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UN FILM E UN ROMANZO UCRONICI DENTRO UN VIAGGIO NEL TEMPO ALLOSTORICO

I confini tra i generi letterari sono spesso labili e ci sono opere che si collocano a pieno diritto in diverse categorie o al confine tra due o più di esse.

Risultati immagini per garibaldi a GettysburgHo letto “Garibaldi a Gettysburg” (1993) di Pier Francesco Prosperi (Arezzo21 luglio 1945),, con l’intento di leggere un’ucronia, scritta da uno dei maggiori autori ucronici italiani.

Io stesso, prima ancora di leggerlo, lo citavo negli elenchi di romanzi ucronici, che in più occasioni mi è capitato di pubblicare.

Non amo parlare di libri che non ho letto, dunque da tempo mi ripromettevo di leggerlo o quanto meno di leggere qualcos’altro di Prosperi, che oltretutto, come me vive in Toscana e sarei curioso di conoscere meglio.

Posso ora dire che, in effetti, lo scenario che si prospetta, l’ambientazione, se preferite, è quella di un romanzo ucronico: si immagina che un evento preciso del passato sia mutato (una lettera non più resa pubblica), determinando così la partecipazione di Giuseppe Garibaldi alla guerra civile americana, assieme ai nordisti.

S’immagina anche che ci sia un gruppo di persone che decide di fare un film sul tema, una sorta di “pseudo-film” (creando questo neologismo da pseudobiblion, un libro immaginario descritto in uno reale). Nel film la partecipazione di Garibaldi migliora la performance dei nordisti, favorendone la vincita (che c’è stata anche nella storia reale). Il consulente storico di questo film, però, di ritorno dall’America a Venezia, scopre che la Storia ha preso un altro corso e, da esperto dell’epoca, capisce subito che è dovuto proprio alla partecipazione di Garibaldi alla battaglia di Gettysburg con i nordisti, determinando, con un suo errore, la disfatta della priopria parte. Ne deriva che l’America è ancora “sudista”, con tanto di forme di schiavitù, seppur più blande, apartheid e razzismo dilagante. Inoltre, anche nella Venezia del protagonista, Andrea, le cose sono cambiate: Veneto e Trentino Alto Adige sono ancora parte dell’Austria!

Fin qui siamo, in perfetta ucronia.

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Pierfrancesco Prosperi

Mi è capitato, però, nel dare questa definizione dell’allostoria (sinonimo di ucronia): “L’ucronìa è una forma di narrativa che tratta di un mondo la cui Storia si è differenziata dalla Storia comunemente conosciuta, sostituendo a degli eventi storicamente avvenuti degli eventi ipoteticamente possibili” di precisare che per avere vera ucronia la storia dovrebbe mutare, senza artifici come macchine e viaggi nel tempo. In questo caso saremmo, infatti, nella fantascienza e non nell’ucronia.

Devo ammettere che è una limitazione un po’ da purista. Del resto una delle più belle ucronie “22/11/’63” di Stephen King prevede un passaggio temporale in uno sgabuzzino e un protagonista che cerca di salvare Kennedy mutando la storia.

Ebbene, per tornare a “Garibaldi a Gettysburg”, Prosperi inserisce quest’allostoria in un racconto di viaggi nel tempo, con tanto di relativa macchina.

Non solo. Il protagonista che si ritrova contro la propria volontà in un universo divergente, ricorda ancora il mondo da cui proviene e qui Prosperi ricorre al più classico dei meccanismi narrativi tipici dei viaggi nel tempo, da Wells in poi, ovvero di solito abbiamo un protagonista che visita il passato o il futuro e lo raffronta con il suo presente. Si pensi a “Le meraviglie del duemila” di Emilio Salgari, a “I sovrani delle stelle” di Hamilton, alla saga cinematografica “Ritorno al futuro” e, forse, a “Hyperversum” della Randall.

La sola differenza è che Prosperi manda Andrea non in un altro tempo ma in un presente ucronicamente mutato per effetto di un viaggio nel tempo.

Le scuole di pensiero sugli effetti determinati da un mutamento di un evento passato sul presente sono varie, ma si va dall’idea che nessuna variazione del passato possa poi mutare il presente, perché il tempo sarebbe rigido e quindi tende a ripristinare il suo corso. A questo pensiero si rifà chi sostiene che un singolo uomo non determina il corso della storia e che quindi in assenza di un grande personaggio, altri avrebbero comunque condotto la storia in una data direzione. Senza Napoleone, Einstein, Mozart o… Garibaldi la storia sarebbe stata, a grandi linee uguali.

