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I DUE LATI DI UNA LUNA SURREALE

Risultati immagini per hanno invaso la SvizzeraRieccomi a leggere uno dei libri surreali di Massimo Bernardi dopo “Mandala”. Il suo nuovo lavoro si chiama “Hanno invaso la Svizzera” e il titolo continua nel sottotitolo “e altri racconti brevi per letture notturne”. Se “Mandala” è un caleidoscopio che tutto mescola situazioni, citazioni, fiaba, fantascienza, paranormale, psicologia, tempo, vita reale, Italia, Emilia, Bologna, “Hanno invaso la Svizzera” si presenta più strutturato.

Innanzitutto, il volume è diviso in parti.

La prima, “The bright sight of the moon” si divide a sua volta in tre “Sogni d’oro. Quando la mente di notte viaggia libera”, “Scherzi del caso. Le curiose coincidenze della vita” e “Come sparire completamente”.

La seconda “The dark side of the moon” comprende “Con il favore della notte. Visioni ispirate ai dipinti di Sergio Padovani”, “Il dolce domani. Piccoli sogni d’oro e d’argento sotto la coltre di neve dell’inverno” e “Parole nello spazio. Liberi pensieri in libera stanza”.

Ciascuna di queste sei parti è composta da una miriade di micro-racconti, in qualche modo riuniti per genere.

Al di là dell’ovvio riferimento ai Pink Floyd, avrete capito che anche qui l’elemento onirico è fondamentale. Molti racconti hanno, infatti, la tipica successione degli eventi dei sogni, per mere associazioni mentali, direi, psicologiche.

Introduce il volume la prefazione del grande Dino Buzzati. Dino Buzzati? Ma come, direte voi, lo scrittore bellunese non è morto nel 1972, mentre il volume di Bernardi è del 2018?

Ovviamente, anche la prefazione è di Bernardi che ci gioca, raccontando di quanto sia difficile per un autore come lui emergere e si paragona al Drogo del suo capolavoro “Il deserto dei Tartari”, in perenne attesa di qualcosa (i Tartari o il successo o “la speranza del nuovo” – pag. 7) che non arriva mai.

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Massimo Bernardi

Lo stesso BuzzatiBernardi, ci spiega che “qui di sogni se ne trovano a bizzeffe”, “storie oniriche senza capo né coda che sembrano venire dalle tele di surrealisti; poi storie di gente che scompare all’improvviso senza lasciare traccia alcuna; infine storie su come il caso nella vita ci giochi strani scherzi” (pag. 8) ed ecco raccontato già il lato luminoso della luna.

Quanto a quello oscuro BuzzatiBernardi ci spiega come lì “le atmosfere virino decise verso l’arcano, il mistero e l’inquietudine”, “non solo, ma il Bernardi sembra voler fare un ulteriore tuffo carpiato con triplo salto mortale verso i territori profondi dell’inconscio, sempre più inesplorati” (pag. 9).

Oltre a Buzzati, tra i riferimenti letterari di Bernardi troviamo anche Stephen King, con il pagliaccio di IT che compare già nel primo racconto. Come basi culturali mi trovo perfettamente allineato a lui: due grandissimi autori.

Ed ecco già in questo primo mini racconto i palloncini che volano in cielo, che spesso ritornano nelle storie, per esempio a pag. 54 “un palloncino lasciato andare di proposito da una bambina a molti chilometri di distanza”.

Chi altro cita, oltre a loro e ai Pink Floyd? Ne dirò solo alcuni: Christo (l’artista), Cristo (il fondatore della setta ebraica ben nota), Madonna (la cantante), Van Gogh, Hugo Ball,  Francesco Guccini (“il macchinista anarchico guida La locomotiva”, Carmen Consoli, John Lennon, Francesco Totti, King Kong, Donkey Kong Jr., Sandokan (Guido e Maurizio De Angelis, più che Emilio Salgari), Bach, Wong Kar-Wai, Wagner, Leopardi, Dylan Dog, Guido Gozzano (“buone cose di pessimo gusto” – pag. 39) e chissà quanti altri che ora mi sono sfuggiti o non  ricordo.

