Archive for gennaio 2014

L’INGANNO DEL NOBEL INCIPIT

Orhan Pamuk

Orhan Pamuk

La nuova vita” di Orhan Pamuk ha un incipit che penso sia in grado di affascinare non pochi lettori, soprattutto quelli che amano particolarmente i romanzi:

Un giorno lessi un libro e tutta la mia vita cambiò. Fin dalle prime pagine ne percepii a tal punto la forza che mi parve quasi che il mio corpo si staccasse dalla sedia e dal tavolo a cui sedevo per allontanarsene. Ma nonostante avessi sentito il mio corpo staccarsi e allontanarsi, io ero più che mai su quella sedia e davanti a quel tavolo, con tutto il mio essere e tutto il mio corpo e il libro mostrava i suoi effetti sulla mia anima come su tutto ciò che mi apparteneva”.

Chi di voi non vorrebbe un libro così? Quale lettore non vorrebbe un libro che possa cambiargli la vita? Chi più di un lettore sogna un’altra vita?

Ebbene, con una simile premessa ci aspetteremo che quel libro sia proprio quello che stiamo leggendo o che almeno ci si avvicini. Purtroppo segue un centinaio di pagine di astrattezze, continue riflessioni e osservazioni personali del protagonista Osman, fastidiosi elenchi, nella quasi totale assenza di azione, a meno di non considerare tale la descrizione di banali gesti quotidiani. Neppure questo pseudobiblion al centro della narrazione prende forma. Non ne conosciamo la trama e per molte decine di pagine neppure il titolo!

Poi, finalmente, qualcosa in questo metaromanzo si muove. Il protagonista incontra il Dottor Narin, padre dell’evanescente Mehmet dai molti nomi, scopre che questo faceva sorvegliare il proprio figlio e tutti gli altri lettori del Libro da una squadra di agenti segreti, ognuno soprannominato come la marca di un orologio (la migliore o forse l’unica trovata simpatica del libro). Le loro relazioni cominciano a dare un po’ di vivacità alla storia, a farci vedere un po’ di avventura. Capiamo anche la filosofia del padre di Mehmet e, pian piano dell’autore del Libro. I personaggi e, forse anche l’autore, combattono il diffondersi del pensiero occidentale in Turchia, la morte dell’anima turca.

Poi, il giovane protagonista risprofonda nelle sue elucubrazioni, Pamuk ci elargisce numerosi altri inutili elenchi, finché l’amata Canan non si allontana e allora Osman la cerca. Poi scopre che l’autore del Libro è suo zio Rifkin. Ogni tanto si perde in nuove tediose elucubrazioni, poi riprende l’indagine su perché fu scritto il Libro e da chi e cosa fu ispirato. Scopriremo quindi che lo zio ferroviere si è ispirato a numerose opere letterarie occidentali tra cui, più volte citata, la “Vita Nova” di Dante Alighieri, eppure il titolo del Libro, che scopriremo infine essere proprio “La nuova vita” (stesso titolo del romanzo di cui stiamo parlando), sembra sia stato ispirato a una marca di caramelle con un angelo effigiato sulla carta e che Osman mangiava da bambino.

Ho letto questo libro nel tentativo di conoscere un altro degli autori insigniti del Premio Nobel che non ho ancora letto.

Purtroppo, sebbene tra i Nobel ci siano scrittori che ho apprezzato molto come Thomas Mann, Luigi Pirandello, Herman Hesse, André Gide, Ernest Hemingway, Albert Camus, John Steinbeck, Pablo Neruda, William Golding, Gabriel Garcia Marquez, Toni Morrison, Dario Fo (per il teatro), José Saramago e Mo Yan (che ne dite di questo elenco? Noioso come quelli di Pamuk?), ultimamente, sarà perché sono autori che sto leggendo solo per il fatto che hanno vinto il Premio e non per un interesse particolare, sto rimanendo molto deluso da questi scrittori.

