Posts Tagged ‘autori italiani’

LA FOLLIA AI TEMPI DI SHAKESPEARE

A scuola studiavo francese, quindi, non ho affrontato uno studio sistematico della letteratura inglese. Ho, dunque, approfittato di un volume che avevo in casa, “La recita della follia” di Vanna Gentili (sottotitolo “Funzioni dell’insania nel teatro dell’età di Shakespeare”) per rimediare almeno in parte a questa mia debolezza culturale. Il tema della pazzia, del resto, mi incuriosisce sempre.

Leggendo il sottotitolo pensavo di trovare maggiori riferimenti al bardo, ma accanto all’autore di “Amleto”, vi si esaminano vari altri autori, da Ford, a Chapman, a Marston, a Webster, a Jonson, a Middleston, a Fletcher, a Lupton, a Naogeorgus, a Murner, a Drummond, a Davies, a Marlowe, a Touchstone a vari altri di cui l’autrice da per scontata la conoscenza, senza la quale la lettura presenta discreti limiti.

La follia viene esplorata nei suoi vari aspetti, dalla melanconia alla follia contraffatta, alla furia.

Lettura interessante, ma da tecnici della letteratura.

William Shakespeare

LA BATTAGLIA DI MONTAPERTI, ORGOGLIO DI SIENA

Sono nato a Roma, ma vivo a Firenze e lavoro per una banca senese, avendo lavorato per alcuni anni a Siena. Un classico esempio di campanilismo italiano e, nello specifico, toscano, è la battaglia di Montaperti.

Ricordo che quando lavoravo a Siena, più di una volta fu rinfacciato a qualche collega fiorentino l’esito inglorioso (per Firenze) di questa battaglia. Un po’ come un tifoso di una squadra di calcio minore (tipo la Fiorentina – ridacchio) quando rinfaccia a una squadra più importante (tipo la Juventus), una delle rare volte in cui la sconfisse.

La cosa che mi stupì allora era che ancora si potesse gloriarsi di una vittoria del 4 settembre 1260! Avete letto bene, parliamo di oltre 750 anni fa! Del resto, si tratta di una città che ha difeso con i denti la storia di una banca del 1472, la più antica del mondo!

Il romanzo “Il cavaliere del giglio” di Carla Maria Russo, mi è stato regalato e dunque l’ho letto un po’ per caso, scoprendo mentre lo leggevo, che narrava le vicende che hanno preceduto la suddetta battaglia di Montaperti e questa stessa, focalizzandosi soprattutto su una famiglia fiorentina di parte ghibellina (pro-Impero), gli Uberti, e, in particolare su Farinata degli Uberti, che nella battaglia e, soprattutto dopo, ebbe un ruolo assai importante.

Il caso vuole che quando ho cominciato a leggere “Il cavaliere del giglio” avessi appena finito di scrivere un racconto ucronico proprio ispirato a questa battaglia. Dunque, ho potuto leggerla con particolare interesse e anche con un minimo di competenza, essendomi da poco documentato sulla battaglia.

Chi sono

Carla Maria Russo

Sto, infatti, scrivendo alcuni racconti che vorrei riunire in un’antologia che penso di poter intitolare “Apocalissi fiorentine”. Nel racconto in questione, immagino che alla fine della battaglia, effettivamente vinta da Siena e dai suoi alleati, Farinata degli Uberti, che in quanto ghibellino (sebbene fiorentino), aveva aiutato la ghibellina Siena, contro la guelfa Firenze (pro-Papa), non sia riuscito nel suo intento di mitigare i desideri di vendetta e di supremazia di Siena. I senesi, infatti, dopo la battaglia avrebbero voluto radere al suolo Firenze, ma fu grazie a Farinata che questo fu evitato e che Firenze poté così crescere e fiorire, ricoprendo poi il ruolo che ben conosciamo nel Rinascimento. Nel mio racconto, immagino, invece che l’Uberti fallisca e Firenze venga distrutta.

Il romanzo di Carla Maria Russo ci mostra la famiglia Uberti fin dai tempi del nonno di Farinata, Schiatta, le vicissitudini che portarono Firenze e Siena a contrapporsi fino allo scontro, e il ruolo degli Uberti nel coinvolgimento dell’Impero.

La lettura è interessante e piacevole, anche se risente di una certa freddezza narrativa, inutilmente mitigata dall’inserimento di storie d’amore tra gli Uberti e varie donne, che, a volte sono pura ricostruzione storica, altre semplice tentativo di dare un po’ più di calore alla narrazione, ma nella mano dell’autrice si sente più la vocazione della storica che quella della romanziera. Il risultato, comunque, è egregio, e la lettura è un utile strumento per rinverdire le nostre conoscenze storiche di quegli anni.

