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SCOPRIRE IL RE E NON TROVARLO NUDO

Ho scoperto davvero tardi, Stephen King. Ho cominciato a leggerlo per caso, partendo da opere minori. Dico troppo tardi, perché più lo leggo e più mi rendo conto della sua grandezza, ecletticità, profondità e ricchezza narrativa e capisco sia stato un peccato averlo letto già in precedenza.

Il primo romanzo che lessi fu “Cell”, che mi piacque, ma come tante altre cose, insomma, non abbastanza da convincermi di leggere altro del suo autore. Lessi poi un’altra opera minore “La bambina che amava Tom Gordon” e cominciai a rendermi conto che questo signore meritasse maggior attenzione.

Known Alias: How Stephen King Was Outed as Richard Bachman | Mental Floss
Stephen King

Qualche tempo dopo, eravamo nel 2010, mi trovai tra le mani “L’ultimo cavaliere”, primo volume della serie della “Torre nera”, che mi incuriosì ma mi lasciò piuttosto perplesso, tanto che impiegai un po’ a riprendere in mano la serie. E dire che in seguito mi sarei appassionato all’intera serie, trovandola davvero straordinaria.

Furono, nel 2012, la lettura di “It” e “22/11/’63” a farmi comprendere davvero l’importanza di questo autore.

Dunque, la lettura del numero 23 di “IF – Insolito & Fantastico, dedicata a “Stephen King, reality stranger than horror” mi ha fatto particolarmente piacere, dato che mi ha permesso di calarmi in una materia in cui comincio ad avere una certa dimestichezza, ma della quale mi piacerebbe conoscere di più. Il volume è, infatti, ricchissimo di spunti per nuove letture (che spero di poter fare presto) e una buona guida per scegliere quelle più significative nel vastissimo panorama produttivo del Re.

Il volume è curato da Valerio Massimo De Angelis, subentrato allo scomparso Giuseppe Panella in corso di lavorazione, e suo è l’editoriale iniziale.

Aprono poi la serie di articoli le riflessioni di Umberto Rossi su “La lunga marcia”, un affascinante romanzo distopico uscito sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, un’opera di notevole maturità, se si pensa che King lo scrisse a solo 18 anni. È, infatti, il suo primo romanzo, anche se non il primo da lui pubblicato e, anzi, occorrerà attendere vari anni prima che di scoprire chi si nascondesse dietro la personalità immaginaria di Bachman.

Sbaglia chi crede che King sia un autore solo horror e la produzione uscita in stampa con questo pseudonimo ne è un esempio. “La lunga marcia” ne ha qualche tono ma è soprattutto spaccato di vita di provincia americana, come molte opere del Re. È anche fantascienza sociologica, con la creazione di un contesto sociale parzialmente immaginario. È opera di formazione. È romanzo sportivo, anche se la marcia praticata è qui uno sport estremo e immaginario. È, persino, romanzo ucronico (genere di cui King si dimostrerà poi maestro), dato che il presente narrato non potrebbe esistere senza che una diversa Storia lo abbia preceduto. Come fa notare Rossi, citando Smythe, “La lunga marcia” è anche “una metafora della guerra; specificamente del conflitto in corso in Vietnam”. Il romanzo poi anticipa i reality competitivi e tutta la narrativa che ne è derivata come, tanto per fare un esempio, “Hunger Games”. Sin dalla sua prima opera King mostra, insomma, la sua capacità di attingere da generi diversi, mescolandoli e reinventandoli in modo del tutto originale e si dimostra attento conoscitore della mente e delle dinamiche umane. E dire che un simile romanzo è considerato “minore” nella sua produzione!

Giuseppe Panella (in quello che è immagino sia uno dei suoi ultimi scritti) descrive il concetto di Male in King, concentrandosi soprattutto su romanzi come “Shinning”, “La nebbia”, “Le notti di Salem”, “L’ombra dello scorpione” e “Cujo”, e su come abbia trasformato e adattato alle sue classiche ambientazioni nel Maine il vampiro della letteratura gotica.

Riccardo Gramantieri esordisce nel suo testo affermando: “Col passare degli anni, e dei romanzi, Stephen King ha reso la propria opera sempre più complessa e ricca di riferimenti intertestuali”. In effetti, ogni opera di King ne richiama altre. Il ciclo della Torre Nera è esemplare in questo. Non solo sono 8 romanzi, ma ciascuno è collegato a molti altri. Ritroviamo in varie opere di King personaggi e luoghi di altre storie all’apparenza scollegate. Quasi ovunque è presente il Maine kinghiano, questo strano luogo-non-luogo, in cui posti e città reali si mescolano con località inventate. Molti autori hanno creato luoghi del tutto immaginari. King, invece, ha reinventato il suo Maine, creandogli anche una profondità che si perde in luoghi inconoscibili, da cui possono emergere creature quasi lovecraftiane come It.

Gramantieri poi evidenzia l’importanza del doppio, a partire dallo sdoppiamento dell’autore stesso nel suo alter ego Richard Bachman, per arrivare a tante opere in cui affronta il tema, come “La metà oscura”. Gramantieri cita Freud dicendo che “soltanto il fattore della ripetizione involontaria rende perturbante ciò che di per sé sarebbe innocuo”. In King il doppio si sdoppia e diviene, infatti, ripetizione e ossessione. Quello che Gramantieri non dice è che in molte storie (penso soprattutto alla “Torre Nera”, il doppio comporta schizofrenia e King se ne rivela uno dei più grandi narratori, capace di creare personaggi che si frammentano e ricompongono follemente, entrando e uscendo da loro stessi.

Tocca poi a Marco Petrelli esplorare il multiverso kinghiano, perché, già, il re del Maine non si limita a descrivere l’America di provincia come tutti noi la vediamo ma anche un universo invisibile che spesso emerge da universi paralleli o più spesso divergenti (“Credo che attorno a noi ci sia un mondo invisibile”) o da paesaggi onirici (una sua raccolta, per esempio, si chiama “Nightmares & dreamscapes”). King pare avere ben in testa il Lovecraft che scrive “egli aveva dimenticato che la vita non è nient’altro che una teoria di immagini della mente, che non c’è differenza tra quelle nate dalle cose reali e quelle scaturite da sogni segreti e che non c’è motivo di ritenere più vere le prime delle seconde” (da “La chiave d’argento”).

Stephen King e i suoi Libri: il Meglio e il Peggio
Stephen King

Come ricorda Petrelli, King riprende e muta il concetto quando scrive in “A volte ritornano”; “L’essere che, sotto al mio letto, aspetta di afferrarmi la caviglia, non è reale. Lo so. E so anche che, se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia”.

Insomma, scrive Petrelli, “King ha ampiamente sfruttato l’idea che la realtà sia molto più complessa (e spaventosa) di quanto appaia”.

I romanzi del ciclo della Torre Nera ma anche “A volte ritornano”, entrambi citati in proposito da Petrelli, sono esempi di come anche in concetto di spazio-tempo in King assuma una nuova visione, con passaggi che ci conducono in altri tempi o altri luoghi. Si pensi anche alla porta nello scantinato (la tana del coniglio che richiama alla mente Carroll e la sua Alice) che fa tornare sempre indietro allo stesso anno in “22/11/’63”.

La realtà è sottile e (…) la realtà vera che c’è al di là è una tenebra sconfinata piena di mostri” ben descrive un’altra visione dell’universo kinghiano. Non è, in fondo, questo l’universo in cui viviamo? Non siamo forse prigionieri su questo microscopico granello di polvere che è la Terra, circondato dal buio interstellare di cui nulla conosciamo e dal quale sempre attendiamo emergano dei mostri? Il mondo di King ne è espressione e metafora.