Dopo Doris Lessing e Alice Munro, ora anche Orhan Pamuk mi delude, scrivendo un romanzo come mi sarei aspettato da un qualunque dilettante, al quale, se mi avesse chiesto un parere spassionato prima di proporre il volume a un editore, avrei detto di cuore di riscrivere il tutto, di inserire dei dialoghi, di mostrare e non raccontare, di non perdersi in riflessioni, di far agire di più i personaggi, di essere più concreto, di creare un ambientazione più credibile, di non creare false aspettative nel lettore e, poi, se non mi avesse mandato a quel paese, avrei provato a dargli consigli su come migliorare le singole parti, per esempio eliminando i continui elenchi. Visto però che a scrivere non è un esordiente alle prime armi, ma uno dei massimi lumi della letteratura mondiale, mentre io non sono nessuno, mi chiedo se non sia io a sbagliare tutto. Eppure, chiuso questo libro, ne ho iniziato uno di Stephen King e per me, queste prime pagine, sono state come tornare a respirare aria di montagna dopo un’apnea sottomarina.

Ho letto di recente il saggio “Scrivere un libro (e farselo pubblicare)”, incentrato soprattutto su incipit e scelta del titolo. “La nuova vita” credo, come scritto all’inizio, che abbia un buon incipit e credo che debba a questo, soprattutto, il suo successo, anche se ha un difetto: delude il lettore (o almeno me!). Crea delle aspettative che non trovano soddisfazione nelle pagine successive. Quanto al titolo, sono incerto se considerarlo buono. In un certo senso lo è, perché è semplice ed essenziale, fa riferimento a un’ispirazione comune a molti: avere una vita diversa. La nuova vita cela in sé anche aspettative trascendentali di vita oltre la morte, di vita spirituale. Eppure mi pare un titolo troppo comune, troppo banale, troppo usato. Del resto il nostro Dante lo usava già nel 1300! Allora poteva avere un senso. Oggi mi suona vecchio. E difficile da assimilare. Non da ricordare. Una volta imparato non si dimentica, ma non è qualcosa che ti entra in testa. Non nella mia almeno. Sarà per questo che Pamuk ha vinto il Nobel e io neanche l’orsacchiotto al tirassegno?

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UN PO’ DI FOTO DI GATTINI

Da quando, in occasione dell’ultima epifania, abbiamo preso in casa una gattina, sto pensando di trovare un libricino per aggiornarmi in merito alle cure domestiche per queste creature. I volumetti che ho in casa sono infatti piuttosto datati e anche l’ultimo che ho letto mi ha dato poca soddisfazione (“La piccola bibbia per chi ama i gatti” di Cerys Owen). Nel negozio di libri usati sotto casa ho visto un libro illustrato di ampie dimensioni (circa 30×25 cm), anche se di poche pagine e visto il modesto prezzo, in mancanza di meglio, l’ho preso.

Contiene alcune graziose foto di cuccioli di gatto di varie razze con alcune semplici informazioni su ciascuna di queste e altrettanto sbrigative notizie sulla cura e le abitudini dei gatti, senza alcuna pretesa di esaustività, completezza o rigore descrittivo. Un volume piacevole da sfogliare. La lettura integrale non richiede più di dieci o quindici minuti.

 

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Bri a tre mesi

GLI AMICI SCOMPAIONO (E A VOLTE SI SUICIDANO)

 

Risultati immagini per Tokyo bluesHaruki Murakami (村上 春樹 – Kyoto, 12 gennaio 1949) è un autore che mi incuriosisce, nel senso che ancora non sono riuscito a capire quanto mi piaccia e quanto sia davvero uno dei migliori autori di questo XXI secolo. Che abbia delle indubbie qualità è testimoniato anche dal fatto che più volte sia stato fatto il suo nome tra i possibili Premi Nobel per la Letteratura, sebbene non l’abbia ancora mai vinto.

Di lui avevo già letto “Kafka sulla spiaggia”, “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, “L’arte di correre”.  “Tokyo blues” (pubblicato nel 1987), anche noto come “Norwegian blues” è uno dei suoi titoli più importanti, quindi non poteva mancare in questo percorso di scoperta.

