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THE LOVE’S SERIAL KILLER

Il sentiero delle foglie caduteNon ricordo bene quando e come conobbi Maila Meini, ma fu in rete prima che di persona e credo che prima di averle mai parlato lessi il suo libro “A cavallo del tempo”, che recensii il 12 aprile 2018.

Ricordo poi di essermi trovato, a settembre 2018, durante la fiera Firenze Libro Aperto, assieme a Sergio Calamandrei davanti allo stand del GSF – Gruppo Scrittori Firenze, che ancora non conoscevo e aver indicato il volume sul banco indicandolo a Calamandrei che lo scambiò, giustamente visto il titolo, per un romanzo di fantascienza. Gli feci notare che non lo era ma che si trattava di una sorta di diario di una signora conosciuta in rete. Fu in quell’istante che Maila Meini si materializzò alle mie spalle dicendo “quella signora sono io”. Mi sentì colto con le mani nella marmellata, anche se non stavo facendo nulla di male. Da allora ho incontrato alcune volte Maila e fu, anzi, lei, assieme a Barbara Carraresi, a convincermi a iscrivermi al GSF.

Ora ho finito di leggere il suo “Il sentiero delle foglie cadute” e credo che la veloce definizione data al suo “A cavallo del tempo” ben si addica anche a questo romanzo/ raccolta di racconti, anche se qui correggerei in “quasi il diario di una ragazza”.

Rispetto all’altro volume qui siamo maggiormente dalla parte del romanzo, sebbene la successione cronologica degli anni dal 1958 al 1971, con un’introduzione e un finale nel 1982 (anno in cui potrebbe esser stato scritto, anche se la pubblicazione è successiva).

Vi si parla di una bambina, che vediamo crescere. Non è espressamente un’autobiografia, anche perché la piccola si chiama Lia e non Maila, ma credo che non vi manchino riferimenti alla vita dell’autrice.

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Maila Meini (a sinistra)

Penso che le ruberò per qualche mio libro la bella citazione iniziale di Nietzche “Il mondo è favola e non esistono fatti, ma solo interpretazioni”.

Sappiamo poco della protagonista dopo il 1982 ma l’incipit già ce la dipinge in modo affascinante:

Mangerò, quando avrò fame. Berrò, quando avrò sete. Dormirò, quando avrò sonno. Mi crogiolerò nel balsamo della solitudine. Questi sono i miei progetti per il futuro.

Questo è il risultato del mio passato”.

Non del futuro parla il libro, ma del passato.

Sempre nella prima pagina troviamo un importante indizio sul carattere di Lia, che dichiara che uno dei suoi più grandi errori è stato “essere come pensavo che gli altri volessero che fossi”. Ne nasce il ritratto di una figura sempre succube, dalle molte “maschere” (pag. 13), intenta a “costruire sorrisi” (pag. 17), “talmente scettica” che le “viene da ridere e da vomitare, contemporaneamente” (pag. 18).

La bambina e, poi, la ragazza, sono sempre alla ricerca dell’amore. Prima quello dei genitori, poi quello dell’altro sesso: “Avevo fame d’amore e tanta paura” (pag. 209). Ed è proprio questa ricerca costante che, forse, rende impossibile per Lia trovare il vero amore, perché non riesce a coglierlo quando le passa accanto, non riesce ad accontentarsi di quello che le viene offerto e, volendone di più e di diverso, lo perde.

Questo la porta a odiare, o quasi, fino a desiderare la morte degli oggetti del suo desiderio. Ed eccola ogni volta, alla fine di una nuova storia (non ne ha poche per essere un po’ “racchia”, come si definisce all’inizio: forse ha una percezione errata di se stessa), immaginare articoli di giornale in cui viene scoperta la fine tragica del suo ex-amato, fine che lei sogna di aver procurato lei stessa. I suoi amori sono come “foglie cadute” e Lia scrive:

Oggi

fossi non-io,

risalirei

il sentiero delle foglie cadute”.

Realtà e finzione si confondono: “Il mondo è favola” direbbe forse Nietsche. Lia, serial killer potenziale, ci fa quasi paura e viene persino da pensare a certi personaggi di Stephen King, dalla mente un po’ contorta, con quella sua amica immaginaria con cui si confida anche quando non più la bambina spaurita che nessuno vuole. Se anche si lamenta talora “Niente più amori per me, niente più amici” (pag. 228), le sue amate vittime, si susseguono una dietro l’altra o a volte alcune assieme (“Tre ragazzi cominciarono un corteggiamento che divenne assiduo – pag. 196) e Lia cerca “disperatamente di capire che cosa ho che non va” (pag. 204).

Il volume alterna alle predominanti parti in prosa, alcune in versi, che ben si inseriscono, grazie alla parte narrativa che le contestualizza, lasciando la lettura scorrere intensamente.

