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DISTOPIE FIORENTINE PER DIVERTIRSI E PENSARE

Dopo le due presentazioni milanesi a Stranimondi, la mia antologia di racconti distopici “Apocalissi fiorentine” è approdata il 13 Gennao 2020, per la seconda volta, a Firenze, per una presentazione presso il centro culturale SMS Rifredi, in occasione dei lunedì letterari gestiti da Clara Vella e Arrighetta Casini (che già avevano presentato il mio “Il narratore di Rifredi” e la mia biografia scritta da Massimo AcciaiIl sognatore divergente”), che si sono alternate al sottoscritto, autore del volume, nell’illustrarlo a un pubblico assai partecipe, che è intervenuto dando il proprio contributo, mentre sullo schermo scorrevano le immagini delle belle illustrazioni realizzate dagli studenti della facoltà di architettura di Firenze, realizzate sotto la guida del professor Marcello Scalzo, che illustrano il libro.

Clara Vella ha fatto un’ampia introduzione, nella quale ha rimarcato soprattutto la rivisitazione storica attuata da questi racconti, spesso in chiave ucronica, spiegando al pubblico in che cosa consista questo che non è solo un genere narrativo ma anche una tecnica di studio della Storia. Più avanti Arrighetta Casini ha voluto leggere la definizione che ne diedi quando curai l’antologia “Ucronie per il terzo millennio”, nella quale concludevo che “L’ucronia è la Storia sognata da ciascuno di noi”.

Clara Vella ha anche voluto accennare al contenuto di alcuni racconti, leggendo l’incipit di un paio di questi.

Arrighetta Casini è poi entrata maggiormente nel dettaglio delle singole narrazioni. Entrambe si sono soffermate soprattutto su “Florentia”, che racconta dei problemi legati alla fondazione della città, “Montaperti” sulle conseguenze della famosa battaglia, e su “Il ritorno degli inglesi”, che parla degli ospiti del cimitero degli inglesi, inserendo i racconti nel contesto culturale di riferimento.

Arrighetta Casini ha citato anche l’ironica invasione vegetale de “I costruttori”, il viaggio nel tempo di una creatura quasi demoniaca de “Il mio nome è Apocalisse”, citandone un brano, come ha citato “Avvolti in un sogno”, che riprende un personaggio del mio “La bambina dei sogni” e, infine, ha accennato al surreale racconto “Il cancellatore”, su una Firenze che vuole essere dimenticata dal mondo.

Tra gli interventi del pubblico,  anche Massimo Acciai è tornato a parlare soprattutto de “Il ritorno degli inglesi”, facendo un parallelo con un racconto di Paolo Ciampi, uscito pressoché in contemporanea e anch’esso ambientato nel cimitero di Piazza Donatello.

L’empolese Sergio Giovannetti, invece, ha portato delle riflessioni su “Montaperti”.

Tra le opere citate, ricordo “Gli Abati” di Antonella Bausi, che molti dei presenti avevano letto, citato di nuovo a proposito del racconto sulla battaglia tra Firenze e le altre città toscane.

 

Come autore, ho voluto ribadire che questo non è solo una raccolta di ucronie, dato che queste sono solo una parte dei 24 racconti, ma che la silloge si snoda in ordine cronologico, dalla fondazione della città ai giorni d’oggi e al futuro, usando vari registri della narrazione fantastica, quali il surreale, il fantascientifico e la suggestione religiosa.

È vero, infatti, che “Apocalissi fiorentine” è in parte “profezia”, nel senso originario del termine. Spero, però, che saranno profezie smentite, dato che il futuro che descrivo è tutt’altro che roseo. Il termine “apocalisse” ha, infatti, anche l’accezione “distruzione”, qui assai importante. Uno degli obiettivi di questo volume è, infatti, di lanciare un campanello d’allarme verso i grandi rischi del nostro tempo che sono, in primis, di tipo ambientale (surriscaldamento, perdita di biodiversità, scioglimento dei ghiacci, desertificazione, inquinamento…) ma anche legati ai rischi di una dipendenza tecnologica sempre più marcata che ci rende ormai incapaci di vivere “allo stato naturale”.

L’idea di fondo è di portare vicino alla gente queste tematiche, mostrando che riguardano non luoghi lontani ed esotici ma proprio la città in cui viviamo, tutti noi.

L’altro intento era quello di fare fantascienza e distopia italiane, ambientate in Italia e non, come fanno persino tanti autori nazionali, in America o in Paesi lontani.

