Archive for the ‘fantasy’ Category

UN NOIOSO FANTASY MASCHERATO DA FANTASCIENZA

Risultati immagini per la mano sinistra delle tenebreIl 22 gennaio di quest’anno è morta Ursula Kroeber Le Guin, una scrittrice di fantascienza e fantasy statunitense (nata a Berkeley il 21/10/1929). Non ne avevo ancora letto nulla, così, incuriosito dagli articoli apparsi con l’occasione, mi ero messo da parte uno dei suoi romanzi per leggerlo. Più di recente è stato indetto un concorso (“Oltre la soglia”) a lei dedicato e così mi sono deciso a leggere “La mano sinistra delle tenebre” (1969).

Stiamo parlando di un’autrice che ha vinto 5 premi Hugo e 6 premi Nebula, insomma, una molto apprezzata almeno nell’ambiente dei premi per la letteratura di genere fantastico. Il romanzo, uno dei suoi principali, le ha fruttato 1 dei premi Hugo e 1 dei premi Nebula. Mi è parso, dunque, un buon punto d’inizio per conoscerla.

Purtroppo devo dire che la lettura mi ha molto deluso, confermando la mia scarsa fiducia nelle giurie dei premi.

La mano sinistra delle tenebre” è un (brutto) romanzo fantasy mascherato da fantascienza e con un titolo da romanzo horror o gotico.

Ursula Le Guin

Nulla mi disturba di più in un romanzo della vaghezza e delle chiacchiere vane. La sensazione è stata che la maggior parte di questo volume si basasse proprio su un simile materiale.

Per carità, non tutto è da buttare. Innanzitutto è apprezzabile l’idea di queste razze umane mutanti, e, in particolare, che possa esserci un popolo in cui tutti sono nel corso della propria vita sia maschi che femmine, divenendo l’uno o l’altro solo in certi periodi. Tra i pesci questo è piuttosto comune, vedi per esempio la cernia, il pesce pappagallo, il pesce napoleone e lo stesso tra i molluschi. In biologia si parla di proterandria e proteroginia, come forme dell’ermafroditismo.

Nel romanzo si parla peraltro di androginia. I Getheniani sono “neutri” per la maggior parte del tempo. Ma per 2 giorni ogni 26 entrano in kemmer (diciamo pure “calore”), diventando maschi o femmine. Questo ermafroditismo deriva, pare da antiche manipolazioni genetiche sperimentali.

Altro aspetto affascinante è il pianeta Gethen, nome che significa “Inverno”, che è perennemente ghiacciato.

Il romanzo è un’occasione per delle riflessioni sulla sessualità, i rapporti tra sessi diversi e tra popoli diversi, ma è un’occasione perduta perché alla fin fine succede ben poco, a parte intrighi politici, macchinazioni noiose e discussioni ed elucubrazioni. In sostanza manca una storia coinvolgente.

I nomi esotici, spesso sovrabbondanti, se non inseriti in inutili elenchi, e l’ambientazione glaciale che abbiamo conosciuto in una storia ben più affascinate come “Il trono di spade” di Martin, danno un’aria da fantasy mancato al romanzo, con gli alieni che somigliano più ai popoli della Terra di Mezzo tolkeniana che non a delle creature di altri mondi.

Dopo “Spedizione Sundiver” di Brin e “Il sole dei soli” di Schroeder, mi sono così trovato ancora una volta, nel giro di poco, a leggere romanzi di fantascienza con un ottimo potenziale ma con uno sviluppo che se fossero i primi del genere che leggo mi dissuaderebbero dal provarci ancora. Per fortuna so che la fantascienza ha prodotto opere decisamente migliori.

La mano sinistra delle tenebre”, purtroppo, mi ha ricordato i romanzi di un’altra autrice di fantascienza, premiata addirittura con il nobel, che mi pare caratterizzata da un’analoga vacuità narrativa: Doris Lessing.

Per la cronaca “La mano sinistra delle tenebre” fa parte di un ciclo di 7 romanzi denominato “Ciclo dell’Ecumene”, ma dubito che tenterò di leggere gli altri.