L’arte di correre” non è un romanzo ma qualcosa a metà tra un testo autobiografico e un saggio su scrittura e corsa, quindi non fa particolarmente testo in quest’analisi. I due romanzi hanno forti componenti immaginarie e ci portano in mondi di fantasia in modo originale e mi era parso di cogliere la qualità di questo scrittore proprio nella sua capacità di calarsi con la dovuta leggerezza in questi universi inventati. “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, però, mi aveva lasciato piuttosto perplesso per una certa prolissità e per un attardarsi nella descrizione dei dettagli.

Tokyo blues” è lettura del tutto diversa dalle altre tre. La componente immaginaria è del tutto assente, sebbene una dei personaggi abbia qualche leggero disturbo mentale, ma questo non porta Murakami a calarci in un mondo di allucinazioni, come mi sarei aspettato dalla lettura degli altri due romanzi.

Tokyo blues” è un romanzo che nasce con un “difetto” strutturale per il mio modo di valutare un’opera di narrativa: ha una trama esile. Questa si può riassumere agevolmente, senza togliere nulla al piacere di chi dovesse ancora leggere il libro: un ragazzo, nell’arco della sua vita che va dai diciassette a poco più di vent’anni, perde alcuni amici e amiche.

Forse la grandezza di questo autore può essere trovata proprio nella capacità di realizzare un romanzo valido pur rinunciando a questo fondamentale elemento. In realtà, non si può dire che la trama sia del tutto inesistente. È invece il suo rapporto con i personaggi a essere rovesciato. Per me in un buon romanzo i personaggi devono essere al servizio della trama. Qui invece è l’inverso. “Tokyo blues” è un libro costruito sul protagonista e sugli altri personaggi. Per descriverlo e descrivere i suoi amici, Murakami inventa delle piccole storie. Ogni personaggio nasce dunque da queste piccole trame. “Tokyo blues” è dunque un ritratto narrativo. Un dipinto in cui accanto al protagonista, per completarlo e descriverlo pienamente, vediamo i ritratti di chi gli è intorno. Eppure non siamo portati a distrarci o a perderci come in una raccolta di racconti, perché queste storie sono elementi fondamentali nella costruzione dei personaggi e quindi del libro.

Cercando di analizzare alcuni best-seller (il primo fu la serie di Harry Potter), avevo individuato alcuni ingredienti fondamentali per il successo di un romanzo d’avventura: trama, strutturazione, ambientazione costante;  ripetitività e ritualità, magia come estraneamento dalla realtà, mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia, linguaggio inventato, amicizia, lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto, compenetrazione tra il Bene e il Male, tanti nemici, grandi e piccoli, un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale, spettacolarità, competizione, mistero, suspance,  paura, avventura, iniziazione e crescita verso l’età adulta, morte.

Tokyo blues” non è un romanzo d’avventura, quindi, chiaramente, sarà difficile trovarci tutti tali elementi. Sono peraltro presenti amicizia, iniziazione e crescita verso l’età adulta e morte. Se davvero fossero necessari tutti gli elementi visti per Harry Potter per fare un romanzo di successo, questo non avrebbe molte possibilità! Dunque quelli che sono elementi importanti per un romanzo, non lo sono affatto per altri. Non contano solo gli “ingredienti”, ma anche le “dosi”.

L’assenza di trama può essere compensata da una “dose” maggiore di personaggi. Se un elemento è ben realizzato e sviluppato può, come in questo caso supplire abbondantemente all’assenza di altri.

Se analizzando “Harry Potter” mi ero chiesto cosa ne avesse determinato il successo,  mi chiedo ora quali elementi fanno sì che a me, personalmente, piaccia un romanzo.

I primi due romanzi che ho letto di Murakami mi erano piaciuti, credo, soprattutto per il mondo magico descritto. “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” mi era piaciuto anche per le sue riflessioni sul tempo (tema che mi affascina sempre) e per il tentativo di descrivere una storia sulla coscienza e sui suoi limiti. In “Kafka sulla spiaggia” c’è ancora un interessante fuga dal tempo e c’è una storia di crescita e di iniziazione.

