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IL RE DELLA MENTE

Stagioni DiverseSono davvero pochi gli autori intensi come Stephen King. Di norma preferisco i romanzi ai racconti ma persino in un’antologia come “Stagioni diverse”, Stephen King dimostra la sua assoluta superiorità non solo rispetto ai contemporanei ma alla maggioranza dei romanzieri di ogni tempo. Va detto che questi quattro racconti sono così lunghi da potersi definire romanzi brevi (neanche poi tanto brevi a dir il vero) e questo certo aiuta l’autore a dare a personaggi e trama la grande profondità psicologica che sempre lo distingue come gran conoscitore degli aspetti più oscuri della mente umana.

 

Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank” è una magnifica storia carceraria di un bancario finito ingiustamente in carcere. L’ambiente del penitenziario crea in chi ci vive uno straniamento particolare e sembra quasi di leggere storie ambientati in altri mondi. Sorprende in King la capacità di inserire una gran quantità di dettagli mai inutili, ma sempre funzionali a una forte caratterizzazione della storia principale, senza diventare mai prolisso. Tutto è utile alla storia. Notevole la caratterizzazione sia del protagonista che del narratore, singolare la loro amicizia, affascinante la resistenza e la determinazione del protagonista.

 

Un ragazzo sveglio” ci racconta di un ragazzino che va a caccia, a metà degli anni ’70, di criminali nazisti, ne trova uno e ci instaura un rapporto speciale, dapprima riuscendo persino ad assoggettare psicologicamente il vecchio gerarca, ma poi sviluppando in modo coerente eppure sorprendente, questo rapporto in qualcosa che diventa amicizia e collaborazione. Forse parte un po’ lentamente e l’episodio del gatto bruciato nel forno mi è parso un po’ sopra le righe, ma King realizza, nella prima parte, un altro capolavoro psicologico. Nella seconda parte mi pare, invece, che si faccia prendere un po’ la mano con la vicenda dei barboni assassinati. Diciamo che il profilo psicologico di un nazista che dirige un campo di concentramento mi pare diverso da quello di un serial killer di barboni e non credo che l’uno possa diventare l’altro. Se non altro perché il primo si muove in un contesto gerarchico, sociale e di regole che lo supporta e lui rispetta, mentre il secondo si muove in autonomia e contro ogni regola. Se, però, accettiamo questo sviluppo, la storia è certo avvincente e si evolve con originalità, riprendendo più volte slancio anche quando si ha l’impressione che possa essere ormai conclusa.

 

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Stephen King

L’autunno dell’innocenza – Il corpo (stand by me)” ha ispirato il film “Stand by me” che, quando lo vidi molti anni fa da ragazzino, mi impressionò al punto da indurmi a scrivere la prima recensione cinematografica che osassi inviare a un quotidiano (che ovviamente neppure mi rispose). Non ricordo bene che cosa mi colpì, nè che cosa scrissi, ma di certo lo trovai geniale nel suo modo di raffigurare quella fine d’infanzia da cui io stesso mi ero allora allontanato da poco.

Il ritratto di questo gruppetto di ragazzini in viaggio lungo i binari del treno alla ricerca del cadavere di un altro ragazzo morto è un esempio della capacità di penetrazione psicologica di Stephen King, questo autore che ha magistralmente raccontato la schizofrenia della colossale saga della “Torre nera” e che qui, ancora una volta dimostra di essere un fine conoscitore della mente umana e dei suoi meccanismi, soprattutto quelli legati alla paura.

Eppure questo terzo racconto, leggendolo oggi, mi è parso più lento e meno efficace dei due che lo hanno preceduto. Non mi hanno convinto, in particolare, le descrizioni troppo lunghe delle vite familiari dei ragazzini (non credo che nel film fossero così marcate). Nonostante questo, rimane comunque un’opera di gran lunga superiore a tante cose che si leggono in giro e, forse, sì, tutto sommato, si potrebbe dire che è un piccolo capolavoro anche questo, sebbene la qualità del volume vada progressivamente decrescendo dal primo al quarto racconto.

 

“Una storia d’inverno – Il metodo di respirazione” che chiude la raccolta è un racconto che racchiude al suo interno un altro racconto. Nel primo si parla di uno strano club che forse non è un vero club. Nel racconto che contiene si racconta di un medico che segue una donna madre nella sua gravidanza e, infine, nel parto.

Risultati immagini per stephen king stand By me filmSinceramente la parte sul club mi ha persino annoiato, come se King viaggiasse in prima. Appena comincia il racconto della ragazza, ingrana subito la terza, ma comincia a farci una sorta di quadretto di come fosse difficile la vita per le ragazze madri negli anni ’30 del XX secolo e quanto arretrati i metodi medici per la preparazione al parto. Tutto molto interessante, ma poco “kinghiano”. Appena, però, si arriva al parto, King ingrana non la quarta, ma la sesta e ci troviamo davanti a un “seppur breve” momento di grandissima tensione emotiva, che forse ripaga di tutte le altre pagine.

