Archive for febbraio 2013

LA MERAVIGLIA DI SALGARI

Emilio Salgari - Le Meraviglie del Duemila

Emilio Salgari – Le Meraviglie del Duemila

Da bambino ho divorato decine di libri di Emilio Salgari e, persino, alcuni dei romanzi scritti dai figli, poi, finite le scuole elementari, non ne ho più letti. Non avevo mai sentito parlare de “Le Meraviglie del Duemila” fino a quando non ho visto l’e-book prodotto e distribuito gratuitamente dalle Edizioni Scudo. Mi sono dunque “meravigliato” anche io!

Pubblicato nel 1907, narra di due uomini che grazie ai poteri medicinali di una pianta riescono ad addormentarsi per cento anni e, dal 1903 si risvegliano nel 2003. È per Salgari l’occasione di mostrarci come, secondo lui, sarebbe stato il mondo un secolo dopo.

Leggere oggi, nel 2012, questo testo è interessante soprattutto per fare un raffronto tra la visione salgariana e la realtà.

Il libro mi pare diviso in tre parti. Una prima, introduttiva, in cui vediamo delineati i due personaggi e assistiamo alla loro preparazione per l’inconsueto esperimento. L’uso della pianta per simulare la morte ricorda un analogo episodio di cui è protagonista Sandokan. Questa parte mi è parsa particolarmente gradevole, predisponendomi bene al resto della lettura, al punto che, essendo quasi quarant’anni che non leggevo questo autore, mi sono detto “certo che Salgari non scriveva poi male, se mi piaceva da bambino c’era un motivo!”

La seconda parte consiste nell’elencazione delle cose portentose che sono state realizzate dall’uomo nel secolo passato. Questa parte l’ho trovata più pesante e il continuo ripetersi del concetto “che meraviglie nel Duemila!” e “come sono fantastici gli uomini del Duemila!” mi ha sinceramente piuttosto infastidito. Sarà forse perché così fantastici i nostri anni non sono!

La terza parte mi ha ricordato il Salgari che conoscevo: inizia l’avventura. Il vascello volante fa naufragio su una città galleggiante di galeotti, i prigionieri si ribellano, la nave va alla deriva nella tempesta, gli eroi approdano su un’isola popolata di belve feroci.

Emilio Salgari

Emilio Salgari

Nonostante sia narrativamente la più debole delle tre parti, la seconda è però, oggi, la più interessante. In essa Salgari si mostra non secondo al grande futurologo di quei tempi, Jules Verne.

Insomma, come sarebbe stato questo nostro Duemila per il padre di Sandokan e del Corsaro Nero?

Innanzitutto, un mondo sovrappopolato, con così tanti abitanti da non lasciar spazio agli animali, tutti relegati nelle Isole Canarie, per non farli estinguere (dimenticandosi del tutto dell’esigenza di preservare anche un ecosistema).

E quanti sarebbero questi umani? Due miliardi! Appena un terzo di quanti siamo! Salgari ci spiega anche che i cinesi sono cresciuti enormemente di numero, divenendo la razza più popolosa (sarebbero un miliardo), sebbene le potenze europee, per scongiurarne il pericolo, abbiano smembrato la Cina. In Russia regna ancora uno Zar, ma in una democrazia parlamentare. Il socialismo è stato sconfitto e relegato in piccoli stati tropicali. L’Inghilterra ha perso le colonie. I popoli latini, a parte (patriotticamente) l’Italia, si stanno estinguendo. L’Italia comprende anche Istria, Corsica e Malta.

I ghiacci non si stanno sciogliendo, ma quelli del Polo Sud stanno crescendo, rischiando di “destabilizzare il pianeta” (!). Il Polo Nord è pieno di alberghi e attraversato da ferrovie sotterranee.

Emilio Salgari - Il Corsaro Nero

Emilio Salgari – Il Corsaro Nero

I treni corrono ovunque sottoterra in tubi ad aria compressa, a 300 chilometri all’ora.

Nelle città sono scomparsi cavalli e carrozze e anche le automobili quasi non ci sono più, sostituite da migliaia di veicoli volanti. L’uomo ha conquistato il cielo e anche per i voli internazionali ci sono macchine straordinarie, più veloci di condor e albatros (!): dei dirigibili dalle molte ali che “sfrecciano” in cielo anche a 150 chilometri orari (!).

Nei ristoranti non ci sono più camerieri, ma colonne da cui gli avventori prelevano piatti già pronti che arrivano fin lì dalle cucine con speciali piccoli treni.