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Garibaldi

Un altro orientamento è che ogni minimo mutamento determina un effetto domino, facendo mutare molti altri eventi, che a loro volta ne fanno mutare moltissimi altri, in un crescendo esponenziale. È la teoria per la quale il battito d’ali di una farfalla in Sudamerica (o dove volete), provoca un uragano in Cina. Se Sparta avesse vinto a Tebe, allora non avremmo avuto il Rinascimento e senza Rinascimento niente Rivoluzione Francese (come in “Via da Sparta”) e niente elettronica.

Personalmente, partendo dal presupposto del tutto fantasioso che si possa mutare il passato, sono un pieno fautore di questa impostazione e, per esempio, con la mia saga “Via da Sparta” ho cercato di immaginare un mondo presente che fosse mutato il più possibile a seguito della vittoria (immaginaria) di Sparta a Leuttra contro Tebe.

Molti si collocano nel mezzo tra questi due estremi e Prosperi è, con questo romanzo, uno di questi.

Credo, infatti, che un’America sudista o non avrebbe partecipato alla Seconda Guerra Mondiale o, forse più probabilmente, si sarebbe schierata con Hitler. Inoltre, un’Italia priva di due regioni e un’Austria più forte grazie a queste, forse avrebbero avuto un diverso atteggiamento di fronte alla Germani in quel periodo. Immaginare quindi che i mutamenti si arrestino con la mancata annessione di Veneto e Trentino e con la vittoria sudista, ma non immaginare, per esempio, che la Germania domini almeno mezz’Europa, avendo vinto la guerra con l’appoggio americano, mi pare aver sottovalutato gli effetti dei mutamenti immaginati. E questo è solo un esempio. Immaginate, anche, quali aziende sarebbero divenute importanti in un’America “rovesciata”. Avremmo avuto la diffusione attuale di auto, elettronica, cellulari, computer? Sospetterei di no. E così via.

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Giuseppe Garibaldi

Capisco, però, Prosperi. A lui interessava, immagino, descrivere gli effetti immediati della battaglia di Gettysburg con la partecipazione dell’Eroe dei Due Mondi. Meglio sarebbe stato, forse ambientare la storia, allora, solo un decennio o due dopo.

Comunque nelle opere di fantasia, vanno fatte delle scelte. Tornando al mio “Via da Sparta”, se volete, potrei dire che, in qualche modo ha lo stesso limite: presuppongo che Sparta sia riuscita a sopravvivere per ben 2400 anni, creando un Impero. Razionalmente sono convintissimo che sarebbe successo prima o poi qualcosa che l’avrebbe fatta cadere. Come a Prosperi interessava parlare di Garibaldi, a me interessava mostrare un mondo moderno dominato da Sparta. Dunque ragionare su alternative ai mondi creati è un puro esercizio di riflessione “ucronica” di cui spero Prosperi mi perdoni, se mai leggerà queste righe.

Vorrei poi notare in questo romanzo, oltre alla presenza di uno “pseudo-film”, di un vero e proprio pseudo-biblion, il diario del garibaldino Rossetti, in cui Andrea scopre come sono andate davvero le cose nel nuovo universo. Cosa che fa di “Garibaldi a Gettysburg”, oltre che opera ucronica e fantascientifica, un esempio di meta-romanzo (romanzo che contiene al suo interno sia un romanzo inventato, sia un film inventato) e, inoltre, rende obbligatorio un confronto con quella che è, direi, la più famosa ucronia, “La svastica sopra il sole” di Dick, in cui, in un mondo in cui i tedeschi hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale, compare un libro in cui, invece, hanno perso, ma in modo diverso che nel mondo reale.

La paternità dell’idea di scrivere un’ucronia sulla battaglia di Gettysburg va, peraltro, allo statista e premio nobel Winston Churchil, autore di “Se Lee non avesse vinto la battaglia di Gettysburg”, uno dei primi ad aver scritto ucronie nel secolo scorso. Il primo in assoluto a fare storia alternativa, penso sia, invece, stato Tito Livio (“Libro Nono ab urbe condita”).

