Posts Tagged ‘autori poco noti’

INIZIO COLLABORAZIONE CON PROGETTANDO.ING

Costruzioni

La rivista dell’Ordine degli Ingegneri di FirenzeProgettando.Ing” mi ha chiesto di collaborare, fornendo un contributo “letterario” con il quale introdurre gli articoli tecnici che compongono tradizionalmente la pubblicazione.

L’uscita dei numeri è piuttosto in ritardo, così solo ora è uscito il volume relativo al primo trimestre 2016.

Ognuno ha un tema di riferimento. Questa volta è “Costruzioni”.

Ho così preparato un articolo intitolato, appunto “I costruttori di universi” che parla degli scrittori che nelle loro opere immaginano mondi diversi e un racconto di fantascienza su un’invasione aliena “verde”, intitolata “I costruttori”.

Il volume può anche essere letto in formato elettronico sul sito dell’ordine alla pagina http://www2.ordineingegneri.fi.it/documenti/notiziario/ProgettandoIng%202016-01.pdf

RISCOPRENDO LA RIVISTA “ROBOT”.

Risultati immagini per rivista Robot 78Mi sono abbonato ad alcuni numeri della rivista Robot, edita da Delos. Ho così letto il  numero 78 (38 della nuova serie, anno XIV) di questa rivista storica, che ricordavo di aver letto da ragazzino. Pare, infatti, che i primi numeri risalgano al 1976 e che quest’anno ricorra il quarantennale della pubblicazione. La rivista fu fondata da Vittorio Curtoni.

Il numero, che alterna racconti e saggi e interviste e lascia spazio ad autori italiani e stranieri, si apre con un interessante editoriale di Silvio Sosio sulla babele informativa in cui stiamo vivendo, con miriadi d’informazioni di incerta provenienza e che spesso millantano posizioni in contrasto con la scienza e la conoscenza “ufficiali”, rendendo difficile comprendere quanto siano inventate o basate su teorie inconsistenti.

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Vittorio Antonio Maria Curtoni (San Pietro in Cerro, 28 luglio 1949 – Piacenza, 4 ottobre 2011) è stato uno scrittore di fantascienza e traduttore italiano.

Il primo racconto della rivista è “Nostra Signora della Strada” di Sarah Pinsker, la storia di un gruppo musicale ambientata in un futuro in cui la musica è fruita soprattutto tramite riproduzioni tridimensionali dei concerti e in cui questo gruppo di hippie post-moderni si ostina a suonare nei locali di persona, anziché in proiezione. Ne esce uno spaccato di vita in un mondo dal sapore leggermente distopico.

Segue un’intervista a George R.R. Martin, l’autore della serie di romanzi “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” che racconta di come abbia sempre inventato storie, anche quando era ragazzino e giocava con dei pupazzetti, di come ha imparato ad amare la lettura e la fantascienza e dei suoi esordi come autore di questo genere. Davvero l’America di allora è molto diversa dall’Italia di oggi, basti pensare che Martin dice di aver ricevuto una quarantina di rifiuti per un racconto inviato a varie riviste: dove potremmo trovare oggi in Italia 40 riviste a cui scrivere?

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George R.R. Martin

Alla domanda su quali consigli darebbe oggi al suo se stesso giovane, Martin risponde:

<<Non dovresti mai scegliere di scrivere come tecnica per fare soldi, per farti un nome o qualunque altra soddisfazione esterna. Se devi scrivere, se dentro di te ci sono dei racconti, se quando eri piccolo inventavi nomi e storie per i tuoi soldatini spaziali, se le storie si presentano a te, poniti la domanda “E se nessuno mi darà mai un centesimo per i miei racconti? Li scriverò lo stesso?” E se la risposta è sì, allora sei uno scrittore.>>

Beh, se il criterio è questo, potrei persino dichiarare di essere uno scrittore!

 

Il secondo racconto (“I corridori” di Lorenzo Crescentini) ci porta in un mondo in cui attraverso dei varchi temporali strane creature meccaniche, simili a velocissimi cani, arrivano a predare e colpire inesorabili. Una bella riflessione sui loop temporali.