 

LA SERIETÀ DELL’ESISTERE

libroLibro serio, questo di Antonella Cipriani, non per nulla l’ha intitolato “Qualcosa di molto serio e altri racconti”. Libro in cui si parla del mal di vivere, delle fragilità della mente, di altre malattie, di morte e lutti.

La scrittura scorre veloce e piana, senza intoppi o refusi (ed è tanto!) ma non per questo priva di piccoli giochi con le parole, di immagini che colorano le righe animandole e regalando un valore aggiunto di significato. Già nella prima pagina, per esempio, leggiamo “Tranquillità e calma regnano sovrane o sono prigioniere – sempre per un medesima questione di punto di vista”. Frase che mi pare emblematica dell’intero volume, dove la nave procede con calma e tranquillità, anche se il mare si presenta alquanto mosso.

Il primo racconto, che dà il nome alla raccolta, ci trascina subito in un’atmosfera in bilico tra reale e soprannaturale (“Da un po’ di tempo accadevano strane cose. Doveva essere Qualcosa di molto serio”) ed ecco che troviamo la protagonista travolta da una serie di piccoli complotti delle cose e delle persone, con tanto di passeri, piccioni e cavallette morte che compaiono ovunque.

Il secondo racconto “Stai dietro al leone” appare già più sereno, anche se la frase del titolo è pronunciata da un moribondo. Quel che scatena non sono, però, pensieri di morte, ma un desiderio di condividere e ricostruire un sogno altrui, impresa che si rivelerà, come ovvio, impossibile.

Non poteva mancare un racconto sugli incontri virtuali (“Chat”), che ne descrive la vacuità.

Il sogno è centrale in questa silloge. Il racconto “Non c’è proprio nessuno” comincia proprio con la secca frase “Lei sognava” e ci trasporta poi in un mondo onirico che sembra strabordare e compenetrare quello della veglia.

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Antonella Cipriani (Gruppo Scrittori Firenze)

Altro tema importante è il ricordo e lo vediamo protagonista in “Fotografie” e ne “Il segreto della scatola di latta” dove l’infanzia si prolunga e trova un punto di incontro con l’età adulta, ma sempre legate da qualcosa che non è poi così diversa da un sogno.

La perdita e l’assenza danno sostanza ad “Aspettando il Natale”, che indaga l’animo di chi è rimasto solo in un giorno che non può che risvegliare memorie e usi ripetuti.

L’autrice arriva, però, a cogliere anche il lato ironico della morte e di questa perdita ne “Il funerale di Maria C.” o le strane coincidenze che spesso si abbinano anche agli eventi più tristi in “Vittoria”.

La malattia della mente, che aveva aperto la raccolta, trova una nuova e più dura raffigurazione in “Capisci tutto tu”, sul degrado da alcolismo, ancora una volta generato dal dolore di un lutto.

All’apparenza un po’ diverso dagli altri racconti è “Perdente ma vivo”, che ci fa vedere un uomo in fuga da personaggi pericolosi, ma di nuovoRisultati immagini per morte troviamo tematiche legate alla difficoltà del vivere, con un metaforico rinchiudersi in se stessi.

È una storia di malattia, “Sogno e realtà”,  a chiudere la silloge, mostrandoci che la cecità degli occhi nulla ha a che vedere con quella della mente e della fantasia, donandoci un pizzico di speranza.

QUALCOSA SI MUOVE A FIRENZE

libroQualcosa si muove a Firenze, in questa città che strenuamente resiste all’avanzata dei barbari dal nord, in quest’oasi che si oppone alla diffondersi del virus dell’ignoranza e dell’incomprensione.

Nel capoluogo toscano, alcuni anni fa, è nato un movimento di gente che ama i libri, la letteratura, la cultura e l’arte. È nata un’associazione che orgogliosamente e semplicemente si definisce GSF – Gruppo Scrittori Fiorentini, cui anch’io ho aderito, seppur con colpevole ritardo. Il Gruppo è attivissimo con un’agenda così piena che spesso più eventi si sovrappongono nella stessa giornata.

Nel GSF non ci sono solo scrittori o aspiranti tali, ma anche artisti di altro genere.

Nasce così l’idea di Chiara Novelli e Anna Pagani di mettere assieme arti visive e scrittura e realizzare così un “libro d’arte” che unisse le opere di cinque artisti (la stessa Chiara Novelli, con Nicoletta Manetti, Gianni L’Abate, Roberto Mosi e Raffaele Masiero) con degli scritti ispirati ai loro dipinti o fotografie, brevi racconti, pensieri in libertà e poesie. Gli autori abbinati a ciascun artista sono 5 e assieme costituiscono una sezione del volume (Nascita, Natura, Amore, Tempo e Viaggio), per un totale di 25 scrittori (Corinna Nigiani degl’Innocenti, Paola Vergari, Cristina Gatti, Giulietta Casadei, Massimo Maniezzi, Renato Campinoti, Claudio Raspollini, Benedetta Manetti, Daniele Locchi, Mirko Tondi, Michele Protopapas, Claudia Muscolino, Gabriella Campini, Maurizio Castellani, Eleonora Falchi, Fabrizio De Sanctis, Anna Crisci, Maila Meini, Margherita Pink, Nicola Ronchi, Antonella Cipriani, Francesca Pacchierini, Paolo Orsini, Vincenzo Maria Sacco).

