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IL MONDO VISTO CON GLI OCCHI DI UN MAGGIORDOMO

Image result for quel che resta del giornoQuel che resta del giorno” (1989) di Kazuo Ishiguro (premio nobel nel 2017) è un insolito e incredibile affresco della vita vista attraverso gli occhi di un maggiordomo inglese di alto rango. Il primo aspetto che affascina, sin dalle prime pagine, in questo romanzo, è sentire come sia forte la caratterizzazione della voce narrante. Si ha davvero la sensazione che a parlare sia un autentico maggiordomo dell’inizio del XX secolo! E questo stupisce particolarmente pensando che Kazuo Ishiguro (Nagasaki 8/11/1954) non è certo un maggiordomo, né un nobile inglese, che ben avrebbero potuto raffigurare un simile pensiero e atteggiamento, ma un giapponese, sebbene abbia vissuto sin da bambino in Inghilterra.

Eppure questo autore, che ha vinto nel 2017 il premio nobel della letteratura, in tale romanzo si dimostra pienamente all’altezza del premio ricevuto.

 

Quel che resta del giorno” non solo descrive la magia di un mondo visto con uno sguardo che oggi ci pare quasi alieno, appartenendo a uno dei più esemplari rappresentanti della servitù anglosassone di alto livello, ma, con grazia, quasi con noncuranza, ci mostra il radicale mutamento del nostro mondo nel XX Secolo, concentrandosi in quegli anni inquieti per l’Europa, che sono stati l’interludio tra le due Guerre Mondiali, conflitti che forse sarebbe ora di considerare come un’unica, prolungata guerra, interrotta da un periodo di pace apparente. Attraverso la casa di Lord Darlington, dove serve Mr Stevens, passano importanti personaggi internazionali, che il maggiordomo osserva con distacco, perché, come dice “non è mio compito far mostra di curiosità”.

La caratterizzazione di Mr Stevens passa anche attraverso le riflessioni di costui sul proprio mestiere e ruolo e su cosa renda un maggiordomo davvero grande e migliore degli altri. Egli individua questo elemento nella “dignità” e cerca di descriverci cosa intenda per essa. Ce ne dà uno splendido esempio quando descrive un importante incontro internazionale avvenuto nella dimora del suo padrone e da lui gestito e organizzato, in cui non solo riuscì a gestire la presenza di tanti ospiti, in un clima alquanto burrascoso, giacché si disputava sulle sorti dell’Europa intera e del mondo, ma riuscì a svolgere con professionalità la propria mansione nonostante che, durante il pranzo principale, suo padre, anziano vice maggiordomo alle sue stesse dipendenze, si sentisse prima male e, poi, morisse, in due momenti cruciali della serata.

Del resto, egli dice, la dignità non è una dote specifica sua, di suo padre, quando era un importante maggiordomo o di altri nomi famosi che cita ma “In una parola, la “dignità” è qualcosa che trascende simili personaggi. Da questo punto di vista noi inglesi godiamo di un importante vantaggio nei confronti degli stranieri, ed è per questa ragione che ogni qualvolta si pensa ad un grande maggiordomo, costui deve, quasi per definizione, essere inglese.”

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Kazuo Ishiguro

“Si tratta, come dicevo, di una questione di “dignità”. Si usa dire a volte che i maggiordomi esistono davvero solamente in Inghilterra. Altri paesi, quale che sia il termine effettivamente usato per definirli, hanno unicamente dei domestici. Io sarei propenso a credere che ciò sia vero. Gli europei non sono in grado di fare i maggiordomi, perché come razza non sanno mantenere quel controllo emotivo del quale soltanto la razza inglese è capace.”

Questa dignità si concretizza, in realtà, in una rigidezza comportamentale quasi autistica di Mr Stevens, particolarmente evidente nei rapporti con la governante Miss Kenton, senza la quale forse sarebbe anche potuta nascere una storia d’amore, che, invece resta sempre lì, sospesa, inespressa. Persino in occasione di un grave lutto di Miss Kenton, Mr Stevens non riesce neppure a farle le condoglianze, per non dire a consolarla.

 

L’analisi storica in queste pagine è spesso sfumata o ridotta a piccoli episodi, ma grandemente significativi, come quando, influenzato dai fascisti inglesi, Lord Darlington decide di licenziare due cameriere ebree e il maggiordomo esegue senza alcuna esitazione o riflessione critica (non così la governante). In questo si sente tanto del clima di quegli anni, in cui ancora non si riusciva a comprendere la portata del nazismo e del fascismo.

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Anthony Hopkins ed Emma Thompson in Quel che resta del giorno

Il pragmatico americano Mr  Lewis proclama “Voi, in Europa, avete bisogno di professionisti che si occupino dei vostri affari. E se non vi renderete presto conto di ciò, andrete incontro al disastro.”

Il nobile inglese Lord Darlington risponde “Ciò che voi definite come “dilettantismo”, signore, è una cosa che io credo che la gran parte dei presenti, qui, preferirebbe ancora chiamare “onore” e poi aggiunge “credo di avere un’idea ben precisa di ciò che voi intendete con “professionalità”. La quale sembra indicare il raggiungimento dei propri scopi tramite l’imbroglio ed il raggiro. Significa disporre le proprie priorità sulla base dell’avidità e del vantaggio personale anziché sulla base del desiderio di vedere la bontà e la giustizia prevalere nel mondo. E se questa è la “professionalità” alla quale voi vi riferite, signore, non mi interessa granché, e non ho alcun desiderio di perseguirla.”

In queste poche c’è il più epocale cambiamento di prospettiva vissuto dal XX Secolo. Si passò dal mondo degli ideali a quello dell’economia e del profitto.

Qui Ishirguro descrive soprattutto il passaggio del potere dalla nobiltà terriera a una nuova classe di gente arricchitasi con i commerci. Lo fa in questa disputa avvenuta a latere di una riunione di persone influenti di ogni nazionalità riunitesi, nel 1924, per cercare di alleviare le pesanti pressioni economiche addossate alla Germania a seguito della fine della Prima Guerra Mondiale. Condizioni che in questi stessi anni stavano portando al successo e all’avvento del nazismo con tutto quello che ne sarebbe seguito. Ishiguro qui non sottolinea come il trattamento riservato alla Germania tra le due guerre dalle altre nazioni abbia potuto esacerbare la situazione nella nazione sconfitta, determinando quindi il naturale sbocco in un nuovo conflitto mondiale, eppure, leggendo queste pagine non si può non pensare a quanto grave sia stata in tutto ciò l’irresponsabile comportamento delle altre nazioni.