Ora vorrei darvi giusto un accenno della sua prosa, prendendo un breve brano dal secondo capitolo:

Ai lati della strada vedo grandi pareti di rocce vulcaniche rosse e viola con incisi sopra dei disegni rupestri con scene di caccia, pesca e mercante in fiera. Qualche impronta di dinosauro, qualche dedica in stampatello a un amore perduto firmata con il sangue”.

O ancora, più avanti (pag. 55):

C’è una ragazza con un basco cremisi e una mantellina azzurra che sta dipingendo all’aperto, noncurante del forte veto che si sta alzando”, fin qui pare quasi normale, poi più avanti “man mano che lei procede a dipingere, il suo tatuaggio va scomparendo per riapparire poi esattamente  uguale sulla tela”.

Risultati immagini per guardia svizzeraColgo il riferimento alla pittura per ricordare che Bernardi è anche appassionato di fotografia. Fu proprio il suo contributo come fotografo al volume illustrato (“gallery novel”) “Il Settimo Plenilunio” (di cui fui un autore e il curatore) che abbiamo cominciato a conoscerci meglio.

Un altro esempio?

A quel punto il mostro rivela al bambino biondo un po’ di gossip in un orecchio: il terzo segreto di Fatima, la verità sulla nascita dell’universo e due o tre giochi di prestigio che gli serviranno da grande per fare colpo sulle ragazze”.

La natura onirica della narrazione emerge soprattutto in brani come “non è più il parco della mia infanzia ma una specie di grande baraccone, un mondo fittizio dato dalla somma di tanti luoghi immaginari visti nei film, che ci vengono incontro storti, di sbieco, sottosopra, a seconda dei folli movimenti della giostra”. Mondo sognato, dunque, ma anche mondo-citazione. Mi viene, allora, un po’ in mente quello che cercai di fare con il mio thriller “La bambina dei sogni” (qui però la narrazione è meno onirica), quando alle vicende dell’inquietante bambina adottiva con il potere di manipolare i sogni mescolavo citazioni letterarie.

Quali racconti ho preferito? Beh, la mia natura onirico-razionale (anche io amo il mondo dei sogni, non per nulla nella biografia che mi ha dedicato Massimo Acciai Baggiani mi ha definito “Il sognatore divergente”), mi porta a preferire storie fantastiche ma con sviluppi narrativi più concatenati, dunque per me “Le curiose coincidenze della vita” e “Come sparire completamente” sono le parti che raccolgono i racconti che ho apprezzato maggiormente.

LE MAPPE SONO POESIE

Sono sempre piacevoli e variamente poetici i libri del fiorentino Paolo Ciampi.Il Sogno delle mappe

Lo lessi per la prima volta nel 2009, con il suo saggio sull’esploratore Odoardo Beccari, cui si ispirò il romanziere d’avventura del titolo “Gli occhi di Salgari”.

Lo ritrovai nel poetico saggio su una scrittrice dell’appennino “Beatrice”. Più di recente, ho letto “Per le foreste sacre” e “L’aria ride”, per non parlare del suo intervento ne “Il sognatore divergente“. Tutti testi che in qualche modo hanno a che fare con i viaggi, ma anche con i libri, quasi che leggere e camminare fossero attività legate (così come lo sono per me, che sempre ascolto libri con il TTS del mio e-reader mentre cammino e leggo in viaggio). “C’è tanta letteratura, nelle librerie di viaggio” (pag. 9), scrive.

Era inevitabile, forse, che allora Paolo Ciampi prima o poi si soffermasse a parlarci dello strumento per eccezione di ogni viaggiatore: la mappa.