 

ARRIVEDERCI, GRAZIANO

Graziano Braschi

Graziano Braschi ieri (martedì 13 ottobre 2015) è mancato, per un’emorragia cerebrale. Lo avevo incontrato solo poche volte, ma lo conoscevo per i tanti progetti realizzati e ancora da realizzare e per tutto il suo entusiasmo nel realizzarli.

Mi dicono che non ha sofferto e non si è reso conto che ci stava lasciando.

 

Raccolgo di seguito alcune notizie che ho letto su di lui in rete (i link all’inizio di ogni parte rimandano agli articoli originali, che ho brutalmente copiato):

Fu consigliere comunale per il PCI dal 1975 al 1978. Nel 1971 aveva fondato insieme a Berlinghiero Buonarroti e Paolo Della Bella la rivista satirica ‘Ca Balà’, che partita da Compiobbi (Fiesole) ha assunto carattere internazionale e successivamente è stato scrittore, disegnatore e collaboratore di varie riviste satiriche e umoristiche per approdare negli ultimi anni al giallo. Come autore aveva pubblicato anche sotto lo pseudonimo di Franco Valleri. Suoi disegni satirici e scritti umoristici, oltre che su “Ca Balà”, sono apparsi su “Il Male”, “Carte segrete”, “Humor Graphic” e nel volume antologico “Humour mon amour” (1982).

Graziano Braschi

Ha curato l’antologia di racconti brevi polizieschi “Un breve brivido (1987), contribuendo anche con alcuni suoi racconti. Ha fatto parte del comitato scientifico del mensile “Febbre Gialla”. Ha collaborato a “Nosferatu”, mensile di cinema horror e fantastico, e a “Torpedo”, rivista di materiali polizieschi.
Ha collaborato alle pagine culturali de “Il Giornale”, “L’Europeo”, “La Nazione”, “L’Indipendente”, “L’Unità”, “Liberazione”, “Max”, “Carnet”, etc. Collaborava a riviste specializzate sul giallo come “Delitti di carta” e “Foglio Giallo”.

Nel 1990 ha curato, insieme a Massimo Moscati, l’antologia critica “Stephen King: da Carrie a La Metà Oscura. Al grande narratore americano ha successivamente dedicato diversi interventi critici. Nel 1996, insieme a Laura Desideri, ha curato e allestito la mostra e il relativo catalogo “Una sola parola: Murder! Il “giallo” in lingua inglese al Gabinetto Vieusseux.”

Nel 1997, insieme a Cristina Proto, ha scritto “Il quaderno di Stephen King. Vita opere idee del Re dell’Horror. Nel 2000 esce, a sua cura, l’antologia di racconti gialli di autori toscani “Toscana, delitti e misteri. Nel 2001 è la volta di “Delitti per ridere, in cui partecipa ― oltre che come curatore ― col racconto “Potenziali serial killers da sagre”. Nel giugno 2002 è uscito, a cura sua e di Luigi Sanvito, “Cronache di delitti lontani, una raccolta di racconti storici ambientati in Firenze e nella Toscana tra Otto e Novecento, a cui partecipa con due racconti.

30 Maggio 2013 - Firenze, Libreria IBS

Sergio Calamandrei, Graziano Braschi e Carlo Menzinger – Firenze, 30 Maggio 2013

Qualche tempo fa ho avuto il piacere di leggere il suo “Arrivederci, mondo”, titolo che oggi suona come un suo commiato ottimistico. Ne avevo scritto qui. Avevo anche avuto la possibilità di presentare il volume alla IBS di Firenze, incontrandolo. Il testo dell’intervista fattagli in quell’occasione è qui, mentre parlo dell’incontro qui.

Abbiamo infine collaborato entrambi alla rivista “IF – Insolito & Fantastico” e ricordo in particolare la sua partecipazione al n. 7 dedicato alle Distopie e al n. 4 dedicato a Giallo & Noir.

 

Il funerale sarà domani, giovedì 15, alle ore 10.00 nella chiesa della Pentecoste di Bagno a Ripoli (Firenze).

 

Arrivederci, Graziano.

