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QUANDO FIRENZE SEMBRA CHINA-TOWN

Risultati immagini per little china girl scudelettiNon è facile trovare un romanzo che parli dell’Italia con ritmi, toni e approccio da thriller internazionale. Non è banale trovare una storia che parli di mafie orientali con competenza (almeno apparente, dato che non sono qualificato per valutare la sostanza), mostrando una comunità cinese a Firenze credibile ma non per questo meno priva di fascino avventuroso. Non è comune trovare un’opera prima scritta con scioltezza e disinvoltura da professionista dellascrittura.

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Massimiliano Scudeletti

Eppure mi è capitato leggendo “Little China Girl” di Massimiliano Scudeletti. Il titolo è una citazione della celebre canzone di David Bowie e fa certo riferimento a una delle due belle gemelle figlie di un capo della Triade, forse a quella viva o forse a quella assassinata sulla quale il protagonista Alessandro indaga, entrando nei meandri di quest’organizzazione mafiosa assai più di quanto ci si potrebbe aspettare possa fare un italiano, seppure in stretti rapporti con una famiglia cinese.

La storia scorre via veloce tra mille avventure, intrighi, indagini, amori, colpi di scena e non ci si annoia mai.

Sarà anche il suo primo romanzo, ma, leggendo la quarta di copertina, scopro che Massimiliano Scudeletti ha realizzato documentari e spot televisivi, sia come sceneggiatore che come regista: in qualche modo deve aver messo a frutto quest’esperienza nella scrittura, così come il fatto che si occupi della scolarizzazione di adulti immigrati e che sia un appassionato della cultura cinese, spiega la sua competenza in merito.

 

 

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UNA PASSEGGIATA NEI BOSCHI CON UN POETA

Risultati immagini per per le foreste sacreHo appena finito di fare una passeggiata letteraria “Per le foreste sacre” con Paolo Ciampi, “un buddista nei luoghi di San Romualdo e San Francesco” (come recitano titolo e sottotitolo del libro di viaggio e riflessione dello scrittore e giornalista fiorentino).

C’è sempre tanta poesia e tanta riflessione nei libri di Paolo Ciampi.

Questo suo volume pubblicato, giustamente, da una casa specializzata nel genere la “Edizioni dei cammini”, racconta di un viaggio tra Toscana e Romagna, tra le foreste casentinesi.

Il viaggio parte non lontano da Firenze, da Castagno D’Andrea e San Benedetto in Alpe, si addentra nel parco nazionale, raggiunge Camaldoli e altri borghi, ma è soprattutto un andare tra boschi, di albero in albero.

Il volume è stato pubblicato nel marzo 2017. Il viaggio si svolge in questa parte dell’anno, ma non saprei di quale, forse il 2016 o il 2015, chissà! Mi stupisco a leggere del loro andare più o meno negli stessi giorni dell’anno, quasi che fossi davvero con Paolo Ciampi e i suoi amici. Ho letto, così, per esempio, il capitolo sul 1 maggio proprio durante la festa dei lavoratori. Perché lo dico? Perché questa, pur essendo solo una coincidenza, mi pare quasi un segno di comunanza tra me e questo scritto.

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Paolo Ciampi

Anche io amo camminare. Purtroppo di rado mi riesce farlo nei boschi ma è proprio lì che mi piace stare. Amo più la montagna e le sue foreste che le città o il mare. È quella l’aria che mi tonifica, è quello il silenzio in cui riesco a dormire, è quello il clima in cui mi sento a mio agio. E non è così comune, perché, scrive Ciampi, “c’è anche l’uomo che la natura non solo non la ascolta più, ma fa di tutto per togliersela di torno” e non posso non pensare alle nostre città a come ogni intrusione della natura sia vista come disordine e sporcizia, senza capire che a essere fuori posto è proprio la nostra città.

A farmi apprezzare queste pagine non solo una questione di luoghi e di un amore per l’andare, per l’osservare la natura, con il desiderio di comprenderla, (senza, nel mio caso, gli strumenti adeguati per farlo appieno), ma anche questa capacità di abbinare al cammino il pensiero e la riflessione, questo gusto per la citazione veloce, questa ricerca del senso delle parole, perché dietro di esse si nasconde anche il senso delle cose.

