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KEATS E IL CROLLO DELLA GALASSIA VATICANA

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Hyperion” di Dan Simmons, pubblicato nel 1989, è il primo volume del ciclo “I Canti di Hyperion”. Molto amato dagli appassionati di fantascienza, ha vinto il prestigioso Premio Hugo nel 1990.

La saga comprende:

  1. Hyperion” (id., 1989)
  2. La caduta di Hyperion” (The Fall of Hyperion, 1990)
  3. Endymion” (id., 1995)
  4. Il risveglio di Endymion” (The Rise of Endymion, 1997).

Oltre ai quattro romanzi principali si possono, in realtà aggiungere anche il romanzo breve “Gli orfani di Helix” (1999, pubblicato nell’antologia “Universi lontani” curata da Silverberg) e, parrebbe, un paio di racconti (“Remembering Siri” e “The Death of the Centaur”, entrambi nell’antologia “Prayers to Broken Stones”, sempre che il primo non sia in realtà l’ultimo dei sei racconti che compongono “Hyperion”, ma non ho il testo per poter verificare).

 

Hyperion”, costruito come un contenitore di racconti, parte un po’ lentamente, poi i vari personaggi, in attesa di raggiungere il pianeta Hyperion, Risultati immagini per i canti di hyperion FILMraccontano ciascuno la propria storia, illustrando i propri rapporti con questo mondo, e l’interesse del lettore cresce progressivamente.

La scelta di avere una storia principale che faccia da cornice a dei racconti è una formula narrativa che non amo, sebbene abbia precedenti illustri come le “Mille e una notte”, il “Decamerone” di Boccaccio, “I racconti di Canterbury” di Geoffrey Chaucer o “Il castello dei destini incrociati” di Italo Calvino.

Se ci si limita a leggere solo “Hyperion”, il racconto-contenitore appare poco rilevante e sembra avere solo funzione di collante, ma le sei storie raccontate al suo interno costituiscono l’antefatto di quanto sarà narrato nei volumi successivi e il loro convergere è evidente già nel fatto che i sei narratori nel racconto-cornice siano riuniti nel loro pellegrinaggio allo Shrike.

 

Con il primo racconto ci caliamo in una storia che di per sé, come le successive, è un affascinante romanzo breve. Leggendo l’intero romanzo non ci si rende subito conto di quanto questa prima storia sarà poi rilevante per l’intera saga, con tutti i suoi riferimenti a elementi che si svilupperanno in altri romanzi. Vi si narra del viaggio su Hyperion di un prete cattolico, Lenar Hoyt, che, partito alla ricerca di una misteriosa popolazione discendente da esseri umani naufragati generazioni prima sul pianeta, i Bikura, ha ora costituito una sua forma di civiltà tribale. Il prete rimane bloccato assieme a questi strani individui, scoprendo che sono divenuti assai diversi dai loro antenati e che custodiscono una misteriosa basilica sotterranea abitata da strane creature simili a stelle marine (o, meglio, a delle croci), che entrano in simbiosi con loro e con lo stesso prete. Sono i crucimorfi, che avranno un ruolo assai importante in tutto il Ciclo. Nelle profondità della terra, vive poi una creatura malvagia e misteriosa, il leggendario Shrike, figura centrale del pianeta, del romanzo e del Ciclo.

Lenar Hoyt diverrà poi l’eternamente risorgente papa Giulio (ogni volta con un numero successivo fino al XIV) e infine quel papa Urbano XVI della nuova Chiesa Cattolica alleata al Tecno Nucleo, che dichiarerà l’inizio della crociata contro i mutanti Ouster.

 

Già in questo primo racconto sono forti i riferimenti a quanto scritto da Keat nel suo “La caduta di Iperione”.

Per esempio, il tempio e la scalinata fanno pensare ai versi:

«Questo tempio

triste e solitario è tutto ciò che

rimane dopo i lampi d’una guerra

che fu combattuta tanti anni fa

dalla gerarchia dei giganti contro

i ribelli, e questa vecchia immagine

i cui incisi tratti si corrugarono

nel mentre lui cadeva è di Saturno,

ed io sono Moneta, che rimango

unica e suprema sacerdotessa

della sua desolazione».

E questi versi di Keats, dalla stessa opera, non ricordano un passo del racconto?

E mentre ancora

bruciavano le foglie, all’improvviso

sentii il brivido d’una paralisi

salire da terra su per le gambe,

e tanto rapidamente che avrebbe

presto fatto presa su quelle vene

che palpitano vicino alla gola.

E le doppie morti dei Bikura non sono forse ispirate a questi versi de “La caduta di Iperione” di Keats?

Tu

hai assaporato che cosa significhi

morire e poi vivere nuovamente

prima dell’ora fatale.”

E la difficoltà del prete a salire l’immensa scalinata non nasce da questi versi ottocenteschi?

Se non puoi salire

questi scalini è meglio che tu muoia

su quel marmo ove ora sei

 

Il secondo racconto è quello di un soldato, il colonnello Fedmahn Kassad, che nel quarto romanzo scopriremo poi avere una seconda, crudele, identità. Attraverso una serie di simulazioni virtuali di battaglie reali del passato e immaginarie del nostro futuro, impariamo a conoscere l’universo in cui è inserita la storia. In ognuno di questi mondi virtuali il palestinese Kassad incontra una donna di cui s’innamora. Giunto poi su Hyperion, combatte contro i feroci Ouster e riceve oltre all’aiuto della misteriosa ragazza, Moneta, anche del perfido Shrike. Mentre Kassad e Moneta fanno l’amore, la ragazza si trasforma nello Shrike. Si noti che Moneta è il nome della sacerdotessa (reincarnazione di Mnemosyne) che compare ne “La caduta di Iperione” scritta dal vero John Keats. Scopriremo nelle opere successive che come Kassad, anche lei ha una doppia identità.

Questo racconto appare ricchissimo di particolari e dettagli delle battaglie e non solo, con un vocabolario che inserisce neologismi a raffica, senza spiegarli più che tanto (ma non si sente il bisogno di capirli a fondo), per descrivere navi spaziali, armi, creature e apparati di vario tipo. Questi dettagli e questo vocabolario così ricco sono al contempo la bellezza e la debolezza di questo brano. Si rimane affascinati da questo fiume in piena di eventi e parole, ma se ne sente un po’ l’inutilità ai fini della sostanza della trama. Peraltro, andando avanti con la lettura, si finisce per restare presi nella loro rete e non volerne più uscire.

 

Il terzo narratore è un poeta, Martin Sileno (“poi un vaporoso sopore/ mi colse e sprofondai come Sileno / su un antico vaso” scrive Keats ne “La caduta di Iperione”). Ci narra del suo grande successo letterario “I Canti di Hyperion” (tre miliardi di copie venduti nei vari mondi), della sua crisi successiva e della sua attività di autore commerciale con i sequel del primo libro (dal II al IX), fino alla sua venuta su Hyperion dove scopre l’incredibile legame tra la sua opera e il mostro Shrike e come questa progredisca nella misura in cui il mostro fa strage degli abitanti della Città dei Poeti.

A proposito di poeti, il nome dell’opera (“Hyperion”), così come parte dei nomi che si incontrano, è un omaggio al poeta ottocentesco John Keats, che nel 1818 pubblicò un’opera omonima. Keats è citato più volte in questo racconto e definito il più puro tra tutti i poeti di sempre. Più avanti incontreremo un altro alter ego di Keats, ma anche Sileno, in quanto poeta non è lui stesso Keats? Oltre a una città che ne porta il nome, ne troviamo un’altra che si chiama Endymion, come l’opera dell’inglese.

Iperione, peraltro, era un epiteto del Sole e in greco significa “Che si muove al di sopra”. Era anche uno dei dodici Titani, uno di quelli che si schierò con Crono (il Tempo, che qui ha molta importanza!) contro Zeus (che qui rappresenta forse Dio o l’ordine costituito). Sarà un caso che dal viaggio su Hyperion dei Sei Pellegrini, nascerà la rivolta contro la Chiesa Cattolica nel quarto volume della Saga? Keats nella sua opera “Iperione” ha voluto rappresentare lo scontro tra gli antichi Dei di pietra, i titani, e in nuovi Dei d’ambrosia e, in particolare, lo spodestamento di Iperione, sostituito da Apollo come divinità solare. Simmons ci mostra le lotte degli umani “tradizionali” (non mutanti) da una parte con gli Ouster (umani mutanti che si librano nello spazio come Dei) e dall’altra con l’entità semi-divina del Tecno Nucleo.

