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I COSTRUTTORI DI UNIVERSI

Ci sono numerosi modi per dividere e catalogare le opere di narrativa. Vorrei qui suggerirne una tra la letteratura che descrive il mondo e quella che costruisce mondi.

Sebbene i migliori e più acclamati autori si siano sinora dedicati più alla descrizione che alla costruzione e la prima abbia assai più numerosi sostenitori, credo che la letteratura che costruisce mondi meriti un maggior riconoscimento.

Con questo non voglio togliere nulla a opere che raccontano il nostro quotidiano, la nostra storia, il nostro ambiente, la nostra natura, la nostra vita, la nostra quotidianità ovvero al realismo, al verismo, alle biografie, al romanzo storico, al giallo, al noir, al romanzo psicologico, sentimentale o erotico. Del resto, non a caso ho ripetuto più volte l’aggettivo possessivo. Molti sono attratti da ciò che sembra loro appartenere, esser loro vicino. Viene più naturale descrivere qualcosa che sentiamo come “nostro”.

Del resto, però, quanto è forte anche l’impulso di costruire, di creare? Non è forse questo impulso che ha sospinto l’umanità dai suoi primi passi scimmieschi ai viaggi spaziali, all’edificazione delle città e dei monumenti, alle grandi invenzioni della tecnica, alle scoperte scientifiche, ai capolavori della pittura, della scultura, della musica, della letteratura, del cinema, della fotografia, della moda, alle opere dell’artigianato e dell’industria e a ogni forma di realizzazione concreta?

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Creazione di Adamo di Michelangelo Buonarroti

Sarà pur vero che anche altri animali costruiscono nidi, dighe, formicai, piccoli attrezzi, ma se vi è una specie che ha fatto del costruire una sua caratteristica dominante è proprio l’umanità. Ci sentiamo uomini perché costruiamo e realizziamo opere.

Credo, dunque, che impresa più grande e apprezzabile del semplice descrivere e raccontare, sia quella dei creatori di mondi nuovi. I loro libri non sono (o non devono essere) inferiori agli altri nella capacità di analisi del mondo, dell’animo umano, della natura, dell’ambiente, ma a questa dote devono aggiungere in massimo grado la fantasia, la creatività e devono saperle usare con logica e raziocinio, oltre che con una certa dose di fascino e d’incantamento. Creare mondi nuovi, sebbene solo letterari, è quanto di più vicino all’opera divina l’uomo possa immaginare. Rendere abitabili (“terraformare”) nuovi pianeti potrebbe essere il senso e dell’esistenza dell’umanità e la sua meta, compensazione per l’esaurimento e la consunzione delle risorse della nostra Terra. In attesa di ciò, sogniamo e creiamo mondi letterari!

Maggiore mi pare la maestria di chi riesce a trasportarci in realtà diverse e sconosciute facendoci comunque sentire a casa, facendoci sembrare questi mondi fantastici come reali e veri.

Risultati immagini per creazione mondoÈ questa la magia di un numero piuttosto ristretto di autori. Spesso appartengono a “letterature di genere” e sapete tutti bene come queste siano considerate dai fieri accademici come letterature di seconda classe, popolari, se non popolaresche.

In questo dico che costoro s’ingannano o vogliono ingannarsi, forse essendo incapaci di un simile genio, incapaci di cogliere il nobile anelito all’edificazione.

Tra gli autori che costruiscono mondi, troviamo le grandi penne del fantasy, del romanzo gotico, della fantascienza, dell’utopia, della distopia, dell’ucronia e di altre forme letterarie ma anche autori non catalogabili nella letteratura di genere.

Ognuno di questi generi ha le sue regole e spesso i loro mondi si somigliano un po’ tra loro, perché dopo che i grandi hanno tracciato il primo disegno, altri ne ricalcano il tratto, sebbene con deviazioni più o meno importanti.

Scrivere di fantasy, così, diventa difficile senza considerare le opere, per esempio, di Tolkien, Lewis, Bradley, Brooks, Pratchet e questi a loro volta Risultati immagini per creazione mondoaffondano le loro radici culturali nella mitologia classica, mesopotamica o nordica e ci regalano un universo di miti, allegorie, metafore, popolato da maghi, elfi, gnomi, troll, streghe, fate e hobbit che si ravviva e rinnova di autore in autore. Ai nomi classici andrebbero aggiunti quelli di scrittori che si sono discostati dalle regole del genere, creando opere di notevole importanza come, per esempio, King e la Rowling.

Anche il romanzo gotico ha radici antichissime. Il mito del vampiro nasce dalle leggende popolari di gran parte dell’Europa e si collega a figure di esseri non-morti presenti in numerose culture umane. Tra i non-morti, il vampiro si caratterizza per l’abitudine di succhiare il sangue. Il termine ha origine slava. Nasce dall’antica paura che un morto possa tornare in vita e tormentare i viventi. L’usanza di seppellire i morti potrebbe avere motivazioni igieniche, ma il deporre sulla tomba pesanti lapidi sembra riconducibile alla medesima paura che ha generato le creature della notte.

Pare che il più antico testo che parli di esseri simili, sia una tavoletta babilonese su cui è incisa una formula magica per proteggersi dagli etimmé, i demoni succhia-sangue. Di simili esseri parlano anche gli antichi greci e romani (Filostrato e Flegone Tralliano) e il mito trova sviluppi in epoche successive.

Sarà però tra il XIX e il XX secolo che il vampiro, con PolidoriLe Fanu, Presket PrestBram Stoker, Connell e altri, diverrà soggetto letterario di romanzi di successo, riprendendo poi energia in questo XXI secolo, con canoni mutati.

Risultati immagini per mondo fantasyAnche per la licantropia le origini si perdono nelle tradizioni popolari e persino nella Bibbia si legge che Nabucodonosor fu trasformato in lupo. Gli egizi, peraltro, veneravano il Dio-sciacallo Anubi e il Dio-lupo Ap-uat che traghettava i morti nell’Aldilà.
La leggenda più diffusa vuole che il lupo mannaro assuma sembianze animalesche con la luna piena. Invenzione più moderna è che possa essere ucciso solo da una lama d’argento. In epoche più recenti si è sviluppata la credenza che la licantropia fosse una vera e propria malattia. In letteratura i licantropi fanno la loro comparsa in alcuni romanzi ottocenteschi come quelli di Baring-Gould, Maturin, Reynolds e Dumas.

E qui tralascio di parlare di fantasmi, zombie, fate, streghe e maghi e di tutto quanto è stato scritto su di loro.

I mondi del fantasy e del romanzo gotico sono sì mondi immaginari, ma fortemente legati ad alcune regole, ad alcune creature immaginarie o mitiche che compaiono, in una forma o in un’altra in tutte queste opere. Di fatto, con ogni romanzo visitiamo regioni diverse del medesimo pianeta.

In parte anche la fantascienza soffre di simili ripetizioni. Dopo che alcuni grandi creatori hanno inventato futuri e mondi alieni, altri sono corsi a imitarli, ed ecco moltiplicarsi alieni antropomorfi, insettiformi, scimmieschi, viaggi spaziali, pianeti misteriosi le cui forme si ripetono in innumerevoli variazioni.

Muovendo dunque i passi dalle invenzioni ottocentesche di Verne e Wells, si arriva alle opere di Zamjatin, Huxley, Orwell, Asimov, Bradbury, Wyndham, Clarke, Matheson, Blish, Heinlein, Dick, Lem, Sheckley, Boulle, Vonnegut, Pohl, King, Sagan e molti altri loro pari, che ora certo sto Risultati immagini per mondo fantasyingiustamente dimenticando, o loro emuli.

Ho citato a parte utopia, distopia e ucronia, sebbene alcuni vogliano far rientrare la prima e la terza tra la fantascienza come sotto-generi, ma ritengo che queste tre categorie abbiano caratteristiche proprie, sebbene, come avrete notato, ho citato tra gli autori di fantascienza anche grandi nomi della distopia come Zamjatin, Huxley e Orwell. Spesso, infatti, la fantascienza tende a descrivere mondi negativi e i due generi si confondono.

Altro discorso vale per l’utopia, genere che viene ravvicinato alla filosofia, con il suo tentativo di suggerire mondi migliori in cui potremmo vivere o verso cui potremmo aspirare. Il termine utopia deriva dal greco ο (“non”) e τόπος (“luogo”) e significa “non luogo”, anche se l’ο è facilmente confuso con “ευ” (“buono”) e si parla quindi di utopia, pensando piuttosto a un “eutopia”. Il termine fu coniato dal filosofo Tommaso Moro e giocava proprio su questo equivoco: descrivere un buon luogo per vivere, ma che non esiste.