STORIA IMMAGINIFICA DI EPISCOPI, GIUDICI, DONNE E FALCHI DI SARDEGNA

user posted imageScrivere la storia di una grande isola sotto forma di romanzo pare impresa non priva di presunzione. Scrivere la storia di un popolo in prima persona plurale può poi apparire ancor più presuntuoso. Per fortuna, dopo alcune pagine il romanzo sulla Sardegna di Sergio Atzeni, “Passavamo sulla terra leggeri” (1996), abbandona questo poetico e plurale punto di vista per passare a una miriade di terze persone, episcopi, giudici e loro donne e altri personaggi che si succedono in una cascata di eventi priva di reali riferimenti cronologici (qualche personaggio pare campare anche 200 anni! Molti si somigliano tra loro, quasi confondendosi l’uno nell’altro). Personaggi che sono tutti parti di quel “noi” iniziale, che, sinceramente all’inizio mi aveva un po’ irritato, anche se vi ritovavo la pluralità soggettiva del bel romanzo “Venivamo tutte per mare” (2011) di Julie Otsuka, che narra l’epopea dell’emigrazione giapponese in America nella prima metà del XX secolo. Ben altra, però è la magia ricreata dall’autrice nippo-americana, avvantaggiata forse dall’aver scelto un arco temporale minore. Se un autore però può aver imitato l’altro, dovrebbe essere casomai alla rovescia, dato che la recente opera di Otsuka è successiva alla pubblicazione postuma del libro di Atzeni. Appare però improbabile che l’autrice d’oltremare conoscesse l’opera del sardo.

Sergio Atzeni (Capoterra, 14 ottobre 1952 – Carloforte, 6 settembre 1995)

Peraltro, poi, come si diceva, la prima persona plurale viene abbandonata presto, anche se ne rimane traccia nella narrazione immaginifica e a volte quasi astratta del romanzo, che sembra dimenticarsi del reale scorrere del tempo.

Se di romanzo storico possiamo parlare, dobbiamo immaginarne uno assai particolare in cui si capisce l’epoca degli eventi narrati solo indirettamente per alcuni accenni vaghi alla storia nazionale meglio nota. L’approccio è più poetico che razionale e i vari episcopi e giudici che si succedono da una pagina all’altra sembrano figure mitiche, esseri fantastici partoriti dall’amplesso di una tradizione isolana con la fantasia immaginifica di Atzeni. Il risultato è una leggerezza che ricorda quella del titolo, nel senso soprattutto di mancanza di concretezza, di sostanza narrativa che trasformi la favola poetica in narrazione fluida e coerente, in testimonianza storica credibile. Libro, insomma, da accettarsi come il frutto un po’ bastardo di romanzo storico e poesia, da amare, forse, o da abbandonare frettolosamente con un moto di stizza o di noia. Romanzo che lascia di sé più che un ricordo, una sensazione.

LA VOCE E GLI OCCHI DEL MARE

Sono vari anni che non leggo un romanzo di Alessandro Baricco. L’ultima sua opera che ho apprezzato, parecchio tempo fa, è infatti un saggio (“I barbari”), che lessi quando uscì a puntate con La Repubblica e che trovai pieno di intuizioni interessanti se non geniali. Anche i romanzi letti in precedenza mi erano piaciuti molto, sebbene la mia sensibilità letteraria all’epoca fosse certo diversa da adesso.

Ho affrontato dunque ora la lettura di “Oceano Mare”, romanzo che credevo di aver già letto ma che ho scoperto essere per me ancora nuovo. Come spesso mi accade quando leggo un romanzo da cui mi aspetto molto (in questo caso apprezzandone l’autore), anche questa volta sono rimasto un po’ deluso.

L’incipit mi ha incuiriosito, rafforzando le mie ottimistiche attese.

“Sabbia a perdita d’occhio, tra le ultime colline e il mare il mare nell’aria fredda di un pomeriggio quasi passato, e benedetto dal vento che sempre soffia da nord. La spiaggia. E il mare.

Potrebbe essere la perfezione immagine per occhi divini mondo che accade e basta, il muto esistere di acqua e terra, opera finita ed esatta, verità verità ma ancora una volta é il salvifico granello dell’uomo che inceppa il meccanismo di quel paradiso, un’inezia che basta da sola a sospendere tutto il grande apparato di inesorabile verità, una cosa da nulla, ma piantata nella sabbia, impercettibile strappo nella superficie di quella santa icona, minuscola eccezione posatasi sulla perfezione della spiaggia sterminata. A vederlo da lontano non sarebbe che un punto nero: nel nulla, il niente di un uomo e di un cavalletto da pittore.”