 

Il quarto narratore, lo studioso di filosofia Sol Weintraub, è un ebreo la cui figlia Rachel, in missione archeologica su Hyperion, all’interno di una sfinge, vicino alle Tombe del Tempo, contrae uno strano Morbo di Merlino, che ogni notte la fa ringiovanire di un giorno e perdere la memoria di un altro giorno, così che ogni mattina si sveglia come se fosse il giorno prima e non quello dopo. Il suo tempo soggettivo scorre al contrario. Si parla qui anche di maree del tempo e sacche temporali e mi viene allora da pensare agli anelli temporali di Ramson Riggs (“La casa dei bambini speciali di Miss Peregrine” – 2011) . La vicenda di Rachel, però, è piuttosto, qualcosa di simile al film del 2008 “Il curioso caso di Benjamin Button”, ispirato a un racconto di Francis Scott Fitzgerald del 1922.

Il padre cerca di guarirla prima in modo scientifico, poi si rivolge alla Chiesa dello Shrike. Padre e madre fanno di tutto per rendere meno traumatici i risvegli della figlia, che ogni mattina trova più vecchi genitori e amici, in un mondo in cui tutto è andato avanti, mentre solo lei sta tornando indietro. Anche qui il fatto che il padre sia ebreo e un filosofo ha la sua importanza, così come il ruolo del Vescovo e degli altri religiosi fedeli dello Shrike, perché il libro, tra le righe si presenta, man mano che si legge, sempre più come una riflessione sulla religione e la fede, ma anche sul significato del tempo. Sol, oltretutto, è tormentato da una voce che lo invita ad andare su Hyperion e lì sacrificare sua figlia, come Abramo con Isacco.

Ritroveremo Rachel, nei volumi successivi, accanto a Colei che Insegna e scopriremo una sua diversa identità.

 

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Dan Simmons

La quinta storia è raccontata da una donna, l’investigatrice Brawne Lamia e nel suo racconto compare un personaggio fondamentale: John Keats. Non proprio il poeta cui tutto il romanzo è dedicato e da cui è ispirato, ma il suo cibrido. Che cosa sia un cibrido non facile a dirsi, ma accontentiamoci di sapere che è una sorta di cyborg la cui personalità è stata costruita immaginando come potesse essere quella di una data persona, in questo caso il poeta ottocentesco John Keats. Il cibrido è il cliente della detective ma anche la vittima dell’omicidio su lui stesso cui le chiede di indagare. Come già nel racconto del prete avevamo affrontato il diverso concetto di morte dei Bikura, qui dovremo familiarizzarci con quella che un cibrido, pur ancora vivente, considera sia stata la propria morte. La vicenda ci porta su un pianeta in cui è stata ricostruita l’antica Terra, ormai distrutta, e in particolare in una riproduzione della Roma attuale, con Colosseo e Piazza di Spagna (luogo in cui visse il celebre poeta). Come nel racconto del colonnello Kassad anche qui certi dettagli di lotta, come lo scontro con Codino, Simmons ce li avrebbe anche potuti risparmiare.

Lamia è sempre nome che fa riferimento a Keats e al suo “Lamia, Isabella, La vigilia di S. Agnese e altre poesie” del 1820, volume che comprende anche il poema incompleto “Iperione”. Tale opera fu poi riscritta da Keats, cercando di spurgare le parti troppo influenzate da Milton e ne nacque così “La caduta di Iperione”. La stessa Lamia, infine, si trasforma nell’ennesimo alter ego di Keats, quando il cibrido trasferisce nella mente della donna la propria coscienza. Lamia e il cibrido Keats saranno i genitori della mitica Aenea, protagonista della seconda metà dei “Canti di Hyperion”.

 

La sesta storia mi è parsa la più debole, anche perché è divisa in due, prima il Console narra dei suoi nonni, i ribelli Siri e Merin, e poi parla di se stesso e di come sia arrivato su Hyperion per aiutare l’Egemonia a combattere gli Ouster, ma forse fa il doppio gioco. Più importante di lui, nel seguito della storia, si rivelerà la sua Nave interstellare.

 

Dopo il racconto del Colonnello, i Sei Pellegrini riprendono la loro marcia su Hyperion verso le Tombe del Tempo e probabilmente lo Shrike, ma il romanzo finisce qui e occorrerà leggere il resto del ciclo per capire cosa sarà di loro e, soprattutto, se le sei storie abbiano maggiori punti in comune tra loro a parte il pianeta Hyperion, lo Shrike e John Keats.

 

Affascinante è la commistione con la vita e le opere di Keats che contribuisce a rendere quest’opera complessa e articolata. Il suo senso si disvela poco per volta, mostrandoci un intreccio di storie ricche di riflessioni sulla religione e la filosofia, al punto di rappresentare certo uno dei lavori fantascientifici (e non solo) più interessanti degli ultimi anni, anche se essendo parte di un ciclo, appare incompleto oltre che privo della forma di autentico romanzo, essendo piuttosto un’antologia di romanzi brevi, per quanto connessi e collegati tra loro e propedeutici a una loro unificazione narrativa, che si realizzerà solo con l’ultimo volume “Il risveglio di Endymion”. Si potrebbe quasi dire che questo ciclo si componga di dieci storie: i sei romanzi brevi di “Hyperion” e i tre romanzi lunghi successivi (oltre agli spin-off citati all’inizio). La visionarietà dell’insieme e la qualità di racconti come quello del prete e del filosofo ebreo meritano comunque in pieno la lettura dell’intero volume e il suo complessivo apprezzamento persino slegati dalla saga.

 

Risultati immagini per i canti di hyperion FILMEppure le sei storie non riescono a trovare unità o spiegazione neanche nel secondo volume “La caduta di Hyperion”.

Non abbiamo qui più la struttura a racconti incastonati nella cornice generale, ma quest’ultima diviene la storia portante, riunendo per un po’ i sei personaggi, che, però, tornano presto a dividersi. Inoltre, una seconda storia si sviluppa in parallelo allo “sviluppo della cornice”, avendo come protagonista un nuovo cibrido collegato alla personalità artificiale di John Keats. La centralità del poeta e delle sue opere già riscontrata nel primo romanzo, qui acquista ancora maggior rilievo.

Il cibrido è un essere umano creato artificialmente e con una personalità ricostruita sulla base di quella del poeta morto alcuni secoli prima e presente in una sorta di rete internet evoluta. In uno dei sei racconti del primo libro, abbiamo visto come il cliente e amante della detective Brawne Lamia fosse un cibrido con la personalità (e il nome) di John (Johnny) Keats. Quando il cibrido viene distrutto, trasferisce la propria personalità nella mente della donna. Il suo corpo viene, invece “riciclato” per dare vita a un nuovo cibrido, che prenderà nome di Joseph Severn (nel mondo reale costui era un’artista amico del poeta inglese ottocentesco). Joseph Severn, che diviene il ritrattista di Meina Gladstone (primo funzionario dell’impero galattico chiamato Egemonia dell’Uomo) e una sorta di suo consigliere, conserva memorie della vecchia personalità del cibrido John Keats e “sogna” i sei pellegrini che sul pianeta Hyperion stanno per incontrare il mitico mostro tecnologico giunto dal futuro, noto come Shrike.

Questo romanzo conferma la ricchezza di contenuti del primo, sia per gli importanti riferimenti letterari, sia per l’intensa riflessione su Dio, la morte, il tempo, il dolore, la tecnologia e il futuro e trascinano ancor più il lettore nella galassia ventura immaginata da Simmos.

