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SE BOCCACCIO AVESSE SCRITTO FANTASCIENZA

Risultati immaginiIl 28 Settembre 2017 ho incontrato per la prima volta Massimo Acciai Baggiani al convegno di Porto Seguro al Westin Excelsior, dove presentava un libro scritto a 6 mani con suo cugino Pino Baggiani, memoria storica della famiglia, e Italo Magnelli, illustratore del volume “Radici” sulla storia del Mugello e della famiglia Baggiani.

L’ho incontrato di nuovo il 16 Ottobre, alla presentazione di un altro libro al SMS di Rifredi, un’antologia di racconti dal titolo “La compagnia dei viaggiatori del tempo” giacché i racconti, spesso di fantascienza, sono ambientati in varie epoche del passato e del futuro e talora ci sono veri e propri viaggi attraverso il tempo. Massimo Acciai Baggiani, in tale occasione presentava anche una raccolta di poesie scritte negli ultimi 25 anni “25 – Antologia di un quarto di secolo”, con la quale ho completato la lettura de “La compagnia dei viaggiatori del tempo”. La cosa particolare di quest’antologia è che non è un libro ma l’editore Iskretiae l’ha stampata su un unico foglio A4, ripiegato poi nelle dimensioni di un biglietto da visita.

 

La raccolta di racconti strutturata come il Decamerone, cioè con dodici amici che si raccontano una storia per uno, facendo due giri, per un totale di 24,  inizia con la storia che fa da cornice nel fiorentino bar di Piazza della Repubblica, Le Giubbe Rosse, un  tempo ritrovo di scrittori e artisti.

La cornice più che al Decamerone fa pensare ai commenti di Asimov in certe sue raccolte di racconti o di Hitchcock ai suoi telefilm: sono spesso occasione per spiegare qualcosa del racconto che segue o precede.

Il primo racconto (“Il Genio”), ascoltato anche al SMS, ci ricorda che se si viaggia nel tempo è ben  preoccuparsi non solo del “quando”, ma anche del “dove” si va.

Il secondo, “la città della bellezza”, ci parla di una Firenze futura trasformata in un luogo incontaminato, una specie di “riserva di bellezza”, dove per

Carlo Menzinger con “La compagnia dei viaggiatori nel tempo” di Massimo Acciai Baggiani

bellezza si intende quella più tipicamente fiorentina, ovvero quella rinascimentale. Eppure anche questa città così dedita alla bellezza nasconde sorprese.

“Quando arrivò la fine del mondo” immagina un viaggio nel tempo collettivo, di tutta l’umanità che si sposta avanti negli anni, lasciando la Terra vuota!

È questo l’ultimo dei tre racconti che i ragazzi si scambiano alle Giubbe Rosse. La scena della cornice si sposta quindi a Pisa.

A cominciare è proprio l’ospite Loriano con il suo “Conto alla rovescia”, più che una storia, un’idea: un calendario che funzioni alla rovescia, facendo la conta dei giorni che mancano a una data scadenza.

Una narratrice, poi ci porta a scoprire come potrebbe essere “Firenze nel XXII secolo”. Con Massimo Acciai siamo vicini di casa e qui scopro una Firenze in cui sono solito muovermi anche se portata avanti nel tempo. Se ne vede, però forse un po’ poca, dato che il racconto è incentrato sulla conversazione tra la protagonista, viaggiatrice nel tempo, e un suo nipote ritrovato molto invecchiato nel futuro.

Massimo Acciai Baggiani al SMS di Rifredi per la presentazione delle sue antologie.

“The show must go on” ci manda avanti di ben mille anni, a una competizione canora cui partecipa il clone di un cantante del XX secolo.

“La notte” ci porta in un cimitero che è anche una sorta spartiacque temporale, ma solo di dieci anni.

Con “Paternità” ci s’interroga sui rischi del web per quel che riguarda il moltiplicarsi di versioni diverse degli stessi libri. Ma è davvero un problema? In fondo è proprio quello che ho fatto quando ho pubblicato “La bambina dei sogni”: ogni settimana ne facevo uscire una versione leggermente diversa e ora se due persone dicono di averlo letto difficilmente hanno davvero letto lo stesso libro.