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L’ISOLA DEL DESTINO SCOLPITO

Image result for Donato ALtomare isola scolpitaStrano romanzo “L’isola di scolpita” di Donato Altomare! È storia magica e fantastica che parte con atmosfere che mi hanno fatto pensare a José Saramago e, in particolare, alla sua “La zattera di pietra”, anche se per Saramago a muoversi per il mare è l’intero Portogallo e qui solo un’isola che, più che muoversi, compare e scompare. Non solo. È proprio un’isola insolita. Nessuna barca riesce ad avvicinarsi alla sua spiaggia e tutte le altre coste sono alte e inaccessibili e… scolpite con infinite figure umane, forse, l’intera storia dell’umanità. Basterebbe questo a rendere affascinante questo romanzo, ma ecco che Altomare lo trasforma e arricchisce con altre atmosfere e pare questi di respirare l’odore del romanzo gotico ottocentesco, dei Polidori, Le Fanu, Mistrali, con misteriose apparizioni notturne, mostri da incubo e quel senso del fantastico e dello stupore di fronte al paranormale che i decenni successivi hanno perso. E ancora Altomare muta il registro e ci fa scivolare passo dopo passo in una vicenda che coinvolge cose più alte, come il Destino, Dio e il Fato.

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Donato Altomare

Ne emerge un’avventura in cui il protagonista, pur dandosi molto da fare, scopre che ogni sua mossa era predestinata e scritta da lungo tempo. Viene allora da chiedersi se davvero tutti noi siamo prigionieri di un Destino immutabile. Non voglio crederlo. Credo piuttosto che la ciascuno di noi è artefice della propria vita e della propria storia e che basta un piccolo gesto per mutare le sorti del mondo.

Ma nei romanzi tutto può essere, no?

Donato Altomare (Molfetta, 21/07/1951) è un nome importante della fantascienza italiana, che ha pubblicato con le principali case editrici e vinto alcuni riconoscimenti rilevanti come il Premio Urania nel 2000 e nel 2007. Ho avuto l’onore di condividerne la collaborazione alla rivista “IF Insolito & Fantastico”, per la quale entrambi scriviamo, e l’amicizia su facebook (spero non del tutto “virtuale”).

 

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A EST DEL SURYPANTA

Image result for Sempre a est Massimo Acciai BaggianiCredo che “Sempre a est” sia il primo romanzo pubblicato da Massimo Acciai Baggiani. Per me, però, si tratta del quinto testo scritto da lui che leggo (dopo “La compagnia dei viaggiatori del tempo”, “L’ultima regina d’Inghilterra”, “Radici” e , “25 – Antologia di un quarto di secolo”),  trattandosi di un fantasy, ho la conferma della versatilità e della varietà di questo autore. “La compagnia dei viaggiatori del tempo” è, infatti, una silloge di racconti prevalentemente fantascientifici; “L’ultima regina d’Inghilterra” è un racconto ucronico con aspetti sociologici e fantascientifici; “Radici” è nel contempo racconto di viaggio, guida turistica, storia familiare; “25 – Antologia di un quarto di secolo” è, infine, una sintetica antologia poetica. So, poi, che Massimo Acciai Baggiani ha scritto anche altro, in particolare, dei saggi.

Questa mia quinta lettura è, dunque, anche il primo romanzo di Acciai che leggo.

Andare “Sempre a est” è uno dei due indizi fondamentali del protagonista nel suo viaggio alla ricerca del perduto surypanta. L’altro indizio è la parola “raccoglitore”.

Davvero molto poco per avviare una difficile e avventurosa caccia al tesoro. In effetti, anche la mia Aracne, la protagonista de “Il sogno del ragno –Via da Sparta” parte con una sola, vaga, meta: il nord. Come Aracne, anche Hinreck, il protagonista di “Sempre a est” dispone anche di un oracolo, per aiutarlo in quest’impresa.

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Massimo Acciai Baggiani

Entrambi partono soli ma entrambi trovano presto qualcuno per accompagnarli.

Nel caso di Hinreck si tratta di un’altra ragazza, anche lei alla ricerca del proprio perduto surypanta. Ritroverà poi un’altra giovane, la donna che stava per sposare ma che, poco prima fuggì con il suo surypanta, abbandonandolo. Ma non è lei ad avere la creatura. Si crea così uno strano terzetto, con il protagonista e due belle ragazze.