 

Il cambiamento di tempo, però, è visto con gli occhi del maggiordomo Mr Stevens, che nota quanto la sua generazione di maggiordomi sia divenuta diversa da quella di suo padre, per la quale maggiore fosse stata la nobiltà di sangue della famiglia presso cui si lavorava, maggiore sarebbe stato il prestigio. Ebbene, persino questa “razza” in estinzione (i maggiordomi) stava già, circa un secolo fa, nella prima metà degli anni ’20 del XX secolo adattandosi a un mondo nuovo. Basti pensare a come Mr Stevens definisce la propria generazione di maggiordomi:

Perché noi eravamo, come ripeto, una generazione di idealisti per i quali la questione non era semplicemente quella di stabilire con quanta abilità si sapessero mettere in pratica le proprie competenze, bensì a qual fine lo si facesse; ciascuno di noi nutriva il desiderio di offrire il suo piccolo contributo alla creazione di un mondo migliore e si rendeva conto che nella nostra qualità di professionisti, il mezzo più sicuro per fare una cosa del genere era quello di entrare al servizio dei grandi personaggi del nostro tempo, alle cui mani era stata affidata la civiltà.”

Il romanzo è strutturato come un breve viaggio del protagonista, avvenuto dopo la Seconda Guerra Mondiale, durante il quale riflette e ricorda gli anni tra le due Guerre e il suo servizio

 

Il viaggio dell’ormai anziano maggiordomo si conclude con la riflessione “E forse allora vi è del buono nel consiglio secondo il quale io dovrei smettere di ripensare tanto al passato, dovrei assumere un punto di vista più positivo e cercare di trarre il meglio da quel che rimane della mia giornata” in cui vi è un positivo e costruttivo rammarico per una vita della quale poco prima aveva detto: “Vedete, io mi sono fidato. Mi sono fidato della saggezza di sua signoria. Tutti gli anni nei quali sono stato al suo servizio, ho creduto davvero di fare qualcosa di utile. Non posso nemmeno affermare di aver commesso i miei propri errori. E davvero, uno deve chiedersi, quale dignità vi è mai in questo?

Mr Stevens apparteneva a una generazione che ha “sempre creduto di vivere consacrando la nostra attenzione a fornire il miglior servizio possibile a quei grandi gentiluomini nelle cui mani è riposto davvero il destino della civiltà”.

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“Quel che resta del giorno” di James Ivory con Anthony Hopkins ed Emma Thompson, film tratto dal romanzo di Kazuo Ishiguro

Dove sono oggi siffatti gentiluomini cui affidare le sorti del Paese o della Terra intera? Forse nelle sale dei parlamenti e dei governi? Chi lo crede ancora oggi?

 

Che dire, in conclusione di questo romanzo? Innanzitutto, che conferma pienamente la mia ammirazione per questo autore che avevo già grandemente apprezzato leggendo quell’originale ucronia distopica che è “Non lasciarmi” e quasi altrettanto originale fantasy “Il gigante sepolto”. Va poi detto che questi tre libri hanno forse solo una cosa in comune: sono degli ottimi libri che tutti dovrebbero leggere. Per il resto non potrebbero essere più diversi! E quale segno maggiore della grandezza di un autore della sua capacità di scrivere, bene, storie tanto diverse?

Ho spesso scritto di essere rimasto deluso dall’assegnazione di molti premi nobel. Per fortuna ogni tanto, come nel 2017 quando è stato assegnato a Ishiguro, viene scelto un autore davvero degno. Inoltre, credo questa sia già la terza che a vincere è stato uno scrittore con al suo attivo opere ucroniche (dopo Churchill e Saramago).

 

Da questo romanzo del 1989, con cui Ishiguro vinse il premio Booker e che certo lo ha aiutato a vincere il Nobel, è stato tratto nel 1993 il film omonimo di James Ivory con Anthony Hopkins ed Emma Thompson. Lo vidi quando uscì. Ricordo che mi piacque ma non quanto il romanzo. Dovrei rivederlo, ma non mi pare di ricordare che avesse le stesse delicate sfumature e le stesse approfondite riflessioni della versione scritta.

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STORIA DI UN GENOCIDA CHE SA INVENTARE MONDI IMMAGINARI

Image result for yuval noah harari da animali a deiQuando ho iniziato a leggere “Da animali a Dei” (2014) dello storico israeliano Yuval Noah Harari (Kiryat Ata,Israele 24/02/1976) non pensavo che questo saggio potesse aiutarmi ad approfondire il tema di cui ho parlato nel mio recente articolo “Sopravvivremo alla Sesta Estinzione di Massa?

Il volume, invece, presenta alcuni capitoli assai importanti per comprendere che l’umanità non ha cominciato a danneggiare in modo grave l’intero pianeta solo negli ultimi 200 o 500 anni per effetto della rivoluzione industriale e dell’incremento demografico. Da questo saggio emerge con evidenza come persino gli antichi coltivatori-raccoglitori di epoca pre-agricola, vissuti cioè tra 70.000 e 15.000 anni fa, sono stati in grado di provocare l’estinzione di un grandissimo numero di specie, in particolare gli animali terrestri di grossa taglia, che furono sterminati in maniera quasi totale soprattutto nei continenti in cui l’homo sapiens si trasferì in modo pressoché improvviso, ovvero l’Australia e, ancor più, le due Americhe. Se in Africa ed Eurasia gli animali avevano imparato a temere, poco per volta, gli uomini man mano che questi miglioravano le proprie tecniche di caccia, nei continenti “nuovi” l’arrivo di questa scimmia dall’aria fragile non impensierì i grandi abitanti di quelle zone, che sottovalutarono il pericolo, lasciandosi avvicinare e uccidere con facilità dai cacciatori. L’abitudine a bruciare boschi e giungle per creare radure in cui fosse facile scorgere i predatori e cacciare piccoli animali, contribuì sin da allora a devastare interi eco-sistemi.

Un’altra osservazione interessante di questo libro è nel fatto che a estinguersi, presumibilmente per causa nostra, non furono solo altri “animali”, ma persino i nostri “fratelli” delle altre specie di homo. L’homo sapiens non è, infatti, l’evoluzione diretta dell’uomo di Neanderthal, dell’homo abilis, dell’homo erectus e di molte altre specie di homo ma ne è una sorta di “fratello” allo stesso modo in cui non discendiamo dagli scimpanzé attuali ma da un antenato comune. Il sapiens è divenuto una specie concorrente delle altre e come tale ha contribuito alla loro estinzione, vuoi predando e raccogliendo cibo negli stessi territori, facendo morire di fame  i membri delle altre specie, vuoi, magari, compiendo autentici genocidi. Insomma, l’homo sapiens, ancor prima di diventare un essere tecnologico ha contribuito all’estinzione di un enorme numero di specie animali, compresi i suoi “fratelli” della famiglia biologica homo e a distruggere gli habitat di Image result for yuval noah harari da animali a deimolte altre specie animali e vegetali.