 

Chiudono il volume le riflessioni di King (“Una parola di conclusione”) su come sia difficile pubblicare racconti come questi quattro perché troppo lunghi per un racconto e troppo corti per un romanzo.

Devo dirvelo: da venticinquemila a trentacinquemila parole sono cifre in grado di far rabbrividire fino nelle ossa il più intrepido scrittore di fiction. Non c’è una definizione semplice e concisa di quello che è un romanzo o un racconto… per lo meno non in termini di conteggio di parole, né dovrebbe esserci. Ma quando uno scrittore si avvicina al limite delle ventimila parole, sa di essere sul punto di sconfinare dal paese del racconto, e ugualmente, quando supera il limite delle quarantamila parole, penetra nel paese del romanzo” scrive.

Spiega così come è arrivato a pubblicarli assieme in un unico volume. Personalmente avrei preferito pubblicarli come singoli romanzi brevi, ma lui ha molta più esperienza di me.

In questo finale, King racconta come accadde che fu etichettato (ed accettò la cosa) come autore horror, sebbene il suo editor lo sconsigliasse di seguire quella strada, poco remunerativa (cosa ben smentita dalle notevoli vendite dei suoi libri).

 

King è comunemente noto come “re dell’horror”. Certo lo è ma questo titolo è quanto mai riduttivo per lui. In questi racconti non c’è nulla dell’horror come lo immaginiamo, con fantasmi, vampiri, zombie. C’è semmai, come spesso è in King, l’orrore dell’abiezione della mente umana.

Il direttore del carcere che si rifiuta di verificare l’innocenza del suo prigioniero o il ragazzino che si appassiona delle atrocità dei campi di sterminio e si trasforma in un assassino ci fanno orrore, ma non certo paura. È questo l’horror di cui King è davvero re.

Nella postfazione King stesso scrive:

Così sono stato etichettato e non me ne importa granché… dopotutto, scrivo per rappresentare qualcosa… per lo meno, quasi sempre. Ma è solo di orrore che scrivo? Se avete letto i precedenti racconti, saprete che non è così… eppure in tutte quelle storie sono riscontrabili elementi dell’orrore, non solo in Il metodo di respirazione… quella faccenda delle sanguisughe in Il corpo è piuttosto raccapricciante, come lo è l’immagine onirica in Un ragazzo sveglio. Prima o poi, Dio solo sa perché, sembra che la mia mente si volga sempre in quella direzione.

Insomma, leggete questi piccoli grandi romanzi brevi e capirete che anche qui, in queste piccole cose, più che un Re dell’Horror, King è un Re della Psiche.

LA VITA IN UNA BOTTE CHE PRECIPITA

Smith & Wesson - Alessandro Baricco - copertinaA qualcuno Alessandro Baricco sta antipatico. Credo che questo sia qualcosa che non ci dovrebbe influenzare nel valutarne l’opera.

È un autore prolifico e non ho certo letto tutto quello che ha scritto, ma tra gli autori italiani viventi credo sia uno dei pochi che non mi ha mai deluso.

Se non ricordo male, in passato di Alessandro Baricco ho letto “La sposa giovane”, “Mr. Gwyn”, “Omero, Iliade”, “Oceano mare”, “Novecento”, City”, “I barbari”, “Seta”, “Castelli di rabbia”. Tutte prove assai diverse tra loro, ma di qualità. Che cosa volete di più da un autore? Molti così detti “grandi” non fanno che ripetersi. Baricco è sempre nuovo e diverso e originale e vivo.

Leggo ora l’opera teatrale “Smith & Wesson”, titolo che richiama la celebre antica marca di fucili, al punto che ho persino sospettato che i due protagonisti Tom Smith e Jerry Wesson fossero una versione ucronica dei due imprenditori statunitensi Horace Smith e Daniel B. Wesson, ma i nomi propri richiamano invece quelli del gatto e del topo del celebre cartone animato (non credo per caso, del resto la loro impresa ha qualcosa di Hanna & Barbera, anche se mi fa pensare più a Wile E. Coyote di Chuck Jones). Peraltro, i due geniali lestofanti del romanzo, ambientato a inizio del XX secolo, avrebbero anche potuto essere degli alter-ego alternativi dei creatori (nel 1852), dell’azienda che innovò il mercato delle armi e generò anche i celeberrimi Winchester.

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Alessandro Baricco (Torino, 25 gennaio 1958)

Trattandosi di un’opera teatrale, presenta dialoghi serrati, un ritmo veloce e si legge in una serata. Tutto ciò potrebbe già essere un pregio.

