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TRE LIBRI E UNA PRESENTAZIONE L’8 NOVEMBRE

Finalmente ci siamo! Il 29 Settembre li ho presentati in anteprima, senza i volumi, ma ora sono stati stampati. Parlo del mio nuovo romanzo della saga “VIA DA SPARTA”, “IL REGNO DEL RAGNO”,  in cui si racconta le avventure di due ragazze in lotta contro l’impero distopico di Sparta in un presente alternativo, e della mia biografia letteraria “IL SOGNATORE DIVERGENTE” (il volume contiene anche alcuni miei racconti) che ha scritto Massimo Acciai Baggiani. Entrambi sono editi da Porto Seguro Editore.

Saranno presentati entrambi (assieme ad altri libri), giovedì 8 Novembre 2018 alle ore 19,00 al Santarosa Bistrot, sul Lungarno Santarosa, in zona San Frediano, a Firenze.

Mi farebbe piacere incontrarvi lì.

Per chi non ce la facesse e volesse comunque una copia dei libri, potrei spedirle con autografo, basta chiedermelo con messaggio privato.Risultati immagini per SANTAROSA BISTROT

Ma non basta: è anche appena stata pubblicata la raccolta di racconti e articoli “Nessun altro”, edita nella collana L’Erudita da Giuseppe Perrone Editore e curata da Massimo Acciai Baggiani, per celebrare il quindicinale della rivista “I segreti di Pulcinella”, che contiene anche un mio racconto il cui titolo originale dà il nome alla raccolta, ma che l’editore ha cambiato in “Io è un altro. Nessun altro”. Il tema della raccolta è l’essere “altro” o “diverso”. Gli altri autori sono Massimo Acciai, Apostolos Apostolou, Roberto Balò, Andrea Cantucci, Rossana D’Angelo, Lucia Dragotescu, Alessandra Ferrari, Emanuela Ferrari, Erika Gherardotti, Francesco Guglielmino, Salvatore Gurrado, Emanuele Martinuzzi, Francesco Panizzo e Fabio Strinati.

 

        

 

 

 

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UNO DEI PIÙ AFFASCINANTI MUSEI ITALIANI, INGIUSTAMENTE IGNORATO

Risultati immagini per cavalieri mamelucchi e samuraiIl turista che passa per Firenze di solito è attratto dalle Gallerie degli Uffizi o dell’Accademia, da Palazzo Pitti o dai Musei del Bargello o di San Marco, solo a volte si ferma anche a quello dell’Opificio delle Pietre Dure o di Orsanmichele. Solo di rado, poi, si allontana dal centro, dalle zone di Ponte Vecchio o di Palazzo Vecchio e si avventura verso Rifredi, dove c’è, invece, un museo davvero unico nel suo genere e quanto mai interessante. Oltretutto, ora sarebbe ancor più facilmente accessibile, non essendo poi troppo distante dal percorso della nuova linea tranviaria che da Scandicci va all’Ospedale di Careggi, passando per la Stazione di Santa Maria Novella. Si tratta del Museo Stibbert, che si trova lungo l’omonima via, al numero 26, e che richiede un piccolo sforzo per chi lo raggiunga a piedi, essendo sul fianco di una piccola collina, il Poggetto, che domina la città, che può, di lassù essere ammirata nel suo complesso.

Nel XIX secolo a Firenze era presente una nutrita popolazione inglese, amante dell’Italia e della Toscana. Tra questi, vi era Frederick Stibbert, di padre inglese e madre toscana, che sul Poggetto, allora un po’ fuori città, vivevano in relativo isolamento. Stibbert restaurò e ingrandì Villa Montughi, già di proprietà della famiglia Davanzati, creando uno splendido esempio di eclettismo ottocentesco, tanto che la villa, con il suo giardino, meriterebbero da soli una visita, anche se non ospitassero al loro interno la favolosa raccolta di armi e armature europee, mediorientali e giapponesi, che ne fanno un luogo unico e impareggiabile. Alla sua realizzazione, del resto lavorarono personaggi come l’architetto Giuseppe Poggi, cui si deve il nuovo assetto urbanistico della Firenze capitale, i pittori Gaetano Bianchi e Annibale Gatti e lo scultore Augusto Passaglia.

In questa Villa, via via allargata per fare posto alla sempre crescente collezione, Stibbert raccolse, nel corso degli anni, un sempre crescente numero di reperti, che andava personalmente a cercare in giro per il mondo. Oltre a queste, il visitatore potrà anche ammirare importanti dipinti di Botticelli,Beccafumi, Brueghel, Lorenzetti e altri.

Abitando in zona, il parco di Villa Stibbert è sempre stato per me una metà abituale. Del resto confina con il Giardino Baden Powel, a sua volta quasi un tutt’uno con quello di Villa Fabbricotti. Basta poi attraversare poche strade e si arriva al Giardino del Parnaso e giù di lì, dopo aver ammirato la città e il Duomo dall’alto, si scende al Parco dell’Orticultura, rappresentando quasi un unico enorme parco cittadino, che, nel suo insieme rivaleggia per interesse, bellezza e dimensioni con quelli delle Cascine e di Boboli.

Il parco dello Stibbert, poi con il suo tempietto in finto stile egizio e il laghetto con le anatre e le tartarughe è una piccola attrazione per i bambini e gli adulti.

Quando vi portavo mia figlia piccola, ancor in età prescolare, la feci una volta entrare nel museo e ne rimase così folgorata che ogni volta che la portavo in quei giardini mi implorava di entrare anche nel museo.

Del resto tutti quei manichini, a volte così ben fatti, a piedi e persino a cavallo, sono di grandissima suggestione e anche gli oggetti riposti sugli scaffali attorno non possono che attrarre la curiosità di chiunque.

Erano alcuni anni che non vi entravo più, così accolsi l’opportunità di una visita guidata per farvi ritorno e all’uscita acquistai un volume che ne parla “Cavalieri, mamelucchi e samurai”, sottotitolo “Armature di guerrieri d’oriente e d’occidente dalla collezione del Museo Stibbert di Firenze”, curato da Enrico Colle, direttore del museo.

Il primo capitolo, opera dello stesso curatore “L’armeria Stibbert, Fonti storiche e iconografiche per il suo allestimento”, ci parla di analoghe installazioni ottocentesche, in primis l’Armeria Reale di Torino, e opere letterarie, quali quella di Walter Scott, che ispirarono Stibbert nell’organizzare la sua esposizione. Idea di fondo era di “far percepire ai visitatori, attraverso un’ambientazione coinvolgente, l’evoluzione della storia delle armature”. Il Museo ospita una delle raccolte di armature giapponesi più importanti del mondo. Stibbert risultava, infatti, affascinato dal “japonisme” che “iniziò all’incirca con l’Esposizione Universale di Parigi del 1867, dove fu presentata per la prima volta una gran quantità di oggetti della civiltà nipponica”.

Mario Epifani, nel secondo capitolo “La ‘Reale Armeria’ di Torino nella seconda metà dell’ottocento: formazione e promozione di una raccolta dinastica” approfondisce il legame tra Stibbert e questa Armeria, cui si recherà in visita numerose volte nel corso degli anni.