Il volume vuole essere, però, soprattutto un “oggetto” da leggere e godere per le storie raccontate, spesso ironiche ed eccessive, proprio per il puro gusto narrativo.

Mi sono divertito a scriverle, mi diverto a presentarle e spero vi possiate divertire anche voi a leggerle, magari riflettendo un po’ anche voi sulla fragilità della Storia, della città in cui vivete e del mondo nel suo insieme e chiedendovi se non ci sia qualcosa che ciascuno di noi può fare per un futuro migliore, che non sia così nero come a volte lo dipingo.

Per chi volesse vedere l’intero evento, lo trovate qui, su YouTube.

 

I COMPLOTTI UCRONICI DI SHAKESPEARE

Risultati immagini per per il trono d'inghilterraNel 1588 la flotta spagnola tentò per la seconda volta di invadere l’Inghilterra, ma, soprattutto a causa di una bufera, dovette rifugiarsi nel porto di La Coruña per riparare i danni subiti.

Harry Tutledove nella sua ucronia “Per il trono d’Inghilterra”, immagina che venti favorevoli abbiano permesso a Filippo II di Spagna di conquistare il regno britannico.

La storia vede protagonista, una decina d’anni dopo, in questa Gran Bretagna spagnolizzata, William Shakespeare (Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1564– Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1616) che è contattato in contemporanea dai dominatori spagnoli per predisporre un dramma celebrativo di Filippo II di Spagna, ormai sul letto di morte, e dall’altra dai ribelli inglesi, che vorrebbero liberare dalla Torre di Londra la detronizzata Elisabetta I e riportarla alla guida del regno.

Il drammaturgo, temendo per la propria vita, si trova così a predisporre assieme due opere di opposto orientamento politico, nascondendo ciascuno all’altra parte, il “Filippo II” e la “Boudica”.

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Harry Turtledove

Lo affiancano personaggi storici come i suoi attori Richard Burbage e William Kempe o i drammaturghi Christopher Marlowe (Canterbury, febbraio 1564 – Londra, 30 maggio 1593) e Lope de Vega ((Madrid, 25 novembre 1562 – Madrid, 27 agosto 1635).

Quello che viene da chiedersi è se davvero l’arte e, nello specifico, il teatro abbiano il potere di muovere gli animi al punto da generare rivolte o guerre, come immagina Turtledove.

L’autore, che ho molto apprezzato in quel grandioso affresco ucronico globale dai numerosi punti di vista che è la saga “Invasione” (in cui immagina che un’invasione aliena interrompa la Seconda Guerra Mondiale”), in “Per il trono d’Inghilterra” si diletta a smontare le opere shakespaeriane e a rimontarle a modo suo, infarcendo il romanzo di numerose citazioni dal drammaturgo inglese, in un gioco che certo chi ben conosce le opere del bardo potrà meglio apprezzare.

 

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William Shakespeare

 

FRAGILITÁ URBANE

Il nostro pianeta è sempre più a rischio. Tensioni demografiche e sociali, un clima fuori controllo, la perdita della biodiversità, tecnologie dagli effetti imprevedibili, deforestazione, inquinamento dell’aria e dell’acqua, lavori alienanti minano il nostro mondo. Gli ecologisti sono tornati quanto mai attivi, ma forti interessi economici cercano di far passare per falso il loro grido d’allarme. Eppure, il degrado del pianeta, per colpa dell’uomo, è quanto mai evidente. Forse il surriscaldamento sembra un tema troppo lontano, qualcosa che riguarda solo gli orsi bianchi, la deforestazione sembra un problema del Brasile, l’inquinamento riguarda mari lontani, la perdita di biodiversità sembra una questione da zoologi. Come si può fare per far capire che questi sono problemi che ci riguardano da vicino? Come nella storia di Maometto e della montagna, credo si tratti di portare il problema vicino alla gente, di portarlo nelle nostre città, per capire quanto queste siano fragili, persino più fragili dell’intero ecosistema. Ho scritto così “Apocalissi fiorentine” (Carlo Menzinger di Preussenthal – Edizioni Tabula Fati – 12 Ottobre 2019).

