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GLI ANNI DEI NOSTRI SOGNI VIOLENTI E APPASSIONATI

Crescevano sogniHo incontrato un paio di volte Stefano Carlo Vecoli, ma non saprei dire quanti anni abbia. Credo qualcuno più di me, che sono nato nel 1964. Certo Vecoli non è Giulio.

Giulio è il protagonista di “Crescevano sogni”, romanzo scritto, appunto, da Stefano Carlo Vecoli.

Perché m’interrogo sulla sua età? Perché “Crescevano sogni” ha un forte sapore autobiografico, perché le sue pagine raccontano di una gioventù che somiglia se non alla mia a quella di tanti che avevano la mia età. Se questa comunanza tra il protagonista Giulio e l’autore Stefano Carlo è reale, allora Vecoli deve davvero avere qualche anno più di me, perché vive il 1968 (e gli anni successivi) da liceale, mentre io li ho vissuti da bambino delle scuole elementari. Giulio, del Sessantotto ha vissuto i sogni, io, arrivato più tardi, le disillusioni. Ho fatto il liceo negli “anni di piombo”, poco dopo il 1977, quando le ideologie stavano degenerando in violenza e terrorismo.

Eppure in queste pagine sento atmosfere che non erano poi tanto diverse da quelle dei tempi del mio liceo: le assemblee scolastiche, le occupazioni, le manifestazioni. Vecoli non parla di scioperi, ma io ricordo anche quelli e penso ci fossero anche ai tempi di Giulio.

Crescevano sogni” è insomma un romanzo che a noi nati negli anni ‘50  e ’60 fa rivivere un mondo e un’atmosfera che ormai sembrano lontanissimi.

I nostri mondi si somigliavano nonostante questi anni a separarci, nonostante io vivessi più nel riflusso, nell’edonismo reaganiano (come lo chiamava l’opinionista Agostino), nonostante lui vivesse in Toscana, in Versilia (coordinate non meglio precisate – eppure la Versilia è lunga) e io a Roma, nella tumultuosa capitale, nei luoghi del rapimento di Moro, nei luoghi di tanti attentati. Lui, però, viveva in un contesto dove la sinistra prevaleva e “non si lasciava parlare i fascisti”. Io, invece, mi sono trovato in un liceo dominato dalla destra più estrema (Terza Posizione e altro) quando, in un periodo in cui il MSI aveva a stento il 5%, i Rappresentanti di Istituto di destra erano oltre il 50% e a parlare erano solo loro. Fu un successo quando, con una lista mista, arrivammo a ottenere la metà dei seggi, lasciando alla destra solo un quarto.

Riconosco, però, le battaglie di Giulio, la sua sorpresa e disillusione quando l’amico di sempre, Cesare, passa con i “fasci”.

Riconosco il linguaggio “politichese” di quegli anni, che Vecoli rende con perizia e precisione.

Riconosco i rapporti “difficili” con l’altro sesso, in un’epoca che non aveva certo la sfrontatezza attuale.

Riconosco le amicizie, i gruppi, i cineforum, i modi di passare il tempo così diversi da quelli dei nostri figli.

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Stefano Carlo Vecoli

Riconosco i sogni di cambiare il mondo (anche se c’era poco accordo su come farlo).

Riconosco, soprattutto, la violenza che quei sogni cercava di fermare o che sembrava uno strumento per realizzarli, perché, nel mio tempo, era questa violenza a caratterizzare ogni cosa. Il terrorismo di oggi, mi pare poca cosa rispetto a quello di allora, quando i terroristi erano quelli della porta accanto, non stranieri, non persone di altre religioni, ma i nostri stessi compagni di scuola. Senza bisogno di conoscere i veri terroristi, chi non conosceva però qualcuno che simpatizzasse per le Brigate Rosse, per i NAR o per Ordine Nuovo, anche se magari solo a parole?

Erano anni in cui i ragazzi credevano con tutto il cuore nella politica ma anche anni in cui per la politica ci si picchiava selvaggiamente. Erano anni in cui spesso si restava a casa per qualche allarme bomba, in cui si aveva paura ad andare in luoghi frequentati, teatro di attentati, in cui a volte trovavamo la scuola bloccata con delle catene, o scoprivamo che la notte era entrato qualcuno per bruciarla.

Gli anni dal 1969 in poi di cui parla Vecoli, sono anni meno violenti di questi, eppure anche lì, in quella Versilia che oggi per me vuol dire vacanze al mare, i ragazzi arrivavano a gesti di una violenza esagerata se non estrema e anche di questa ci parla questo romanzo. Un romanzo che parla del nostro passato. Un passato così irriconoscibile per i giovani di oggi che penso che non potranno che leggerlo come un romanzo storico, un’avventura in un Paese immaginario. Eppure quello che con passione e partecipazione descrive Vecoli era proprio il nostro, era proprio l’Italia, l’Italia della nostra ormai lontana gioventù.

Crescevano sogni” è un libro che dovrebbero leggere anche i liceali di oggi, per provare a capire, almeno un po’, da dove è arrivato il mondo in cui vivono.

Un libro che gli adulti di oggi potranno leggere per riscoprire un passato che ci stiamo dimenticando, mentre l’Italia sembra tornare indietro a tempi persino più antichi.
Un libro di cui mi verrebbe quasi voglia di scrivere la mia versione, parallela ma diversa.

 

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AFFRONTARE LA GUERRA CON OTTIMISMO

Ho incontrato poche volte Adrian Jucker nella mia vita. Era il fratello minore di mia nonna Sylvia, l’ultimo di 5 fratelli, di cui il primo, Philip, morto nel 1937 durante una corsa automobilistica, se non erro. Mio padre, Filippo, nato alla fine dello stesso anno, ne ereditò il nome. Lo ricordo come una sorta di simpatico babbo natale, corpulento e con un gran barba candidissima. Una bella figura. Anche da giovane, a giudicare dalle foto mi pare si potesse definire un bell’uomo, dall’aria sportiva e signorile.