 

Di Paolo Ciampi ho già letto altro e ogni volta è un piacere. L’ho conosciuto come autore leggendo “Gli occhi di Salgari” e “Beatrice”, due belle biografie, così piene di poesia e l’ho riletto di recente in “L’aria ride”, un libro a metà tra la biografia e il racconto di viaggio.

Lo stile è riconoscibile, leggero come il passo di un viandante, colto come la parola di chi ama il pensiero e che è pronto a far propri quello altrui per farne germinare di nuovi, in sé e nei suoi lettori.

Eccolo allora qui citare un’anonima guida alpina con il bel “ho molto cammino dentro” su cui ci invita a riflettere. Mi pare quasi la chiave di lettura di questo libro. Aver cammino dentro è anche avere vissuto ed essersi scoperti, perché i viaggi “ci aiutano a scoprire qualcosa, anche di noi”. Eccolo citare Walt Whitman “non esiste la morte / E se mai è esistita, portava alla vita”. Eppure “ogni passo, in effetti, è prima di tutto un addio” (scrive Ciampi).

Eccolo cercare una comunione con il bosco e gli alberi, riflettendo sulle parole di John Muir “Quanto poco conosciamo ancora della vita delle piante: le loro speranze, paure, gioie e dolori!” Chi pensa in tal modo di una pianta? Oppure alla frase di Rilke “Alla felicità non si ascende, nella felicità si cade”.

Eccolo interrogarsi sul senso di parole (e di quel che significano veramente) come asceta, eremita, anacoreta, sacro, precario, decidere, edicola, tabernacolo, miracolo, foreste, forestieri o persino di termini stranieri come serendipity. Forse il motivo per cui ama esplorare così i nomi è nella frase di Antonio Tabucchi che cita “nei nomi c’è il tempo passato assieme”. Per amare e comprendere qualcosa o qualcuno ci vuole del tempo passato assieme.

Carlo Menzinger con alcuni libri scritti da Paolo Ciampi

Si rammarica allora Ciampi perché “non ho tempo passato insieme a questo albero che ora vorrei sentire parte di me”. Oggi non ho più un rapporto “personale” con degli alberi, ma da ragazzo ne ho piantati tanti e curati a lungo. Erano alberi cui non avevo dato un nome, ma che conoscevo uno per uno. Mia madre diceva degli alberi che aveva curato, che per lei erano come dei figli. Questo si può creare, se si passa del tempo assieme. Anche con un albero. Del resto “Dio pose l’uomo in un giardino perché lo coltivasse e lo custodisse” osserva Ciampi citando la Genesi. E io mi chiedo quanto  cristiani, ebrei e mussulmani (per tutti loro quel libro, che li accomuna, dovrebbe essere sacro) abbiano rispettato questo compito. Come abbiamo curato il nostro giardino?

Eccolo raffrontare il pensiero di santi cattolici a quello di sapienti buddisti e trovarvi assonanze. E quando cita il buddismo dicendo “per quanto corra una bella differenza tra me e questo abete entrambi siamo manifestazione di Myo, la legge mistica. Tutto lo è, tutto contiene tutto” mi vengono in mente diverse parole ma dal significato simile che ho da poco letto in un saggio di Bergson, il filosofo nobel per la letteratura (“L’evoluzione creatrice”) quando dice che non esistono specie differenti, ma che siamo tutti manifestazione di un’essenza unitaria che è la Vita. È lo stesso impulso iniziale della Vita che ha generato animali, piante e funghi, quell’albero e questo uomo. Siamo tutti parte della stessa cosa. I grandi pensieri, come l’impulso della vita, tendono a convergere e a creare risultati simili lungo percorsi diversi.

Eccolo ricordarci che “se la vita è complicata, io potrei provare a esserlo un po’ meno”: quanti “Uffici Complicazione Cose Semplici” ci sono attorno a noi, mi chiedo.