Apocalissi fiorentine”, spesso con ironia, a volte in modo surreale, narra come Firenze, nel passato, abbia rischiato di scomparire e come, in futuro, potrebbe trovarsi a cessare di esistere. Non aspettatevi cataclismi ecologici in ciascun racconto. A volte la fragilità urbana emerge da scontri politici, guerre o altri fattori che sembrano non avere nulla a che fare con i problemi di cui dicevamo. “Apocalissi fiorentine” vuole però dirci quanto sia fragile la storia e l’esistenza di una città. Parla di Firenze, ma potrebbe trattare di qualunque altra città. Credo che se capiremo questo, saremo più pronti a comprendere la fragilità di tutto il mondo che ci circonda e il nostro dovere di preservarlo.

Apocalissi fiorentine” è dunque una raccolta di racconti distopici di fantascienza, climate fiction e ucronia, ambientati a Firenze, che ci parla di fragilità urbane e ambientali.

Il volume è corredato da 48 illustrazioni realizzate dal Professor Marcello Scalzo della Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze e dai suoi studenti, eseguite dall’A.A. 2008 al 2012, che le ha messe a disposizione per questo libro. La copertina, a cura dell’editore, è di Vincenzo Bosica. Le immagini presentano una Firenze desertificata, sommersa dalle acque, congelata, aggredita dalla vegetazione, trasformata da nuovi sviluppi urbani.

Apocalissi fiorentine” può già essere ordinato nel sito del Gruppo Editoriale Tabula Fati al prezzo speciale di € 14,45 o richiesto all’autore (per chi volesse la dedica).

L’antologia sarà presentato al festival di Milano “Stranimondi” il 12 e 13 Ottobre 2019.

La potrete trovare allo stand del Gruppo Editoriale Tabula Fati e sarà presentata brevemente dall’autore, sempre in Sala Presentazioni, sabato 12 alle ore 12,00 nello spazio della rivista Dimensione Cosmica e domenica 13 alle ore 14,00 nello spazio “Il tempo è come un fiume” (Edizioni Della Vigna).

 

QUATTRO ROMANZI MESCOLATI

Le pietre della lunaCon “Le pietre della luna” (1997) Marco Buticchi  (La Spezia, 2 maggio 1957) scrive assieme più romanzi, i cui capitoli si alternano, legati da ben poco a parte la presenza di alcune statuette del paese di Luna che ricompaiono nelle varie storie.

La trama principale riguarda un antico romano, il legionario Giuno, originario di Luna (colonia romana in Liguria fondata nel 177 a.c. alle foci del fiume Magra), che affronta una gran quantità di avventure, con alti e bassi che lo portano a essere più volte imprigionato, costretto a diventare gladiatore (questa parte ha ispirato il celebre film di Ridley Scott “Il gladiatore”), fino a diventare tribuno e poi senatore di Roma. Le pietre appartengono alla sua famiglia e gli sono sottratte quando è accusato ingiustamente di aver rubato il bottino di guerra di Roma, un ingente tesoro.

Giuno scrive la sua storia che è ritrovata, riletta e reinterpretata in epoca moderna in un’altra vicenda che si alterna alla principale.

Altra storia è quella ambientata nel diciassettesimo secolo che narra di due galeoni spagnoli che trasportano un grande tesoro (tema ricorrente nel volume). A bordo c’è un discendente di Giuno, il frate Pietro Di Marzio che ha ricopiato la storia di Giuno e che ha, ovviamente, con sé le famose statuette.

Marco Buticchi

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale Buticchi immagina, quasi ucronicamente, che Hitler riesca a fuggire in America, sfuggendo alla morte e che i suoi beni (terzo tesoro) siano trasportati da un sommergibile che però affonda, portando con sé le fantomatiche pietre di Luna.

Nel 1995 viene recuperato dagli americani il sommergibile e si scopre che un asteroide sta per colpire e distruggere la Terra. Sarà un discendente di Giuno e frate Pietro a guidare lo shuttle che distruggerà il meteorite, ovviamente portando a bordo le pietre di Luna.

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Statuetta votiva di Selene

Questo in breve. Insomma, un romanzo storico d’avventura, che si tinge di mistero e che arriva a trasformarsi in fantascienza, con accenni di ucronia, muovendosi in quasi due millenni di storia.

La vicenda più affascinante è certo quella di Giuno, ma anche le altre appassionano e scorrono piacevolmente, sebbene qualche perplessità mi lasci la parte fantascientifica (e si badi che amo il genere e le commistioni tra storia e fantascienza) che sembra troppo scollata dal resto.

