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FEDERICO II, L’IMPERATORE IMMORTALE

Risultati immagini per sinfonia per l'imperatoreSono alla mia terza lettura di un romanzo di Donato Altomare (Molfetta, 21 luglio 1951) dopo “L’isola scolpita” e “Il fuoco e il silenzio” e anche questa volta ne sono rimasto piacevolmente sorpreso, innanzitutto per la sua capacità di essere innovativo nella sua scrittura, magari, come qui, mescolando generi distanti come la fantascienza e il romanzo storico.

Sinfonia per l’imperatore” (2010 – Edizioni Elara), infatti, è un romanzo che si muove su due diversi piani temporali, il medioevo in cui visse l’imperatore svevo Federico II Hohenstaufen (Jesi, 26 dicembre 1194 – Fiorentino di Puglia, 13 dicembre 1250), il nipote di Federico Barbarossa, e un futuro ormai molto prossimo, il 2019.

In entrambi i piani, ritroviamo l’imperatore, poiché, a seguito di un incontro con degli alieni ha visto la propria vita dilatarsi, in attesa di poter giocare di nuovo una complicata partita contro uno di questi, dal cui esito dipenderanno le sorti della Terra e di parte della Galassia.

Il segreto per vincere la partita è nascosto nel federiciano Castel del Monte ed è legato a un enigma musicale che Federico cercherà di risolvere con l’aiuto di due giovani studiosi.

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Donato Altomare

Se “Il fuoco e il silenzio” si faceva apprezzare per la scelta originale di immaginare extra-terrestri vegetali, anche qui gli invasori, sebbene abbiano per l’occasione assunto sembianze umane, non mancano di una certa peculiarità, data se non altro dalla loro struttura organizzativa e dallo strano gioco da cui dipende il potere sulle stelle.

Se l’unione di romanzo storico e fantascienza ha generato una figlia che molto apprezzo, l’ucronia, in cui si racconta la storia come potrebbe essere, Donato Altomare, con quest’opera ci mostra un altro parto nato dall’unione di tali generi, una science fiction di ambientazione storica, che richiama alcuni viaggi nel tempo che la letteratura fantastica ben conosce, pur senza farvi ricorso. Semmai questo eterno Federico II ci fa pensare a “Highlander” (film del 1986 diretto da Russell Mulcahy e interpretato da Christopher Lambert) o al leggendario ebreo errante che secondo la leggenda sarebbe stato condannato da Gesù a vivere fino alla fine dei tempi (in “Ilium” di Dan Simmons ne troviamo la versione femminile) o al “Caino” del premio nobel José Saramago.

Non mi rimane che leggere le opere con cui Altomare ha vinto due Premi Urania: “Mater maxima” e “Il dono di Svet”.

 

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Jesi, Monumento a Federico II Hohenstaufen di Svevia t

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UNO DEI PIÙ AFFASCINANTI MUSEI ITALIANI, INGIUSTAMENTE IGNORATO

Risultati immagini per cavalieri mamelucchi e samuraiIl turista che passa per Firenze di solito è attratto dalle Gallerie degli Uffizi o dell’Accademia, da Palazzo Pitti o dai Musei del Bargello o di San Marco, solo a volte si ferma anche a quello dell’Opificio delle Pietre Dure o di Orsanmichele. Solo di rado, poi, si allontana dal centro, dalle zone di Ponte Vecchio o di Palazzo Vecchio e si avventura verso Rifredi, dove c’è, invece, un museo davvero unico nel suo genere e quanto mai interessante. Oltretutto, ora sarebbe ancor più facilmente accessibile, non essendo poi troppo distante dal percorso della nuova linea tranviaria che da Scandicci va all’Ospedale di Careggi, passando per la Stazione di Santa Maria Novella. Si tratta del Museo Stibbert, che si trova lungo l’omonima via, al numero 26, e che richiede un piccolo sforzo per chi lo raggiunga a piedi, essendo sul fianco di una piccola collina, il Poggetto, che domina la città, che può, di lassù essere ammirata nel suo complesso.

Nel XIX secolo a Firenze era presente una nutrita popolazione inglese, amante dell’Italia e della Toscana. Tra questi, vi era Frederick Stibbert, di padre inglese e madre toscana, che sul Poggetto, allora un po’ fuori città, vivevano in relativo isolamento. Stibbert restaurò e ingrandì Villa Montughi, già di proprietà della famiglia Davanzati, creando uno splendido esempio di eclettismo ottocentesco, tanto che la villa, con il suo giardino, meriterebbero da soli una visita, anche se non ospitassero al loro interno la favolosa raccolta di armi e armature europee, mediorientali e giapponesi, che ne fanno un luogo unico e impareggiabile. Alla sua realizzazione, del resto lavorarono personaggi come l’architetto Giuseppe Poggi, cui si deve il nuovo assetto urbanistico della Firenze capitale, i pittori Gaetano Bianchi e Annibale Gatti e lo scultore Augusto Passaglia.