“La vita di un uomo” immagina uno sfasamento temporale dei sensi di una persona. Qualcosa di simile a “L’occhio del purgatorio” di Jacques Spitz o a “Il marchio di Caino” di Elisabetta Modena.

In “Sai tenere un segreto?” a bordo di un’auto, che fa pensare a quella di “Ritorno al futuro”, ci si sposta invece attraverso lo spazio.

“Marte” non ha nulla a che fare con i viaggi nel tempo, salvo che i tre protagonisti rimangono isolati dalla Terra per 3 anni e vi tornano, quindi, un po’ come se non avessero solo attraversato lo spazio da Marte, ma anche quei tre anni, in cui l’intero mondo è del tutto cambiato: sono rimaste solo donne, perché un virus ha sterminato tutti gli uomini. Un racconto simpatico, che mi pare una tipica fantasia maschile, ma stranamente Acciai ha immaginato che a scriverlo sia stata una donna del gruppo.

Il primo giro di racconti si chiude con uno strano viaggio su “Il pianeta” da parte di un uomo solo e della strana personificazione di questo mondo alieno e la mente mi corre a quel capolavoro assoluto che è “Solaris” di Stanislaw Lem.

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Massimo Acciai Baggiani

Nell’introdurre il primo racconto del secondo giro, si accenna all’ucronia e s’immagina un viaggio di Colombo attraverso un mare che non contenga alcun America tra Europa e Asia. Dopo aver scritto il mio romanzo “Il Colombo divergente”, in cui immagino che il navigatore non riesca a comunicare la propria scoperta, avevo pensato di farne un seguito-espansione, scrivendo una serie di altre storie alternative sulla non-scoperta dell’America e tra le idee possibili ce n’era una uguale. In questo volume, come nella mia mente, rimane un progetto inespresso.

Quello che segue (“Il ramo secco”) è un racconto fantascientifico ma di ispirazione ucronica (per essere vera ucronia non ci dovrebbe essere il viaggio nel tempo, che invece c’è) in cui Adolf Hitler quattordicenne viene portato avanti di un secolo per essere “rieducato”. Se lo avessi scritto io, avrei immaginato un finale diverso, ma il racconto è comunque uno dei più interessanti, sarà perché mi ricorda il mio “Il pittore di Branau” (Leggibile nella raccolta “Ucronie per il terzo millennio”, in cui immagino che Hitler da ragazzo consegua dei successi scolastici che la storia gli negò, diventando così un pittore, anziché un politico.

“Fuga in sol minore” ci lascia sospesi tra un improbabile viaggio su Marte e il sospetto che si asolo il frutto di una mente folle e non posso non pensare alle incredibili avventure del Barone di Münchhausen o di Cyrano di Bergerac.

“Immortalità” ci introduce al difficile tema della clonazione come soluzione per la prosecuzione della vita umana.

Italo Magnelli, Massimo e Pino Acciai presentano “Radici” all’Excelsior

Il gruppo si sposta poi a Lucca, dove, dopo un’interessante riflessione sull’importanza dei titoli dei libri, è la volta del racconto “L’uomo più stonato del mondo” che ci parla della casualità della vita, che è poi il principio dell’ucronia: sarebbe bastato poco perché le vite di Marco, Vincenzo, Luigi e Vittoria fossero diverse e si mescolassero in altro modo. La storia stessa ne sarebbe mutata del tutto, perché, come scrivevo ne “Il Colombo divergente”, può bastare il piccolo gesto di un uomo a cambiare la storia del mondo intero. Il battito d’ali di una farfalla in Australia può provocare un terremoto in America, si dice, o qualcosa di simile.

Le “Macchine pensanti” del racconto che segue, ricordano i robot umanoidi di Isaac Asimov, se non gli androidi di “Blade Runner”. Il racconto s’incentra su un fatto linguistico e offre l’occasione per una discussione sull’Esperanto, quella lingua artificiale che vari decenni fa sembrava la soluzione per trovare un idioma universale e che tanto mi affascinava da bambino, pur rivelandosi poi un perfetto fallimento di cui immagino che i giovani d’oggi abbiano perso il ricordo.

“Persi nel tempo” è uno dei racconti più lunghi della raccolta e, forse, il migliore, con questa coppia che si cerca nel proprio passato, incontrando il propri alter ego bambini.