L’articolo di Roberto Risso parla di quello che fu il primo romanzo di King da me letto, “Cell” (2006), che raffronta con il precedente “The Stand” (in Italia “L’ombra dello scorpione”), per il carattere post-apocalittico di entrambi. Credo che questo tempo di pandemia sarebbe il momento giusto per leggere quest’ultimo, in cui “una malattia si diffonde per errore da un laboratorio dove si effettuano ricerche chimico-batteriologiche con fini bellici”, portando al “collasso della civiltà”.

Una volta che la super-influenza ha sterminato l’umanità la narrazione si concentra sui personaggi superstiti positivi e negativi”.

“I sopravvissuti sono vittime di sogni”, come spesso accade in King, per il quale “telepatia, telecinesi, poteri soprannaturali, sogni premonitori e ‘interattivi’ sono tratti distintivi” della scrittura.

Cuori in Atlantide | Mangialibri

Nicola Paladin tratta un King quanto mai lontano dai canoni dell’horror, cui viene ingiustamente relegato, parlando di “Cuori in Atlantide” (1999), che affronta gli effetti della guerra del Vietnam sulla società americana. Paladin ci spiega che “nonostante la sua distanza dalla ‘combat zone’, esso mostri una realtà altrettanto corrotta della guerra”. Quest’opera “esplicita a livello metaforico la stretta relazione tra dipendenza e mortalità”. I protagonisti sono ossessionati (dipendenti) dal gioco Cuori, che, però, li distrae dallo studio, facendogli rischiare di essere presto candidabili per partire militari. Non si parla, dunque, di dipendenza da droghe, ma dal gioco. “Giocare a Cuori provoca contemporaneamente appagamento e angoscia in quanto può causare la morte” rendendo i ragazzi protagonisti di quella guerra che sentono ancora come lontana e distante.

Si vede qui la ricchezza di questo autore, che si esplica non solo nella creazione di trame geniali, personaggi intensi ed emblematici, ma anche nella capacità di usare con perizia il linguaggio: King mette “in mostra la portata culturale della guerra anche nel modo in cui influenza la lingua stessa del racconto”.

King cancella i confini tangibili di Atlantide: fuor di metafora, tutta l’America si inabissa a causa del Vietnam”. “Cuori in Atlantide, per quanto peculiare, costituisce una profonda analisi della Guerra del Vietnam, vista da una prospettiva inconsueta”.

Si occupa ancora de “The Stand” l’articolo di Salvatore Proietti, che

Amazon.it: The Stand - King, Stephen - Libri in altre lingue

esordisce “A ‘The Stand’, romanzo pubblicato da Stephen King nel 1978, il concetto di enciclopedia si applica su più livelli. È enciclopedica l’eterogeneità dei generi letterari: l’inizio è realista, prestissimo irrompe la fantascienza, poi si vira in direzione del soprannaturale; nel finale gli elementi ‘fantastici’ disturbanti escono di scena, adombrando un’utopia. È enciclopedico lo scenario geografico, in cui ampi spazi della nazione statunitense fungono da sfondo e da argomento di riflessione. È enciclopedica la portata delle allusioni letterarie e culturali”. Ed è gigantesca la dimensione del romanzo, dalla composizione lunga e complessa”.

Per Proietti questo romanzo è “forse la sua versione del ‘grande romanzo americano’” in cui “anche i linguaggi (a partire dal dialetto) si affastellano” e l’autore pare “sempre alla ricerca di significati multipli, contraddittori e sfuggenti”.

Richiama allora Carlo Bordoni quando evidenzia “la sua versatilità nell’esplorazione del tema dell’alienazione nel mondo moderno”, arrivando a sostenere, dandoci un’importantissima chiave di lettura, che “l’orrore può anche essere presentazione di uno scetticismo profondamente politico, riflessione critica del quotidiano”.

Alissa Burger affronta quindi la spina dorsale dell’opera kinghiana, la favolosa epopea western-ucronico-fantascientifica che è il ciclo di romanzi della “Torre Nera”, la più affascinante saga che mi sia mai capitato di leggere: “Il ciclo della Torre Nera copre quasi l’intero arco della carriera di Stephen King, si riverbera attraverso molte delle sue altre opere, ed è una chiave  di volta per comprendere il metaverso kinghiano e gli innumerevoli personaggi, luoghi e conflitti che esso include”. Si caratterizza non solo per descrivere un incredibile multiverso, ma per personaggi con personalità multiple, richiamando i miti di Artù e della ricerca del Sacro Graal, partendo dall’opera di Robert Browning (“Childe Roland alla Torre Nera giunse” del 1855).

L'ultimo cavaliere. La torre nera di Stephen King | PassioneLibro

Il curatore Valerio Massimo De Angelis nel suo intervento si concentra sulla splendida ucronia sulla morte del presidente Kennedy “22/11/’63”, leggendolo come “una riflessione metaletteraria sul rapporto tra horror e Reale, perché l’organizzazione  strutturale del testo si fonda sull’iterazione tra quella che noi consideriamo la ‘realtà’ del nostro presente, che si dà per stabilita e condivisa, e una vastissima  serie di possibili variazioni del passato così come lo conosciamo, e gli effetti potenzialmente dirompenti che tali variazioni possono esercitare su quel nostro presente”.

22/11/'63 libro di King Stephen

Secondo De Angelisper King il Reale è molto più strano dell’horror, e l’horror altro non è che il risultato (sempre malriuscito) di denunciare tutta una serie di traumi che la società statunitense (o più in generale la civiltà occidentale, o anche quella umana tout court) non ha alcuna intenzione di affrontare nella loro insopportabile, ingestibile, infine incredibile essenza ‘Reale’”.

De Angelis fa notare come questo scelto da King sia uno dei tre “grandi traumi che hanno definitivamente infranto il mito della ‘innocenza americana’”: “l’omicidio di Kennedy, la sconfitta nella guerra del Vietnam (la prima e unica nella storia americana), e la scoperta che il leader della nazione era un bugiardo”.

Il direttore della rivista Carlo Bordoni,chiudendo la parte monografica della rivista, esamina le opere scritte sotto lo pseudonimo di Richard Bachman e la scelta dell’autore di pubblicare sotto falso nome alcuni libri di notevole qualità.

Richard Bachman - Wikipedia
Richard Bachman

Forse la volontà di cambiare nome derivò anche dal fatto che “King restava (e restò per molto tempo, fino alla seconda metà degli anni Ottanta) un fenomeno da baraccone, un autore di seconda serie, da far circolare fra gli appassionati, fra i lettori di genere, ben lontano dal meritare l’inclusione nel Parnaso letterario”, di cui meriterebbe invece il trono. Il Premio Nobel potrà forse rivalutarsi ai miei occhi e tornare a essere quel che era stato un tempo, quando saprà riconoscerne la rilevanza insignendolo del dovuto riconoscimento.

Un segno della sua grandezza è anche nelle parole di Bordoni quando afferma: “Malgrado il successo, malgrado quei lavori, King maturava. Cambiava genere, attualizzando i suoi contesti, perfezionando la sua tecnica. Non rimestava la stessa frittata, cosa che fanno per prassi consolidata molti scrittori nostrani quando sono riusciti a imporsi”.

Stephen King. Questo autore così poco scontato, da cui dobbiamo aspettarci ancora molte sorprese”.

Finita la parte della rivista dedicata a King, troviamo un articolo di Riccardo Gramantieri sulla figura archetipale di Robinson Crusoe, a metà tra homo faber e bricoleur, e di come sia stata ripresa nella letteratura successiva a Defoe, in particolare dalla fantascienza e da questa di ambientazione marziana, con tutte le difficoltà dell’uomo nel tentativo di dominare con le sole proprie forze un ambiente alieno.