Zio Adrian era nato nel 1920 e morì nel 2001. Di recente ho scoperto su Facebook una sua autobiografia, in vendita su Amazon, dal titolo “Memories of a Desert Rat”, che scrisse all’età di 76 anni, dietro insistenza delle figlie Angie, Carolyn e Franky, che lo aiutarono nella stesura del volume.

Oggetto del libro sono le sue memorie personali della Seconda Guerra Mondiale.

A parte l’interesse personale nello scoprire meglio un parente attraverso le sue stesse parole, ho trovato questo libretto (si tratta di appena 64 pagine) davvero gradevole e interessante.

Come Adrian Jucker stesso dice fin dall’inizio, non ha alcuna pretesa di raccontare l’intera Guerra, il suo senso, le sue motivazioni o il suo reale svolgimento, ma di raffigurare il modo in cui l’ha vissuta lui stesso e in questo intento, a mio avviso, riesce assai bene, innanzitutto perché non manca di una buona dose di humour, ma, soprattutto perché la narrazione appare assai vivace.

La strana sensazione che mi ha lasciato, nonostante egli abbia affrontato alcune delle più cruente battaglie del secolo, quali due El Alamain e lo sbarco in Normandia e abbia combattuto su un gran numero di fronti, da quello italiano a vari fronti africani, alla Francia, è quella di un ragazzo che stia affrontando una vacanza piuttosto avventurosa e con parecchi inconvenienti. Sebbene egli sia più volte ferito, sembra conservare ogni volta intatto il suo ottimismo, la sua voglia di combattere, la sua curiosità, il suo amore per la vita.

Adrian Jucker nel 1938

E, tra una micidiale battaglia e l’altra riesce a trovare il tempo per cercare di migliorare la sua dieta, per rifornirsi di liquori, per farsi una bella cavalcata o per andarsene per mare su una barca, per il puro gusto di farlo. Del resto quando partì aveva solo 20 anni e la gioventù vede tutto in modo diverso. Eppure ci racconta che per 5 mesi di fila non si poté lavare, per tre anni non sentì la voce della moglie e vide la sua primogenita Angie solo dopo vari anni dalla sua nascita. Come avrete intuito, Adrian era inglese, sebbene la famiglia sia di origini svizzere, e avesse una nonna, Luisa Fontana, italiana. Nei suoi racconti si trova a combattere contro i tedeschi, ma come precisa a un certo punto, in realtà in battaglia aveva più spesso di fronte degli italiani. Una cosa che mi ha stupito è che nonostante le sue origini parzialmente italiane e il fatto che tutte e tre le sue sorelle, Sylvia, Nina e Angela, stessero con italiani e avessero già avuto alcuni figli altrettanto italiani, mi pare conservi un fiero patriottismo anglosassone  e anche quando gli italiani diventano alleati, continua a diffidarne. Ma questo è solo accennato, in realtà, perché alla fine nella narrazione prevale lo spirito di avventura e non si sente alcuna acredine o odio verso i nemici, sebbene sia fortissima la determinazione a combatterli.

Arruolandosi chiede di entrare in un corpo di sciatori e si ritrova in Africa nel deserto a fare lo sminatore, ma non per questo sembra demoralizzarsi. Dopo alcuni anni a togliere e mettere mine, costruire e far saltare ponti, decide di voler assaggiare la vera guerra (aveva già fatto due delle più sanguinose battaglie africane, ma pareva poca cosa per lui!) e chiede di arruolarsi nei paracadutisti. Pur di riuscirci rinuncia al grado di capitano e torna a fare il tenente. Tra l’altro, di lui si parlava a casa come di un capitano e mi ero sempre fatto, da bambino, l’idea che lo fosse di una nave!

E non si ferma lì. Torna tra i genieri e, a un certo punto divenne un “Desert Rat”, cioè un membro di un corpo speciale che operava nel deserto. Un altro “desert rat” compare nel volume ed è un vero topolino del deserto, Bert, da loro adottato, e cui davano da bere del gin, che l’animaletto pareva apprezzare molto. Oltre a un gran numero di ferite, Adrian  Jucker uscì dalla guerra con la decorazione di MC, titolo che nel libro non viene spiegato ma che leggo essere la Military Cross.

Oltre alle battaglie ci parla di avventure che potrebbero esser capitate anche in tempo di pace, come quanto si ritrova aggredito da numerose scimmie o quando costruisce un argano per tirar fuori il somaro di un contadino italiano da un pozzo e ci si cala nudo dentro per tirarlo fuori.

Insomma, una lettura, come dicevo vivace e mai truculenta o pessimista, che fornisce una visione della Guerra quanto meno inconsueta.

Adrian Jucker nel 1987

AVVENTURE UCRONICHE IN GEORGIA

Risultati immagini per l'ultimo paleologo RizzardiLeggo su wikipedia: “Costantino XI (Costantinopoli, 8 febbraio 1405 – Costantinopoli, 29 maggio 1453) è stato un imperatore bizantino. Fu l’ultimo Imperatore dei Romei (βασιλεύς) dell’Impero romano, poiché i Bizantini si chiamavano Romei, cioè Romani, essendo gli unici diretti discendenti giuridici dell’antico Impero romano.

Regnò dal 6 gennaio 1449 fino alla morte, avvenuta durante le fasi finali dell’Assedio di Costantinopoli da parte dei Turchi Ottomani. La conquista della città e la morte dell’imperatore posero fine all’impero bizantino dopo 1058 anni di esistenza.

Dunque, si potrebbe dire che Costantino XI fu “L’ultimo Paleologo”, ma il romanzo omonimo di Emanuele Rizzardi parla di lui e della caduta di Costantinopoli a mano dei Turchi solo nelle prime pagine, essendo le altre dedicate a suo cugino Alessio Paleologo che, nel romanzo gli sopravvisse e combatte accanto al re di Imerezia contro il re della Georgia. L’Imerezia (o Imereti Mxare, in georgiano) è una regione della stessa Georgia. Leggo ancora su wikipedia che “Dal 975 al 1466 Imereti fece parte del regno georgiano unito. Alla sua dissoluzione nel XV secolo, Imereti fu un regno indipendente.”