Dopo il racconto, il narratore s’interroga su quando si debba scrivere un’autobiografia e se abbia senso farlo. Il mio consiglio sarebbe di non farlo mai, perché autobiografie e diari sono spesso quanto mai noiosi. Uno scrittore deve creare qualcosa che non abbia troppo a che fare con la propria vita. Se non lo fa, è uno scrittore a metà. I migliori autori sono quelli che creano mondi diversi da quelli in cui vivono.

I narratori si spostano quindi a Montebello.

“Il bambino che parlava con un raggio di luna” è una breve fiaba.

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Macchina del tempo

“24/8/79” ci porta molto più indietro di quanto si possa immaginare, a un’antica catastrofe.

“Cena a S.Aimone” racconta di uno strano esperimento sociale in cui una piccola comunità decide di vivere come se il Medioevo non fosse mai finito.

Ci si sposta, infine, a casa del narratore, che ci spiega come un tempo vivesse al Poggetto (dove io ora vivo) e di quanto gli manchi quel luogo. Da quel che so di Massimo Acciai Baggiani, la nota dovrebbe essere autobiografica.

“L’estinzione delle zanzare” ci parla di un mondo utopico. Singolare l’idea di connotarlo con la fine delle zanzare, quasi che fossero il peggiore dei mali del nostro tempo. In effetti, però, anche io ho scritto un racconto apocalittico incentrato su questi odiosissimi animali e un articolo in cui spiego come rappresentino un pericolo ben più grave di quanto si creda comunemente.

“Nato d’Agosto” è una riflessione sull’immortalità e “Duemilassessantuno”, che chiude la raccolta, è una sorta di tributo alla collina del Poggetto di Firenze.

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E TU DI CHE COSA HAI PAURA?

Risultati immagini per nero urlanteCon “Nero urlante”, torno a leggere questa pregevole congrega di autori che già avevo incrociato leggendo “Nelle fauci del mostro”.

Ho acquistato “Nero Urlante”, un’antologia edita da Mauro Pagliai e curata da Andrea Gamannossi, al Caffè-Teatro-Libreria Niccolini, durante la presentazione della raccolta di racconti.

Nero urlante” sembra quasi una prosecuzione  di “Nelle fauci del mostro”, visto che molti sono gli autori in comune, che riconosco dal precedente volume in primis il curatore di entrambi i testi, Andrea Gamannossi, nonché Sergio Calamandrei, di cui ho letto molte altre cose, Paolo Piani, Arianna Niccolai, Stefano Rossi, Simone Innocenti, Bernardo Fallani, Mirko Tondi, Vario Cambi, Paolo Romboni, cui si aggiungono qui Davide Gadda e Bernardo Fallani.

Devo dire che la qualità di questo volume mi pare superiore a quella, pur meritevole di “Nelle fauci del mostro”, forse, immagino, perché nel primo volume il tema era assai più ristretto e limitante per la creatività degli autori, giacché si parlava del famoso mostro di Firenze, che assassinava le coppiette che si appartavano in vie poco frequentate.

Nero urlante”, invece, ha come tema la paura, argomento assai più ampio e su cui ciascuno ha certo di più da dire.

Introduce la raccolta di 11 storie (il sottotitolo recita “11 scritti di paura”) il racconto del curatore Andrea Gamannossi, che dà il titolo alla raccolta, “Nero urlante”, che ci parla del vuoto che si è creato dentro una giovane donna, priva di memoria, riempito solo da un urlo straziante. Bello il finale, che ovviamente non anticipo.

Prende quindi la penna Mirko Tondi con il suo “Strategie di resistenza” sulla paura del volo. Anche qui abbiamo un bel finale che rovescia la prospettiva.

Il successivo “Fantasmi a sorpresa” di Paolo Piani parte dalla paura di un bambino per i fantasmi che il padre, in modo un po’ bizzarro, pensa di risolvere assoldando un detective privato, solo per tranquillizzare il piccolo, ma con sviluppi inattesi.

Segue Sergio Calamandrei con il suo suggestivo “Mi vogliono uccidere” che mostra un uomo distrutto dopo aver perso tutto al gioco e aver truffato i propri clienti, che teme di essere assassinato e si confida con un bambino. La morte è in agguato ma sotto spoglie imprevedibili.