Le grandi utopie del passato sono spesso riconducibili a filosofi. Vi possiamo annoverare persino “La Repubblica” di Platone, sebbene antecedente all’invenzione del termine, e opere come “La Città del Sole” di Tommaso Campanella o “La nuova Atlantide” di Francesco Bacone.

Risultati immagini per mondo fantascientificoLa distopia è il contrario dell’utopia e descrive società inumane e spaventose. Non certo luoghi in cui al lettore verrebbe voglia di vivere.

La distopia si presta così a essere strumento politico per denunciare, parlando di universi immaginari, le storture del mondo contemporaneo e, in particolare, la tirannia e le dittature. Non è satira, ma spesso s’ispira ad analoghi obiettivi. Altre volte si limita a descrivere i risultati di qualche catastrofe, come nelle distopie apocalittiche o post-apocalittiche.

Il termine pare sia stato coniato nel 1868 dall’inglese John Stuart Mill, che parlava, con il medesimo significato, anche di cacotopia.

Possiamo così leggere opere come “Il padrone del mondo” di Benson, “Il tallone di ferro” di London, “Noi” di Zamjatin, “Il Mondo Nuovo” di Huxley e “1984” di Orwell, che ci introducono a opere successive dal sapore post-apocalittico come “Io sono leggenda” di Matheson o “La strada” di McCarthy.Risultati immagini per mondo fantascientifico

Utopia e distopia sono solitamente considerate e apprezzate per il messaggio politico e morale, in positivo o in negativo, che intendono trasmettere, ma ne vorrei qui sottolineare la potenza creativa, la capacità di costruire mondi, simili al nostro ma diversi, con loro regole e strutture, sebbene migliori o peggiori per qualche aspetto determinante. Questa capacità creativa è più comunemente apprezzata per altre opere di genere fantascientifico e, a mio avviso, appare in misura superiore nella distopia che nel romanzo gotico e nel fantasy, che giocano in scenari spesso consolidati, innovando poco.

 

Se c’è, però, un genere che sembra fatto apposta per creare nuovi mondi, per il solo gusto del costruire, dell’immaginare, del creare, questo è l’ucronia.

Sebbene la conoscenza si stia diffondendo, sono ancora in pochi a sapere cosa sia l’ucronia e questo non mi stupisce, perché il termine non si può certo dire dei più usati, eppure il genere letterario che rappresenta è ricco di possibilità creative e sta cominciando a riscuotere discreti successi. Quando pubblicai il mio primo romanzo ucronico, “Il Colombo Divergente”, nel 2001, il termine mi pareva meno noto di oggi. La pubblicazione in seguito di nuove opere, come “22.11.’63” di Stephen King, “Il complotto contro l’America” di Philip Roth, gli ultimi volumi della saga “Colonizzazione” di Harry Turtledove, “Roma Eterna” di Robert Silverberg o i nostrani “L’inattesa piega degli eventi” di Enrico Brizzi e “Occidente” di Mario Farneti ha contribuito alla conoscenza del genere tra il grande pubblico, anche se non riscuote ancora la fama che meriterebbe.

Vorrei allora non solo cercare di fare un po’ di chiarezza su questo misterioso vocabolo, ma anche spezzare una lancia a favore di questo genere letterario, che meriterebbe ben altri spazi, essendo estremamente ricco di possibilità creative.Risultati immagini per mondo steampunk

L’ucronia si pone a metà strada tra la fantascienza e il romanzo storico. Mediante eventi immaginari o la narrazione di scelte mai fatte in realtà, l’allostoria modifica la Storia, facendole prendere percorsi nuovi. Presenta dunque al lettore una versione alternativa della Storia. Non una sua differente interpretazione, ma proprio un diverso svolgimento delle vicende storiche. L’ucronia costruisce dunque un mondo nuovo in cui ambientare la trama della narrazione, un universo divergente (come lo definii ne “Il Colombo divergente”) in cui gli eventi hanno preso una diversa piega.

L’ucronia è narrazione del “se”, del “what if”. Descrive come sarebbe stato il mondo se qualcosa nel passato si fosse svolto diversamente. Racconta, per esempio, come sarebbe stata l’Italia se non ci fosse stata la Seconda Guerra Mondiale, oppure come sarebbe stata la Francia se Napoleone non fosse andato in esilio o Giovanna D’Arco non fosse morta sul rogo (come nel mio romanzo “Giovanna e l’angelo”) o come sarebbe stato il mondo se Cristoforo Colombo fosse sbarcato in Messico e fosse stato fatto prigioniero degli aztechi (come ne “Il Colombo divergente”).

Secondo Wikipedia:

“L’ucronìa è una forma di narrativa che tratta di un mondo la cui Storia si è differenziata dalla Storia comunemente conosciuta, sostituendo a degli eventi storicamente avvenuti degli eventi ipoteticamente possibili.

Il termine deriva dal greco e significa letteralmente “nessun tempo” (da ou = non e chronos = tempo), per analogia con utopia che significa nessun luogo, e indica la narrazione letteraria, grafica o cinematografica di quel che sarebbe potuto succedere se un preciso avvenimento storico fosse andato diversamente. Il termine è stato coniato dallo scrittore francese Charles Renouvier in un testo apparso nel 1857 che intendeva ricostruire la storia europea “quale avrebbe potuto essere e non è stata” (“Uchronie, l’utopie dans l’histoire”).”

Suoi sinonimi possono essere “allostoria” e “storia alternativa” e, direi io, anche “fantastoria”.

L’ucronia non è, però, solo un genere letterario. C’è anche chi si occupa di storia alternativa al solo fine di esaminarne le possibili varianti, senza alcun intento letterario (su internet si possono persino leggere elenchi di possibili ucronie).

Il genere, cui a volte si nega una propria autonomia, è spesso considerato, al pari della distopia, come parte della fantascienza.

Ha, però, caratteristiche sue proprie molto marcate e penso sarebbe giusto considerarlo come un genere a sé, essendo a volte assai più vicino al romanzo storico che non alla fantascienza.

In inglese pare che l’ucronia sia nota come “counterfactual history” o “alternate history”. Per una volta almeno, i termini “mediterranei” sembrano però più sintetici e suggestivi, per cui, almeno questa volta, lasciamo pure da parte gli anglicismi.

Il più antico esempio di ucronia si può forse trovare in Tito Livio (“Libro Nono ab urbe condita”).

Tra i maggiori scrittori di ucronie si ricordano Philip Dick (“La svastica sul sole”), Harry Turtledove (“Basyl Argyros”, i cicli di “Invasione” e “Colonizzazione”, “Dramma nelle Terrefonde” e “Per il trono d’Inghilterra”), Robert Harris (“Fatherland”), Philiph Roth (“Il complotto contro l’America”), Harry Harrison (“Il Libro degli Yilané“Gli Dei di Asgard”, “Tunnel negli abissi”“A Rebel in Time”) e addirittura Winston Churchill (“Se Hitler avesse vinto la guerra” e “Se Lee non avesse vinto la battaglia di Gettysburg”). Ricordavate che lo statista inglese ha persino vinto un premio nobel per la letteratura?

Dopo di lui e dopo José Saramago il cui “L’ultima tentazione di Cristo” può considerarsi un’ucronia, il premio nel 2017 è andato per la terza volta a un autore del genere, a quel Kazuo Ishiguro che ha scritto la distopia ucronica “Non lasciarmi”.

Fino a dove può spingersi l’ucronia senza diventare fantascienza o pura fantasia? I confini sono incerti. Come possiamo considerare del tutto assurdo Risultati immagini per ultima tentazione di cristoche gli alieni avrebbero potuto interrompere la Seconda Guerra Mondiale, come racconta Turtledove in “Invasione”? La loro esistenza non è, infatti, provata ma neanche esclusa.

Forse, invece, immaginare un’Inghilterra in cui esiste la magia, come fa Susanna Clarke, è più forzato ancora e romanzi simili andrebbero considerati solo “fantasy”.

In linea di massima, se la Storia è alterata con una Macchina del Tempo, dovremmo immaginare di essere nella fantascienza. Se, invece, come immagina Ward Moore, il romanzo è già ambientato in un Passato Alternativo e la Macchina del Tempo ci riporta al nostro flusso temporale, siamo nell’ucronia o nella fantascienza? Sono fantascienza o ucronia i miei romanzi “Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale” e “Jacopo Flammer nella Terra dei Suricati”, in cui, attraverso dei portali, è possibile viaggiare da un universo divergente a un altro e raggiungere versioni del mondo in cui l’evoluzione si è svolta diversamente che nella realtà?

Se è vero che l’ucronia riguarda la Storia e che la Storia ha inizio con l’invenzione della scrittura, è giusto definire ucronie romanzi con una divergenza preistorica come “Viaggio al centro della terra” di Jules Verne o “Il mondo perduto” di Conan Doyle?