Martina Beccatini, nel terzo capitolo entra nel dettaglio de “La collezione Stibbert”.

Riccardo Franci, poi, esamina “Le armi e le armature in Europa”.

Assai interessante il capitolo di Francesco Civita, che illustra quanto sia diversa “l’armatura mediorientale” (questo il titolo del capitolo) da quella occidentale, essendovi “differenze culturali, geografiche e climatiche che hanno determinato la nascita di due sistemi di protezione del corpo così diversi tra loro”. Diverso era anche il modo di combattere e le rispettive cavallerie erano animate da “Due filosofie contrapposte: l’una, quella occidentale, con l’intento risolutivo, l’altra invece con uno fondamentalmente logorante”. Non si dimentichi poi che le armature islamiche erano adornate dai versi del Corano e dunque “l’armamento islamico non solo è esempio di grande capacità artigiana e bellezza artistica, ma anche mezzo di propagazione della Fede”.

Sempre Francesco Civita ci parla, infine di “Armi e armature in Giappone”, la parte forse più originale e suggestiva del museo. “L’armatura giapponese” esordisce “è sempre stato un mirabile esempio del connubio tra eleganza e funzionalità”. Ci parla poi dell’importanza di due elementi assenti nelle armature occidentali: la seta e la lacca. Gli artigiani che se ne occupavano erano quelli tenuti in maggior considerazione. La lacca, infatti, con le sue “qualità impermeabili e di resistenza, può anche essere usata per proteggere i metalli”.

Prima della parte dedicata alla specifica descrizione degli oggetti esposti, chiude il volume l’analisi fatta da Gian Carlo Calza di due importanti opere pittoriche orientali presenti nel museo, nel capitolo “Cortigiane, mercanti e cavalieri nel Giappone del Seicento e Settecento in due rotoli del Museo Stibbert”.

Inutili dire che il volume è corredato da splendide foto, che offrono una buona panoramica di quanto esposto nelle sale.

VERSI, CANZONI E UN ESAGRAMMA

Risultati immagini per Esagramma 41 AcciaiLo sapete che cos’è un esagramma? Leggendo il titolo della silloge poetica di Massimo Acciai (Baggiani)Esagramma 41”, mi è venuto qualche dubbio in proposito. Per me era soprattutto una figura geometrica!

Wikipedia non sarà infallibile ma questo dice: “Un esagramma (dal greco ἑξάγραμμα) è un poligono stellato a sei punti con notazione di Schläfli {6|2}, 2{3}, or {{3}}. È l’unione di due triangoli equilateri. L’intersezione è un esagono regolare. È usato storicamente in contesti culturali e religiosi, come ad esempio la Stella di Davide, Induismo, Occultismo e Islamismo.”

Ormai conosco abbastanza Massimo Acciai da immaginare che il termine per lui deve richiamare proprio le simbologie orientali piuttosto che la geometria.

Nei ringraziamenti a fine volume, l’autore ringrazia, tra gli altri, Andrea Verza “che ha calcolato per me il mio esagramma de I Ching”. Dunque qui si parla di un altro tipo di esagramma, in cui il suo essere poligono poco interessa al poeta.

Il volume, poi, si apre proprio con una citazione da “I Ching, esagramma 41”.

Per I Ching, ogni esagramma è considerato come costituito da due trigrammi, il trigramma inferiore e il trigramma superiore. In tutto abbiamo 8 trigrammi possibili: cielo, lago, fuoco, tuono, vento acqua, monte, terra. Gli 8 trigrammi, con la loro combinazione, generano i 64 esagrammi (8 x 8).[1]

Ho ritrovato su internet, anche l’esagramma 41, con un testo simile a quello riportato nel volume.[2]

Risultati immagini per Massimo Acciai

Massimo Acciai Baggiani

Che cosa sono I Ching? Qualcosa ricordo, ma di nuovo ricorro a Wikipedia, per essere più preciso: “Il Libro dei Mutamenti (易經T, 易经S, YìjīngP, I ChingW), conosciuto anche come Zhou Yi 周易 o I Mutamenti (della dinastia) Zhou, è ritenuto il primo dei testi classici cinesi sin da prima della nascita dell’impero cinese. È sopravvissuto alla distruzione delle biblioteche operata dal Primo imperatore, Qin Shi Huang Di.” “Considerato da Confucio libro di saggezza, è utilizzato a livello popolare a scopo divinatorio, e dagli studiosi per approfondire aspetti matematici, filosofici e fisici.” Scopo divinatorio? Sarà forse a questo che allude qui il poeta?

L’amore per l’oriente traspare anche altrove in questo volumetto. Si pensi a “Cinque haiku”. Strana, a proposito, l’idea di unirli in un’unica poesia, gli haiku, infatti, di norma sarebbero formati da solo tre versi, colmi di grande profondità, come ho avuto modo di imparare anche io scrivendone un’intera raccolta (“Rossi di sangue sono dell’uomo l’alba e il tramonto”), di cui Acciai ha parlato nel suo “Il sognatore divergente”.

Di cosa parla, dunque, “Esagramma 41”? La sapienza orientale ne è solo uno dei tanti elementi. Sono versi e canzoni che parlano di emozioni e sensazioni e di vivere quotidiano. Sì, ci sono anche canzoni, perché Acciai scrive musica e testi.

Sono versi scritti spesso nella Firenze in cui Acciai vive, ma anche in molti altri luoghi. Riconosco, innanzitutto, la Sappada cui Acciai ha dedicato la raccolta di racconti “Un fiorentino a Sappada”, ma che ho visto apparire anche nella silloge “A seconda di come volgo lo sguardo”. Non sempre sotto i versi compare il luogo di stesura, ma spesso sì e leggo così nomi come Oldenfiord, Prato, Auronzo, Senigallia, Praga, Berna, Arezzo, Lavaredo.

Acciai, da esperantista (e qui compare qualche verso in questa lingua artificiale), ama viaggiare e il mescolarsi con altre culture, ma sempre resta legato alla sua terra e quando lo troviamo a Praga ecco che scrive “Parole al neon per me ancora senza suono / mi dicono che non sono a Novoli[3] o sulla Casilina[4]”.

E le date in cui sono stati scritti questi versi? Quando compaiono non sono di immediata comprensione, perché qui, come in “A seconda di come volgo lo sguardo”, Acciai ama usare il calendario della rivoluzione francese, in ossequio ai suoi ideali. A volte, però, anche queste date sono del tutto immaginarie come nel caso di “Spiaggia verde” che sarebbe stata scritta a “Sappada, 29 messidoro dell’anno 7514”, chiaramente una data di un lontano futuro, dato che gli anni per tale calendario si contano proprio dalla rivoluzione.

Traspare, infatti, persino in questi versi, l’amore di Acciai per il fantastico e la fantascienza, non per nulla ha scritto un saggio intitolato “La comunicazione nella fantascienza” e la raccolta “La compagnia dei viaggiatori nel tempo”. Persino “Un fiorentino a Sappada”, che potrebbe sembrare una raccolta di racconti di montagna, si rivela ricco di spunti fantastici.