Andrea Gamannossi e Arianna Niccolai

La giovane Arianna Niccolai con “Lo sguardo del cervo” esplora una paura singolare, la teofobia, la paura del divino, in un racconto dagli sviluppi mistici. Avrei detto che una simile fobia dovesse essere del tutto immaginaria, ma a quanto pare esiste davvero!

Vario Cambi, in “Occhi ridenti”, ci racconta il mescolarsi di una strana paura dei treni con il tragico attentato alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.

Paolo Romboni, con “Terapia d’urto” ci parla della claustrofobia e di una drastica cura dagli effetti negativi.

Si muove su un altro piano stilistico, rispetto al resto dell’antologia, il racconto allucinato di Stefano Rossi “Delirio fobico”, sulle crisi d’astinenza da droga.

Piuttosto fuori tema è, invece “A biscondola” di Simone Innocenti, un dialogo in totale brain-storming, se così possiamo dire, in cui la paura è solo uno degli argomenti toccati e dove non c’è poi tutto questo disagio, del resto stare a bisgondola, ci spiega l’autore, vuol dire stare bene.

David Gadda, con “Il volo” ci riporta sul piano delle fobie, parlandoci della moderna paura di volare e di un’allucinazione connessa.

Il termine “apofenia” è stato coniato nel 1958 da Klaus Conrad, che la definì come un'”immotivata visione di connessioni” accompagnata da una “anormale significatività”. I due protagonisti del racconto “Apofenia” di Bernardo Fallani sono vittime della propria apofenia complottistica che li porta a dubitare l’uno dell’altra.

Questo racconto chiude questa snella e gradevole antologia di 156 pagine, che più che una raccolta horror è un’analisi narrativa delle fobie umane, dalla paura della perdita, a quella del volo (analizzata due volte), dei fantasmi, degli assassini, del divino, dei treni, dei luoghi chiusi, del buio, dell’astinenza e dei complotti.

E tu, di che cosa hai paura?

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Antonio Pagliai, Andrea Gamannossi e Sergio Calamandrei

LA SCRITTURA SI IMPARA

Ogni tanto affronto un nuovo volume della raccolta di lezioni di scrittura uscita anni fa in allegato a La Repubblica “Saper Scrivere” della Scuola Holden fondata da Alessandro Baricco.

Spesso passano molti mesi tra uno e l’altro. Ho così ora finito di leggere il “Volume 8”.

Come di consueto è articolato nelle sezioni:

  • Scrivere per raccontare
  • Scrivere per immagini
  • Scrivere per mestiere
  • Scrivere per lavoro

Scrivere per raccontare” ci parla di Giallo & Noir, scrittura umoristica, poesia narrativa, enigmistica (“il materiale di gioco più duttile in assoluto è costituito dalle parole” scrive Ennio Peres), scrittura per ragazzi.

Oggi tendiamo considerare la poesia come una forma espressiva non finalizzata alla narrazione, eppure in passato, basti pensare ai poemi epici, la poesia serviva anche a raccontare qualcosa. Preferisco considerarmi un romanziere piuttosto che un poeta ma quando scrivo poesie, spesso amo raccontare qualcosa, piccole scene. Viceversa quando scrivo un romanzo, mi è capitato di ricercare nella prosa una certa poetica. I due generi vengono spesso tenuti separati ma hanno punti di contatto che potrebbero riavvicinarli.

Scrive Mara Dompé: “scrivere significa soprattutto scrivere per se stessi, mentre scrivere per bambini significa scrivere per gli altri”. La prima parte
dell’affermazione può non essere del tutto vera, ma lo è senz’altro la seconda. Se scriviamo per bambini possiamo cercare di scrivere per il bambino che siamo stati, ma questo non esiste più, non siamo più lui, dunque anche in questo caso scriviamo per un terzo.

La prima volta che mi sono trovato a scrivere pensando a un lettore specifico è stato proprio quando ho voluto scrivere per mia figlia di otto anni il romanzo “Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale”.