Lo fa nel brevissimo saggio “Il sogno delle mappe”, sottotitolo “Piccole annotazioni sui viaggi di carta”. Non è un saggio tradizionale, ma piuttosto la riflessione di chi le carte utilizza, colleziona e ama. Non per nulla nel titolo c’è il termine “sogno”, dato che quel che ci racconta è filtrato dalle sue emozioni verso questi oggetti, ormai quasi desueti con l’avvento di navigatori e GPS, come lo stesso Ciampi annota, ma evidenziando come la mappa ci faccia percepire in modo assai diverso la strada che percorriamo rispetto a un navigatore, invitandoci a guardarci attorno e non a seguire come pecore la voce del padrone elettronico. Il GPS ci pone al centro del mondo, alimentando folli, ingenui e deleteri egocentrismi. Internet ci rivela il nome dell’assassino prima di cominciare la lettura del giallo.Paolo Ciampi

Ciampi cita Paolo Rumiz “Le mappe non servono a orientarsi, ma a sognare il viaggio nei mesi che precedono il distacco” (pag. 11) e poi scrive “i sogni che sono i primi biglietti da staccare per la partenza” (pag. 13) e “ho fatto incetta di mappe: per alimentare i miei sogni” (pag. 13).

Tante sono le mappe. Ci sono “le mappe dei viaggi sfumati e le mappe dei viaggi compiuti” (pag. 17). Delle mappe dice “non ce n’è una che non sia anche fantasia” (pag. 26) e ognuna “mette insieme il sacro con il profano, la cartografia con la metafisica” come la Mappa Mundi di Hereford.

Oggi con google e street view vediamo tutto in anticipo, la mappa ci consente invece di sognare perché contiene una sorpresa. Cita Bruce Chatwin “Le mappe sono un modo di organizzare la sorpresa”.

E ancora, le mappe sono “narrazione del mondo” (pag. 70).

Come scriveva Giovanni Cenacchi “una mappa, un panorama di montagna, un libro di itinerari e uno di poesie si assomigliano un poco. Non sono mai del tutto completi, sono finiti a metà: e ciò che manca loro per concludere il senso siamo noi, il nostro percorso, il nostro sguardo, la nostra lettura…” (pag. 88).

E così le narrazioni di Ciampi sono sempre un po’ storia, un po’ natura e un po’ poesia.

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La Mappa Mundi di Hereford: Disegnata su un singolo foglio di vellum, misura 158 x 133 cm[1], ed è la più grande mappa medievale conosciuta finora. Fu dipinta fra il 1276 e il 1283 in Inghilterra da Richard di Haldingham e riproduce il mondo allora conosciuto fondando la propria rappresentazione sulla base di nozioni storiche, bibliche, classiche e mitologiche.

THE LOVE’S SERIAL KILLER

Il sentiero delle foglie caduteNon ricordo bene quando e come conobbi Maila Meini, ma fu in rete prima che di persona e credo che prima di averle mai parlato lessi il suo libro “A cavallo del tempo”, che recensii il 12 aprile 2018.

Ricordo poi di essermi trovato, a settembre 2018, durante la fiera Firenze Libro Aperto, assieme a Sergio Calamandrei davanti allo stand del GSF – Gruppo Scrittori Firenze, che ancora non conoscevo e aver indicato il volume sul banco indicandolo a Calamandrei che lo scambiò, giustamente visto il titolo, per un romanzo di fantascienza. Gli feci notare che non lo era ma che si trattava di una sorta di diario di una signora conosciuta in rete. Fu in quell’istante che Maila Meini si materializzò alle mie spalle dicendo “quella signora sono io”. Mi sentì colto con le mani nella marmellata, anche se non stavo facendo nulla di male. Da allora ho incontrato alcune volte Maila e fu, anzi, lei, assieme a Barbara Carraresi, a convincermi a iscrivermi al GSF.

Ora ho finito di leggere il suo “Il sentiero delle foglie cadute” e credo che la veloce definizione data al suo “A cavallo del tempo” ben si addica anche a questo romanzo/ raccolta di racconti, anche se qui correggerei in “quasi il diario di una ragazza”.

Rispetto all’altro volume qui siamo maggiormente dalla parte del romanzo, sebbene la successione cronologica degli anni dal 1958 al 1971, con un’introduzione e un finale nel 1982 (anno in cui potrebbe esser stato scritto, anche se la pubblicazione è successiva).

Vi si parla di una bambina, che vediamo crescere. Non è espressamente un’autobiografia, anche perché la piccola si chiama Lia e non Maila, ma credo che non vi manchino riferimenti alla vita dell’autrice.