In questa Villa, via via allargata per fare posto alla sempre crescente collezione, Stibbert raccolse, nel corso degli anni, un sempre crescente numero di reperti, che andava personalmente a cercare in giro per il mondo. Oltre a queste, il visitatore potrà anche ammirare importanti dipinti di Botticelli,Beccafumi, Brueghel, Lorenzetti e altri.

Abitando in zona, il parco di Villa Stibbert è sempre stato per me una metà abituale. Del resto confina con il Giardino Baden Powel, a sua volta quasi un tutt’uno con quello di Villa Fabbricotti. Basta poi attraversare poche strade e si arriva al Giardino del Parnaso e giù di lì, dopo aver ammirato la città e il Duomo dall’alto, si scende al Parco dell’Orticultura, rappresentando quasi un unico enorme parco cittadino, che, nel suo insieme rivaleggia per interesse, bellezza e dimensioni con quelli delle Cascine e di Boboli.

Il parco dello Stibbert, poi con il suo tempietto in finto stile egizio e il laghetto con le anatre e le tartarughe è una piccola attrazione per i bambini e gli adulti.

Quando vi portavo mia figlia piccola, ancor in età prescolare, la feci una volta entrare nel museo e ne rimase così folgorata che ogni volta che la portavo in quei giardini mi implorava di entrare anche nel museo.

Del resto tutti quei manichini, a volte così ben fatti, a piedi e persino a cavallo, sono di grandissima suggestione e anche gli oggetti riposti sugli scaffali attorno non possono che attrarre la curiosità di chiunque.

Erano alcuni anni che non vi entravo più, così accolsi l’opportunità di una visita guidata per farvi ritorno e all’uscita acquistai un volume che ne parla “Cavalieri, mamelucchi e samurai”, sottotitolo “Armature di guerrieri d’oriente e d’occidente dalla collezione del Museo Stibbert di Firenze”, curato da Enrico Colle, direttore del museo.

Il primo capitolo, opera dello stesso curatore “L’armeria Stibbert, Fonti storiche e iconografiche per il suo allestimento”, ci parla di analoghe installazioni ottocentesche, in primis l’Armeria Reale di Torino, e opere letterarie, quali quella di Walter Scott, che ispirarono Stibbert nell’organizzare la sua esposizione. Idea di fondo era di “far percepire ai visitatori, attraverso un’ambientazione coinvolgente, l’evoluzione della storia delle armature”. Il Museo ospita una delle raccolte di armature giapponesi più importanti del mondo. Stibbert risultava, infatti, affascinato dal “japonisme” che “iniziò all’incirca con l’Esposizione Universale di Parigi del 1867, dove fu presentata per la prima volta una gran quantità di oggetti della civiltà nipponica”.

Mario Epifani, nel secondo capitolo “La ‘Reale Armeria’ di Torino nella seconda metà dell’ottocento: formazione e promozione di una raccolta dinastica” approfondisce il legame tra Stibbert e questa Armeria, cui si recherà in visita numerose volte nel corso degli anni.

Martina Beccatini, nel terzo capitolo entra nel dettaglio de “La collezione Stibbert”.

Riccardo Franci, poi, esamina “Le armi e le armature in Europa”.

Assai interessante il capitolo di Francesco Civita, che illustra quanto sia diversa “l’armatura mediorientale” (questo il titolo del capitolo) da quella occidentale, essendovi “differenze culturali, geografiche e climatiche che hanno determinato la nascita di due sistemi di protezione del corpo così diversi tra loro”. Diverso era anche il modo di combattere e le rispettive cavallerie erano animate da “Due filosofie contrapposte: l’una, quella occidentale, con l’intento risolutivo, l’altra invece con uno fondamentalmente logorante”. Non si dimentichi poi che le armature islamiche erano adornate dai versi del Corano e dunque “l’armamento islamico non solo è esempio di grande capacità artigiana e bellezza artistica, ma anche mezzo di propagazione della Fede”.

Sempre Francesco Civita ci parla, infine di “Armi e armature in Giappone”, la parte forse più originale e suggestiva del museo. “L’armatura giapponese” esordisce “è sempre stato un mirabile esempio del connubio tra eleganza e funzionalità”. Ci parla poi dell’importanza di due elementi assenti nelle armature occidentali: la seta e la lacca. Gli artigiani che se ne occupavano erano quelli tenuti in maggior considerazione. La lacca, infatti, con le sue “qualità impermeabili e di resistenza, può anche essere usata per proteggere i metalli”.