 

L’articolo “Family Opera” di Donato Rotelli esplora le forme di sessualità alternative presenti nella Space Opera, fornendo interessanti spunti di lettura. Mi sono segnato da leggere “La mano sinistra delle tenebre” di Ursula K. Le Guin e “Embassytown” di China Miéville.

 

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Gianfranco de Turris (Roma, 19 febbraio 1944) è un giornalista, saggista e scrittore italiano, studioso della letteratura del fantastico in Italia.

In “E se domani” Gianfranco De Turris ci porta in un’interessate carrellata attraverso l’ucronia, distinguendo tra le storie che immaginano uno sviluppo storico partendo dalla vittoria di personaggi negativi e creando quindi delle ucronie distopiche e quelle al contrario che disegnano delle ucronie quasi utopiche. Tra le illustrazioni noto la copertina del numero 3 di “IF – Insolito & Fantastico”, volume dedicato all’ucronia e che segna il mio esordio di collaboratore alla rivista di cui De Turris è assiduo e valido supporto.

 

Il racconto di Domenico Gallo “Vedi la mia gente che non può morire” ci porta in un’Italia appena uscita dalla Seconda Guerra Mondiale.

 

Giuseppe Lippi ci racconta la storia quarantennale della rivista “Robot” nell’articolo “Una rivista vi seppellirà!”, con accenni alle altre riviste di genere attive negli anni ’70.

 

Due dei racconti che seguono hanno un’insolita ambientazione africana. “Le piantagioni” di Luigi Calisi ci parla di un’Africa futura in cui l’agricoltura è gestita tramite esoscheletri e droni, che è troppo facile trasformare in armi. “Poiché ho toccato il cielo” di Mike Resnick ci regala una simpatica e gradevole storia/fiaba ambientata su un pianeta dove una popolazione africana, i kikuyu, si è rifugiata per ricreare le condizioni di vita antecedenti all’arrivo dei bianchi, cancellando il ricordo della tecnologia, la cui if3-ucronia-webpresenza, però, non manca nella capanna dello stregone, il mundumugu del villaggio, solo depositario della conoscenza. Sarà una ragazzina curiosa e intelligentissima a spezzare questo incantesimo.

 

Tra i due racconti africani incontriamo prima Piero Schiavo Campo, che ci parla di “Isaac Asimov e dell’intuizione della psicostoria”, cercando di dimostrare come oggi questa scienza, inventata dal fantasioso russo-americano, mediante la quale sarebbe possibile prevedere i grandi flussi della storia, potrebbe quasi essere realizzata. Troviamo poi “Un pomeriggio sul pianeta Terra”, in cui Susanna Raule ci racconta come Sherlock Holmes sia stato, in realtà, un alieno in missione sulla Terra e come il più grande mistero da lui risolto sia stato scoprire il significato della frase “Tienilo sempre dentro i pantaloni” da applicarsi nelle missioni in epoca vittoriana sul terzultimo pianeta del nostro sistema. Segue l’intervista a Franco Brambilla, l’illustratore di Urania.

 

Mi è già arrivato il n. 79 di “Robot” e mi appresto a leggerlo.

 

IL MOSTRO DI FIRENZE È TORNATO NELLE LIBRERIE

Risultati immagini per nelle fauci del mostroNelle fauci del mostro” è un’antologia di racconti italiani recenti scritti attorno alle vicende del cosiddetto “Mostro di Firenze”, che imperversò contro le coppiette che si appartavano in auto per vari decenni, fino al 1985 e su cui molte furono le ipotesi e numerosi gli arresti, che però hanno lasciato nella popolazione fiorentina la sensazione che non tutto sia stato portato alla luce. Come ben evidenziato anche dal racconto di Sergio Calamandrei, la presenza del mostro ebbe effetti pesanti sull’approccio alla sessualità dei fiorentini, ancora fortemente legati alla mentalità cattolica, nonostante la rivoluzione del 1968, e provati, come tutto il mondo, dalle paure dell’AIDS, sommando la paura per il sesso in luoghi appartati. Paura, che ancora non abbandona chi ha vissuto quegli anni, come evidenziato da Arianna Niccolai.