Le guerre sono finite e l’ordine pubblico è gestito dai pompieri (come in Fahrenheit 451), che uccidono i manifestanti con getti d’acqua elettrizzata. I galeotti (cui Salgari riserva i terribili epiteti di “furfanti” e “birbanti”) sono relegati in colonie popolari o in città marine galleggianti. Se si ribellano, le città-prigione vengono affondate con bombe di “silurite” potentissime, capaci di distruggere una casa di venti piani (!).

Le città normali sono costituite da case altissime, di venti piani appunto, per far fronte al sovrappopolamento. La gran presenza di macchine elettriche crea nell’aria una tensione tale che tutti camminano veloci (!) e i nostri viaggiatori nel tempo, poco abituati, ne soffrono fino ad ammalarsi e impazzire. La voce narrante si chiede, infine, se non sarà questa la sorte di tutta l’umanità, sebbene gli uomini del Duemila si siano abituati poco per volta a tale tensione.

L’energia elettrica deriva soprattutto dall’idroelettrico. Gli americani traggono quasi tutta la loro energia dalle cacate del Niagara e gli europei sfruttano la Corrente del Golfo. Di petrolio non si parla e le miniere di carbone sono ormai chiuse. Altra fonte di energia e calore è il radium.

Quanto allo spazio, grazie a telescopi potentissimi si riesce a vedere la superficie di Marte come si fosse a poche decine di metri. Il pianeta rosso è popolato e ricco di vegetazione. I viaggi interplanetari sono ancora un sogno e si cerca di trovare un esplosivo (!) sufficientemente potente da consentirli, ma con i marziani (degli anfibi dall’aspetto di foca), si conversa via telegrafo.

La telefonia mobile e anche quella fissa non sono nella mente dell’autore, del resto non l’avevano prevista autori ben più recenti!

Insomma, un mondo spesso assai diverso dal nostro, ma considerato che si descriveva un’epoca lontana cento anni, bisogna dire, che per certi aspetti Salgari si è sbagliato meno di molti scrittori di fantascienza degli anni ’50 che descrivevano un duemila in cui le astronavi sfrecciavano da un pianeta all’altro.

Firenze, 22/04/2012Le meraviglie del Duemila - Salgari Emilio

ILLUSTRARE IL SETTIMO CAPITOLO DI JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI

Sto cercando illustratori per JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI, il secondo volume della serie I GUARDIANI DELL’UCRONIA, che segue JACOPO FLAMMER E IL POPOLO DELLE AMIGDALE.

Ho completato un primo giro di revisioni grazie ai lettori di Liberodiscrivere e del Gruppo di anobii per il web-editing, ma le revisioni non finiscono mai e chiunque vuole può dare suggerimenti per migliorare il romanzo, dalla correzione di errori a consigli per la trama.

Chi volesse contribuire alla revisione on-line può farlo qui.

Ora, soprattutto,

CERCO ILLUSTRATORI!

JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI è un romanzo di fantascienza per ragazzi, percui vorrei che, come il precedente, possa avere dei disegni.

JACOPO FLAMMER E IL POPOLO DELLE AMIGDALE è stato illustrato da Niccolò Pizzorno e Ludwig Brunetti.

Questa volta vorrei fare un lavoro simile a quello de Il Settimo Plenilunio, cioè trasformarlo in una “gallery novel“, ovvero in un romanzo illustrato da numerosi artisti.

Credo possa essere un’occasione soprattutto per giovani illustratori che vogliono cominciare a farsi un curriculum.

Chiedo a chi ha voglia di partecipare un impegno ridotto eventualmente anche a un solo disegno. Se ne volete fare di più, questo però non può che farmi piacere. Vorrei solo una certa coerenza con le immagini già realizzate sia per questo romanzo, sia per il precedente (prima parteseconda parteterza parte). Trovate i disegni ai link precedenti.

Parlo di questo libro anche nel mio sito.

I personaggi da disegnare saranno oltre ai tre ragazzini, numerosi animali nati da evoluzioni alternative dei suricati, degli orsi, dei velociraptor, dei maiali, dei pappagalli. Inoltre, alcuni capitoli si svolgono nella terra di Govinia, dove ogni passato e ogni futuro possibili si incontrano, dove è, quindi possibile incontrare gli esseri più strani, le architetture più misteriose, gli ambienti più irreali che possiate immaginare. Insomma dei paesaggi su cui sbizzarrire tutta la vostra fantasia! Se ne avete realizzati già o ne avete in mente di specifici, posso provare ad adattare il romanzo per descriverli.