Ancora una parola sul concetto di mondi paralleli cui fa ricorso Prosperi. L’autore parla di mondo parallelo per descrivere quello in cui si trova Andrea, rispetto a quello da cui viene. Personalmente, in tema di ucronie e viaggi nel tempo, preferisco parlare piuttosto di universi divergenti. La partecipazione di Garibaldi alla battaglia di Gettysburg, per esempio, fa divergere gli eventi storici immaginari da quelli reali. A mutare non è solo il mondo (inteso come pianeta Terra) ma l’intero universo (infinito o meno che sia) nel suo complesso. Il tempo diverge, dunque si crea un nuovo universo che non è “parallelo” al primo, ma appunto, divergente, in quanto ha almeno un punto di contatto (per esempio la fatidica lettera che consentì o impedì la partecipazione di Garibaldi alla battaglia). Già nel mio primo romanzo ucronico “Il Colombo divergente”, tale concetto era evidente sin dal titolo dell’opera. Nel ciclo di “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia” lo ho esplicitato, chiarendo anche l’idea che, per un autore ucronico, il tempo non è lineare ma un frattale con infinite divergenze.

Voglio chiudere questo commento forse troppo lungo, per dire che “Garibaldi a Gettysburg” sebbene mescoli ucronia e fantascienza e abbia una visione dell’allostoria un po’ diversa dalla mia, rimane comunque sia un interessante esempio di ucronia, sia un piacevole e interessante romanzo anche per chi non pratichi il genere e forse un buon modo per cominciare a conoscerlo.

 

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UNO SBANDATO TRA I FREAK

Risultati immagini per freddo nell'anima lansdaleChe Bill Roberts non sia uno proprio normale lo si capisce subito dal fatto che vive in casa con la madre morta e in decomposizione per incassarne la pensione, un po’ come Norman Bates di “Psyco”, un po’ come “Anna” nel romanzo di Ammaniti.

Per raccattare qualche soldo, decide di rapinare una bancarella di fuochi artificiali assieme ad altri balordi, ma le cose vanno decisamente male e si trova a fuggire nella paludi (ambientazione ricorrente in Lansdale, basti pensare a “In fondo alla palude”), dove incontra uno strano circo di mostri, e sembra di essere proiettati nel vecchio film “Freaks” del 1932, con una donna barbuta, un uomo-cane, nani, microcefali e macrocefali e altre stranezze, tra cui un misterioso uomo surgelato. Creature assai più sfortunate degli strani fanciulli de “La casa per bambini speciali di Miss Peregrine” di Ramson Riggs.

Bill viene accolto nella comitiva da un “vecchio”, che non sembra un mostro, ma è in realtà il superstite di un parto siamese trigemino e conserva ancora la mano di uno dei fratelli che gli spunta avvizzita dal petto.

Bill s’innamora della sua bella e capricciosa moglie, ficcandosi in una nuova serie di guai.

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Joe R. Lansdale

Questa è la trama di “Freddo nell’anima”, un romanzo del grande Joe R. Lansdale che come al suo solito scorre con forte e crudo realismo, di avventura in avventura, senza annoiare mai, in una scrittura diretta e visiva, che non ha neppure un paragrafo inutile.

Il mondo che descrive è quello di un’umanità alla deriva, dove la deformità fisica è, in fondo minore di quella psichica e dove proprio chi all’apparenza sembra più normale è il vero mostro.

Come ne “La foresta” o in “Cielo di sabbia” tutte le avventure partono da un disastro familiare (qui la morte della madre) che scatena gli eventi.

Siamo sempre nella rozza e violenta provincia americana di “In fondo alla palude”, “Acqua buia”, “La foresta”, “Cielo di sabbia” e persino dei surreali “La notte del Drive-in” e “Deadman’s road”, come nei romanzi del suo conterraneo McCarthy, ma, rispetto a questo autore, i toni di Lansdale sono più surreali e quasi grotteschi, ma non per questo meno gelidi e lasciano sempre un po’ di “Freddo nell’anima”.

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Freaks, un film del 1932 diretto da Tod Browning.

PSICOSI E PREGIUDIZI MARZIANI

Da ragazzo ho letto molta fantascienza, ma non ricordo di aver letto nulla di Philip K. Dick. Per vari anni non ho più frequentato il genere, cui mi sono riaffacciato solo in anni recenti. Tra gli autori fantascientifici che sto leggendo c’è ora anche questo autore americano, della cui produzione sinora ho affrontato solo “La svastica sul sole” (letto come classico dell’ucronia), “Tempo fuori luogo”, “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, “Ubik”.