Le vicende narrate nel romanzo partono dal 1453.

Occorre distinguere gli eventi storici da quelli presenti nel libro, perché “L’ultimo Paolologo” non è un semplice romanzo storico (sebbene, per chi non conosca bene le vicende della fine dell’Impero Bizantino e della Georgia, possa sembrarlo) bensì un’ucronia, che descrive cioè vicende immaginarie, alternative alla storia reale. Non ho fatto approfondimenti storici oltre a quelli citati, ma posso immaginare che forse lo stesso Alessio Paleologo sia una figura inventata.

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Emanuele Rizzardi

Se l’aspetto ucronico del romanzo è apprezzabile soprattutto da storici, la vicenda narrata è comunque una bella avventura, ricchissima di battaglie, scontri e imprese eroiche, con personaggi cui man mano ci si affeziona, nel corso delle non poche pagine del volume (424). Da qualche parte mi sarei aspettato una nota che spiegasse ai profani le “divergenze” ucroniche, ma non l’ho trovata. Dovrò chiedere all’autore quali sono.

La scrittura è piacevole e scorrevole, peccato però per i tantissimi refusi presenti nel testo. Il volume è, infatti, autopubblicato con Pubme e risente della mancanza di una rilettura professionale accurata.

L’ultimo Paleologo” è l’opera prima di Emanuele Rizzardi, autore giovane (Legnano, 22/02/1990) che certo ha davanti a sé tutto il tempo per ripubblicare una versione revisionata di questo romanzo e per scrivere altre cose che potrebbero stupirci. Il genere scelto, l’ucronia, poi è uno di quelli che offre le maggiori opportunità narrative, avendo davanti a sé tutte le variazioni possibili sul corso della Storia ed essendo un genere ancora poco frequentato.

 

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Costantino XI Paleologo

RADICI: LIBRO DI VIAGGIO, TESTIMONIANZA DI VITA CONTADINA E GUIDA TURISTICA

Radici”, il libro scritto da Massimo Acciai Baggiani, con la collaborazione di suo cugino Pino Baggiani e le foto di Italo Magnelli, pubblicato da Porto Seguro Editore, è tante cose assieme.

Innanzitutto è un libro di viaggio, giacché racconta di una giornata trascorsa assieme dai tre, partendo da Rifredi, a Firenze, verso e attraverso il Mugello alla ricerca delle radici della famiglia Baggiani, dei luoghi in cui visse per tanti anni la loro famiglia, o meglio quella della madre di Massimo Acciai, che ha aggiunto al proprio cognome quello materno per ricordare la comunanza che sente con questo ramo della famiglia.

I Baggiani erano gente di campagna, mezzadri e questo libro, oltre che racconto di un breve viaggio, è narrazione della vita contadina di quei tempi, con annotazioni sui metodi di coltivazione, sulle piante e gli animali alle basi dell’economia di quella terra e persino sulle tradizioni culinarie.

Pino Baggiani, Massimo Acciai Baggiani e Italo Magnelli all’Hotel Excelsior di FIrenze per la presentazione di “Radici” – 28 Settembre 2017

Radici”, poi, forse non è una vera guida turistica, ma leggendolo vien voglia di prendere questo libro e tenendolo in mano seguire le orme di questo terzetto, ripercorrere le strade di cui parlano. Non sarà una vera guida turistica ma le informazioni che dà su questi luoghi a volte sono forse persino più interessanti di quelle di certe guide.

Ho letto Radici sul treno da Firenze a Milano ed eccolo davanti al Duomo!

Si parte, si diceva, da Rifredi, dove sia Massimo Acciai che io viviamo, e si arriva alla fortezza medicea di San Martino a San Piero a Sieve e già ci stupiamo di scoprire una simile roccaforte a quella distanza dalla città. Nell’andare sono molti i luoghi che riconosco. Si arriva poi al castello di Trebbio, si visita il lago artificiale di Bilancino con i suoi reperti preistorici, si prosegue per Cafaggiolo, la pieve di San Giovanni in Petroio, Borgo San Lorenzo, Vicchio e i luoghi di Giotto e Cimabue, Ci si ferma per un po’ a parlare della famiglia Baggiani e del Podere del Colle in cui risiedevano, per poi riprendere il cammino verso Barbiana, il luogo della scuola di Don Milani, il prete ribelle, si ritrova altri luoghi della famiglia al Podere Albereta a Santa Maria a Vezzano e al podere Ontaneta a San Cresci e si chiude con un appendice sulla fortezza di San Martino.

Nell’andare si parla di arte, di letteratura, di animali, di piante, di vita familiare e di duro lavoro dei campi.

Radici”, infine, è un’altra cosa ancora: un’occasione per riscoprire quell’esistenza antica attraverso le parole di chi l’ha vissuta, attraverso i versi dello zio Giuliano Baggiani (che andrebbe aggiunto come quarto autore di questo volume), che con parole semplici, schiette e dirette ci mostrano nel modo migliore una testimonianza vivace e fresca di quel che era vivere in queste campagne, delle sensazioni che dava l’incontro quotidiano con la natura.

Radici” è, infine, un libro che si legge con piacere e curiosità e scorre via veloce, arricchito dalle foto di Italo Magnelli ma anche da alcuni documenti del tempo, come articoli di giornale.

Una prova letteraria per Massimo Acciai assai diversa da quella de “La compagnia dei viaggiatori del tempo”, nientemeno che una raccolta di racconti di fantascienza, ma non per questo meno coinvolgente.