Seguono i ricordi degli scomparsi e compianti Giuseppe Panella e Giuseppe Lippi, per poi entrare nella sezione narrativa, che comprende solo tre racconti, uno di Massimo Acciai Baggiani, uno di Roberto Marchi e uno di un certo Carlo Menzinger di Preussenthal.

Avevo già avuto il piacere di leggere il racconto “Qualcuno bussò alla porta” di Massimo Acciai Baggiani e trovo che dei tre sia quello che meglio si inserisce in questo volume, in quanto descrive un misterioso incontro in un paesino del Casentino, Corezzo, che chi conosce gli scritti di questo autore ha certo già avuto modo di incontrare. Al Casentino Acciai ha persino dedicato un intero libro. A rendere adatto a questo volume il racconti è l’insolito protagonista della storia, che non vi posso però rivelare per non togliervi il gusto della lettura.

Roberto Marchi ci parla di un altro incontro, quello con una “Tromba marina”.

Il mio racconto “Protesi” lo avevo scritto e pensato per un altro numero della rivista dedicato a Frankestein. Mi ha fatto comunque piacere trovarlo in questo numero che parla di un autore, che come avrete capito apprezzo molto. Sono sempre lieto, del resto, di poter avere una presenza in questa rivista che considero molto interessante, curata e seria, non per nulla è riconosciuta anche dall’ANVUR come rivista dell’Area 10 (ovvero è considerata citabile nei lavori letterari ufficiali).

In oltre dieci anni di produzione, la rivista ha cambiato editore passando da Tabula Fati a Odoya e ha visto alternarsi tanti nomi importanti come autori e curatori. Di quelli delle origini, credo di essere uno dei pochi rimasti.

“Protesi” mostra un mondo che come scriverebbe King è “andato avanti” (il che non sempre è un bene come credevano molti dei primi autori di fantascienza), in cui anziché comprare cellulari, smartphone e orologi, la gente si ricopre di protesi anatomiche, arrivando ad avere vari arti aggiuntivi e finendone schiava.

Anche questa volta il volume si chiude con l’analisi di Riccardo Gramantieri dei libri editi nel fantastico durante l’anno precedente, che, in questo caso sarebbe il 2018, dato che sebbene la rivista sia stata stampata dopo l’estate 2020, questo numero 23 è quello di dicembre 2019.

SPARTA OVUNQUE IN ARRIVO A STRANIMONDI

Il 18 Ottobre 2020 alle 15,30, presso il festival del fantastico Stranimondi (Casa dei Giochi – via Sant’Uguzzone 8 – 20126 Milano) uscirà la nuova antologia edita da Tabula FatiSPARTA OVUNQUE“, che riunisce sette racconti ambientati nel mondo ucronico di “VIA DA SPARTA“.

Quest’anno STRANIMONDI è on line: potete seguire la presentazione qui.

Gli autori sono, oltre al sottoscritto, Massimo Acciai Baggiani, Donato Altomare, Sergio Calamandrei, Linda Lercari, Paolo Ninzatti e Pierfrancesco Prosperi.

Li ringrazio tutti per aver aderito a questo progetto di cui sono molto onorato.

Sparta ovunque” è una delle formule di saluto in uso nell’Impero di Sparta, che nella sua plurisecolare storia (immaginaria) si è esteso quasi “ovunque” nel mondo, dominando gran parte dei continenti.

L’antologia “Sparta ovunque” raccoglie sette racconti di altrettanti autori ambientati nel mondo ucronico della saga “Via da Sparta” ideata da me (Carlo Menzinger di Preussenthal).

Vi si descrive un mondo attuale ma del tutto diverso dal nostro, a causa di una divergenza ucronica: Sparta, contrariamente a quanto avvenuto nel nostro flusso temporale, sconfigge Tebe a Leuttra nel 371 a.C. e diventa un impero che domina su metà del mondo.

I racconti di questa raccolta, si svolgono in epoche e zone diverse del mondo.

L’ucronia richiama la storia, ridisegna la geografia e si mescola alla fantascienza, immaginando diversi sviluppi della scienza, ma anche viaggi nel tempo e tecnologie di altri mondi, facendo incontrare, in un oggi alternativo, civiltà che scomparse come quelle di spartani, samurai, aztechi e vichinghi, generando suggestioni inedite.

Massimo Acciai Baggiani, Donato Altomare, Sergio Calamandrei, Linda Lercari, Carlo Menzinger di Preussenthal, Paolo Ninzatti e Pierfrancesco Prosperi reinterpretano a modo loro l’universo immaginario di “Via da Sparta”, in cui ventiquattro secoli di storia, hanno cambiato ogni aspetto, dalla società, all’economia, alla famiglia, al sesso, all’arte, alla scienza, alla tecnica, alla religione, agli usi e costumi, alla politica, all’alimentazione, all’urbanistica e architettura.

Questi sono i racconti:

Le donne di Sparta – Donato Altomare

L’onore di Sparta – Sergio Calamandrei

Gli Anni del Ferro e del Fuoco – Carlo Menzinger di Preussenthal

Odino e il serpente – Paolo Ninzatti

Nella terra dove si sveglia il sole – Linda Lercari

Lo scisma – Massimo Acciai Baggiani

Deus vult – Pierfrancesco Prosperi

Se avete già letto i tre romanzi della saga “Il sogno del ragno”, “Il regno del ragno” e “La figlia del ragno”, questa è l’occasione per calarvi ancora nel mondo immaginario della saga “Via da Sparta”.

Se non li avete letti, nessun problema, perché “Sparta ovunque” è un’antologia di racconti autonomi, che si leggono benissimo anche senza aver letto i romanzi, che hanno altri protagonisti.

Raccolgo volentieri le vostre prenotazioni e avrò presto alcune copie da spedire a chi ne volesse una autografata.

In alternativa si può già ordinare sul sito di Tabula Fati.

Sarà poi presto in vendita presso tutti i negozi on-line e ordinabile in qualunque libreria.

Vi saluto alla spartana:

Sparta ovunque!

MITI E LEGGENDE ABRUZZESI

Circa un anno fa Fate, pandafeche e mazzamurelli. Storie di miti, superstizioni e leggende d'Abruzzo - copertinaho pubblicato con l’editore abruzzese Tabula Fati (Gruppo Solfanelli) l’antologia di racconti distopici “Apocalissi fiorentine”. È capitato così che venissi contattato da un curatore di antologie della casa, David Ferrante, per partecipare a un progetto tutto abruzzese, la raccolta di racconti ispirati a miti e leggende di questa regione “Fate, Pandafeche e Mazzamurelli” (Tabula Fati, Luglio 2020). Sono nato a Roma e vivo a Firenze, ma la terra di D’Annunzio non mi è indifferente. Da ragazzino avevamo una casa per le vacanze vicino Tagliacozzo, nella Marsica, campagna aspra che sorgeva sotto la vetta tagliente del Monte Velino. Inoltre, mi è già capitato di scrivere storie gotiche, quale il romanzo a più mani “Il Settimo Plenilunio”. Dunque, ho accolto con piacere la proposta.

David Ferrante mi ha dato precise istruzioni su come scrivere questo racconto: doveva trattare della leggenda della Grotta di Giannandrea, dei misteriosi lanci di pietre, dei tumuli funerari e dei lupari. C’ho aggiunto le mie memorie giovanili di Tagliacozzo (ormai perse nel tempo e quasi mito anch’esse) e le leggende sull’origine del popolo dei Marsi, devoto al Dio Mamerte, progenitore del dio della guerra romano Marte, con i riti della Primavera Sacra, e ne è nato così il racconto “Spirito di Lupo” in cui la voce narrante è dello stesso Dio Mamerte, che osserva con sconcerto il diffondersi della fede in un nuovo Dio venuto dall’Oriente. I lupi li ho presi un po’ a prestito dalla mia saga di romanzi ucronici “Via da Sparta”. Per entrambi sono debitore verso il saggio “Il lupo e il filosofo” di Mark Rowlands.