Non mi è chiaro, però, per quale motivo Buticchi non abbia scritto invece quattro romanzi o una raccolta di quattro racconti. In questo modo la storia appare più complessa e articolata che se le singole parti fossero rimaste tali e quindi a qualcuno il romanzo potrà forse parere più “ganzo”, ma personalmente avrei preferito leggerle come opere autonome, dato che il collegamento mi è parso un po’ debole, ma Buticchi è autore affermato e di successo ed evidentemente questo modo di scrivere riceve i dovuti apprezzamenti. La storica e restauratrice Sara Terracini e l’agente segreto Oswald Breil sono protagonisti di una dozzina di libri, compreso questo romanzo, anche se, almeno ne “Le pietre della Luna” hanno ruoli secondari, rispetto per esempio a Giuno e ai suoi discendenti.

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Russell Crowe ne “Il gladiatore” di Ridley Scott

GLI ABATI, UNA FAMIGLIA DIMENTICATA

GLI ABATI DI ANTONELLA BAUSIÈ passato parecchio tempo da quando ho acquistato “Gli Abati”, il saggio scritto da Antonella Bausi e pubblicato da Porto Seguro Editore e ancora non ero riuscito a leggerlo, sommerso come sempre da centinaia di letture.

Ho approfittato delle ultime vacanze per farlo ed è stata una piacevole e interessante scoperta.

Temo sia passato un po’ da quando ho letto l’ultimo saggio o romanzo storico sulla storia di Firenze. Credo che le ultime cose furono la biografia romanzata di Michelangelo di Irving Stone “Il tormento e l’estasi” e la telenovela “I Medici” di Matteo Strukul e il saggio “Ascesa e caduta di casa Medici” di Christopher Hibbert. Devo dire che “Gli Abati” mi ha forse interessato e coinvolto più di tutti e tre. Sarà perché Antonella Bausi è fiorentina e scrive della sua città con spirito toscano, senza gli scivoloni nella fantasia degli autori stranieri, sarà perché dei Medici e di Michelangelo ci pare ormai di sapere tutto e leggerne ci stupisce ormai poco, mentre della famiglia degli Abati sappiamo (o meglio “io” so) poco. Dunque, la lettura è stata tutta una piacevole scoperta. Si aggiunga a questo che lo scritto della Bausi, sebbene non realizzato da un addetto ai lavori, è un saggio e quindi poco indulge a ricostruzioni fantasiose che talora suonano artificiose.

Il sottotitolo è “La vera famiglia di Dante?” e certo serve a incuriosire il lettore. Pare, in effetti, che la madre del Sommo Poeta fosse proprio un Abati. Ma il volume, pur trattando l’argomento, non cerca tanto di dimostrare parentele dell’Alighieri con i più celebri membri del casato, quanto di far luce su una nobile e potente famiglia fiorentina, che essendosi schierata dalla parte sbagliata (i ghibellini) ha finito per essere discredita dai vincenti guelfi al punto che le tracce della sua storia hanno finito quasi per perdersi.

Antonella Bausi

Antonella Bausi

Il lavoro della Bausi è stato dunque di meticolosa ricostruzione e raccolta dei pochi documenti che ancora ne parlano e pur senza pretendere di farne una riabilitazione, ha rigorosamente cercato di ridare loro la dignità storica che si meritavano, per essere stata a lungo una delle famiglie più influenti di Firenze, ormai nota quasi solo per “Bocca degli Abati, il fellone di Montaperti, ricordato da Dante nel XXXII Canto dell’Inferno” al punto che la famiglia veniva definita nel suo insieme “una banda di infami”.

L’opera della Bausi è stata ardua anche perché “Le omonimie si riscontrano spesso e bisogna essere quanto mai prudenti nell’identificazione dei personaggi” e non mancano “numerose abbreviazioni dei nomi e dei titoli”, scritti talora con “grafia suscettibile di errori”, il tutto aggravato dalla “mancanza di censimenti ufficiali e di registri parrocchiali ben precisi” di quei tempi. Il fatto poi che molti membri della famiglia subirono l’esilio da Firenze nel 1303 ha contribuito a disperderne le tracce.

Erano anni intensi e affascinanti in cui era forte il “desiderio di sopraffazione che pervadeva l’animo dei fiorentini nei confronti dell’antica nobiltà di origine germanica. Ciò avveniva, perché rientrava nella politica espansionistica del Comune di Firenze” che cercava di rendersi “indipendente dall’Imperatore o dal Signore che lo rappresentava” e questo contribuisce a rendere la lettura interessante.