Eccolo ammonirci, con l’insegnamento buddista “Se accendi una lanterna per un altro, anche la tua strada ne sarà illuminata”: quanta verità in questo concetto così semplice e così disatteso!

E trova persino l’occasione per buttare lì, con noncuranza, un’osservazione economica di non poco conto “ci sono molti modi di fare impresa: e uno, scontato, è approfittare della terra dove sei, fino a derubarla; l’altro è restituire a quella terra qualcosa di ciò che hai guadagnato, magari in cultura, magari in solidarietà”.

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Paolo Ciampi

Insomma, è stato un vero piacere fare questo cammino, seppur virtuale, con Paolo Ciampi e, come lui, “arrivato alla meta, sbircio la meta dopo”, perché ogni risultato è solo l’inizio di un nuovo cammino e “beato l’uomo che ha sentieri nel cuore” perché avrà sempre un luogo dove andare.

 

Il volume è corredato  da alcune informazioni sul Parco Nazione delle Foreste Casentinesi, sulla Cooperativa In Quiete (www.cooperativainquiete.it) che organizza passeggiate nella natura ma non solo e, soprattutto, da una bibliografia commentata di alcuni testi che mi sono subito segnato per prossime letture (e c’è l’imbarazzo della scelta).

NONNA E NIPOTE TRA SARDEGNA E TOSCANA

Risultati immagini per del mare soltanto l'ecoDel mare soltanto l’eco”, libro d’esordio di Barbara Carraresi, autrice, come me, della scuderia di Porto Seguro, più che un romanzo è il racconto di due vite, di una ragazza e di sua nonna. Le due storie si alternano per poi unirsi presto in una sola. La storia della nonna è, a sua volta, sdoppiata nel presente e nel passato, ma anche questi tendono a convergere.

L’occasione di incontro tra le due generazioni è la preparazione di un pranzo tradizionale sardo, un pasto senza ospiti, come si scoprirà. Sostanzialmente una lezione di cucina della nonna alla nipote. La lezione di cucina è, però, quasi un pretesto per una lezione di vita e per tramandare una storia familiare.

Protagoniste sono la giovane Barbara e Nonna Peppa Luisa. Il fatto che l’autrice si chiami proprio Barbara e che nella postfazione parli della propria nonna Peppa Luisa non lascia molti dubbi sul carattere autobiografico della storia, anche se possiamo immaginare che qualcosa di inventato magari ci sia.

Centrale diventa la vicenda della nonna, il suo vivere tra i pastori della Sardegna, la partenza, dal sapore di

Carlo Menzinger con il libro di Barbara Carraresi

fuga, verso la Tosca

na, il periodo in un Piemonte dall’aria così freddo e ostile da non parere reale, il ritorno in Toscana e il riaffacciarsi, di passaggio, dopo decenni in Sardegna.

Ne nasce una storia intensa, aspra, e mi vengono in mente certe figure di donne sarde disegnate su fogli di sughero.

È una storia di povertà e di sopravvivenza, di piccole violenze e di isolamento. C’è tutto il dramma e la fatica dell’emigrante che poco o nulla conosce del mondo verso cui fugge. Gli italiani, fino a poco fa erano spesso così e oggi ce ne dimentichiamo così facilmente quando sono altri a cercare rifugio da noi, quando sono altri a guardarsi attorno con sguardo perso in un mondo che non comprendono.

Del mare soltanto l’eco” è, quindi, un po’ diario e un po’ storia di vita familiare e mi vengono in mente letture simili fatte di recente come “Radici” di Massimo Acciai Baggiani & Co. e “A cavallo del tempo” di Maila Meini. Queste origini mezze toscane e mezze sarde, mi fanno pensare, invece ad Alberto Pestelli e al suo ispettore toscano in Sardegna, alle sue “pause” culinarie.

Barbara Carraresi

La scrittura è densa e intensa e le pagine scorrono via con piacere e ci fanno sentire ogni momento più vicini alle protagoniste.