Insomma, che cos’è questo surypanta che fa quasi pensare a qualche divinità indù? Si tratta di una creatura magica, rarissima, simile a un gatto in miniatura, ma con grandi poteri e capace di canti meravigliosi.

Sempre a est” si snoda, dunque, in una serie di combattimenti, magie, incontri, ricerche e misteri da svelare nel più classico stile fantasy, ma senza le creature classiche dell’universo di Tolkien, Lewis o Rowling (elfi, hobbit, troll, draghi…), creando un proprio universo, che nel finale sfocia in un inatteso sviluppo dai toni fantascientifici.

L’AMORE E L’INDIPENDENZA

Risultati immagini per lo sguardo e il risoLo sguardo e il riso” di Caterina Perrone è una storia d’amore ambientata in un non-tempo passato e in un non-luogo che ricorda l’Italia medievale ma che ha il sapore dei borghi fantasy. Non è comunque né ucronia, né utopia e neppure vero fantasy, ma canto sui rapporti umani, sulle pulsioni e i sentimenti d’amore, sul cercarsi e allontanarsi tipico degli amanti, sugli ostacoli che le famiglie e l’ambiente spesso frappongono a tali amori.

I protagonisti, in primis, la bella Viola sono vivaci e con un certo spessore. Viola non pensa solo al suo amato Matteo. È delineata come una ragazza forte e decisa, con una grande passione per lo studio dell’erboristeria e dei profumi. Appare, pur in questo tempo indeterminato, come una sorta di eroina anticipatrice di autonomie e indipendenze femminili. Pur ambendo all’amore del bel rubacuori Matteo, non vuole sposare né lui, né chi vorrebbe imporle il padre, dimostrando la sua brama di indipendenza.

Siamo dunque sì di fronte a una storia d’amore, ma anche alla raffigurazione di un anelito di emancipazione femminile. Viola ambisce realizzarsi nel proprio lavoro di profumiera, piuttosto che diventare moglie devota.

I personaggi si fanno amare e la storia scorre agevolmente verso l’atteso finale, lasciando presagire possibili sviluppi futuri, così come possibili scritture venture di Caterina Perrone che con questo volume edito da Porto Seguro è alla sua prima prova letteraria.

Corredano il volume i bei disegni in bianco e nero di Gianni Mannocci, assai attenti a cogliere i dettagli e i particolari delle scene raffigurate.

La copertina invece è un bel dipinto di J. W. Waterhouse.

 

Caterina Perrone – Auditorium del Duomo – Firenze 2/12/2017

IL SERPENTE DI PRANDINI E BOSI COLPISCE ANCORA!

Risultati immagini per il serpente di fuocoEd eccomi al mio terzo “Massimiliano Prandini!! Nonché al secondo “Sara Bosi“! È passato ormai un bel po’ di tempo da quando lessi il suo “Bestiario stravagante”, una raccolta di racconti gotico-paranormali che mi stupì assai positivamente per l’originalità con cui Prandini trattava temi che sembrerebbero ormai quantomeno “consunti”, ridando loro nuova vita.

Lo rilessi poi in un romanzo collettivo, “Finisterra – Le Sorgenti del Dumrak”, scritto assieme ad altri quattro autori, tra cui Sara Bosi, un’opera fantasy ben scritta ma in cui la penna di Prandini forse emerge poco.

Ho ora invece finito di leggere “Il serpente di fuoco” il primo volume di una saga fantasy scritta da Prandini assieme a Sara Bosi, e anche qui, ringrazia gli autori del collettivo Xomegap, il cui zampino era anche dietro a “Bestiario stravagante”.

Il caso vuole che abbia da pochissimo letto anche il romanzo del premio nobel Kazuo Ishiguro “Il gigante sepolto” e questo mi ha portato a raffrontare le due opere fantasy che hanno qualche somiglianza. Innanzitutto in entrambi la componente umana prevale sulla presenza di creature fantastiche, che peraltro non mancano. L’essere magico di Ishiguro è un drago (che immagino serpentino secondo la percezione orientale), quello di Prandini e Bosi un serpente dalla testa di fuoco (così come i draghi sputano fuoco).