Altra osservazione affascinante di questo saggio è l’importanza della capacità di raccontare storie nel successo della nostra specie.

È relativamente facile concordare sul fatto che solo l’Homo sapiens può parlare di cose che non esistono veramente, e di mettersi in testa cose impossibili appena sveglio. Non riuscireste mai a convincere una scimmietta a darvi una banana promettendole che nel paradiso delle scimmiette, dopo morta, avrà tutte le banane che vorrà.”

La capacità di inventare storie è stata la base della creazione di grandi gruppi organizzati:

Ma la finzione ci ha consentito non solo di immaginare le cose, ma di farlo collettivamente. Possiamo intessere miti condivisi come quelli della storia biblica della creazione, quelli del Tempo del Sogno elaborati dagli aborigeni australiani e quelli nazionalisti degli stati moderni. Questi miti conferiscono ai Sapiens la capacità senza precedenti di cooperare tra grandi numeri di individui.”

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Yuval Noah Harari (in ebraico: יובל נח הררי‎?; Kiryat Ata, 24 febbraio 1976) è uno storico, saggista e professore universitario israeliano. Nel 2012 è stato membro della Giovane Accademia israeliana delle scienze, insegna all’Università Ebraica di Gerusalemme ed è noto soprattutto per aver pubblicato nel 2014 il best seller Sapiens: A Brief History of Humankind.

“Come ha fatto l’Homo sapiens ad attraversare questa soglia critica, arrivando a fondare città con decine di migliaia di abitanti e poi imperi che governavano centinaia di milioni di persone? Il segreto sta probabilmente nella comparsa della finzione. Grandi numeri di estranei riescono a cooperare con successo attraverso la credenza in miti comuni.”

Questa nostra capacità di immaginare e rendere reali le cose, ci ha anche permesso di inventare categorie giuridiche e considerare quindi reali cose che non esistono nella realtà. Per esempio: “La Peugeot appartiene a un particolare genere di finzioni giuridiche chiamate “società a responsabilità limitata”. “Il concetto che sta dietro queste società è tra le più ingegnose invenzioni dell’umanità.”

“Gran parte della storia gira intorno a questa domanda: come si fa a convincere milioni di persone a credere a storie tanto particolari circa gli dèi, le nazioni o le società a responsabilità limitata?”

Questa capacità di immaginare e credere nell’immaginario ha permesso al sapiens di creare le religioni e le ideologie. Tra le ideologie ci sono anche il capitalismo e il consumismo.

Harari, poi, sfata il mito che con l’avvento dell’agricoltura le condizioni di vita dell’umanità siano migliorate rispetto a quando eravamo solo cacciatori-raccoglitori: “Il tipo di vita del cacciatore-raccoglitore differiva notevolmente da una regione all’altra e da stagione a stagione, ma nel complesso pare che questi Sapiens abbiano potuto godere un’esistenza più confortevole e gratificante di quella vissuta dalla maggior parte dei contadini, pastori, operai e impiegati che sono venuti dopo di loro.”

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Hammurabi (il suo codice è citato come uno dei primi sistemi sociali creati dell’homo sapines)

Con l’agricoltura peggiora la dieta, meno varia, e peggiora la qualità del tempo: “Mentre nelle attuali società opulente una persona lavora in media quaranta-quarantacinque ore la settimana e nei paesi in via di sviluppo lavora tra le sessanta e le ottanta ore la settimana, i cacciatori-raccoglitori esistenti oggi negli habitat più inospitali – come il deserto del Kalahari – lavorano in media tra le trentacinque e le quarantacinque ore settimanali. Si occupano della caccia solo un giorno su tre, e la raccolta comporta giornalmente un lavoro fra le tre e le sei ore.”

La Rivoluzione agricola è stata la più grande impostura della storia.

Chi ne fu responsabile? Né re né preti né mercanti. I colpevoli furono una manciata di specie vegetali, compreso il frumento, il riso e le patate. Furono queste piante a domesticare l’Homo sapiens, non viceversa. Si pensi per un momento alla Rivoluzione agricola dal punto di vista del frumento. Diecimila anni fa il frumento era un’erba selvaggia, confinata in una zona piuttosto limitata del Medio Oriente. Improvvisamente, nel giro di qualche millennio, esso cresceva in tutto il mondo. Secondo i princìpi evoluzionistici basilari di sopravvivenza e di riproduzione, il frumento è diventato una delle piante di maggior successo nella storia della Terra. In regioni quali le grandi pianure del Nord America, dove diecimila anni fa non cresceva un solo gambo di questa pianta, oggi si può camminare per centinaia e centinaia di chilometri senza imbattersi in alcuna altra pianta. A livello mondiale, le piantagioni di frumento coprono circa 2,25 milioni di chilometri quadrati della superficie terrestre, quasi dieci volte l’estensione della Gran Bretagna. Come fu che quest’erba diventò, da insignificante, a ubiqua?

Il frumento ci riuscì manipolando l’Homo sapiens a proprio vantaggio. Questa scimmia, diecimila anni fa, stava vivendo una vita tutto sommato confortevole, cacciando e raccogliendo; ma poi cominciò a investire sempre più impegno a coltivare il frumento. Nel giro di un paio di millenni, in numerose parti del mondo, gli umani, dall’alba al tramonto, ormai facevano poco altro a parte prendersi cura delle piante di frumento.”

Se furono le piante ad addomesticare l’uomo e non viceversa, analogo discorso può valere per animali come mucche, pecore e galline, con la differenza, che per il frumento la simbiosi con l’uomo ha portato solo vantaggi riproduttivi e ben pochi svantaggi (almeno fino a a quando non si dimostrerà che anche le piante hanno dei sentimenti e soffrono come gli animali).