Penso che un disegnatore potrà divertirsi a reinventare tutto ciò!

Finora hanno inviato i loro disegni:

Niccolò Pizzorno

Fabio Balboni

Marco Divaz

Guido De Marchi

Evelyn Storm

Cinzia Damonte

e altri hanno già promesso di contribuire (ma aspetto di vedere i loro disegni prima di citarli).

Ecco l’inizio del SETTIMO CAPITOLO:

NON SIAMO SOLI NELL’UNIVERSO

Con disegni e scritte, il suricato Vaaa fece capire ai bambini che non erano i soli esseri umani da quelle parti.

“Grande!” commentò Marco, cercando invano di affondare le mani nelle tasche dei pantaloni che non aveva, essendo ancora in mutande.

Jacopo, ancora più eccitato, cercò di farsi dire se avevano case e città, ma dalle descrizioni del suricato dedusse che purtroppo dovevano essere solo degli esseri primitivi. Marco ed Elisa si afflosciarono per la delusione. Jacopo cercò di mantenere l’entusiasmo iniziale: non erano del tutto soli in un mondo di suricati!

 

CONTINUA QUI:

http://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?OpereID=161635

Ecco alcune immagini per questo capitolo:

Le diramazioni degli Universi Divergenti (elaborazione di immagine web dell’autore).

Lontra (elaborazione di immagine web dell’autore).

Homo aeserniensis (elaborazione di immagine web dell’autore).

Sarò lieto di sostituire queste immagini con i vostri disegni!

UN’ORGANICA ACCOZZAGLIA DI GENIALI STUPIDAGGINI

Douglas Adams- Guida Galattica per gli Autostoppisti

Douglas Adams- Guida Galattica per gli Autostoppisti

Che strano libro è la “Guida Galattica per gli Autostoppisti” di Douglas Adams! Apparentemente è un romanzo di fantascienza con i classici personaggi e situazioni da cliché, come alieni, robot, mega computer, viaggi interstellari e distruzioni di mondi. Se però andiamo a leggere, capiamo, sin dal titolo che non si tratta affatto di una cosa seria. Certo alcuni non considerano la fantascienza, di per sé, un genere letterario serio, ma in questo si ingannano, perché quando questa parte da solide ipotesi immaginarie e sviluppa la teoria creando storie e persino mondi di fantasia, è in grado di essere stimolante per la riflessione scientifica o sociale. Quando descrive utopie o distopie, aiuta a ragionare sulle debolezze della nostra civiltà. Quando mostra l’uomo davanti all’infinito, al mistero, all’ineffabile, diventa strumento di approfondimento filosofico e psicologico.

La “Guida” non è però nulla di tutto ciò, anche se c’è un super-mega-computer che prima cerca la Grande Risposta e poi, per altri cinque milioni di anni, cerca la Domanda Fondamentale a quella Risposta.

Douglas Adams

Douglas Adams

La “Guida” non è neanche una presa in giro della fantascienza, perché, a modo suo, è fantascienza essa stessa, anche se fatta da chi non crede più a un universo capace di stupirci o offrirci nuovi orizzonti o nuove speranze. È ben lontano il felice ottimismo della fantascienza degli anni ’50 o della pre-fantascienza ottocentesca. Siamo distanti anche dal pessimismo della science-fiction più cupa. La Terra viene distrutta in poche pagine, senza troppi rimpianti, per far posto a un’autostrada interstellare. Del resto era stata creata da due topolini bianchi, che ora la stanno facendo ricostruire da un’altra parte.

Siamo più dalle parti di “Men in Black”, che da quelle di “Solaris” o “2001 Odissea nello Spazio”.Scritta nel 1979, la “Guida” è la prima parte della “omonima trilogia in cinque parti” di fantascienza umoristica (come ci spiega wikipedia), adattamento di una serie radiofonica in quattro puntate.

Nelle sue pagine si succedono una serie di eventi il cui umorismo è legato al loro grado di improbabilità (del resto anche le astronavi usano un motore a “improbabilità”) e al comportamento grottescamente umano dei protagonisti alieni o robotici.

Anna Chancellor in una scena di Guida galattica per autostoppisti

Anna Chancellor in una scena di Guida galattica per autostoppisti

Scrivere idiozie può sembrare facile, ma, in realtà farlo in modo intelligente è cosa di grande difficoltà. Il merito di Adams è quello di aver saputo mettere assieme una storia che è un’accozzaglia di stupidaggini disparate e illogiche, ma di averlo saputo fare così bene da rendere il suo libro quasi geniale.

