Archive for gennaio 2016

LA COSCIENZA DEGLI OGGETTI

A volte i premi nobel mi deludono, ma non José Saramago. La sua creatività, fantasia, eleganza e raffinatezza si colgono persino in un’opera minore come la piccola raccolta di racconti surreali “Oggetto quasi”.

Il primo racconto “Sedia” pare quasi un esercizio di stile. Saramago si dilunga per varie pagine nel descrivere la caduta di una sedia e nel farlo ci parla del legno con cui è fatta o avrebbe potuto essere fatta, dei tarli, della produzione delle sedie, ma soprattutto ci descrive, con un’ironia sottile la morte del dittatore Salazar.

Con “Embargo” siamo dalle parti della fantascienza surreale, quella senza una spiegazione scientifica, con un’auto che si muove da sola, trascinando con sé il conducente, imprigionato al suo interno, forse metafora del nostro essere prigionieri della tecnologia.

In “Riflusso” un sovrano decide di concentrare tutti i morti del regno, umani e animali, in un unico immenso cimitero circondato di alte mura. Poco per volta vi sorgono attorno quattro città, che rendono il cimitero meno raggiungibile e la gente riprende a seppellire i morti in giro per il regno, il cimitero e le quattro città decadono, a testimonianza che morte e vita non possono restare separate e che l’uomo non può dominare e piegare al suo volere le leggi della natura.

José de Sousa Saramago (Azinhaga, 16 novembre 1922 – Tías, 18 giugno 2010) è stato uno scrittore, giornalista, drammaturgo, poeta e critico letterario portoghese, premio Nobel per la letteratura nel 1998.

Cose” è una drammatica distopia. Descrive un mondo all’apparenza perfetto ma del tutto burocratizzato e diviso in tante classi quante sono le lettere dell’alfabeto, in cui, un giorno le cose, un po’ per volta cominciano a scomparire. In realtà, non scompaiono ma si trasformano in persone (o quasi). Il Governo reagisce stimolando la delazione (sebbene del tutto inutile, non essendo la situazione colpa di nessuno) e scatenando una guerra (altrettanto inutile, non essendoci alcun nemico), fino alla scomparsa dell’umanità e all’inizio di una nuova era, dominata dagli ex-oggetti.

Centauro”, con ironica seppur triste melanconia, ci mostra una di queste creature, sopravvissuta per millenni fino ai giorni d’oggi, con tutte le assurde difficoltà che derivano dal suo essere metà uomo e metà cavallo, a partire dalla scomodità per dormire fino alle pene d’amore, destino di tutti i meticci del mondo.

Rivincita” è un semplice doppio quadro di un ragazzo che vede castrare un maiale, quindi va al fiume, si spoglia e si dirige verso una ragazza che si sta spogliando dall’altro lato del fiume, una pittura in movimento fatta di parole e contrasti.

In questi racconti spesso incontriamo oggetti o cose inanimate che si ribellano alla loro funzione passiva e si attivano divenendo protagonisti e attori, nel senso di soggetti agenti, quasi  a volerci mostrare che tutti hanno una propria dignità e coscienza, non solo ogni essere umano, ogni animale, ma persino cose che crediamo inanimate (“senz’anima”), che invece si rivelano avere una propria coscienza e volontà.

La scrittura è intensa e ricca di riferimenti culturali, rendendo storie semplici (il caso esemplare è quello della sedia che casca) complesse descrizioni del mondo in cui viviamo e regalandoci implicazioni e connessioni degne di questo mondo interconnesso da infiniti link, che Saramago sembra già prefigurare nel suo modo di narrare in questa raccolta dell’ormai lontano 1978.

PER FORTUNA CHE LANSDALE C’É

Che sollievo leggere un romanzo di Joe R. Lansdale! Dopo aver letto libri tra loro piuttosto diversi come “Nessun luogo. Da nessuna parte” di Christa Wolf, “Le ore” di Michael Cunningham, “Volgi lo sguardo al vento” di Iain M. Banks, faticando a tenere la dovuta attenzione (leggo con il Text-To-Speech, che certo non facilita le cose), temevo di essere diventato improvvisamente distratto, ma è bastato leggere il racconto di LansdaleDeadman’s road” per riacquistare la dovuta fiducia nelle mie capacità di concentrazione. Mi sono quindi rivolto a un’opera di Lansdale più corposa, come “In fondo alla palude” e per fortuna ho ritrovato totalmente sia la mia attenzione, che il mio amore per la lettura.