FATE E PANDAFECHE, IL VIAGGIO NELL'ABRUZZO MAGICO DI FERRANTE – Virtù Quotidiane – Il quotidiano enogastronomico abruzzese

David Ferrante

Ora ho finalmente ricevuto le mie copie del volume e ho così potuto leggere anche gli altri racconti, che ho trovato tutti molto belli, cosa che mi fa molto piacere. Mi sento dunque onorato di far parte di una raccolta di ottima qualità.

Come scrive David Ferrante nella “Presentazione”, con questo libro si intende “abbandonare il bisogno di logica e lasciarsi trasportare nell’apparente irrazionalità delle leggende e dei miti. Rendere feconda di stupore, fantasia e ingenuità la fredda terra del razionale raccontando il folklore, la sapienza del popolo”.

Abbiamo dunque ripreso in mano “storie che provenivano dal passato, impastate di pietre di montagna, acqua gelida di fiume, trasportate dal vento”.

Nel fantastico americano di rado si sente il respiro della Storia, la ricchezza della Geografia dei luoghi narrati. Questo, invece, c’è spesso nel fantastico italiano e, in particolare, in questa silloge.

Ecco così che nel racconto di apertura di Giovanni D’Alessandro (autore di rilievo che ha già pubblicato con Mondadori e Rizzoli) il protagonista è nientemeno che Publio Ovidio Nasone, il poeta sulmonese delle “Metamorfosi” (una sorta di enciclopedia dei miti latini). Vi si parla di spettri e filtri magici, degli antichi Marsi e dei Peligni.

Il mito del lupo mannaro ha origini antichissime e non è certo specifico dell’Abruzzo. Persino nella Bibbia si dice della trasformazione in lupo di Nabucodonosor. Nel XIX secolo ne scrivevano, per esempio. Baring-Gould, Maturin, Reynolds e Dumas, nessuno dei quali è, come è ovvio, abruzzese. Eppure “lu lupe manare” assume qui una sua diversa natura e connotazione. “Lu lupe manare è lu dimonie!”. Nel racconto di Laura Di Nicola si legge quello che forse è lo spirito con cui si narravano da noi queste storie:

Ada non raccontava mai ai suoi bambini le lugubri storie di mostri e stanassi con l’intento di spaventarli, come faceva la vecchia Maria, ma per insegnare loro che quella terra crudele e bellissima in cui erano nati apparteneva anche alle creature selvatiche, alle volpi, ai cinghiali e ai lupi, per cui dovevano averne rispetto e cercare di conviverci. Perché perfino la bestia dall’aspetto più terribile può celare un cuore puro, mentre spesso la malvagità dell’uomo usa la maschera di un lupo per manifestarsi.” Visione di un popolo che vive nella terra e con la terra. Peccato che l’illusione dell’uomo antico che vive in armonia con gli animali sia anch’essa solo una leggenda, se come appare ormai evidente l’umanità ha iniziato lo sterminio di tutte le specie animali di grandi dimensioni sin dalla preistoria, come si legge, per esempio nell’interessante saggio di Elizabeth Kolbert “La sesta estinzione”.La Pandafeche che ti paralizza nel sonno

Il curatore David Ferrante è presente anche con una sua storia, che ci parla di mazzamurelli, figura questa davvero locale, “quel folletto che è il tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti, che annuncia eventi buoni e cattivi e il passaggio di un guerriero”.

Il racconto ci rimanda a come era la vita nelle campagne italiane una o due generazioni fa, con la gente costretta a emigrare da una terra avara, con i giochi fatti di cose semplici, con la famiglia come punto di riferimento.

Di nuovo riappare la Storia nelle pagine di Fabio Ferrante, con gli scontri tra le famiglie degli Orsini e dei Colonna, mentre si parla di un fantasma che protegge un antico tesoro. (“Pecchè ci sta lu fantasme, lu demonje scerrate”), ma anche di un mondo difficile, in cui un giovane per campare ha poche alternative “Ormai ha quindici anni, deve lavorare. Altrimenti si facesse prete”.

 

Melania Fusconi, autrice fantasy di cui ho già letto il romanzo “I cimeli ancestrali” (Tabula Fati, 2019), cita “Twilight”, ma ci parla piuttosto di erbe dai poteri magici come la Stregonia e cita anche il medico greco Discoride e il mito di Maia, da cui, secondo alcuni, deriverebbe il nome del mese di Maggio e che ha strane somiglianze con la vergine Maria, cui il mese è dedicato.

Silva Ganzitti, oltre che autrice, è editor di Tabula Fati (ha anche rivisto il mio “Apocalissi fiorentine”). Ci parla della leggenda di un antico e sventurato amore tra un capitano di ventura e una principessa, mutatasi poi in fantasma.

Fa dire a un suo personaggio, parole che credo non si possano non condividere: “Temevo che la storia della Ritorna diventasse un refrain commerciale, un altro di quei trucchetti per accalappiare turismo a buon mercato. Avevo un’altra idea dell’Abruzzo, e non volevo che venisse svenduto come una regione piena di superstizioni”.

Bella anche la riflessione finale: “la figura esile di donna, fatta di luce di luna, è al centro di quest’utopia che mi fa pensare alla morte come a una strana forma di vita, presente e assente allo stesso tempo”.

Annalisa Marcellini ci parla di fate, “creature piccolissime che si annidano soprattutto nelle fessure e nei crepacci, tra gli alberi secolari, oppure nei pressi delle sorgive”, ma anche esseri suscettibili, che si irritano facilmente, anche solo perché qualcuno ha bevuto a una fonte senza averle consultate, al punto di vendicarsi rapendo un bambino e sostituendolo con un loro figlio mostruoso.

Nel racconto di Angelo Marenzana (altro autore dal notevole curriculum) di nuovo compare la Storia e vediamo stregoni di paese assieme al XII Plotone della Brigata Maiella e ai tedeschi della Wermacht durante la Seconda Guerra Mondiale, con un gallo capace  di covare uova da cui “fa nascere lu basilische”, il “serpente a tre teste che uccide con lo sguardo” e “l’ommene divente de prete” come sotto gli occhi della mitica Medusa o nei film di Harry Potter.

Annarita Petrino, di cui ho già letto il romanzo fantascientifico “Quando Borg posò lo sguardo su Eve” (Tabula Fati, 2019) ci parla dello Scijjone, un sifone che custodisce segreti demoniaci che, come scrive Ferrante, “se tagliato con lu cultelle de sante Libboije, scompare lasciando dietro di sé l’urlo di chi è stato ferito”.

Sono pochi quelli che sfuggono ai sifoni e possono raccontarlo”, scrive Annarita Petrino.

Nicoletta Romanelli ci racconta di come “nella magica notte di Ognissanti, così densa di presagi, il mondo dei vivi e quello dei morti entrassero in contatto e che gli spiriti tornassero a far visita alle loro famiglie.” Per Stephen King o altri autori dell’horror americano, questa potrebbe essere la base di una storia di paura. In Italia le cose girano diversamente: “Caterina si commuoveva sempre a questo pensiero, segno di un amore che non finisce con la morte”. Credo che in questa frase della Romanelli ci sia molto dello spirito che distingue la visione italiana (e abruzzese) del magico da quella anglo-americana, che, inevitabilmente ha contaminato tutta la letteratura mondiale, compresa la nostra, ma dalla quale quest’antologia pare magicamente vaccinata. Abbiamo qui un esempio di visione attraverso gli occhi di una morta che rimanda agli studi sul tema di H. G. Wells nell’antologia “L’uomo invisibile e dieci racconti”, ma l’autrice invece di renderci il senso di angoscia dell’inglese, conclude dicendo che la protagonista “aveva ricevuto un dono prezioso quella notte di tanti anni prima, aveva ricevuto la pace e la serenità del cuore”.