I riferimenti a religioni reali e immaginarie sono importanti e l’opera, che fa riferimento al keatsiano conflitto tra Titani e Dei olimpici, mostra qui il conflitto tra umani, nuovi umani (Ouster) e, soprattutto, intelligenze artificiali presenti in una rete che somiglia a un web iper-potenziato e autocosciente (il TecnoNucleo). Assistiamo a un conflitto tra tre fazioni di IA (intelligenze artificiali), Stabili, Volatili e Finali intorno alla generazione di un nuovo Dio (IF – Intelligenza Finale), da generare dalla Rete, con l’umanità ridotta a pedina di un gioco assai più grande. Non pensate, però, a nulla di simile all’adolescenziale “Divergent” di Veronica Roth con i suoi Divergenti, Candidi, Eruditi, Pacifici, Abneganti e Intrepidi; siamo in un altro genere di letteratura, ben più complesso e maturo, e nell’ultimo volume scopriremo che questa tripartizione è solo una falsa semplificazione dell’articolato conflitto interno alle IA. Quello tra religioni, preannunciato dal riferimento keatsiano, si paleserà nella seconda parte del ciclo.

Il fascino del primo volume era soprattutto nelle storie che parlavano dei misteriosi e primitivi Bikura o in quella della ragazza Rachel-Moneta per la quale il tempo ha preso a scorrere alla rovescia, facendola tornare bambina, ma questo secondo volume ricorda assai di più il racconto delle imprese belliche del colonnello Kassad e  porta il ciclo a somigliare a una “space opera”, assai di più di quanto si potesse immaginare leggendo il solo “Hyperion”, proiettandoci nel mezzo di un’epica ed estrema guerra interstellare.

 

Il terzo volume, s’intitola “Endymion”, nome che rimanda, come detto, a quello di una delle città già incontrate nella saga e che a sua volta, come Risultati immagini per endymion simmonsmolti nomi de “I Canti di Hyperion”, riprende nomenclature keatsiane (qui quello di un poema del poeta ottocentesco inglese).

Dal titolo, mi aspettavo quindi che Simmons avrebbe parlato di tale città hyperioniana, ma, nella narrazione, sono passati dei secoli e la città ha cambiato nome e aspetto. L’Endymion che presta il nome al romanzo è, invece, un combattente chiamato Raul Endymion e che ha preso il cognome dall’antica città del pianeta Hyperion e la scena, anziché restringersi dal pianeta Hyperion alla città Endymion, si allarga all’intera galassia.

Dan Simmons ci avverte subito che siamo in un altro luogo letterario rispetto ai primi due romanzi, iniziando l’opera con le parole:

Sono sicuro che leggi questo scritto per la ragione sbagliata.

Se lo leggi per imparare che cosa si prova a far l’amore con un messia, il nostro messia, allora non dovresti proseguire nella lettura, perché sei poco più d’un voyeur.

Se lo leggi perché sei un appassionato dei Canti del vecchio poeta e muori dalla voglia di sapere quale fine hanno poi fatto i pellegrini su Hyperion, rimarrai deluso. Non so che cosa sia accaduto alla maggior parte di loro: vissero e morirono quasi tre secoli prima della mia nascita.

Se leggi questo scritto per capire meglio il messaggio di Colei Che Insegna, anche in questo caso rimarrai forse deluso. Ero interessato a lei come donna, lo confesso, non come maestra o come messia.

Se lo leggi infine per scoprire il destino di lei, o addirittura il mio, leggi il documento sbagliato. Per quanto il suo e il mio destino sembrino inevitabili e prestabiliti come per qualsiasi persona, non ero con lei, quando si compì il suo, e il mio attende l’atto conclusivo proprio mentre scrivo queste parole.

Già mi sorprenderebbe il semplice fatto che tu legga questo scritto. Ma non sarebbe la prima volta che gli eventi mi sorprendono. Gli ultimi anni sono stati per me una successione di eventi improbabili, ciascuno più straordinario e, a quanto pare, inevitabile del precedente. Scrivo infatti per condividere con altri questi ricordi. Forse non proprio per condividerli (lo so, è molto poco probabile che qualcuno trovi i miei scritti) ma soltanto per mettere sulla carta la serie di eventi, in modo da darle nella mia mente forma compiuta.

Insomma, dall’incipit ci si potrebbe aspettare che questo romanzo non parli più dei Sei Pellegrini e del loro viaggio (avvenuto secoli prima) su Hyperion, ma, in realtà, il loro ricordo è fortemente presente e gli eventi che vi accadono, nonché l’ambientazione ne sono una derivazione.

Hyperion” mi aveva colpito per il ruolo, seppur ancora marginale, della Chiesa Cattolica, raramente presente in una space-opera ambientata su mondi remoti in futuri lontani, ma quella presenza, a ulteriore distanza di tempo nel piano narrativo, in “Endymion” trova il suo senso e diviene ancora più dominante.

In “Hyperion” la galassia era dominata dal potere laico dell’Egemonia, in lotta con il potere elettronico del Tecno Nucleo e contro i mutanti Ouster, abitatori dello spazio vuoto.

In “Endymion” la Chiesa ha vinto una guerra che ancora non stava combattendo nei romanzi precedenti e ora domina la galassia! Trovata già di per sé geniale, e, per me sufficiente a giustificare la lettura del romanzo. La sua arma vincente è stato un parassita alieno (ma è davvero un essere naturale o piuttosto qualcosa creato appositamente?), il crucimorfo, una creatura a forma di croce che in “Hyperion” rendeva il popolo dei Bikura, immortali ma anche sterili e dementi. Il Tecno Nucleo ha superato tali difetti del parassita custodito dal mostruoso Shrike dal corpo di lame mortali, e ha dato così alla Chiesa un nuovo sacramento, la Resurrezione, che può ora essere impartito a chiunque accetti su di sé il crucimorfo. Il parassita riesce a far risorgere da quasi ogni tipo di morte e dona all’impero galattico detto Pax ovvero al braccio temporale della Chiesa Cattolica e di Papa Giulio (il numero che lo identifica aumenta di un’unità a ogni sua resurrezione), la soluzione per rendere più veloci i viaggi spaziali: gli astronauti vengono uccisi in ogni spedizione dalle forti accelerazioni ma risorgono in tre giorni appena arrivati sui nuovi mondi, grazie anche ad apposite “culle di resurrezione”, che ne evitano il totale spappolamento e gestiscono le fasi di rivitalizzazione dei corpi. Il crucimorfo giustifica l’alleanza insana tra la Chiesa Cattolica e il Tecno Nucleo.

Le altre religioni, non sono scomparse, ma nei loro viaggi i protagonisti quando finiranno su pianeti abitati solo da ebrei o solo da mussulmani li troveranno misteriosamente deserti, sospettando recenti olocausti a opera della Pax e delle sue Guardie Svizzere, un corpo armato agguerritissimo, che somiglia assai più a super-marines che agli alabardieri dalle divise variopinte in posa per i turisti davanti al Vaticano.

Protagonisti assieme al citato Raul Endymion sono A. Bettik, un androide dalla pelle blu (quelli come lui la hanno di tale colore per non far confondere gli uomini artificiali con quelli veri) ed Aenea, una bambina che dovrà diventare “Colei che Insegna” ovvero il nuovo messia di cui parla l’incipit. Aenea è la figlia di Lamia, incontrata nel primo romanzo, e del cibrido John Keats e Raul la troverà, proveniente da un altro tempo, all’uscita della stessa sfinge che fece ammalare Rachel del Morbo di Merlino, che fa scorrere il tempo biologico alla rovescia.

La Chiesa, sebbene sia stata aiutata dall’ipertecnologico Tecno Nucleo nella sua ascesa, ha bandito ogni forma di intelligenza artificiale dal proprio impero e sopravvivono ormai solo pochissimi androidi come A. Bettik.

Il terzetto si riunisce per volontà di Martin Sileno, il poeta autore, secoli prima, de “I Canti di Hyperion” i cui si narrano le avventure dei Sei Pellegrini (lui compreso), che ha mandato Endymion e A. Bettik a salvare Aenea e a compiere altre imprese all’apparenza impossibili. Sileno, pur non avendo assunto il crucimorfo, è ancora vivo dopo secoli per effetto dei ritardi temporali dovuti ai suoi numerosi viaggi spaziali e grazie alle moderne tecniche di ringiovanimento.