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Maila Meini (a sinistra)

Penso che le ruberò per qualche mio libro la bella citazione iniziale di Nietzche “Il mondo è favola e non esistono fatti, ma solo interpretazioni”.

Sappiamo poco della protagonista dopo il 1982 ma l’incipit già ce la dipinge in modo affascinante:

Mangerò, quando avrò fame. Berrò, quando avrò sete. Dormirò, quando avrò sonno. Mi crogiolerò nel balsamo della solitudine. Questi sono i miei progetti per il futuro.

Questo è il risultato del mio passato”.

Non del futuro parla il libro, ma del passato.

Sempre nella prima pagina troviamo un importante indizio sul carattere di Lia, che dichiara che uno dei suoi più grandi errori è stato “essere come pensavo che gli altri volessero che fossi”. Ne nasce il ritratto di una figura sempre succube, dalle molte “maschere” (pag. 13), intenta a “costruire sorrisi” (pag. 17), “talmente scettica” che le “viene da ridere e da vomitare, contemporaneamente” (pag. 18).

La bambina e, poi, la ragazza, sono sempre alla ricerca dell’amore. Prima quello dei genitori, poi quello dell’altro sesso: “Avevo fame d’amore e tanta paura” (pag. 209). Ed è proprio questa ricerca costante che, forse, rende impossibile per Lia trovare il vero amore, perché non riesce a coglierlo quando le passa accanto, non riesce ad accontentarsi di quello che le viene offerto e, volendone di più e di diverso, lo perde.

Questo la porta a odiare, o quasi, fino a desiderare la morte degli oggetti del suo desiderio. Ed eccola ogni volta, alla fine di una nuova storia (non ne ha poche per essere un po’ “racchia”, come si definisce all’inizio: forse ha una percezione errata di se stessa), immaginare articoli di giornale in cui viene scoperta la fine tragica del suo ex-amato, fine che lei sogna di aver procurato lei stessa. I suoi amori sono come “foglie cadute” e Lia scrive:

Oggi

fossi non-io,

risalirei

il sentiero delle foglie cadute”.

Realtà e finzione si confondono: “Il mondo è favola” direbbe forse Nietsche. Lia, serial killer potenziale, ci fa quasi paura e viene persino da pensare a certi personaggi di Stephen King, dalla mente un po’ contorta, con quella sua amica immaginaria con cui si confida anche quando non più la bambina spaurita che nessuno vuole. Se anche si lamenta talora “Niente più amori per me, niente più amici” (pag. 228), le sue amate vittime, si susseguono una dietro l’altra o a volte alcune assieme (“Tre ragazzi cominciarono un corteggiamento che divenne assiduo – pag. 196) e Lia cerca “disperatamente di capire che cosa ho che non va” (pag. 204).

Il volume alterna alle predominanti parti in prosa, alcune in versi, che ben si inseriscono, grazie alla parte narrativa che le contestualizza, lasciando la lettura scorrere intensamente.

 

UNA TOMBA DEI TEMPI DI GESÙ

Come la sabbia del desertoHo conosciuto di recente Vincenzo Maria Sacco, cominciando a frequentare come socio la vivace associazione culturale GSF- Gruppo Scrittori Firenze, di cui Sacco è presidente.

Leggo ora il suo romanzo storico “Come sabbia nel deserto”, edito dalla medesima casa editrice con cui ho pubblicato i miei ultimi quattro lavori, Porto Seguro Editore, iperattiva realtà editoriale del capoluogo toscano.

Come sabbia nel deserto” è opera storica che si snoda su due piani temporali, due millenni fa e nel 1941, sempre in Palestina. Narra del ritrovamento (avvenuto anche nella realtà – il romanzo sviluppa un’ipotesi dello studioso americano Tom Powers) di un’antica tomba dei tempi di Gesù Cristo e del mistero che vi gravita attorno, tale da indurre i due archeologici (le figure reali Eleazar Lipa Sukenik  e Nahman Avigad) a rimandare la comunicazione al mondo della loro scoperta.