Se lo fosse, si tratterebbe, in effetti, di racconti assai prossimi alla fantascienza, dato che la divergenza, riguardando i processi evolutivi, porterebbe a risultati talmente “rivoluzionari” da essere difficilmente accettabili come plausibili. Mi piace definire questi libri “preucronie” e vi faccio rientrare anche il ciclo dei Guardiani dell’Ucronia con il mio Jacopo Flammer.

Lasciate, per finire, che ve ne dia una definizione del tutto personale e un po’ “poetica”: l’ucronia è il sogno della Storia, come scrivo nell’antologia da me curata “Ucronie per il terzo millennio”, ovvero l’ucronia è la Storia sognata da ciascuno di noi.

Se preferite, potremmo anche dire che ucronia è costruire universi divergenti, in cui il tempo “diverge” dalla propria linea.

Se con “Il Colombo divergente” e “Giovanna d’Arco” ho scritto delle ucronie, con “Via da Sparta”, di cui è uscito il 28 Settembre 2017 il primo volume “Il sogno del ragno”, ho voluto non solo scrivere un’ucronia ma anche, nel mio piccolo, costruire un mondo.

I primi due romanzi, infatti, raccontano una storia nel momento in cui la narrazione si discosta dalla realtà. Con “Via da Sparta” ho voluto, invece, immaginare gli effetti di una divergenza storica (o ucronica, se preferite) a distanza di secoli. Il romanzo si basa su due divergenze, la principale risalente a 2400 anni fa (la sconfitta, mai avvenuta di Tebe da parte di Sparta) e l’altra riguarda il Giappone. Sull’altra metà del pianeta regnano i samurai di Nippon-koku, il Giappone, dopo che nel 1540 d.c., Hideyory (il figlio di quel Hydeyoshi che attaccò la Corea) e suo figlio Hidetara riuscirono a sottomettere la Cina.

Quello che descrivo, dunque, è un mondo contemporaneo ma del tutto mutato per gli effetti combinati nel tempo di queste due divergenze.

Quest’ucronia si basa sull’idea che ogni mutamento del passato abbia ripercussioni crescenti sulle epoche future, pertanto il mondo descritto è quanto di più diverso potremmo immaginare da quello reale. Il romanzo rifiuta il concetto di predestinazione, che si può trovare in altre ucronie o in storie di viaggi nel tempo in cui nonostante il passato sia cambiato, il presente resta uguale o quasi.

Via da Sparta” è utopia e distopia al tempo stesso. È un mondo ucronico con luci e ombre. A qualcuno potrà sembrare migliore a qualcuno peggiore di quello reale, ma è solo diverso. Il sogno dei suoi protagonisti è quello di renderlo migliore o, almeno, di trovare un loro spazio, una piccola parte di mondo in cui riconoscersi, un’isola costruita a loro misura in cui rifugiarsi (non a caso tante sono le isole che incontreranno, ma nessuna è quella che cercano).

Nell’Impero di Sparta ci sono due classi: gli spartiati che comandano e gli iloti, loro schiavi. Un’altra forte distinzione è tra uomini e donne. Gli spartiati maschi si occupano solo di guerra e politica, le loro donne di tutto il resto, gli iloti svolgono tutti i lavori più umili, ma i maschi sonosoprattutto militari.

Uomini, donne e bambini vivono separati tra loro e, sebbene esistano i matrimoni, sono solo accordi economici e riproduttivi, mentre sesso e amore (tra loro spesso separati) si svolgono al di fuori. L’amore omosessuale è considerato quello vero, ma è accettato anche quello eterosessuale. La violenza sessuale è accettata.

Chi supera i 55 anni viene eliminato. L’eutanasia è la principale soluzione per molte malattie.

Le macchine a vapore sono appena state inventate, ma le usa quasi solo l’esercito. Elettronica e informatica non esistono. Le telecomunicazioni sono ferme al telegrafo, anche questo in dotazione solo ai militari. In compenso si conosce l’elettricità e la genetica è molto evoluta. Grazie alla continua selezione uomini e animali sono cambiati e i grandi progressi recenti della genetica hanno accelerato il processo selettivo, verso cui Sparta punta da secoli. La genetica è utilizzata anche per la codificazione d’informazioni, mediante manipolazione del DNA (qui detto COGE) e la generazione di energia.

La proprietà e il denaro non esistono. Tutto è di Sparta, che affida temporaneamente alle sue donne la gestione delle proprietà sulla base del merito militare dei mariti. Le donne possono sposarne contemporaneamente quanti ne vogliono, gli uomini invece una sola, ma fuori del matrimonio possono avere rapporti sessuali con altri uomini e donne. Il disprezzo per il lusso e le comodità hanno portato anche al divieto dell’uso “inutile” dei vestiti, pertanto i personaggi, quando non indossano armature o non fa troppo freddo, vanno in giro nudi e disprezzano chi si copre.

La capitale dell’Impero di Sparta si chiama Lacedemone. Qui, come in molte città spartane, le case sono tutte costruite sottoterra, sia per motivi difensivi, sia ecologici. Sparta, infatti, ama sentirsi tra la natura anche in città.

La storia parte parallelamente da Neapolis, una Napoli ucronica, capitale della provincia della Vitellia (Italia ucronica) e da Lacedemone, capitale dell’impero, in Grecia. La trama si articola in vari altri luoghi, tra cui Britannia (Gran Bretagna), Regni Perieci del Nord (Scandinavia), Bengala, India, Persia.

Il forte controllo demografico e lo stato di guerra continua hanno fatto sì che ai giorni d’oggi la popolazione mondiale sia di circa 500 milioni di abitanti. Le foreste europee sono ancora molto estese e popolate da lupi, rispettati dagli spartani, che non li cacciano. Non ci sono animali domestici da compagnia.

Gli spartani cacciano ma con moderazione e rispetto dell’ecologia e si nutrono soprattutto di verdure e insetti.

Questo è il mondo che ho costruito e in cui faccio muovere le due giovani protagoniste de “Il sogno del ragno”, la schiava ilota in fuga Aracne e la ricca studentessa spartiata Nymphodora.

 

È difficoltoso scrivere una lista di romanzi ucronici che possano veramente dirsi rappresentativi del genere, perché ben pochi studiosi hanno affrontato la questione. Si trovano in vari siti internet elenchi più o meno caotici, che accomunano opere di fantascienza, distopie, romanzi ucronici e di serie B (qualunque sia la loro natura).

Ne ho tentato altrove un elenco che potete leggere anche nel mio blog su WordPress (https://carlomenzinger.wordpress.com), ma qui vorrei segnalare senza pretese, come consigli di lettura, alcune opere:

  • il “Libro degli Yilané” di Harry Harrison (1984-88), una trilogia che descrive un mondo in cui i dinosauri non si sono estinti ma hanno sviluppato una civiltà evoluta.
  • L’ultima tentazione di Cristo” (1955) di Nikos Kazantzakis, in cui Cristo rifiuta la Croce.
  • Il vangelo secondo Gesù Cristo” (1991) del premio nobel José Saramago, dove Gesù non resuscita Lazzaro e Giuseppe è tormentato dalla colpa per la strage degli innocenti.
  • Roma Eterna” (2004) di Robert Silverberg: un grande affresco che ci racconta come sarebbe il mondo se l’impero romano fosse durato fino ad oggi.
  • “La svastica sul sole” (“The Man in the High Castle“- 1962)  di Philip Dick, che descrive un mondo in cui Germania e Giappone hanno vinto la seconda guerra mondiale e dove i personaggi leggono un libro ucronico in cui, invece, l’Asse ha perso (anche se in modo diverso da quello reale).
  • i cicli “Invasione” (1994-96) e “Colonizzazione” (1999-2004) di Harry Turtledove in cui la Seconda Guerra Mondiale viene interrotta da un’invasione aliena.
  • 22/11/’63 (2011) di Stephen King in cui un uomo trova in uno sgabuzzino una porta del tempo che lo rimanda sempre indietro fino a pochi anni prima dell’assassinio di Kennedy e cerca così, prima lui, poi un suo amico, più volte di salvarlo cambiando il corso della Storia. Ne è stata tratta da poco una serie TV.
  • Finzioni” (1944) di Jorge Luis Borges. Pur non essendo allostorico, presenta alcuni elementi ucronici, con l’invenzione di libri mai scritti e con uno dei personaggi che “credeva in infinite serie di tempo, in una rete crescente e vertiginosa di tempi divergenti, convergenti e paralleli.”

E non dimenticatevi di leggere qualcosa di mio:

E soprattutto il nuovissimo ciclo di “Via da Sparta”, di cui è appena uscito:

Buona lettura.