Ho letto ora “Noi marziani” (Martian Time-Slip, 1964), una storia ambientata su Marte, ma assai lontana dagli stereotipi della fantascienza. Il romanzo cui, forse, per ambientazione, potrebbe essere maggiormente raffrontato è “Cronache marziane” di Ray Bradbury, se non altro per l’idea di una popolazione umana stabilmente impiantata sul pianeta rosso.

La visione del quarto mondo del nostro sistema, pubblicato l’anno della mia nascita, è ancora piuttosto legata alle conoscenze ridotte che se ne avevano a metà del secolo scorso. Innanzitutto, risente ancora dell’illusione dei canali marziani di Schiapparelli e ne fa derivare la presenza di acqua piuttosto abbondante (rispetto a quella risicatissima che il pianeta potrebbe forse ospitare), sebbene decisamente scarsa per le esigenze della popolazione terrestre colonizzatrice. Dall’idea dei canali deriva la considerazione che Marte un tempo potesse essere abitato da una cultura civilizzata che tali canali avrebbe costruito. Accanto ai terrestri vivono, infatti, i discendenti regrediti di tale civiltà, i cosiddetti Bleekman (ovvia l’assonanza con black man), comunemente detti “negri”. Sono esseri umanoidi lenti e inaffidabili, utilizzati per i lavori più pesanti. Parlando di loro, Dick denuncia il razzismo americano, qui trasposto su una nuova popolazione. Questi “negri” sono molto simili a esseri umani, al punto che qualcuno sul pianeta ipotizza che un milione di anni fa Terra e Marte siano state colonizzate da una razza aliena. Nonostante la somiglianza, il razzismo dei terrestri verso i Bleekman è forte. Li usano per lavori sottopagati, ne apprezzano poche doti (guarda caso hanno “buon orecchio” e ne vediamo uno intento ad accordare strumenti musicali), inorridiscono al pensiero di accoppiarsi con loro e alcuni vengono definiti “addomesticati”, come se fossero animali.

Entriamo qui nella sostanza dell’opera. Dick non ci descrive, in realtà, un mondo alieno, ma la Terra, direi anzi qualcosa che somiglia molto all’America degli anni attorno al 1960 e in particolare, immaginerei, a uno Stato come il Texas.

Il razzismo verso i “negri” alieni, ne è un esempio, ma gli extraterrestri, tutto sommato, sono solo ambientazione se non sfondo. Dick ci parla piuttosto dei pregiudizi e delle psicosi della provincia americana, di schizofrenia, autismo (visto ancora come malattia psichica determinata dall’ambiente familiare), suicidi. Ci mostra un sistema educativo basato su insegnanti e bidelli robotici, pronti a elargire un sapere standardizzato. Ci mostra egoismo, tirchierie e piccole meschinità dei rapporti tra vicini.

Su Marte troviamo colonie di origini diverse, che conservano le proprie connotazioni originarie, Nuova Israele, abitata da commercianti, la comunità degli italiani dai baffoni impomatati, la colonia del sindacato degli idraulici e quella del sindacato degli elettricisti. L’appartenenza a un sindacato è importante per avere un buon lavoro (lascio a voi pensare a cosa alluda Dick).

Philip K. Dick

Nonostante lo scorrere del tempo e il progresso tecnologico, le donne sono stimate persino meno che ai tempi in cui scriveva Dick, così la madre del bambino autistico Manfred Steiner è incolpata della malattia del figlio, a un’altra viene detto che il suo approccio è dilettantistico come quello di tutte le donne, le fidanzate possono essere in “comproprietà” e così via.

Questa visione della schizofrenia mi ricorda Schopenauer (“Saggio sulla visione degli spiriti”), immaginando che lo schizofrenico entri in contatto con una diversa conoscenza e che possa essere persino in grado di preveggenza e di intuizioni sul futuro.

La schizofrenia del piccolo Manfred (il confine con una malattia ben diversa come l’autismo è confuso) qui è spiegata come un diverso modo di vivere il tempo. Se è vero che il tempo non scorre, ma è lo spazio ad attraversarlo, Manfred ci si muove a una diversa velocità ed è capace di andare avanti e indietro, vedendo il proprio futuro di vecchio malato immobilizzato in ospedale, futuro che lo terrorizza e che forse è la causa del suo autismo.