Nella prefazione c’è una discreta sintesi del tema di questo romanzo:

“Molti anni fa, sulla riva di un qualche oceano, arrivò un uomo. L’aveva portato lì una promessa. La locanda in cui si fermò si chiamava Almayer. Sette stanze. Degli strani bambini, un pittore, una donna bellissima, un professore dal nome strano, un uomo misterioso, una ragazza che non voleva morire, un prete buffo. Tutti lì, a cercare qualcosa, in bilico sull’oceano. Molti anni fa, questi e altri destini incontrarono il mare e ne tornarono segnati. Questo libro li racconta perché, ad ascoltarli, si sente la voce del mare.”

In questo abbozzo di trama si legge il fascino della storia, ma anche il suo limite: troppi personaggi e, forse, un obiettivo un po’ troppo pretenzioso: far sentire nelle storie di alcune persone la voce del mare. Che sia obiettivo arduo lo deve sapere anche Baricco, tanto è vero che quello che definirei il personaggio principale è un pittore, ex-ritrattista, che per anni cerca invano di dipingere il mare, firmando ogni volta tele bianche o quasi. Da ritrattista, cerca gli occhi del mare e non li trova, come forse l’autore cerca la voce del mare e la trova solo a tratti.

Alessandro Baricco

Il risultato è un romanzo intrigante, con personaggi singolari, ma privo di unitarietà e, appunto, forse un po’ troppo lontano dalla sua stessa anima. Una storia che lì per lì incuriosisce ma che tende a svanire veloce nella memoria, al punto che finito il libro, senza aver trovato reminiscenze in alcun passo, mi chiedo ora se davvero non l’avessi già letto, come pensavo, e poi dimenticato, come rischio di fare di nuovo.

LE MENZOGNE DI UN AMORE IN AFFITTO

Dopo aver letto le prime pagine del romanzo di Dino BuzzatiUn amore”, avevo pensato di intitolare questa recensione “Elogio della prostituzione cattolica”. La storia comincia, infatti, con una descrizione del mondo delle case chiuse a Milano nel 1960.

Nell’incipit ci sono molti degli elementi della storia:

Un mattino del febbraio 1960, a Milano, l’architetto Antonio Dorigo, di 49 anni, telefonò alla signora Ermelina.”

In poco più di una riga, Buzzati, ci presenta il protagonista, una dei personaggi principali e ci fornisce utili elementi della scena. Nelle pagine immediatamente successive, sembra mostrarci il mondo della prostituzione come una sorta di tranquillo nido in cui rifugiarsi, un piccolo mondo nascosto nel più ampio spazio del perbenismo cattolico, ma non è di questo che parla il romanzo e non è questo il messaggio. Questa è solo l’ambientazione.

Buzzati ci parla invece proprio di Antonio Dorigo, questo borghese quasi cinquantenne la cui esistenza viene sconvolta dall’incontro con una puttana (non la prima per lui) di cui si innamorerà. Laide è una ragazzina non particolarmente bella, ma che conquista subito il cuore dell’architetto. Per legarsi a lei, Antonio non le chiede di sposarla, ma le offre una sorta di contratto di prostituzione a ore, una specie di lavoro part-time, un tempo da dedicare regolarmente a lui, non necessariamente per fare sesso, ma per stare assieme in una malata imitazione di rapporto amoroso se non di matrimonio. Lui si lascia coinvolgere da questa simulazione, illudendosi che la ragazza possa provare qualcosa per lui. Lei prende la cosa per quella che è e si prende gioco dell’amante (dato che è lui stesso ad averla messa in condizione di farlo), gli mente spudoratamente e continua la propria vita, nonostante la gelosia del non giovane protettore. Lui si sforza di crederle fin quasi alla fine.

per lui nulla esisteva fuori che lei, Laide, quella spaventosa precipitazione, e nel vortice egli non poteva neppure vedere il mondo intorno, tutta la restante vita anzi aveva cessato di esistere, non esisteva più, non era mai esistita, il pensiero di Antonio era interamente succhiato da lei, da quella vertigine, ed era un patimento era una cosa terribile, mai lui aveva girato con simile impeto, mai era stato così vivo.

Dino Buzzati

Il finale stranamente sembra citare il ciclo di romanzi di Stephen King che sto leggendo ora (“La Torre Nera”):

Nella notte si guarda intorno. Dio Dio che cos’č quella torre grande e nera che sovrasta? La vecchia torre che gli era sempre rimasta sprofondata nell’animo da quando era ragazzo. Della terribile torre però poco fa, nel turbine, si era completamente dimenticato, la velocità il precipizio gli avevano fatto dimenticare l’esistenza della grande torre inesorabile nera. Come aveva potuto dimenticare una cosa così importante, la più importante di tutte le cose? Adesso era là di nuovo si ergeva terribile e misteriosa come sempre, anzi sembrava alquanto più grande e più vicina.