Lansdale è decisamente uno che sa scrivere!

Se nei primi due romanzi citati la maggior debolezza era la fragilità (o assenza) della trama, Lansdale, invece, ne costruisce una solida e concreta che tiene il lettore avvinto alle pagine. La concretezza è anzi il massimo pregio di questo romanzo, anche se dietro ai delitti di un serial killer che ammazza le donne, le lega e le getta nel fiume, si aggira lo spettro di un presunto Uomo Capra. Un tocco di magia non guasta. Il punto di vista è quello di un bambino, cosa che ne fa un grande romanzo di crescita e iniziazione e da spazio alle paure, avvicinandolo ai migliori lavori di Stephen King. La concretezza la ritroviamo anche nell’ambientazione, sempre vivida ed efficace. Il mistero è fitto, ma non c’è il classico difetto di “lontananza” dei romanzi gialli: l’investigatore è fortemente coinvolto, il figlio dell’agente (l’io narrante) lo è ancora di più e si rivela il vero detective della storia nonostante i suoi dodici anni. Il contesto è un ambiente ristretto in cui tutti conoscono tutti. Si intrecciano amicizie vive e morte, amori antichi e nuovi. Oltre al grande cattivo misterioso, Uomo Capra o serial killer che sia, non mancano tanti piccoli uomini deboli o malvagi o entrambi. Insomma, ci sono molti degli ingredienti che ho più volte indicato come fondamentali per fare un buon romanzo.

 

Joe Richard Harold Lansdale (Gladewater, 28 ottobre 1951) è uno scrittore statunitense, autore di romanzi, di racconti, di fumetti e di fantascienza oltre che di testi per la televisione, e di sceneggiature per il cinema.

Joe R. Lansdale si era già guadagnato le primissime posizioni tra i miei autori preferiti con la lettura di “Acqua buia”. I suoi primi romanzi da me letti sono stati quelli della trilogia “La notte del Drive-in” (1988, 1989), che mi avevano incuriosito, anche se erano forse troppo esagerati nella loro assurdità pulp.

Cielo di sabbia” (2011), letto in seguito,  mi è parso un bel romanzo, capace di reggere il ritmo, con una storia ben costruita e affascinante. Incuriosito, ho letto, quasi subito dopo aver finito il precedente, “Acqua buia” (2012), che si è rivelato persino più intenso e coinvolgente. Sebbene privo degli elementi fantastici che caratterizzano la scrittura di Stephen King, questa storia mi è parsa molto vicina ai registri narrativi del Re del thriller, con una trama intensa se non intensissima (grande pregio), priva, direi del tutto, di cali di tensione narrativa, senza neanche una pagina inutile (dote rarissima), con personaggi che si fanno ricordare (anche qui come in molte opere di King, molto giovani), e un’ambientazione interessante.

Che cosa rende gradevole la lettura di un romanzo di Joe Richard Harold Lansdale? Leggendo “La foresta” mi era parso potesse essere la capacità di creare personaggi al limite del plausibile, metafore al limite dell’esagerato e situazioni oltre il comune. In “La foresta” non siamo ai toni assurdi del pulp “Notte al Drive-In” ma piuttosto dalle parti di altri romanzi di Lansdale come “Acqua buia” e “Cielo di sabbia”. In tutti si descrive un’America di provincia che sopravvive a fatica, cattiva e violenta, quasi come in un romanzo del suo conterraneo McCarthy. Insomma, Lansdale riesce a spaziare dal realismo fantastico al pulp surreale, mantenendo la medesima concretezza narrativa e forza descrittiva. Riesce a condire con un po’ di magia storie crude e vere.

In molti suoi romanzi siamo negli anni dell’avvento dell’automobile, eppure l’aria che respiriamo è ancora quella del vecchio selvaggio west.

Leggendo “In fondo alla palude”, ambientato negli anni Trenta del Ventesimo secolo, scopro ancora qualcosa di nuovo di questo autore: la sua capacità di denuncia sociale che si unisce alla sua abilità nel descrivere una provincia americana violenta e razzista, che già avevo intuito in altri romanzi. Pare di leggere “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee. Solo che il romanzo di Lee era del 1960 e questo di Lansdale del 2000. Questo di Lansdale è molto più appassionante, fantasioso e meglio scritto, anche se denunciare il razzismo nel 2000 è cosa ben diversa che farlo nel 1960. Diciamo che “In fondo alla palude” probabilmente è in debito con “Il buio oltre la siepe”, ma questo debito l’ha reso con gli interessi.