In “Tokyo blues”, come già scritto, non c’è magia e non ci sono neppure riflessioni sul tempo e la coscienza. In “Tokyo blues” si parla soprattutto di amicizia, tra un ragazzo e altri ragazzi, ma anche tra lui e delle ragazze. In questo caso, si coglie il sottile confine tra amicizia e amore. L’amicizia appare come un bene prezioso ma fragile, fugace. È prezioso proprio per questo. Il protagonista, che è anche la voce narrante, Tōru Watanabe, perde, infatti, i suoi amici più cari, anche se talora (penso a Midori Kobayashi) torneranno. All’inizio formava un terzetto molto stretto con Kizuki e Naoko, ma, una
dopo l’altro, si suicidano entrambi. “Tokyo blues” diventa quindi romanzo sulla perdita e il suo dolore, sul bisogno di superarlo e di crescere e maturare attraverso il superamento di questo dolore. Questo ne fa lettura intensa ed emotivamente coinvolgente. Ecco, dunque, tre degli “ingredienti” di cui parlavo, amicizia, morte e crescita, che riempiono lo spazio vuoto lasciato dagli altri.

Se questo romanzo mi è piaciuto, nonostante l’assenza della creatività immaginifica che mi aveva fatto avvicinare a questo autore giapponese, credo sia per la forte presenza di questi elementi, oltre che per l’efficace descrizione dei personaggi.

Da autore ucronico e amante del genere fantastico (dove l’ambiente è fondamentale), non posso poi non notare qui un’ambientazione particolare. Siamo in Giappone, un Giappone molto reale, e talora si citano alcune città e luoghi di questo Paese, ma la storia avrebbe potuto svolgersi in qualunque Paese moderno. I riferimenti e le citazioni di opere musicali e letterarie sono numerose, a partire dalla canzone “Norvegian Wood” che dà il nome ad alcune edizioni del romanzo, ma sono quasi sempre titoli occidentali.

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Haruki Murakami

Siamo a Tokio ma potremmo essere benissimo a Berlino, Londra, Roma o Parigi. Tradiscono l’ambientazione solo alcuni rari termini giapponesi, più che altro legati alla cucina e all’arredamento. Come mai Murakami si rivela così poco giapponese? Nelle note alla fine del volume rivela che il romanzo è stato scritto tra la Grecia, la Sicilia e Roma. Indubbiamente questo deve avere avuto il suo effetto sulla scrittura, così come il fatto, sempre citato a fine volume, che Murakami ascoltasse musica occidentale e soprattutto Sergent Pepper dei Beatles mentre scriveva.

In conclusione, questo romanzo mi è piaciuto e si collocherà senz’altro tra le mie letture preferite, anche se non saprei ancora a che posto; però, sebbene abbia capito che Murakami sa essere autore vario e diverso da libro a libro, cosa che considero un grande pregio, ancora non saprei quanto sia geniale e se lo voterei per il prossimo Premio Nobel.

GUIDA INTERGALATTICA PER GATTARE

Bibbia Gatti

Essendo appena entrata in casa una gatta di due mesi e mezzo, ho letto il volumetto “La piccola bibbia per chi ama i gatti” di Cerys Owen. Si tratta di un libricino senza pretese che, con il probabile intento di mantenere un tono leggero, mp

escola le informazioni più disparate sulle malattie, l’alimentazione e le abitudini dei gatti, con curiosità, notiziole storiche, suggerimenti sui nomi da dare ai nuovi cuccioli. Per chi parte da zero è comunque una lettura piacevole e non priva di spunti utili. Peccato non sia illustrato.
Gatta di due - tre mesi

LA LEGGERA INFELICITÀ DI IERI

Ho appena letto la veloce raccolta di racconti dell’autrice fiorentina Chiara Sardelli dal titolo di sapore leopardiano “Sudate carte”. Sono storie spesso venate da una lieve tristezza malinconica, che arrivano a commuovere, nel toccare i piccoli dolori del quotidiano, specie quando raccontano di momenti di vita di un passato in cui la povertà era una realtà più che un ricordo o, come forse comincia a essere oggi, in questi anni di crisi, una paura per il futuro.

La silloge comprende i racconti: Compito in classe; Rosso di sera; Il crocefisso del re pescatore; E mi aspettano i campi; Un’occasione mancata; Ciottoli di terra cotta; Breve epitaffio; San Frediano battezza un angelo del fango.