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QUALCOSA È CAMBIATO IN INSOLITO & FANTASTICO

Risultati immagini per IF UtopiaL’interessante rivista “IF –Insolito & Fantastico” è arrivato, con il numero dedicato alla “UTOPIA” al numero 20, che già sarebbe un bel traguardo da festeggiare, ma questo numero rappresenta anche per un altro motivo un momento importante per la storia di questa rivista nata nel Settembre 2009 e con cui ho collaborato sin dal numero 3. Da questa pubblicazione di dicembre 2016 è cambiato l’editore, che non è più Tabula Fati (Solfanelli), ma Odoya (Meridiano Zero). Altra cosa che si nota subito è la periodicità che da quadrimestrale è già da un po’ diventata semestrale, anche se mi pare che questo sia stato formalizzato solo ora.

La rivista continua a essere diretta dall’ottimo Carlo Bordoni, ma per la prima volta vedo indicati in copertina, in luogo, come in passato, dei nomi dei principali collaboratori, quelli dei due curatori Riccardo Gramantieri e Giuseppe Panella, da sempre tra gli autori più attivi della rivista.

Questa mantiene il suo taglio monografico, ovvero ogni uscita tratta uno specifico tema. Per il numero 20, come già scritto, si tratta della “UTOPIA”.

All’inizio la rivista prevedeva la presenza di una sessione dedicata alla pubblicazione di racconti (tra cui ci sono stati anche alcuni miei lavori), poi questa parte fu soppressa, mantenendo solo il taglio saggistico. In un secondo momento riapparvero i racconti, con la pubblicazione anche dei vincitori di specifici concorsi promossi dalla rivista stessa. Nella nuova versione della rivista siamo tornati al taglio privo di racconti (tolta una mezza paginetta finale).

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Carlo Bordoni, il direttore della rivista IF Insolito & Fantastico

Non so se sia dovuto al nuovo editore, ai nuovi curatori o semplicemente al tema del numero, ma la sensazione che ho avuto leggendo “UTOPIA” è che sia anche un po’ cambiata l’impostazione degli articoli. Non saprei bene spiegare in che modo, ma mi sono parsi, per così dire, più “scientifici” o comunque con un approccio che sembra ricercare una maggior accuratezza critico-letteraria. Questo senza nulla togliere a tutti gli articoli delle uscite precedenti, sempre professionali e interessanti, ma è come se ci sia una qualche volontà di accentuare questo taglio. Peraltro, sul numero 20 compare anche il mio articolo “Asimov e le utopie a scadenza”, ma non ho avuto alcuna indicazione da nessuno su un diverso approccio o stile da seguire, dunque queste forse sono solo sensazioni personali.

Infine, va segnalato anche il cambio, seppure ridotto, della veste grafica. In ogni caso si conserva il formato “a libro”.

 

UTOPIA” si apre con l’Editoriale che annuncia il nuovo corso, spiega la scelta del tema, ricorrendo i 500 anni dalla pubblicazione omonima di Thomas More e fa sapere che ora la rivista è divisa in due parti, una monografica a tema e una generalista con articoli di attualità, rubriche e recensioni. La parte monografica rimane, come in passato, quella prevalente e caratterizzante.

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Giuseppe Panella

Segue l’Introduzione dei due curatori “Ritorno all’utopia”.

Giustamente il primo articolo, di Alessandro Scarsella ci parla dell’opera di Tommaso Moro (“Il Moro di Venezia: una traduzione tardiva”) e delle sue prime versioni italiane.

Il curatore Giuseppe Panella, assieme a Susanna Becherini in “Utopia come pedagogia della perfezione umana” ci parlano della motivazione formativa e politica delle utopie, dell’uso di queste narrazioni per indicare un percorso umano e, soprattutto, sociale da intraprendere.

Singolare l’aspetto esaminato da “Brevi appunti sull’utopia sessuale dal XVI al XVIII secolo” di Bruno Vitiello, che affronta il tema della sessualità nelle utopie di quell’epoca.

Il direttore della rivista, Carlo Bordoni ne “Il ritorno del turco meccanico” coniuga passato, presente e futuro in una riflessione sull’utopia tecnologica e sul suo opposto, la paura della macchina, la paura che la macchina possa rubare il lavoro all’uomo.

Riporta la riflessione di Marcuse su cosa potrà fare l’uomo del proprio tempo liberato dal lavoro della macchina, su come il capitalismo potrebbe essere messo in forse dall’aumento del tempo libero e dalla progressiva scomparsa dei lavoratori, essendo il lavoro fonte di controllo sociale. Se l’utopia di un mondo popolato di macchine sempre migliori e più autonome ci affascina, rimane il rischio che la loro produttività non si trasformi in ricchezza collettiva, ma sia fonte di reddito solo per pochi, creando ampissimi strati di diseredati e poveri in stato di miseria. Le attuali riflessioni sul reddito di cittadinanza ancora sembrano fantascientifiche, ma il sempre più veloce progredire dell’automazione, renderanno necessario farvi sopra considerazioni stringenti, giacché non basta migliorare la produttività dell’industria e dei servizi traducendola in esuberi. Sono quegli stessi lavoratori resi inutili e obsoleti, coloro che dovrebbero in primis beneficiare del progresso, mediante la percezione di redditi adeguati.

Alessandro Fambrini in “Kurd Lasswitz e la progettazione dell’utopia” ci parla del Jules Verne tedesco e in particolare del suo utopistico pianeta (“Su due pianeti” – “Auf zwei Planeten” del 1897), coevo della celebre “Guerra dei Mondi” di H.G. Wells, ma di approccio assai più positivista. La riflessione di Lasswitz è un invito alla moderazione, giacché mostra come il modello di mondo in cui tutto è corretto e prevedibile appaia altrettanto fallace di quello in cui nulla è determinato e ciascuno può ottenere tutto quello che vuole. Solo dall’unione dei due modelli nascerà l’equilibrio. Per il tedesco la soluzione non viene da Dio ma dalla tecnica. Chi trova la soluzione, quando gli viene chiesto chi sia risponde infatti “Io sono l’ingegnere”.

L’articolo dei curatori Riccardo Gramantieri e Giuseppe Panella “Distruggere ed edificare, parole in libertà e calcestruzzo” sembra quasi voler Risultati immagini per Utopia Moroanticipare il tema del prossimo numero di IF “Futurismo”, raccontandoci delle attuazioni architettoniche del movimento novecentesco di Marinetti grazie alle nuove tecniche legate al cemento armato, di cui disegnano quasi una sorta di storia.

Segue quindi l’articolo del sottoscritto Carlo MenzingerAsimov e le utopie a scadenza”, con il quale faccio seguito a una mia totale rilettura di tutti i romanzi e racconti sulla storia futura asimoviana, riuniti, soprattutto, nei cicli tra loro collegati “Robot”, “Impero” e “Fondazione”. La mia riflessione concerne come l’ottimismo asimoviano vada mutando da un ciclo all’altro, mostrandoci una moltitudine di modelli utopici a volte paralleli, a volte alternativi tra loro.

Anche Silverio Zanobetti lascia qui un articolo sulla letteratura fantascientifica, analizzando l’opera di un altro grandissimo autore del genere in “La fantaeconomia di Robert Heinlein”. L’approccio particolarmente serio di questo numero emerge anche in questo articolo, con i riferimenti alle teorie economiche e filosofiche di Adam  Smith, Friedrick von Hayek, Robert Nozik e Jacques Lacan.

Il tema della tecnologia, già affrontato da Carlo Bordoni è ripreso e sviluppato da Domenico Gallo nel suo “Utopie tecnologiche e liberazione dal lavoro”, con riferimenti qui anche ai movimenti di liberazione dalla macchina, come i luddisti e affronta le riflessioni di Reynolds sul reddito di cittadinanza.

Giulia Iannuzzi ci introduce all’utopia energetica con il suo “Sognando il moto perpetuo” che affronta il tema della ricerca in fantascienza della fonte energetica ideale.

In “Le forme della città futura” Riccardo Gramantieri torna sul ruolo dell’architettura già affrontato nell’articolo precedente scritto assieme all’altro curatore. Qui si parla anche di arcologia. Quando si parla di arcologia si ragiona in merito a un enorme edificio sufficiente a mantenere un’ecologia interna e una densità abitativa estremamente alta. Il termine, parola macedonia formata dalle parole “architettura” ed “ecologia”, è stato coniato dall’architetto Paolo Soleri negli anni sessanta del Novecento. L’arcologia viene affrontata come utopia architettonica, ma non posso non pensare alle sue implicazioni per le grandi navi generazionali della fantascienza, quelle in grado di trasportare uomini, animali e piante per secoli attraverso lo spazio, di cui ho recentemente parlato commentando “Universo” di Robert Heinlein.