Prima della parte dedicata alla specifica descrizione degli oggetti esposti, chiude il volume l’analisi fatta da Gian Carlo Calza di due importanti opere pittoriche orientali presenti nel museo, nel capitolo “Cortigiane, mercanti e cavalieri nel Giappone del Seicento e Settecento in due rotoli del Museo Stibbert”.

Inutili dire che il volume è corredato da splendide foto, che offrono una buona panoramica di quanto esposto nelle sale.

UN FILM E UN ROMANZO UCRONICI DENTRO UN VIAGGIO NEL TEMPO ALLOSTORICO

I confini tra i generi letterari sono spesso labili e ci sono opere che si collocano a pieno diritto in diverse categorie o al confine tra due o più di esse.

Risultati immagini per garibaldi a GettysburgHo letto “Garibaldi a Gettysburg” (1993) di Pier Francesco Prosperi (Arezzo21 luglio 1945),, con l’intento di leggere un’ucronia, scritta da uno dei maggiori autori ucronici italiani.

Io stesso, prima ancora di leggerlo, lo citavo negli elenchi di romanzi ucronici, che in più occasioni mi è capitato di pubblicare.

Non amo parlare di libri che non ho letto, dunque da tempo mi ripromettevo di leggerlo o quanto meno di leggere qualcos’altro di Prosperi, che oltretutto, come me vive in Toscana e sarei curioso di conoscere meglio.

Posso ora dire che, in effetti, lo scenario che si prospetta, l’ambientazione, se preferite, è quella di un romanzo ucronico: si immagina che un evento preciso del passato sia mutato (una lettera non più resa pubblica), determinando così la partecipazione di Giuseppe Garibaldi alla guerra civile americana, assieme ai nordisti.

S’immagina anche che ci sia un gruppo di persone che decide di fare un film sul tema, una sorta di “pseudo-film” (creando questo neologismo da pseudobiblion, un libro immaginario descritto in uno reale). Nel film la partecipazione di Garibaldi migliora la performance dei nordisti, favorendone la vincita (che c’è stata anche nella storia reale). Il consulente storico di questo film, però, di ritorno dall’America a Venezia, scopre che la Storia ha preso un altro corso e, da esperto dell’epoca, capisce subito che è dovuto proprio alla partecipazione di Garibaldi alla battaglia di Gettysburg con i nordisti, determinando, con un suo errore, la disfatta della priopria parte. Ne deriva che l’America è ancora “sudista”, con tanto di forme di schiavitù, seppur più blande, apartheid e razzismo dilagante. Inoltre, anche nella Venezia del protagonista, Andrea, le cose sono cambiate: Veneto e Trentino Alto Adige sono ancora parte dell’Austria!

Fin qui siamo, in perfetta ucronia.

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Pierfrancesco Prosperi

Mi è capitato, però, nel dare questa definizione dell’allostoria (sinonimo di ucronia): “L’ucronìa è una forma di narrativa che tratta di un mondo la cui Storia si è differenziata dalla Storia comunemente conosciuta, sostituendo a degli eventi storicamente avvenuti degli eventi ipoteticamente possibili” di precisare che per avere vera ucronia la storia dovrebbe mutare, senza artifici come macchine e viaggi nel tempo. In questo caso saremmo, infatti, nella fantascienza e non nell’ucronia.

Devo ammettere che è una limitazione un po’ da purista. Del resto una delle più belle ucronie “22/11/’63” di Stephen King prevede un passaggio temporale in uno sgabuzzino e un protagonista che cerca di salvare Kennedy mutando la storia.

Ebbene, per tornare a “Garibaldi a Gettysburg”, Prosperi inserisce quest’allostoria in un racconto di viaggi nel tempo, con tanto di relativa macchina.

Non solo. Il protagonista che si ritrova contro la propria volontà in un universo divergente, ricorda ancora il mondo da cui proviene e qui Prosperi ricorre al più classico dei meccanismi narrativi tipici dei viaggi nel tempo, da Wells in poi, ovvero di solito abbiamo un protagonista che visita il passato o il futuro e lo raffronta con il suo presente. Si pensi a “Le meraviglie del duemila” di Emilio Salgari, a “I sovrani delle stelle” di Hamilton, alla saga cinematografica “Ritorno al futuro” e, forse, a “Hyperversum” della Randall.

La sola differenza è che Prosperi manda Andrea non in un altro tempo ma in un presente ucronicamente mutato per effetto di un viaggio nel tempo.