Il drago di Ishiguro ha creato una sorta di nebbia che ha privato l’umanità della memoria. Il serpente di Prandini e Bosi è lo strumento per ridare alla Città del Sole l’acqua di cui è rimasta priva. In entrambi c’è la quest di un essere magico, grazie al quale ripristinare una situazione perduta.

Sara Bosi e Massimiliano Prandini

Il tema della memoria dà spazio all’anglo-giapponese per riflessioni di un certo tipo, ma entrambi i romanzi si snodano come avventure con forte coinvolgimento umano dei protagonisti. Due fantasy particolari, vicini e lontani al contempo dai modelli classici, due opere che, ciascuna a modo proprio, riescono a trattare diversamente questo genere, senza peraltro stravolgerne i canoni. Dal premio nobel era doveroso aspettarsi ciò. È apprezzabile, invece, trovare un po’ di fantasia in autori certo assai meno noti, ma che ancora una volta dimostrano di sapere lasciare il loro segno nella letteratura fantastica.

L’INSOPPRIMIBILE ESIGENZA DI CREARE

Quale scrittore non si è mai sentito porre la domanda “perché scrivi?” o, magari, se l’è posta lui stesso? Perché dunque scriviamo? Perché dipingiamo, facciamo musica, realizziamo sculture, cuciniamo, mettiamo su famiglia, arrediamo casa? Non è forse per un insopprimibile e incoercibile bisogno, per un desiderio che sormonta ogni altro? Quale bisogno? Quale desiderio? Il desiderio di creare. Un desiderio che è più di un desiderio. Creare è un bisogno, un’esigenza fondamentale dalla quale non possiamo sfuggire. Il contadino che semina il campo, il pastore che alleva il gregge, in fondo creano. Creano vita nuova con il loro lungo, lento e paziente lavoro. Lo stesso fa un artigiano. Lo stesso fa un’artista. È questa la magica forza che ha spinto l’umanità sin qui. È questo che ci rende umani. È questo che ci rende Dei. Dei! Sì, è questo in fondo che vorremmo essere, perché chi è che crea al massimo grado se non Dio? Ebbene come si può creare in letteratura?

Ogni autore crea dei personaggi, un’ambientazione, una storia. Più queste storie le sentiamo vicine e nel contempo diverse da ciò che conosciamo, più ci piacciono. Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza. C’è sempre qualcosa del creatore nel creato, ma questo è e deve essere diverso da chi l’ha generato.

Si può dipingere un quadro o inventare un motivetto senza per questo fare arte, se queste opere sono prive di originalità, di novità. Facciamo arte nel momento in cui creiamo qualcosa di nuovo.

Quali generi letterari ci consentono di creare, di realizzare qualcosa di veramente diverso?

Quelli che maggiormente si discostano dal reale, dal quotidiano, dal vissuto, ma che da questi prendono origine. Quali generi letterari creano interi mondi nuovi, ci regalano nuovi fantastici universi da esplorare? Lo fanno, per esempio, la fantascienza, il fantasy, la distopia, l’utopia e l’ucronia. I primi li conoscete tutti benissimo. Qualcuno forse, però, non sa bene cosa sia l’ucronia.

Io dico che l’ucronia è la storia sognata. L’ucronia è la storia fatta con i “se”. L’ucronia significa raccontare come la storia sarebbe potuta essere e non è stata.

Ho scritto un romanzo, “Il Colombo divergente”, in cui immaginavo che Cristoforo Colombo non riuscisse a fare ritorno dal suo viaggio in cui scoprì l’America. Questa è ucronia.

In un altro romanzo “Giovanna e l’angelo”, ho immaginato che Giovanna D’Arco sopravvivesse al rogo in cui, invece, morì. Anche questa è un’ucronia. In questi romanzi descrivevo la biografia di questi personaggi e, a un certo punto, facevo deviare la storia. Mostravo gli effetti di queste variazioni nell’immediato.