Questo terzo volume è il più affascinante di una delle più belle serie fantascientifiche, innanzitutto per l’unitarietà della trama assente nei precedenti libri (la fuga di Aenea attraverso i mondi e i Portali risvegliati del Tecno Nucleo, che si credeva distrutto), ma anche per il continuo succedersi di avventure sorprendenti, con i nostri eroi che si trovano ogni volta invischiati nelle situazioni più difficili e sempre riescono a uscirne. Positivo è anche l’intreccio tra la storia del terzetto di fuggiaschi e quella del loro inseguitore, il Padre Capitano Federico De Soya (si noti che il comandante di vascello interstellare, qui investito dei massimi poteri da un diskey con salvacondotto papale, sia al contempo un sacerdote e un comandante militare). Grandiosa è anche qui la capacità creativa di Dan Simmons che, pur restando sul solco della fantascienza classica, riesce a creare una miriade di innovazioni e soluzioni tecniche che fanno di quest’opera del 1995 qualcosa di nuovo nel panorama della fantascienza. Opera nuova ma che sembra continuamente strizzare l’occhio ai classici del genere, in primis ai cicli di Asimov. Qui come lì abbiamo una Galassia pronta a essere dominata dall’umanità, anche se i mostri alieni, di norma non molto di più che allo stato animalesco, rappresentano un contorno appena più importante. Come nei cicli di Asimov assistiamo al declino (il “Crollo della Galassia Central”) di un grande impero galattico e alla sua sostituzione con un altro, ma qui si aggiunge il tema del conflitto tra religioni. Come per l’autore russo-americano, anche per Simmons verrà un tempo in cui l’umanità, pur arrivata a produrre automi e macchine intelligentissime, entrerà in conflitto con loro e le annienterà. Se per Asimov, alla fine degli automi sopravvive il robot telepatico Daneel R. Olivaw ed è lui a guidare segretamente l’umanità, per Simmons sembra che, dopo il bando dell’I.A., sia il Tecno Nucleo a guidare le sorti delle tre forze in lotta, Egemonia, Pax-Chiesa Cattolica e Ousters, ma occorrerà finire il ciclo per comprendere che questa è solo una verità parziale. La Galassia di Simmons è però assai più multietcnica di quella rigidamente anglosassone dei Cicli dell’Iimpero e della Fondazione.

Insomma, innovazione, ma vera e propria fantascienza. Una strada diversa dagli approcci di Stephen King o Haruki Murakami, per dire due degli autori maggiori che negli ultimi decenni hanno contaminato la fantascienza, creando generi fantastici che solo in parte si riescono ancora a riconoscere come Sci-Fi.

L’evoluzione della Chiesa e della fede per effetto dell’unione con il crucimorfo fanno, come detto, di questo libro e del ciclo uno dei maggiori esempi di fantareligione, anche se questa va intesa più come storia fantastica della religione, che non come invenzione di un nuovo credo, nonostante le profonde innovazioni create nel cattolicesimo dal nuovo sacramento della Resurrezione a opera del parassita. Da notare che la centralità del ruolo della Chiesa fa sì che il romanzo sia ricchissimo di riferimenti a Roma e all’Italia (oltre che, in misura minore, alla Spagna), cosa interessante e del tutto anomala nel panorama fantascientifico di lingua inglese.

Il volume si conclude con la risoluzione delle avventure del terzetto e con la previsione programmata di nuove imprese da realizzare.

Simmons, però, c’ha insegnato che tutto quello che poco prima c’ha mostrato come il sentiero inevitabile e scontato dal quale i nostri eroi mai potranno essere in grado di scostarsi, sempre si apre su nuovissime strade che difficilmente si potevano immaginare, dunque non vogliamo credere alle sue promesse altro che per pensare che riuscirà a stravolgerle. Questa grande creatività fa di Simmons un maestro tra gli autori creatori di universi e un narratore sempre capace di stupire il lettore con le sue imprevedibili svolte.

 

IRisultati immagini per endymion simmons risvegliol risveglio di Endymion” (1997) è l’ultimo della quadrilogia e il seguito di “Endymion” (1995), con cui costituisce quasi un mini-ciclo, avendo per protagonisti gli stessi Raul Endymion ed Aenea, invece assenti nei primi due volumi.

Questi (“Hyperion” – 1989 – e “La caduta di Hyperion” – 1990) sono ambientati alcuni secoli prima degli ultimi due, ma le due coppie di libri sono strettamente connesse e in “Il risveglio di Endymion” ritroviamo molti dei personaggi di “Hyperion” (e questo annulla la carente unitarietà iniziale del ciclo) e molti dei misteri che avevamo incontrato nelle centinaia di pagine precedenti si chiariscono.

 

Se “Endymion” ci trasporta in una galassia diversa da quella dominata dall’Egemonia e dal Tecno Nucleo che abbiamo conosciuto con “Hyperion”, ovvero in una galassia dominata da un Papa che risorge a ogni morte, dalla Chiesa Cattolica e dal suo braccio armato, la Pax, “Il risveglio di Endymion” ci spiega meglio questa rinascita della Chiesa Cattolica e i segreti del suo potere, ma ci porta anche attraverso mondi dominati da altre fedi e, in particolare, ci fa ritrovare la protagonista Aenea, ormai non più bambina, circondata da una comunità buddista, creando così l’occasione per un raffronto anche teologico-filosofico tra cristianesimo e buddismo.

Se il nuovo sacramento della Resurrezione ha reso potente la Chiesa e il suo braccio secolare, la Pax, come abbiamo già appreso nel precedente volume, qui scopriamo una nuova filosofia che parte dal concetto di Amore inteso come forza fisica, con le sue leggi, e lo estende a qualcosa che viene definito il Vuoto che Lega, che è il senso di tutte le fedi e superstizioni. Tramite il Vuoto che Lega, Aenea spiega persino la resurrezione originale, quella di Cristo. Scopriremo, infine, dall’ormai millenario Martin Sileno, che il Vuoto che Lega è la Sfera Dati dell’Universo. Sileno spiegherà tramite il Vuoto che lega anche l’attività degli scrittori: “È questo, ragazzo, ciò che fanno gli scrittori, gli artisti, i creatori. Ascoltano il Vuoto e cercano di udire i pensieri dei morti. Sentire il loro dolore. Il dolore dei vivi, anche. Trovare una musa è solo il modo di un artista o di un sant’uomo per mettere un piede nella porta principale del Vuoto che lega”. Il Vuoto che Lega è anche alla base del Teletrasporto, per non dire dell’armonia dell’universo.

 

I Canti di Hyperion”, nonostante l’insolito ruolo centrale della religione, oltre che fantareligione, sono anche una grande space opera, con viaggi e battaglie spaziali e vera fantascienza, con il tentativo di immaginare  vari sistemi per muoversi da una stella all’altra, dai Portali, alle navi Hawkings, agli Astrotel, al Tempo Veloce, con la descrizione di mondi incredibili come, tanto per citarne uno tra molti, il gigante gassoso su cui finisce Endymion e dove è possibile vivere (o sopravvivere) solo negli strati più altri dell’atmosfera o come i mondi ramificati nello spazio interplanetario degli Ouster, tutti mondi spesso popolati da creature frutto di una fervida fantasia razionale. A volte attraversando questi strani pianeti sembra quasi di essere in una moderna versione de “I viaggi di Gulliver”, altre volte si pensa, come si diceva, ai Cicli asimoviani, sia per la prevalenza di esseri umani su mondi lontani, sia per il rapporto/ conflitto tra intelligenza umana e artificiale, sia, infine, per la presenza di esseri umani provenienti da una Terra dimenticata in Asimov e scomparsa in Simmons.

Gioca, insomma, Simmons, a creare nuovi mondi, a viaggiare nel tempo e nello spazio, a immaginare diverse forme di intelligenza, a riflettere sull’uomo e la sua natura e il suo rapporto con il soprannaturale e la filosofia.

A volte certe descrizioni storiche o geografiche possono prolungarsi un po’, ma subito l’autore sa riprendersi e scaglia il lettore in nuove avventure dal ritmo mozzafiato, scontri, arrampicate, voli, scalate, nuotate negli ambienti più insoliti e spesso ostili, in una sfida continua non solo alla morte, ma alle leggi fisiche e logiche, pur ricercando (e trovando) sempre un filo conduttore, come solo un maestro della scrittura può fare.