I personaggi escono dalla pagina (se mi perdonate l’espressione) e si caratterizzano per quello che fanno quasi più che per quello che sono: un tizio che vuole prevedere il tempo creando delle statistiche interrogando la gente su quel che ricorda, un altro che ripesca cadaveri dal fiume e una giovanissima giornalista che vuole essere lei stessa la protagonista del proprio scoop e si fa aiutare dagli altri due per saltare giù dalle micidiali cascate del Niagara.

In fondo, che cos’è una vita eroica se non quella della giovane Rachel Green, che per uscire dalla mediocrità mette in gioco tutto quello che ha, affronta le sue peggiori paure e le sconfigge chiusa in un’assurda botte, cullata dalla musica di un carillon e con un pubblico plaudente attorno che attende-teme-spera la sua morte? In questa semplice storia, forse, c’è tutta l’epica che ci serve e una metafora di tante esistenze.

Libro tutto sommato semplice ed essenziale, ma forse proprio per questo adeguatamente intenso e denso di significato pur nella linearità della trama. Una lettura che forse potrei dimenticare presto, ma che mi lascia comunque una sensazione piacevole e l’impressione di aver letto qualcosa di valido.

Non poco. Onore a Baricco e tacciano i soliti invidiosi.

Smith & Wesson 586, 6-inch

DUE COLOMBI IN MEZZO AL MARE DELLA STORIA

Risultati immagini per nuovo mondo stoccoLeggere l’allostoria “Nuovo Mondo” (Bietti 2010) di Giampietro Stocco (Roma, 13 agosto 1961), mi riporta indietro nel tempo agli anni ’90, ma non tanto quelli del XV secolo in cui la storia è ambientata, ma a quelli del XX, in cui scrissi la mia ucronia “Il Colombo divergente” (Liberodiscrivere 2001).

I due romanzi, infatti, trattano entrambi una versione alternativa dell’avventura del navigatore ligure alla ricerca di una via per le Indie.

Mi si perdoni, allora, se nel leggere queste pagine colme di avvenimenti e colpi di scena, sono ritornato spesso con la mente a “Il Colombo divergente” e se questo commento di lettura, somiglia quasi a un confronto tra le due opere.

Vorrei rimarcare da subito alcune delle molte differenze, proprio a riprova della grande opportunità di scrittura che offre il genere ucronico, che fa scaturire racconti tanto diversi da una medesima vicenda.

Innanzitutto, va detto che ne “Il Colombo divergente” (come fa intuire anche il titolo), Cristoforo Colombo ha un ruolo assai più centrale che non nel “Nuovo Mondo”, dove moltissimi sono i personaggi che lo affiancano e che addirittura seguono vicende loro personali.

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Giampietro Stocco

Se nel mio romanzo, si narra del primo viaggio in America, in quello di Stocco si parla soprattutto del secondo e in questo Colombo torna in buona compagnia, con Leonardo da Vinci. Molti altri sono, però i personaggi storici che si incontrano, da Niccolò Macchiavelli, al papa e ai vari regnanti dell’epoca.

Altra fondamentale differenza è quella che chiamo la “divergenza ucronica”, ovvero il momento in cui la storia immaginaria si discosta da quella reale.

Per tutta la prima metà, il mio romanzo narra le peripezie storiche di Colombo per giungere a San Salvador e solo da lì cambia il corso degli eventi.

Stocco, invece, ci proietta subito nell’ucronia.

In che cosa consiste poi, per i due romanzi, l’evento scatenante delle variazioni storiche?

Personalmente credo nella fragilità della storia e che basti pochissimo per mutarla, e così è il gesto di un indigeno dell’isola di San Salvador a far andare Colombo più a sud, sino a incontrare gli aztechi.

Stocco, invece, colloca la divergenza vari secoli prima e immagina che le spedizioni vichinghe verso il nuovo mondo non siano stati semplici episodi senza seguito, ma abbiamo portato alla creazione di una colonia normanna oltre il Mare Tenebroso (per me “Mare Oceano”) ovvero l’Atlantico.

Il Colombo di Stocco, dunque si trova davanti un “altro” mondo già mutato e ne conseguono eventi assai più clamorosamente divergenti, con ripercussioni immediate (nei primi anni dopo la “riscoperta dell’America) in tutti gli assetti geo-politici di Europa e America. Eclatante mi pare il processo per eresia al navigatore che vede riuniti una serie di personaggi e di eventi oltre ogni immaginazione (e che mi fa pensare a un altro mio romanzo ucronico “Giovanna e l’angelo” -2007).