Un amore” è stato ideato nel 1959 e pubblicato nel 1963. Gli otto romanzi del Ciclo della “Torre Nera” furono pubblicati dal 1982 al 1912. King dichiara di essersi ispirato al racconto “Childe Roland alla torre nera giunse” di Robert Browning. Anche Buzzati scrivendo quel paragrafo pensava allo stesso testo? Forse no, ma la coincidenza mi ha colpito.

Nel suo descrivere l’illusione d’amore di un uomo maturo verso una ragazza giovane, il romanzo fa pensare a “Lolita” di Nabokov (1955) o a “L’Angelo Azzurro” di Josef von Sternberg (1930).

È, insomma, più che opera di costume, sull’Italia del boom economico, piuttosto opera sulla debolezza umana, sulla potenza dell’amore, in grado di domare uomini maturi come ragazzini, di superare le convenzioni della morale vigente, di rendere l’uomo incapace di ragionare e di dominare i propri sensi.

La lettura parte bene e la storia regge anche nell’insieme, ma devo confessare di aver provato una leggera stanchezza nel finale, forse per un certo eccesso di dubbi e di riflessioni del protagonista (ma non dicono che è questo anche il difetto del mio “La bambina dei sogni”?). Certo non mi è parso pari a quel capolavoro, scritto da Buzzati, che è “Il Deserto dei Tartari” e, forse, gli ho preferito persino “Sessanta Racconti” e “Il Segreto del Bosco Vecchio”, ma rimane comunque una buona lettura, piacevole anche a distanza di oltre sessant’anni.

SI PUÒ TRASFORMARE UNA BATTAGLIA IN ROMANZO?

Il romanzo “300 guerrieri” di Andrea Frediani descrive l’epica battaglia delle Termopili, in cui un pugno di greci affrontò in uno stretto lo sconfinato esercito persiano di Serse, rallentandone l’avanzata nella campagna per la conquista della Grecia.

Sebbene il mito ci faccia pensare a 300 opliti spartani guidati da uno dei loro due re, Leonida, che da soli affrontano milioni di persiani, in realtà, sebbene la sproporzione numerica fosse notevolissima il rapporto di forze era diverso, poiché accanto ai 300 spartani c’erano vari contingenti di altre città greche per un numero che superava probabilmente i 4.000 effettivi, come scrive Frediani, o i 7.000 secondo altre fonti. Occorre però dire che, quando ormai l’esito della battaglia era evidente, Leonida, per evitare la perdita di maggiori forze, lasciò liberi gli altri contingenti di partire, cosa che fecero quasi tutti, lasciando allo scontro finale poco più dei soli trecento spartani, che furono massacrati. I persiani, invece, potrebbero essere stati, sebbene numerosissimi, 100.000 o 150.000. I greci li trattennero per una settimana, di cui tre giornate di battaglia, permettendo alla flotta greca di organizzarsi.

Su questa battaglia ho appena finito di leggere un altro romanzo, “Lo scudo di Talos” di Valerio Massimo Manfredi e ricordò ancora bene il fantasioso film “300” tratto dal fumetto di Frank Miller.

Il film-fumetto affronta con un tono del tutto fantastico e molto epico, nonostante la sua ironia, lo scontro e difficilmente si può rapportare a questo romanzo, che si presenta storicamente dettagliato e approfondito.

Più interessante appare il confronto con l’opera del documentarista italiano.

La scelta di Frediani è quella di descrivere quasi solamente la battaglia e i suoi preparativi attraverso gli occhi di uno dei pochi sopravvissuti, Aristodemo, nome reale, uno dei due opliti scampati alla battaglia.

Manfredi, invece, affronta un periodo temporale molto più ampio e lo fa in modo più fantasioso e romanzesco inventandosi un protagonista, l’oplita zoppo Talos, lo schiavo di uno dei due guerrieri spartani sopravvissuti, cui dà però un nome di fantasia. Il personaggio è del tutto fantasioso: si tratta di un figlio di spartiati (la classe dominante di Sparta) che viene abbandonato nei boschi da bambino perché zoppo ma, salvato dagli schiavi iloti, ritrova il fratello (il sopravvissuto) divenendone schiavo e poi ritornando al ruolo che gli spettava per nascita.