Lo spregiudicato Arnie Kott cerca di avvalersi delle sue capacità per realizzare delle speculazioni immobiliari, ma gli esiti saranno ben diversi. Arnie Kott per cercare di comunicare con Manfred, che nel suo autismo non parla, ricorre alla collaborazione di un ex-schizofrenico Jack Bohlen, figlio di un altro speculatore.

Anche i Bleekman hanno un diverso modo di vivere il tempo e sarà solo con loro che Manfred riuscirà a entrare davvero in comunicazione.

Questo Marte, appare come un mondo disgregato, psicotico, nuovo eppure già in disfacimento, in cui le difficoltà relazionali non riguardano solo i personaggi malati ma anche gli altri.

Parrebbe che forse in origine la storia non fosse di carattere fantascientifico e poi Dick l’abbia trasformata ambientandola sul pianeta rosso.

Il mondo in disfacimento di cui ci parla, comunque, è il nostro.

IL TEMPO È UN’ALTRA COSA E I BUONI ROMANZI PURE

Un titolo come “Il tempo è un bastardo” ben si presterebbe per un romanzo di fantascienza o per uno esistenziale. Quello scritto dall’americana Jennifer Egan e che le è valso nientemeno che il Pulitzer per la narrativa (a ulteriore dimostrazione che i premi letterari, dal nobel in giù, spesso hanno poco significato) non appartiene certo alla prima categoria (nonostante un finale nel futuro) ma appartiene poco anche alla seconda, se non perché questa frase viene detta da un grassone in crisi che un tempo era stato una star del rock e che riesce a rifarsi su questo tempo bastardo, ritornando con successo in un grande concerto vent’anni dopo il proprio ritiro. Altri momenti “esistenziali” legati al tempo non li ho colti, anche se il ciccione non è il solo personaggio in crisi.

Jennifer Egan (Chicago, 7 settembre 1962) è una scrittrice statunitense. Oltre che per l’attività di scrittrice, la Egan è nota per le frequenti collaborazioni prestate per il New York Times Magazine. Ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2011 per l’opera Il tempo è un bastardo (A Visit from the Goon Squad).

La storia è ambientata soprattutto nel mondo del rock, del giornalismo musicale, dei punk. Parlare di “storia” però sarebbe un’ingiustizia verso quei romanzi che una storia la raccontano davvero, dato che qui abbiamo tanti frammenti di tante storie diverse, variamente collegate tra loro e distribuite in un largo arco temporale. Si passa dalla prima alla seconda alla terza persona. Ci sono parti in stili diversi e persino delle parti in power point (che avendo letto in TTS non sono riuscito a leggere)! Insomma, un po’ di sperimentalismo stilistico, di quello che se hai un buono sponsor può anche valerti qualche premio letterario e magari l’osannazione di qualche lettore, anche se ci sono di sicuro opere che si leggono più agevolmente e piacevolmente.

Sarà che pur essendo un romanzo, somiglia a una raccolta di racconti ed io preferisco trame con una loro unità, sarà che la varietà di stili confonde e dà una sensazione di frammentarietà, sarà che del mondo del rock, per giunta privo di star reali, me ne importa poco, ma leggendolo non vedevo l’ora di finirlo e passare ad altro. Non dico che mi abbia sempre annoiato, ma di certo non mi ha divertito o soddisfatto in alcun modo. E dire che negli Stati uniti è finito in molte classifiche dei migliori romanzi!

IL VAGABONDO DEL TEMPO

Quando ero bambino e frequentavo le scuole primarie (che allora si chiamavano elementari) i miei tre autori preferiti erano, nell’ordine, Emilio Salgari, Jules Verne e Jack London. Mentre di Salgari in quel periodo credo di aver letto quasi tutto, ovvero decine di romanzi, suoi o dei suoi figli, e di Verne un numero di opere che non doveva essere poi molto inferiore, di London (John Griffith Chaney London  – San Francisco, 12 gennaio 1876 – Glen Ellen, 22 novembre 1916), credo di aver letto piuttosto poco. Essenzialmente i classici “Zanna bianca”, “Il richiamo della foresta” e “Martin Eden”, nonché “Assassini SpA”. Non ricordo di aver affrontato allora, in particolare, “Il vagabondo delle stelle”, che ho ora appena finito di leggere.