L’ISOLA DEL DESTINO SCOLPITO

Image result for Donato ALtomare isola scolpitaStrano romanzo “L’isola di scolpita” di Donato Altomare! È storia magica e fantastica che parte con atmosfere che mi hanno fatto pensare a José Saramago e, in particolare, alla sua “La zattera di pietra”, anche se per Saramago a muoversi per il mare è l’intero Portogallo e qui solo un’isola che, più che muoversi, compare e scompare. Non solo. È proprio un’isola insolita. Nessuna barca riesce ad avvicinarsi alla sua spiaggia e tutte le altre coste sono alte e inaccessibili e… scolpite con infinite figure umane, forse, l’intera storia dell’umanità. Basterebbe questo a rendere affascinante questo romanzo, ma ecco che Altomare lo trasforma e arricchisce con altre atmosfere e pare questi di respirare l’odore del romanzo gotico ottocentesco, dei Polidori, Le Fanu, Mistrali, con misteriose apparizioni notturne, mostri da incubo e quel senso del fantastico e dello stupore di fronte al paranormale che i decenni successivi hanno perso. E ancora Altomare muta il registro e ci fa scivolare passo dopo passo in una vicenda che coinvolge cose più alte, come il Destino, Dio e il Fato.

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Donato Altomare

Ne emerge un’avventura in cui il protagonista, pur dandosi molto da fare, scopre che ogni sua mossa era predestinata e scritta da lungo tempo. Viene allora da chiedersi se davvero tutti noi siamo prigionieri di un Destino immutabile. Non voglio crederlo. Credo piuttosto che la ciascuno di noi è artefice della propria vita e della propria storia e che basta un piccolo gesto per mutare le sorti del mondo.

Ma nei romanzi tutto può essere, no?

Donato Altomare (Molfetta, 21/07/1951) è un nome importante della fantascienza italiana, che ha pubblicato con le principali case editrici e vinto alcuni riconoscimenti rilevanti come il Premio Urania nel 2000 e nel 2007. Ho avuto l’onore di condividerne la collaborazione alla rivista “IF Insolito & Fantastico”, per la quale entrambi scriviamo, e l’amicizia su facebook (spero non del tutto “virtuale”).

 

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I RACCONTI DI UNA VITA

Carlo Menzinger con “A cavallo del tempo”

Nella quarta di copertina di “A cavallo del tempo” di Maila Meini, il libro è definito una “breve autobiografia”.

Leggendo i primi capitoli mi sono subito chiesto quanto questo fosse vero, dato che quel che mi sono trovato davanti è stato un’alternanza di brani in prosa e in versi, dove i primi mi erano parsi racconti autonomi.

Procedendo con la lettura, appare, però, evidente che sono (tutti o almeno in parte) racconti e riflessioni di vita vissuta. In effetti, per quanto all’apparenza slegati, sono congiunti da un filo conduttore: la vita dell’autrice. E molti mi hanno fatto fermare a riflettere, a interrogarmi a ragionare. Penso sia uno splendido risultato per un libro.

L'immagine può contenere: 1 persona, con sorriso, spazio all'aperto

Maila Meini

Si parte con un abbordaggio al cinema con finale a sorpresa, procedendo con una vendetta contro un vecchio amante e una storia romantica di neve bianca e rose rosse e sembrano storie poco probabili come realmente accadute a una tranquilla insegnante, ma perché no? Poi si procede con racconti che ci riconducono a una dimensione più quotidiana come quando racconta di aver letto 3.468 libri e prosegue con una sorte di recensione di un romanzo di MC Cammon (“Hanno sete”). Leggere 3.468 libri non è poco. A volte non ci si rende conto di quanto sia difficile leggere tanto. Da qualche anno censisco tutto quello che leggo su anobii e lì ho inserito 518 libri. Dal 2008 (più o meno quando ho cominciato a censirli né risultano sempre almeno 50 l’anno, con una punta massima di 82. Immaginando di leggerne 60 in un anno, per leggerne 600 impiego 10 anni. Per arrivare a 3.000 mi ci vogliono 50 anni di letture!