IL MONDO VISTO CON GLI OCCHI DI UN MAGGIORDOMO

Image result for quel che resta del giornoQuel che resta del giorno” (1989) di Kazuo Ishiguro (premio nobel nel 2017) è un insolito e incredibile affresco della vita vista attraverso gli occhi di un maggiordomo inglese di alto rango. Il primo aspetto che affascina, sin dalle prime pagine, in questo romanzo, è sentire come sia forte la caratterizzazione della voce narrante. Si ha davvero la sensazione che a parlare sia un autentico maggiordomo dell’inizio del XX secolo! E questo stupisce particolarmente pensando che Kazuo Ishiguro (Nagasaki 8/11/1954) non è certo un maggiordomo, né un nobile inglese, che ben avrebbero potuto raffigurare un simile pensiero e atteggiamento, ma un giapponese, sebbene abbia vissuto sin da bambino in Inghilterra.

Eppure questo autore, che ha vinto nel 2017 il premio nobel della letteratura, in tale romanzo si dimostra pienamente all’altezza del premio ricevuto.

 

Quel che resta del giorno” non solo descrive la magia di un mondo visto con uno sguardo che oggi ci pare quasi alieno, appartenendo a uno dei più esemplari rappresentanti della servitù anglosassone di alto livello, ma, con grazia, quasi con noncuranza, ci mostra il radicale mutamento del nostro mondo nel XX Secolo, concentrandosi in quegli anni inquieti per l’Europa, che sono stati l’interludio tra le due Guerre Mondiali, conflitti che forse sarebbe ora di considerare come un’unica, prolungata guerra, interrotta da un periodo di pace apparente. Attraverso la casa di Lord Darlington, dove serve Mr Stevens, passano importanti personaggi internazionali, che il maggiordomo osserva con distacco, perché, come dice “non è mio compito far mostra di curiosità”.

La caratterizzazione di Mr Stevens passa anche attraverso le riflessioni di costui sul proprio mestiere e ruolo e su cosa renda un maggiordomo davvero grande e migliore degli altri. Egli individua questo elemento nella “dignità” e cerca di descriverci cosa intenda per essa. Ce ne dà uno splendido esempio quando descrive un importante incontro internazionale avvenuto nella dimora del suo padrone e da lui gestito e organizzato, in cui non solo riuscì a gestire la presenza di tanti ospiti, in un clima alquanto burrascoso, giacché si disputava sulle sorti dell’Europa intera e del mondo, ma riuscì a svolgere con professionalità la propria mansione nonostante che, durante il pranzo principale, suo padre, anziano vice maggiordomo alle sue stesse dipendenze, si sentisse prima male e, poi, morisse, in due momenti cruciali della serata.

Del resto, egli dice, la dignità non è una dote specifica sua, di suo padre, quando era un importante maggiordomo o di altri nomi famosi che cita ma “In una parola, la “dignità” è qualcosa che trascende simili personaggi. Da questo punto di vista noi inglesi godiamo di un importante vantaggio nei confronti degli stranieri, ed è per questa ragione che ogni qualvolta si pensa ad un grande maggiordomo, costui deve, quasi per definizione, essere inglese.”

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Kazuo Ishiguro

“Si tratta, come dicevo, di una questione di “dignità”. Si usa dire a volte che i maggiordomi esistono davvero solamente in Inghilterra. Altri paesi, quale che sia il termine effettivamente usato per definirli, hanno unicamente dei domestici. Io sarei propenso a credere che ciò sia vero. Gli europei non sono in grado di fare i maggiordomi, perché come razza non sanno mantenere quel controllo emotivo del quale soltanto la razza inglese è capace.”

Questa dignità si concretizza, in realtà, in una rigidezza comportamentale quasi autistica di Mr Stevens, particolarmente evidente nei rapporti con la governante Miss Kenton, senza la quale forse sarebbe anche potuta nascere una storia d’amore, che, invece resta sempre lì, sospesa, inespressa. Persino in occasione di un grave lutto di Miss Kenton, Mr Stevens non riesce neppure a farle le condoglianze, per non dire a consolarla.

 

L’analisi storica in queste pagine è spesso sfumata o ridotta a piccoli episodi, ma grandemente significativi, come quando, influenzato dai fascisti inglesi, Lord Darlington decide di licenziare due cameriere ebree e il maggiordomo esegue senza alcuna esitazione o riflessione critica (non così la governante). In questo si sente tanto del clima di quegli anni, in cui ancora non si riusciva a comprendere la portata del nazismo e del fascismo.

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Anthony Hopkins ed Emma Thompson in Quel che resta del giorno

Il pragmatico americano Mr  Lewis proclama “Voi, in Europa, avete bisogno di professionisti che si occupino dei vostri affari. E se non vi renderete presto conto di ciò, andrete incontro al disastro.”

Il nobile inglese Lord Darlington risponde “Ciò che voi definite come “dilettantismo”, signore, è una cosa che io credo che la gran parte dei presenti, qui, preferirebbe ancora chiamare “onore” e poi aggiunge “credo di avere un’idea ben precisa di ciò che voi intendete con “professionalità”. La quale sembra indicare il raggiungimento dei propri scopi tramite l’imbroglio ed il raggiro. Significa disporre le proprie priorità sulla base dell’avidità e del vantaggio personale anziché sulla base del desiderio di vedere la bontà e la giustizia prevalere nel mondo. E se questa è la “professionalità” alla quale voi vi riferite, signore, non mi interessa granché, e non ho alcun desiderio di perseguirla.”

In queste poche c’è il più epocale cambiamento di prospettiva vissuto dal XX Secolo. Si passò dal mondo degli ideali a quello dell’economia e del profitto.

Qui Ishirguro descrive soprattutto il passaggio del potere dalla nobiltà terriera a una nuova classe di gente arricchitasi con i commerci. Lo fa in questa disputa avvenuta a latere di una riunione di persone influenti di ogni nazionalità riunitesi, nel 1924, per cercare di alleviare le pesanti pressioni economiche addossate alla Germania a seguito della fine della Prima Guerra Mondiale. Condizioni che in questi stessi anni stavano portando al successo e all’avvento del nazismo con tutto quello che ne sarebbe seguito. Ishiguro qui non sottolinea come il trattamento riservato alla Germania tra le due guerre dalle altre nazioni abbia potuto esacerbare la situazione nella nazione sconfitta, determinando quindi il naturale sbocco in un nuovo conflitto mondiale, eppure, leggendo queste pagine non si può non pensare a quanto grave sia stata in tutto ciò l’irresponsabile comportamento delle altre nazioni.