Le scuole di pensiero sugli effetti determinati da un mutamento di un evento passato sul presente sono varie, ma si va dall’idea che nessuna variazione del passato possa poi mutare il presente, perché il tempo sarebbe rigido e quindi tende a ripristinare il suo corso. A questo pensiero si rifà chi sostiene che un singolo uomo non determina il corso della storia e che quindi in assenza di un grande personaggio, altri avrebbero comunque condotto la storia in una data direzione. Senza Napoleone, Einstein, Mozart o… Garibaldi la storia sarebbe stata, a grandi linee uguali.

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Garibaldi

Un altro orientamento è che ogni minimo mutamento determina un effetto domino, facendo mutare molti altri eventi, che a loro volta ne fanno mutare moltissimi altri, in un crescendo esponenziale. È la teoria per la quale il battito d’ali di una farfalla in Sudamerica (o dove volete), provoca un uragano in Cina. Se Sparta avesse vinto a Tebe, allora non avremmo avuto il Rinascimento e senza Rinascimento niente Rivoluzione Francese (come in “Via da Sparta”) e niente elettronica.

Personalmente, partendo dal presupposto del tutto fantasioso che si possa mutare il passato, sono un pieno fautore di questa impostazione e, per esempio, con la mia saga “Via da Sparta” ho cercato di immaginare un mondo presente che fosse mutato il più possibile a seguito della vittoria (immaginaria) di Sparta a Leuttra contro Tebe.

Molti si collocano nel mezzo tra questi due estremi e Prosperi è, con questo romanzo, uno di questi.

Credo, infatti, che un’America sudista o non avrebbe partecipato alla Seconda Guerra Mondiale o, forse più probabilmente, si sarebbe schierata con Hitler. Inoltre, un’Italia priva di due regioni e un’Austria più forte grazie a queste, forse avrebbero avuto un diverso atteggiamento di fronte alla Germani in quel periodo. Immaginare quindi che i mutamenti si arrestino con la mancata annessione di Veneto e Trentino e con la vittoria sudista, ma non immaginare, per esempio, che la Germania domini almeno mezz’Europa, avendo vinto la guerra con l’appoggio americano, mi pare aver sottovalutato gli effetti dei mutamenti immaginati. E questo è solo un esempio. Immaginate, anche, quali aziende sarebbero divenute importanti in un’America “rovesciata”. Avremmo avuto la diffusione attuale di auto, elettronica, cellulari, computer? Sospetterei di no. E così via.

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Giuseppe Garibaldi

Capisco, però, Prosperi. A lui interessava, immagino, descrivere gli effetti immediati della battaglia di Gettysburg con la partecipazione dell’Eroe dei Due Mondi. Meglio sarebbe stato, forse ambientare la storia, allora, solo un decennio o due dopo.

Comunque nelle opere di fantasia, vanno fatte delle scelte. Tornando al mio “Via da Sparta”, se volete, potrei dire che, in qualche modo ha lo stesso limite: presuppongo che Sparta sia riuscita a sopravvivere per ben 2400 anni, creando un Impero. Razionalmente sono convintissimo che sarebbe successo prima o poi qualcosa che l’avrebbe fatta cadere. Come a Prosperi interessava parlare di Garibaldi, a me interessava mostrare un mondo moderno dominato da Sparta. Dunque ragionare su alternative ai mondi creati è un puro esercizio di riflessione “ucronica” di cui spero Prosperi mi perdoni, se mai leggerà queste righe.

Vorrei poi notare in questo romanzo, oltre alla presenza di uno “pseudo-film”, di un vero e proprio pseudo-biblion, il diario del garibaldino Rossetti, in cui Andrea scopre come sono andate davvero le cose nel nuovo universo. Cosa che fa di “Garibaldi a Gettysburg”, oltre che opera ucronica e fantascientifica, un esempio di meta-romanzo (romanzo che contiene al suo interno sia un romanzo inventato, sia un film inventato) e, inoltre, rende obbligatorio un confronto con quella che è, direi, la più famosa ucronia, “La svastica sopra il sole” di Dick, in cui, in un mondo in cui i tedeschi hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale, compare un libro in cui, invece, hanno perso, ma in modo diverso che nel mondo reale.

La paternità dell’idea di scrivere un’ucronia sulla battaglia di Gettysburg va, peraltro, allo statista e premio nobel Winston Churchil, autore di “Se Lee non avesse vinto la battaglia di Gettysburg”, uno dei primi ad aver scritto ucronie nel secolo scorso. Il primo in assoluto a fare storia alternativa, penso sia, invece, stato Tito Livio (“Libro Nono ab urbe condita”).