 

L’INCONTRO IMMAGINARIO DI DUE POETI SUICIDI

Utopia, etimologicamente vuol dire “nessun luogo”, ma, da Tommaso Moro in poi, per utopia intendiamo un luogo immaginario migliore del mondo in cui viviamo realmente, un’eu-topia, in realtà, cioè un “buon luogo”.

Nessun luogo. Da nessuna parte”, il romanzo di Christa Wolf (Landsberg an der Warthe, 18 marzo 1929 – Berlino, 1º dicembre 2011) non ha niente a che vedere con le utopie o le eutopie, ma il titolo allude a una difficoltà esistenziale dei due protagonisti di collocarsi all’interno del contesto sociale in cui vivono.

Il romanzo narra dell’incontro immaginario, nel 1804, tra due poeti, entrambi suicidi, realmente esistiti: Heinrich von Kleist e Karoline von Günderrode. Due anime che si scoprono diverse da chi li circonda e dunque tra loro simili.

Christa Wolf

Il doppio racconto che compone l’opera ci parla oltre che del disagio di vivere, della poesia, della letteratura, dell’amicizia e dell’amore.

Scorre però troppo su temi emotivi e poco sul piano dell’azione.

Mi sto rendendo conto che per me un romanzo in cui la trama non sia rilevante, in cui non ci siano azioni concrete risulta troppo vacuo e vano e non riesce a catturare la mia attenzione, nonostante possa avere altri pregi.

Un autore di bestseller ha detto una volta che in ogni pagina deve succedere qualcosa. Pretendere qualche nuovo evento in ogni pagina e forse troppo, ma basare una storia sull’incontro in salotto di due persone è forse troppo poco!

 

Heinrich von Kleist

Karoline von Günderrode

UN RACCONTO WESTERN-ZOMBIE TROPPO BREVE

Il sole era un batuffolo scivolato all’orizzonte in un’esplosione di sangue e la luna, bianca e piena, un enorme gomitolo di spago rotolato nel cielo. Il reverendo Jebidiah Rains la guardava splendere sopra gli alberi, circondata da spruzzi di stelle al calor bianco nel cielo nero come la morte. Il sentiero era stretto e gli alti pini ai due lati sembravano protendere i loro rami davanti e dietro di lui, come a sbarrargli il cammino e la fuga. Il cavallo, esausto, procedeva lentamente a testa bassa ma Jebidiah si sentiva troppo debole per spronarlo. Era troppo stanco persino per pensare. Ma una cosa aveva chiara in mente: era un uomo del Signore e odiava Dio, odiava quel figlio di puttana con tutto il suo cuore.

Questo è il bell’incipit del racconto di Joe R. LansdaleDeadman’road”, un western zombie troppo breve, che scivola via lasciandoti la voglia di leggere ancora. Non per nulla ho già cominciato un nuovo Lansdale (“In fondo alla palude”).

Lansdale non sarà Stephen King, ma in assenza del re, è un degno sostituto.

 

RISCOPRIRE MALE UN AUTORE AMATO

Ivan Turgenev era uno degli autori che, memore di letture giovanili, consideravo tra i miei preferiti. Sono però passati ormai alcuni decenni da quando ho letto qualcosa di suo. Di sicuro avevo letto “Memorie di un cacciatore” e forse qualcos’altro, ma tutto quello che ne ricordo è che mi piacque molto, forse per una certa poesia presente nella sua prosa. Mi è parso dunque tempo di tornare a leggere qualcosa di questo grande autore russo, nato quasi due secoli fa a Orël, il 9 novembre 1818 (o 28 ottobre secondo il calendario giuliano).

Ho scelto quindi, sulla base del titolo, la lettura di “Terre vergini” (ultimo romanzo di Turgenev, del 1877), aspettandomi qualcosa tipo un racconto di uomini rudi che affrontano una natura ostile. Il romanzo è, invece, tutt’altra cosa. I personaggi sono, infatti, alcuni giovani colti e populisti, che vagheggiano una rivoluzione, con alcuni decenni di anticipo rispetto al 1917 di Lenin (l’opera si svolge nel 1874). L’argomento mi ha subito portato alla mente il bel romanzo di Puskin “La figlia del Capitano” che mostra analoghi istinti rivoluzionari nei russi già nel secolo precedente, ai tempi di Pugačëv.

L’opera di Puskin, però, mi è parsa assai più interessante e stimolante. Temo, insomma, di aver scelto male l’opera per riscoprire un autore amato. Se avessi cominciato a conoscere Turgenev da “Terre vergini”, temo che mi sarei fermato lì, con un giudizio poco entusiastico.