 

Il cambiamento di tempo, però, è visto con gli occhi del maggiordomo Mr Stevens, che nota quanto la sua generazione di maggiordomi sia divenuta diversa da quella di suo padre, per la quale maggiore fosse stata la nobiltà di sangue della famiglia presso cui si lavorava, maggiore sarebbe stato il prestigio. Ebbene, persino questa “razza” in estinzione (i maggiordomi) stava già, circa un secolo fa, nella prima metà degli anni ’20 del XX secolo adattandosi a un mondo nuovo. Basti pensare a come Mr Stevens definisce la propria generazione di maggiordomi:

Perché noi eravamo, come ripeto, una generazione di idealisti per i quali la questione non era semplicemente quella di stabilire con quanta abilità si sapessero mettere in pratica le proprie competenze, bensì a qual fine lo si facesse; ciascuno di noi nutriva il desiderio di offrire il suo piccolo contributo alla creazione di un mondo migliore e si rendeva conto che nella nostra qualità di professionisti, il mezzo più sicuro per fare una cosa del genere era quello di entrare al servizio dei grandi personaggi del nostro tempo, alle cui mani era stata affidata la civiltà.”

Il romanzo è strutturato come un breve viaggio del protagonista, avvenuto dopo la Seconda Guerra Mondiale, durante il quale riflette e ricorda gli anni tra le due Guerre e il suo servizio

 

Il viaggio dell’ormai anziano maggiordomo si conclude con la riflessione “E forse allora vi è del buono nel consiglio secondo il quale io dovrei smettere di ripensare tanto al passato, dovrei assumere un punto di vista più positivo e cercare di trarre il meglio da quel che rimane della mia giornata” in cui vi è un positivo e costruttivo rammarico per una vita della quale poco prima aveva detto: “Vedete, io mi sono fidato. Mi sono fidato della saggezza di sua signoria. Tutti gli anni nei quali sono stato al suo servizio, ho creduto davvero di fare qualcosa di utile. Non posso nemmeno affermare di aver commesso i miei propri errori. E davvero, uno deve chiedersi, quale dignità vi è mai in questo?

Mr Stevens apparteneva a una generazione che ha “sempre creduto di vivere consacrando la nostra attenzione a fornire il miglior servizio possibile a quei grandi gentiluomini nelle cui mani è riposto davvero il destino della civiltà”.

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“Quel che resta del giorno” di James Ivory con Anthony Hopkins ed Emma Thompson, film tratto dal romanzo di Kazuo Ishiguro

Dove sono oggi siffatti gentiluomini cui affidare le sorti del Paese o della Terra intera? Forse nelle sale dei parlamenti e dei governi? Chi lo crede ancora oggi?

 

Che dire, in conclusione di questo romanzo? Innanzitutto, che conferma pienamente la mia ammirazione per questo autore che avevo già grandemente apprezzato leggendo quell’originale ucronia distopica che è “Non lasciarmi” e quasi altrettanto originale fantasy “Il gigante sepolto”. Va poi detto che questi tre libri hanno forse solo una cosa in comune: sono degli ottimi libri che tutti dovrebbero leggere. Per il resto non potrebbero essere più diversi! E quale segno maggiore della grandezza di un autore della sua capacità di scrivere, bene, storie tanto diverse?

Ho spesso scritto di essere rimasto deluso dall’assegnazione di molti premi nobel. Per fortuna ogni tanto, come nel 2017 quando è stato assegnato a Ishiguro, viene scelto un autore davvero degno. Inoltre, credo questa sia già la terza che a vincere è stato uno scrittore con al suo attivo opere ucroniche (dopo Churchill e Saramago).

 

Da questo romanzo del 1989, con cui Ishiguro vinse il premio Booker e che certo lo ha aiutato a vincere il Nobel, è stato tratto nel 1993 il film omonimo di James Ivory con Anthony Hopkins ed Emma Thompson. Lo vidi quando uscì. Ricordo che mi piacque ma non quanto il romanzo. Dovrei rivederlo, ma non mi pare di ricordare che avesse le stesse delicate sfumature e le stesse approfondite riflessioni della versione scritta.

STORIA DI UN GENOCIDA CHE SA INVENTARE MONDI IMMAGINARI

Image result for yuval noah harari da animali a deiQuando ho iniziato a leggere “Da animali a Dei” (2014) dello storico israeliano Yuval Noah Harari (Kiryat Ata,Israele 24/02/1976) non pensavo che questo saggio potesse aiutarmi ad approfondire il tema di cui ho parlato nel mio recente articolo “Sopravvivremo alla Sesta Estinzione di Massa?

Il volume, invece, presenta alcuni capitoli assai importanti per comprendere che l’umanità non ha cominciato a danneggiare in modo grave l’intero pianeta solo negli ultimi 200 o 500 anni per effetto della rivoluzione industriale e dell’incremento demografico. Da questo saggio emerge con evidenza come persino gli antichi coltivatori-raccoglitori di epoca pre-agricola, vissuti cioè tra 70.000 e 15.000 anni fa, sono stati in grado di provocare l’estinzione di un grandissimo numero di specie, in particolare gli animali terrestri di grossa taglia, che furono sterminati in maniera quasi totale soprattutto nei continenti in cui l’homo sapiens si trasferì in modo pressoché improvviso, ovvero l’Australia e, ancor più, le due Americhe. Se in Africa ed Eurasia gli animali avevano imparato a temere, poco per volta, gli uomini man mano che questi miglioravano le proprie tecniche di caccia, nei continenti “nuovi” l’arrivo di questa scimmia dall’aria fragile non impensierì i grandi abitanti di quelle zone, che sottovalutarono il pericolo, lasciandosi avvicinare e uccidere con facilità dai cacciatori. L’abitudine a bruciare boschi e giungle per creare radure in cui fosse facile scorgere i predatori e cacciare piccoli animali, contribuì sin da allora a devastare interi eco-sistemi.