L’antologia affronta il tema con gli approcci più disparati.

Il primo racconto (“Due” di Mirko Tondi) ipotizza un ritorno del Mostro, che adesca un nuovo collaboratore e lo spinge a compiere nuovi delitti, cambiando però alcuni particolari del rituale omicida.

Il secondo (“Phobia”) della giovanissima Arianna Niccolai, si svolge in due tempi e mostra i traumi lasciati nella psiche di un cinquantenne d’oggi dalle paure di allora. Fobie che possono essere più letali di certi mostri.

Con “Francobolli e vecchi castelli” di Paolo Piani siamo nell’indagine. Uno studente universitario esamina indizi trascurati, arrivando a fare scoperte sconcertanti.

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Alcuni autori. Il curatore Andrea Gamannossi è il terzo da sinistra.

Con “La finestra sul mondo” Andrea Gamannossi (curatore del volume) esplora ipotesi paranormali di possessione, offrendoci una visuale tra le più angoscianti della raccolta.

Stefano Rossi ne “Il Mostro è tornato” ipotizza una ripresa dei delitti e offre un’insolita chiave di lettura nella numerologia, con sviluppi agghiaccianti.

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Tre autori (il secondo è Calamandrei, il terzo il curatore Gamannossi).

Attenta ai risvolti sociologici e psicologici è l’analisi di Sergio Calamandrei in “Eros e morte”, in cui troviamo un giovane detective Renzo Parisi che già abbiamo conosciuto, in vicende ambientate anni dopo, nei romanzi “L’Unico Peccato” e “Indietro non si può”, facenti parte del “Progetto Sesso Motore”, con cui Calamandrei esplora gli effetti sociali del sesso, tema che ben si presta alle vicende di questa antologia.

In “Amori Perigliosi”, Vario Cambi crea un’ambientazione che ci riporta indietro fino ai tempi del medioevo per narrare le vicende della fine di un amore e della nascita di un altro, complice il clima e gli eventi connessi all’opera dell’assassino delle coppiette.

Bernardo Fallani in “Ouroboros” immagina i delitti essere opera di una setta di distinti personaggi.

Con “La voce delle macchine” Simone Innocenti ci regala forse la storia più inquietante della raccolta, con un protagonista folle, di certo con un profilo psicologico assai diverso da quello del presunto “Mostro di Firenze”, ma non per questo meno suggestivo.

Chiude la silloge il racconto di Paolo Romboni “Il mostro dentro”, che orienta l’indagine poliziesca verso un agghiacciante profilo criminale da schizofrenico.

La lettura del volume, nel complesso piacevole, è un’occasione per ricordare quegli anni e per tornare a riflettere su delitti che hanno lasciato il segno e anche un profondo senso d’incompiutezza, sia per la sensazione che le indagini non abbiano portato a galla tutto ciò che c’era, sia per la paura che la storia non sia finita.

 

Presentazione de "Nelle fauci del mostro" alle Oblate di Firenze - 12 novembre 2016

Presentazione de “Nelle fauci del mostro” alle Oblate di Firenze – 12 novembre 2016

 

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Arianna Niccolai

UNA MIA UCRONIA IN STAR TREK

e794a-if_n18_cop_prima2bcopiaMentre nelle sale cinematografiche di tutto il Pianeta Terra impazza il settimo film del ciclo di “Guerre Stellari”, Tabula Fati dedica il numero monografico n. 18 di IF – Insolito & Fantastico all’altra grande (e per me inferiore) saga fantascientifica di questi nostri anni: “Star Trek”.

Ultimamente la rivista è tornata all’originaria ripartizione che vedeva una parte saggistica e una narrativa, prevedendo anche un concorso a tema, il cui risultato è la pubblicazione di tre racconti.