Quasi sempre  vi si parla di una toscana antica e contadina, non quella più prospera affacciata sul mare, ma quella montanara e chiusa in sé, in cui, come si legge espressamente in due racconti, i protagonisti non conoscono neppure il mare. È un mondo ristretto e avvolto su se stesso, ma proprio per questo vivo e vibrante, colmo di sentimenti e di energie che vorrebbero venir fuori.

L’e-book è per ora autoprodotto dall’autrice e credo sia ancora in attesa di un editore che lo possa valorizzare come merita.

 

Firenze, 06/01/2014

COME SCRIVERE UN INCIPIT E SCEGLIERE IL TITOLO DI UN ROMANZO

Scrivere un libro (e farselo pubblicare)” è una raccolta di testi e di consigli di vari autori su come si scrive un romanzo, realizzata a uso e consumo dei partecipanti al concorso di scrittura “IoScrittore” edito dalla Mauri Spagnol, alla cui prima edizione ho partecipato con soddisfazione (pur non vincendo) con la prima versione del mio romanzo “La Bambina dei Sogni”. Dico di aver partecipato con soddisfazione perché il concorso è stato un utilissimo e importante momento di confronto con altri autori, dato che ognuno partecipava anonimamente non solo sottoponendo un proprio testo ma anche leggendo quelli degli altri, prima gli incipit e, poi, se si superava, come nel mio caso, la prima fase, anche l’intero romanzo. Ho potuto così ricevere numerosi e validi commenti al mio lavoro che mi hanno permesso di affinarlo e di avvicinarmi a quello che è ora il romanzo (poi sottoposto anche a web-editing, come chiamo io la revisione in rete di un testo).

Scrivere un libro (e farselo pubblicare)” non è il primo manuale di scrittura che leggo e non mi aspettavo quindi di scoprirvi grandi novità. In effetti, è stato così. Però, considerata la fase attuale del mio romanzo (ancora piuttosto lontano dalla fine), leggere queste poche pagine mi ha fatto riflettere utilmente su vari aspetti della mia opera in fieri e la lettura si è quindi rivelata davvero utile.

Il volume comincia con una breve antologia di consigli su come dare un titolo a un romanzo, segue poi un’analoga raccolta sugli incipit. Queste prime due parti mi sono parse le più sviluppate, organiche e valide del volume, dato che il resto del volume parla di personaggi, trama, motivi per cui si scrive, lettori ecc. in modo meno preciso e sistematico, se mai tali attributi possono essere associati a una raccolta di scritti di autori diversi. Nella seconda parte, mi ha incuriosito soprattutto l’aforisma secondo il quale chi non legge è un anoressico dell’anima con la successiva dieta del lettore, dove i classici sono le proteine, i bestseller gli amminoacidi e i libri che amiamo le vitamine. Direi che l’elenco è un po’ incompleto, ma il concetto di una dieta bilanciata di letture è qualcosa su cui concordo e che, dopo questa lettura, forse potrei cercare di realizzare in modo più sistematico.

Sono state però le due parti iniziali su titolo e incipit che mi hanno fatto riflettere e ragionare di più. Il romanzo che sto scrivendo aveva un titolo provvisorio (ma per me questi tendono a diventare quelli definitivi) che suonava “Via da Sparta”. Si tratta di un’ucronia ma con vari altri elementi per cui il riferimento all’antica città greca mi pareva delimitare troppo l’opera. Dopo aver letto il capitolo, ho cambiato il titolo in “La luce oltre l’urlo”. Non so se sarà quello definitivo e se non tornerò, magari, a quello iniziale, ma la riflessione è stata utile.

Lo stesso dicasi dell’incipit. Prima era:

“Una goccia di sudore scivolò lungo il ragno tatuato sulla sua fronte. La ragazza la asciugò con il dorso della mano. Respirava a fatica l’aria densa del respiro pesante delle altre donne. In quello spazio stretto e tetro nessuna finestra si affacciava sull’esterno, ma Aracne sapeva che era sera. Lo capiva dalla propria stanchezza.”