Risultati immagini per Utopia MoroAdele Tiengo, esperta degli scritti di Margaret Atwood, in “Sulle strade dell’Ustopia nel mondo di Maddaddam” parlandoci dell’opera di questa autrice, ci spiega come questa abbia coniato il termine “Ustopia” per indicare un’opera che sia al contempo utopia e distopia. Del resto queste ultime sono sempre troppo estreme per essere realistiche. Nel mondo reale (ma anche in narrativa) non dovrebbero esserci utopie senza elementi distopici e viceversa. Terrò presente il termine “ustopia” per definire il mio nuovo romanzo “Via da Sparta”, che è, soprattutto, ucronia, ma, in effetti, anche ustopia, dato che per descrivere un mondo del tutto nuovo, come ho tentato di fare, non si può che dipingerne al contempo aspetti negativi e positivi.

Valerio Vangelisti in “La nascita di Eymerich” ci racconta come la sua esperienza di ghost-writer per un testo sulla subpersonalità schizoide, lo abbia influenzato nel creare il suo inquisitore, pensando ai sintomi di tale malattia (timore di essere toccato, paura di aggressioni, aggressività latente, orrore degli insetti).

Maggie Gee, invece, intervistata da Domenico Gallo ci parla dei suoi romanzi eco-apocalittici “Il diluvio” e “Il pianeta di ghiaccio”.

Gianfranco De Turris (“Il risveglio della soap opera stellare”) critica duramente il VII episodio di Star Wars.

Walter Catalano cerca di farci scoprire un autore (“Lo strano caso di Thomas Ligotti”) che sembra voler sfuggire alle luci della ribalta e che considera interessante sebbene “così estremo e faticoso, così inattuale e del tutto refrattario a qualsiasi imbonimento nei confronti del pubblico”.

Maria Theresa Chialant ci parla, invece, di una distopia di chiara ispirazione orwelliana “2084 – Il potere dell’immortalità nella città del dolore” in cui Lerro Menotti illustra gli aspetti distopici di un mondo utopico in cui si sia trovata la chiave per l’immortalità e la cancellazione del dolore.

Walter Catalano, poi, ci accompagna del mondo degli sceneggiati di genere fantastico trasmessi dalla RAI, commentando il saggio “Fantasceneggiati – Sci-fi e giallo magico nelle produzioni RAI (1954-1987)” opera di Leopoldo Santovincenzo e Carlo Modesti Pauer.

Riccardo Gramantieri completa il volume con un’analisi delle pubblicazioni di genere fantastico del 2015, lasciando la chiusura a un breve quadretto narrativo di Luigi Annibaldi (“Pagamenti in amore”).

Il prossimo appuntamento di IF sarà con il Futurismo.

 

LA RIVISTA IF CAMBIA EDITORE

La mitica IF Rivista di letteratura fantascientifica, torna in veste rinnovata per i tipi delle Edizioni Odoya di Bologna. Il direttore Carlo Bordoni presenta la nuova rivista, che avrà una grafica tutta nuova e cadenza semestraVisualizzazione di IF20-Utopia-copertina-2016-bassa.jpgle. Il primo numero della nuova serie, presentato dai curatori Riccardo Gramantieri e Giuseppe Panella, è dedicato all’Utopia: un modo per festeggiare i Cinquecento anni dalla pubblicazione dell’iconico libro di Thomas More.

Saggi di Giuseppe Panella, Riccardo Gramantieri, Alessandro Scarsella, Susanna Becherini, Bruno Vitiello, Carlo Bordoni, Alessandro Fambrini, Carlo Menzinger, Silverio Zanobetti, Domenico Gallo, Giulia Iannuzzi, Adele Tiengo.

L’articolo di Carlo Menzinger sarà sulle utopie asimoviane.

Interventi e recensioni di Valerio Evangelisti, Walter Catalano, Maria Teresa Chialant, Gianfranco de Turris, Luigi Annibaldi.

IF20 sarà presentato ufficialmente Venerdì 9 Dicembre, alle ore 14 (Sala Turchese), all’interno di “Più Libri Più Liberi”

Roma, Palazzo dei Congressi dell’Eur.

IF/UTOPIA n. 20, a cura di G. Panella e R. Gramantieri, Odoya, Bologna 2016, pp. 176, € 14.

Abbonamento annuale (2 numeri): € 20.00

+ Un libro omaggio della casa editrice Meridiano Zero

+ Gadget e merchandising Odoya/Meridiano Zero

Per informazioni: info@odoya.it

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IF rivista di letteratura fantascientifica

diretta da Carlo Bordoni
Registrata presso il Tribunale
di Bologna n. 8444/2016
Edizioni Odoya s.r.l.

ASIMOV E LE UTOPIE A SCADENZA

Il termine Utopia deriva dal greco ο (“non”) e τόπος (“luogo”) e significa “non luogo”, anche se l’ο viene facilmente confuso con “ευ” (“buono”) e si parla quindi di utopia, pensando piuttosto a un “eutopia”, a un “buon posto”. Il termine fu coniato da Tommaso Moro e giocava proprio su questo doppio significato: descrivere un buon luogo per vivere, ma che non esiste.

Tra tutti gli autori fantascientifici emersi dopo la Seconda Guerra Mondiale e che hanno descritto mondi utopici, spicca Isaac Asimov. La sua visione ottimistica della storia futura dell’umanità emerge, in particolare, nella sua storia futura della Galassia, raccontata attraverso le seguenti opere:

 

FUORI CICLO

“Tutti i miei robot” (“Io robot” (1950), “Il secondo libro dei robot” (1964), “L’uomo bicentenario e racconti vari”) (The Complete Robot, 1982)

“Antologia del bicentenario” (The Bicentennial Man and Other Stories, 1976)

“Madre Terra” (Mother Earth, 1949) – racconto in “Asimov Story” (The Early Asimov, 1972)
“Nemesis” (Nemesis, 1989)

ROBOT

“Abissi d’acciaio” o “Metropoli sotterranea” (The Caves of Steel, 1953)

“Il sole nudo” (The Naked Sun, 1956)

“Immagine speculare” (Mirror image, 1972) – racconto in “Visioni di robot” e in “Il meglio di Asimov”

“I robot dell’alba” (The Robots of Dawn, 1983)

“I robot e l’Impero” (Robots and Empire, 1985)

IMPERO

“Il Tiranno dei Mondi” o “Stelle come polvere” (The Stars, Like Dust, 1951)
“Le Correnti dello Spazio” (The Currents of Space, 1952)
“Paria dei Cieli” (Pebble in the Sky, 1950)

FONDAZIONE

“Preludio alla Fondazione” (Prelude to Foundation, 1988)

“Fondazione anno zero” (Forward the Foundation, 1993)
“Fondazione” o “Cronache della galassia” o “Prima fondazione” (Foundation, 1951)
“Fondazione e Impero” o “Il crollo della galassia centrale” (Foundation and Empire, 1952)

“Seconda Fondazione” o “L’altra faccia della spirale” (Foundation and Empire, 1952)
“L’orlo della Fondazione” (Foundation’s Edge, 1982)

“Fondazione e Terra” (Foundation and Earth, 1986)

 

L’utopia asimoviana si basa su alcuni assunti:

  • viaggi interstellari;
  • milioni di pianeti raggiungibili, abitabili e privi di alieni a livello tecnologico;
  • robot regolati da leggi che li spingono ad aiutare l’umanità;
  • il potere vincente della ragione;
  • la possibilità di controllare il flusso della storia;
  • la possibilità di guidare l’umanità per la strada migliore.

 

Le visioni utopiche di Asimov nel corso dei millenni di storia galattica descritta cambiano non solo per il semplice scorrere del tempo e per il succedersi di diverse fasi storiche, ma anche perché in origine i tre Cicli non erano collegati tra loro e quindi descrivono realtà diverse, collegate solo in un secondo momento. Le utopie appaiano, dunque, come “a scadenza”. Un modello si succede a un altro.

Se, per esempio, nei racconti e nel ciclo dei Robot abbiamo un grande sviluppo di questi automi, un allungamento notevole della durata della vita umana e un’attività di colonizzazione spaziale piuttosto felice, con i primi 50 mondi colonizzati (i Mondi Spaziali o Esterni) poco popolati, ricchi e sereni, il quadro cambia con il ciclo dell’Impero, che vede la scomparsa dei robot, la vita tornare a durate simili alle attuali e una tirannia galattica dominare i nuovi pianeti, mentre la Terra regredisce e viene dimenticata. Con il ciclo della Fondazione accanto all’utopia dell’espansione senza limiti dell’umanità in una Galassia senza nemici alieni che caratterizza anche i precedenti Cicli ma che qui trova piena realizzazione, troviamo la nuova utopia della Psicostoria, ovvero il sogno di orientare il futuro a beneficio dell’umanità.