Con “Il sogno del ragno” ho voluto fare di più. Con “Il sogno del ragno” ho fatto di più. Ho spostato la divergenza storica indietro di 2400 anni rispetto al momento della storia narrata. “Il sogno del ragno” racconta l’avventura di due ragazze di diciassette e diciotto anni ai giorni d’oggi, ma… ma il mondo in cui vivono è come io ho immaginato potesse essere, oggi, se 2400 anni fa Sparta, avesse sconfitto Tebe a Leuttra e quindi distrutto Atene. Immaginate già solo questo: non c’è più, si è persa tutta la cultura ateniese, quella che per noi è la cultura greca ma lo era solo di una delle tante polis. Non abbiamo più Socrate, Platone, Aristotele, Fidia, la filosofia, la scultura, l’architettura ateniese! E poi? Poi Sparta blocca l’espansione di Roma, la sua grande opera di unificazione europea, le strade, la giurisprudenza: non c’è più nulla. Si va avanti e non abbiamo la Rivoluzione Francese e quella industriale. E così via.

Oggi, molto delle regole, della cultura, della morale di Sparta sopravvivono. È una forzatura, d’accordo. Prima o poi Sparta sarebbe crollata. Ma è un romanzo: immaginate che ci sia ancora! Che mondo avremmo? Gli spartani erano divisi tra liberi e schiavi, i cosiddetti spartiati e iloti, tra uomini e donne, ognuno con ruoli ben precisi. La guerra era una costante. Gli spartiati, gli uomini liberi, erano una minoranza. Per sopravvivere erano sempre in guerra, verso l’interno, con gli iloti e verso l’esterno contro i paesi vicini. Guerra continua. Stato militare! E le famiglie? Non ci sono più! Gli spartani vivevano separati: le donne nei ginecei, gli uomini nelle caserme. I bambini dopo i 7 anni erano allevati dallo stato. E il sesso? L’omosessualità era persino più normale dell’eterosessualità. La pedofilia era uno strumento di agoghé, di educazione! La tecnologia? I greci disprezzavano il “mekaniké”, la meccanica, la tecnica. Gli spartani ancora più. Consideravano il lavoro un’attività disdicevole. La sola attività onorevole per uno spartiate era la guerra! E il consumismo? Neanche a parlarne! Per gli spartani ogni lusso era bandito. La sanità? La morte risolveva ogni problema: chi compiva 55 anni, in questo romanzo, veniva fatto morire, per chi si ammalava gravemente c’era una sola medicina: l’eutanasia.

Insomma, un mondo del tutto diverso. E queste sono le premesse. Questo è il contesto in cui vi narro la mia storia, l’avventura della giovane Aracne, una schiava pubblica, che, violentata in strada come tante altre volte, rimane incinta e decide di fuggire per sfuggire a certe regole per le quali rischia di essere punita lei, al posto dei suoi violentatori. Fugge per salvarsi, per salvare il bambino frutto della violenza che porta in grembo, ma anche per inseguire un sogno di un mondo migliore. Si chiama Aracne, in greco “ragno”, perché ha un misterioso ragno tatuato sulla fronte, e questo è “Il sogno del ragno”. Il romanzo si chiama “Il sogno del ragno” per questo, ma anche perché racconta la storia sognata, l’ucronia, di Sparta, Sparta che estende la sua tela ovunque nel mondo, come un ragno. Questo è “Il sogno del ragno”.