Il tema della lettura ritorna anche in un altro racconto in cui la Meini si rimprovera per il proprio disordine, fatto soprattutto di pile di libri. Subito dopo ci dice di come li cataloga e divide, dunque credo che il suo sia un disordine solo apparente. Chissà se anche lei li cataloga su Anobii o magari su Goodreads. Leggere, scrive a pagina 101, “Se è una malattia, purtroppo, non è contagiosa”! Già!

In un altro capitolo Maila Meini ci parla della sua scala di valori e di come sia cambiata nel tempo. Anche questo è un racconto che fa riflettere: chi ha una sua scala di valori da seguire? Non molti credo. Sullo stesso piano il racconto sul dilemma di Pascal: “anche se sono ateo, che cosa mi costa chiedere l’assoluzione in fin vita”? Se Dio non esiste non cambia nulla, se esiste con poco avrei potuto ottenere il paradiso! Già, dico io, peccato che molti, pigramente, facciano questa scelta ben prima del momento di morire, con il risultato di mantenere in piedi tanti culti e tutti i loro apparati.

A pagina 48, riflette sul contenuto di un bigliettino trovato nella confezione di un cioccolatino “La maniera di dare val più di ciò che si dà” (Corneille). La Meini si mostra in disaccordo con questa citazione, quasi che volesse dire che il modo di donare sia più importante del dono, ma io credo che il senso sia nello spirito con cui si dona. Chi dona e poi pretende gratitudine o riconoscenza non sta donando, ma facendo un baratto. Chi dona, anche poco, ma lo fa con vera generosità e con il proprio cuore, dona di più di chi offre qualcosa di prezioso contro voglia. Non è una questione della carta del regalo, è una questione di cuore.

La favoletta sui crisantemi mi ha fatto pensare a quanto questi bellissimi fiori abbiano “patito” in Italia, da quando sono stati associati ai cimiteri. Mia nonna che era inglese era solita regalarli e si stupiva che gli italiani non sembrassero gradire il dono!

Ravioli di zucca e A cavallo del tempo (Carpi – Modena)

Si entra poi nella vita vera, quella fatta di parti di figli e nipoti, delle gioie e dei dolori delle nascite. Posso capire come questa possa riempire i giorni anche dopo la pensione, quando la fine del tempo lavorativo sembrerebbe svuotarci del nostro ruolo sociale.

Maila Meini mi ha stupito ancora mostrandomi il suo amore per le storie di vampiri, per Dylan Dog e, forse, per Star Wars (dato che possiede un tappetino per il mouse dedicato al film) e per film catastrofici come “2012”, che di rado immaginerei in una ex-insegnante di Lettere, Teatro e Latino!

In questi giorni Massimo Acciai Baggiani mi ha intervistato per un saggio che sta scrivendo su di me e, tra le varie domande, mi chiedeva delle origini biografie del tema del viaggio nei miei libri e gli raccontavo di come la mia famiglia abbia spesso cambiato città e stati ed io stesso abbia lavorato in una trentina di città. Mi ha dunque fatto un po’ sorridere quando la Meini raccontava di come abbia vissuto come uno sradicamento il suo essersi spostata di un centinaio di chilometri da San Vincenzo (Livorno) a Campi Bisenzio (Firenze). Poco più di un cambio di quartiere per un romano! Quando lavoravo a Siena e mia moglie verso Pistoia, ci si trovava a Firenze tutti i giorni e in quel periodo mi consideravo ormai “fermo”. Nello stesso racconto ci mostra il suo correre verso il mare (di San Vincenzo) come se fosse tra le braccia di un perduto amante. Non ho potuto non pensare all’amore per il mare di uno dei miei “viaggiatori”, “Il Colombo divergente”.

A proposito di viaggi, non manca la descrizione di qualche gita della protagonista a Firenze, Pistoia, in Turchia e al Guggenheim.