Sebbene ne “Il risveglio di Endymion” siano passati secoli dagli eventi del primo romanzo, gli effetti distorsivi dei viaggi spaziali, gli spostamenti attraverso il tempo, la memoria, i trattamenti anti-invecchiamento, i flash-back ci fanno ritrovare personaggi dei romanzi precedenti in un rimescolio di eventi e vite da capogiro.

 

Se di norma un romanzo di fantascienza si accontenta di immaginare un sistema per viaggiare nello spazio, qui, come detto, ne troviamo numerosi diversi e alternativi, basati su differenti principi. Se di norma la fantascienza si limita a immaginare il conflitto con una razza aliena o un’intelligenza tecnologica, qui abbiamo lo scontro tra gli umani che mantengono il loro DNA originale e modificano l’ambiente (lo terraformano) e quelli (gli Ouster) che preferiscono adattarsi all’ambiente, arrivando persino a colonizzare gli spazi interplanetari, adattando il proprio genoma, ma abbiamo anche un conflitto con un’entità tecnologica onnipresente ed estesa quale il Tecno Nucleo, abbiamo la presenza di androidi, ciborg e cibridi e altre forme di intelligenza artificiale non necessariamente legate al Tecno Nucleo, abbiamo i crucimorfi, parassiti prodotti dal Tecno Nucleo per controllare l’umanità, trasformandola in una sorta di riserva di memoria, abbiamo, in questo quarto volume, la comparsa di creature aliene originali (tradendo la visione antropocentrica della galassia asimoviana da cui sembrava di essere partiti), abbiamo il conflitto tra la Pax e le altre religioni, che questa cerca di spazzar via mediante crociate al limite del genocidio (anche se le popolazioni non cattoliche vengono addormentate e sfruttate come banchi di memoria dal Tecno Nucleo, alleato-padrone della Pax). Abbiamo osservatori alieni dai grandi poteri, che potrebbero aver ispirato quelli della serie TV “Fringe” (2008-2013) ideata da J.J. Abrams, Alex Kurtzman e Roberto Orci, se non altro per la loro capacità di dominare il flusso del tempo. L’androide A. Bettik, peraltro, sembra la versione meno attiva del robot asimoviano R. Daneel Olivaw (vedi, in particolare, “Fondazione e Terra”, anche se è presente in tutti i Cicli asimoviani) per i rispettivi ruoli nelle sorti della Galassia.

Sembrerebbe che persino un’opera cinematografica di grande impatto come “Matrix” (il film di Larry e Andy Wachowski del 1999), possa essere debitrice di Simmons per gli umani addormentati e collegati a delle macchine intelligenti, così come per il moto in Tempo Veloce dello Shrike, di Nemes e dei suoi tre cloni.

Ad arricchire ulteriormente quest’opera, già fin troppo ricca, c’è il messaggio di Colei Che insegna, Aenea, che lei stessa riassume con due parole “Scegli ancora” e che proveremo a semplificare dicendo che nessuna scelta deve mai essere definitiva, che tutto deve sempre essere rimesso in discussione, cosa che Simmons fa continuamente anche all’interno di questo ciclo, dove appena ti pare di essere alla risoluzione di un’avventura o di un problema, subito l’autore ci regala uno sviluppo o un’alternativa inattesa. Aenea conosce il futuro, ma come un sogno, come un ricordo di qualcosa che dovrebbe avvenire, che potrebbe avvenire, ma il futuro è solo un’ipotesi e può sempre cambiare. Il futuro sembra scritto, sembra segnato dal Destino, eppure non lo è, può prendere diverse strade, per effetto di questo libero arbitrio (“Scegli ancora”). I personaggi attraversano lo spazio a distanza astronomiche, ma anche il tempo, in avanti e indietro, in modi e con mezzi sempre diversi, dalla Rachel che ridiventa bambina e che qui ritroviamo adulta, ma diversa dalla Moneta che era diventata, allo Shrike, che viene dal futuro e ci torna quando vuole e altera il ritmo del tempo attorno a sé, alle capsule di criofuga, che congelano lo scorrere degli anni per i protagonisti, alle tecniche antinvecchiamento.

Il poema “Endymion” è il primo lavoro in cui Keats (quello reale) esplicita uno dei principi base della sua filosofia: la necessità di accettare la mortalità e le sofferenze per trascenderli e raggiungere una bellezza superiore. Aenea qui, novello messia, si sacrifica per donare all’umanità il potere del Vuoto che Lega.

Come scritto più sopra, “Endymion” si apriva avvertendo il lettore che quella che stava per leggere era una storia diversa quella raccontata in “Hyperion” e che il volume non avrebbe risposto alle domande aperte dal pellegrinaggio sul pianeta dei sei protagonisti originali. Il terzo volume del Ciclo, in effetti, non dà queste risposte. A farlo, ci pensa, invece, “Il risveglio di Endymion”.

 

In conclusione, “I Canti di Hyperion” si confermano con questo quarto volume, come una delle più grandiose, ricche e creative opere di fantascienza e della letteratura di fine XX secolo. “Il risveglio di Endymion” è parte ineliminabile di tale saga e contribuisce alla quadratura del cerchio, o se meglio preferite alla “chiusura del ciclo”, fornendo le spiegazioni e gli sviluppi di tutto ciò che i precedenti tre libri avevano lasciato aperto.

In questo, però, forse, Dan Simmons si dimostra meno innovativo che in molti altri aspetti della sua narrativa: questo è un altro punto in cui sembra seguire la scuola di Isaac Asimov, che spesso scriveva fantascienza come se stesse scrivendo un giallo. Nell’opera del grande autore della Si-Fi classica abbondano, infatti, le spiegazioni, al limite del pedante, di ogni evento e mistero.

Simmons sa essere molto più leggero di quello che mi pare si possa considerare il suo maestro, e, soprattutto, evita il difetto di inserire le spiegazioni in dialoghi-monologhi tra i protagonisti. Anche lui, però, non sa resistere alla tentazione di fornire una spiegazione.

La letteratura deve porci le domande, deve farci riflettere, ragionare, sognare, deve darci la magia del mistero. Le risposte le deve dare il lettore, dentro di sé, ogni lettore a modo suo. Non è compito degli autori. Non si deve valutare un’opera per la sua capacità di giustificare tutto ciò che contiene. È giusto fornire delle risposte ai lettori?  I misteri sono spesso il motore delle storie e la loro soluzione può sempre deludere qualcuno. Io stesso, peraltro, leggendo i primi volumi, cercavo queste risposte. Non sarebbe, però stato più affascinante trovare una soluzione aperta? Eppure il giudizio complessivo sull’opera rimane largamente positivo, anche perché le risposte fornite alla storia e ai lettori funzionano.

Simmons, come il citato  Asimov, è un maestro nel dare risposte e svelare misteri, anche se magari non è questo che vorremmo da loro.

Dateci il mistero e lasciateci crogiolare e fantasticare in esso. Lasciateci cercare, magari per il resto dei nostri miseri giorni, la soluzione ai vostri dilemmi. “Essere o non essere?” si chiedeva l’Amleto shakespeariano. Qual è la risposta? Non è molto più importante la domanda? Non è la domanda ciò che ricordiamo?

Del resto, lo stesso Keats riteneva che per creare vera poesia fosse necessario rimanere in uno stato di dubbio e scriveva: “All’improvviso capii quale qualità è necessaria per un Uomo di Successo, almeno in campo letterario, e che è tanto forte in Shakespeare – intendo la Capacità Negativa, ovvero quando un uomo è in grado di convivere con le incertezze, i misteri, i dubbi, senza alcun deplorevole tentativo di cercare la logica o la verità.

Per inciso, noto che la Capacità Negativa per Keats era una forma estrema di empatia. Il Vuoto che lega di Aenea non è forse anch’esso una forma di empatia totale? Simmons non si richiama anche a questa visione di Keats?

Perché allora Simmons, che tanto sembra amare Keats, vuole offrirci tutte le risposte?

Le domande possono essere grandiose, le risposte possono essere banali.

Come insegna ironicamente Douglas in “Guida galattica per gli autostoppisti”, la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto, finalmente trovata da un supercomputer chiamato Pensiero Profondo, dopo un’elaborazione durata sette milioni e mezzo di anni, è “42”. Ma qual è la domanda? Vogliamo la domanda. Ci basta quella.