L’AMORE, LA MEMORIA E IL FANTASY DEL NOBEL

Risultati immagini per il gigante sepolto di kazuo ishiguroIl gigante sepolto” di Kazuo Ishiguro, autore da poco premiato con il premio nobel di cui avevo già letto la splendida ucronia “Non lasciarmi”, è un fantasy che parte con un passo diverso dagli altri, non saprei se con passo da gigante, ma pur sapendo di leggere una storia del genere, ci si comincia a muovere in un mondo in cui la magia sembra esserci, ma non essere poi così evidente. Non ci corrono, insomma, subito incontro, folletti, gnomi e giganti. Quanto a presenza di magia e creature fantastiche, siamo più dalle parti de “Il trono di spade”, che de “Il signore degli anelli” o di “Harry Potter”. Mentre i modesti emuli di Tolkien e Lewis spesso scrivono solo avventure per bambini cresciuti di principesse da salvare e draghi da uccidere, Ishiguro utilizza il fantasy come uno strumento per narrarci di altro. Ci parla, dunque, soprattutto della memoria, della sua mancanza, del suo ruolo nelle cose del mondo e nei rapporti tra le persone e, soprattutto, nell’amore. E di amore, in fondo, questo romanzo parla, pur non essendo certo una storia d’amore nel senso classico, con due giovani che si amano tra mille peripezie. Qui si parla soprattutto di amore senile. Di come muti in una coppia che si avvicina alla fine dei propri giorni assieme, di come le cose belle e brutte che sono capitate loro abbiano contribuito a creare un legame forte, diverso dalla semplice passione, dal colpo di fulmine, che all’improvviso può legare due giovani.

Per parlarci di questo Ishiguro usa un drago, che non vediamo quasi mai, ma il cui fiato ha sparso sul mondo e sulla nostra coppia di vecchi la dimenticanza. C’è insomma nel romanzo un drago, come ci sono orchi e qualche altra creatura magica, ma, se ci fa caso, l’autore ci ha messo qualcosa di diverso da quello che avrebbe potuto metterci un autore totalmente occidentale. Il drago non è solo una creatura aliena, un mostro da combattere con spada e lancia. Si sente qualcosa dello spirito animista dell’antico Giappone. Il Risultati immagini per il gigante sepolto di kazuo ishigurodrago qui è una sorta di divinità minore, anche se la sua magia è mossa da un sortilegio dell’antico, mitico Merlino, qui ormai morto. Come in varie culture asiatiche, spesso i draghi giapponesi sono divinità dell’acqua, associate alle precipitazioni e ai fiumi, tipicamente rappresentati come grandi creature serpentine senza ali ma con lunghi artigli. Anche di questo drago (una femmina) si dice che “sembra un verme” e lo troviamo in fondo a una grotta e lì sarà affrontato, non in una battaglia aerea come quelle, per esempio, de “Il trono di spade”.

Ci muoviamo, allora, assieme ai due vecchi dalla memoria corta. Eppure la loro è ben più lunga di quella di tanti giovani delle loro terre.  Non sono solo loro, in effetti, ad avere poca memoria, ma tutto il mondo, da quando vi è calata quella che i vecchi chiamano “La Nebbia”, un qualcosa che nasconde i ricordi.

Ecco così che, da questa nebbia, poco a poco i personaggi prendono forma, il paesaggio si delinea, la storia si svela e compaiono persino le prime creature fantastiche e, in particolare, si comincia a parlare di questo mitico drago, i cui poteri sembra vadano al di là di quel che i più credono e che assume via via un ruolo sempre più centrale nella storia.

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Kazuo Ishiguro (カズオ・イシグロ? o 石黒 一雄 Nagasaki, 8 novembre 1954) è uno scrittore giapponese naturalizzato britannico, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 2017

All’inizio del romanzo si parla, come si diceva, soprattutto dell’importanza della memoria, di come l’amore si nutra di ricordi e di quanto sia difficile un amore senza memoria di sé. La vicenda si muove con il passo lieve delle fiabe in questo mondo incantato più per la mancanza di passato che per la magia. Mancanza di passato che non vuol dire però sua reale assenza, perché lo spazio della narrazione è spazio storico o pseudo-storico. Siamo in Gran Bretagna, tra britanni e sassoni e Artù non è morto da molto. Incontriamo persino uno dei suoi mitici cavalieri, il suo nipote Galvano, ormai molto anziano, ma sempre bardato nella sua antica armatura e pronto a esser paladino dei deboli ed eroe nelle imprese più ardue e la magia di Merlino ancora permea ogni cosa. Sembrerebbe un classico fantasy di derivazione arturiana, ma le origini anglo-nipponiche dell’autore si fanno sentire e, soprattutto, si fa sentire la penna di un uomo che sa scrivere e che è solito farlo anche con storie di altro genere. All’apparenza, dunque, ci regala un fantasy dei più classici, ma nella sostanza la storia è ben altro.

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