In questo libro, poi, si parla di problemi di salute, degli approcci con lo sport (il nuoto), di bambini, di animali, di lutti, di incidenti come la scomparsa misteriosa di un auto o alcune telefonate anonime. Si parla anche di alcune letture e di qualche film, come quello affascinante su Benjemin Button, nato vecchio e morto bambino, con le riflessioni del caso. Si parla di filastrocche per bambini e poesie per adulti. Carino l’episodio dell’autrice che richiama, anni dopo la fine della scuola, il professore che ne aveva letto le poesie quando era ragazza dicendole che una sola della raccolta da lei scritta era “poesia” senza dirle quale e, lei, dopo anni scopre quale sia, lo richiama, e quando il professore le chiede perché risponde “è l’unica con una metrica precisa, non zoppica mai”. A proposito,

A cavallo del tempo con sfoglia al mascarpone e gianduia (Carpi – Ristorante Stubai)

il volume è un continuo alternarsi di racconti e brani in corsivo, suddivisi in versi, veloci riflessioni, immagini, schizzi di vita, che preludono alla parte in prosa.

Si parla anche di scuola, dell’insegnamento e delle proteste studentesche.

Due soli mi sono parsi racconti non autobiografici (a parte quelli iniziali che possono essere inventati come no), uno sul signore di Verona Bartolomeo della Scala e quello finale che una sorta di condanna dell’indifferenza sociale.

IL FUTURISMO UN SECOLO FA

Carlo Menzinger di Preussenthal, autore del racconto “La scimmia futurista” presente nella rivista n. 21 di IF – Insolito & Fantastico

Ancora una volta la rivista IF- Insolito & Fantastico diretta da Carlo Bordoni, per la seconda volta edita da Odoya, con il numero 21 dedicato al “Futurismo” e curato da Alessandro Scarsella ha prodotto un volume di qualità e interesse elevati.

Singolare per una pubblicazione che si occupa di insolito e fantastico scegliere come tema un movimento letterario, artistico e culturale di un secolo fa e che non aveva come suo obiettivo descrivere mondi immaginari ma costruire una società nuova, anche se con alcune caratteristiche che fanno pensare alla fantascienza di anticipazione.

 

Come scrive Carlo Bordoni nel suo editoriale nel Futurismo non c’è oggi “niente che faccia pensare al futuro”, ma occorre ammettere che “è stato il primo movimento che abbia guardato al futuro con determinazione, ricercando nuove forme espressive”.

Come la prima fantascienza ottimistica, aveva “piena fiducia nella tecnica”. Quanto poco moderno era invece nella sua esaltazione della guerra, della violenza e del nazionalismo!

Introduce il volume Alessandro Scarsella con il suo “Retroterra futurista e poesia fantastica da Marinetti a Pessoa”, presentandoci i temi generali, lo spirito e le interazioni del movimento.

Ci parlano del futurismo inglese Giuseppe Panella e Susanna Becherini (“La macchina, il vortice: Pound e Marinetti”).

Gianfranco De Turris in “Suggestioni SF dell’architettura futura” parla delle possibili suggestioni che il futursimo potrebbe aver ricevuto dall’opera di Albert Robida e dal suo Saturnino Farandola e raffronta la descrizione futurista di una città del futuro, beneficiata dai prodigi dell’elettricità (questa grande novità di quegli anni) con quella negativa fatta da Emilio Salgari nel suo “Le meraviglie del duemila” in cui l’aria satura di elettricità crea problemi di salute ai viaggiatori risvegliatisi dopo in secolo e ci parla delle architetture futuriste immaginate (ma mai realizzate) da Antonio Sant’Elia.

Guido Andrea Pautasso e Antonino Contiliano parlano del futurismo russo in “Il proletariato volante di Vladimir Majakovskij” e “Futurismo russo e futurismo sospeso”.

Con “L’uomo macchina e i miti dell’ultramodernitàGuido Andrea Pautasso ci parla dell’aspirazione futurista a un mondo tutto meccanico, mentre con “L’automobile futurista” affronta l’amore per la velocità di questo movimento.

Simona Cigliana ci racconta (“L’ottimismo artificiale di Marinetti”) come Marinetti aspirasse a realizzare “l’«ottimismo artificiale» come sforzo cosciente di pensiero positivo, come risposta lucida e consapevole del poeta-creatore alla negatività del mondo e della storia”.