Ancora una parola sul concetto di mondi paralleli cui fa ricorso Prosperi. L’autore parla di mondo parallelo per descrivere quello in cui si trova Andrea, rispetto a quello da cui viene. Personalmente, in tema di ucronie e viaggi nel tempo, preferisco parlare piuttosto di universi divergenti. La partecipazione di Garibaldi alla battaglia di Gettysburg, per esempio, fa divergere gli eventi storici immaginari da quelli reali. A mutare non è solo il mondo (inteso come pianeta Terra) ma l’intero universo (infinito o meno che sia) nel suo complesso. Il tempo diverge, dunque si crea un nuovo universo che non è “parallelo” al primo, ma appunto, divergente, in quanto ha almeno un punto di contatto (per esempio la fatidica lettera che consentì o impedì la partecipazione di Garibaldi alla battaglia). Già nel mio primo romanzo ucronico “Il Colombo divergente”, tale concetto era evidente sin dal titolo dell’opera. Nel ciclo di “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia” lo ho esplicitato, chiarendo anche l’idea che, per un autore ucronico, il tempo non è lineare ma un frattale con infinite divergenze.

Voglio chiudere questo commento forse troppo lungo, per dire che “Garibaldi a Gettysburg” sebbene mescoli ucronia e fantascienza e abbia una visione dell’allostoria un po’ diversa dalla mia, rimane comunque sia un interessante esempio di ucronia, sia un piacevole e interessante romanzo anche per chi non pratichi il genere e forse un buon modo per cominciare a conoscerlo.

 

GLI ANNI DEI NOSTRI SOGNI VIOLENTI E APPASSIONATI

Crescevano sogniHo incontrato un paio di volte Stefano Carlo Vecoli, ma non saprei dire quanti anni abbia. Credo qualcuno più di me, che sono nato nel 1964. Certo Vecoli non è Giulio.

Giulio è il protagonista di “Crescevano sogni”, romanzo scritto, appunto, da Stefano Carlo Vecoli.

Perché m’interrogo sulla sua età? Perché “Crescevano sogni” ha un forte sapore autobiografico, perché le sue pagine raccontano di una gioventù che somiglia se non alla mia a quella di tanti che avevano la mia età. Se questa comunanza tra il protagonista Giulio e l’autore Stefano Carlo è reale, allora Vecoli deve davvero avere qualche anno più di me, perché vive il 1968 (e gli anni successivi) da liceale, mentre io li ho vissuti da bambino delle scuole elementari. Giulio, del Sessantotto ha vissuto i sogni, io, arrivato più tardi, le disillusioni. Ho fatto il liceo negli “anni di piombo”, poco dopo il 1977, quando le ideologie stavano degenerando in violenza e terrorismo.

Eppure in queste pagine sento atmosfere che non erano poi tanto diverse da quelle dei tempi del mio liceo: le assemblee scolastiche, le occupazioni, le manifestazioni. Vecoli non parla di scioperi, ma io ricordo anche quelli e penso ci fossero anche ai tempi di Giulio.

Crescevano sogni” è insomma un romanzo che a noi nati negli anni ‘50  e ’60 fa rivivere un mondo e un’atmosfera che ormai sembrano lontanissimi.

I nostri mondi si somigliavano nonostante questi anni a separarci, nonostante io vivessi più nel riflusso, nell’edonismo reaganiano (come lo chiamava l’opinionista Agostino), nonostante lui vivesse in Toscana, in Versilia (coordinate non meglio precisate – eppure la Versilia è lunga) e io a Roma, nella tumultuosa capitale, nei luoghi del rapimento di Moro, nei luoghi di tanti attentati. Lui, però, viveva in un contesto dove la sinistra prevaleva e “non si lasciava parlare i fascisti”. Io, invece, mi sono trovato in un liceo dominato dalla destra più estrema (Terza Posizione e altro) quando, in un periodo in cui il MSI aveva a stento il 5%, i Rappresentanti di Istituto di destra erano oltre il 50% e a parlare erano solo loro. Fu un successo quando, con una lista mista, arrivammo a ottenere la metà dei seggi, lasciando alla destra solo un quarto.

Riconosco, però, le battaglie di Giulio, la sua sorpresa e disillusione quando l’amico di sempre, Cesare, passa con i “fasci”.

Riconosco il linguaggio “politichese” di quegli anni, che Vecoli rende con perizia e precisione.

Riconosco i rapporti “difficili” con l’altro sesso, in un’epoca che non aveva certo la sfrontatezza attuale.

Riconosco le amicizie, i gruppi, i cineforum, i modi di passare il tempo così diversi da quelli dei nostri figli.

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Stefano Carlo Vecoli

Riconosco i sogni di cambiare il mondo (anche se c’era poco accordo su come farlo).

Riconosco, soprattutto, la violenza che quei sogni cercava di fermare o che sembrava uno strumento per realizzarli, perché, nel mio tempo, era questa violenza a caratterizzare ogni cosa. Il terrorismo di oggi, mi pare poca cosa rispetto a quello di allora, quando i terroristi erano quelli della porta accanto, non stranieri, non persone di altre religioni, ma i nostri stessi compagni di scuola. Senza bisogno di conoscere i veri terroristi, chi non conosceva però qualcuno che simpatizzasse per le Brigate Rosse, per i NAR o per Ordine Nuovo, anche se magari solo a parole?