Qui abbiamo versi come “Era il maggio del 2033” e “dovremo andarcene / su una stella” (“Maggio”) o “combacia il mio respiro notturno / col lato silenzioso del Cosmo” che ci richiamano immagini quasi fantascientifiche. C’è una poesia intitolata persino “Valles Marineris”, che sarebbe poi il luogo dove Acciai ha collocato all’inizio del romanzo anche uno dei personaggi, Wen, del nostro “Psicosfera”, la storia fantascientifica che abbiamo scritto assieme. Ce n’è un’altra che s’intitola “La teoria d’Adhlemar (La Fine del Mondo)”, quasi fosse un piccolo racconto apocalittico. In “Riva al lago, ore 14,30” proclama “A quest’ora sembra la vita scomparsa dal Pianeta”, versi scritti in un immaginario post-apocalittico “2 termidoro dell’anno 7514”.

Sogna spesso altri mondi, dunque, Acciai e lo scrive, in versi senza titolo (non tutte queste poesie ne hanno uno), “Chiudo gli occhi, sì / ma per aprirli / su un altro cosmo”. La tensione verso il futuro si confonde in “2012” con le profezie Maya.

Massimo di recente mi ha detto che forse non scriverà più poesie, ma già qui leggiamo un certo scoramento verso tale forma di espressione: “Sono forse stato io poeta?/ Certo è molto che non sento il ‘brivido’ / e mi pare che la poesia sia una terra remota /appartenente a un altro pianeta”.  Altrove scrive “Ma dov’è la poesia?”. Eppure chi diventa poeta, in qualche modo rimane tale. Cambia la forma, magari, ma la poesia continua a fluire, magari tra le righe di un romanzo.

C’è malinconia, a volte: “spazzar via / in un istante / questa noia infinita”, “ricordo di aver vissuto talvolta”, “A volte vorrei tornar invisibile” ma non ne si è mai sommersi. L’anelito verso il futuro e quindi la speranza pare più forte.

Risultati immagini per stella e pianetaRitrovo anche il tema de “La nevicata e altri racconti”, l’antologia-saggio in cui Acciai critica e vorrebbe cambiare il sistema scolastico “Attraversai gli anni di scuola / come chi passa, un giorno di pioggia /per una strada che conosce bene”, in cui c’è tutto il tedio dell’autore verso un sistema che non ha mai accettato in pieno.

A volte, poi, ci sono associazioni del tutto personali come “Nella gabbia uno scoiattolo impazzito / mi rammenta qualcosa / che ha a che fare con il cielo”.

Se molti sono i versi (soprattutto le canzoni) dedicati a varie donne (Maria Delfina Tetto, Roberta, Dulcinea, Natalya), non poteva mancare almeno una lirica dedicata alla madre morta di cancro, affetto certo tra i più cari all’autore.

Se Dulcinea non può che essere la donna amata da Don Chisciotte, cui forse l’autore sente di somigliare, come si comprende anche dall’allusione ai “miei mulini fragili”, mi chiedo chi davvero fosse Natalya, nome che Massimo ha riproposto anche in “Psicosfera”, nella variante Natasha. Grande appare l’incomprensione e la lontananza verso questa donna russa: “l’aria è gelo e pioggia, da lei sarà già neve” e “lei non comprende la mia lingua / ed io non trovo le parole / neanche nella mia”.

È, invece, una lingua, l’esperanto, una delle lingue artificiali di cui parla nel saggio “Ghimìle ghimilàma”, a unirlo a Maria Delfina Tettu “vivu vivu esperanto”, amicizia virtuale, di cui racconta l’incontro.

Versi, dunque, questi di “Esagramma 41”, sentiti e commossi, da scoprire con calma e attenzione.

 

[1] http://www.labirintoermetico.com/09iching/tabella_ricerca_esagrammi.htm

[2] http://www.labirintoermetico.com/09iching/testo_i_ching/esgrammi/esagramma41.htm

[3] Quartiere di Firenze

[4] Via romana.

IL POETA BIFRONTE

Risultati immagini per a seconda di come volgo lo sguardoQuanto mi è difficile parlare di un libro di poesie. Certo anche io ne ho scritte, ne ho pubblicate persino varie antologie, talora ne leggo, ma la poesia è così soggettiva, che è difficile descriverla o commentarla Certo, ci sono la metrica, il ritmo, la sonorità, le figure retoriche, ma la sostanza della poesia è l’anima di chi scrive e di chi legge. Sì, se anche un romanzo, come dico sempre, si scrive sempre almeno in due, l’autore e il lettore, questo è ancor più vero per la poesia, perché il poeta allude, accenna, di rado descrive in modo preciso, e allora sta al lettore interpretare e reintepretare il pensiero e le immagini che il poeta gli offre. Ecco, credo quindi che una poesia letta da me o da un altro assuma una diversa consistenza, un diverso “gusto”. Mi è dunque difficile trasmettere impressioni di lettura.

Ho ora finito di leggere la silloge “A seconda di come volgo lo sguardo” (PoetiKanten Edizioni). Cercherò, nonostante quanto scritto poco sopra, di dirvene qualcosa. Quel che più di tutto mi ha colpito è… l’autore, una sorta di Giano bifronte. In che senso? L’autore qui non è uno ma sono due: Massimo Acciai e Matteo Nicodemo. Scrivere libri a quattro mani non è certo una cosa strana o rara, lo stesso Massimo Acciai ha scritto racconti (come quelli presenti ne “L’apologia del perduto”) e romanzi a quattro mani, come quello ancora inedito che abbiamo scritto assieme (“Psicosfera”) e spesso ha collaborato con altri autori in antologie e riviste, compresa quella che da anni dirige lui stesso (“I segreti di Pulcinella”). Ma scrivere poesie a quattro mani? Come è possibile?

Si potrebbe pensare che l’antologia raccolga versi ora firmati da Acciai (Firenze 9/4/1975), ora da Nicodemo (Bergamo, 1980), ma non è così. I versi qui presenti sono tutti di entrambi. Mi riferisce Massimo Acciai che a volte uno cominciava a scrivere la poesia e l’altro la completava. A volte lo facevano assieme, nello stesso luogo, altre volte lo facevano a distanza.

La tecnica non mi sorprende. Mi stupisce, invece, il risultato. Anche io, con Simonetta Bumbi, scrissi in versi “Cybernetic love” ma era una sorta di poemetto satirico tragico-comico. Altra cosa è scrivere “vere” poesie, versi che ci parlano di sentimenti e sensazioni, emozioni e riflessioni personali. Eppure è questo che Acciai e Nicodemo hanno fatto, fondendo, così pare le loro anime in una e realizzando un volumetto in cui si sente una voce unitaria, in cui traspare un unico sentimento, un’unitaria visione del mondo.

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Mssimo Acciai

Il volume si apre con una citazione del pungente Oscar Wilde “Siamo tutti nati nel fango/ ma alcuni di noi guardano le stelle”) e, sì, Acciai e Nicodemo sanno volgere lo sguardo nelle profondità del cosmo.