Il Colombo del sottoscritto, invece, si ritrova prigioniero degli aztechi e nell’impossibilità di comunicare la propria scoperta, lasciando, per un po’,  l’Europa immutata come l’aveva lasciata, seppure condannata, nei secoli, a ben diversi sviluppi.

Diversissimi sono di carattere questi due Colombo. Il mio è cocciutamente determinato a perseguire i propri obiettivi e a impedire un’invasione azteca del vecchio mondo, mentre quello di Stocco appare più schiavo degli eventi e pronto a tradire il vecchio continente, guidando lui stesso i vichinghi in una spedizione di conquista, coadiuvato nientemeno che dalle invenzioni belliche di Leonardo da Vinci, un po’ come si legge nei romanzi di Paolo Ninzatti “Il volo del leone” (2014) e “Le ali del serpente” (2017), in cui Venezia domina il mondo proprio grazie al genio di questo toscano. Le buone intenzioni che lo animano e che bastano a salvarlo durante il processo, mi sembrano, però, poca cosa rispetto al gesto.

Entrambi i romanzi hanno un tono cosmopolita. “Il Colombo divergente” si muove tra Italia, Spagna, Portogallo e Inghilterra nella parte storica per poi allargarsi in quella ucronica all’America Centrale e all’Africa, dove Colombo tornerà, dirottando le flotte dei mexica, e si scontrerà con berberi e arabi.

Nuovo Mondo” vede come protagonisti tutti i regnanti d’Europa, ma arriva a coinvolgere in America non solo i vichinghi ma persino aztechi ed Inca e nel finale si immaginano già viaggi attraverso il Pacifico.

Se il mio Colombo ritrova l’amore in una donna berbera, quello di Stocco sposa una valorosa vichinga.

Risultati immagini per nuovo mondo stoccoSe io avevo avuto dei dubbi sulla capacità dei miei mexica di copiare le navi spagnole, Stocco ci sorprende con nuove flotte vichinghe, macchine volanti e carri armati nati dai celebri disegni vinciani.

Diversa poi è la voce narrante (doppia, misteriosa e confidenziale nel mio, scritto in un’insolita seconda persona), impersonale per Stocco.

Entrambi riportano varie ipotesi e suggestioni meno “formali” sulla scoperta del continente.

Comune a tutti e due i romanzi credo possa essere il messaggio: la storia avrebbe anche potuto essere diversa. Non diamo mai nulla per scontato. Vincitori e vinti potrebbero invertire i loro ruoli. Da questo credo possa nascere sia una grande lezione di umiltà, sia la speranza per tutti noi, nel nostro piccolo, di incidere sulla storia o, quanto meno, di sognarla a nostro modo, perché, come dico sempre, l’ucronia è storia sognata.

Di questo sogno Stocco è uno dei maestri, non nuovo al genere. Di lui ricordo di aver già letto “Nero italiano”, in cui Mussolini non partecipa alla Seconda Guerra Mondiale.

UN FILM E UN ROMANZO UCRONICI DENTRO UN VIAGGIO NEL TEMPO ALLOSTORICO

I confini tra i generi letterari sono spesso labili e ci sono opere che si collocano a pieno diritto in diverse categorie o al confine tra due o più di esse.

Risultati immagini per garibaldi a GettysburgHo letto “Garibaldi a Gettysburg” (1993) di Pier Francesco Prosperi (Arezzo21 luglio 1945),, con l’intento di leggere un’ucronia, scritta da uno dei maggiori autori ucronici italiani.

Io stesso, prima ancora di leggerlo, lo citavo negli elenchi di romanzi ucronici, che in più occasioni mi è capitato di pubblicare.

Non amo parlare di libri che non ho letto, dunque da tempo mi ripromettevo di leggerlo o quanto meno di leggere qualcos’altro di Prosperi, che oltretutto, come me vive in Toscana e sarei curioso di conoscere meglio.

Posso ora dire che, in effetti, lo scenario che si prospetta, l’ambientazione, se preferite, è quella di un romanzo ucronico: si immagina che un evento preciso del passato sia mutato (una lettera non più resa pubblica), determinando così la partecipazione di Giuseppe Garibaldi alla guerra civile americana, assieme ai nordisti.

S’immagina anche che ci sia un gruppo di persone che decide di fare un film sul tema, una sorta di “pseudo-film” (creando questo neologismo da pseudobiblion, un libro immaginario descritto in uno reale). Nel film la partecipazione di Garibaldi migliora la performance dei nordisti, favorendone la vincita (che c’è stata anche nella storia reale). Il consulente storico di questo film, però, di ritorno dall’America a Venezia, scopre che la Storia ha preso un altro corso e, da esperto dell’epoca, capisce subito che è dovuto proprio alla partecipazione di Garibaldi alla battaglia di Gettysburg con i nordisti, determinando, con un suo errore, la disfatta della priopria parte. Ne deriva che l’America è ancora “sudista”, con tanto di forme di schiavitù, seppur più blande, apartheid e razzismo dilagante. Inoltre, anche nella Venezia del protagonista, Andrea, le cose sono cambiate: Veneto e Trentino Alto Adige sono ancora parte dell’Austria!