Per gli animali “domestici”, il discorso è un po’ diverso, perché, se è vero che ci hanno “addomesticato”, al punto che oggi ci sono molte più mucche, pecore e galline di quante ci sarebbero probabilmente state in natura senza il nostro aiuto.  Questi animali, però, sono stati introdotti nella produzione industriale e, se i loro geni (malati) ora si riproducono più facilmente (e questo è un successo evolutivo), peraltro, come anche Harari evidenzia, la qualità della loro vita ha subito un declino drammatico. In merito si potrebbe approfondire leggendo l’interessante saggio “Se niente importa” di Jonathan Safran Foer. Caso ancora diverso quello degli animali da compagnia, che oggi sono serviti e riveriti.Image result for uomo schiavo del cane

Altre interessanti citazioni sulle origini della nostra specie sono:

Nell’Homo sapiens il cervello vale circa il 2-3 per cento del peso corporeo totale, ma consuma il 25 per cento dell’energia del corpo quando questo è in stato di riposo. Facendo il confronto, i cervelli delle altre scimmie richiedono solo l’8 per cento dell’energia in stato di riposo. Gli umani arcaici pagarono in due modi il fatto di avere cervelli grandi. In primo luogo, spesero più tempo alla ricerca di cibo. Secondariamente, atrofizzarono i loro muscoli.”

 

Il fatto di poter vedere più dall’alto e di usare mani industriose, l’umanità lo pagò con mal di schiena e colli rigidi. Alle donne costò anche di più. L’andatura eretta richiedeva fianchi più stretti, venendo a così restringere il canale vaginale – e ciò mentre le teste dei bambini diventavano sempre più grosse. Per le femmine degli umani, la morte per parto diventò un pericolo enorme.”

 Image result for cervelli a confronto“Addomesticando il fuoco, gli umani acquisirono il controllo di una forza totalmente gestibile e potenzialmente illimitata.”

 “I gruppi vaganti dei Sapiens raccontatori di storie costituirono la forza più importante e più distruttiva che il regno animale avesse mai prodotto.”

 “Tutto ruotava intorno al fatto di raccontare storie e di convincere gli altri a crederci.”

 Da animali a Dei” non si occupa solo della preistoria.

I suoi capitoli sono:

Parte prima. La Rivoluzione cognitiva

  1. Un animale di nessuna importanza
  2. L’albero della conoscenza
  3. Una giornata nella vita di Adamo ed Eva
  4. L’inondazione

Parte seconda. La Rivoluzione agricola

  1. La più grande impostura della storiaImage result for mal di schiena
  2. Costruire piramidi
  3. Memoria sovraccarica
  4. Non c’è giustizia nella storia

Parte terza. L’unificazione dell’umanità

  1. La freccia della storia
  2. L’odore del denaro
  3. Visioni imperiali
  4. La legge della religione
  5. Il segreto del successo

Parte quarta. La Rivoluzione scientifica

  1. La scoperta dell’ignoranza
  2. Il matrimonio tra Scienza e Impero
  3. Il credo capitalista
  4. Le ruote dell’industria
  5. Una rivoluzione permanente
  6. E vissero felici e contenti
  7. La fine dell’Homo Sapiens

Postfazione. L’animale che diventò un dio

Nella terza e quarta parte del saggio (e in parte anche nella seconda) Harari tratta il periodo “storico” della nostra specie, anche se piuttosto che usare la scoperta della scrittura come spartiacque, preferisce parlare di rivoluzione cognitiva, facendo partire tutto da lì e ridimensionando il ruolo della scrittura (che, del resto, di questi tempi sembra stare per morire e cui l’umanità e la Storia potrebbero riuscire a sopravvivere).

Se la parte iniziale mi è parsa la più interessante e densa, anche le altre offrono affascinanti temi di riflessione, come l’idea che le tre forze unificanti dell’umanità siano: denaro, imperi e religioni e come la tendenza generale dell’umanità, grazie all’azione di queste forze, sia verso l’unificazione delle culture.

Image result for denaro e religioneA qualcuno potrebbe sembrare semplicistico descrivere in poche centinaia di pagine la storia dell’umanità da 70.000 anni fa, quando i soli strumenti che sapevamo usare erano pietre e bastoni, a oggi, ma “Da animali a dèi” non ha la pretesa di descrivere tutti gli eventi di tutte le culture che si sono succedute in questi millenni sulla Terra. Quella che fa è un’analisi della nostra evoluzione-storia, con uno sguardo diverso. Come Jared Damond in “Armi, acciaio e malattie” analizzava il prevalere degli euro-asiatici sugli altri popoli con lo sguardo di un ornitologo, riuscendo a cogliere aspetti generali che agli storici attenti ai dettagli di norma sfuggono, così questo saggio di Harari riesce a portarci a riflettere sulle tendenze generali della nostra storia e sulle pulsioni che la muovono.

Nella parte finale, per esempio, lo storico s’interroga su come sia cambiata la felicità dell’uomo dall’antichità a oggi, cercando, innanzitutto, di capire che cosa s’intenda con “felicità”, come sia misurabile e come sia un concetto tipico del nostro tempo.

Gli ultimi cinquecento anni hanno assistito a una serie sbalorditiva di rivoluzioni. La terra è stata unificata in un’unica sfera ecologica e storica. L’economia si è sviluppata in misura esponenziale, e l’umanità oggi gode di un tipo di ricchezza un tempo riservato solo alle fiabe. La scienza e la Rivoluzione industriale hanno conferito all’umanità poteri sovrumani e un’energia praticamente illimitata. L’ordine sociale si è trasformato Image result for ricerca della felicitàcompletamente, così come la politica, la vita quotidiana e la psicologia umana.

Ma siamo più felici?”

Oggi abbiamo un livello di sopportazione del dolore e della sofferenza assai più basso che nel passato e una percezione della violenza che ci circonda assai maggiore. Questo ci inganna facendoci credere di vivere in un tempo violento, ma come questo testo dimostra (e molti altri studi con esso), stiamo vivendo nell’epoca meno violenta e più pacifica che l’umanità abbia mai attraversato.

Ciò che nessuno può negare è che la violenza internazionale è scesa a un minimo storico.”

Tra le varie ragioni che hanno contribuito a rendere le guerre degli eventi eccezionali e non più abituali, Harari elenca “Primo fra tutti, il prezzo della guerra è salito drasticamente. A Robert Oppenheimer e ai suoi colleghi artefici della bomba atomica avrebbe dovuto essere stato attributo il Nobel per la pace, avendo reso inutile questo premio dopo di loro.”.