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Vincenzo Maria Sacco

Anni intensi, quelli in cui è ambientato, i primi per lo sviluppo del cristianesimo, i secondi per il diffondersi del nazismo e il dilagare della Seconda Guerra Mondiale e, sebbene ambientato in luoghi esotici e lontani, se ne sentono fin lì gli echi.

La scrittura di Sacco scorre precisa e determinata, con rigorosa attenzione alla ricostruzione storica e alle tecniche archeologiche ma anche allo spirito di quei ricercatori (“noi studiosi ridiamo loro la luce, mettiamo un piccolo tassello al suo posto nel grande mosaico della Storia” – pag. 145), offrendoci il ritratto di una “famiglia di immigrati ebrei vissuta in questa terra quasi duemila anni fa” (pag. 8), spunto per alcune veloci riflessioni sui migranti d’oggi e le similitudini con allora (“erano state tassativamente limitate le immigrazioni e le concessioni di terre agli ebrei” – pag. 19) e nel contempo occasione per descrivere una Storia  che “in fondo, è fatta dagli uomini” (pag. 145) ma anche per interrogarsi sul divino (“Se fosse davvero risorto perché non mostrarsi a tutti?” – pag. 37) e sul messaggio evangelico (“Essere tutti uguali! Sarebbe bello ma è un’utopia, non è così e non lo sarà mai!” e “Se è il Messia come dicono i cristiani, allora, credetemi, Dio ha sbagliato tempo e luogo” – pag. 90).

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Simone di Cirene porta la croce di Gesù

 

UNO STORICO FUORI DAL CORO

Quella strana coppia. L'ambiguo rapporto fra l'italiano Togliatti e il regime stalinistaHo conosciuto Mario Ragionieri durante uno dei Porto Seguro Show organizzati dalla nostra comune casa editrice in cui presentava il suo saggio “Quella strana coppia”, sottotitolo “L’ambiguo rapporto tra l’italiano Togliatti e il regime stalinista”.

Eravamo a fine 2017. Ricordo che l’editore Paolo Cammilli gli chiedeva “rivelaci la bomba dentro questo libro”, dato che se uno scrive un saggio del genere potresti aspettarti che contenga chissà quale rivelazione. Ragionieri, invece, proseguiva imperterrito a descrivere l’accurato lavoro sulle fonti da lui fatto, persino un po’ infastidito dalla domanda.

Acquistai il volume in un’occasione successiva, durante una presentazione presso l’Auditorium del Duomo, il 2 Dicembre 2017.

Ho impiegato un po’ prima di trovare il coraggio di leggerlo, spaventato dalla considerevole mole del tomo, con le sue 542 pagine.

Leggendolo ora in questo giugno 2019, sono piacevolmente colpito dalla grande serietà dell’autore che ha fatto un lavoro ampiamente documentato e quanto più possibile oggettivo, lascandosi andare solo di rado a considerazioni personali, a parte forse nelle conclusioni. Insomma, certo non un libro che vuole contenere qualche rivelazione “bomba” o fare uno scoop, ma un saggio accurato e meticoloso che cerca di ricostruire la figura de Il Migliore, anche detto Ercoli, ovvero il segretario del Partito Comunista Italiano Palmiro Togliatti e i suoi rapporti con Stalin e l’Unione Sovietica.

Dice Ragionieri (pag. 526): “L’intento che mi ero proposto in questo libro era quello di indagare sul tema a mio avviso ancora poco approfondito

Mario Ragionieri – Teatro del Duomo di Firenze – 2 Dicembre 2017 con in mano romanzo di Caterina Perrone

dell’intreccio tra stalinismo e PCI”.

Tra le rare valutazioni personali, evidenzio quando parlando delle considerazioni di Togliatti sul patto Ribbentrop – Molotov, Ragionieri sottolinea che:

lascia intendere che il nemico principale resta il nazismo, senza forse capire che i crimini commessi dai due regimi sono identici” (pag. 253).

Oppure quando scrive:

Questo è l’uomo nelle sue contraddizioni. Nasconderle, negarle e far finta di niente, renderlo un mito, considerarlo un padre della nostra Nazione, non serve a farlo apparire migliore (o, come era definito, il migliore).” (pag 188)

A parte queste e poche altre osservazioni, si stenta a capire la posizione di Ragionieri, che, con grande aplomb, si mantiene cronista distaccato e preciso, celando la propria posizione politica con dovuta professionalità.