Fin qui siamo, in perfetta ucronia.

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Pierfrancesco Prosperi

Mi è capitato, però, nel dare questa definizione dell’allostoria (sinonimo di ucronia): “L’ucronìa è una forma di narrativa che tratta di un mondo la cui Storia si è differenziata dalla Storia comunemente conosciuta, sostituendo a degli eventi storicamente avvenuti degli eventi ipoteticamente possibili” di precisare che per avere vera ucronia la storia dovrebbe mutare, senza artifici come macchine e viaggi nel tempo. In questo caso saremmo, infatti, nella fantascienza e non nell’ucronia.

Devo ammettere che è una limitazione un po’ da purista. Del resto una delle più belle ucronie “22/11/’63” di Stephen King prevede un passaggio temporale in uno sgabuzzino e un protagonista che cerca di salvare Kennedy mutando la storia.

Ebbene, per tornare a “Garibaldi a Gettysburg”, Prosperi inserisce quest’allostoria in un racconto di viaggi nel tempo, con tanto di relativa macchina.

Non solo. Il protagonista che si ritrova contro la propria volontà in un universo divergente, ricorda ancora il mondo da cui proviene e qui Prosperi ricorre al più classico dei meccanismi narrativi tipici dei viaggi nel tempo, da Wells in poi, ovvero di solito abbiamo un protagonista che visita il passato o il futuro e lo raffronta con il suo presente. Si pensi a “Le meraviglie del duemila” di Emilio Salgari, a “I sovrani delle stelle” di Hamilton, alla saga cinematografica “Ritorno al futuro” e, forse, a “Hyperversum” della Randall.

La sola differenza è che Prosperi manda Andrea non in un altro tempo ma in un presente ucronicamente mutato per effetto di un viaggio nel tempo.

Le scuole di pensiero sugli effetti determinati da un mutamento di un evento passato sul presente sono varie, ma si va dall’idea che nessuna variazione del passato possa poi mutare il presente, perché il tempo sarebbe rigido e quindi tende a ripristinare il suo corso. A questo pensiero si rifà chi sostiene che un singolo uomo non determina il corso della storia e che quindi in assenza di un grande personaggio, altri avrebbero comunque condotto la storia in una data direzione. Senza Napoleone, Einstein, Mozart o… Garibaldi la storia sarebbe stata, a grandi linee uguali.

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Garibaldi

Un altro orientamento è che ogni minimo mutamento determina un effetto domino, facendo mutare molti altri eventi, che a loro volta ne fanno mutare moltissimi altri, in un crescendo esponenziale. È la teoria per la quale il battito d’ali di una farfalla in Sudamerica (o dove volete), provoca un uragano in Cina. Se Sparta avesse vinto a Tebe, allora non avremmo avuto il Rinascimento e senza Rinascimento niente Rivoluzione Francese (come in “Via da Sparta”) e niente elettronica.

Personalmente, partendo dal presupposto del tutto fantasioso che si possa mutare il passato, sono un pieno fautore di questa impostazione e, per esempio, con la mia saga “Via da Sparta” ho cercato di immaginare un mondo presente che fosse mutato il più possibile a seguito della vittoria (immaginaria) di Sparta a Leuttra contro Tebe.

Molti si collocano nel mezzo tra questi due estremi e Prosperi è, con questo romanzo, uno di questi.

Credo, infatti, che un’America sudista o non avrebbe partecipato alla Seconda Guerra Mondiale o, forse più probabilmente, si sarebbe schierata con Hitler. Inoltre, un’Italia priva di due regioni e un’Austria più forte grazie a queste, forse avrebbero avuto un diverso atteggiamento di fronte alla Germani in quel periodo. Immaginare quindi che i mutamenti si arrestino con la mancata annessione di Veneto e Trentino e con la vittoria sudista, ma non immaginare, per esempio, che la Germania domini almeno mezz’Europa, avendo vinto la guerra con l’appoggio americano, mi pare aver sottovalutato gli effetti dei mutamenti immaginati. E questo è solo un esempio. Immaginate, anche, quali aziende sarebbero divenute importanti in un’America “rovesciata”. Avremmo avuto la diffusione attuale di auto, elettronica, cellulari, computer? Sospetterei di no. E così via.

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Giuseppe Garibaldi

Capisco, però, Prosperi. A lui interessava, immagino, descrivere gli effetti immediati della battaglia di Gettysburg con la partecipazione dell’Eroe dei Due Mondi. Meglio sarebbe stato, forse ambientare la storia, allora, solo un decennio o due dopo.