Erano anni in cui i ragazzi credevano con tutto il cuore nella politica ma anche anni in cui per la politica ci si picchiava selvaggiamente. Erano anni in cui spesso si restava a casa per qualche allarme bomba, in cui si aveva paura ad andare in luoghi frequentati, teatro di attentati, in cui a volte trovavamo la scuola bloccata con delle catene, o scoprivamo che la notte era entrato qualcuno per bruciarla.

Gli anni dal 1969 in poi di cui parla Vecoli, sono anni meno violenti di questi, eppure anche lì, in quella Versilia che oggi per me vuol dire vacanze al mare, i ragazzi arrivavano a gesti di una violenza esagerata se non estrema e anche di questa ci parla questo romanzo. Un romanzo che parla del nostro passato. Un passato così irriconoscibile per i giovani di oggi che penso che non potranno che leggerlo come un romanzo storico, un’avventura in un Paese immaginario. Eppure quello che con passione e partecipazione descrive Vecoli era proprio il nostro, era proprio l’Italia, l’Italia della nostra ormai lontana gioventù.

Crescevano sogni” è un libro che dovrebbero leggere anche i liceali di oggi, per provare a capire, almeno un po’, da dove è arrivato il mondo in cui vivono.

Un libro che gli adulti di oggi potranno leggere per riscoprire un passato che ci stiamo dimenticando, mentre l’Italia sembra tornare indietro a tempi persino più antichi.
Un libro di cui mi verrebbe quasi voglia di scrivere la mia versione, parallela ma diversa.

 

AFFRONTARE LA GUERRA CON OTTIMISMO

Ho incontrato poche volte Adrian Jucker nella mia vita. Era il fratello minore di mia nonna Sylvia, l’ultimo di 5 fratelli, di cui il primo, Philip, morto nel 1937 durante una corsa automobilistica, se non erro. Mio padre, Filippo, nato alla fine dello stesso anno, ne ereditò il nome. Lo ricordo come una sorta di simpatico babbo natale, corpulento e con un gran barba candidissima. Una bella figura. Anche da giovane, a giudicare dalle foto mi pare si potesse definire un bell’uomo, dall’aria sportiva e signorile.

Zio Adrian era nato nel 1920 e morì nel 2001. Di recente ho scoperto su Facebook una sua autobiografia, in vendita su Amazon, dal titolo “Memories of a Desert Rat”, che scrisse all’età di 76 anni, dietro insistenza delle figlie Angie, Carolyn e Franky, che lo aiutarono nella stesura del volume.

Oggetto del libro sono le sue memorie personali della Seconda Guerra Mondiale.

A parte l’interesse personale nello scoprire meglio un parente attraverso le sue stesse parole, ho trovato questo libretto (si tratta di appena 64 pagine) davvero gradevole e interessante.

Come Adrian Jucker stesso dice fin dall’inizio, non ha alcuna pretesa di raccontare l’intera Guerra, il suo senso, le sue motivazioni o il suo reale svolgimento, ma di raffigurare il modo in cui l’ha vissuta lui stesso e in questo intento, a mio avviso, riesce assai bene, innanzitutto perché non manca di una buona dose di humour, ma, soprattutto perché la narrazione appare assai vivace.

La strana sensazione che mi ha lasciato, nonostante egli abbia affrontato alcune delle più cruente battaglie del secolo, quali due El Alamain e lo sbarco in Normandia e abbia combattuto su un gran numero di fronti, da quello italiano a vari fronti africani, alla Francia, è quella di un ragazzo che stia affrontando una vacanza piuttosto avventurosa e con parecchi inconvenienti. Sebbene egli sia più volte ferito, sembra conservare ogni volta intatto il suo ottimismo, la sua voglia di combattere, la sua curiosità, il suo amore per la vita.