Abbiamo quindi una prefazione firmata da Paolo Ragni che ci racconta come il modo di scrivere dei due poeti ricordi molto il mondo della musica, non per nulla entrambi suonano, cantano e compongono canzoni. I loro sono dunque versi “in bilico tra poesia e canzone”.

Lo stesso Ragni mette in evidenza la singolare scelta di datare le poesie usando il calendario della rivoluzione francese. Vezzo che, sono certo, nasce dall’anima di Massimo Acciai, che anche altrove vi ricorre con frequenza, a voler ricordare il suo apprezzamento per i grandi ideali di allora.

Ragni evidenzia come “l’elemento atmosferico, ambientale, sia proprio una caratteristica delle poesie di Acciai e Nicodemo”.

Ragni osserva che “in questo trascolorare di colori, di stagioni, di sorrisi e inquietudini, resta sempre il dubbio sulle possibilità di indagare l’anima”.

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Matteo Nicodemo

Il volume è poi diviso in due parti, la prima che riprende il titolo dell’antologia “A seconda di come volgo lo sguardo” e la seconda denominata, con superflua modestia “Frattaglie”. Ventiquattro sono le opere della prima parte, “come le ore di una giornata, è un numero che ricorda lo scandire del tempo” ci ricorda nella Postfazione Ballecca.

Più che darvi le mie sensazioni, vorrei lanciarvi sul foglio alcuni versi, affinché possiate assaporarli come in una degustazione, che possa prepararvi al vero pasto, che potrete fare solo leggendo l’opera per intero.

Sono un viaggiatore con i capelli bianchi”: il viaggio è un tema che Acciai ama particolarmente e qui è quasi la chiave di apertura per questo piccolo grande mondo che è “A seconda di come volgo lo sguardo”.

Chiudo il viso nella barba folta / lo chiudo tra la sciarpa e il berretto”: c’è tanta fisicità in quest’immagine, ma anche la descrizione di un modo di sentirsi e affrontare il mondo. E il rapportarsi agli altri, già nella poesia seguente cambia: “Siamo in treno e ci guardiamo negli occhi”, magari gli occhi chiusi tra barba, sciarpa e berretto, ma che restano finestre aperte sul mondo, attraverso cui il poeta-Giano volge lo sguardo attorno a sé. E avanza/no in questo suo/loro viaggio e il viaggiare è apprezzare il fascino del mondo, perché “Vi sono luoghi così, dove semplicemente/ vorresti aver vissuto…”.

Ed ecco che i versi successivi si intitolano “Sguardi” e ci parlano di “Sguardi tristi, / occhi da cerbiatta, occhi di gatta, / cornee di donne in cui leggo vite anguste”. Sguardi, occhi e ancora sguardi. È tutto un vedere, osservare, scrutare, questo libro, e gli occhi sono, come non mai, porte per penetrare nell’essere di chi ci è accanto.

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Massimo Acciai (Baggiani)

E chi viaggia, viaggia e ancora viaggia non può che affermare “sento l’infinito come vero / sì, lo sento come materiale”.

Ma si può viaggiare e, nel contempo, trovare qualcuno che ci faccia arrestare e dire “in te mi dico di continuare / ad amare la routine”, si può “saper trovare la primavera nell’inverno”. Come non fermarsi allora almeno un po’? Come non rallentare il passo del nostro incessante andare? Del resto “non servirà l’autunno della poesia / a ricordarmi di essere normale”. Eppure potremmo cadere nella trappola della modernità e allora ecco che “un computer ti spiega chi sei”, come se non fossimo in grado di trovare noi stessi la nostra anima e il senso del nostro andare.

Nel fermarci sentiamo allora il bisogno di fare il punto, di capire chi siamo davvero e allora “impugno la penna come una spada / che ferisce se stessa di sangue nero” (e qui mi ritrovo, non per nulla una mia antologia di versi si chiama proprio “Spada di inchiostro”). Ci fermiamo a scrivere, perché “ho qualcosa da dimenticare perché sono un buffone / ho qualcosa da ricordare perché l’ho costruito”.

Eppure anche questo poeta bifronte sente la solitudine o il suo bisogno, ed ecco che vuole “Restare in disparte / mentre crolla lentamente / anche l’ultimo entusiasmo”. “Quanta nostalgia / nelle piogge di pratile” (pratile è uno dei mesi del calendario rivoluzionario francese). E questa prima parte, iniziata con una partenza piena di entusiasmo e voglia di scoprire, si chiude con un senso di stanchezza, forse logico, alla fine di tanto camminare “il tempo ha fatto il suo corso / inesorabile mi ha sfinito”.

Si entra così nella parte del volume definita “Frattaglie” e gli autori ci spiegano che è “l’epoca della rivalutazione delle interiora, di ciò che doveva restare nelle case del produttore e che, invece, trova uno spazio visibile”.

Mostrare le frattaglie è allora, forse, un mostrare la parte più intima di sé e al contempo, magari, più meschina? Chissà, ma la raccolta si apre con visioni di paesaggi montani in cui “Quest’aria nordica mi rinfranca” e siamo a Sappada, sulle Alpi friulane, luogo cui Acciai ha dedicato una racconta di racconti “Un fiorentino a Sappada”.  Più avanti ritroviamo il Poggetto, quel colle che adorna Rifredi, il quartiere di Acciai, ma anche il mio (“due passi al Poggetto / nel pomeriggio dorato”). Anche in questa parte il camminare è una costante e “Il pensiero passeggia basso / Al ritmo dei piedi gonfi” e “Si srotolano i nostri passi / Sulle vie di una piccola città”. “Ieri ascoltavo in un buio silenzio / nessun ‘tutto d’un tratto’ improvviso / soltanto il silenzio, la campagna, il buio e le fusa”.

Ancora, più avanti si parla di luoghi che potrebbero essere di Rifredi con la poesia “Il Romito” eppure poco comprendo il suo incipit “Ricordi di quanto ragionavamo / di allevamenti di vitelli al Romito?” Allevamenti al Romito, nel cuore di Firenze? Evidentemente qui il poeta-Giano pensava ad altri romiti.Risultati immagini per Camminare

UN FILM E UN ROMANZO UCRONICI DENTRO UN VIAGGIO NEL TEMPO ALLOSTORICO

I confini tra i generi letterari sono spesso labili e ci sono opere che si collocano a pieno diritto in diverse categorie o al confine tra due o più di esse.

Risultati immagini per garibaldi a GettysburgHo letto “Garibaldi a Gettysburg” (1993) di Pier Francesco Prosperi (Arezzo21 luglio 1945),, con l’intento di leggere un’ucronia, scritta da uno dei maggiori autori ucronici italiani.

Io stesso, prima ancora di leggerlo, lo citavo negli elenchi di romanzi ucronici, che in più occasioni mi è capitato di pubblicare.

Non amo parlare di libri che non ho letto, dunque da tempo mi ripromettevo di leggerlo o quanto meno di leggere qualcos’altro di Prosperi, che oltretutto, come me vive in Toscana e sarei curioso di conoscere meglio.