Un’altra osservazione interessante di questo libro è nel fatto che a estinguersi, presumibilmente per causa nostra, non furono solo altri “animali”, ma persino i nostri “fratelli” delle altre specie di homo. L’homo sapiens non è, infatti, l’evoluzione diretta dell’uomo di Neanderthal, dell’homo abilis, dell’homo erectus e di molte altre specie di homo ma ne è una sorta di “fratello” allo stesso modo in cui non discendiamo dagli scimpanzé attuali ma da un antenato comune. Il sapiens è divenuto una specie concorrente delle altre e come tale ha contribuito alla loro estinzione, vuoi predando e raccogliendo cibo negli stessi territori, facendo morire di fame  i membri delle altre specie, vuoi, magari, compiendo autentici genocidi. Insomma, l’homo sapiens, ancor prima di diventare un essere tecnologico ha contribuito all’estinzione di un enorme numero di specie animali, compresi i suoi “fratelli” della famiglia biologica homo e a distruggere gli habitat di Image result for yuval noah harari da animali a deimolte altre specie animali e vegetali.

Altra osservazione affascinante di questo saggio è l’importanza della capacità di raccontare storie nel successo della nostra specie.

È relativamente facile concordare sul fatto che solo l’Homo sapiens può parlare di cose che non esistono veramente, e di mettersi in testa cose impossibili appena sveglio. Non riuscireste mai a convincere una scimmietta a darvi una banana promettendole che nel paradiso delle scimmiette, dopo morta, avrà tutte le banane che vorrà.”

La capacità di inventare storie è stata la base della creazione di grandi gruppi organizzati:

Ma la finzione ci ha consentito non solo di immaginare le cose, ma di farlo collettivamente. Possiamo intessere miti condivisi come quelli della storia biblica della creazione, quelli del Tempo del Sogno elaborati dagli aborigeni australiani e quelli nazionalisti degli stati moderni. Questi miti conferiscono ai Sapiens la capacità senza precedenti di cooperare tra grandi numeri di individui.”

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Yuval Noah Harari (in ebraico: יובל נח הררי‎?; Kiryat Ata, 24 febbraio 1976) è uno storico, saggista e professore universitario israeliano. Nel 2012 è stato membro della Giovane Accademia israeliana delle scienze, insegna all’Università Ebraica di Gerusalemme ed è noto soprattutto per aver pubblicato nel 2014 il best seller Sapiens: A Brief History of Humankind.

“Come ha fatto l’Homo sapiens ad attraversare questa soglia critica, arrivando a fondare città con decine di migliaia di abitanti e poi imperi che governavano centinaia di milioni di persone? Il segreto sta probabilmente nella comparsa della finzione. Grandi numeri di estranei riescono a cooperare con successo attraverso la credenza in miti comuni.”

Questa nostra capacità di immaginare e rendere reali le cose, ci ha anche permesso di inventare categorie giuridiche e considerare quindi reali cose che non esistono nella realtà. Per esempio: “La Peugeot appartiene a un particolare genere di finzioni giuridiche chiamate “società a responsabilità limitata”. “Il concetto che sta dietro queste società è tra le più ingegnose invenzioni dell’umanità.”

“Gran parte della storia gira intorno a questa domanda: come si fa a convincere milioni di persone a credere a storie tanto particolari circa gli dèi, le nazioni o le società a responsabilità limitata?”

Questa capacità di immaginare e credere nell’immaginario ha permesso al sapiens di creare le religioni e le ideologie. Tra le ideologie ci sono anche il capitalismo e il consumismo.

Harari, poi, sfata il mito che con l’avvento dell’agricoltura le condizioni di vita dell’umanità siano migliorate rispetto a quando eravamo solo cacciatori-raccoglitori: “Il tipo di vita del cacciatore-raccoglitore differiva notevolmente da una regione all’altra e da stagione a stagione, ma nel complesso pare che questi Sapiens abbiano potuto godere un’esistenza più confortevole e gratificante di quella vissuta dalla maggior parte dei contadini, pastori, operai e impiegati che sono venuti dopo di loro.”

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Hammurabi (il suo codice è citato come uno dei primi sistemi sociali creati dell’homo sapines)

Con l’agricoltura peggiora la dieta, meno varia, e peggiora la qualità del tempo: “Mentre nelle attuali società opulente una persona lavora in media quaranta-quarantacinque ore la settimana e nei paesi in via di sviluppo lavora tra le sessanta e le ottanta ore la settimana, i cacciatori-raccoglitori esistenti oggi negli habitat più inospitali – come il deserto del Kalahari – lavorano in media tra le trentacinque e le quarantacinque ore settimanali. Si occupano della caccia solo un giorno su tre, e la raccolta comporta giornalmente un lavoro fra le tre e le sei ore.”

La Rivoluzione agricola è stata la più grande impostura della storia.

Chi ne fu responsabile? Né re né preti né mercanti. I colpevoli furono una manciata di specie vegetali, compreso il frumento, il riso e le patate. Furono queste piante a domesticare l’Homo sapiens, non viceversa. Si pensi per un momento alla Rivoluzione agricola dal punto di vista del frumento. Diecimila anni fa il frumento era un’erba selvaggia, confinata in una zona piuttosto limitata del Medio Oriente. Improvvisamente, nel giro di qualche millennio, esso cresceva in tutto il mondo. Secondo i princìpi evoluzionistici basilari di sopravvivenza e di riproduzione, il frumento è diventato una delle piante di maggior successo nella storia della Terra. In regioni quali le grandi pianure del Nord America, dove diecimila anni fa non cresceva un solo gambo di questa pianta, oggi si può camminare per centinaia e centinaia di chilometri senza imbattersi in alcuna altra pianta. A livello mondiale, le piantagioni di frumento coprono circa 2,25 milioni di chilometri quadrati della superficie terrestre, quasi dieci volte l’estensione della Gran Bretagna. Come fu che quest’erba diventò, da insignificante, a ubiqua?