Sebbene il titolo potrebbe essere quello di un bel romanzo di fantascienza, questo lavoro del 1915 (dunque antecedente al genere) è invece soprattutto una raccolta di avventure esotiche dal sapore quasi salgariano, se non fosse per la componente soprannaturale e per un gusto della tortura e del dolore che farebbe piuttosto pensare a un Edgar Allan Poe e certo lo scrittore di San Francisco non può aver ignorato il suo predecessore bostoniano.

Il romanzo comunque ha una sua autonoma dignità e originalità. Narra le vicende di un professore universitario di agronomia di nome Darrell Standing incarcerato per omicidio che viene torturato dal direttore del carcere di San Quentin (vicino San Francisco), convinto che Darrell abbia nascosto della dinamite. La tortura consiste in lunghi giorni da trascorrere in totale isolamento, con una camicia di forza che non solo limita i suoi movimenti, ma è così stretta da atrofizzarne dolorosamente i muscoli e rendere difficoltosa la respirazione. Comunicando con gli altri “incorreggibili” reclusi nel medesimo corridoio mediante un codice formato da colpi nel muro, impara una tecnica per separare la mente dal corpo e in questo modo ricorda vite passate, di svariate epoche, dalla preistoria al ventesimo secolo.

Più che un vagabondo delle stelle, si direbbe un viaggiatore del tempo, anche se il suo viaggio è a senso unico, salvo riscoprire con la memoria le vite vissute grazie alla metempsicosi o, per essere più precisi, alla metemsomatosi, dato che la sua mente pare spostarsi da un corpo all’altro.

Jack London

Il risultato è un romanzo che somiglia molto a una raccolta di racconti avventurosi (è incredibile che vite complesse abbia vissuto il professor Standing in passato) ambientati in vari luoghi della terra, dalla Palestina dei tempi di Gesù, all’antica Corea, a un’isola artica, al vecchio west. Sembrerebbe un facile trucco per trasformare una raccolta di racconti in un romanzo, ma l’opera riesce ad avere una sua unitarietà, poiché, come egli stesso dice, Darrill è oggi quello che è in quanto ha vissuto le vite antiche che solo ora ricorda e sopravvive alle torture del carcere solo grazie al ricordo di queste vite.

Oltre che opera di avventura e riflessione sulla vita, la morte e l’immortalità dell’anima (destinata a infinite reincarnazioni), “Il vagabondo delle stelle” è anche l’occasione per denunciare le condizioni inumane delle carceri americane e la follia della pena di morte, allora e tuttora in vigore negli Stati Uniti d’America.

IL WESTERN NON È MORTO

Che cosa rende gradevole la lettura di un romanzo di Joe Richard Harold Lansdale? Forse la capacità di creare personaggi al limite del plausibile, metafore al limite dell’esagerato e situazioni oltre il comune.

Come in altri suoi romanzi, anche ne “La foresta” il protagonista è un ragazzino e la storia comincia con una micro-apocalisse domestica: il ragazzo e la ragazza restano orfani, partono con il nonno, il nonno muore e la ragazzina viene rapita. Da qui parte la trama, che è quella di un western moderno (o post-western, se preferite) in cui il ragazzino mette su una banda per andare a cercare e salvare la sorella perduta. Ed ecco i suoi compagni surrerali: un pistolero nano, un meticcio bianco-rosso-nero ubriacone accompagnato da un maiale bisbetico, cui altri si aggiungeranno, tra cui una puttana che diventerà la fidanzata del ragazzino e uno sceriffo sfregiato cacciatore di taglie.

Non siamo ai toni assurdi del pulp “Notte al Drive-In” ma piuttosto dalle parti di altri romanzi di Lansdale come “Acqua buia” e “Cielo di sabbia”. In tutti si descrive un’America di provincia che sopravvive a fatica, cattiva e violenta, quasi come in un romanzo del suo conterraneo McCarthy.

Joe R. Lansdale

Siamo negli anni dell’avvento dell’automobile, eppure l’aria che respiriamo è ancora quella del vecchio selvaggio west. Leggiamo così un western nuovo, diverso, che è andato persino oltre quelli che parevano essere gli ultimi film del genere, i cosiddetti “western revisionisti”, in cui gli indiani erano i buoni, tipo “Balla con  i lupi”, “Piccolo grande uomo”, “Soldato blu”, “Un uomo chiamato cavallo”. Qui non è più questione di indiani o visi pallidi. Ci sono ancora dei pistoleri, c’è ancora la natura forte e selvaggia (qui rappresentata dalla foresta che dà il titolo al romanzo), c’è persino un uomo con sangue indiano, anche se lo chiamano “negro”, ma del western sono rimaste solo le sparatorie, gli inseguimenti, i rapimenti. Il mondo è andato avanti, come direbbe il grande pistolero inventato da Stephen King nella saga de “La Torre Nera”. Assieme al mondo anche il western è andato avanti. Lo credevamo morto, ma sopravvive ancora in alcune pagine di autori come Lansdale, King e forse anche McCarthy.