Posso ora dire che, in effetti, lo scenario che si prospetta, l’ambientazione, se preferite, è quella di un romanzo ucronico: si immagina che un evento preciso del passato sia mutato (una lettera non più resa pubblica), determinando così la partecipazione di Giuseppe Garibaldi alla guerra civile americana, assieme ai nordisti.

S’immagina anche che ci sia un gruppo di persone che decide di fare un film sul tema, una sorta di “pseudo-film” (creando questo neologismo da pseudobiblion, un libro immaginario descritto in uno reale). Nel film la partecipazione di Garibaldi migliora la performance dei nordisti, favorendone la vincita (che c’è stata anche nella storia reale). Il consulente storico di questo film, però, di ritorno dall’America a Venezia, scopre che la Storia ha preso un altro corso e, da esperto dell’epoca, capisce subito che è dovuto proprio alla partecipazione di Garibaldi alla battaglia di Gettysburg con i nordisti, determinando, con un suo errore, la disfatta della priopria parte. Ne deriva che l’America è ancora “sudista”, con tanto di forme di schiavitù, seppur più blande, apartheid e razzismo dilagante. Inoltre, anche nella Venezia del protagonista, Andrea, le cose sono cambiate: Veneto e Trentino Alto Adige sono ancora parte dell’Austria!

Fin qui siamo, in perfetta ucronia.

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Pierfrancesco Prosperi

Mi è capitato, però, nel dare questa definizione dell’allostoria (sinonimo di ucronia): “L’ucronìa è una forma di narrativa che tratta di un mondo la cui Storia si è differenziata dalla Storia comunemente conosciuta, sostituendo a degli eventi storicamente avvenuti degli eventi ipoteticamente possibili” di precisare che per avere vera ucronia la storia dovrebbe mutare, senza artifici come macchine e viaggi nel tempo. In questo caso saremmo, infatti, nella fantascienza e non nell’ucronia.

Devo ammettere che è una limitazione un po’ da purista. Del resto una delle più belle ucronie “22/11/’63” di Stephen King prevede un passaggio temporale in uno sgabuzzino e un protagonista che cerca di salvare Kennedy mutando la storia.

Ebbene, per tornare a “Garibaldi a Gettysburg”, Prosperi inserisce quest’allostoria in un racconto di viaggi nel tempo, con tanto di relativa macchina.

Non solo. Il protagonista che si ritrova contro la propria volontà in un universo divergente, ricorda ancora il mondo da cui proviene e qui Prosperi ricorre al più classico dei meccanismi narrativi tipici dei viaggi nel tempo, da Wells in poi, ovvero di solito abbiamo un protagonista che visita il passato o il futuro e lo raffronta con il suo presente. Si pensi a “Le meraviglie del duemila” di Emilio Salgari, a “I sovrani delle stelle” di Hamilton, alla saga cinematografica “Ritorno al futuro” e, forse, a “Hyperversum” della Randall.

La sola differenza è che Prosperi manda Andrea non in un altro tempo ma in un presente ucronicamente mutato per effetto di un viaggio nel tempo.

Le scuole di pensiero sugli effetti determinati da un mutamento di un evento passato sul presente sono varie, ma si va dall’idea che nessuna variazione del passato possa poi mutare il presente, perché il tempo sarebbe rigido e quindi tende a ripristinare il suo corso. A questo pensiero si rifà chi sostiene che un singolo uomo non determina il corso della storia e che quindi in assenza di un grande personaggio, altri avrebbero comunque condotto la storia in una data direzione. Senza Napoleone, Einstein, Mozart o… Garibaldi la storia sarebbe stata, a grandi linee uguali.

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Garibaldi

Un altro orientamento è che ogni minimo mutamento determina un effetto domino, facendo mutare molti altri eventi, che a loro volta ne fanno mutare moltissimi altri, in un crescendo esponenziale. È la teoria per la quale il battito d’ali di una farfalla in Sudamerica (o dove volete), provoca un uragano in Cina. Se Sparta avesse vinto a Tebe, allora non avremmo avuto il Rinascimento e senza Rinascimento niente Rivoluzione Francese (come in “Via da Sparta”) e niente elettronica.

Personalmente, partendo dal presupposto del tutto fantasioso che si possa mutare il passato, sono un pieno fautore di questa impostazione e, per esempio, con la mia saga “Via da Sparta” ho cercato di immaginare un mondo presente che fosse mutato il più possibile a seguito della vittoria (immaginaria) di Sparta a Leuttra contro Tebe.

Molti si collocano nel mezzo tra questi due estremi e Prosperi è, con questo romanzo, uno di questi.

Credo, infatti, che un’America sudista o non avrebbe partecipato alla Seconda Guerra Mondiale o, forse più probabilmente, si sarebbe schierata con Hitler. Inoltre, un’Italia priva di due regioni e un’Austria più forte grazie a queste, forse avrebbero avuto un diverso atteggiamento di fronte alla Germani in quel periodo. Immaginare quindi che i mutamenti si arrestino con la mancata annessione di Veneto e Trentino e con la vittoria sudista, ma non immaginare, per esempio, che la Germania domini almeno mezz’Europa, avendo vinto la guerra con l’appoggio americano, mi pare aver sottovalutato gli effetti dei mutamenti immaginati. E questo è solo un esempio. Immaginate, anche, quali aziende sarebbero divenute importanti in un’America “rovesciata”. Avremmo avuto la diffusione attuale di auto, elettronica, cellulari, computer? Sospetterei di no. E così via.

Risultati immagini per Garibaldi in America

Giuseppe Garibaldi

Capisco, però, Prosperi. A lui interessava, immagino, descrivere gli effetti immediati della battaglia di Gettysburg con la partecipazione dell’Eroe dei Due Mondi. Meglio sarebbe stato, forse ambientare la storia, allora, solo un decennio o due dopo.

Comunque nelle opere di fantasia, vanno fatte delle scelte. Tornando al mio “Via da Sparta”, se volete, potrei dire che, in qualche modo ha lo stesso limite: presuppongo che Sparta sia riuscita a sopravvivere per ben 2400 anni, creando un Impero. Razionalmente sono convintissimo che sarebbe successo prima o poi qualcosa che l’avrebbe fatta cadere. Come a Prosperi interessava parlare di Garibaldi, a me interessava mostrare un mondo moderno dominato da Sparta. Dunque ragionare su alternative ai mondi creati è un puro esercizio di riflessione “ucronica” di cui spero Prosperi mi perdoni, se mai leggerà queste righe.

Vorrei poi notare in questo romanzo, oltre alla presenza di uno “pseudo-film”, di un vero e proprio pseudo-biblion, il diario del garibaldino Rossetti, in cui Andrea scopre come sono andate davvero le cose nel nuovo universo. Cosa che fa di “Garibaldi a Gettysburg”, oltre che opera ucronica e fantascientifica, un esempio di meta-romanzo (romanzo che contiene al suo interno sia un romanzo inventato, sia un film inventato) e, inoltre, rende obbligatorio un confronto con quella che è, direi, la più famosa ucronia, “La svastica sopra il sole” di Dick, in cui, in un mondo in cui i tedeschi hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale, compare un libro in cui, invece, hanno perso, ma in modo diverso che nel mondo reale.