Tra i racconti pubblicati, fuori concorso, compare anche il mio, di sapore ucronico, “L’altra Gerusalemme”, in cui immagino che al termine della Seconda Guerra mondiale, Israele sia fondato tra le due Germanie anziché in Palestina. Ho scritto il racconto con l’idea di mostrare come sarebbe cambiato, in tale situazione, il terrorismo internazionale in Medio Oriente e in Europa.

Sebbene incentrato sulla saga di “Star Trek”, il volume non manca di dedicare un capitolo alle vicende dei Cavalieri Jedi, con l’articolo di Riccardo Rosati “La religione in Star Wars”.

Interessante, in particolare, l’analisi di M. Gobbo sul tema “Star Trek come rappresentazione filmica di un cinquantennio”. La longevità infatti, di entrambe queste serie, le rende entrambe termometri dell’evoluzione della nostra società, del modo di concepire il cinema e la fantascienza.

Curioso il raffronto di Nunziante Albano tra “Star Trek” e la serie tedesca “Raumpatrouille”.

Fuori tema, Vito Tripi ci parla di Dottor Destino, Gianfranco De Turris ci parla dello scomparso Hans Ruedi Giger, l’inventore di Alien, morto il 12/05/2014, e Marco Cimmino delle debolezze dei narratori fantastici italiani dei secoli scorsi.

Scattate con Lumia Selfie

Il Lato Oscuro di… Carlo Menzinger

Nella parte narrativa, a parte il mio racconto e i vincitori del concorso, Franco Piccinini, Juri Casati e Franco Calabrese, rileva il finale del romanzo “La donna eterna” (She, 1887) di Henry Ridder Haggard.

Colgo l’occasione della lettura della recensione, in fine volume, di tre romanzi sugli zombie scritti da autori italiani (Nicola Furia, Massimo Spiga, Alessandro Girola) fatta da Vito Tripi, per riportare una mia veloce riflessione: le storie di zombie in Italia non potrebbero funzionare. Abbiamo case troppo “fortificate”, alti muri, vere fortezze. Le storie di apocalissi zombie funzionano solo in paesi come l’America con case di periferia che sembrano fatte di cartone, porte di vetro, finestre al piano terra senza inferriate. Dunque, stiamo tranquilli: se mai ci sarà un’apocalisse zombie, gli italiani si salveranno!

Trascorrete un 2016 sereno!

 

LA BAMBINA DEI SOGNI – 7 – SECONDA VISITA

7 – SECONDA VISITA

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal

Il sogno è l’infinita ombra del Vero

(Alexandros – Giovanni Pascoli)

 

Quella mattina, anche se era sabato, mi sentivo particolarmente insofferente. Aprii la lavapiatti e presi un cucchiaio per fare colazione. Ancora una volta Giovanna l’aveva montata male! C’era il coperchio di una pentola che ostruiva il getto dell’acqua. Era tutto da rilavare. Ero irritato. Mi trattenni a stento dal mollare un pugno sul coperchio della lavapiatti. Sbuffando presi un cucchiaio dal cassetto. Si cominciava male. In salotto c’era un gran disordine. Un plaid avvoltolato su una poltrona. Una tazza usata. Pantofole abbandonate. Riordinai di malumore. Possibile che Giovanna dovesse lasciare sempre tutto in giro? C’era qualcosa che affrontava con impegno? La vedevo sempre più distratta.

La nonna arrivò verso le dieci. Mia suocera, come al solito, era carica di sacchetti. Aveva sempre qualcosa da portare avanti e indietro da casa sua a casa nostra e viceversa, tipo verdure bollite e minestroni o golf e fazzoletti della bambina. Quella volta portava un paio di litri di passato di verdure. Già sapevo che sarebbe finito almeno per metà nel secchio della spazzatura. Laura, infatti, non ne mangiava, mentre io e mia moglie ne consumavamo pochissimo. Sarebbe certo andato a male prima che riuscissimo a finirlo. Come sempre. Il solito spreco! Erano anni che lo dovevo sopportare. La casa dovrebbe essere un luogo dove sentirsi rilassati, ma non era così per me.