Firenze, 17/04/2012

L’OPPOSTO DI GIOVANNA D’ARCO

Michel Tournier - Gilles e Jeanne

Michel Tournier – Gilles e Jeanne

Michel Tournier ha pubblicato nel 1983 il romanzo storico “Gilles et Jeanne” (titolo originale). L’edizione italiana credo sia del 2009. Si tratta, dunque, di opera anteriore a “Giovanna e l’Angelo” (scritto nei primi anni del millennio e pubblicato nel 2007). Peraltro, sono venuto a conoscenza dell’opera del francese solo nel 2012.

Si tratta di opere diverse per numerosi motivi. Nel testo del francese il vero protagonista è Gilles De Rais, in “Giovanna e l’Angelo” è Giovanna D’Arco. Il primo è un romanzo storico, il secondo lo è solo per metà, divenendo poi un’ucronia.

Mi ha colpito però come in entrambi si sia immaginato di creare una figura che fosse il negativo della pulzella d’ Orléans.

Carlo Menzinger - Giovanna e l'Angelo

Carlo Menzinger – Giovanna e l’Angelo

In “Gilles e Jeanne” (titolo italiano), Tournier immagina che il Maresciallo di Francia Gilles De Rais nasca fondamentalmente con animo puro e rimanga tale fino al rogo di Giovanna D’Arco. Poiché si era invaghito della ragazza-maschio che l’eroina francese rappresentava, vederla finire tra le fiamme come un’eretica provoca in lui una reazione psicologica violenta che lo induce verso l’abominio della sua perfidia pedofila e assassina. Egli diviene malvagio per compensare il torto subito dalla santità della sua Jeanne. Ricerca in ogni ragazzo che violenta il corpo e il volto di Jeanne D’Arc.

In “Giovanna e l’Angelo” gli opposti di Giovanna D’Arco sono molteplici. Innanzitutto, la voce narrante è quella di un essere ignaro della propria natura, la fonte delle celebri Voci di Giovanna, un angelo che non conosce Dio. Un angelo maschio, anch’esso con uno sguardo un po’ pedofilo. Forse l’Arcangelo Michele. Quando Giovanna Barbablù muore sul rogo, nel suo sogno lei diviene maschio e l’angelo di muta in femmina e diviene Santa Caterina. Anche in “Giovanna e l’Angelo” c’è la contrapposizione con Gilles De Rais. Qui il ricco possidente viene visto come malvagio da sempre. Da sempre attento alla virtù e alla verginità di Giovanna/Jeanne. Lui solo, nella seconda parte onirica/ucronica del romanzo riconosce il cambiamento di Giovanna, lui solo ne contesta l’innaturalezza.

Barbablù

Barbablù

Giovanna, in “Giovanna e l’Angelo” è, infine, contrapposta al re-bambino d’Inghilterra Henry. Nel sogno, quando Giovanna diviene uomo e parte alla conquista della Francia, il re-bambino diventa una giovane regina e si invaghisce di Jeanne ormai divenuta Jean.

Tournier fa morire Giovanna/Jeanne nelle prime pagine del suo romanzo. A lui interessa soprattutto mostrare gli effetti di questa morte sull’animo debole e contorto di Gilles. È lui che segue con il suo racconto. A lui vediamo affiancarsi la perversione teologica del fiorentino Prelati e la condiscendenza dei suoi servi nell’opera di sterminio, che ci viene descritta nei dettagli, con tutti quei ragazzi violentati e fatti morire a completamento del piacere perverso del più ricco Signore di Francia.

Michel Tournier

Michel Tournier

Dalla sua malvagia brama sessuale nascerà poi la fiaba edulcorata di Barbablù, in cui la violenza sarà incanalata trai binari del matrimonio e dell’eterosessualità, fingendo che nelle cantine del Signore non vi fossero i resti maciullati di decine di ragazzi strappati alle loro povere famiglie, ma i corpi delle numerose mogli di Barbablù.

Nel leggere queste pagine, a loro modo originali e suggestive, continuo a ripensare con irritazione all’interpretazione di questa favola fatta da Clarissa Pinkola Estés in “Donne che corrono con i lupi”, in cui l’autrice si dimentica totalmente delle origini del mito e lo mostra come archetipo della violenza sulla donna!