In secondo luogo, mentre il prezzo della guerra s’impennava i profitti della guerra declinavano. Nel corso di gran parte della storia le nazioni potevano arricchirsi depredando o annettendo territori nemici. Il grosso della ricchezza consisteva di campi coltivati, bestiame, schiavi e oro, per cui era facile far bottino di queste cose. Oggi la ricchezza consiste principalmente di capitale umano, di know-how tecnico e di complesse strutture socioeconomiche quali le banche. Di conseguenza è difficile portare via questi beni o incorporarli nel proprio territorio.”

“Mentre la guerra diventava meno proficua, la pace diventò più lucrativa che mai.”

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“Ultimo ma non da meno, nella cultura politica globale ha avuto luogo uno spostamento tettonico. Nella storia, numerose élite – come i condottieri Hun, i nobili vichinghi e i sacerdoti aztechi – consideravano la guerra un bene positivo. Altri la vedevano come un male, ancorché inevitabile, da ricondurre possibilmente a proprio vantaggio. La nostra è la prima epoca nella storia in cui il mondo è dominato da un’élite amante della pace”.

Infine, Harari lancia, infine, uno sguardo verso il futuro, immaginando dove potrebbero portarci lo sviluppo della biotecnologia e della genetica:

i Sapiens, malgrado gli sforzi e conquiste da essi compiuti, non sono capaci di liberarsi dai loro limiti biologici. All’alba del ventunesimo secolo, questo sembra non essere più vero: l’Homo Sapiens sta valicando i propri limiti. Egli comincia ora a spezzare le leggi della selezione naturale, sostituendole con quelle della progettazione intelligente.”

Oggi il sistema di selezione naturale, vecchio di quattro miliardi di anni, sta affrontando una sfida completamente differente. Nei laboratori di tutto il mondo gli scienziati stanno progettando esseri viventi.”

“Al momento in cui scrivo, la sostituzione della selezione naturale da parte della progettazione intelligente potrebbe avvenire in uno di questi tre modi: attraverso la bioingegneria, la cyberingegneria (i cyborg sono esseri che combinano parti organiche con parti non organiche) e l’ingegneria della vita inorganica.”

“La nostra capacità di programmare non soltanto il mondo che ci circonda, ma soprattutto il mondo dentro i nostri corpi e le nostre menti, sta sviluppandosi a velocità vertiginosa.”

 

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In sintesi questo libro ci dice che “Settantamila anni fa l’Homo sapiens era ancora un animale insignificante che si faceva i fatti suoi in un angolo dell’Africa. Nei successivi millenni si trasformò nel signore dell’intero pianeta e nel terrore dell’ecosistema. Oggi è sul punto di diventare un dio, pronto ad acquisire non solo l’eterna giovinezza ma anche le capacità divine di creare e di distruggere.”

Il volume si conclude con un’angosciante interrogativo su cui tutti dovremmo riflettere (e agire) “Può esserci qualcosa di più pericoloso di una massa di dèi insoddisfatti e irresponsabili che non sanno neppure ciò che vogliono?” Questi dèi insoddisfatti siamo noi.

Credo che un primo passo per trovare la soluzione a questo problema, che ha fatto sì che l’homo sapiens (unica specie, per quanto ne sappiamo, a essere arrivata a tale grado di distruttività) stia mettendo a repentaglio l’esistenza di tutte le altre specie viventi e, presumibilmente, anche la propria, sia proprio leggere libri come questo, che ci aiutano a vedere il mondo in modo diverso.

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La serie TV “Vikyng”

L’ANGELO DEL FANGO NELL’ALLUVIONE

Ed ecco che è uscito anche il numero speciale della rivista “ProgettandoIng” dell’Ordine degli Ingegneri di Firenze, edita da Nerbini.

Il n. 4 dell’Anno XI s’intitola “1966: Memorie di un’alluvione” e ricorda i drammatici eventi fiorentini di 51 anni fa. Dopo l’editoriale di Giuliano Gemma, la rivista si apre con il mio resoconto surreale, dallo strano punto di vista, di quell’alluvione (“L’angelo del fango”). A parte uno, anche gli articoli che seguono, questa volta sono meno tecnici rispetto alle consuetudini della rivista, ma piuttosto testimonianze di quei tristi eventi.

I LIBRI DIETRO IL SOGNO DEL RAGNO

Dietro un libro si nascondono sempre molti altri libri. A volte fanno capolino e si fanno riconoscere, altre volte lasciano solo il loro profumo, altre volte ci sono ma sono come fantasmi la cui presenza aleggia nell’aria ma non si riescono a vedere.

 

IL SOGNO DEL RAGNO” ha dietro di sé tutti i libri che ho letto, anche quelli che non hanno nulla a che fare con Sparta, con la Grecia, con l’ucronia o con la distopia.

Ce ne sono, però alcuni che ho letto appositamente per documentarmi. Dovendo scrivere un’opera di fantasia la mia preoccupazione non era tanto di trovare fonti attendibili quanto di calarmi nell’atmosfera, per cui spesso sono romanzi.

IL SOGNO DEL RAGNO” descrive un presente alternativo, ucronico, in cui Sparta, vinta Tebe, distrutta Atene, assoggetto l’Impero Romano, oggi domina su gran parte del mondo. Dunque, sebbene mutata da 2400 anni di storia, la cultura sottostante deriva da quella di Sparta. Su Sparta ho letto, allora, varie cose su internet ma anche alcuni libri.

Tra i romanzi di ambientazione spartana ricorderei “Le porte di fuoco” di Steven Pressfield, sulla battaglia delle Termopili, la grande impresa di Leonida e dei trecento guerrieri spartiati che, con poche altre migliaia di greci, rallentarono per tre giorni l’avanzata dell’immenso esercito persiano di Serse, impedendone la vittoria finale e contribuendo a determinare le sorti del mondo, che, senza di loro, oggi sarebbe di sicuro diverso (ma questa sarebbe un’altra ucronia e un altro romanzo).

Risultati immagini per le porte di fuoco pdfHo anche letto “300 guerrieri” di Andrea Frediani e “Lo scudo di Talos” di Valerio Massimo Manfredi. Anche questi due romanzi descrivono la battaglia delle Termopili, certo l’evento più noto della storia spartana e il più romanzato. In merito ho anche visto il fumettone cinematografico “300”, che fa somigliare la battaglia a uno scontro di supereroi, ma ha un suo fascino pop. I mei mutanti forse sono un po’ debitori alle strane creature di questo film. Di Manfredi dovrei citare anche la trilogia “Alexandros” sul grande macedone e “Il mio nome è nessuno” su Ulisse. Sull’opera omerica ci sarebbe la recente rilettura fatta da Alessandro Baricco con “Iliade, Omero”. Di Andrea Frediani citerei anche “Marathon”.