Inutile dire che anche in questo racconto compare la Storia e vi vediamo una bambina morire durante un bombardamento aereo nel 1944.

Chiude questo interessante volume Manuela Toto che ci parla di pandafeche, malocchi e profezie.

Vivevamo ai margini di un pensiero fisso che come un chiodo aveva trapassato mio nonno e poi mio padre: il mondo è un luogo ostile e non ti puoi fidare”. Visione arcaica e forse contadina, dalla quale nascono facilmente le paure e la credenza che il male venga perché qualcuno ce lo getta addosso, ci fa il malocchio. E il malocchio si accompagna alla maldicenza, che nei paesi può fare danni anche più seri, “decideva le sorti sociali di ogni alunno della scuola. La mia targa appesa al collo diceva che ero malvagia come mia nonna Mimì: «capelli neri, cattivi pensieri»”. Bastava poco per trovarsi un’etichetta attaccata addosso.

I bambini nascono morti solo alle famiglie cattive”: tanto può credere la superstizione!

E le pandafeche che cosa sono? Un’altra delle tante forme dell’incubo (di cui ho scritto nel mio romanzo “La bambina dei sogni”) in forma femminile: “questi umani sono solo involucri di paure antiche e io non faccio altro che nutrirmi del terrore con cui ciascuno di loro è nato”.

Non posso che concludere complimentandomi con gli altri autori e con il curatore per la coerenza e l’omogeneità che è riuscito a dare a questo volume, opera di fantasia ma pur sempre testimonianza di una cultura e di uno spirito locale, ma che risente di contaminazioni che vengono anche da molto lontano.

C’È ANCORA SPERANZA PER LA TERRA?

Premiazione 2018 – Premio Sergio MaldiniGianni Marucelli è stato dirigente nazionale della più antica associazione ambientalista italiana, Pro Natura, ed è tuttora presidente della sessione di Firenze. Nei suoi scritti traspare spesso questa sua passione e attenzione per l’ambiente, come ebbi modo di evidenziare anche commentando il suo romanzo “L’isola del muflone azzurro” (Betti, 2019).

Questa attenzione traspare anche nella precedente antologia “Undici novelle per l’ora del tè e altri racconti” (Liberodiscrivere, 2012) e Marucelli lo dichiara proprio all’inizio “la vera passione della mia vita: l’amore per la natura, per la Madre che accomuna tutti gli esseri viventi su questo piccolo pianeta, sperduto nel gran vortice della galassia”.

 

Colpisce, innanzitutto, l’uso del termine “novelle” nel titolo. Il volume è, infatti diviso in due parti, le “undici novelle per l’ora del tè” e i racconti di “Domani accadrà?”.

Ho trovato questa distinzione tra i due termini:

la novella è incentrata su un avvenimento o su un personaggio e presenta una struttura rigida (inizio-sviluppo-conclusione); il racconto è caratterizzato da uno sviluppo più libero e dà importanza, più che alla vicenda, all’ambiente in cui i personaggi agiscono e ai loro stati d’animo ed emozioni.

Non saprei dire se la differenza tra la prima e la seconda parte del volume coincida con questa e credo, anzi, che la differenza tra novella e racconto non sia comunemente nota e si tenda a usare indistintamente i due sostantivi, con la differenza che il termine “novella” appare più antico e forse desueto. Non per nulla Marucelli lo ha accostato a “l’ora del tè”, altro concetto che rimanda a tempi passati.Nessuna descrizione della foto disponibile.

Ebbene, in effetti, se la prima parte contiene storie spesso ai limiti della fiaba o su tematiche religiose, la seconda, quella dei racconti, appare più moderna, è puntata verso il futuro e ha spesso toni fantascientifici.

 

Si comincia con “Vangelo apocrifo”, che ci restituisce un quadretto familiare della famiglia di Gesù ancora tredicenne con al centro la sua capra, lanciando un messaggio quasi francescano di rispetto per gli animali.

Con “La luna e la rosa” ci si sposta a Granada, ai tempi dei mussulmani e si segue la vicenda di un’insolita rosa bianca.

Assai emozionante è la lunga novella “Giuliana”, in cui una seduta spiritica fatta per gioco da un gruppetto di amici, li segnerà per sempre.

La “Storia della pietra verde” è praticamente una fiaba e, nel contempo, una toccante storia d’amore.

In “Tre colpi di fucile” troviamo grande protagonista la natura, personificata in un astuto vecchio camoscio.

Ne “L’uomo di parola” il suggestivo incontro sulle montagne rivela una sorpresa paranormale.

In “Christmas’ cat” sarà una gatta a risolvere una difficile e pericolosa situazione.

In “Tutte quelle che ho posseduto” il protagonista nel confessionale si prende gioco del prete e, forse un po’, del lettore.

In “Faust a San Silvestro” sarà di nuovo un gatto, anche se di proporzioni immani, a risolvere un patto mefistofelico.

Ancora gatti troviamo in “Fata Dorina e i suoi angeli”, con una disgrazia vista attraverso gli occhi dei felini e anche questa volta, da loro stessi risolta.

In “Rondine d’autunno” sarà, invece, un bambino con la sua mamma a salvare una piccola rondine e forse qualcos’altro.

Con “Psiconatura” inizia la seconda parte del volume, quella futuristica. In questo racconto, scritto alla fine degli anni ’70, l’autore aveva già immaginato la realtà virtuale, come soluzione per vivere nella natura in un mondo distopico in cui questa è stata distrutta.

Ne “La querce e lo scultore” abbiamo il superamento, grazie agli alberi, di un’analoga distopia, che prima li aveva fatti sparire.

In “Stille nacht”, in un mondo devastato del futuro, sopravvive l’abitudine a fare un presepe, anche se non se ne ricorda più il senso e si cantano ancora, senza capirle, le parole di un’antica musica di Natale.Undici novelle per l'ora del tè e altri racconti - Gianni Marucelli - copertina

Ne “Il gatto” (ancora una volta questa bestiola è protagonista) l’umanità ventura vive sottoterra, in un mondo senza altri animali che i ratti. Una bambina sogna e deifica l’idea di Gatto, come difensore dagli imperanti ratti.

Infine, con una nuova nota di pessimismo, l’antologia si chiude con il volo di Anghelos, messaggero da mondi lontani de “La buona novella”, che non trova nessuno sulla Terra cui portare il proprio messaggio di speranza.

Nel complesso speranza e irritata rassegnazione si alternano in questa raccolta, ma la scelta di porre i mondi distopici alla fine non appare solo di tipo cronologico, descrivendo il futuro, quanto indice di un pessimismo, quanto mai giustificato, verso l’irresponsabilità dell’uomo verso il piccolo pianeta che abbiamo la ventura di abitare.

 

Di recente il volume è stato recensito anche da Massimo Acciai.

 

LA PRINCIPESSA GUERRIERA DELL’ANTCA LEGGENDA ALPINA

Edizioni Tabula fati - Adriana Comaschi: Bio-Bibliografia

Adriana Comaschi

Complice il covid-19 che mi ha indotto a fare vacanze toscane, per non allontanarmi e spostarmi troppo ed evitare occasioni di incontro, sto dedicando il mio tempo di spiaggia a mettermi in pari con alcune letture in attesa da un po’.