Scrivere per le immagini” ci parla delle serie TV Noir, della scrittura delle sit-com, della poesia sullo schermo (fatta di luci, inquadrature, montaggi, movimenti di macchina, dissolvenze, stacchi, trucchi ottici, dilatazioni temporali), della scrittura dei giochi per la TV e della sceneggiatura dei film di animazione (quanta più libertà che nei film con attori ma quanto più lavoro!).

Scrivere per mestiere” affronta la scrittura degli articoli di cronaca nera, il giornalismo musicale, le traduzioni, la pubblicità di rottura, la scrittura storica.

Scrivere per lavoro” parla delle forme espressive della Pubblica Amministrazione, degli SMS, dell’insegnamento della poesia, di come imparare giocando e di come insegnare in genere.

 

Leggi anche:

Volume 7

Volume 6

ALLE ORIGINI DELLA FANTASCIENZA

La rivista IF Insolito & Fantastico già aveva dedicato uno dei suoi numeri monografici alla narrativa fantaistica ottocentesca (n.13 – Ottocento fantastico) in cui venivano esplorate le origini di vari generi letterari fantastici. Il n. 16 della rivista “Proto-fantascienza” un po’ ricorda quel lavoro.

Dal numero precedente la rivista è tornata a ospitare oltre ai saggi sul tema monografico anche dei racconti, selezionati con apposito concorso. Ora ai racconti tematici di nuovi autori, se ne aggiungono altri di autori classici o affermati. Ribadisco di preferire la formula “solo saggi”, ma questo numero, riportando racconti classici o classicheggianti, si presenta comunque gradevole, avendo tali storie a volte il valore di veri documenti letterari, come il capitolo di “Eva futura” di Viliers de l’Isle Adam. Altri ci riportano a sapori dimenticati come le “Aeronavi italiche” di Max Gobbo o “L’ascensione prodigiosa” di Jean-Pierre Leagle in cui ritroviamo addirittura il verniano Capitano Nemo impegnato in un viaggio spaziale! Mi ha stupito il racconto “Spectrum” in cui utilizzando un PC domestico trai i primi diffusi nelle nostre case (ne avevo una versione successiva), lo Spectrum ZX80, i protagonisti riescono a risuscitare i morti!

Tra i racconti, dopo un’intervista all’autore, leggiamo “Il racconto di Emilio” di Bruce McAllister, una storia demoniaca ambientata in Liguria, in cui però leggo troppi errori, alcuni forse dovuti al traduttore, altri a una conoscenza che mi pare superficiale dell’Italia e del latino.

Tra i saggi ricordiamo la recensione de “L’ultimo uomo” di Mary Shelley, l’autrice di “Frankestein”, opera apocalittica da riscoprire.

Fabrizio Foni e Gianfranco De Turris ci ricordano, in due articoli, delle difficoltà ad affermarsi del fantastico italiano.

Singolare è l’articolo di Riccardo Gramantieri che ci fa vedere Giacomo Leopardi come un autore distopico.

Giuseppe Panella illustra il ruolo giocato da Guy de Maupassant nel porre le basi del genere, mentre Walter Catalano ci parla di Jack London, che i più immaginano solo come autore di storie di avventura a base di cani e lupi.

 

IMPARARE A SCRIVERE

Ancora non ho finito di leggere la raccolta di volumi pubblicati nel 2008 da La Repubblica e realizzati dalla Scuola Holden di Alessandro Baricco. L’ultimo volume, il sesto, l’ho letto nell’aprile 2013 (ne ho acquistati 9 anche se ne sono stati pubblicati di più). Non si può dunque dire che li stia leggendo a un gran ritmo, ma questo non vuol dire che non siano interessanti.

Del resto, di imparare non si smette mai e perfezionarsi nello scrivere è un’attività per la quale non basta una vita. Questi volumi offrono senz’altro spunti interessanti.

Ho così letto anche il settimo volume di “Saper scrivere – corso di scrittura”.

Come al solito, il volume, scritto da diversi autori, è articolato in diverse sezioni:

  • Scrivere per raccontare;
  • Scrivere per immagini;
  • Scrivere per mestiere
  • Scrivere al lavoro.

La prima parte è per me sempre la più interessante, sebbene io scriva anche per lavoro e quindi legga anche l’ultima con un certo interesse, ma solamente “funzionale”.