Cosa mi ha deluso? Direi soprattutto il fatto di non aver trovato la storia coinvolgente, forse per il solito problema: l’esiguità e inconsistenza della trama e la poca concretezza dei fatti narrati, sebbene si narri vicende storiche di un certo interesse, come il tentativo di questi giovani di coinvolgere il popolo, mescolandosi al suo interno.

Forse l’opera risente anche della finalità con cui fu scritta, il desiderio di appianare i malintesi politici sorti con la pubblicazione di “Padri e figli” e “Fumo”. Un romanzo che cerca di chiarire una posizione o fare ammenda, rischia di perdere in forza narrativa e poetica.

Altro intento credo fosse quello di disegnare un ritratto dei russi o almeno di parte di essi, e qualche immagine è meritevole, come la coppia di vecchini detti “i pappagallini”.

Ora mi s’impone la lettura di qualcosa di più significativo, forse “Padri e figli” (che non sono certo di aver letto in passato), se non una rilettura dei racconti di “Memorie di un cacciatore” per cercare di riscoprire la meraviglia che mi aveva regalato Turgenev in passato.

LA SIGNORA DALLOWAY È INSUFFICIENTE

Commentando “Volgi lo sguardo al vento” di Iain M. Banks, ho scritto di recente che un buon libro deve riuscire a bilanciare creatività ed empatia e che, mentre la creatività porta a narrare storie fuori dall’ordinario e lontane dal vissuto quotidiano, l’empatia tende a fare l’opposto, mostrandoci vicende e personaggi che in qualche modo ci somigliano.

È difficile mantenere in equilibrio queste due componenti, la cui presenza in alto grado fanno di un libro una buona lettura.

Purtroppo al crescere della creatività, l’empatia tende a decrescere e viceversa.

Volgi lo sguardo al vento” è un esempio di romanzo con alta creatività e bassa empatia. Il risultato, in breve, può definirsi un libro noioso.

Ho finito adesso di leggere “Le ore” (1998) di Michael Cunningham (Cincinnati, 6/11/1952), che si può considerare antitetico rispetto a “Volgi lo sguardo al vento” su questa scala. Dunque, se avete amato uno dei due, evitate coma la peste l’altro!

La creatività, infatti, è in questa storia estremamente modesta. Le scene descritte sono quelle della vita di tutti i giorni, appena un poco fuori dall’ordinario. Ci sono, per carità, alcune scene che possono anche restare impresse nella memoria, come la donna che trova l’uomo morto tra i cocci di una bottiglia di birra, la donna che prende una stanza d’albergo per leggere in pace un paio d’ore, la preparazione e consumazione di una torta, ma, nel complesso è un libro che non è riuscito a coinvolgermi in alcun modo e che presto dimenticherò.

Dipende solo dalla mancanza di creatività? Non credo. La vicinanza al vissuto quotidiano non crea, a mio modo di vedere, comunque, una vera empatia.

C’è però ancora dell’altro. Quando analizzai le opere della Rowling avevo individuato una serie di elementi che facevano, per me, del ciclo di Harry Potter, la saga più amata, letta e venduta di tutti i tempi.

Quali di questi elementi utilizza Cunningham in maniera consistente? Forse, proprio nessuno!

Michael Cunningham

Gli “ingredienti” principali usati dalla Rowling erano: trama; strutturazione; ambientazione costante; ripetitività e ritualità; magia come straniamento dalla realtà; mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia; linguaggio inventato; amicizia; lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto; compenetrazione tra il Bene e il Male; tanti nemici, grandi e piccoli; un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale; spettacolarità; competizione; mistero; suspense;  paura; avventura; iniziazione e crescita verso l’età adulta; morte.

Cunningham non scrive un romanzo fantasy, né di avventura o per ragazzi, come possono essere quelli di Harry Potter, dunque non si può pretendere che ci siano tutti questi ingredienti, essendo molti propri di un genere letterario diverso, ma la totale assenza di quasi tutti è per me sufficiente a qualificare come noioso il suo libro.

In particolare, non posso transigere sulla debolezza della trama: si parla di tre donne. Più che un romanzo unitario questo è l’insieme di tre racconti, debolmente collegati tra loro (debolezza di “strutturazione” e discontinuità di “ambientazione”). La prima donna è la scrittrice Virginia Woolf, ritratta a un passo dal suicidio, e poi, a ritroso nel tempo, mentre scrive. La seconda è Clarissa Vaughan, un editor newyorkese di oggi. La terza è Laura Brown, una casalinga californiana dell’immediato dopoguerra, desiderosa di fuggire via per un giorno dalla noia di un matrimonio ordinario.