Il futurismo italiano non era solo Marinetti. Dalmazio Frau ci scrive di Volt, ovvero Vincenzo Fani Ciotti (“Invito alla lettura della Fine del mondo”), che aderì al movimento “senza rifiutare la tradizione della destra monarchica, cattolica e poi fascista”. Dice che si potrebbe definire la “Fine del mondo”, in cui si descrive un’invasione umana dell’etere (come era chiamato allora lo spazio), un “romanzo «futurfascista»”

Silva Milani (“I robot da salotto al tempo della signorina Felicita”) parla del dramma futurista “Elettricità sessuale” o “Fantocci elettrici” che vedeva in scena accanto a una coppia in crisi la sua copia robotizzata che continuava nella quotidianità dei gesti.

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Filippo Tommaso Marinetti

Tocca a Francesco Galluzzi parlare del cinema futurista (“Vita futurista sullo schermo”) anche se ben poco è stato prodotto.

Interessanti le considerazioni di Stefano Tani sul fiorentino Aldo Palazzeschi (“Perelà, figlio degenere di Mafarka”) che pur dicendosi futurista, assume una strada personale (che lo porterà a essere il membro del movimento con successo più duraturo). Tani ci fa notare come all’autoreferenzialità del movimento marinettiano, Palazzeschi contrapponga un’attenzione verso il pubblico, alla violenza e freddezza degli altri futuristi una delicatezza e un’emotività più moderne.

Di nuovo ci parla della velocità Valentina Misgur (“Correre correre correre volare volare”).

 

Si chiude così la parte saggistica del volume e si apre quella antologica, prima con alcuni testi dell’epoca:

  • La guerra elettrica” di FT Marinetti, in cui immagina, per esempio, di “scrivere in libri di nikel, il cui spessore non supera i tre centimetri, non costa che otto franchi e contiene, nondimeno, centomila pagine” (penso agli e-reader), mentre gli “uomini si lanciano sui loro monoplani, agili proiettili, per sorvegliare tutta la circolazione irradiante dell’elettricità nell’innumerevole ammattonato delle pianure”, giacché sul terreno “l’uomo diventato aereo, vi posa il piede solo di tanto in tanto”. “Le malattie sono assalite da ogni parte, confinate nei due o tre ultimi ospedali, divenuti inutili, triturati, sbriciolati polverizzati dalle veementi ruote dell’intensa civiltà”.
  • Principio di una nuova etica e fine del mondo” di Renato di Bosso e “La nuova religione” di Ignazio Scurto, in cui immaginano una nuova fede, il “Macchinesimo” e un nuovo uomo, una sorta di cyborg, il “Macchinantropo”. Qualcosa di simile all’anima umana viene trasferita da una macchina all’altra, in una sorta di eternità robotizzata.
  • Per una società di protezione delle macchine” di Felice Azari, detto Dinamo, che immagina una sorta di sensibilità delle macchine, che vanno difese dai maltrattamenti.
  • Gli sterilizzati” (1926) di Luciano Folgore, esempio di proto-fantascienza che immagina un mondo sterilizzato dai sentimenti in cui uno “scienziato dal vestito d’amianto” tenta di costruire un uomo artificiale “con le più felici combinazioni della meccanica e della chimica”. Anche qui l’anima sembra un oggetto trattabile con la tecnica: “l’anima era là dentro una fialetta”.

 

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Dipinto di Giacomo Balla

Alle testimonianze del periodo futurista seguono alcuni racconti contemporanei. Apre la sessione “La scimmia futurista” del sottoscritto Carlo Menzinger di Preussenthal, in cui, un secolo dopo quegli anni, ho cercato di mostrare il superamento di quell’approccio. Protagonista è un moderno amante del futurismo Aldo Severino (Aldo come Palazzeschi e Severino quasi come Gino Severini), che deluso dalla vita moderna sogna di “tornare una scimmia antica” e si rifugia in Africa, nella giungla, dove è aggredito da un branco di scimmie bonobo, guidate da una di esse, Uthi, colpita da un fulmine e pervasa di spirito futurista e che distrugge la casa, i libri e il dipinto futurista gelosamente conservato da Aldo, per poi scoprire colori e tela e disegnarvi un “intrico di saette oscure”. Il futurismo, insomma, anziché essere modernità, si nutre di istinti scimmieschi di violenza e prevaricazione.