Anche le risposte più geniali, in letteratura, rischiano di non essere all’altezza dei dubbi che le hanno generate.

Ma queste sono solo considerazioni generali, come detto, il finale offerto da Simmons è notevole come tutto il ciclo.

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UNO SBANDATO TRA I FREAK

Risultati immagini per freddo nell'anima lansdaleChe Bill Roberts non sia uno proprio normale lo si capisce subito dal fatto che vive in casa con la madre morta e in decomposizione per incassarne la pensione, un po’ come Norman Bates di “Psyco”, un po’ come “Anna” nel romanzo di Ammaniti.

Per raccattare qualche soldo, decide di rapinare una bancarella di fuochi artificiali assieme ad altri balordi, ma le cose vanno decisamente male e si trova a fuggire nella paludi (ambientazione ricorrente in Lansdale, basti pensare a “In fondo alla palude”), dove incontra uno strano circo di mostri, e sembra di essere proiettati nel vecchio film “Freaks” del 1932, con una donna barbuta, un uomo-cane, nani, microcefali e macrocefali e altre stranezze, tra cui un misterioso uomo surgelato. Creature assai più sfortunate degli strani fanciulli de “La casa per bambini speciali di Miss Peregrine” di Ramson Riggs.

Bill viene accolto nella comitiva da un “vecchio”, che non sembra un mostro, ma è in realtà il superstite di un parto siamese trigemino e conserva ancora la mano di uno dei fratelli che gli spunta avvizzita dal petto.

Bill s’innamora della sua bella e capricciosa moglie, ficcandosi in una nuova serie di guai.

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Joe R. Lansdale

Questa è la trama di “Freddo nell’anima”, un romanzo del grande Joe R. Lansdale che come al suo solito scorre con forte e crudo realismo, di avventura in avventura, senza annoiare mai, in una scrittura diretta e visiva, che non ha neppure un paragrafo inutile.

Il mondo che descrive è quello di un’umanità alla deriva, dove la deformità fisica è, in fondo minore di quella psichica e dove proprio chi all’apparenza sembra più normale è il vero mostro.

Come ne “La foresta” o in “Cielo di sabbia” tutte le avventure partono da un disastro familiare (qui la morte della madre) che scatena gli eventi.

Siamo sempre nella rozza e violenta provincia americana di “In fondo alla palude”, “Acqua buia”, “La foresta”, “Cielo di sabbia” e persino dei surreali “La notte del Drive-in” e “Deadman’s road”, come nei romanzi del suo conterraneo McCarthy, ma, rispetto a questo autore, i toni di Lansdale sono più surreali e quasi grotteschi, ma non per questo meno gelidi e lasciano sempre un po’ di “Freddo nell’anima”.

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Freaks, un film del 1932 diretto da Tod Browning.

TIM BURTON E GLI ANELLI TEMPORALI DI RIGGS

Risultati immagini per la casa per bambini speciali di miss peregrineHo visto che sta per uscire in sala un nuovo film di Tim Burton, ispirato al romanzo “La casa per bambini speciali di Miss Peregrine”, scritto da Ramson Riggs. Ho voluto leggere il romanzo prima di vedere il film. Come per quel capolavoro che è “La fabbrica di cioccolato”, Tim Burton ha scelto un libro geniale per realizzare un film che spero sia altrettanto geniale del remake del film con Gene Wilder prodotto qualche anno fa.

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Ramson Riggs

La casa per bambini speciali di Miss Peregrine” è il primo volume di una trilogia (almeno per ora) pubblicato da questo giovane autore statunitense nato nel Maryland nel 1980 e, in effetti, il finale è piuttosto aperto e lascia presagire un seguito (che ho scoperto esistere veramente solo a lettura ultimata).

Si tratta di un piccolo capolavoro di avventure di ragazzi e per ragazzi, ma non solo. Credo che si presterà bene alla regia visionaria di Tim Burton. La scena dei bambini che guardano le bombe cadere sulla loro casa cantando canzoncine e indossando maschere antigas mi ha fatto ricordare oltre a “The Wall” dei Pink Floyd, le canzoni degli Umpa Lumpa ne “La fabbrica di cioccolato”, autentica chicca di umorismo macabro.

Il romanzo, per quanto non lungo, è complesso e ricchissimo di colpi di scena e trovate. Riesce a essere, nel contempo, storia sui rapporti generazionali all’interno di una famiglia, storia di mostri (autentici freaks da circo ma anche esseri spettrali da cinema horror), interessante variazione sui viaggi nel tempo e sulle ipotesi di tempo circolare (che possono derivare dal concetto di spazio-tempo multidimensionale, con alcune dimensioni ricurve), descrizione delle dinamiche di una comunità separata dal resto del mondo, avventura, raffigurazione delle difficoltà della crescita e dell’inserimento nel mondo.

Il romanzo è illustrato da alcune curiose foto d’epoca e pare sia stato costruito proprio attorno ad esse.Risultati immagini per la casa per bambini speciali di miss peregrine

Vivace, ricco di personaggi affascinanti, fantasioso è stato una splendida scoperta e spero davvero che Burton possa averne tratto un film degno e che possa dar modo a un pubblico più ampio di scoprire questo piccolo gioiello letterario.

Certo, ci sono immagini che sembra di aver già visto, come Miss Peregrine (una vecchia signora nel libro, un’avvenente giovane donna nel trailer) che si trasforma in falco pellegrino come Minerva McGranitt nei romanzi su Harry Potter si muta in gatto o, meglio, la protagonista di Ladyhawke, i Vacui dalle lingue prensili come nel telefilm “The Strain”, il ragazzo invisibile e la ragazza che produce fuoco e la ragazza fortissima come ne I Fantastici Quattro (manca solo quello che si allunga come un elastico) e la stessa casa pare una via di mezzo tra Hogwarth e il ritrovo degli X-Men, ma l’insieme è fresco e sembra persino spontaneo.Risultati immagini per la casa per bambini speciali di miss peregrine

SECONDO LIVELLO DEL VIDEOGIOCO MORTALE

Dopo aver letto “Il labirinto” di James Dashner (da cui è stato di recente tratto il film “Maze runner”), fatta una breve pausa per leggere altro, ho ora letto il secondo episodio della saga: “La via di fuga”.

I ragazzi sono appena riusciti a uscire dal labirinto, con le sue mille insidie e pensano di essere in salvo, ma scoprono che la “Cattivo” ha in serbo per loro una seconda fase di prove.

Cambia l’ambientazione, da quella claustrofobica del primo episodio, passiamo a una più varia, che potrebbe dare qualche difficoltà alla trasformazione in film, dato che i primi minuti si svolgono completamente al buio e il seguito quasi sempre immersi in una luce accecante: un film “fisicamente inguardabile”!

Usciti dalle gallerie tenebrose, finiamo in ambiente che potrebbe dare problemi a chi soffre di agorafobia. Non incontriamo più i mostruosi Dolenti, ma avremo una doppia gamma di mostri, dai pseudo-zombie detti Spaccati a altre cose che non vorrei anticipare.

Le novità sono numerose e si succedono con un buon ritmo, senza annoiare il lettore, anche se devo dire che verso la fine del volume, all’ennesima sventura dei protagonisti, ho avuto un moto di stizza: ancora! Del resto, come autore di “Ansia assassina”, in cui in poche pagine faccio morire in modi diversi ben diciassette persone, non dovrei lamentarmi se anche qui, questi poveri ragazzi vengono falcidiati alla grande. Erano cinquanta o sessanta all’inizio de “Il labirinto” e rimangono presto in una dozzina e non sono i soli a morire!

I due romanzi si basano sulla suspance data dal desiderio dei protagonisti e dei lettori di scoprire cosa stia succedendo, perché e cosa significhi. Si scopre, infatti, solo poco per volta quale sia il contesto esterno al labirinto, chi siano davvero i protagonisti e i loro antagonisti. Si scopre molto lentamente e la tensione rimane alta. A dir il vero al termine di questo secondo volume sappiamo ancora poco. Del resto temo ci attendano almeno altri quattro romanzi per capirci davvero qualcosa!