Comunque nelle opere di fantasia, vanno fatte delle scelte. Tornando al mio “Via da Sparta”, se volete, potrei dire che, in qualche modo ha lo stesso limite: presuppongo che Sparta sia riuscita a sopravvivere per ben 2400 anni, creando un Impero. Razionalmente sono convintissimo che sarebbe successo prima o poi qualcosa che l’avrebbe fatta cadere. Come a Prosperi interessava parlare di Garibaldi, a me interessava mostrare un mondo moderno dominato da Sparta. Dunque ragionare su alternative ai mondi creati è un puro esercizio di riflessione “ucronica” di cui spero Prosperi mi perdoni, se mai leggerà queste righe.

Vorrei poi notare in questo romanzo, oltre alla presenza di uno “pseudo-film”, di un vero e proprio pseudo-biblion, il diario del garibaldino Rossetti, in cui Andrea scopre come sono andate davvero le cose nel nuovo universo. Cosa che fa di “Garibaldi a Gettysburg”, oltre che opera ucronica e fantascientifica, un esempio di meta-romanzo (romanzo che contiene al suo interno sia un romanzo inventato, sia un film inventato) e, inoltre, rende obbligatorio un confronto con quella che è, direi, la più famosa ucronia, “La svastica sopra il sole” di Dick, in cui, in un mondo in cui i tedeschi hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale, compare un libro in cui, invece, hanno perso, ma in modo diverso che nel mondo reale.

La paternità dell’idea di scrivere un’ucronia sulla battaglia di Gettysburg va, peraltro, allo statista e premio nobel Winston Churchil, autore di “Se Lee non avesse vinto la battaglia di Gettysburg”, uno dei primi ad aver scritto ucronie nel secolo scorso. Il primo in assoluto a fare storia alternativa, penso sia, invece, stato Tito Livio (“Libro Nono ab urbe condita”).

Ancora una parola sul concetto di mondi paralleli cui fa ricorso Prosperi. L’autore parla di mondo parallelo per descrivere quello in cui si trova Andrea, rispetto a quello da cui viene. Personalmente, in tema di ucronie e viaggi nel tempo, preferisco parlare piuttosto di universi divergenti. La partecipazione di Garibaldi alla battaglia di Gettysburg, per esempio, fa divergere gli eventi storici immaginari da quelli reali. A mutare non è solo il mondo (inteso come pianeta Terra) ma l’intero universo (infinito o meno che sia) nel suo complesso. Il tempo diverge, dunque si crea un nuovo universo che non è “parallelo” al primo, ma appunto, divergente, in quanto ha almeno un punto di contatto (per esempio la fatidica lettera che consentì o impedì la partecipazione di Garibaldi alla battaglia). Già nel mio primo romanzo ucronico “Il Colombo divergente”, tale concetto era evidente sin dal titolo dell’opera. Nel ciclo di “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia” lo ho esplicitato, chiarendo anche l’idea che, per un autore ucronico, il tempo non è lineare ma un frattale con infinite divergenze.

Voglio chiudere questo commento forse troppo lungo, per dire che “Garibaldi a Gettysburg” sebbene mescoli ucronia e fantascienza e abbia una visione dell’allostoria un po’ diversa dalla mia, rimane comunque sia un interessante esempio di ucronia, sia un piacevole e interessante romanzo anche per chi non pratichi il genere e forse un buon modo per cominciare a conoscerlo.

 

UNO SBANDATO TRA I FREAK

Risultati immagini per freddo nell'anima lansdaleChe Bill Roberts non sia uno proprio normale lo si capisce subito dal fatto che vive in casa con la madre morta e in decomposizione per incassarne la pensione, un po’ come Norman Bates di “Psyco”, un po’ come “Anna” nel romanzo di Ammaniti.

Per raccattare qualche soldo, decide di rapinare una bancarella di fuochi artificiali assieme ad altri balordi, ma le cose vanno decisamente male e si trova a fuggire nella paludi (ambientazione ricorrente in Lansdale, basti pensare a “In fondo alla palude”), dove incontra uno strano circo di mostri, e sembra di essere proiettati nel vecchio film “Freaks” del 1932, con una donna barbuta, un uomo-cane, nani, microcefali e macrocefali e altre stranezze, tra cui un misterioso uomo surgelato. Creature assai più sfortunate degli strani fanciulli de “La casa per bambini speciali di Miss Peregrine” di Ramson Riggs.

Bill viene accolto nella comitiva da un “vecchio”, che non sembra un mostro, ma è in realtà il superstite di un parto siamese trigemino e conserva ancora la mano di uno dei fratelli che gli spunta avvizzita dal petto.