Eccomi così a leggere un altro prodotto della casa editrice Tabula Fati, guidata da Marco Solfanelli, con cui ho pubblicato di recente.

Si tratta de “La rajetta” un assai interessante mix di antiche leggende dolomitiche, di avventura e di toni fantasy, realizzata da Adriana Comaschi, autrice della World SF Italia, incontrata in un paio di eventi di carattere fantastico-fantascientifico, anche se in quest’opera prevalgono gli elementi storico-magici.

La lettura si è rivelata sin dalle prime pagine assai gradevole, non tanto per i, mai invadenti, riferimenti storico-geografici, quanto per la buona e sapiente costruzione della trama, per l’equilibrata formazione dei personaggi e per la sempre coerente ambientazione.

Insomma, dal primo libro che leggo di questa prolifica autrice, l’impressione è di aver a che fare con una scrittriceAmazon.it: La rajetta - Comaschi, Adriana - Libri che ben conosce il proprio mestiere.

La trama potrebbe sembrare quella di molti fantasy: una regina con un marito che cerca di prendere il controllo del regno, una primogenita destinata al trono, ma cui il padre preferisce, all’inizio, il secondogenito maschio, delle profezie, un mago, una strega, persino dei nani con metalli portentosi.

Che cos’è la Rajetta? Un pietra preziosa dai magici poteri.

Dietro di questa storia c’è una leggenda, quella del Regno dei Fanes, su cui la Comaschi si è ben  documentata, come leggiamo dalla bibliografia. A dar spessore alla narrazione c’è una penna esperta, che ben tesse i rapporti tra i personaggi.

 

LA FORMAZIONE DI UN’INDOMITA GUERRIERA FANTASY

Edizioni Tabula fati - Melania Fusconi: Bio-Bibliografia
Melania Fusconi

I Cimeli Ancestrali” (Tabula Fati, 2019) è il primo romanzo della saga fantasy di Melania FusconiLe anime di Leggendra”. L’opera inizia con un prologo da space opera: “Dall’oblò della navicella assistettero alla serie di esplosioni che di fatto cancellavano Honua dalla galassia” e, più avanti, “i Creatori li avevano salvati dal disastro e il pianeta Alnair li aveva accolti come una seconda casa”. Il prologo contiene anche una bella morale da ricordare “E questo era la vita, la capacità di reinventarsi nonostante le avversità”.

I toni fantascientifici, però, finiscono qui e il romanzo prosegue in chiave

I cimeli ancestrali. Le anime di Leggendra - Melania Fusconi - copertina

decisamente fantasy.

Incontriamo così la bella, giovane e indomita orfana Alhena, un’eroina destinata, come una sorta di Harry Potter femminile a scoprire poco per volta la storia della propria famiglia e i propri poteri, passando da lezioni tra i Cadetti della Guardia Reale ad avventure contro misteriose Bestie Infernali e altri pericoli, che affronterà uscendo dal mondo protetto e segreto del Villaggio Celato. Scoprirà così di essere una Gifter Latente, una Cercatrice di Cimeli Ancestrali (che di nuovo mi fanno pensare al maghetto della Rowlings e ai suoi Horcrux) e, nientemeno che una Predestinata. Le magie non abbondano in questa storia e non sono particolarmente eclatanti, ma non mancano e sono contorno del percorso di scoperta e formazione della giovane Alhena e dei suoi amici.

Le 245 pagine del volume, la cui copertina è stata realizzata dalla stessa autrice, ci lasciano con la promessa di nuove e ancor più impegnative imprese, che siamo certi sapranno coinvolgere il lettore e Alhena saprà superare con abilità.

CHIAROVEGGENZA E PREVEGGENZA

maila4 ritaglio – ALA Libri
Maila Meini

Dopo aver letto “A cavallo del tempo” e “Il sentiero delle foglie cadute” di Maila Meini, autrice del GSF, leggo ora il romanzo ESP “Strani ospiti in solaio” (A.l.a. Libri, 2019).

Seguiamo la protagonista, di nome Malena, attraverso tutta la sua vita, dal 1958 a oggi, scoprendo le strane coincidenze, che sempre più frequenti, sembrano dimostrare che è dotata di poteri ESP di chiaroveggenza e preveggenza.

Interessante la digressione sull’origine e l’evoluzione del nome Malena, che a me, peraltro, aveva quasi fatto pensare a un mezzo anagramma del nome dell’autrice. Dopo aver letto “A cavallo del tempo”, mi è capitato di incontrare Maila Meini a una fiera del libro e lei e Barbara Carraresi mi convinsero ad associarmi al GSF. Da allora ci siamo frequentati in varie occasioni. Non posso dire di conoscerla a fondo, ma in questa Malena mi è parso di rivedere molto di Maila. Non per nulla ogni capitolo è completato de una poesia che ne riprende i temi e le atmosfere e che riporta una data corrispondete al periodo dei fatti narrati, come se la Meini le avesse scritte nel corso della vita poi avesse adattato il romanzo a queste.

Sentire a distanza che qualcuno sta morendo, immaginare i voti degli esami universitari prima di uscire di casa, riconoscere la malattia non diagnosticata nelle persone incontrate, prevedere incidenti mortali, provocare malattie in persone odiate sono alcune delle sensazioni che

Strani ospiti in solaio - Maila Meini - Libro - Mondadori Store

guidano Malena attraverso la vita. Poteri ESP? Difficile dirlo. Certo non sono poche le strane coincidenze per pensare solo al caso. Certo sono tutte occasioni per “incursioni nel mondo interiore degli altri” (pag. 238).

Il romanzo, come già gli altri due che avevo letto è una sorta di biografia della protagonista dall’infanzia alla maturità avanzata, approccio narrativo che l’autrice pare prediligere, così come la ricchezza di riferimenti che paiono autobiografici.

Il volume è anche occasione per lasciare un messaggio ecologista che non posso non condividere. Anzi, vi ho colto persino lo stesso spirito del mio “Apocalissi fiorentine” là dove scrive “Certo, nel piccolo spazio in cui viviamo abitualmente è difficile cogliere i sintomi della malattia  gravissima  che minaccia la nostra esistenza. Se ci limitiamo a gettare attorno a no uno sgardo distratto ci pare che nulla cambi da un giorno all’altro”: occorre far capire che non è vero che “Qui da noi non succede!” (pag. 231) e occorre riportare nelle nostre città le sensibilità  verso problemi di “crescita demografica”, “dell’effetto serra, del buco dell’ozono, delle piogge acide, dell’inquinamento sonoro, del fatto che le nostre risorse non sono rinnovabili all’infinito” (pag.232).

Seguire la vita di Malena coinvolge e fa scorrere veloce la lettura, caratterizzata da una scrittura lineare, ordinata e piana, che ritroviamo sia nella parte in prosa, sia nelle poesie, caratterizzate da spontaneità  e immediatezza.

LA GUERRA DELLE AMAZZONI

Enrico Zini in Esperia, La rivolta | Il Blog di Eleonora Marsella

Enrico ZIni

Enrico Zini, pisano del 1974, è un autore della “scuderia” del Gruppo Editoriale Tabula Fati (con cui ho pubblicato in ottobre “Apocalissi fiorentine”) nonché membro come me dell’associazione degli operatori professionali della fantascienza “World SF Italia” di cui è presidente Donato Altomare.

L’ho incontrato dunque due volte, la prima in occasione del raduno annuale 2019 dell’associazione all’Impruneta (Firenze) e la seconda in occasione del festival milanese del fantastico Stranimondi 2019.