Come si può vedere sfogliando il precedente elenco, alcuni romanzi furono scritti decenni dopo gli altri, allo scopo di collegare tra loro i vari Cicli.

 

La maggior parte dei racconti compresi in “Tutti i Miei Robot” descrivono un futuro che per noi è già passato. Asimov immaginava che già vent’anni fa ci potessero essere colonie sulla Luna e su Marte e che i robot umanoidi fossero in piena fase di sviluppo!

Se per certi aspetti vedeva per la fine del XX secolo un mondo ben più evoluto di quanto siamo riusciti a farlo diventare finora, per altri gli erano sfuggiti altri campi di crescita. Fa sorridere, per esempio, quando racconta di robot dedicati alla correzione di bozze o che sfogliano i libri per raccogliere informazioni.

 

Abissi d’Acciaio”, con cui inizia il ciclo dei Robot  è ambientato un migliaio d’anni dopo l’inizio della colonizzazione dei Mondi Esterni.

Sebbene la robotica e i viaggi spaziali siano tanto avanzati, lo scrittore russo-americano non ha saputo immaginare gli sviluppi recenti della telefonia e manda il protagonista Elijah Baley a chiamare da un telefono pubblico, così come farà, in “Seconda Fondazione”, migliaia di anni dopo, persino una quattordicenne come Arcadia, che gira con in tasca i soldi per comprarsi un biglietto per un volo interstellare, eppure per andare allo spazioporto cerca una sorta di cabina telefonica (non ha neppure un rozzo telefonino!) per chiamare un taxi! Nel Ciclo dei Robot, almeno, troviamo un sistema di nastri trasportatori a velocità variabile. Anche alcuni usi e oggetti quotidiani risultano stranamente persistenti. Su pianeti che non si ricordano più dell’esistenza della Terra, per esempio, il tennis è sopravvissuto!

Si può dire che questa sia una distopia, dato che immagina una Terra sovrappopolata e condizioni di vita non ottimali, ma l’ottimismo asimoviano e la sua costante fiducia nel futuro, ne fanno una distopia troppo “felice” per essere raffrontata con altre ben più cupe. Basti pensare all’efficienza delle strade mobili, alla serenità dell’utopica Astropoli. Ci fa sorridere persino la “catastrofica” previsione di una Terra popolata da otto miliardi di abitanti. Magari tra mille anni potessimo davvero non essere di più!

Una simile pressione demografica rende indispensabile la colonizzazione di nuovi mondi, processo che la Terra, vittima di una sorta di agorafobia collettiva, aveva da tempo interrotto, delegandolo ai Mondi Esterni.

I terrestri vivono ammassati in otto miliardi, rinchiusi in “abissi d’acciaio” senza osare uscire all’aria aperta o vedere il “sole nudo” e stanno rinunciando ai robot.

Al contrario, i solariani sono solo ventimila, ma hanno migliaia di robot per ciascuno. Vivono sulla superficie del pianeta, ma non s’incontrano mai tra di loro, avendo una vera e propria fobia del contatto.

Terra e Solaria sono i due estremi sociologici dell’umanità.

 

Il Sole Nudo” è un bell’esempio della capacità di Asimov di creare nuovi mondi e di immaginare il futuro. La sua analisi arriva ai rapporti degli uomini con la tecnologia e interpersonali.

Le sue preoccupazioni per un mondo, per lui decadente, in cui la “visione” (il virtuale) prevale sull’incontro personale (sui veri rapporti umani) anticipano (siamo nel 1956) le attuali preoccupazioni degli educatori per un mondo dominato dalla telefonia mobile, dalle community virtuali e dalle chat.

 

I Robot dell’Alba (1983) mostra l’inizio della seconda fase dell’esplorazione e colonizzazione spaziale della Galassia e i germi della Psicostoria.

 

Ne “I Robot e l’Impero” sono passati 2 secoli dagli avvenimenti iniziali (“20 decadi” dicono gli Spaziali). Il protagonista principale del Ciclo dei Robot, Elijah Baley, è morto da tempo. La Galassia è divisa tra i terrestri, che vivono al massimo per una decina di “decadi” e gli Spaziali, esseri umani che anni prima hanno colonizzato 50 pianeti e che ora vivono dalle trenta alle quaranta decadi. La lunga vita è utopia e nel contempo distopia, perché rende gli Spaziali meno pronti a rischiarla per avventurarsi nello spazio e colonizzare nuovi mondi, vero scopo dell’umanità.

Ritroviamo qui il grande co-protagonista e compagno di indagini dell’investigatore Elijah Baley, il robot umanoide R. Daneel Olivaw, nonché il robot metallico R. Giskard Reventlov.

I due robot per salvare la Galassia elaborano la Legge Zero, che permette agli automi di mettere la salvezza dell’umanità davanti a ogni altro dovere. Colonizzare l’intera Galassia e tenerla unita: questi sono i veri obiettivi dell’utopia asimoviana e lo scopo dell’esistenza dei suoi robot per effetto della Legge Zero.

 

Il Tiranno dei Mondi” (1951) è il primo romanzo del Ciclo dell’Impero. Si presenta molto “asimoviano”: ottimista, scientifico, ragionato, ricco di intrighi ben congegnati, con un ruolo importante della politica (con un sostegno un po’ scontato agli ideali di libertà e democrazia, utopia americana più che tipicamente asimoviana).

Se ripulito da alcuni elementi caratterizzanti, come le ambientazioni aliene, il futuro appare troppo simile, a mio avviso, al nostro presente (non penso solo ad alcuni aspetti tecnici, come le pellicole cinematografiche ancora in uso nel romanzo, ma soprattutto ai rapporti umani: dal 1950 a oggi sono mutati di più che nei secoli che dovrebbero separarci dall’avvento dell’Impero asimoviano).

 

Ne “Le correnti dello spazio” la Terra è ormai quasi dimenticata e ridotta a semplice leggenda.

 

In “Paria dei cieli” si parla del conflitto tra una Terra, con una superficie radioattiva e devastata, che ora è solo uno dei più poveri e dimenticati pianeti di un Impero che conta milioni di pianeti. Eppure gli abitanti della Terra, i paria dell’Impero, conservano sogni di grandezza terroristica e stanno approntando un’arma batteriologica in grado di uccidere tutti gli altri abitanti della Galassia. Vi compare, con un viaggio nel tempo di migliaia di anni, un uomo proveniente dal nostro presente, il sarto in pensione Joseph Schwarz, destinato a salvare la Galassia. Piuttosto improbabile il fatto che proprio lui finisca a fare da cavia a un macchinario in via di sperimentazione, destinato a potenziare l’intelligenza umana, facendolo diventare un telepatico, capace di condizionare i movimenti delle persone con la forza del pensiero e persino di uccidere. Il viaggio nel tempo appare un unicum in questa storia della Galassia e forse un po’ fuori contesto.

Perché parlare di utopia per questo Ciclo in cui vediamo una Terra ridotta ai margini dell’Impero, i suoi abitanti considerati dei nuovi paria, con la Galassia dominata da un impero tirannico, una tecnologia progredita solo in alcuni campi? Perché anche qui continua a prevalere una visione di progresso, espansione e sviluppo per l’umanità.

Persino qui i forti elementi distopici sono solo ombre che evidenziano le luci di una visione ottimistica per la quale l’umanità è la razza eletta, senza alcuna specie aliena a ostacolarla nella sua conquista della Galassia, limitata e rallentata solo da se stessa nel raggiungimento del grande obiettivo.

Preludio alla Fondazione” spiega la nascita della Psicostoria e vede come protagonista il suo creatore, Hari Seldon, impegnato in una serie di avventure che lo fanno sembrare l’Indiana Jones della matematica.

La visione utopica di una Galassia organizzata in un impero composto da milioni di mondi, popolati solo da esseri umani (di origine terrestre), mi lascia alquanto perplesso, sia per la rapidità (20.000 anni) in cui l’umanità sarebbe passata dai 50 mondi abitati del ciclo dei robot ai milioni di pianeti con miliardi di abitanti; sia perché pare inconcepibile che su miliardi di mondi l’uomo non si sia mai imbattuto in nessun essere intelligente. Persino gli animali e le piante aliene sono assai poco citati e sembrano autentiche rarità. Eppure ci sono miliardi di mondi pronti per essere abitati! Come può essere che nessuno abbia sviluppato forme di vita proprie?

Come già sui Mondi Spaziali del Ciclo dei Robot, il mondo in cui è ambientata la storia, la capitale dell’Impero, Trantor ha un clima controllato, essendo interamente chiuso sotto una calotta, che lo difende dall’ambiente esterno, che la sovrappopolazione (40 miliardi di abitanti) ha reso instabile e inabitabile.