Adrian Jucker nel 1938

E, tra una micidiale battaglia e l’altra riesce a trovare il tempo per cercare di migliorare la sua dieta, per rifornirsi di liquori, per farsi una bella cavalcata o per andarsene per mare su una barca, per il puro gusto di farlo. Del resto quando partì aveva solo 20 anni e la gioventù vede tutto in modo diverso. Eppure ci racconta che per 5 mesi di fila non si poté lavare, per tre anni non sentì la voce della moglie e vide la sua primogenita Angie solo dopo vari anni dalla sua nascita. Come avrete intuito, Adrian era inglese, sebbene la famiglia sia di origini svizzere, e avesse una nonna, Luisa Fontana, italiana. Nei suoi racconti si trova a combattere contro i tedeschi, ma come precisa a un certo punto, in realtà in battaglia aveva più spesso di fronte degli italiani. Una cosa che mi ha stupito è che nonostante le sue origini parzialmente italiane e il fatto che tutte e tre le sue sorelle, Sylvia, Nina e Angela, stessero con italiani e avessero già avuto alcuni figli altrettanto italiani, mi pare conservi un fiero patriottismo anglosassone  e anche quando gli italiani diventano alleati, continua a diffidarne. Ma questo è solo accennato, in realtà, perché alla fine nella narrazione prevale lo spirito di avventura e non si sente alcuna acredine o odio verso i nemici, sebbene sia fortissima la determinazione a combatterli.

Arruolandosi chiede di entrare in un corpo di sciatori e si ritrova in Africa nel deserto a fare lo sminatore, ma non per questo sembra demoralizzarsi. Dopo alcuni anni a togliere e mettere mine, costruire e far saltare ponti, decide di voler assaggiare la vera guerra (aveva già fatto due delle più sanguinose battaglie africane, ma pareva poca cosa per lui!) e chiede di arruolarsi nei paracadutisti. Pur di riuscirci rinuncia al grado di capitano e torna a fare il tenente. Tra l’altro, di lui si parlava a casa come di un capitano e mi ero sempre fatto, da bambino, l’idea che lo fosse di una nave!

E non si ferma lì. Torna tra i genieri e, a un certo punto divenne un “Desert Rat”, cioè un membro di un corpo speciale che operava nel deserto. Un altro “desert rat” compare nel volume ed è un vero topolino del deserto, Bert, da loro adottato, e cui davano da bere del gin, che l’animaletto pareva apprezzare molto. Oltre a un gran numero di ferite, Adrian  Jucker uscì dalla guerra con la decorazione di MC, titolo che nel libro non viene spiegato ma che leggo essere la Military Cross.

Oltre alle battaglie ci parla di avventure che potrebbero esser capitate anche in tempo di pace, come quanto si ritrova aggredito da numerose scimmie o quando costruisce un argano per tirar fuori il somaro di un contadino italiano da un pozzo e ci si cala nudo dentro per tirarlo fuori.

Insomma, una lettura, come dicevo vivace e mai truculenta o pessimista, che fornisce una visione della Guerra quanto meno inconsueta.

Adrian Jucker nel 1987

AVVENTURE UCRONICHE IN GEORGIA

Risultati immagini per l'ultimo paleologo RizzardiLeggo su wikipedia: “Costantino XI (Costantinopoli, 8 febbraio 1405 – Costantinopoli, 29 maggio 1453) è stato un imperatore bizantino. Fu l’ultimo Imperatore dei Romei (βασιλεύς) dell’Impero romano, poiché i Bizantini si chiamavano Romei, cioè Romani, essendo gli unici diretti discendenti giuridici dell’antico Impero romano.

Regnò dal 6 gennaio 1449 fino alla morte, avvenuta durante le fasi finali dell’Assedio di Costantinopoli da parte dei Turchi Ottomani. La conquista della città e la morte dell’imperatore posero fine all’impero bizantino dopo 1058 anni di esistenza.

Dunque, si potrebbe dire che Costantino XI fu “L’ultimo Paleologo”, ma il romanzo omonimo di Emanuele Rizzardi parla di lui e della caduta di Costantinopoli a mano dei Turchi solo nelle prime pagine, essendo le altre dedicate a suo cugino Alessio Paleologo che, nel romanzo gli sopravvisse e combatte accanto al re di Imerezia contro il re della Georgia. L’Imerezia (o Imereti Mxare, in georgiano) è una regione della stessa Georgia. Leggo ancora su wikipedia che “Dal 975 al 1466 Imereti fece parte del regno georgiano unito. Alla sua dissoluzione nel XV secolo, Imereti fu un regno indipendente.”

Le vicende narrate nel romanzo partono dal 1453.

Occorre distinguere gli eventi storici da quelli presenti nel libro, perché “L’ultimo Paolologo” non è un semplice romanzo storico (sebbene, per chi non conosca bene le vicende della fine dell’Impero Bizantino e della Georgia, possa sembrarlo) bensì un’ucronia, che descrive cioè vicende immaginarie, alternative alla storia reale. Non ho fatto approfondimenti storici oltre a quelli citati, ma posso immaginare che forse lo stesso Alessio Paleologo sia una figura inventata.