In tali occasioni, mi aveva lungamente parlato di questa sua saga “Cronaca Hamaxoni”, di cui pubblicò nel 2017 il primo volume “Esperia, la rivolta” (finalista al Premio Vegetti 2018) e nel 2018 “Esperia, la fuga”.

Ho, dunque, ora letto questo secondo volume, pur non avendo letto il primo e posso dire che è ben comprensibile anche così.

Si tratta di una saga fantasy con qualche riferimento al mito greco delle Amazzoni, le donne guerriere della Scizia e a quello di Atlantide.Amazon.it: Esperia, la fuga - Zini, Enrico - Libri

Le sue guerriere, tutte bellissime e sensuali, sono però altra cosa, anche se vivono in un mondo antico e in cui non manca qualche piccolo accenno di magia, si pensi per esempio all’episodio della pantera che protegge la famiglia in fuga in modo quasi sovrannaturale o a certi sogni.

Esperia, la fuga”, come si intuisce dal titolo, è quindi libro di avventure, di battaglie, di scontri per il dominio.

Quando Zini me ne parlò pensai che, per l’ambientazione greca e per la centralità della fuga, potesse avere maggiori punti di contatto con la mia saga ucronica “Via da Sparta” in cui anche io racconto una fuga, quella della schiava ilota Aracne, attraverso un Impero di Sparta alternativo giunto sino ai giorni nostri, ma le opere, a parte questi punti in comune si svolgono su piani diversi, anche se entrambe non indulgono nel fantasy più classico, quello nordico popolato di draghi, elfi e gnomi ed entrambi evitano il ricorso a divinità ultraterrene.

Lettura densa e piena di eventi, da leggere tutta d’un fiato.

 

AL VIA IL PREMIO ITALIA PER LA LETTERATURA FANTASTICA!

Da domani, 30 Marzo 2020, si aprono le segnalazioni degli operatori per le opere di fantascienza e fantastico candidate al Premio Italia 2020.

Il Premio Italia rappresenta la celebrazione dell’apprezzamento dalla comunità degli appassionati di fantascienza e fantastico italiani per la produzione italiana dell’anno precedente. Il premio è assegnato durante Italcon, il convegno nazionale del settore; è la comunità dei partecipanti dell’Italcon e alla loro assemblea che assegna il premio e ne determina il regolamento.

Il Premio Italia è stato istituito nel 1972, in occasione della prima grande convention italiana, l’Eurocon di Trieste. In quella occasione venne assegnato per la prima volta il Premio Europa (oggi chiamato ESFS Award) con alcune categorie dedicate alla produzione italiana; questa premiazione viene considerata la prima edizione del Premio Italia, anche se questo nome sarebbe arrivato solo dopo diversi anni.

Organizzato ogni anno, anche con formule leggermente diverse, dagli organizzatori delle varie Italcon che si sono succedute, è ancora una volta in occasione di un’Eurocon, quella del 1989 a San Marino, che avviene una svolta importante: l’organizzazione del premio viene affidata a un ente di controllo esterno, la World SF Italia, per Associazione World SF Italiaassicurarne la continuità e la regolarità.

 

Il calendario delle votazioni è il seguente:

FASE 1: SEGNALAZIONI     Votazione aperta da 30 marzo a 22 aprile 2020

FASE 2: VALUTAZIONE       Spoglio da 23 aprile a 27 aprile 2020

FASE 3: VOTAZIONE FINALISTI  Votazione aperta da 27 aprile a 15 maggio 2020

FASE 4: VALUTAZIONE       Spoglio da 16 maggio (votazioni chiuse)

ANNUNCIO RISULTATI E PREMIAZIONI      La notte di 13 giugno 2020

 

Se potete votare, queste sono le mie opere in concorso:

Altri suggerimenti di voto sono:

  • Curatore: Lugi Petruzzelli
  • Traduttore: Paola Cartoceti
  • Collana: Sci-Fi Collection, Tabula Fati
  • Rivista professionale: Dimensione Cosmica, Tabula Fati
  • Antologia: Luca Ortino, Gian Filippo Pizzo, Fantaetruria, Carmignani Editrice
  • Romanzo fantastico: Pierfrancesco Prosperi, Il 9 maggio, Homo Scrivens

 

Buon voto e buone letture!

Apocalissi fiorentine – Il ritorno degli inglesi – Incipit

Elaborazione grafica di Gabriele Boscherini

A Firenze c’è un’isola di morti in mezzo al traffico dei presunti vivi. Sono defunti la cui anima spesso è sopravvissuta ai corpi decomposti nelle opere lasciate ai posteri. Magari non poeti immortali, ma comunque gente che ha lasciato il suo segno sulla carta e nella Storia.

L’isola dei morti, unico riparo per i defunti dal folle logorio della vita moderna e dai fumi pestilenziali del traffico cittadino, si trova in Piazza Donatello, su una collinetta recintata e ombreggiata da alcuni cipressi, ed è nota come Cimitero degli Inglesi. La piazza è una di quelle che interrompono il flusso costante di auto dei Viali di Circonvallazione, voluti e realizzati dall’architetto Giuseppe Poggi, quando nel 1865 abbatté le mura della città e, in particolare, la vicina Porta a Pinti, nel suo progetto per trasformare Firenze nella capitale d’Italia, quale essa fu per un breve periodo, dal 1865 al 1871.

Il Cimitero degli Inglesi, questa piccola oasi a forma di collina, fu costruito per opera della Comunità Evangelica Riformata Svizzera fuori dalle mura, in quanto destinato a ospitare i corpi dei numerosi stranieri presenti a Firenze e non praticanti la religione cattolica. Vi era in quegli anni gotici nella città di Dante un discreto fervore intellettuale prevalentemente di matrice anglosassone. Altrove, dalle parti di Ginevra, nel 1816 Lord Byron, Mary Wollstonecraft, il futuro marito di lei Percy Shelley e la di lei sorellastra (nonché amante di Byron) Claire Clairmont, nonché il medico di Byron, Polidori, diedero inizio alla letteratura gotica con i suoi vampiri, fantasmi, licantropi e morti viventi, ponendo i cimiteri al centro dell’attenzione letteraria per gran parte del secolo a venire e oltre. Forse qualcosa di quello spirito fu portato dagli inglesi sul territorio fiorentino e magari tra quelle lapidi in gran parte ottocentesche.

L’architetto Carlo Reishammer aveva disegnato il cimitero a pianta poligonale, ma questa fu poi mutata dal Poggi nell’ovale ben noto, circondato dai Viali. La costruzione fu avviata nel 1828.

 

Elizabeth si risvegliò al suo interno un martedì mattina. Era distesa tra sei colonnine candide e sopra di lei incombeva un ampio catafalco di pietra bianca.

Le colonnine non affondavano direttamente nel terreno, ma su una base di pietra, anch’essa sopraelevata. C’era in realtà ben poco spazio tra quelle colonnine, ed Elizabeth era stesa su un fianco, un po’ di traverso con la testa, i piedi e le mani che penzolavano nel vuoto.

Si districò da quella scomodissima posizione e scivolò in terra, dove si mise a sedere.

Purtroppo le gambe non le funzionavano, il che non la sorprese, dato che era invalida ormai da quasi trent’anni.

Non conosceva quel luogo, ma le era evidente che si trattasse di un cimitero. Il rumore rombante tutto intorno, però, le suonava alieno. Osservò la tomba contro cui era appoggiata e vi lesse con un sussulto il proprio nome.

“Elizabeth Barrett Browning”. Chi era sepolta lì era nata, proprio come lei, a Durham il 6 marzo 1806. Troppo strano perché fosse solo una coincidenza. Si trattava di una tomba, dunque non c’era di che stupirsi se recava anche il luogo e la data della morte: Firenze, 29 giugno 1861. Leggere la propria data di morte su una tomba è qualcosa che fa mancare il terreno sotto i piedi e, se le sue gambe non l’avessero abbandonata tanti anni prima e lei non fosse stata saldamente seduta in terra, certo ci sarebbe finita in quel momento.