La Galassia che Asimov ha voluto disegnarci, così pulita, regolare e prevedibile (grazie alla Psicostoria), appare molto WASP (White Anglo Saxon Protestant), sebbene si parli della decadenza dell’Impero. Anche se il protagonista si cala nei quartieri più malfamati e affronta i delinquenti locali, la sensazione è sempre quella che, poco lontano, ci sia il mondo ordinato e sereno dell’Impero. L’Impero sarà pure una tirannide, ma è il modello da cui partire per creare un nuovo, migliore, Secondo Impero.

Con il ciclo della Fondazione aggiungiamo un nuovo elemento all’utopia asimoviana: la possibilità di prevedere e regolare i flussi della storia. Regolare la storia per creare un futuro a misura dell’uomo e una Galassia pacificata sotto un nuovo Impero.

 

Fondazione anno zero” continua a raccontare la vita di Hari Seldon. Vi è ricomparso dopo millenni A. Daneel Olivaw, il partner robotico dell’investigatore Elijah Baley, protagonista del Ciclo dei Robot, fingendosi umano, con il ruolo di saggio Primo Ministro. Funzione nella quale, grazie alle sue doti telepatiche e al suo desiderio di aiutare l’umanità, assisterà due Imperatori e aiuterà lo stesso Hari Seldon, a realizzare la Psicostoria. A. Daneel Olivaw, conosciuto come un semplice investigatore, si trasforma qui in una sorta di semidio robotico che veglia sulle sorti dell’umanità, elemento fondamentale dell’utopia atea asimoviana, dove non ci sono veri Dei ad assisterci ma in cui una macchina può supplire, confortandoci con il pensiero che la sua saggezza saprà guidarci meglio di quella di qualunque, imperfetto, essere umano.

Isaac Asimov, nel delineare la sua visione della storia futura dell’umanità, in “Fondazione”, sembra rifarsi in parte all’utopia platonica (“La Repubblica”, 390-360 a.c.) di una società guidata da saggi filosofi.

Per contrastare la decadenza dell’Impero di Trantor, il matematico Hari Seldon ha, infatti, ideato, mediante la teoria della Psicostoria una Fondazione, nella quale, divenuto Primo Ministro, ha riunito un’importante comunità scientifica con il proposito di fornire una guida (formata da uomini di scienza e cultura) per la Galassia, nel momento in cui il potere centrale di Trantor fosse inevitabilmente crollato.

La Fondazione, grazie alle conoscenze accumulate, sviluppa così una potente tecnologia e afferma il suo potere sulla periferia della Galassia, travestendo le proprie conoscenze scientifiche e tecnologiche in potere spirituale e religioso (anche se mi pare poco plausibile che un simile passaggio avvenga in appena trent’anni, come immaginato qui).

Come in Platone, vediamo quindi l’arrivo dei Mercanti e l’affermarsi del loro potere, in attesa che nuovi filosofi (i “mentalici” della Seconda Fondazione?) prendano il sopravvento.

 

In “Fondazione e Impero” compare il Mulo, un mutante in grado di controllare le emozioni delle persone, (variabile non prevista dai calcoli di Seldon). Il Mulo si rivela un comandante in grado di annientare la Fondazione e accelerare la fine dell’Impero.

La previsione psicostorica, con il calcolo matematico delle azioni delle masse, è qui sconfitta dall’individualismo. Muore come previsto l’Impero, è sconfitta la Fondazione e persino il Mulo, che era stato capace di realizzare un’unificazione della Galassia in tempi imprevedibili e impensabili, fallisce nel suo tentativo di individuare la Seconda Fondazione, comprendendo così che il suo sogno di creare un nuovo impero rischia ora di naufragare.

 

Seconda Fondazione” è nel più classico stile asimoviano, con personaggi che si combattono sì con potenti poteri mentali (telecinetici come in altri romanzi) e fisici (armamenti nucleari), ma in cui le vere battaglie sono verbali, scontri di visioni, incontri dialettici in cui qualcuno cerca di scoprire qualcosa o di convincere qualcuno che è stato sconfitto e che deve arrendersi. Risolvere i problemi discutendo è un’altra utopia asimoviana: una Galassia in cui la razionalità sia così potente da regolare i comportamenti umani.

Nel Ciclo della Fondazione percepiamo una globalizzazione totale. Si dice che nei mondi della Galassia centrale ci sono usi più raffinati, che i mondi della periferia sono meno evoluti, che alcuni mondi sono più o meno industrializzati o armati, ma quello che si percepisce è una grande somiglianza tra tutti i milioni di mondi della Galassia, quello spazio utopico così stranamente privo non solo di diversità, ma anche di alieni. Una Galassia che somiglia a un infinito deserto far west pronta a essere dominata da milioni di miliardi di americanissimi cowboy, senza neppure un apache a creare un po’ di disagio!

In questo volume, la Prima Fondazione pensa di aver sconfitto sia il suo inatteso nemico, il mutante detto Il Mulo, sia la Seconda Fondazione, sia, indirettamente, per opera del Mulo, l’Impero. I lettori sanno però che non è così e che la Seconda Fondazione continua a esistere, sebbene nascosta come sempre.

Con “L’orlo della Fondazione” siamo a metà del progetto Seldon, a 500 anni dalla creazione delle due Fondazioni e qualcuno, nella Prima Fondazione, di nuovo sospetta che la Seconda Fondazione sia sopravvissuta, mentre nella Seconda c’è chi sospetta che vi sia una terza entità nella Galassia che dirige il Piano Seldon, controllando quindi sia la Seconda che la Prima Fondazione, mentre la Seconda, segretamente controlla la Prima.

Parte, dunque, una spedizione ufficiosa della Prima Fondazione alla ricerca della Seconda, mascherando la missione in una ricerca della Terra. Vi partecipa il consigliere Golan Trevize, assistito dal professore di storia Pelorat. Dalla Seconda Fondazione parte invece l’Oratore Stor Gendibal, alla ricerca di un’altra entità che, come la Seconda Fondazione, sembra avere dei poteri telepatici (“mentalici”).

Si ritroveranno tutti su Gaia, che ciascuno di loro crede possa essere l’oggetto della propria ricerca. Su Gaia ogni essere, vivente e non vivente, animale, vegetale o minerale e persino umano partecipa all’unità del pianeta, rendendolo un unico organismo pensante.

Gaia è un pianeta artificiale, frutto dell’opera dei robot, che vi hanno costruito il mondo ideale per l’umanità (una nuova utopia asimoviana), un pianeta in cui tutto è equilibrato, senza sprechi, senza morti inutili, senza malattie, con tutti gli esseri in collegamento mentale tra loro.

Le due Fondazioni vogliono realizzare il Secondo Impero, ma ognuno a modo suo. Gaia, una sorta di Terza Fondazione non prevista da Hari Seldon, ha una terza visione del futuro, una “Galassia integrata” (Galaxia), in cui ogni essere sia legato agli altri in una comunione galattica.

Cos’hanno in comune tutte le utopie asimoviane? Soprattutto il controllo, la possibilità di avere angeli custodi artificiali che vegliano sull’umanità e la sua storia. Robot, matematica, Fondazioni e Imperi vegliano (e controllano) l’umanità. Galaxia è controllo totale. Saranno anche utopie, ma sono al contempo anche distopie e Asimov ci mostra spesso personaggi che combattono, di volta in volta, contro ciascuna di queste forme di controllo. È questa anche la perplessità del protagonista Trevize: aver scelto un modello sociale troppo vincolante.

 

In queste pagine, Asimov cita anche un altro romanzo “fuori ciclo”, “La fine dell’eternità”, spiegando la caratteristica più insolita della sua Galassia: l’assenza di alieni evoluti, se non addirittura civilizzati. Secondo una leggenda gli Eterni che vivevano sul pianeta d’origine erano in grado di scegliere tra tanti possibili corsi del tempo e scelsero la linea temporale in cui la civiltà si era sviluppata solo e soltanto sulla Terra. Una spiegazione, direi, un po’ debole, per la più persistente utopia asimoviana: l’umanità è la razza più importante, intelligente ed evoluta della Galassia!

 

Con “Fondazione e Terra” si conclude la storia della Galassia e si incontrano di nuovo, a ritroso, alcuni dei mondi che abbiamo conosciuto nelle opere precedenti.

Trevize e Pelorat sono qui intenti nella ricerca della Terra, grazie alla cui scoperta Trevize spera di giustificare la scelta da lui già fatta nel precedente romanzo, senza esserne del tutto convinto, a favore di Galaxia e contro il modello fornito dalla Psicostoria, con le sue Fondazioni e il suo Secondo Impero.