Ora comincia con:

“Aracne viveva in un tempo che non le apparteneva. In un tempo che non è neanche il nostro. Aveva diciassette anni ma non si sentiva giovane. Non considerava la sua un’età felice. Non erano cose cui pensasse. Non ne aveva il tempo.”

I titoli li cambio meno spesso, ma gli incipit li rimaneggio numerose volte e con buona probabilità questo non sarà quello finale. Ogni incipit ha in sé qualcosa di buono e non esiste quello perfetto, eppure si può sempre migliorare. Non conoscendo il resto del romanzo è difficile dare un parere, ma cosa ne pensate? Quale titolo e quale inizio preferite?

Un altro aspetto che questa lettura mi ha indotto a rivedere è la presenza di un vero antagonista. Quelli attuali forse sono ancora troppo poco marcati e la loro contrapposizione alla protagonista non è essenziale. Penso sia qualcosa su cui lavorare, anche se non è detto che arriverò a inserire un vero “cattivo”.

Tornando a “Scrivere un libro (e farselo pubblicare)” devo dire che l’ho apprezzato, se non altro proprio perché mi ha spinto a intervenire sul mio lavoro. Da un manuale non si può pretendere di più o di meglio.

 

Firenze, 04/01/2014

SI PUÒ TRASFORMARE UNA BATTAGLIA IN ROMANZO?

Il romanzo “300 guerrieri” di Andrea Frediani descrive l’epica battaglia delle Termopili, in cui un pugno di greci affrontò in uno stretto lo sconfinato esercito persiano di Serse, rallentandone l’avanzata nella campagna per la conquista della Grecia.

Sebbene il mito ci faccia pensare a 300 opliti spartani guidati da uno dei loro due re, Leonida, che da soli affrontano milioni di persiani, in realtà, sebbene la sproporzione numerica fosse notevolissima il rapporto di forze era diverso, poiché accanto ai 300 spartani c’erano vari contingenti di altre città greche per un numero che superava probabilmente i 4.000 effettivi, come scrive Frediani, o i 7.000 secondo altre fonti. Occorre però dire che, quando ormai l’esito della battaglia era evidente, Leonida, per evitare la perdita di maggiori forze, lasciò liberi gli altri contingenti di partire, cosa che fecero quasi tutti, lasciando allo scontro finale poco più dei soli trecento spartani, che furono massacrati. I persiani, invece, potrebbero essere stati, sebbene numerosissimi, 100.000 o 150.000. I greci li trattennero per una settimana, di cui tre giornate di battaglia, permettendo alla flotta greca di organizzarsi.

Su questa battaglia ho appena finito di leggere un altro romanzo, “Lo scudo di Talos” di Valerio Massimo Manfredi e ricordò ancora bene il fantasioso film “300” tratto dal fumetto di Frank Miller.

Il film-fumetto affronta con un tono del tutto fantastico e molto epico, nonostante la sua ironia, lo scontro e difficilmente si può rapportare a questo romanzo, che si presenta storicamente dettagliato e approfondito.

Più interessante appare il confronto con l’opera del documentarista italiano.

La scelta di Frediani è quella di descrivere quasi solamente la battaglia e i suoi preparativi attraverso gli occhi di uno dei pochi sopravvissuti, Aristodemo, nome reale, uno dei due opliti scampati alla battaglia.

Manfredi, invece, affronta un periodo temporale molto più ampio e lo fa in modo più fantasioso e romanzesco inventandosi un protagonista, l’oplita zoppo Talos, lo schiavo di uno dei due guerrieri spartani sopravvissuti, cui dà però un nome di fantasia. Il personaggio è del tutto fantasioso: si tratta di un figlio di spartiati (la classe dominante di Sparta) che viene abbandonato nei boschi da bambino perché zoppo ma, salvato dagli schiavi iloti, ritrova il fratello (il sopravvissuto) divenendone schiavo e poi ritornando al ruolo che gli spettava per nascita.