Nella sezione “Scrivere per raccontare”, questa volta, si parla di come scrivere un saggio, come fare una traduzione (rispetto letterale del testo o del senso della storia narrata?), come preparare la quarta di copertina (chi la fa, con quali obiettivi e come), dei rapporti tra scrittore e editor e delle recensioni.

Nella sezione “Scrivere per immagini” vengono ripresi alcuni argomenti della prima sezione nella loro versione visiva: il documentario (il saggio per immagini), le traduzioni (per il doppiaggio), il trailer (quasi la quarta di copertina di un film), l’editing cinematografico e la recensione televisiva.

Si parala ancora di recensioni (questa volta di film) nella parte “Scrivere per mestiere”, che tratta anche di giornalismo sportivo, ambientale e della moda e di strateghi pubblicitari.

Nell’ultima sezione (“Scrivere al lavoro”) sono trattati il comunicato stampa, la citazione bibliografica, i moduli assicurativi, la revisione di un sito web e scrittura per la pubblica amministrazione.

 

I volumi sono integrati da un DVD, ma devo dire che ne ho visto solo uno. Ho letto il volume in cartaceo, cosa che da quando uso il TTS dell’e-reader, faccio ormai sempre più raramente e lentamente, questo spiega perché un volume che in formato elettronico avrei certo finito in una settimana, è rimasto nella tasca della mia auto dal 13 settembre al 7 novembre. Da quando ho scoperto la lettura elettronica, la lettura su carta mi pare sempre meno pratica e scomoda!

FATE, STREGHE, STREGONI E FOLLETTI

Dopo aver letto il piacevole romanzo di vita calabrese “Libero arbitrio” scritto da Caterina Armentano, ho voluto provare la lettura di una sua nuova opera.

Quest’autrice ha di recente pubblicato una raccolta di favole, intitolata “L’incanto di Fantasia”, testo assai differente dal precedente.

Trovo complesso recensire le antologie, perché spesso si deve valutare lavori tra loro diversi, per argomento, stile o soggetto, ma qui abbiamo l’unitarietà del genere: la favola. Alla lettura dei racconti preferisco quella dei romanzi, che sempre hanno un maggior respiro e ci danno il tempo di entrare in contatto più stretto con la storia narrata e i suoi personaggi, cosa che la brevità del racconto non consente. Se poi i racconti sono favole, il tentativo di commentare l’antologia diviene per me ancora più arduo. Occorre cercare di immedesimarsi (lo si dovrebbe fare sempre) nel lettore potenziale, che, in questo caso, dovrebbe essere un bambino in età prescolare. Leggendo fiabe dobbiamo allora andare a ricercare il bambino che è sepolto in noi, ridestarlo.

Eppure ci sono fiabe e fiabe. Ci sono storie scritte per bambini ma che sembrano pensate per i loro genitori, ci sono favole che ci fanno tornare bambini, ci sono fiabe per adulti, ci sono racconti che solo un bambino riesce ancora a capire e amare.

Caterina Armentano

Credo che quelle de “L’incanto di Fantasia” siano soprattutto di quest’ultimo genere (il più difficile da commentare), anche se non per questo sono semplici o banali.

Il titolo dell’opera nasce del primo racconto, che quasi racchiude in sé i successivi, in una sorta di metaracconto che li unifica. Nelle prime pagine troviamo, infatti, una bambina muta e senza nome (sussultando mi è parso di ritrovare “Il Bambino Senza Nome” del mio “Il Terzultimo Pianeta”) , cui una fata le offre di scegliere come dono un nome o la voce. Dopo aver scelto la voce, la bambina si pente e chiede di avere un nome e diventa Fantasia, prodigando così i suoi doni all’umanità

Molteplici sono le figure che incontriamo in queste pagine scritte da Caterina Armentano, dalla pera vanitosa che impara l’importanza della IL TERZULTIMO PIANETAgenerosità, ai pennarelli magici capaci di dar vita a mondi fantastici, a uno strano principe capace di cambiar colore in una storia dalla morale antirazzista, alla balia malvagia il cui incantesimo sarà risolto da un insolito piccolo principe, in un mondo di magie e incantesimi, popolato da creature tipiche del fantasy come elfi, fate e fatine, streghe e stregoni e persino Babbo Natale.