James Dashner

In questo mi pare quasi di essere dalle parti de “La Torre Nera” di Stephen King, sebbene in questa serie i rivolgimenti e gli scenari siano assai più numerosi e vi siano componenti soprannaturali che mancano nei romanzi di Dashner, dove gli eventi portentosi paiono sempre frutto di una tecnologia particolarmente evoluta (come è spesso, ma non sempre nella saga di King).

Un po’ come nella saga di King, i personaggi faticano a distinguere la realtà dalla finzione, i trucchi dal vero, la verità dalla menzogna. Nulla è davvero come sembra. Non è facile capire chi ti è davvero amico e chi finge.

La difficoltà dei protagonisti (e dei lettori) di comprendere il contesto, di trovare delle risposte definitive che non siano subito contradette dai fatti successivi ricorda anche la più bella e affascinante delle serie televisive di tutti i tempi: “Lost”. Anche questa una storia infinita!

La saga cui questa somiglia di più, mi parrebbe piuttosto “Hunger Games” di Suzanne Collins, sia per la moria dei partecipanti (alla “ne rimarrà solo uno”, tipo “Highlander!”), sia per la presenza di osservatori esterni che scrutano le loro mosse, sia per il succedersi di nuove prove artificiali da superare, sia per i rapporti di amicizia che si sviluppano, sia per la giovane età dei personaggi principali. Anche il target di lettori pare analogo: adolescenti, sebbene entrambe le saghe siano godibilissime anche per un adulto. Le sfide, del resto, sono sempre stimolanti, basta essere ancora giovani dentro.

Maze Runner – il film

Come già scrivevo commentando il primo volume, siamo invece piuttosto lontani dallo spirito de “Il signore delle mosche”, sebbene anche qui abbiamo dei ragazzi che combattono per sopravvivere.

Ancor più di “Hunger Games”, la serie (per ora cinque romanzi, ma credo sia in arrivo il sesto) de “Il labirinto” sembra pensata per trasformarsi in un videogioco di quelli con prove da superare per passare da un livello e a quello successivo.

Non per nulla sono distopie basate (ed è forse questo a renderle interessanti) sulla confusione tra realtà e finzione, sindrome da videogioco.

Questo secondo volume perde qualcosa rispetto al primo, non solo per la minor freschezza delle idee, ma anche per la minor componente razionale. “Il labirinto” consisteva nel cercare la soluzione a un enigma, qui si tratta solo di superare un percorso a ostacoli, sebbene reso intellettualmente più stimolante dalla confusione tra verità e finzione.

LA CHIAMATA DEL QUARTO: LA SCHIZOFRENIA E IL SUO OPPOSTO

Risultati immagini per stephen king Terre desolateIl ciclo della Torre Nera di Stephen King è qualcosa di complesso e quindi difficilmente definibile. Il primo volume (“L’Ultimo Cavaliere”), conservava toni da western e faceva quasi pensare che ne fosse solo una versione un po’ futuribile, eppure già lì c’erano tutti gli elementi per farci capire quanto fosse rilevante la componente fantascientifica. Pensate anche solo all’incipit della serie: “L’uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì. Il deserto era l’apoteosi di tutti i deserti, sconfinato, vasto fino a traboccare nel cielo per enne parsec in tutte le direzioni.” In quella singola parola “parsec” c’è già la promessa di tutta la magia fantascientifica che seguirà. Già “L’Ultimo Cavaliere” ci parla di viaggi nel tempo, viaggi tutt’altro che lineari ed elementari, il secondo volume (“La chiamata dei tre”) è incentrato su  questi. Ci sono delle porte (nel terzo volume si parlerà di “sinapsi temporali” e credo che queste porte potrebbero esserle, anche se King ancora non ce lo dice). Non sono solo banali aperture tra un “quando” e un altro, ma aperture attraverso le quali il Pistolero Roland riesce a entrare nella mente dei tre, alla ricerca di nuovi compagni per la sua avventura. Sinapsi appunto, come quelle della mente. Si parla molto della mente nel secondo volume e si continua a farlo nel terzo. Si capisce la centralità di questo argomento forse maggiormente leggendo “Terre desolate”, ma già nel volume precedente era un concetto evidente. I primi volumi de “La Torre Nera” sembrano quasi il risultato di uno studio sulla schizofrenia in tutte le sue forme e persino nel suo opposto.

Il primo chiamato è il tossico Eddie Dean, la sua è una schizofrenia artificiale, tra lo stato di lucidità e quello di allucinazione, la seconda chiamata è una vera schizofrenica, Detta-Odetta Holmes, con due personalità che si combattono tra di loro. Roland Deschain di Gilead guarisce entrambi. Anche lui però è in qualche modo schizofrenico, alla rovescia (forse per questo è la cura per gli altri due). Quando abbandona il proprio corpo sulla spiaggia infestata di aramostre e entra nei corpi dei suoi ospiti è una mente sola con due corpi!

Nel terzo volume “Terre desolate” ritroviamo il ragazzino Jake Chambers che Roland aveva lasciato cadere e morire nel primo volume. In realtà non è morto ma si è sdoppiato. Una metà vive nel tempo di Roland e una nella New York in cui il ragazzino è nato e di questo Jake soffre. Anche Roland ne soffre e la sua sofferenza non è solo dovuta al rimpianto per averlo dovuto sacrificare in nome della ricerca della Torre Nera (questa storia è una grande Quest e Roland un cavaliere alla ricerca del suo particolare Santo Graal), ma anche alla necessità di consentire al bambino di ricongiungere la propria personalità e di farlo ricongiungere a Roland e agli altri due. Sarà lui il quarto del Ka-tet, di quel gruppo di unione psichico-spirituale costituita da Roland, Eddie e Susannah Dean (la schizofrenica Detta-Odetta ora guarita e riunita). Ne “La chiamata dei tre”, il terzo a essere chiamato è l’uomo che ha ferito due volta Detta-Odetta e fatto morire Jake. Anche lui è una sorta di schizofrenico, un serial-killer (o “serial-feritore”, se preferite) che si nasconde sotto i rispettabili panni di un uomo normale. Il destino per lui è la morte. Sarà Jake, non lui, a completare nel terzo volume il quartetto. Un altro ricongiungimento è tra Eddie e Susannah, che divengono marito e moglie, nella più ovvia delle ricongiunzioni di due anime gemelle, ma all’interno del ka-tet, come parte di un disegno più grande.

Cosa poi dire dell’altro grande schizofrenico del terzo episodio, il treno malandrino Blaine il mono? Oltre che pazzo ha una personalità divisa tra il Grande Blaine e il Piccolo Blaine. Perché poi è rosa se ha un’identità maschile, mentre la sua gemella, che ha lasciato morire, si chiama Patricia ma è azzurra? Nel terzo libro non si dice ma sorge il sospetto che in realtà il perfido Blaine sia la depressa Patricia e che il suo suicidio sia in realtà stato un “trenicidio”.

In “Terre desolate” l’ambientazione diventa decisamente fantascientifica, eppure gli elementi magici sono rilevanti, quasi a dirci che tra scienza e magia il confine è labile, è solo una questione di punti di vista, di conoscenza della realtà. In questo mondo di un lontanissimo futuro, la civiltà tecnologica è un ricordo perduto del passato, le cui vestigia talora riappaiono. Il mostro che custodisce l’accesso al Vettore, la strada per la Torre Nera, è un orso gigantesco che sopravvive da millenni, temuto dalla popolazione locale come un demone. Gli amici di Roland lo sconfiggeranno e uccideranno, scoprendo che è solo un cyborg con cervello positronico (e qui immagino che King debba ringraziare Isaac Asimov). Lo assistono piccoli mostri, che altro non sono che robot. La figura centrale del volume è un essere mostruoso che vive in una zona proibita e che si rivelerà essere un treno ipertecnologico, in grado di correre alla velocità del suono e dotato di un cervello folle degno di quello HAL 9000 che vediamo in “2001 odissea nello spazio”.

Con lui Roland e i suoi amici intraprenderanno un nuovo duello, ma non con le pistole, bensì a colpi di indovinelli, come se si trattasse di un’antica sfinge (non per nulla uno di quelli che gli pongono è proprio quello edipico).