La paternità dell’idea di scrivere un’ucronia sulla battaglia di Gettysburg va, peraltro, allo statista e premio nobel Winston Churchil, autore di “Se Lee non avesse vinto la battaglia di Gettysburg”, uno dei primi ad aver scritto ucronie nel secolo scorso. Il primo in assoluto a fare storia alternativa, penso sia, invece, stato Tito Livio (“Libro Nono ab urbe condita”).

Ancora una parola sul concetto di mondi paralleli cui fa ricorso Prosperi. L’autore parla di mondo parallelo per descrivere quello in cui si trova Andrea, rispetto a quello da cui viene. Personalmente, in tema di ucronie e viaggi nel tempo, preferisco parlare piuttosto di universi divergenti. La partecipazione di Garibaldi alla battaglia di Gettysburg, per esempio, fa divergere gli eventi storici immaginari da quelli reali. A mutare non è solo il mondo (inteso come pianeta Terra) ma l’intero universo (infinito o meno che sia) nel suo complesso. Il tempo diverge, dunque si crea un nuovo universo che non è “parallelo” al primo, ma appunto, divergente, in quanto ha almeno un punto di contatto (per esempio la fatidica lettera che consentì o impedì la partecipazione di Garibaldi alla battaglia). Già nel mio primo romanzo ucronico “Il Colombo divergente”, tale concetto era evidente sin dal titolo dell’opera. Nel ciclo di “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia” lo ho esplicitato, chiarendo anche l’idea che, per un autore ucronico, il tempo non è lineare ma un frattale con infinite divergenze.

Voglio chiudere questo commento forse troppo lungo, per dire che “Garibaldi a Gettysburg” sebbene mescoli ucronia e fantascienza e abbia una visione dell’allostoria un po’ diversa dalla mia, rimane comunque sia un interessante esempio di ucronia, sia un piacevole e interessante romanzo anche per chi non pratichi il genere e forse un buon modo per cominciare a conoscerlo.

 

L’ASSURDO MONDO PERDUTO IN CUI VIVIAMO

Apologia del perdutoBisogna dire che la scelta di un titolo come “Apologia del perduto”, per di più corredato da un sottotitolo come “Reductio ad absurdum” non mi pare sia stata, da parte dei due autori Massimo Acciai e Lorenzo Spurio, dettata da valutazioni di marketing, anche perché il lettore tutto può immaginare da tali definizioni tranne che una raccolta di racconti tutto sommato vivaci e concreti. Si pensa, infatti, subito a qualche verboso trattato di filosofia.

Si tratta, invece, proprio di racconti, per lo più scritti a quattro mani dai due autori, ma alcuni firmati da uno solo dei due, e stesi tra il 2010 e il 2013.

Acciai e Spurio si erano conosciuti tramite alcune collaborazioni di quest’ultimo alla rivista che Acciai dirigeva e tutto dirige “I segreti di Pulcinella”.

Come notano gli autori nella prefazione, i racconti sono accomunati dalla presenza di personaggi al limite della società, quali malati di mente, barboni, immigrati, malati terminali. Forse per questo nel titolo si parla di “difesa del perduto”, dato che ciascuno di loro ha perduto o, quantomeno, è privo di qualcosa.

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Lorenzo Spurio

Quanto al sottotitolo, “Reductio ad absurdum”, significa “dimostrazione per assurdo” ed è un metodo della logica per dimostrare una certa proposizione mostrando la contraddittorietà che deriva assumendone la negazione, quasi che con questi racconti Acciai e Spurio abbiano voluto dimostrare con esempi estremi, la natura assurda del mondo che ci circonda.

Credo che dove nell’antologia non sono riportati i nomi degli autori, si debba considerare il racconto come opera di entrambi, mentre è espressamente scritto quando lo ha realizzato solo uno dei due. È questo il caso dei due racconti finali, “Il cacciatore” di Massimo Acciai e “Una casa fredda” di Lorenzo Spurio.

Il primo racconto è “Il cantiere” e comincia in modo un po’ surreale ma con tinte horror, con una sorta di scemo del villaggio (o del quartiere, vista l’ambientazione), Mario, che finisce in una buca scavata per qualche lavoro cittadino, dove qualcuno lo ricopre di terra fin quasi a farlo morire. Condisce la storia l’incontro-scontro del sopravvissuto Mario con una zia che di testa è messa peggio di lui ed è una pazza pericolosa. Lo sviluppo si fa angoscioso, con tanto di morte della madre del protagonista.  Il racconto è, soprattutto, una riflessione sul problema della chiusura dei manicomi e sulla difficoltà di gestire in famiglia i malati di mente. Vi compare un vecchio centenario, cui vengono a chiedere consiglio. Il vecchio, tra le altre cose lascia un interessante considerazione sulla lettura “Nel suo discorso ci teneva a sottolineare che la prospettiva con la quale il lettore legge e si immedesima nella storia, cambia nel corso degli anni e che questo è un fatto inevitabile”. Credo, infatti, che a scrivere un libro (al di là di collaborazioni come questa tra Acciai e Spurio) ci siano sempre due soggetti: lo scrittore e il lettore. Il lettore rende il libro diverso, reintepretandolo con il proprio vissuto e, poiché nel corso della vita ognuno cambia, leggere un libro in un momento o in un altro della propria vita, lascia messaggi e sensazioni diverse.

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Massimo Acciai Baggiani

Questo primo racconto credo sia il più lungo del volume, di cui occupa quasi un terzo.

Il secondo, “Appuntamento nella capitale”, racconta di un incontro su un caldo autobus con una donna e due bambini a seguito di disguidi ferroviari. Il protagonista si recava a Roma per incontrare una ragazza conosciuta in chat, ma una serie di vicissitudini lo fanno incontrare e avvicinare alla donna con i bambini, con cui riuscirà a instaurare un rapporto più vero di quello che sperava di concretizzare da un amore virtuale. Lo sguardo verso il mondo circostante del protagonista è sempre titubante e un po’ spaventato e osserva chi gli sta attorno con diffidenza, quasi a voler mostrare la difficoltà dei rapporti sociali nel nostro tempo, in cui solo il contatto virtuale sembra tranquillizzarci, mentre andiamo perdendo la capacità di raffrontarci con le persone reali.

La vicina rumena”, il terzo racconto, è una storia di amore, che nella prefazione è definita come erotica, ma è soprattutto una storia che parla del disagio di un giovane nel cercare e trovare rapporti con l’altro sesso. Disagio che trova la sua soluzione nell’incontro con la badante rumena della vicina, che, nella sua solitudine di straniera, si appoggia al giovane per supplire alla perdita degli affetti familiari, da cui è ora separata da tanti chilometri, in una terra che non è capace di accoglierla pienamente. La loro storia si risolve, in realtà, in un solo rapporto sessuale, che il protagonista percepisce come un proprio cedimento a pulsioni animalesche e di cui si pente, invece di rendersi conto che di essere riuscito, per poco, a sbloccarsi dalle proprie inibizioni.Risultati immagini per ragazza rumena

I cruciverba di Valérie” raccontano di un tragico amore ospedaliero tra due giovani e sfortunati malati terminali, che dà luogo a un matrimonio i cui festeggiamenti andranno a confondersi con le condoglianze del funerale. Una storia che ci parla sia della fragilità delle nostre esistenze, sia della possibilità di vivere pienamente e trovare l’amore anche quando tutto sembra ormai perduto.