Andrea Frediani

Andrea Frediani

Entrambi gli autori descrivono la vergogna del sopravvissuto e il disprezzo della città, cosa plausibile, visto la cultura degli spartani, tanto è vero che, come nella realtà, in entrambi i romanzi, l’altro sopravvissuto si suicida. Con la nostra mentalità questo può sembrare esagerato e strano, considerando soprattutto che a salvarsi furono anche le migliaia di greci che si ritirarono a metà battaglia, ma per uno spartano era importante non tradire e abbandonare i propri compagni di falange. Che cosa avessero fatto gli altri greci evidentemente non importava loro molto.

I personaggi dei due romanzi si trovano ad abbandonare i loro compagni per forze superiori alla loro volontà. Per Manfredi è Leonida ad allontanare i due fratelli (spartiate e ilota) per cercare aiuti. Per Frediani Leonida manda Aristodemo in missione a uccidere Serse. Aristodemo e il suo compagno falliscono e tornano con una grave infezione agli occhi che li rende temporaneamente ciechi. Il compagno, Eurito, decide di combattere lo stesso. Aristodemo preferisce farsi portare via con i feriti gravi.

I due personaggi cercano dunque riscatto alla propria situazione di vigliacchi combattendo ancora. Per Manfredi il sopravvissuto si trasforma in una sorta di guerrigliero solitario che con l’aiuto di Talos combatterà contro i persiani, fino a immolarsi poi a Platea.

L’Aristodemo, nel breve epilogo post-battaglia dedicatogli da Frediani, ottiene di combattere a Platea, anche lui finisce a combattere da solo, ma semplicemente perché esce dalla formazione, affrontando e uccidendo numerosi nemici. Questo però non lo riabilita del tutto, perché uno spartano deve combattere sempre in formazione.

Altra grande differenza tra i due romanzi è la figura di Leonida.

Per Manfredi il re si trova in battaglia contando su aiuti che non riceve e, quindi, viene sacrificato dalla città e dai suoi avversari.
Per Frediani la figura è assai più complessa. Aristodemo, figura travagliata e piena di dubbi sulla propria identità di guerriero, è anche l’amante della moglie del re, la regina Gorgo. Questa gli descrive il marito come un violento, un avventuriero e un uomo che mira solo al proprio interesse personale, recatosi alle Termopili in cerca di gloria ma per nulla intenzionato a morirci. Aristodemo le crede (convincendo anche i lettori), ma poi scopre che Leonida è invece un eroe valoroso, come testimonierà con la propria morte, mentre Gorgo è una bugiarda ambiziosa e amante di Pausania, che grazie alla morte di Leonida, può divenire re a sua volta.

"300" - Miller

“300” – Miller

Il romanzo di Frediani si presenta estremamente dettagliato, presentandoci e facendoci conoscere e amare molti dei guerrieri, mostrandoci i loro scontri con grande precisione e numerosi particolari. Si tratta quindi, per me che cerco di documentarmi sullo spirito di Sparta, di un testo molto interessante. Sicuramente è molto più preciso e corretto de “Lo Scudo di Talos”, pur un’opera di un certo rigore storico.

Occorre però dire che costruire un intero romanzo, anche di una certa lunghezza, tutto su una battaglia non è cosa facile e il risultato, anche se positivo, non può che affascinare i soli intenditori o gli amanti delle imprese campali.

Oltretutto c’è una lunga parte preliminare in cui assistiamo all’attesa della battaglia, durante la quale impariamo a conoscere i vari personaggi mentre si cimentano in gare atletiche. Possibile che dei soldati passino le giornate, di grande tensione, prima di uno scontro da cui sanno che difficilmente usciranno vivi in gare sportive? Credo si tratti di un espediente narrativo di Frediani, ma che, oltre a essere il meno storicamente convincente, mi ha annoiato abbastanza, proprio per il suo spostare la tensione su scontri ludici di assai minor interesse dell’epica battaglia in arrivo.

Aristodemo, poi, mi pare troppo tormentato e pieno di dubbi per un greco e, soprattutto, per uno spartano dell’epoca, troppo psicologicamente moderno.

Insomma, “300 guerrieri” si presenta come un romanzo che, nonostante il tema, piuttosto pesante, scorre bene, anche se con qualche momento meno convincente, ma “Lo scudo di Talos”, assai meno realistico, è però più coinvolgente e narrativamente meglio costruito.

 

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