Non manca la morale in questi racconti, come si confà a storie pensate per bambini che devono imparare a muoversi nel mondo, scoprendo non solo come si manovra un tablet, ma anche qual è il senso delle cose.

 

 

IL MESTIERE PIÙ ANTICO, IL MESTIERE PIÙ BELLO E IL MESTIERE DI SCRIVERE

Approfittando della loro pubblicazione all’interno della nuovissima collana “Sesso motore”, ho riletto i racconti scritti da Sergio Calamandrei attorno all’investigatore privato fiorentino Domenico Arturi e agli altri personaggi del romanzo “Sesso Motore Zero – L’unico peccato” e che ritroviamo, sempre nell’ambito del progetto “Sesso motore”, anche nel romanzo “Sesso Motore 1 – Indietro non si può”.

In genere preferisco leggere romanzi piuttosto che raccolte di racconti, perché con queste si corre il rischio di faticare molto di più, dovendoci riambientare ogni volta dopo poche pagine.

È vero, però, che i racconti che compongono questa raccolta sono autonomi tra loro e rispetto ai due romanzi o al saggio “Sesso motore 2 – Perché si fa poco sesso”, ma la silloge “Sesso motore 3 – Il mestiere più bello del mondo e altri racconti” ha una forte unitarietà, dovuta proprio alla presenza di questi personaggi, che avevamo imparato ad amare leggendo i romanzi, all’ambientazione fiorentina e a un’impostazione comune, che sovrappone alla trama gialla un’analisi della nostra società, sia come rapporti interpersonali e trai sessi, sia come Paese Italia, con le sue distorsioni, quali il traffico di droga, la camorra o le altre mafie, gli abusi edilizi (centrali nel secondo romanzo) o l’assurda macchina del divertimento delle crociere.

Il ritmo nei racconti, per loro natura, accelera, però, rispetto ai romanzi e Calamandrei si permette qualche tocco ironico in più, dato anche dallo sviluppo a volte imprevisto delle indagini, che spesso partono da poche cose, come la morte di una coppia di gatti o la verifica della soddisfazione della clientela su una nave da crociera, per arrivare poi a scoprire un marciume assai più profondo, che Calamandrei ci presenta magari con leggerezza ma non per questo senza fare una denuncia significativa del nostro vivere quotidiano, che lascia il suo segno.

Completo dunque con questo volume, la lettura/ rilettura (dato che anche i racconti li avevo letti man mano che Calamandrei li pubblicava altrove) di questa collana / progetto, che non saprei se definire quadrilogia, dato che i volumi principali vanno da Zero a 3, ma forse lo Zero (scritto a lettere, proprio per distinguerlo dagli altri) non lo dovrei contare e dovrei contare invece “Sesso motore 4 – Assaggi gratis”, l’ebook che contiene stralci degli altri tre volumi e, allora, contandoli tutti dovrei parlare di pentalogia.

Quanti siano i volumi, lascio a voi di giudicarlo, ma posso certo dire che Calamandrei, sia che scriva romanzi, saggi, racconti o articoli (che ho letto altrove) è autore che si fa leggere volentieri e che lascia sempre qualcosa al lettore, siano spunti di riflessioni o siano vere e proprie informazioni che ci arricchiscono culturalmente, come qui, per esempio, la descrizione della vita della pittrice toscana Artemisia Gentileschi, il cui stupro ha reso una bandiera della lotta contro la violenza sessuale. Cito proprio questo brano tra tanti, per lo strano caso che mi è capitato: avevo appena finito di leggere il racconto in cui se ne parla (un furto di una pala d’altare da un museo fiorentino), quando sono entrato in un’azienda e sul bancone all’ingresso trovo un pacco di volantini in cui campeggiava la scritta “Artemisia”: proprio come era scritto nel racconto si trattava dei depliants di questa associazione contro la violenza, di cui non avevo ancora mai sentito parlare, e di cui scriveva Calamandrei!

Insomma, se tutti sapete qual è il mestiere più antico del mondo, non vi voglio rivelare quale sia quello più bello, ma vorrei almeno dire che il mestiere di scrivere Calamandrei lo conosce bene.

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Sergio Calamandrei (Coimbra, agosto 2013)

 

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