Vera”, ultimo racconto a quattro mani, riprende il tema appena accennato in “Appuntamento nella capitale” degli amori in chat, affrontando il più ostico argomento degli scammer, ovvero delle truffe on-line per rubare soldi o organizzare matrimoni miranti solo a ottenere la cittadinanza o alimenti futuri mediante l’adescamento in rete da parte di ragazze straniere.

Assai singolare è la storia firmata solo da AcciaiIl cacciatore”, nella quale un eccentrico riccone americano invita a cena dei barboni e gli offre… carne di cane. Il clochard protagonista diventa poi suo compagno in scorribande per Firenze a caccia di… cani, da uccidere, cucinare e mangiare. Qui, più che negli altri racconti, si nota l’ambientazione fiorentina, particolarmente concentrata nel quartiere di Rifredi, dove vive l’autore.

Una casa fredda” è scritto solo da Spurio e parla delle difficoltà di una ragazzina ad adattarsi a vivere con il patrigno, dopo la morte del padre. Troverà in uno zio “zitello” l’appoggio per affrontare la situazione. Il vecchio zio, quando la nipotina lo lascerà, ricadrà nel grigiore della sua vita Risultati immagini per Cacciatore caniprecedente, non riuscendo, per altro a sopravvivere.

Questa raccolta, dimostra, ancora una volta, la grande capacità di Massimo Acciai Baggiani (nome d’arte di Massimo Acciai) di spostarsi con disinvoltura tra produzioni letterarie assai diverse, come la poesia, la saggistica, il fantasy, l’ucronia, la fantascienza e, qui, una narrazione mainstream che potremmo forse definire di analisi sociale, sebbene con toni che spingono le situazioni all’assurdo, divenendo talora quasi surreali.

 

“Via da Sparta” – Intervista a Carlo Menzinger

Grazie a Giovanni Agnoloni per questa intervista su “La poesia e lo spirito”: “Via da Sparta” – Intervista a Carlo Menzinger

 

“Via da Sparta” – Intervista a Carlo Menzinger

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Carlo Menzinger di Preussenthal, scrittore nato a Roma ma residente a Firenze, si muove tra ucronia e distopia. L’anno scorso è uscito il primo atto di una serie ucronica intitolata “Via da Sparta”Il sogno del ragno (Porto Seguro editore). In uscita in questi giorni, il sequel Il regno del ragno: domani 29 settembre, il libro verrà presentato in anteprima a “Firenze Libro Aperto” viene presentato (alle ore 16,30 allo stand di Porto Seguro Editore).

In quest’intervista con l’autore, cerchiamo di sviscerare potenzialità derivanti da questi scorci – e incroci – di generi diversi.

– Il tuo approccio alla narrativa fonde generi diversi, su tutti la distopia e l’ucronia. Che significato particolare assume la combinazione di ipotesi a-storiche con visioni antiutopiche? In altre parole: immaginare fatti mai accaduti nella storia vera può aprire squarci di comprensione intuitiva sulle non rosee prospettive per la specie umana anche oggi?

Se solo potessi avere abbastanza tempo scriverei libri di ogni genere, ma, in effetti, ucronia e distopia sono spesso presenti nella mia produzione attuale. Massimo Acciai Baggiani nel suo saggio Il Sognatore divergente, di prossima pubblicazione (Porto Seguro Editore), afferma che nei miei libri è spesso presente una vena pessimista. Probabilmente non sono troppo fiducioso sulla capacità del genere umano di migliorare, dunque, anche nel disegnare una realtà alternativa come ho fatto con il ciclo Via da Sparta, gli elementi distopici prevalgono su quelli utopici. Il mio obiettivo scrivendo questa storia era, però, soprattutto quello di mostrare la precarietà delle situazioni storiche, far vedere come il nostro presente non sia il solo possibile, giacché basterebbe pochissimo a mutarlo radicalmente. Via da Sparta insegna che nulla è scontato, che modelli sociali, economici, culturali che diamo per ovvi potrebbero non essersi realizzati per nulla. Dunque, sì, l’ucronia può aiutarci a comprendere meglio il passato e il presente, ma anche il futuro. Farci capire come alcune scelte storiche siano state sbagliate e, magari, aiutarci a non fare nuovi errori domani. Certo, aver scelto una civiltà come quella spartana, per tanti aspetti percepita come negativa, mi è servito a delineare un mondo molto diverso, ma anche molto distopico, secondo il nostro moderno punto di vista. Tutto è relativo, però. Gli spartani probabilmente inorridirebbero a vedere il nostro modo di vivere.

– Parlaci della tua serie Via da Sparta, che mette al centro del suo interesse una civiltà – quella spartana – storicamente sconfitta ma portatrice di un’immagine scabra e violenta, che trasuda dalle tue pagine.

Per poter delineare un mondo attuale, ucronicamente mutato, era utile scegliere una civiltà “sconfitta” e immaginarla, invece, incedere verso il massimo successo possibile. È quello che è stato fatto da molte altre ucronie, ma soprattutto con la storia recente, per esempio da Dick con il suo La svastica sul sole o da Harris con Fatherland, in cui immaginano una Germania vincente nella Seconda Guerra Mondiale. Far, invece, sopravvivere una città, sconfitta irrimediabilmente moltissimo tempo fa, 2400 anni, era qualcosa di nuovo. La filosofia spartana è qualcosa di radicalmente diverso dal nostro modo di pensare. Per loro la guerra era centrale. La forza e la salute fisica erano fondamentali. Gli uomini vivevano separati dalle donne. Le donne potevano avere più mariti. L’amore omosessuale e la pedofilia erano la norma. La proprietà privata era quasi assente. L’onore militare aveva un peso che non riusciamo più a immaginare. La tecnologia era malvista. Il solo lavoro onorevole per un uomo era la guerra. Il superfluo era disprezzato. Portare tutto ciò in un mondo moderno mi affascinava.

– Il tema dell’amore, della sessualità e delle sue distorsioni è pure parte importante della tua scrittura. Si tratta forse di un’allusione “sotto mentite spoglie” a quello che è diventata la società umana nel mondo reale? Anche in questo senso, insomma, Sparta è solo un pretesto per parlare di “noi”?