Il Maresciallo Gilles de Rais

Il Maresciallo di Francia Gilles de Rais

La versione di Tournier mi pare, invece, rispettosa della Storia, per come la conosco, con la sola eccezione dell’aver sorvolato, pur accennandole, sulle sventure familiari di Gilles, allevato dal nonno, che a me parrebbero causa sufficiente a spiegarne la perversione, senza ricorrere, come poeticamente fa il francese, all’idea del contrappasso della vendetta psicologica verso Dio e gli uomini, per l’ingiusta morte della pastorella che conquistò Orléans.

Firenze, 1/4/2012

Giovanna d'Arco

Giovanna d’Arco

DONNE CHE SCRIVONO COME BESTIE

Clarissa Pinkola Estés - Donne che corrono con i lupi

Clarissa Pinkola Estés – Donne che corrono con i lupi

Il tema della “donna selvaggia” (ma anche quello dell’”uomo selvaggio”) è molto interessante. Le aspettative verso il libro “Donne che corrono con i lupi”, che si ripromette di analizzarlo, mostrando come sia stata trattato da diverse culture antiche, erano dunque, per me, molte.

Eppure affrontare le prime pagine, la lettura si è rivelata uno sforzo non indifferente, perché l’autrice Clarissa Pinkola Estés scrive in modo a dir poco indisponente: ripete lo stesso concetto decine di volte con parole diverse e rigira la stessa parola in elenchi interminabili di sinonimi o circonlocuzioni simili.

Forse in questo è condizionata dal tema trattato. Nella narrazione orale dei popoli antichi, infatti, la ripetizione serviva a fissare le idee e le immagini in lettori poco abituati all’uso della parola e quindi distratti. I primi elenchi della letteratura li troviamo in Omero (ma non sono mai di facile fruizione). Forse Pinkola pensa che anche il lettore moderno sia tendenzialmente distratto, rispetto a quello degli ultimi secoli, essendo sommerso di informazioni e “correndo” su di esse, passando da una all’altra. Se così è, però confonderebbe una “distrazione antica”, dovuta alla disabitudine alla parola con una “distrazione moderna”, basata sulla capacità di elaborare e digerire un gran numero di informazioni. L’uomo del XXI secolo vuole poche informazioni, chiare e precise. Il contrario opposto degli elenchi ripetitivi che ci propina costei! Il lettore moderno vuole un solo termine che condensi tutto. Preferisce l’inglese all’italiano per la sua capacità di sintesi e imbastardisce la lingua di Dante con termini anglosassoni in onore della precisione espressiva di certi termini tecnici.

Si riesce a proseguire nella lettura di “Donne che corrono con i lupi” solo per la promessa dell’autrice di mostrarci presto alcuni esempi di storie antiche (quante volte ci ripete, però, che sono degli archetipi! Basta!). Quando però i racconti arrivano, non riesce a tener chiusa quella sua boccaccia e continua a parlarci sopra. È come guardare un film con accanto un chiacchierone che non fa altro che commentare! Se alcuni autori (ho appena letto, ad esempio, una raccolta di Asimov) riescono a introdurre i propri racconti citando fatti personali con leggerezza e simpatia, le continue allusioni alla propria formazione “scientifica” e “umana” fatta dall’autrice ne mostrano solo la latente insicurezza e ce la rendono sempre più antipatica.

L’idea che in ogni donna ci sia un elemento selvaggio represso (che dovrebbe tornare alla luce) mi pare bello e corretto, ma perché questa donna si dimentica o ignora che questo è vero anche per l’uomo? Perché considera le donne una “razza” a parte, che paragona a quelle dei lupi e degli orsi?

L’essere umano non è forse composto di maschile e femminile?

Questo è altri aspetti minori, danno la sensazione della scarsa scientificità del saggio, anche se non mi sento titolato per valutarlo professionalmente. Le mie sono solo impressioni da lettore profano. Se ci si aggiunge la caoticità della scrittura, davvero non si riesce a capire il successo che ha sinora riscosso questo libro.

Ho comunque resistito fino alla parte in cui l’autrice comincia a raccontarci qualcuna di queste storie antiche, ma – orrore! – sceglie come “archetipo” la storia di Barbablu. Senza addentrarmi nelle infinite considerazioni che ci imbastisce sopra, trattando il racconto come una metafora psicologica della donna ingenua che cede alle lusinghe del maschio cacciatore e infido, cadendone preda, il mio disagio nasce dalla scelta di una fiaba con precise origini storiche, che ben poco mi fanno pensare al tanto strombazzato “archetipo”.