Andrea Frediani

Andrea Frediani

Entrambi gli autori descrivono la vergogna del sopravvissuto e il disprezzo della città, cosa plausibile, visto la cultura degli spartani, tanto è vero che, come nella realtà, in entrambi i romanzi, l’altro sopravvissuto si suicida. Con la nostra mentalità questo può sembrare esagerato e strano, considerando soprattutto che a salvarsi furono anche le migliaia di greci che si ritirarono a metà battaglia, ma per uno spartano era importante non tradire e abbandonare i propri compagni di falange. Che cosa avessero fatto gli altri greci evidentemente non importava loro molto.

I personaggi dei due romanzi si trovano ad abbandonare i loro compagni per forze superiori alla loro volontà. Per Manfredi è Leonida ad allontanare i due fratelli (spartiate e ilota) per cercare aiuti. Per Frediani Leonida manda Aristodemo in missione a uccidere Serse. Aristodemo e il suo compagno falliscono e tornano con una grave infezione agli occhi che li rende temporaneamente ciechi. Il compagno, Eurito, decide di combattere lo stesso. Aristodemo preferisce farsi portare via con i feriti gravi.

I due personaggi cercano dunque riscatto alla propria situazione di vigliacchi combattendo ancora. Per Manfredi il sopravvissuto si trasforma in una sorta di guerrigliero solitario che con l’aiuto di Talos combatterà contro i persiani, fino a immolarsi poi a Platea.

L’Aristodemo, nel breve epilogo post-battaglia dedicatogli da Frediani, ottiene di combattere a Platea, anche lui finisce a combattere da solo, ma semplicemente perché esce dalla formazione, affrontando e uccidendo numerosi nemici. Questo però non lo riabilita del tutto, perché uno spartano deve combattere sempre in formazione.

Altra grande differenza tra i due romanzi è la figura di Leonida.

Per Manfredi il re si trova in battaglia contando su aiuti che non riceve e, quindi, viene sacrificato dalla città e dai suoi avversari.
Per Frediani la figura è assai più complessa. Aristodemo, figura travagliata e piena di dubbi sulla propria identità di guerriero, è anche l’amante della moglie del re, la regina Gorgo. Questa gli descrive il marito come un violento, un avventuriero e un uomo che mira solo al proprio interesse personale, recatosi alle Termopili in cerca di gloria ma per nulla intenzionato a morirci. Aristodemo le crede (convincendo anche i lettori), ma poi scopre che Leonida è invece un eroe valoroso, come testimonierà con la propria morte, mentre Gorgo è una bugiarda ambiziosa e amante di Pausania, che grazie alla morte di Leonida, può divenire re a sua volta.

"300" - Miller

“300” – Miller

Il romanzo di Frediani si presenta estremamente dettagliato, presentandoci e facendoci conoscere e amare molti dei guerrieri, mostrandoci i loro scontri con grande precisione e numerosi particolari. Si tratta quindi, per me che cerco di documentarmi sullo spirito di Sparta, di un testo molto interessante. Sicuramente è molto più preciso e corretto de “Lo Scudo di Talos”, pur un’opera di un certo rigore storico.

Occorre però dire che costruire un intero romanzo, anche di una certa lunghezza, tutto su una battaglia non è cosa facile e il risultato, anche se positivo, non può che affascinare i soli intenditori o gli amanti delle imprese campali.

Oltretutto c’è una lunga parte preliminare in cui assistiamo all’attesa della battaglia, durante la quale impariamo a conoscere i vari personaggi mentre si cimentano in gare atletiche. Possibile che dei soldati passino le giornate, di grande tensione, prima di uno scontro da cui sanno che difficilmente usciranno vivi in gare sportive? Credo si tratti di un espediente narrativo di Frediani, ma che, oltre a essere il meno storicamente convincente, mi ha annoiato abbastanza, proprio per il suo spostare la tensione su scontri ludici di assai minor interesse dell’epica battaglia in arrivo.

Aristodemo, poi, mi pare troppo tormentato e pieno di dubbi per un greco e, soprattutto, per uno spartano dell’epoca, troppo psicologicamente moderno.

Insomma, “300 guerrieri” si presenta come un romanzo che, nonostante il tema, piuttosto pesante, scorre bene, anche se con qualche momento meno convincente, ma “Lo scudo di Talos”, assai meno realistico, è però più coinvolgente e narrativamente meglio costruito.

 

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