Come si diceva solo nelle conclusioni appare più chiaro come Ragionieri la pensi su quelle vicende:

Per esempio si dice “profondamente convinto che il PCI ha seguito una via democratica perché era impossibile muoversi diversamente in Italia, ma conservando profondamente al suo interno una visione stalinista ben celata del pensiero” (pag. 525).

O più avanti (pag. 526) quando afferma “La liberazione dallo stalinismo non si può negare che ci sia stata, ma fino a quale punto e quale importanza ha avuto ed ha ancora l’eredità dello stalinismo in Italia sono domande che richiedono un ripensamento alla luce della documentazione a disposizione adesso e del profondo cambiamento dell’intero clima culturale dopo il crollo del regime sovietico e del mondo appoggiato su due poli”.

Ancor più si sbilancia a pagina 533: “l’eredità dello stalinismo rimane attiva e storicamente più pericolosa di quella nazista, perché nascondendosi dietro gli slogan di uguaglianza, libertà e fraternità, non ha fatto nascere quella istintiva repulsione che l’ideologia esclusiva della superiorità della razza ha provocato nella maggioranza della stessa presunta razza superiore”.

Il saggio non si limita a parlare di Togliatti, ma offre un ampio quadro sugli anni prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, su comunismo, nazismo e fascismo, sui rapporti internazionali tra i vari Paesi del mondo, su molti dei protagonisti di quel tempo, non poi così lontano, ma già tanto diverso dal nostro.

Chiude il volume un sorprendente documento del 1936, “L’appello del PCI ai fratelli in camicia nera”, firmato, tra gli altri, dallo stesso Togliatti, che vanta al suo interno perle come:

Popolo italiano!

Fascisti della vecchia guardia!

Giovani fascisti!

Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace e libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori, e vi diciamo:

lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma”.

Del resto Togliatti, come emerge da queste pagine, era personaggio da “compromessi storici” ante-litteram, ministro della Giustizia in un governo tripartito di democristiani, comunisti e socialisti, uomo che ricercava il consesso delle masse, oltre la loro precedente storia politica.

 

IL COINVOLGIMENTO AMERICANO NEI CAMPI DI STERMINIO NAZISTI

La Storia la scrivono i vincitori, questo si sa. Nel farlo evidenziano alcuni aspetti e ne nascondono altri. La Seconda Guerra Mondiale è stata vinta dagli americani (e alleati) e persa dai tedeschi (e alleati). Noi si stava un po’ di qua un po’ di là, ma questa è un’altra questione. Durante la guerra, Tedeschi e Italiani hanno fatto cose orrende, ma Americani, Inglesi e Russi non sono certo stati dei santarelli. Di recente leggevo degli inutili bombardamenti contro la popolazione civile tedesca nel saggio “Storia naturale della distruzione” di Sebald. Analogamente, ci si può chiedere che senso avesse avuto lanciare due bombe atomiche sul Giappone a guerra sostanzialmente già vinta.

Carlo Menzinger e Pierfrancesco Prosperi, il 25 maggio 2019 durante il raduno nazionale degli autori di fantascienza World SF Italia

Carlo Menzinger e Pierfrancesco Prosperi, il 25 maggio 2019 durante il raduno nazionale degli autori di fantascienza World SF Italia

Leggo ora un romanzo (non un saggio, sia chiaro) di Pierfrancesco Prosperi (Arezzo, 21/07/1945) intitolato “Il processo numero 13” nel quale immagina che ci sia stato un tredicesimo processo dopo i dodici minori che seguirono quello di Norimberga e nei quali furono processate circa duecento figure con ruoli di rilievo nei crimini di guerra nazisti (pochissimi rispetto a tutti coloro che certo furono coinvolti, ma non si poteva processare un’intera nazione).

L’invenzione ucronica di questo autore è di immaginare che si sia tenuto il processo e che vi siano emersi i rapporti dell’americana IBM, tramite la consociata tedesca Dehomag nella gestione dei campi di sterminio nazisti. Non inventato, sembrerebbe invece, il contesto che tale processo indaga.