Su Sparta e la Grecia ho anche letto “Apofgtemi spartani – Le virtù di Sparta” di Plutarco, l’antologia di saggi “L’uomo greco” curata da Jeanne-Pierre Vernant, “Sparta. Storia politica e sociale fino alla conquista romana” di Edmond Lévy e il saggio “Una guerra diversa da tutte le altre” di Victor Davis Hanson.

Le virtù di Sparta” sono state certo la fonte storica antica più importante per il libro, tanto che all’inizio dei capitoli, che cominciano sempre con una citazione, spesso queste sono prese proprio dallo scritto di Plutarco.

I saggi de “L’uomo greco” mi hanno aiutato a rinverdirne le mie memorie scolastiche del liceo classico. Tutte le letture di allora sono, però, ben presenti in me e in questo libro, dalle tragedie di Eschilo, Sofocle e Euripide, alle opere di Omero, alle commedie greche, oltre a tutti i saggi che lessi allora e alle lezioni della Professoressa Di Lorenzo al Liceo classico De Santis.

Importanti spunti nuovi li ho presi da “Una guerra diversa da tutte le altre”. È un libro che fa riflettere. Innanzitutto sull’influenza che le guerre, quella del Peloponneso in particolare, hanno avuto sulla cultura greca. Giustamente Hanson si chiede se avremmo avuto Sofocle, Euripide e Aristofane se questa guerra non fosse stata tanto lunga e violenta. La guerra fu catalizzatrice di civiltà e di cultura o contribuì a dissipare energie che si sarebbero potuto dedicare alle arti? Certo senza questo conflitto fratricida, la Grecia sarebbe stata assai diversa. Ne “IL SOGNO DEL RAGNO” questo concetto è centrale: Sparta vive di guerra e nella guerra, senza posa: le arti, le scienze sono state annullate da questo stato di belligeranza continua. Hanson Risultati immagini per una guerra diversa da tutte le altreintendeva forse l’inverso, ma lui descriveva la Sparta reale. Prolunghiamo uno stato militare che vive solo mediante un continuo stato di allerta e di conquiste e chiediamoci cosa sarebbe delle altre attività umane. La mia risposta è il ciclo “VIA DA SPARTA”.

Sulla Grecia mi ha anche ispirato il film “Agorà” di Alejandro Amenábar, a seguito del quale ho letto il saggio “Ipazia” di Silvia Ronchey. C’è molto di Ipazia nelle donne della mia Sparta contemporanea. Donne forti che, in un mondo maschilista, hanno in mano la scienza (come Ipazia) e l’economia e forse il vero potere.

Tra i classici greci riletti mentre scrivevo “VIA DA SPARTA” c’è poi “Il simposio” di Platone. Utile riflessione su come fosse diversamente concepito l’amore dai Greci e questo è molto evidente in questi miei romanzi, in cui l’amore omosessuale è la norma e quello eterosessuale quasi un’aberrazione e in cui il matrimonio è solo un accordo per la procreazione e la gestione economica.

Per la parte su Nippon, il Giappone, ricorderei “Storia del Giappone” di Paolo Beonio Brocchieri.

Per il viaggio in aerostato, mi è stato utile quanto raccontato da Jules Verne in “Cinque settimane in pallone”.

 

A parte le fonti storiche, “VIA DA SPARTA” vive anche dei libri scritti da me in precedenza. Quando scrissi “Il Colombo divergente” ancora non sapevo di scrivere un’ucronia e ne divenni consapevole solo durante la scrittura di “Giovanna e l’angelo”. In seguito cercai di scrivere dei racconti “consapevolmente” ucronici e curai la raccolta, cui parteciparono altri 17 autori, “Ucronie per il terzo millennio”. Con il ciclo “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia” applicai l’ucronia ai viaggi nel tempo e alla fantascienza.

Chi mi leggeva, cominciò a considerarmi un autore di ucronie, ma nonostante questi libri, sentivo di dover ancora realizzare una vera epopea ucronica. “Il Colombo divergente” e “Giovanna e l’angelo” sono descrizioni del momento in cui la storia muta. Con “VIA DA SPARTA” ho voluto descrivere un intero mondo alternativo che nascesse da una divergenza storica nel passato. Collocare questa divergenza 2400 anni fa, mi permetteva di muovermi davvero in un mondo nuovo.

In “VIA DA SPARTA” compare un personaggio presente ne “La bambina dei sogni” e uno che viene da Giovanna e l’angelo” e ci sono citazioni de “Il Colombo divergente”, “Jacopo Flammer e il popolo delle amigdale” e “Jacopo Flammer nella terra dei suricati”. Nei romanzi di “VIA DA SPARTA” c’è anche qualcosa del pensiero che sta dietro raccolte come “Il terzultimo pianeta”, con l’idea di un pianeta con risorse limitate, e “Schiavi part-time” per la vita degli schiavi moderni.

 

Tra le opere che mi hanno ispirato c’è tanta fantascienza e tanta ucronia. Citare tutta la fantascienza allungherebbe troppo questo testo e comunque l’influsso di tali libri è spesso solo indiretto.

Tra le opere ucroniche, quelle che maggiormente si avvicinano a “VIA DA SPARTA” sono “Roma eterna” di Robert Silverberg e “Romanitas” di Sophia McDougall che immaginano il prolungarsi fino ai giorni d’oggi dell’Impero Romano.

A parte che questi parlano di Roma e non di Sparta, “IL SOGNO DEL RAGNO” è, comunque, molto diverso da questi due libri. Silverberg descrive, attraverso una serie di racconti ambientati in numerose epoche storiche diverse, l’intera storia di Roma, fino ad oggi, mentre “IL SOGNO DEL RAGNO” e il ciclo “VIA DA SPARTA” descrivono una sola epoca: un presente alternativo. Lo stesso fa “Romanitas” ma se l’opera della McDougall mi ha ispirato è stato solo in negativo, nel senso che la lettura di questo romanzo mi ha talmente disturbato che, forse, ha contribuito a spronarmi a Risultati immagini per roma eternarealizzare quello che lei davvero non era riuscita a fare.

Ho trovato insopportabile che in un mondo in cui, ai giorni d’oggi, c’è ancora l’impero romano, a parte la geografia degli stati, la presenza dell’imperatore a Roma, gli Dei e i sesterzi ci sia ben poco d’altro di diverso dal nostro mondo reale. Ci sono automobili, aerei, televisioni, negozi… tutto ciò a cui siamo abituati. Porca miseria! Secoli di storia influenzati da Roma e viviamo come adesso? Ma via!