Cerca di risalire alle origini dell’umanità, forse sperando che, conoscendone l’inizio, possa poi scoprire in quale direzione debba orientarsi.

Si parte così da Terminus, sede della Prima Fondazione, per sfiorare Trantor, che fu capitale del Primo Impero, per arrivare su Baleyworld, su Aurora, ormai abitato solo da cani selvaggi, e su Solaria, l’ultimo dei 50 Mondi Spaziali, il solo di questi ancora abitato, con una piccola popolazione di mutanti ermafroditi e misantropi, discendenti dal primo gruppo di coloni della Terra.

Solaria è un altro dei mondi utopico / distopici descritti da Asimov. Utopico almeno dal punto di vista dei suoi abitanti che vivono con grande ricchezza ma anche in totale isolamento gli uni dagli altri, al punto di essersi trasformati in ermafroditi per non avere neppure più rapporti sessuali, tanto temono il contatto umano.

Dopo una tappa su Melpomenia, arrivano così su Alpha Centauri e scoprono che vi sono emigrati gli ultimi abitanti della vicina Terra morente.

Anche Alfa rappresenta un’utopia imperfetta. Ricoperto da un immenso oceano, ha una sola grande isola artificiale, su cui vivono circa 25.000 persone, in semplice abbondanza, in un misto di ritorno ai vecchi tempi andati (vivono di pesca e agricoltura) e di tecnologia evoluta che consente loro di controllare la pioggia e di aspirare alla trasformazione in anfibi. Per quanto piccolo e isolato, il loro mondo ha una vita spontanea e serena. L’accoglienza cordiale dei suoi pochi abitanti nasconderà però un’insidia che costringerà i protagonisti a fuggirne in fretta.

Giungono infine nei dintorni della Terra ma scoprono che le leggende sono vere e il pianeta è ormai abbandonato e inabitabile per le radiazioni. Eppure se tutte le sue tracce sono state cancellate in modo da non farlo trovare, ci deve essere un motivo. Chi o cosa nasconde la Terra? I viaggiatori avranno allora l’intuizione di scendere sulla Luna e lì troveremo la risposta a tutti i quesiti. Come nei prequel della Fondazione avevamo scoperto che la Psicostoria era guidata da A. Daneel Olivaw, il robot telepate, a sua volta diretto dalla Legge Zero della Robotica, così, in quest’opera conclusiva, comprendiamo come per A. Daneel Olivaw, questo automa autorigenerato e vecchio ormai di oltre 20.000 anni, la Psicostoria non sia sufficiente a creare una Galassia pacifica e sana e che il nuovo e superiore modello sia quello preconizzato dal pianeta pensante Gaia (da lui creato) e quindi dal Progetto Galaxia, la più grande delle utopie asimoviane: un’intera Galassia in collegamento telepatico, in cui ogni parte, sia essa umana, animale, vegetale o minerale, si muova per il bene comune. A. Daneel Olivaw è esso stesso parte di questa utopia: un robot telepate ultraintelligente e autorigenerante, guidato da leggi che lo spingono solo fare il bene e che veglia per decine di migliaia di anni sulle sorti dell’umanità!

LA NONNA DI TUTTE LE DISTOPIE

La distopìa (o antiutopìa, pseudo-utopia, utopìa negativa o cacotopia) descrive un mondo negativo. Personalmente credo che si possa dividere il genere in due grandi gruppi.

Da una parte le distopie che parlano di società in cui le regole sono molto più forti e stringenti di quanto siano nella realtà. Si tratta sostanzialmente di parodie o esasperazioni di regimi totalitari.

Dall’altra parte abbiamo distopie in cui qualche evento ha portato al collasso dell’ordine civile e in cui le regole sono pressoché scomparse.

Nel primo caso abbiamo a che fare con ambienti in cui lo Stato o un qualche tipo di Sovrano esercita un forte controllo sui movimenti e la vita delle persone.

Nel secondo caso, ci troviamo soprattutto in momenti successivi a qualche evento apocalittico che ha quasi annientato l’umanità e disintegrato ogni forma di organizzazione sociale.

Pare che il termine distopia sia stato coniato nel 1868 dal filosofo John Stuart Mill, che si serviva allo stesso tempo anche di un sinonimo coniato da Jeremy Bentham nel 1818, cacotopìa.

Questo però non vuol dire che non possano esistere distopie antecedenti al XIX secolo e spero di poterle individuare (segnalatemele, se ne conoscete).

Entrambe le parole si basano sul termine utopìa, inteso come luogo ideale e i riferimenti sono a “La Repubblica” di Platone, “L’Utopia” di Tommaso Moro, “La Città del Sole” di Tommaso Campanella, “La Nuova Atlantide” di Francesco Bacone e numerose opere successive.

Distopìa è l’esatto opposto di Utopia e andrebbe compreso perché non vi siano opere contemporanee a quelle citate che possano essere classificate come tali o se ve ne siano.

Tra le prime opere di rilievo di norma citate per il filone distopico vi sono le narrazioni fantapolitiche antitotalitarie della prima metà del Novecento, tra cui “Il Tallone di Ferro” (The Iron Heel, 1908) di Jack London, “Noi (Мы, 1921) di Evgenij Ivanovič Zamjatin, “Qui non è possibile” (It Can’t Happen Here, 1935) di Sinclair Lewis, “Antifona” (Anthem, 1938) di Ayn Rand e “1984 (Nineteen Eighty-Four, 1948) di George Orwell.

Dunque, se “Noi” non è la prima distopia della storia della letteratura, è però senz’altro una delle prime opere fondamentali dell’epoca in cui questo genere ha preso la sua forma moderna. La sua influenza su opere come “1984” di Orwell o “Il Mondo Nuovo” di Huxley sono oggetto di studio.

 

Lo scrittore russo Evgenij Ivanovič Zamjatin scrisse Noi (in russo Мы) tra il 1919 e il 1921.

È un romanzo a carattere satirico ambientato nel futuro, in cui vengono estremizzati il totalitarismo e il conformismo sovietici. La ricerca spasmodica della felicità passa attraverso la soppressione della libertà. Essere felici è un obbligo. Le vite delle persone, che si muovono in un mondo di vetro (materiale, qui, dai molteplici usi), sono controllate matematicamente, come in un sistema industriale di tipo tayloristico. L’omologazione totale degli individui è rappresentata anche con la scomparsa dei nomi, sostituiti da sigle. Il protagonista si chiama D-503 ed è il “Primo Costruttore” di una gigantesca astronave, detta l’Integrale, con cui lo Stato Unico che domina l’intera Terra, intende esportare in altri pianeti il proprio modello di felicità obbligatoria.

L’uso diffuso del vetro rende le vite dei cittadini soggette allo sguardo costante delle altre persone e in particolare dei guardiani, anticipando l’idea dell’occhio scrutatore del Grande Fratello orwelliano.

Il protagonista, che per il proprio ruolo si presenta tra i più integrati e convinti del sistema, andrà in crisi quando incontrerà una donna, che lo metterà in contatto con i ribelli e che gli mostrerà che, oltre il muro verde, esiste un mondo selvaggio in cui la vita non segue le regole fisse e immutabili dello Stato Unico, in cui l’Orario delle Ferrovie viene considerato un classico della letteratura.

Il romanzo è, insomma, interessante sia per la fantasia creativa del mondo distopico immaginato, sia per gli influssi sulle opere successive, sia per alcune trovate e passaggi degni di essere citati.

Eppure devo ammettere che durante la lettura la mia attenzione ha avuto assai più

spesso del normale dei cali di attenzione superiori a quelli che possono capitarmi durante una lettura e non saprei quanto questo possa essere dipeso dal fatto che ho letto l’e-book con il TTS (voce sintetica in auricolare) in un momento in cui ho vari pensieri. Di norma, però questo non è sufficiente a far calare la mia attenzione. Credo ci sia quindi qualcosa nello stile narrativo che, pur avendo delle punte che richiamano fortemente l’attenzione del lettore, altre volte fa sì che la tensione narrativa tenda ad allentarsi. Questo, in effetti, è spesso uno dei problemi dei romanzi che descrivono mondi alternativi. La necessità di spiegare cose inusuali allontana l’autore dalla trama principale e dagli eventi narrati. Inoltre, occorre considerare che nei primi anni del XX secolo era ancora forte l’influsso dello stile fortemente descrittivo dei grandi romanzi ottocenteschi, russi in particolare. Il romanzo dunque mescola, mi pare, punte di forte modernità e uno stile a tratti brioso tipico della migliore fantascienza con momenti descrittivi, pur contenuti, dal ritmo più lento.

Firenze, 13/04/2013

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