Bill s’innamora della sua bella e capricciosa moglie, ficcandosi in una nuova serie di guai.

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Joe R. Lansdale

Questa è la trama di “Freddo nell’anima”, un romanzo del grande Joe R. Lansdale che come al suo solito scorre con forte e crudo realismo, di avventura in avventura, senza annoiare mai, in una scrittura diretta e visiva, che non ha neppure un paragrafo inutile.

Il mondo che descrive è quello di un’umanità alla deriva, dove la deformità fisica è, in fondo minore di quella psichica e dove proprio chi all’apparenza sembra più normale è il vero mostro.

Come ne “La foresta” o in “Cielo di sabbia” tutte le avventure partono da un disastro familiare (qui la morte della madre) che scatena gli eventi.

Siamo sempre nella rozza e violenta provincia americana di “In fondo alla palude”, “Acqua buia”, “La foresta”, “Cielo di sabbia” e persino dei surreali “La notte del Drive-in” e “Deadman’s road”, come nei romanzi del suo conterraneo McCarthy, ma, rispetto a questo autore, i toni di Lansdale sono più surreali e quasi grotteschi, ma non per questo meno gelidi e lasciano sempre un po’ di “Freddo nell’anima”.

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Freaks, un film del 1932 diretto da Tod Browning.

PSICOSI E PREGIUDIZI MARZIANI

Da ragazzo ho letto molta fantascienza, ma non ricordo di aver letto nulla di Philip K. Dick. Per vari anni non ho più frequentato il genere, cui mi sono riaffacciato solo in anni recenti. Tra gli autori fantascientifici che sto leggendo c’è ora anche questo autore americano, della cui produzione sinora ho affrontato solo “La svastica sul sole” (letto come classico dell’ucronia), “Tempo fuori luogo”, “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, “Ubik”.

Ho letto ora “Noi marziani” (Martian Time-Slip, 1964), una storia ambientata su Marte, ma assai lontana dagli stereotipi della fantascienza. Il romanzo cui, forse, per ambientazione, potrebbe essere maggiormente raffrontato è “Cronache marziane” di Ray Bradbury, se non altro per l’idea di una popolazione umana stabilmente impiantata sul pianeta rosso.

La visione del quarto mondo del nostro sistema, pubblicato l’anno della mia nascita, è ancora piuttosto legata alle conoscenze ridotte che se ne avevano a metà del secolo scorso. Innanzitutto, risente ancora dell’illusione dei canali marziani di Schiapparelli e ne fa derivare la presenza di acqua piuttosto abbondante (rispetto a quella risicatissima che il pianeta potrebbe forse ospitare), sebbene decisamente scarsa per le esigenze della popolazione terrestre colonizzatrice. Dall’idea dei canali deriva la considerazione che Marte un tempo potesse essere abitato da una cultura civilizzata che tali canali avrebbe costruito. Accanto ai terrestri vivono, infatti, i discendenti regrediti di tale civiltà, i cosiddetti Bleekman (ovvia l’assonanza con black man), comunemente detti “negri”. Sono esseri umanoidi lenti e inaffidabili, utilizzati per i lavori più pesanti. Parlando di loro, Dick denuncia il razzismo americano, qui trasposto su una nuova popolazione. Questi “negri” sono molto simili a esseri umani, al punto che qualcuno sul pianeta ipotizza che un milione di anni fa Terra e Marte siano state colonizzate da una razza aliena. Nonostante la somiglianza, il razzismo dei terrestri verso i Bleekman è forte. Li usano per lavori sottopagati, ne apprezzano poche doti (guarda caso hanno “buon orecchio” e ne vediamo uno intento ad accordare strumenti musicali), inorridiscono al pensiero di accoppiarsi con loro e alcuni vengono definiti “addomesticati”, come se fossero animali.

Entriamo qui nella sostanza dell’opera. Dick non ci descrive, in realtà, un mondo alieno, ma la Terra, direi anzi qualcosa che somiglia molto all’America degli anni attorno al 1960 e in particolare, immaginerei, a uno Stato come il Texas.

Il razzismo verso i “negri” alieni, ne è un esempio, ma gli extraterrestri, tutto sommato, sono solo ambientazione se non sfondo. Dick ci parla piuttosto dei pregiudizi e delle psicosi della provincia americana, di schizofrenia, autismo (visto ancora come malattia psichica determinata dall’ambiente familiare), suicidi. Ci mostra un sistema educativo basato su insegnanti e bidelli robotici, pronti a elargire un sapere standardizzato. Ci mostra egoismo, tirchierie e piccole meschinità dei rapporti tra vicini.