Il film tratto dal romanzo “Le ore”

Mi incuriosiva leggere della Woolf e mi incuriosiva vedere come queste tre storie fossero collegate. La Wolf sta scrivendo il suo “Mrs Dalloway”, nome con cui viene chiamata la seconda protagonista, Clarissa. Il libro che Laura legge è sempre “Mrs Dalloway”.

Ne poteva nascere un intreccio affascinante, rimandi e collegamenti tra realtà, letteratura e finzione (qualcosa che ho tentato anche scrivendo “La bambina dei sogni”, sebbene in modo molto diverso). Eppure Cunningham fallisce. Le storie non hanno “magia”, non si creano “straniamenti dalla realtà”, non c’è traccia di schizofrenia, non c’è mistero, non c’è suspense, non c’è avventura e non c’è crescita. C’è la morte, ma sembra solo uno spettacolo cui assistiamo. Non ci coinvolge più di tanto.

Peccato. Peccato!

IL CONFLITTO EDIPICO IN AGOTA KRISTOF COME IN “GUERRE STELLARI”

Di Agota Kristof, l’autrice ungherese naturalizzata svizzera scomparsa nel 2011 avevo letto l’affascinante romanzo schizofrenico “La Trilogia della Città di K.” (1998). Leggo ora “Ieri” (2002), opera certo inferiore, ma comunque notevole e degnissima di lettura. La trama si basa sul classico tema edipico del figlio che uccide il padre (o quasi) e, qui, s’innamora della sorella (piuttosto che della madre). Il tema è stato così sfruttato che potremmo quasi considerarlo un cliché e mi fa, tristemente, venire in mente tante telenovelas, nonché la rediviva saga di “Star Wars”. Ebbene sì, seppure in contesto del tutto diverso, anche qui abbiamo un figlio Tobias (come Luke Skywalker) che uccide il padre e maestro e si innamora della sorella Line (come Leia). Abbiamo persino un mutamento di nome del protagonista Tobias che diventa Sandor come Anakin diventa Darth Vader in “Guerre Stellari”.

Perché questi mutamenti di nome? Forse la cosa ha a che fare con il potere biblico dato all’Uomo di “dare un nome”? Dando un nome alle cose, l’Uomo le ricrea. Mutando il proprio nome, l’uomo diventa diverso da se stesso e può dire: non sono stato io, Sandor, a uccidere mio padre, ma Tobias, Line che io amo non è mia sorella ma sorella di un Tobias che non esiste più. Non c’è peccato, non c’è colpa, perché io non sono più lo stesso.

Agota Kristof

Se “Guerre Stellari”, con la terza serie, abusa del cliché della parentela e delle coincidenze improbabili, questo breve romanzo della Kristof ha il pregio di trattarlo con maggior delicatezza e profondità, creando una storia che parte da un’infanzia difficile, con una madre prostituta e un padre menzognero, che vorrebbe aiutare il figlio illegittimo (portandolo dal suo “Lato della Forza”, ovvero tra le persone che studiano), ma non osa abbandonare o tradire la famiglia ufficiale, per arrivare a un nuovo amore impossibile tra i due fratellastri, in cui Line, per quanto innamorata e per quanto ignara della parentela (che Tobias invece conosce) rifiuta l’amore del Tobias divenuto Sandor per la differenza sociale che li separa, lei insegnante, lui operaio, lei di buona famiglia, lui figlio di prostituta.

Tobias rifiuta il padre e il suo mondo, tenta di uccidere lui e la madre e fugge, perdendosi in un mondo in cui non sarà mai come la sorella (Line non diventa una principessa come Leia di Guerre Stellari, ma comunque sarà un’insegnante, mentre Tobias resterà un operaio, due mondi sociali diversi).

La storia si gioca sui disvelamenti delle identità e su piccole schizofrenie derivanti dal ricorso a questi cambi di nome, sul senso di straniamento di gente fuggita dal proprio Paese, sugli amori impossibili. Il risultato è una storia che emana calore da ogni pagina, pur celando un gelo interiore che si percepisce, un gelo che nasce dall’amarezza della vita, che non sembra concedere speranze.

Luke Skywalker combatte con Darth Vader in Guerre Stellari

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