È, infatti, vero e storico che la Dehomag fosse una sussidiaria tedesca di IBM con monopolio nel mercato tedesco prima e durante la seconda guerra mondiale. La parola era un acronimo per Deutsche Hollerith-Maschinen Gesellschaft mbH. Il termine Hollerith si riferisce all’inventore della tecnologia delle carte perforate, Herman Hollerith. Insomma, questi primi computer americani avrebbero permesso ai tedeschi di censire, in tempi una volta impensabili per la loro rapidità e con una precisione di dettagli del tutto nuova, la popolazione ebraica in Germania e nei territori occupati, permettendo così di individuare gli individui da mandare nei campi, quelli da uccidere subito e quelli da sfruttare come forza lavoro. Insomma, senza le macchine della Dehomag non avremmo avuto i campi di concentramento. Il romanzo ne parla poco, ma queste macchine sembra che siano state utilizzate dai tedeschi anche in altri modi per gestire la loro guerra.

Quello che il processo immaginario suppone è che l’IBM fosse del tutto consapevole dello scopo per il quale le sue macchine erano impiegate e ne percepisse i proventi. Invenzione?

Pierfrancesco Prosperi è autore dedito al genere fantastico e all’ucronia, vincitore di importanti riconoscimenti in questi campi. Questo stesso romanzo è stato finalista al Premio Vegetti della World SF Italia, in occasione della cui premiazione (cui partecipavo con il mio “Il regno del ragno”) ho avuto il piacere e l’onore di incontrarlo. Lo stesso giorno Prosperi ha ricevuto dall’associazione di fantascienza un premio alla carriera.

Anche se Prosperi eccelle nel genere fantastico, la sua analisi storica è accurata e dettagliata e il romanzo, avvincente e stimolante, induce importanti riflessioni sulla storia.

LA POESIA DELLA FANTASCIENZA

SagaQuale dei generi letterari è il più poetico? In pochi risponderebbero “la fantascienza”, eppure non è poetico parlare di stelle lontane, di viaggi impossibili, di mondi immaginari, di creature fantastiche, di illusioni e speranze, di avventure cavalleresche? Se, poi, l’arte è creazione, che cosa è più creativo dell’immaginare interi mondi nuovi?

Eppure i termini fantascienza e poesia, ben di rado li vedrete abbinati.  Eppure… Eppure… pensateci bene. Che cos’è l’Odissea di Omero, opera poetica primigenia, se non l’antenata della fantascienza, con le sue creature immaginifiche (ciclopi, lotofagi, lestrigoni, sirene, dei) con il suo viaggio attraverso mondi misteriosi e alieni.

E il nostro Dante? Se non fosse opera “religiosa”, la sua Divina Commedia potrebbe sembrare un viaggio su pianeti alieni.

La fantascienza, però, è considerata genere moderno e i suoi antenati si fanno magari risalire al greco Luciano di Samosata, al Cyrano di Bergerac, a “Le Avventure del Barone di Münchhausen”, all’Orlando Furioso e i suoi padri sono gli ottocenteschi Verne, Wells e Poe, ma è solo attorno alla metà del XX secolo che possiamo parla di “vera” fantascienza”.

La fantascienza in versi si potrebbe credere non ne esista. Invece, no! In America c’è persino un’associazione di autori di fantascienza in versi la SFPA, Science Fiction Poetry Associations, fondata in California nel 1978. Hanno persino un Premio e una rivista.

In Italia, però, a praticare il genere sono certo in pochi. Mi vengono in mente taluni versi di Massimo Acciai Baggiani, pubblicati in Esagramma 41, la mia “Terzultimo pianeta”, che dà il titolo all’omonima silloge (dai toni apocalittici seppur non direi, nell’insieme, fantascientifica), e l’antologia di più autori “Concetti spaziali, oltre” curata da Alex Tonelli, ma un’intera silloge poetica di fantascienza di un solo autore, ancora non mi è capitato di leggerla e neppure di vederla (se ne conoscete segnalatemele), a parte “Saga” di Roberto Balò, edita dalla vivace casa fiorentina PSE – Porto Seguro Editore.