Su Marte troviamo colonie di origini diverse, che conservano le proprie connotazioni originarie, Nuova Israele, abitata da commercianti, la comunità degli italiani dai baffoni impomatati, la colonia del sindacato degli idraulici e quella del sindacato degli elettricisti. L’appartenenza a un sindacato è importante per avere un buon lavoro (lascio a voi pensare a cosa alluda Dick).

Philip K. Dick

Nonostante lo scorrere del tempo e il progresso tecnologico, le donne sono stimate persino meno che ai tempi in cui scriveva Dick, così la madre del bambino autistico Manfred Steiner è incolpata della malattia del figlio, a un’altra viene detto che il suo approccio è dilettantistico come quello di tutte le donne, le fidanzate possono essere in “comproprietà” e così via.

Questa visione della schizofrenia mi ricorda Schopenauer (“Saggio sulla visione degli spiriti”), immaginando che lo schizofrenico entri in contatto con una diversa conoscenza e che possa essere persino in grado di preveggenza e di intuizioni sul futuro.

La schizofrenia del piccolo Manfred (il confine con una malattia ben diversa come l’autismo è confuso) qui è spiegata come un diverso modo di vivere il tempo. Se è vero che il tempo non scorre, ma è lo spazio ad attraversarlo, Manfred ci si muove a una diversa velocità ed è capace di andare avanti e indietro, vedendo il proprio futuro di vecchio malato immobilizzato in ospedale, futuro che lo terrorizza e che forse è la causa del suo autismo.

Lo spregiudicato Arnie Kott cerca di avvalersi delle sue capacità per realizzare delle speculazioni immobiliari, ma gli esiti saranno ben diversi. Arnie Kott per cercare di comunicare con Manfred, che nel suo autismo non parla, ricorre alla collaborazione di un ex-schizofrenico Jack Bohlen, figlio di un altro speculatore.

Anche i Bleekman hanno un diverso modo di vivere il tempo e sarà solo con loro che Manfred riuscirà a entrare davvero in comunicazione.

Questo Marte, appare come un mondo disgregato, psicotico, nuovo eppure già in disfacimento, in cui le difficoltà relazionali non riguardano solo i personaggi malati ma anche gli altri.

Parrebbe che forse in origine la storia non fosse di carattere fantascientifico e poi Dick l’abbia trasformata ambientandola sul pianeta rosso.

Il mondo in disfacimento di cui ci parla, comunque, è il nostro.

IL TEMPO È UN’ALTRA COSA E I BUONI ROMANZI PURE

Un titolo come “Il tempo è un bastardo” ben si presterebbe per un romanzo di fantascienza o per uno esistenziale. Quello scritto dall’americana Jennifer Egan e che le è valso nientemeno che il Pulitzer per la narrativa (a ulteriore dimostrazione che i premi letterari, dal nobel in giù, spesso hanno poco significato) non appartiene certo alla prima categoria (nonostante un finale nel futuro) ma appartiene poco anche alla seconda, se non perché questa frase viene detta da un grassone in crisi che un tempo era stato una star del rock e che riesce a rifarsi su questo tempo bastardo, ritornando con successo in un grande concerto vent’anni dopo il proprio ritiro. Altri momenti “esistenziali” legati al tempo non li ho colti, anche se il ciccione non è il solo personaggio in crisi.

Jennifer Egan (Chicago, 7 settembre 1962) è una scrittrice statunitense. Oltre che per l’attività di scrittrice, la Egan è nota per le frequenti collaborazioni prestate per il New York Times Magazine. Ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2011 per l’opera Il tempo è un bastardo (A Visit from the Goon Squad).

La storia è ambientata soprattutto nel mondo del rock, del giornalismo musicale, dei punk. Parlare di “storia” però sarebbe un’ingiustizia verso quei romanzi che una storia la raccontano davvero, dato che qui abbiamo tanti frammenti di tante storie diverse, variamente collegate tra loro e distribuite in un largo arco temporale. Si passa dalla prima alla seconda alla terza persona. Ci sono parti in stili diversi e persino delle parti in power point (che avendo letto in TTS non sono riuscito a leggere)! Insomma, un po’ di sperimentalismo stilistico, di quello che se hai un buono sponsor può anche valerti qualche premio letterario e magari l’osannazione di qualche lettore, anche se ci sono di sicuro opere che si leggono più agevolmente e piacevolmente.

Sarà che pur essendo un romanzo, somiglia a una raccolta di racconti ed io preferisco trame con una loro unità, sarà che la varietà di stili confonde e dà una sensazione di frammentarietà, sarà che del mondo del rock, per giunta privo di star reali, me ne importa poco, ma leggendolo non vedevo l’ora di finirlo e passare ad altro. Non dico che mi abbia sempre annoiato, ma di certo non mi ha divertito o soddisfatto in alcun modo. E dire che negli Stati uniti è finito in molte classifiche dei migliori romanzi!

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