Perché Antonella Bausi affronta questa complessa impresa? Per una sorta di sfida con un amico, un moderno Abati, con cui era solita scherzare sul loro ruolo ai tempi della celebre battaglia di Montaperti. E già, parra strano a chi non è toscano, ma Fiorentini e Senesi ancora si bisticciano su una battaglia del 1260 e, talora, si chiedono da che parte fossero i loro antenati in quella contesa tra amici dell’imperatore e amici del papa, tra ghibellini e guelfi.

Leggendo, non ho potuto che interrogarmi su dove fossero i miei. Io non sono toscano, sebbene viva da un quarto di secolo a Firenze, ma qualcuno dei miei antenati fu certo parte di quello scontro ed era dal lato degli Abati, più ghibellino di loro, più filo-imperiale degli Uberti e degli altri ghibellini: Manfredi.

Ed ecco che questa lettura ancora una volta mi spinge a pensare che sia tempo che io scriva la storia di una famiglia che ha attraversato l’Europa per secoli: la mia. A dir il vero, ho cominciato, ma mi pare impresa improba e non so se arriverò mai in fondo. Certo se riuscirò a venirne a capo, un suo spazio nell’eventuale bibliografia potrà averlo anche “Gli Abati”.

Inferno: Girone dei Traditori: Dante e Bocca degli Abati. Divina Commedia. 1880

UNA TOMBA DEI TEMPI DI GESÙ

Come la sabbia del desertoHo conosciuto di recente Vincenzo Maria Sacco, cominciando a frequentare come socio la vivace associazione culturale GSF- Gruppo Scrittori Firenze, di cui Sacco è presidente.

Leggo ora il suo romanzo storico “Come sabbia nel deserto”, edito dalla medesima casa editrice con cui ho pubblicato i miei ultimi quattro lavori, Porto Seguro Editore, iperattiva realtà editoriale del capoluogo toscano.

Come sabbia nel deserto” è opera storica che si snoda su due piani temporali, due millenni fa e nel 1941, sempre in Palestina. Narra del ritrovamento (avvenuto anche nella realtà – il romanzo sviluppa un’ipotesi dello studioso americano Tom Powers) di un’antica tomba dei tempi di Gesù Cristo e del mistero che vi gravita attorno, tale da indurre i due archeologici (le figure reali Eleazar Lipa Sukenik  e Nahman Avigad) a rimandare la comunicazione al mondo della loro scoperta.

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Vincenzo Maria Sacco

Anni intensi, quelli in cui è ambientato, i primi per lo sviluppo del cristianesimo, i secondi per il diffondersi del nazismo e il dilagare della Seconda Guerra Mondiale e, sebbene ambientato in luoghi esotici e lontani, se ne sentono fin lì gli echi.

La scrittura di Sacco scorre precisa e determinata, con rigorosa attenzione alla ricostruzione storica e alle tecniche archeologiche ma anche allo spirito di quei ricercatori (“noi studiosi ridiamo loro la luce, mettiamo un piccolo tassello al suo posto nel grande mosaico della Storia” – pag. 145), offrendoci il ritratto di una “famiglia di immigrati ebrei vissuta in questa terra quasi duemila anni fa” (pag. 8), spunto per alcune veloci riflessioni sui migranti d’oggi e le similitudini con allora (“erano state tassativamente limitate le immigrazioni e le concessioni di terre agli ebrei” – pag. 19) e nel contempo occasione per descrivere una Storia  che “in fondo, è fatta dagli uomini” (pag. 145) ma anche per interrogarsi sul divino (“Se fosse davvero risorto perché non mostrarsi a tutti?” – pag. 37) e sul messaggio evangelico (“Essere tutti uguali! Sarebbe bello ma è un’utopia, non è così e non lo sarà mai!” e “Se è il Messia come dicono i cristiani, allora, credetemi, Dio ha sbagliato tempo e luogo” – pag. 90).

L'immagine può contenere: 7 persone, persone in piedi

Simone di Cirene porta la croce di Gesù

 

UNO STORICO FUORI DAL CORO

Quella strana coppia. L'ambiguo rapporto fra l'italiano Togliatti e il regime stalinistaHo conosciuto Mario Ragionieri durante uno dei Porto Seguro Show organizzati dalla nostra comune casa editrice in cui presentava il suo saggio “Quella strana coppia”, sottotitolo “L’ambiguo rapporto tra l’italiano Togliatti e il regime stalinista”.