Balò, già a sua volta editore con Isketziaie (tra gli altri ha pubblicato anche dei versi di Massimo Acciai Baggiani), dunque, pur con queste premesse, si pone come un arguto innovatore. Già basterebbe questo, a mio avviso, per aver voglia di leggere “Saga”, “l’epopea in versi di un uomo senza nome in viaggio nello spazio e nel tempo alla ricerca del senso dell’esistenza”, come recita la quarta di copertina. E non è di questo che spesso ci parla la poesia?

Saga” si riallaccia a vari precedenti culturali, ma, non a caso, centrali sono i riferimenti al già citato viaggio di Ulisse. La sua controparte femminile si chiama, appunto, Penny (vezzeggiativo di Penelope). E tra le odissee di riferimento non può certo mancare quella gloriosa di Kubrick/Clarke, ma ci sono anche l’antico Luciano di Samosata accanto al più visionario degli autori fantascientifici classici, Philip K. Dick e il mitico Asimov.Roberto Balò, Massimo Acciai Baggiani e Carlo Menzinger a una delle presentazioni di "Nessun altro"

E tutto questo, per regalarci versi di immediata efficacia e penetrazione come “inutile partire inutile restare”, allusioni a una “itaca morbida” (senza maiuscola), in un “navigare nel futuro / con l’astronave piena di ricordi”.

Eppure questo cosmo infinito è così pieno di tedioso spleen: “ogni galassia le stesse scene”, “è il solito cliché di donna”, “niente di nuovo dal fronte stellare/ ecco/ la banalità dell’universo”. Ma come Ulisse? Mi attraversi l’universo e non trovi neppure l’entusiasmo negativo dell’androide dickiano-scottiano quando proclama le eterne parole: “«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.» Volevate della poesia fantascientifica? Non lo è anche questa di Balde Runner?

Non bastano certo le “robottine” sensuali (ripenso alle sexy dolly di certi mie racconti) e “sei aliene a sei tette 7 trentasei seni assieme” o le ninfe dalle “pelli ambrate da vere marziane” o la creatura al bistrot con “una velocità radiale tripla” ad allietare questo Ulisse orfano della sua Penny, in questa lunga “notte in un’oasi siderale / nel deserto d’antimateria”, dove, alfine, scopri persino che, in fondo, “le stelle non esistono” e sono troppi i mostri che “si vaporizzano e mi entrano nel naso” “per rodermi dentro / come rimorsi incattiviti” (eh sì, lo vedete, questo viaggio spaziale è in realtà un viaggio dell’anima) tra “scrosci di sangue verde e viscere nere”. Più che un viaggio diventa una “eterna lotta/ tra il dare l’avere”, in cui il nostro futuribile Ulisse nasce “troppo giovane / in un mondo troppo vecchio” e dubita di ciò che lo circonda (“sei sempre con me / eppure non sono sicuro / che tu esista”). C’è troppa differenza tra lui e le donne che incontra (“non sono come te/ per questo mi piaci /io tendo al volo / mi sollevo e tu mi trattieni”, l’eterna differenza tra femminino e mascolino!), ma non vorrebbe esser solo (“non lasciare che io scelga / i miei sbagli da solo”).

Difficile il rapporto con lo spazio (“in fuga da questo mondo / troppo conosciuto / verso il vuoto incolmabile/ di cui sono pieno”) e il tempo (“il tempo è un’illusione”, “si può viaggiare nel tempo / se ti beccano sei morto / ma è un vizio il tempo / che queste macchine inquinano”, “in uno dei futuri ci sono stato /…/ mancavo solo io / e nessuno se n’era accorto”).

È dunque così la poetica di Balò, fatta di eterne umane fragilità, proiettate in cosmi immaginari, quasi che questo viaggio bastasse a sdrammatizzarne la sostanza.

Con Roberto Balò, incontrato per la prima volta in occasione della presentazione di un’antologia di Massimo Acciai Baggiani,  condivido la partecipazione al volume “Nessun altro”, curato da quest’ultimo, cui ha partecipato con il racconto “L’altro mondo”.

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