Il frumento ci riuscì manipolando l’Homo sapiens a proprio vantaggio. Questa scimmia, diecimila anni fa, stava vivendo una vita tutto sommato confortevole, cacciando e raccogliendo; ma poi cominciò a investire sempre più impegno a coltivare il frumento. Nel giro di un paio di millenni, in numerose parti del mondo, gli umani, dall’alba al tramonto, ormai facevano poco altro a parte prendersi cura delle piante di frumento.”

Se furono le piante ad addomesticare l’uomo e non viceversa, analogo discorso può valere per animali come mucche, pecore e galline, con la differenza, che per il frumento la simbiosi con l’uomo ha portato solo vantaggi riproduttivi e ben pochi svantaggi (almeno fino a a quando non si dimostrerà che anche le piante hanno dei sentimenti e soffrono come gli animali).

Per gli animali “domestici”, il discorso è un po’ diverso, perché, se è vero che ci hanno “addomesticato”, al punto che oggi ci sono molte più mucche, pecore e galline di quante ci sarebbero probabilmente state in natura senza il nostro aiuto.  Questi animali, però, sono stati introdotti nella produzione industriale e, se i loro geni (malati) ora si riproducono più facilmente (e questo è un successo evolutivo), peraltro, come anche Harari evidenzia, la qualità della loro vita ha subito un declino drammatico. In merito si potrebbe approfondire leggendo l’interessante saggio “Se niente importa” di Jonathan Safran Foer. Caso ancora diverso quello degli animali da compagnia, che oggi sono serviti e riveriti.Image result for uomo schiavo del cane

Altre interessanti citazioni sulle origini della nostra specie sono:

Nell’Homo sapiens il cervello vale circa il 2-3 per cento del peso corporeo totale, ma consuma il 25 per cento dell’energia del corpo quando questo è in stato di riposo. Facendo il confronto, i cervelli delle altre scimmie richiedono solo l’8 per cento dell’energia in stato di riposo. Gli umani arcaici pagarono in due modi il fatto di avere cervelli grandi. In primo luogo, spesero più tempo alla ricerca di cibo. Secondariamente, atrofizzarono i loro muscoli.”

 

Il fatto di poter vedere più dall’alto e di usare mani industriose, l’umanità lo pagò con mal di schiena e colli rigidi. Alle donne costò anche di più. L’andatura eretta richiedeva fianchi più stretti, venendo a così restringere il canale vaginale – e ciò mentre le teste dei bambini diventavano sempre più grosse. Per le femmine degli umani, la morte per parto diventò un pericolo enorme.”

 Image result for cervelli a confronto“Addomesticando il fuoco, gli umani acquisirono il controllo di una forza totalmente gestibile e potenzialmente illimitata.”

 “I gruppi vaganti dei Sapiens raccontatori di storie costituirono la forza più importante e più distruttiva che il regno animale avesse mai prodotto.”

 “Tutto ruotava intorno al fatto di raccontare storie e di convincere gli altri a crederci.”

 Da animali a Dei” non si occupa solo della preistoria.

I suoi capitoli sono:

Parte prima. La Rivoluzione cognitiva

  1. Un animale di nessuna importanza
  2. L’albero della conoscenza
  3. Una giornata nella vita di Adamo ed Eva
  4. L’inondazione

Parte seconda. La Rivoluzione agricola

  1. La più grande impostura della storiaImage result for mal di schiena
  2. Costruire piramidi
  3. Memoria sovraccarica
  4. Non c’è giustizia nella storia

Parte terza. L’unificazione dell’umanità

  1. La freccia della storia
  2. L’odore del denaro
  3. Visioni imperiali
  4. La legge della religione
  5. Il segreto del successo

Parte quarta. La Rivoluzione scientifica

  1. La scoperta dell’ignoranza
  2. Il matrimonio tra Scienza e Impero
  3. Il credo capitalista
  4. Le ruote dell’industria
  5. Una rivoluzione permanente
  6. E vissero felici e contenti
  7. La fine dell’Homo Sapiens

Postfazione. L’animale che diventò un dio

Nella terza e quarta parte del saggio (e in parte anche nella seconda) Harari tratta il periodo “storico” della nostra specie, anche se piuttosto che usare la scoperta della scrittura come spartiacque, preferisce parlare di rivoluzione cognitiva, facendo partire tutto da lì e ridimensionando il ruolo della scrittura (che, del resto, di questi tempi sembra stare per morire e cui l’umanità e la Storia potrebbero riuscire a sopravvivere).

Se la parte iniziale mi è parsa la più interessante e densa, anche le altre offrono affascinanti temi di riflessione, come l’idea che le tre forze unificanti dell’umanità siano: denaro, imperi e religioni e come la tendenza generale dell’umanità, grazie all’azione di queste forze, sia verso l’unificazione delle culture.

Image result for denaro e religioneA qualcuno potrebbe sembrare semplicistico descrivere in poche centinaia di pagine la storia dell’umanità da 70.000 anni fa, quando i soli strumenti che sapevamo usare erano pietre e bastoni, a oggi, ma “Da animali a dèi” non ha la pretesa di descrivere tutti gli eventi di tutte le culture che si sono succedute in questi millenni sulla Terra. Quella che fa è un’analisi della nostra evoluzione-storia, con uno sguardo diverso. Come Jared Damond in “Armi, acciaio e malattie” analizzava il prevalere degli euro-asiatici sugli altri popoli con lo sguardo di un ornitologo, riuscendo a cogliere aspetti generali che agli storici attenti ai dettagli di norma sfuggono, così questo saggio di Harari riesce a portarci a riflettere sulle tendenze generali della nostra storia e sulle pulsioni che la muovono.