Eravamo a fine 2017. Ricordo che l’editore Paolo Cammilli gli chiedeva “rivelaci la bomba dentro questo libro”, dato che se uno scrive un saggio del genere potresti aspettarti che contenga chissà quale rivelazione. Ragionieri, invece, proseguiva imperterrito a descrivere l’accurato lavoro sulle fonti da lui fatto, persino un po’ infastidito dalla domanda.

Acquistai il volume in un’occasione successiva, durante una presentazione presso l’Auditorium del Duomo, il 2 Dicembre 2017.

Ho impiegato un po’ prima di trovare il coraggio di leggerlo, spaventato dalla considerevole mole del tomo, con le sue 542 pagine.

Leggendolo ora in questo giugno 2019, sono piacevolmente colpito dalla grande serietà dell’autore che ha fatto un lavoro ampiamente documentato e quanto più possibile oggettivo, lascandosi andare solo di rado a considerazioni personali, a parte forse nelle conclusioni. Insomma, certo non un libro che vuole contenere qualche rivelazione “bomba” o fare uno scoop, ma un saggio accurato e meticoloso che cerca di ricostruire la figura de Il Migliore, anche detto Ercoli, ovvero il segretario del Partito Comunista Italiano Palmiro Togliatti e i suoi rapporti con Stalin e l’Unione Sovietica.

Dice Ragionieri (pag. 526): “L’intento che mi ero proposto in questo libro era quello di indagare sul tema a mio avviso ancora poco approfondito

Mario Ragionieri – Teatro del Duomo di Firenze – 2 Dicembre 2017 con in mano romanzo di Caterina Perrone

dell’intreccio tra stalinismo e PCI”.

Tra le rare valutazioni personali, evidenzio quando parlando delle considerazioni di Togliatti sul patto Ribbentrop – Molotov, Ragionieri sottolinea che:

lascia intendere che il nemico principale resta il nazismo, senza forse capire che i crimini commessi dai due regimi sono identici” (pag. 253).

Oppure quando scrive:

Questo è l’uomo nelle sue contraddizioni. Nasconderle, negarle e far finta di niente, renderlo un mito, considerarlo un padre della nostra Nazione, non serve a farlo apparire migliore (o, come era definito, il migliore).” (pag 188)

A parte queste e poche altre osservazioni, si stenta a capire la posizione di Ragionieri, che, con grande aplomb, si mantiene cronista distaccato e preciso, celando la propria posizione politica con dovuta professionalità.

Come si diceva solo nelle conclusioni appare più chiaro come Ragionieri la pensi su quelle vicende:

Per esempio si dice “profondamente convinto che il PCI ha seguito una via democratica perché era impossibile muoversi diversamente in Italia, ma conservando profondamente al suo interno una visione stalinista ben celata del pensiero” (pag. 525).

O più avanti (pag. 526) quando afferma “La liberazione dallo stalinismo non si può negare che ci sia stata, ma fino a quale punto e quale importanza ha avuto ed ha ancora l’eredità dello stalinismo in Italia sono domande che richiedono un ripensamento alla luce della documentazione a disposizione adesso e del profondo cambiamento dell’intero clima culturale dopo il crollo del regime sovietico e del mondo appoggiato su due poli”.

Ancor più si sbilancia a pagina 533: “l’eredità dello stalinismo rimane attiva e storicamente più pericolosa di quella nazista, perché nascondendosi dietro gli slogan di uguaglianza, libertà e fraternità, non ha fatto nascere quella istintiva repulsione che l’ideologia esclusiva della superiorità della razza ha provocato nella maggioranza della stessa presunta razza superiore”.

Il saggio non si limita a parlare di Togliatti, ma offre un ampio quadro sugli anni prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, su comunismo, nazismo e fascismo, sui rapporti internazionali tra i vari Paesi del mondo, su molti dei protagonisti di quel tempo, non poi così lontano, ma già tanto diverso dal nostro.

Chiude il volume un sorprendente documento del 1936, “L’appello del PCI ai fratelli in camicia nera”, firmato, tra gli altri, dallo stesso Togliatti, che vanta al suo interno perle come:

Popolo italiano!

Fascisti della vecchia guardia!

Giovani fascisti!

Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace e libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori, e vi diciamo:

lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma”.

Del resto Togliatti, come emerge da queste pagine, era personaggio da “compromessi storici” ante-litteram, ministro della Giustizia in un governo tripartito di democristiani, comunisti e socialisti, uomo che ricercava il consesso delle masse, oltre la loro precedente storia politica.

 

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