Il volume finisce in modo improvviso e tronco, lasciando i nostri eroi a combattere con il treno folle. King ci spiega che vuole prendersi tempo per decidere come andare
avanti. Mi pare una scelta saggia, dato che è meglio fermarsi piuttosto che rovinare una buona storia, però poteva anche aspettare a trovare il seguito prima di pubblicare, no? Sono favorevole ai finali aperti, soprattuto in quella che è una serie, ma anche questi hanno le loro regole. Ci si sarebbe, insomma, aspettati che il duello si completasse e che il treno li depositasse, lasciandoli partire per nuove avventure, prima di scrivere la parola fine in fondo al libro, no?

Comunque, continua, a maggior ragione, la voglia di andare avanti, con questa bella e ricca storia (anche se non adoro gli indovinelli) e così ho già iniziato a leggere “La sfera del buio”. King ha fatto aspettare i suoi lettori dal 1991 (anno di pubblicazione di “Terre Desolate”) al 1997, anno dell’uscita del quarto volume. Il vantaggio di aver scoperto in ritardo questa storia e questo autore è nel dover aspettare!

Leggi anche:

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LA CHIAMATA DEL LIBRO

A distanza di oltre tre anni dalla lettura de “L’ultimo cavaliere”, dopo aver imparato ad apprezzare Stephen King in varie altre opere, ho ripreso la lettura del Ciclo della Torre Nera, affrontando “La chiamata dei tre”, il secondo volume della serie del maestro dell’horror.

Se “L’ultimo cavaliere” è un western-fantascientifico-post-apocalittico, ne “La chiamata dei tre” il carattere western si affievolisce e prevale la fantascienza, sia per l’ambientazione principale, una spiaggia interminabile popolata solo da giganteschi e letali crostacei, le “aramostre”, sia per la presenza della porta, un passaggio tra il mondo dell’Ultimo Pistolero Roland e quello dei tre personaggi che entreranno in contatto con lui, un’America recente.

Troviamo dunque un passaggio temporale che sarà poi ripreso nel bel romanzo “22/11/’63”, con la differenza che qui l’apertura spazio-temporale non sta in fondo a uno sgabuzzino, ma è una porta magrittiana sospesa nel deserto, qualcosa che segue Roland nei suoi spostamenti e fa da tramite con i tre. Attraverso di essa Roland entra direttamente nella testa e nei corpi dei tre.

L’ultimo cavaliere” mi aveva lasciato un po’ perplesso per la mancanza di azione. “La chiamata dei tre” è tutt’altra cosa. Il Pistolero nel suo mondo sta morendo e combatte per sopravvivere. Entra nei mondi dei suoi “ospiti”, ma anche lì non trova situazioni semplici. I compagni che sta evocando dal passato sono, infatti, un drogato che trasporta eroina in aereo, una ricca e bella negra schizofrenica e senza gambe, un serial killer, con la passione per l’uccisione dei bambini. Non esiste un termine per definirlo? Direi un “pedocida”. Solo con il loro aiuto Roland potrà guarire, salvarsi e trovare la Torre Nera. Le avventure nei vari mondi si succedono a un buon ritmo. I personaggi hanno un loro forte spessore. Il mistero e la magia condiscono sapientemente il tutto.

I tre sono la cura di Roland, ma anche Roland è la loro cura. Hanno tutti grossi problemi mentali. L’avventura che il Pistolero offre loro li allontana dalle loro malattie/follie, anche se, in un caso, in modo definitivo e brutale, come a dire che ci sono malattie dell’anima che non possono essere curate.

L’ultimo cavaliere” ci parla di grandi spazi, dell’amicizia e del suo contrario. “La chiamata dei tre” ci parla di forza interiore, di dolore, di coraggio, di determinazione e, in fondo, ancora di amicizia.

Sono grandi temi, che danno consistenza ed energia al romanzo.

Stephen King non ha mai vinto il Premio Nobel e forse non lo vincerà mai, perché viene ingiustamente considerato solo un autore commerciale, ma dopo aver letto i romanzi di quattro premi nobel (Llosa, Lessing, Munro, Pamuk), entrare in queste pagine è un autentico sollievo. Probabilmente non capisco nulla di letteratura e a Stoccolma sanno cose che mi sfuggono, ma questo è un vero romanzo, non gli ultimi che ho letto!

Stephen King

Del resto con questo libro mi è capitato qualcosa che non mi ha fatto provare nessuno dei quattro nobel citati: il desiderio irrefrenabile di continuare a leggere. A essere chiamato dal libro è il lettore! Che cos’altro dovremmo chiedere a un romanzo, se ci dà questo?

Ora non posso che cercare di leggere presto il seguito della serie.

I volumi che la compongono sono:

  1. La torre nera I: L’ultimo cavaliere (1982, pubblicato originariamente come romanzo breve; edizione rivista nel 2003(The Dark Tower I: The Gunslinger)
  2. La torre nera II: La chiamata dei Tre (1987(The Dark Tower II: The Drawing of the Three)
  3. La torre nera III: Terre desolate (1991(The Dark Tower III: The Waste Lands)
  4. La torre nera IV: La sfera del buio (1997(The Dark Tower IV: Wizard and Glass)
  5. La torre nera V: I lupi del Calla (il titolo annunciato era L’Ombra Strisciante[1][2]) (2003(The Dark Tower V: Wolves of the Calla)
  6. La torre nera VI: La canzone di Susannah (2004(The Dark Tower VI: Song of Susannah)
  7. La torre nera VII: La torre nera (2004(The Dark Tower VII: The Dark Tower)
  8. La torre nera VIII: La leggenda del vento (2012(The Dark Tower: The Wind Through the Keyhole)

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The Second King – Le notti di Salem – Stephen King

Tutto è kinghiano – Tutto è fatidico – Stephen King

René Magritte

René Magritte

UN LOVECRAFT CLASSICO

Il volume “La Casa Stregata”, curato da Gianni Pilo per Newton Compton, è un’antologia di tre racconti lunghi scritti dall’autore cult Howard P. Lovecraft, uno dei più fantasiosi creatori di esseri mostruosi, di solito originati da altre realtà spazio-temporali, esseri arcani e arcaici provenienti da epoche di lontananza inimmaginabile.

I tre racconti (“La Casa Stregata”, “L’Orrore di Dunwich”e “L’Orrore a Red Hook”) sono meno onirici e folli de “Il Guardiano dei Sogni”, in cui l’autore si lascia andare a una prosa allucinata nel descrivere abissi del tempo, dello spazio e della mente. Siamo, invece, più vicini alle pagine di “L’Ombra venuta dal Tempo” e, quindi, ai classici dell’horror ottocentesco di Edgar Allan Poe o di Bram Stoker.

Dei tre, quello più “lovecraftiano” mi è parso il secondo “(L’Orrore di Dunwich”) con il bambino che cresce in modo anormale, mentre, in casa sua, un essere proveniente da un’altra realtà cresce ancor più velocemente, fino a divenire un mostro invisibile di dimensioni colossali, che fa strage di animali e uomini.

H.P. Lovecraft original drawings by John Cebollero

H.P. Lovecraft original drawings by John Cebollero

Da dove vengono questi mostri lovecraftiani? L’idea, presente anche altrove nell’opera dello scrittore di Providence, è presentata così ne “L’Orrore di Dunwich” (pag. 78):

Né si può pensare (diceva il testo che Armitage traduceva mentalmente) che l’uomo sia il più antico o il più recente dei signori della terra, o che la semplice materia vitale e sostanziale sia la sola che cammini. I Vecchi erano, i Vecchi sono, e i Vecchi saranno. Non negli spazi che conosciamo, ma fra di essi camminano camminano sereni e primigeni, senza dimensioni a noi invisibili. Yog-Sotothoth è la Porta. Yog-Sothoth è la Chiave e il Guardiano della Porta. Passato, presente e futuro sono un’unica cosa in Yog-Sothoth.”

Inutile dire che questa frase mi fa venire in mente i miei romanzi del ciclo “I Guardiani dell’Ucronia”, con le Porte del Tempo create e controllate dai discendenti dei velociraptor! Certo in “Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale” non c’è nulla di arcano, ma una qualche somiglianza la noto. Chissà che in uno dei prossimi volumi non faccia incontrare Jacopo con Yog-Sothoth!

Firenze, 25/02/2013

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