Ne “IL SOGNO DEL RAGNO” quasi tutto è diverso: non esistono le famiglie, la gente va in giro nuda, uomini e donne vivono separati, l’informatica non esiste, la meccanica è in ritardo, la genetica più avanti, l’arte quasi assente, la società divisa tra schiavi e padroni, il mondo meno sovrappopolato, il rapporto con la natura è più rispettoso, le case sono sotterranee, uomini e donne hanno ruoli sociali molto diversi e via dicendo.

Credo che così debba essere un’ucronia. Una piccola variazione nella storia porta grandi cambiamenti più passa il tempo. Il permanere del dominio di un popolo per due millenni e mezzo non può che mutare profondamente il mondo.

Per l’idea di ucronia, citerei “Finzioni” di Jorge Luis Borges.

L’idea della genetica evoluta mi viene, chiaramente dall’uso spartano di sbarazzarsi dei deboli e dei malati ma anche da un grande ciclo di romanzi, “Il libro degli Ylané”, un’ucronia che immagina una razza di dinosauri che, dominando la genetica, sopravviva fino alla preistoria umana. Sulla genetica sono anche stato influenzato dal saggio “Epigenetica – Il DNA che impara” di Ernesto di Mauro, che ho letto con l’idea di capire quanto avesse senso quanto già avevo scritto a proposito di sistemi di codificazione di informazioni usando i geni.

Risultati immagini per Yilanè

 

Come negare che nelle battaglie di “VIA DA SPARTA” non ci sia il Tolkien de “Il signore degli anelli” e magari un po’ del Lewis de “Le cronache di Narnia” o, addirittura, “Guerre stellari”?

In “VIA DA SPARTA” compaiono delle isole abitate da bambini allevati come donatori d’organi, ispirata dalla distopia ucronica “Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro, da poco insignito del Premio Nobel.

In queste pagine c’è anche Stephen King e il suo ciclo della Torre Nera, citato sia esplicitamente che implicitamente.

I lupi, che spesso compaiono, sarebbero cero diversi e, magari, non ci sarebbero, se non avessi letto “Il lupo e il Risultati immagini per non lasciarmifilosofo” di Mark Rowlands.

E Isaac Asimov? Difficile trovarlo in “VIA DA SPARTA”, ma tra le righe sono certo che si possa scorgere qualche pelo dei suoi fluenti basettoni, così come da qualche parte ci deve stare anche la Rowling o, almeno, lo spero, qualcuno dei suoi magici ingredienti. Lansdale è in qualche metafora grottesca. Turtledove c’è nella sua visione fantastica dell’ucronia.

Per le riflessioni sul tempo  ricorderei il bel saggio di Fusaro “Essere senza tempo”, ma anche  “Il Libro dell’orologio a polvere” di Ernst Jünger (le clessidre che compaiono nel libro, sono state stimolate da questa lettura).

Risultati immagini per torre nera KingDi qualche aiuto per le scene di avventura è stato il “Manuale di sopravvivenza” di Peter Darman.

La mia visione della storia risente, credo, delle opere di Jeremy Rifkin e Jared Diamond.

La dieta degli spartani moderni è in parte influenzata dalla lettura di “Se niente importa” di Jonathan Safran Foer, che mi ha fatto acquisire una diversa consapevolezza sul cibo.

La forte divisione in classi potrebbe risentire un po’ anche della lettura de “I cani e i lupi” di Irene Nemirovsky, che narra di un mondo diviso, spezzato. Diviso tra ricchi e poveri, tra ebrei ucraini e cattolici francesi, tra ebrei poveri ed ebrei ricchi, tra cani e lupi, animali simili, ma dalle anime così diverse. I lupi che corrono per le vie di Sparta sono anche figli della Nemirovsky.

Da qualche parte potreste forse trovare qualche sbiadita traccia di Haruki Murakami, José Saramago, Mo Yan, Dino Buzzati e persino qualche briciola di McCarthy.

Ci sono poi tutti coloro che vengono citati all’inizio di ogni capitolo: Borges, Ermippo di Smirne, Le Courbusier, Polibio, il già nominato Plutarco (che compare più volte), Apollodoro, Platone, John Adams,  Woody Allen, Eraclide Lembro, Platone, la Bibbia, Natsume Soseki, Senofonte, Heinrich Böll, Victor Davis Hanson (del cui saggio parlo sopra). E tutti questi solo per “Il sogno del ragno”, altri compaiono nei volumi successivi. Non sono solo citazioni. Ogni capitolo è stato scritto sotto l’influenza della frase che vi compare all’inizio.

Dimentico qualcosa o qualcuno? Sicuramente. Come dicevo all’inizio, in ogni libro che scrivo c’è un poco di tutti i libri che ho letto e questi, a loro volta, contengono tutto ciò che è stato letto dai loro autori.

Ogni libro contiene infiniti libri.

LE SPIRALI ATTORNO AL GOLPE

Risultati immagini per anatomia di un istante di javier cercasAnatomia di un istante” (2009) del giornalista e professore spagnolo Javier Cercas Mena (1962) non è un romanzo (come da qualche parte erroneamente si scrive), anche se l’autore è noto per l’uso del cosiddetto romanzo non-fiction e l’unione di cronaca e saggio con la finzione, ma un saggio sul golpe del 23 febbraio 1981 in Spagna. Il colpo di stato fu un evento mediatico, in quanto ripreso dalle telecamere e Javier Cercas Mena inizia la sua indagine proprio da queste immagini, analizzando innanzitutto il comportamento dei vari protagonisti in quell’occasione, nel parlamento spagnolo, mentre i militari armati irrompevano sparando. La sua indagine si concentra soprattutto sul grande protagonista di quello “spettacolo” nonché principale bersaglio dei golpisti, il presidente del consiglio dimissionario Don Adolfo Suárez González, I duca di Suárez. L’autore mostra il primo ministro restare in piedi, mentre quasi tutti i parlamentari si buttano a terra, nascondendosi sotto gli scranni. Un’altra figura che resiste agli spari e alla violenza dei golpisti che vorrebbero far distendere è il capo del partito comunista Carrillo.

L’autore esamina il senso e il simbolo del loro gesto, andando ad allargare la scena al passato e al futuro. Non stima Suárez, un ex-falangista franchista, passato poi al potere per gestire il passaggio dalla dittatura franchista alla democrazia, ma vede in quel suo gesto il riscatto di tutti coloro che erano stati fascisti e che ora dicono no a quel modo di affrontare le cose.