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Emanuele Rizzardi

Se l’aspetto ucronico del romanzo è apprezzabile soprattutto da storici, la vicenda narrata è comunque una bella avventura, ricchissima di battaglie, scontri e imprese eroiche, con personaggi cui man mano ci si affeziona, nel corso delle non poche pagine del volume (424). Da qualche parte mi sarei aspettato una nota che spiegasse ai profani le “divergenze” ucroniche, ma non l’ho trovata. Dovrò chiedere all’autore quali sono.

La scrittura è piacevole e scorrevole, peccato però per i tantissimi refusi presenti nel testo. Il volume è, infatti, autopubblicato con Pubme e risente della mancanza di una rilettura professionale accurata.

L’ultimo Paleologo” è l’opera prima di Emanuele Rizzardi, autore giovane (Legnano, 22/02/1990) che certo ha davanti a sé tutto il tempo per ripubblicare una versione revisionata di questo romanzo e per scrivere altre cose che potrebbero stupirci. Il genere scelto, l’ucronia, poi è uno di quelli che offre le maggiori opportunità narrative, avendo davanti a sé tutte le variazioni possibili sul corso della Storia ed essendo un genere ancora poco frequentato.

 

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Costantino XI Paleologo

RADICI: LIBRO DI VIAGGIO, TESTIMONIANZA DI VITA CONTADINA E GUIDA TURISTICA

Radici”, il libro scritto da Massimo Acciai Baggiani, con la collaborazione di suo cugino Pino Baggiani e le foto di Italo Magnelli, pubblicato da Porto Seguro Editore, è tante cose assieme.

Innanzitutto è un libro di viaggio, giacché racconta di una giornata trascorsa assieme dai tre, partendo da Rifredi, a Firenze, verso e attraverso il Mugello alla ricerca delle radici della famiglia Baggiani, dei luoghi in cui visse per tanti anni la loro famiglia, o meglio quella della madre di Massimo Acciai, che ha aggiunto al proprio cognome quello materno per ricordare la comunanza che sente con questo ramo della famiglia.

I Baggiani erano gente di campagna, mezzadri e questo libro, oltre che racconto di un breve viaggio, è narrazione della vita contadina di quei tempi, con annotazioni sui metodi di coltivazione, sulle piante e gli animali alle basi dell’economia di quella terra e persino sulle tradizioni culinarie.

Pino Baggiani, Massimo Acciai Baggiani e Italo Magnelli all’Hotel Excelsior di FIrenze per la presentazione di “Radici” – 28 Settembre 2017

Radici”, poi, forse non è una vera guida turistica, ma leggendolo vien voglia di prendere questo libro e tenendolo in mano seguire le orme di questo terzetto, ripercorrere le strade di cui parlano. Non sarà una vera guida turistica ma le informazioni che dà su questi luoghi a volte sono forse persino più interessanti di quelle di certe guide.

Ho letto Radici sul treno da Firenze a Milano ed eccolo davanti al Duomo!

Si parte, si diceva, da Rifredi, dove sia Massimo Acciai che io viviamo, e si arriva alla fortezza medicea di San Martino a San Piero a Sieve e già ci stupiamo di scoprire una simile roccaforte a quella distanza dalla città. Nell’andare sono molti i luoghi che riconosco. Si arriva poi al castello di Trebbio, si visita il lago artificiale di Bilancino con i suoi reperti preistorici, si prosegue per Cafaggiolo, la pieve di San Giovanni in Petroio, Borgo San Lorenzo, Vicchio e i luoghi di Giotto e Cimabue, Ci si ferma per un po’ a parlare della famiglia Baggiani e del Podere del Colle in cui risiedevano, per poi riprendere il cammino verso Barbiana, il luogo della scuola di Don Milani, il prete ribelle, si ritrova altri luoghi della famiglia al Podere Albereta a Santa Maria a Vezzano e al podere Ontaneta a San Cresci e si chiude con un appendice sulla fortezza di San Martino.

Nell’andare si parla di arte, di letteratura, di animali, di piante, di vita familiare e di duro lavoro dei campi.

Radici”, infine, è un’altra cosa ancora: un’occasione per riscoprire quell’esistenza antica attraverso le parole di chi l’ha vissuta, attraverso i versi dello zio Giuliano Baggiani (che andrebbe aggiunto come quarto autore di questo volume), che con parole semplici, schiette e dirette ci mostrano nel modo migliore una testimonianza vivace e fresca di quel che era vivere in queste campagne, delle sensazioni che dava l’incontro quotidiano con la natura.

Radici” è, infine, un libro che si legge con piacere e curiosità e scorre via veloce, arricchito dalle foto di Italo Magnelli ma anche da alcuni documenti del tempo, come articoli di giornale.

Una prova letteraria per Massimo Acciai assai diversa da quella de “La compagnia dei viaggiatori del tempo”, nientemeno che una raccolta di racconti di fantascienza, ma non per questo meno coinvolgente.

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