Certo, anche se si parla di mondi alieni, di realtà alternative, di passati remoti o futuri lontanissimi, ogni autore parla ai suoi contemporanei e del suo presente. Sparta è distopia, ma non tutto è negativo. L’attenzione per l’ambiente (seppur con modalità difficili da apprezzare) è, per esempio, qualcosa che potremmo imparare da questo ucronico Impero di Sparta, ma altri aspetti, sono esagerazioni di situazioni reali, come il bullismo, l’odio per il diverso, l’incomprensione tra i sessi, la guerra come soluzione a ogni problema, la violenza gratuita. Una delle cose che in questo romanzo appare davvero diversa è proprio il sesso. Il matrimonio è divenuto solo una forma di accordo economico, ma il vero amore, si dice, è “solo tra uguali”, ovvero tra uomini della stessa classe sociale o donne della stessa classe sociale. La famiglia è osteggiata come forma organizzativa. I bambini vengono allontanati dalle madri. Solo i padri più potenti della classe dominante mantengono contatti con i figli. Il romanticismo e la cavalleria non sono mai esistiti in questo presente ucronico, dunque anche l’amore romantico non esiste. Immaginare una società in cui l’eterosessualità e l’amore sono visti in modo negativo credo ci faccia riflettere sull’approccio che oggi abbiamo verso il sesso, in primis, sulle discriminazioni sessuali, ma anche verso il pudore. Nei romanzi gli spartani non usano abiti. Questo renderà difficile ricavarne un film, ma è la maniera visiva per rendere più evidente la radicale differenza tra i nostri universi.

– In negativo, la tua idea sembra rimarcare il peso decisivo che la cultura greca (segnatamente, ateniese) ha avuto per lo sviluppo della nostra civiltà. Avevi in mente anche questo tipo di risvolto, nello scrivere Il sogno del ragno e il suo sequel Il regno del ragno adesso in uscita?

Uno dei motivi per cui ho scelto di far sopravvivere proprio Sparta, oltre che la sua lontananza nel tempo, era proprio in contrapposizione ad Atene. Quello che ho voluto mettere in evidenza è proprio un mondo in cui l’intera cultura ateniese è stata cancellata. Quando pensiamo alla cultura classica greco-romana, a volte, la immaginiamo quasi come un tutto unico, ma non era per nulla così. Sparta, per esempio, era diversissima culturalmente da Atene. Immaginate un mondo senza Socrate, Aristotele, Platone, Fidia, Prassitele, Eschilo, Sofocle, Euripide. Immaginate un mondo che non ami la filosofia, la musica, la pittura, la scultura: questo è il mondo di Via da Sparta. Senza la cultura ateniese non avremmo avuto il Rinascimento. Senza il Rinascimento, quante altre cose avremmo perso? Forse anche la Rivoluzione Francese, quella industriale e così via. Perdere la cultura ateniese, avrebbe significato avere oggi un mondo del tutto diverso, qualcosa, forse, di simile a quello che potete trovare nei tre volumi di Via da Sparta: Il sogno del ragnoIl regno del ragno e La figlia del ragno. Spero di aver fatto meglio della McDougall con il suo Romanitas, in cui, al giorno d’oggi, c’è ancora l’impero romano, ma la gente guarda la TV e va in automobile!

– Pensi che l’attitudine prevalentemente realistica della narrativa italiana rappresenti un limite? E, per converso, che i generi cosiddetti “fantastici” costituiscano invece un’opportunità?

Ritengo che il genere fantastico sia decisamente superiore alla narrativa “realistica”, per la semplice ragione che un autore fantastico non solo si limita a raccontare una storia, ma crea un mondo, un universo nuovo. Credo che un creatore di universi sia una figura assai più artistica e geniale di un semplice “cronista” di fatti di vita quotidiana. Eppure, so bene come la letteratura fantastica sia considerata, dalla critica letteraria “più importante”, come secondaria, se non inferiore. Eppure nella fantascienza, nell’ucronia, nel gotico, nell’horror, nel fantasy molti autori s’interrogano sulla condizione umana, sulla nostra psiche, sul nostro futuro, sul senso della vita e di molto altro in modo assai più ricco, fantasioso e approfondito di chi racconta solo di vicende ordinarie. Uno Stephen King, con i suoi mostri, è, per esempio, un grande esploratore delle schizofrenie e delle paure infantili e adulte.

– Parlaci del tuo rapporto – e magari del tuo “metodo” – di scrittura, e dei tuoi prossimi progetti.

C’è una barzelletta famosa sui carabinieri (odio le barzellette, ma questa mi pare utile, per quanto non mi faccia ridere) che chiede perché vadano sempre in giro in coppia e che risponde “perché uno sa leggere e l’altro sa scrivere”. Bene, io non voglio essere come uno di questi due. Amo leggere e, nella misura in cui leggo, sento il bisogno di scrivere. Dunque, recensisco qualunque cosa legga, rifletto su quello che ho letto e mi sento stimolato a scrivere qualcosa magari di opposto rispetto a quanto ho letto. Leggere e scrivere, insomma, sono per me un tutto unico. Spesso, infatti, negli ultimi libri, inserisco varie citazioni all’interno dei capitoli o come inizio o nelle note, per far capire come tutto quello che scrivo ha delle radici in altri scritti.

Come scrivo? Per stratificazione. Magari un racconto posso anche scriverlo quasi per intero al primo passaggio, ma i romanzi prima li scrivo dall’inizio alla fine, poi li rileggo e nel rileggerli li modifico totalmente, poi li rileggo ancora e li modifico di nuovo. Smetto con questi passaggi solo quando le nuove modifiche diventano marginali.

I miei progetti? Tra pochi giorni uscirà Il regno del ragno, il secondo volume di Via da Sparta. Il terzo, La figlia del ragno, spero possa uscire dopo Natale. Ho poi scritto due raccolte di racconti apocalittici, entrambi rigorosamente ambientati a Firenze, il primo che descrive svariati modi in cui la città potrebbe venire distrutta e il secondo che la descrive dopo questi eventi. Queste antologie potrebbero uscire a fine 2019 o forse nel 2020. Sto ora scrivendo un intero romanzo sull’argomento, ma non so se funzionerà. Ho anche scritto un romanzo di fantascienza davvero particolare con Massimo Acciai Baggiani, si chiamerà Psicosfera e parla del potere della mente. Anche questo penso che uscirà tra vari mesi. Quando avrò finito il romanzo apocalittico, ho già una sfilza di idee da mettere in atto. Spero solo di campare abbastanza da realizzarne ancora qualcuna!  Se solo potessi avere una macchina per dilatare il tempo!

Carlo Menzinger di Preussenthal, nato a Roma il 3.01.1964, sposato, ha una figlia e vive a Firenze, dove lavora nel project finance.

Ha pubblicato varie opere tra cui romanzi ucronici (“Il sogno del ragno”, “Il regno del ragno”, “Il Colombo divergente”, “Giovanna e l’angelo”), thriller (“La bambina dei sogni”, “Ansia assassina”),  fantascienza (il ciclo “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia”), un romanzo gotico – gallery novel (“Il Settimo Plenilunio” scritto con Simonetta Bumbi). Ha curato le antologie “Ucronie per il terzo millennio” e “Parole nel web”, partecipato ad altre e pubblicato su riviste e siti web.

Il suo sito è                 www.menzinger.it

Il suo blog è              https://carlomenzinger.wordpress.com/

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