Poetico il racconto di Vitaldo Conte V – Solstizio d’estate” dell’innamorato che si lancia, per la prima volta, con un paracadute, portando con sé due rose “per divenire un paracadutista di lussuria futurista”.

Max Gobbo “Sfida alle stelle” concede a Marinetti di realizzare quello che sarebbe potuto essere un suo sogno, inaugurare “l’immensa sagoma di un razzo siderale”.

Elabora in chiave futurista, Udovicio Atanagi, con “La macchina della morte” il dolore per la morte della donna amata.

Si chiude, infine, il volume con una riflessione di Renato Gionvannoli (“L’avvento del razzo” sulla presenza dei razzi in letteratura da Cyrano di Bergerac in poi e con lo “Annuario della fantascienza 2016” scritto da Riccardo Gramantieri”.

L’ultimissima pagina è per il racconto fulminante di Lugi AnnibaldiL’amore dei libri cristallizzati” sull’amore non corrisposto di un libro per l’uomo che l’ama!

Il prossimo numero sarà sul tema “Corpo e computer”. Lo aspettiamo!

A EST DEL SURYPANTA

Image result for Sempre a est Massimo Acciai BaggianiCredo che “Sempre a est” sia il primo romanzo pubblicato da Massimo Acciai Baggiani. Per me, però, si tratta del quinto testo scritto da lui che leggo (dopo “La compagnia dei viaggiatori del tempo”, “L’ultima regina d’Inghilterra”, “Radici” e , “25 – Antologia di un quarto di secolo”),  trattandosi di un fantasy, ho la conferma della versatilità e della varietà di questo autore. “La compagnia dei viaggiatori del tempo” è, infatti, una silloge di racconti prevalentemente fantascientifici; “L’ultima regina d’Inghilterra” è un racconto ucronico con aspetti sociologici e fantascientifici; “Radici” è nel contempo racconto di viaggio, guida turistica, storia familiare; “25 – Antologia di un quarto di secolo” è, infine, una sintetica antologia poetica. So, poi, che Massimo Acciai Baggiani ha scritto anche altro, in particolare, dei saggi.

Questa mia quinta lettura è, dunque, anche il primo romanzo di Acciai che leggo.

Andare “Sempre a est” è uno dei due indizi fondamentali del protagonista nel suo viaggio alla ricerca del perduto surypanta. L’altro indizio è la parola “raccoglitore”.

Davvero molto poco per avviare una difficile e avventurosa caccia al tesoro. In effetti, anche la mia Aracne, la protagonista de “Il sogno del ragno –Via da Sparta” parte con una sola, vaga, meta: il nord. Come Aracne, anche Hinreck, il protagonista di “Sempre a est” dispone anche di un oracolo, per aiutarlo in quest’impresa.

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Massimo Acciai Baggiani

Entrambi partono soli ma entrambi trovano presto qualcuno per accompagnarli.

Nel caso di Hinreck si tratta di un’altra ragazza, anche lei alla ricerca del proprio perduto surypanta. Ritroverà poi un’altra giovane, la donna che stava per sposare ma che, poco prima fuggì con il suo surypanta, abbandonandolo. Ma non è lei ad avere la creatura. Si crea così uno strano terzetto, con il protagonista e due belle ragazze.

Insomma, che cos’è questo surypanta che fa quasi pensare a qualche divinità indù? Si tratta di una creatura magica, rarissima, simile a un gatto in miniatura, ma con grandi poteri e capace di canti meravigliosi.

Sempre a est” si snoda, dunque, in una serie di combattimenti, magie, incontri, ricerche e misteri da svelare nel più classico stile fantasy, ma senza le creature classiche dell’universo di Tolkien, Lewis o Rowling (elfi, hobbit, troll, draghi…), creando un proprio universo, che nel finale sfocia in un inatteso sviluppo dai toni fantascientifici.

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