Il caso vuole che conosca abbastanza bene questa fiaba, avendo studiato il personaggio di Gilles De Rais quando scrivevo il romanzo “Giovanna e l’angelo” su Giovanna D’Arco, di cui Gilles fu Maresciallo.

Posso anche credere che la storia del pedofilo francese sia stata reinventata e trasformata nella fiaba di Barbablù con l’intento di farne il simbolo di concetti e istinti primordiali, ma quando rifletto sulle sue origini, mi riesce difficile immaginarla come frutto di una tradizione popolare femminile, con le quali le donne “istruivano” e mettevano in allarme altre donne dalla malvagità maschile.

Per quello che si sa, Gilles De Rais, nel suo castello, violentava, seviziava e uccideva i ragazzini – maschi – figli dei suoi contadini e ne conservava le ossa negli stessi scantinati in cui li aveva assassinati con la complicità di alcuni servi.

Questa storia fu edulcorata e i bambini divennero le numerose mogli di Barbablù, inquadrando quindi la storia tra due binari di normalità: il matrimonio e l’eterosessualità.

Sapendo che quando nella fiaba si dice “moglie”, si deve leggere “ragazzino”, mi riesce
davvero ostico accettare l’interminabile spiegazione della Pinkola sul femminino.

Clarissa Pinkola Estés

Clarissa Pinkola Estés

Annoiato e irritato, abbandono dunque, almeno per ora (ma forse per sempre), la lettura di questo libro, gesto che non compivo da circa quarant’anni, quando alle
elementari abbandonai la lettura di un romanzo di Verne intitolato Mrs Branican. Non so se sarà l’ultimo libro che abbandonerò, perché qualcosa sta cambiando in me. Finora consideravo impossibile abbandonare un libro prima dell’ultima pagina. Oggi mi pare che, grazie agli e-book e a internet, ci sia un’offerta così sterminata di libri che perder tempo dietro dei testi insulsi sia un vero peccato.

Firenze, 28/02/2012

LA VISIONE DEL FUTURO DI ASIMOV

Ho deciso di rileggere in ordine cronologico, con la dovuta calma, i romanzi (e i racconti) di Isaac Asimov presenti nei cicli Robot, Impero e Fondazione o a questi connessi tra loro. Tali libri descrivono, infatti, una successione di eventi e storie tra loro collegate e nella lettura fatta trent’anni fa non ero riuscito a seguire un ordine preciso.

Isaac Asimov

Isaac Asimov

Casualmente mi è capitato di leggere piuttosto di recente “La Fine dell’Eternità”, che, secondo alcuni, sebbene fuori ciclo, aprirebbe la serie. Dato che gli eventi narrati si svolgono nel 27° secolo, credo che andrebbe messo molto più avanti, ma non saprei dove. Per ora lo colloco alla fine. (RETTIFICA SUCCESSIVA: poiché “Tutti i miei robot” è ambientato ai giorni nostri e il Ciclo dei Robot tra mille anni, “La Fine dell’Eternità” si pone tra questi due gruppi di storie). Direi dunque la successione temporale dovrebbe cominciare con le raccolte di racconti sui robot. Avevo già letto da ragazzo “Io, Robot” e, in inglese, “Il Secondo Libro dei Robot” e, forse avevo letto anche qualche altro racconto sciolto. Non avevo però ancora letto la raccolta “Tutti i Miei Robot” che tali volumi riunisce, con l’aggiunta di storie non ricomprese nell’antologia. La raccolta comprende persino “L’Uomo Bicentenario” da cui fu tratto un bel film con Robin Williams, che avevo visto, senza sapere fosse tratto da un racconto di Asimov (non ancora letto).

Io Robot - il Film

Io Robot – il Film

Comincia dunque qui il mio viaggio nel tempo asimoviano.

Riporto di seguito la successione cronologica dei libri (se non vi torna, vi sarò grato se mi vorrete segnalare le incongruenze). Il prossimo passo sarà dunque leggere “Nemesis”, prima di calarmi del tutto nel ciclo dei Robot.

FUORI CICLO

*Tutti i miei Robot (Io robot, Il Secondo Libro dei Robot e racconti vari)

*La Fine dell’Eternità
*Nemesis

ROBOT

*Abissi d’acciaio (1954),
*Il Sole Nudo (1957),
*I Robot dell’Alba (1983),
*(Immagine speculare – racconto in “Il meglio di Asimov)
*I Robot e l’Impero (1985).