La prefazione è di Giandomenico Semeraro, l’introduzione di Anna Pagani, la postfazione del presidente di ALA Marco Rodi, i ringraziamenti finali del presidente del GSF Vincenzo Maria Sacco.

Il progetto è stato realizzato dalla casa editrice consociativa livornese A.L.A. – Associazione Liberi Autori, in un album a colori di dimensioni A4, che raccoglie dunque 25 immagini e 25 scritti, in cui la compenetrazione reciproca è tale sia visivamente, sia con sfondi dei testi che riprendono le immagini descritte, sia con il ricorso, talora, a forme di scrittura visuale, sia per la natura quasi pittorica di molti testi. Ci troviamo, infatti, spesso di fronte a elaborati, in prosa come in poesia, che somigliano a quadri descrittivi, più che a narrazione di eventi.

Il volume, intitolato “La gioia di vivere” (quale sempre esprime questo vivace gruppo), rimane così davvero come un album di ricordi da conservare in libreria. La collana in cui compare e che è da questo volume inaugurata, si chiama appunto “Gli album”.

La lettura scorre veloce e facile sugli ampi caratteri scelti per rendere al meglio l’impatto visivo desiderato. Questa commistione di immagini e testi non può che ricordarmi la realizzazione delle due “gallery novel” (“Il Settimo Plenilunio” e “Jacopo Flammer nella terra dei suricati“) da me curate, facendo, però, realizzare le immagini in funzione dei testi e non viceversa come ne “La gioia di vivere”.

In bocca al lupo a tutti gli amici del GSF, con l’augurio di poter presto affrontare nuove avventure culturali.

LA DIFFICOLTÀ DEI RAPPORTI

La silloge “La grande rivelazione” è l’opera prima di Paolo Orsini, uno dei soci fondatori del GSF – Gruppo Scrittori Fiorentini. Prende il nome da uno dei racconti e si articola in 15 storie, una prefazione di Chiara Myriam Novelli e una postfazione di Mirko Tondi, maestro di scrittura di Paolo Orsini.

Sono storie che parlano del nostro vivere quotidiano, che spesso toccano il tema dei rapporti con l’altro sesso. Spesso si tratta di incontri o amori mancati, come a voler evidenziare una certa difficoltà di rapportarsi tra uomini e donne.

Già nel primo racconto (“La finestra aperta”), per esempio si legge “la sua bellezza era destabilizzante”. A volte il contatto proprio non si realizza, come ne “La buttadentro” o ne “La porta”.

Altre volte i rapporti sono “convergenze divergenti” (termini che sono solito associare alle ucronie, ma che qui non c’entrano per nulla anche se vi si cita uno dei principi cardini del genere “Fu come la teoria del caos, un frusciare d’ali di farfalla che provoca un uragano all’altro capo del mondo”). Altre volte, penso a “Direttissima o panoramica?”, l’incontro si rivela solo un sogno. Altre volte le vite sembrano fluire su binari paralleli (“Il cinghiale”) che non possono incontrarsi.

Quando l’avvicinamento si realizza (“Due ore” o “Il gatto”) è destinato a concludersi con una separazione. Altre volte (“La grande rivelazione”) Orsini ci parla della difficoltà di comunicare i sentimenti.

Si arriva a estendere questa “analisi” dei rapporti interpersonali a quelli interraziali come con il racconto “capodanno persiano”.

Paolo Orsini – marzo 2019

Vi è, talora, persino, un’incapacità dei personaggi di controllare le situazioni (“Sapevano quello chestavano facendo, ma al contempo fingevano di non saperlo”), che possono persino sfuggire di mano come nel racconto finale, dai toni surreali “Epilogoesemplare”.

A volte, la difficoltà di rapportarsi, chiave dell’antologia, ha come controparte degli oggetti come in “Gentile ospite” o “Il gemito dell’orchidea”.

Orsini ci descrive, insomma, la difficoltà di rapportarsi di questo nostro mondo contemporaneo e l’insoddisfazione che ne deriva (“Spesso mi chiedo se sono soddisfatto della mia vita”).

Una chiave umoristica e autoironica è quasi sempre presente a stemperare o caricaturizzare situazioni che possono anche avere una loro drammaticità e che, in ogni caso, sono espressione di un intenso mal di vivere.

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