E, non stiamo parlando di romanzi del secolo scorso: “La foresta” è del 2013 e il ciclo de “La Torre Nera” ha visto la pubblicazione dell’ottavo volume nel 2012!

 

SE TUA FIGLIA DIVENTA UNA TERRORISTA

LA DISGREGAZIONE DELLA FAMIGLIA AMERICANA

Che cosa succede in una famiglia americana quando, dopo tre generazioni dedite al miglioramento e all’avanzamento sociale, un uomo dalla vita perfetta, un ebreo così alto e biondo da essere chiamato Lo Svedese, sempre primo nello sport, amato e invidiato da tutti, sposato con una cattolica che è stata tra le candidate a fare Miss America, si ritrova una figlia balbuziente, fa di tutto per curarla e lei guarisce ma diventa prima una terrorista e poi una barbona?

Di questo ci parla “Pastorale americana” di Philip Roth, un romanzo sulla caduta delle certezze, sulla difficoltà di essere genitori (padri soprattutto), sull’illusione del sogno americano, sulla vacuità della “pastorale americana”, sulla crisi degli ideali e del modello borghese, sui traumi dell’adolescenza, sui conflitti intergenerazionali e interreligiosi.

Siamo nel secolo scorso. Durante la guerra del Vietnam, quando mette la sua prima bomba in paese, la figlia dello Svedese ha sedici anni. Il padre s’interroga, alla ricerca delle motivazioni che anno fatto della sua bambina prima una balbuziente e poi un’assassina. La cerca, perché dopo la prima bomba la ragazzina fa perdere le sue tracce. Lui e la moglie falliscono nel tentativo, mai convinto, di ricostruire le proprie vite attorno al vuoto lasciato dalla figlia. Un vuoto che forse è piuttosto il suo opposto, con il peso opprimente di quel primo delitto a tormentarli.

Il padre cerca le cause nei propri comportamenti, ma anche nella difficoltà di coniugare l’educazione ebraica con quella cattolica. Roth ricostruisce poco per volta la vita dei genitori, modelli irraggiungibili per la figlia, così carichi di successi, eppure anche loro intimamente deboli. Ce li mostra quando cercavano di conciliare i loro diversi credo e le loro diverse famiglie, ma anche, dopo il tracollo, mentre nel ricostruire le proprie vite in realtà annullano tutto ciò che erano stati.

Questo è per me il secondo romanzo di Philip Roth che leggo dopo “Complotto contro l’America”, altro volume che parla di ebrei nella provincia America, mostrando il disgregarsi di una famiglia. In “Pastorale americana” l’elemento scatenante è la ribellione della figlia, nell’ucronia “Complotto contro l’America” è, invece, un elemento esterno, l’ascesa al potere (immaginaria) di Lindberg, simpatizzante di Hitler e non interventista, che terrà l’America fuori dalla Seconda Guerra Mondiale. Se nell’ucronia Roth mostra di credere nel Destino, nella “Pastorale americana” c’è comunque una totale impotenza del protagonista che molto somiglia all’ineluttabilità del fato.

Philip Roth

Mi chiedo se questa disgregazione della famiglia americana per Roth sia qualcosa di specifico della comunità degli ebrei d’America, i cui principi sono così in contrasto con il consumismo e l’arrivismo americano o se ci parli di ebrei solo perché sono la comunità che conosce meglio, ma percepisca comunque una generale crisi degli ideali familiari americani e occidentali. Dovrò leggere altro di suo per capirlo meglio. Cosa che farò volentieri, perché, nonostante una scrittura un po’ “indiretta”, che non arriva con precisione alla sostanza, l’autore sa affrontare con capacità temi interessanti e importanti, non per nulla è stato citato spesso il suo nome tra i candidati al Premio Nobel (anche se non credo più molto nella qualità di questo riconoscimento).

 

P.S.: non credo ci sia alcuna parentela tra Philip e Veronica Roth, la giovane autrice di “Divergent”, ma se così non fosse fatemi sapere.

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