chiamato. Se si sveglia, non resta mai buona nel suo letto.

– Forse era curiosa ed è rimasta a sentire e poi si è riaddormentata da sola. Oppure, non so,  ci ha sentito nel dormiveglia e questo l’ha influenzata.

– Giuri di non averle detto nulla?

– Lo giuro, ma dovresti credermi, anche se non lo facessi. Dov’è la tua fiducia? Un tempo mi avresti creduto, anche se ti avessi detto di essere stato sulla luna in bicicletta.

− Un tempo. Appunto. Un tempo forse ti avrei creduto. Un tempo forse tu avresti persino provato a pedalare per raggiungerla e magari offrirmela. Ora non mi offriresti neanche una margherita.

− Non è vero. Farei di tutto per voi.

Per voi, in effetti. Non le dissi per te.

La notte stentai ad addormentarmi. Quei due sogni m’inquietavano. Ovviamente, più cercavo di trovare motivazioni razionali, meno ne trovavo e più faticavo a prender sonno.

Giovanna, invece, si era assopita tranquillamente. Le sue sole preoccupazioni erano che io le avessi mentito, come credeva ancora, e che mi fossi fissato con quella bambina, coinvolgendo Laura.

Quando finalmente presi sonno, mi ritrovai ancora sull’Isola che Non C’è, ma senza Elena e i Bambini Perduti, che mi avevano liberato, nonostante il suo ordine. Nessuna traccia delle fate. Le cinque ragazze mi erano tutte addosso e mi carezzavano, cercando di consolarmi, mentre l’angoscia mi assaliva. Restavo però cosciente di sognare. Forse non ero del tutto addormentato. Cercavo di lasciarmi andare, di lasciarmi eccitare, baciandole una dopo l’altra, più volte, percorrendo con tutta la mia fantasia  i loro corpi nudi e perfetti in una spasmodica ricerca d’estasi, ma la cosa non funzionava. Ero lì e non c’ero. Sognavo sapendo di farlo. Anche se i Bambini Perduti avevano avuto la decenza di allontanarsi e andare a giocare altrove, non riuscivo a godere della situazione come avrei voluto. Qualcosa mi turbava.

Questa volta gli indiani non si fecero vedere e potei finalmente rotolarmi con quelle ragazze da calendario nel mare ora calmo e trasparente, ma ero a disagio. Cercavo di pilotare il sogno verso situazioni sessualmente interessanti, ma sentivo come un peso, che mi sospingeva verso immagini più caste. Davvero castrante!

Nel momento in cui ero quasi riuscito a superare quel blocco, Elena comparve nuovamente, con mio grande imbarazzo. Sapevo che era solo un sogno e che volendo potevo farla scomparire. Cercai d’ignorarla per liberarmi di lei, ma inutilmente. La bambina rimase a fissarmi imperturbabile, inespressiva, ma estremamente concreta. Un incubo su cui non riuscivo ad avere alcun controllo. Mi risvegliai improvvisamente in uno stato d’agitazione, che stentò a lasciarmi per il resto della notte.

Dei mostri che avessero tentato di divorarmi, mi avrebbero spaventato meno di quella muta presenza infantile.

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