Ci mostra come questo presidente, messo al governo dal re e con l’appoggio delle destre, abbia in realtà smantellato molto di quello che rappresentava questa destra dittatoriale, aprendo alla sinistra e “sdoganando” persino il partito comunista. Fu sempre lui ad aprire alle autonomie catalane, basche e galiziane, in uno stato storicamente centralista. E proprio in questi giorni, in Catalogna, con il referendum separatista, forse stiamo proprio vedendo i frutti di quella politica così poco nazionalista.

Al momento del golpe, Suárez aveva perso ogni appoggio, inviso alla destra, guardato con sospetto dalla sinistra che ne ricordava i trascorsi franchisti e, persino, abbandonato dal suo re.

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Javier Cercas Mena

I golpisti erano, dunque, convinti che la sua caduta non avrebbe trovato oppositori. C’erano, spiega Javier Cercas Mena, in realtà tre golpe l’uno nell’altro, ognuno con idee diverse, ma accomunati solo dal desiderio di spodestare Suárez. I golpisti erano convinti, più o meno in buona fede, di avere in questo l’appoggio del re. Non lo ottennero nel momento decisivo e così il golpe fallì, lacerato dalle sue diverse anime, diviso tra chi voleva un golpe duro e chi uno morbido.

Il libro descrive con toni quasi romanzeschi questi personaggi, i golpisti, il presidente, il re, girando attorno al momento cruciale del 23 Febbraio 1981. Ci gira, però, così tanto intorno, tornandoci e ritornandoci per vie simili o vicine, che spesso il panorama somiglia anche troppo a quanto già abbiamo letto. Oltre trecento pagine avrebbero potuto ridursi a un terzo senza eccessiva perdita di informazioni. Questa struttura narrativa spiraliforme, di per sé, potrebbe anche essere una forma interessante, ma diventando strumento per ripetere immagini, scene e concetti già detti, finisce per annoiare, soprattutto un lettore italiano, che a differenza di quello spagnolo, considera il golpe del 23 Febbraio un evento storico del tutto marginale e del quale forse gli basterebbe conoscere le linee essenziali. Se questo fosse un vero romanzo, sarebbe un’altra questione, ma essendo un saggio, pur avendo una scrittura vivace e coinvolgente, alla fine un po’ annoia.

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Adolfo Suárez González

Rimane la sensazione della grande debolezza della democrazia in Spagna negli anni dopo la fine del franchismo e visti i recenti eventi catalani, si capisce che questa fragilità non è ancora terminata. Per una volta, l’Italia, nel raffronto con l’estero, pare un baluardo della democrazia e della libertà. Del resto non abbiamo avuto la ventura di un fascismo franchista durato fino alla morte di Francisco Franco il 20 novembre 1975. Se Benito Mussolini non fosse stato sconfitto e fosse vissuto per altri trent’anni che Italia avremmo avuto negli anni ’80? E oggi? Ma questa è materia per un’ucronia come “L’inattesa piega degli eventi” di Enrico Brizzi o “Nero italiano” di Giampietro Stocco.

APERICENA SPARTANO CON RAGNO AL CAFFÈ DEGLI ARTIGIANI

Giovedì 19 Ottobre 2017 alle ore 20,30 presso il Caffè degli Artigiani, in via dello Sprone 16/Rosso, a Firenze, presentazione de IL SOGNO DEL RAGNO. Vi aspetto!

Dopo la sfarzosissima e assai poco spartana presentazione introduttiva de IL SOGNO DEL RAGNO, avvenuta il giorno stesso della sua pubblicazione, il 28/09/2017, nell’elegante Sala degli Affreschi del maestoso Westin Excelsior in Piazza Ognissanti a Firenze, è giunto il momento di una presentazione più approfondita e intima nella saletta del Caffè degli Artigiani, in via dello Sprone 16/Rosso, non lontano dalla mitica Piazza della Passera, centro degli antichi bordelli cittadini fino a circa un secolo fa e sin dai tempi di Cosimo I de’ Medici, che pare ne frequentasse uno in zona.

Il nome della piazza, però, potrebbe anche derivare, secondo una leggenda metropolitana, non dalla natura a luci rosse del quartiere, ma da un ben più infausto evento, il ritrovamento di un volatile malato di peste, che diede l’avvio alla tremenda epidemia di boccaccesca memoria.

Al Caffè degli Artigiani, però, non parleremo né di bordelli, né di peste, né di storia fiorentina, ma del romanzo ucronico IL SOGNO DEL RAGNO, che, peraltro, si apre proprio con una scena di violenza sessuale, che potrebbe far rimpiangere i postriboli fiorentini. IL SOGNO DEL RAGNO racconta, infatti, di un mondo presente del tutto diverso dall’attuale, per effetto della vittoria di Sparta su Tebe, 2400 anni fa, che ha portato all’espandersi di un vero e proprio impero spartano sull’Europa, mutandone usi e costumi, arti e mestieri, tecnica e scienza. Un mondo violento in cui impera la guerra costante e in cui lo stupro è pratica quotidiana. Due ragazze si oppongono a questo mondo, le protagoniste del romanzo.

Presenteranno il romanzo, per Porto Seguro, l’editore Paolo Cammilli, l’editor Lucrezia Neri, nonché lo scrittore Sergio Calamandrei.

Segnatevi allora bene questa data: giovedì 19 Ottobre 2017, ore 20,30, Caffè degli Artigiani, via dello Sprone 16/R, Firenze, in Oltrarno, tra Ponte Santa Trinita e Ponte Vecchio.

Tutti sono invitati, ma il posto non è molto grande, per cui, per favore fatemi sapere se ci sarete (menzin@virgilio.it).

La consumazione non è obbligatoria, ma chi vuole con € 10,00 potrà bere e mangiare.

Vi aspetto numerosi.

Aperiocena al Caffé degli Artigiani 19 10 2017

IL SOGNO DEL RAGNO – OFFERTA LANCIO NUOVA USCITA

In occasione dell’uscita del mio nuovo romanzo IL SOGNO DEL RAGNO, offro il volume in offerta speciale a € 12,00, comprese le spese di spedizione con piego libro in Italia.

In alternativo, offerta specialissima, due libri a € 20, spese di spedizione comprese: una copia de IL SOGNO DEL RAGNO e una de LA BAMBINA DEI SOGNI.

E, infine, offerta stracciatissima, per € 18,00, IL SOGNO DEL RAGNO e una copia della prima edizione de IL COLOMBO DIVERGENTE.

 

 

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