IMPERO

*Il Tiranno dei Mondi
*Le Correnti dello Spazio
*Paria dei Cieli

FONDAZIONE

* Preludio alla Fondazione (1988)
* Fondazione Anno Zero (1992)
* Fondazione o Cronache della Galassia o Prima fondazione (1951)
* Fondazione e Impero o Il crollo della Galassia Centrale (1952)
* Seconda Fondazione o L’Altra Faccia della Spirale (1953)
* L’Orlo della Fondazione (1982)
* Fondazione e Terra (1986)

 

 

Isaac Asimov - Tutti i miei Robot

Isaac Asimov – Tutti i miei Robot

La maggior parte dei racconti compresi in “Tutti i Miei Robot” (antologia di 31 racconti scritti tra il 1940 e il 1977, composta nel 1982 dallo stesso autore) furono realizzati negli anni ’40 e ’50 e alcuni descrivono un futuro che per noi è già passato. Si dice a un certo punto che erano passati cinquanta anni dalla Seconda Guerra Mondiale e una volta si dice esplicitamente che siamo negli anni ’90.

Gli ultimi racconti sono, invece ambientati in un futuro che è ancora tale.

Di fatto, dunque, la maggior parte delle storie si svolge prima del ciclo dei Robot, ma alcuni sono successivi, dimostrando come la successione cronologica appena proposta abbia i suoi limiti. Mi piace però l’idea di affrontare di nuovo questo mondo, che tanto mi aveva affascinato ai tempi del Liceo, leggendole in modo organico.

Anche a distanza di 30 anni da quando adoravo Asimov (portavo persino dei basettoni come i suoi), devo dire che la lettura di questa raccolta mi ha affascinato.

Trovo che l’autore sia abilissimo nel costruire storie che somigliano per struttura a dei gialli d’investigazione, pur avendo ambientazione e sviluppo diversi. La robopsicologa Susan Calvin mi fa pensare a una sorta di Sherlock Holmes della psiche robotica.

La maggior parte dei racconti (quasi tutti a dir il vero) si gioca sulle implicazioni delle ormai celeberrime Tre Leggi della Robotica di asimoviana invenzione (in sintesi un robot, primo, non può fare del male a un uomo; secondo, deve ubbidire ai suoi ordini, purché non in contrasto con la prima legge; terzo, deve proteggere la propria integrità, purché questo non contrasti con le altre due leggi).

È affascinante vedere quante implicazioni, contraddizioni e sviluppi Asimov riesca a trarre da quest’idea.

Partendo da questo concetto, costruisce, genialmente, nuovi mondi che avranno sviluppi futuri nei cicli che seguiranno. Gli stessi viaggi interstellari saranno resi possibili dalla creatività degli automi.

Risultati immagini per l'uomo bicentenario

Robin Williams ne “L’uomo bicentenario”

La sua scrittura è semplice, ma molto diretta ed efficace. A volte si lascia andare a spiegazioni tecniche, ma (quasi) sempre senza strafare. Mai viene voglia di saltare qualche riga (ci sono libri di altri autori in cui si salterebbero volentieri interi capitoli), perché riesce a tenere sempre desta l’attenzione (tranne forse quando descrive la nuova suddivisione politica della Terra).

Temevo che questa lettura mi avrebbe deluso per due motivi: la mia età più matura e il tempo trascorso da quando le storie furono scritte. Invece Asimov è così arguto che riesce ancora ad affascinarmi e la sua visione del futuro era così razionale e chiaroveggente che riesce a essere ancora attuale dopo sessant’anni.

Certo, su molte cose era stato decisamente ottimista (l’ottimismo forse è la cosa più ingenua che notiamo in lui, da tragici pessimisti del XXI secolo). Immaginava che già vent’anni fa ci fossero colonie sulla Luna e su Marte e che i robot umanoidi fossero in piena fase di sviluppo!

L’ottimismo nei confronti dei viaggi spaziali era una caratteristica di molta fantascienza di quegli anni (il Presidente Kennedy stesso parlava di viaggi spaziali negli anni ’90!), eppure l’umanità ha cancellato il sogno dello spazio in quei pochi anni passati dal primo all’ultimo allunaggio, allontanando stoltamente una frontiera che avrebbe potuto essere una valvola di sfogo per tanti problemi. Del resto oggi si ragiona in termini economici di breve periodo e lo spazio non potrà dare frutti altro che in termini temporali di così lungo periodo, che solo un genio come Asimov poteva immaginare.