Nella parte finale, per esempio, lo storico s’interroga su come sia cambiata la felicità dell’uomo dall’antichità a oggi, cercando, innanzitutto, di capire che cosa s’intenda con “felicità”, come sia misurabile e come sia un concetto tipico del nostro tempo.

Gli ultimi cinquecento anni hanno assistito a una serie sbalorditiva di rivoluzioni. La terra è stata unificata in un’unica sfera ecologica e storica. L’economia si è sviluppata in misura esponenziale, e l’umanità oggi gode di un tipo di ricchezza un tempo riservato solo alle fiabe. La scienza e la Rivoluzione industriale hanno conferito all’umanità poteri sovrumani e un’energia praticamente illimitata. L’ordine sociale si è trasformato
completamente, così come la politica, la vita quotidiana e la psicologia umana.

Ma siamo più felici?”

Oggi abbiamo un livello di sopportazione del dolore e della sofferenza assai più basso che nel passato e una percezione della violenza che ci circonda assai maggiore. Questo ci inganna facendoci credere di vivere in un tempo violento, ma come questo testo dimostra (e molti altri studi con esso), stiamo vivendo nell’epoca meno violenta e più pacifica che l’umanità abbia mai attraversato.

Ciò che nessuno può negare è che la violenza internazionale è scesa a un minimo storico.”

Tra le varie ragioni che hanno contribuito a rendere le guerre degli eventi eccezionali e non più abituali, Harari elenca “Primo fra tutti, il prezzo della guerra è salito drasticamente. A Robert Oppenheimer e ai suoi colleghi artefici della bomba atomica avrebbe dovuto essere stato attributo il Nobel per la pace, avendo reso inutile questo premio dopo di loro.”.

In secondo luogo, mentre il prezzo della guerra s’impennava i profitti della guerra declinavano. Nel corso di gran parte della storia le nazioni potevano arricchirsi depredando o annettendo territori nemici. Il grosso della ricchezza consisteva di campi coltivati, bestiame, schiavi e oro, per cui era facile far bottino di queste cose. Oggi la ricchezza consiste principalmente di capitale umano, di know-how tecnico e di complesse strutture socioeconomiche quali le banche. Di conseguenza è difficile portare via questi beni o incorporarli nel proprio territorio.”

“Mentre la guerra diventava meno proficua, la pace diventò più lucrativa che mai.”

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“Ultimo ma non da meno, nella cultura politica globale ha avuto luogo uno spostamento tettonico. Nella storia, numerose élite – come i condottieri Hun, i nobili vichinghi e i sacerdoti aztechi – consideravano la guerra un bene positivo. Altri la vedevano come un male, ancorché inevitabile, da ricondurre possibilmente a proprio vantaggio. La nostra è la prima epoca nella storia in cui il mondo è dominato da un’élite amante della pace”.

Infine, Harari lancia, infine, uno sguardo verso il futuro, immaginando dove potrebbero portarci lo sviluppo della biotecnologia e della genetica:

i Sapiens, malgrado gli sforzi e conquiste da essi compiuti, non sono capaci di liberarsi dai loro limiti biologici. All’alba del ventunesimo secolo, questo sembra non essere più vero: l’Homo Sapiens sta valicando i propri limiti. Egli comincia ora a spezzare le leggi della selezione naturale, sostituendole con quelle della progettazione intelligente.”

Oggi il sistema di selezione naturale, vecchio di quattro miliardi di anni, sta affrontando una sfida completamente differente. Nei laboratori di tutto il mondo gli scienziati stanno progettando esseri viventi.”

“Al momento in cui scrivo, la sostituzione della selezione naturale da parte della progettazione intelligente potrebbe avvenire in uno di questi tre modi: attraverso la bioingegneria, la cyberingegneria (i cyborg sono esseri che combinano parti organiche con parti non organiche) e l’ingegneria della vita inorganica.”

“La nostra capacità di programmare non soltanto il mondo che ci circonda, ma soprattutto il mondo dentro i nostri corpi e le nostre menti, sta sviluppandosi a velocità vertiginosa.”

 

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In sintesi questo libro ci dice che “Settantamila anni fa l’Homo sapiens era ancora un animale insignificante che si faceva i fatti suoi in un angolo dell’Africa. Nei successivi millenni si trasformò nel signore dell’intero pianeta e nel terrore dell’ecosistema. Oggi è sul punto di diventare un dio, pronto ad acquisire non solo l’eterna giovinezza ma anche le capacità divine di creare e di distruggere.”

Il volume si conclude con un’angosciante interrogativo su cui tutti dovremmo riflettere (e agire) “Può esserci qualcosa di più pericoloso di una massa di dèi insoddisfatti e irresponsabili che non sanno neppure ciò che vogliono?” Questi dèi insoddisfatti siamo noi.

Credo che un primo passo per trovare la soluzione a questo problema, che ha fatto sì che l’homo sapiens (unica specie, per quanto ne sappiamo, a essere arrivata a tale grado di distruttività) stia mettendo a repentaglio l’esistenza di tutte le altre specie viventi e, presumibilmente, anche la propria, sia proprio leggere libri come questo, che ci aiutano a vedere il mondo in modo diverso.

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La serie TV “Vikyng”

L’ANGELO DEL FANGO NELL’ALLUVIONE

Ed ecco che è uscito anche il numero speciale della rivista “ProgettandoIng” dell’Ordine degli Ingegneri di Firenze, edita da Nerbini.

Il n. 4 dell’Anno XI s’intitola “1966: Memorie di un’alluvione” e ricorda i drammatici eventi fiorentini di 51 anni fa. Dopo l’editoriale di Giuliano Gemma, la rivista si apre con il mio resoconto surreale, dallo strano punto di vista, di quell’alluvione (“L’angelo del fango”). A parte uno, anche gli articoli che seguono, questa volta sono meno tecnici rispetto alle consuetudini della rivista, ma piuttosto testimonianze di quei tristi eventi.

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