Le bastò un attimo per riprendersi e convincersi che tutto ciò era assurdo. Lei era lì, ben viva, come al solito. Quello sembrava uno scherzo perverso di qualche amante delle storie gotiche. Chi poteva aver architettato una simile cattiveria nei confronti di una vecchia poetessa malata e solitaria come lei? Davvero, non le veniva in mente nessuno. Non aveva nemici e di certo nessun amico tanto balordo da macchinare una burla simile.

Provò a chiamare, ma le rispose solo quel rombo irregolare e alieno che proveniva oltre le tombe. L’aria era strana. Tossì. Non ne aveva mai respirata di così mefitica.

Elaborazione grafica di ELisa Calcinari

Per un istante le venne in mente l’inferno. Aria infernale! Questo respirava. Ma no. Non poteva essere. Lei era viva. Quello certo non era l’inferno. Non capiva, però, la situazione, e neppure quei rumori e quell’aria. Chiamò ancora; a quanto pareva nel cimitero non c’era nessuno e se c’era qualcuno fuori, con quel rombo irregolare ma costante non avrebbe certo potuto sentirla. Se non altro, non era notte. Risvegliarsi al buio in un simile posto l’avrebbe inquietata ancora di più.

Non era in grado di camminare, ma non aveva alcuna intenzione di restare lì. Era debole e malata ma ancora in grado di strisciare, spingendosi con le braccia. Raggiunse uno dei vialetti del cimitero e lo percorse trascinandosi come un animale ferito verso quella che pareva l’uscita. Per sua fortuna, il cimitero era piuttosto piccolo, per cui non le ci volle molto ad arrivare all’alto cancello.

La parte bassa era chiusa da una superficie unica di metallo. Per guardare fuori dovette issarsi fino alle sbarre della parte superiore.

Quello che vide oltre la lasciò pietrificata.

C’erano stranissime carrozze, interamente chiuse, che correvano senza cavalli. Dentro c’erano persone con abiti insoliti, per quel poco che riusciva a scorgere. Non s’intendeva di meccanica, ma aveva saputo dell’Hippomobile a gas, da poco realizzata da Étienne Lenoir, e che alcuni sostenevano la possibilità di costruire carri in grado di muoversi senza essere trainati, ma quelle… Quelle erano cose impensabili! Sembravano fatte di materiali mai visti, e poi erano così tante, così rumorose e puzzolenti! Sembravano loro la causa di quel tanfo mefitico. Quale essere umano avrebbe mai potuto volersi rinchiudere dentro quelle scatole mobili o riempirne una città? L’umanità non poteva essere così folle, pensò. Di nuovo le venne in mente l’inferno. Era lì! Era così? Aveva pensato di arrivare al cancello e chiamare aiuto, ma a quella vista non ne ebbe più il coraggio: che creature potevano mai essere quelle? Esseri demoniaci? Si fece scivolare di nuovo a terra, appoggiata alla lastra di metallo.

Lasciò allora che lo sguardo esplorasse l’interno. Le tombe nella loro familiarità le parevano quasi un rifugio da quel mondo ostile.

La confortò vedere che lungo il vialetto avanzava una figura stanca e spaesata. Di sicuro un vecchio.

L’uomo, che doveva avere circa novant’anni, la raggiunse lentamente e si presentò, parlando inglese.

«Sono Walter Savage Landor, di Warwick. Mi sono risvegliato ai piedi di una tomba laggiù,» indicò con il braccio, «che…» esitò, «beh, stranamente portava il mio nome e…» La osservò meglio, quindi, sussultando, esclamò: «Elizabeth! Elizabeth Browning? Come? Come può mai essere? Sei morta… cioè, mi scusi. Devo averla presa per un’altra persona, la poetessa Barrett Browning… ma certo, mi devo essere confuso, sa com’è… la mia età… oggi sono alquanto confuso… non capisco che cosa mi stia capitando e…»

«Walter!» replicò Elizabeth nel riconoscerlo e nel ritrovarlo ancor più vecchio di quanto lo ricordasse, «sono proprio io, sono Elizabeth, e anch’io mi sono svegliata ai piedi di una tomba con il mio nome.»

«Elizabeth!» la fissò con gli occhi sbarrati.  «Ma sono ormai cinque anni che tu… Passando ho visto la tua tomba. Ricordo quando Luigi Giovannozzi la realizzò su disegno di Frederic Leighton e tutte le volte che venni a deporvi io stesso dei fiori. Oh, Elizabeth! Vorrei fosse vero che tu sei ancora viva, ma no, non può esserlo di certo. Quante volte ti ho ricordata con il tuo povero Robert! E il tuo povero Pen, quanto ti ha pianto.»

«Pen! Come sta mio figlio?» chiese la donna, rendendosi all’improvviso conto che con quella domanda stava quasi avvalorando le parole del vecchio drammaturgo.

«Bene. Alla fine, si è ripreso dalla tua morte…» il vecchio s’interruppe. Non gli pareva delicato parlare a una persona della sua dipartita, ma la situazione era così strana. Dopo una breve esitazione, proseguì. «Era solo un bambino. Dodici anni, mi pare, quando te ne… andasti, ma Robert gli è sempre stato molto vicino.»

Era tutto così paradossale! Stentava a credere alle sue stesse parole. Il suo sguardo, a quel punto, si allargò oltre il cancello alle spalle della poetessa e anche lui vide le automobili, trasalendo.

«E quelle cosa sono?» chiese puntando il dito artritico.

«Era ciò che mi aveva sconvolto poco prima del tuo arrivo. E quest’aria? Come ti pare?»

«Infernale. Faccio fatica a respirare. Eppure, questo è il cimitero protestante vicino Porta a Pinti, lo riconosco, ma dove sono finite le mura di Firenze, che dovrebbero sorgere qua fuori? È come se il cimitero fosse stato trasportato altrove. Pazzesco!»

«Ehi, voi!» li apostrofò in italiano un tale, avvicinandosi dal vialetto interno. «Scusatemi, mi sono smarrito.»

Era un signore molto stempiato, sulla quarantina.

Elizabeth e Walter lo fissarono esterrefatti. La comunità inglese di metà XIX secolo a Firenze era importante ma non tanto grande, per cui gli inglesi si conoscevano quasi tutti tra di loro, in particolare se erano, come loro tre, dei letterati.

«Arthur!» esclamò Elizabeth.

«Arthur Hugh Clough!» esclamò Walter.

«Signor Landor! Elizabeth!» esclamò l’uomo a sua volta, passando all’inglese. «Elizabeth? Tu… Tu! Tu?»

«Io?» chiese Elizabeth, immaginando ormai la risposta.

«Io, cioè, non posso credere di essermi ingannato, ma tu… sei Elizabeth Barrett, la moglie di Robert Browning?»

«È forse la sola cosa di cui io sia ancora sicura, mio caro Arthur.»

«Ma io ricordo che alcuni mesi fa tu sei…»

«Morta?» completò Elizabeth.

«Non osavo dirlo, ma questo è il mio ricordo.»

«E anche il mio,» precisò Walter, «ma perché parli di pochi mesi, io ricordo che fu alcuni anni fa e che…» il vecchio trasalì. «E che pochi mesi dopo anche tu… anche tu, così giovane, così giovane come ti vedo, moristi! Se ne parlò tanto! Oh, Dio del Cielo, che cosa ci sta accadendo?»

 

(CONTINUA)

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