Se per certi aspetti vedeva per la fine del XX secolo un mondo ben più evoluto di quanto siamo riusciti a farlo diventare finora, per altri gli erano sfuggiti altri campi di crescita. Fa sorridere, a esempio, quando racconta di un robot dedicato alla correzione di bozze, perché prendere un libro e trasformare le parole in codice per correggerlo e poi ritrasformare il codice elettronico di nuovo in parole sarebbe stato un processo troppo lungo: non aveva immaginato né la videoscrittura, né internet, né gli scanner!

Analogamente i suoi robot sfogliano i libri velocemente per raccogliere informazioni, senza immaginare la possibilità di immetterle nei loro cervelli sotto forma di file elettronici.

Peraltro, mentre parla con largo anticipo di aspetti della tecnologia che ancora si stanno sviluppando, come le colture idroponiche, dall’altra si basa su teorie che ci paiono ancora non plausibili come quando immagina viaggi a velocità superiore a quella della luce o definisce i cervelli dei robot “positronici”, come se fosse possibile immaginare una tecnologia in grado di manipolare l’antimateria costituita dai positroni in modo così agevole da inserirla in “scatole” piccole come una testa meccanica senza provocarne l’annichilimento.

La grandezza di questo autore e di questo libro sta comunque non solo nella capacità di immaginare mondi futuri, ma anche nella capacità di descriverli attraverso storie che, pur con semplici tratteggi, ci restituiscono personaggi di grande “umanità”, quale, ad esempio, Andrew, il robot che sognava di diventare un uomo e nella sottile ironia con cui scrive, che rende sempre piacevole la lettura.

Firenze, 24/03/2012

L’OSSESSIONE PER IL TEMPO DI DICK

Dick - Tempo Fuori Sesto

Philip K. Dick – Tempo Fuori Luogo

Tempo fuor di sesto è un romanzo di fantascienza dello scrittore americano Philip K. Dick. Il titolo originale “Time Out of Joint è una citazione dell’Amleto di William Shakespeare. In Italia il libro, che negli Stati Uniti è stato pubblicato nel 1959, è stato tradotto con titoli diversi: “Il tempo si è spezzato, “L’uomo dei giochi a premio e “Tempo fuori luogo.

Nell’edizione che ho letto, il titolo era “Tempo fuori luogo”.

Quest’opera anticipa di un buon decennio il più famoso (e direi maturo) “Ubik” pubblicato nel 1969, di cui ha in sé molti elementi, che saranno poi sviluppati nell’opera successiva.

In “Ubik è il tempo stesso a venire alterato. Qui ci troviamo invece semplicemente su un palcoscenico in cui il tempo è stato riportato indietro da un 1998 futuro agli anni ’50 a beneficio di una persona sola, Raggle Gum, un po’ come avviene nel film “The Truman Show” (guarda caso uscito nel 1998 reale).

Nel film di Peter Weir, Truman Burbank, impersonato da Jim Carrey, vive in questo mondo immaginario a beneficio del pubblico di una sorta di Grande Fratello televisivo (mi riferisco all’orrenda trasmissione, non al capolavoro di Orwell).

Il Raggle Gum di Dick vive risolvendo quiz su un giornale, ma facendo così, senza saperlo, salva il mondo. Dick immagina che nel 1992 la Luna sia stata colonizzata e si sia già ribellata alla Terra.

Raggle Gum è un genio delle previsioni balistiche, ma troppo stressato dalla responsabilità di dover salvare il mondo tutti i giorni. Per tranquillizzarlo gli hanno cancellato la memoria e si sono inventati un gioco che lui continua a risolvere, prevedendo così l’arrivo dei missili dei “lunatici”.

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Philip K. Dick

Raggle, come Truman, comincia a sospettare che qualcosa non torni in quel suo mondo perfetto, e decide di andarsene, scoprendo come stanno realmente le cose.

Quello che Dick comincia a fare in questo romanzo è mostrarci la progressiva alterazione del tempo, delle falle che lasciano entrare, come in “Ubik, nell’epoca in cui vive il protagonista elementi di un’altra.

Il concetto di alterazione del tempo, riveste dunque per Dick un’importanza cruciale. Direi che ne è ossessionato quasi quanto me! Non per nulla anche lui arriverà a scrivere un’ucronia come “La Svastica sul Sole”. Il tempo lineare non lo soddisfa. Sembra una visione troppo semplicistica. Con questo romanzo si prepara a riflessioni più approfondite sul tema. Mentre gran parte della fantascienza esplora, con i viaggi interplanetari, soprattutto i confini dello spazio, Dick, segue le orme di Wells, avventurandosi a mostrare le alterazioni del tempo.

 

Firenze, 10/03/2012

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