Giovanna e io salutammo Laura e uscimmo con le solite raccomandazioni:

-Non guardare troppa TV e obbedisci alla nonna.

Rispose: – Va bene. – che nel suo gergo da figlia unica voleva dire: «La guarderò finché ne avrò voglia e obbedirò, se la nonna mi dirà di fare qualcosa che mi va».

Prendemmo la metropolitana, che era il mezzo più comodo per arrivare all’orfanotrofio. Sedevamo l’uno accanto all’altra. Davanti a noi un signore anziano leggeva “La vita è sogno” di Calderon de la Barca. Fissai per qualche istante la copertina rossa del libro e cominciai a interrogarmi, riflettendo su quel titolo. Mi chiesi se, piuttosto, non fosse il sogno a essere la vera vita. Non era forse vivere anche il nostro muoverci in sogno? Quando sogniamo non siamo a volte assai più noi stessi che quando ci muoviamo da svegli, non siamo più liberi da inibizioni e convenzioni?

Da bambino ricordavo che i sogni venivano da soli. Da adulto mi pareva di averne un maggior controllo. Di riuscire in parte a orientarli. Erano fantasticherie volute. Vite immaginarie. Eravamo in grado, in qualche modo, di controllarli? Quanto erano veramente spontanei? Che differenza c’era tra i sogni dei bambini e quelli degli adulti? Non tanto per i loro contenuti, le cui differenze sono note, quanto per la capacità degli uni e degli altri di gestirli. Quando una fantasticheria da dormiveglia (su cui abbiamo un certo controllo) si trasforma in un vero e proprio sogno (che dovrebbe essere controllato solo dal nostro inconscio)?

Mentre riflettevo così, l’anziano lettore alzò gli occhi dal libro, mi fissò per qualche istante, mosse le labbra come se volesse dirmi qualcosa, poi scosse la testa, riabbassò gli occhi e tornò a leggere, mentre la sua testa continuava a oscillare debolmente da destra a sinistra e viceversa, come in una reiterata negazione.

 

Un po’ perché ero ancora indispettito dal caos in cui si trovava costantemente la nostra casa e dall’indifferenza con cui Giovanna affrontava la cosa, un po’ perché non mi fa piacere parlare in un ambiente pieno di estranei, mia moglie e io non parlammo quasi per tutto il tragitto e io continuai a cullarmi in simili riflessioni, un po’ patologiche. I nostri corpi erano vicini, ma non ci toccavamo. Eravamo entrambi coscienti di stare per fare qualcosa d’importante. Qualcosa che avrebbe cambiato le nostre vite. Mia moglie non lo disse, ma sapevo che anche lei provava simili sensazioni. Era solo una visita, ma era come se fosse qualcosa di più. I nostri rapporti non erano più quelli di una volta e lo sapevamo entrambi. In nessuno dei due c’era una precisa volontà di tornare al passato, però eravamo consapevoli di avere ancora un futuro da costruire assieme. Un futuro da cui nessuno dei due pensava di fuggire. Le scelte di vita sarebbero state scelte comuni.

Sebbene avessimo entrambi la sensazione di essere a un punto di svolta, a livello razionale e cosciente cercavamo entrambi di non dare peso alla cosa: stavamo solo andando a trovare una piccola orfana bisognosa d’affetto. Un piccolo gesto di generosità. Nulla di più.

Eppure, nel subconscio, l’idea dell’adozione lavorava. Era come se quella bambina mi fosse entrata nel cervello e si fosse messa lì a sedere, buona buona, ma nel contempo impossibile da ignorare. Ingombrante. Era una sensazione simile a quella che si potrebbe provare lavorando in ufficio, mentre una bambina, seduta immobile in un angolo, ti fissa ininterrottamente. Impossibile non rivolgerle almeno uno sguardo. Impossibile non sorriderle almeno una volta.

Gli ultimi sogni m’inquietavano. Le mie fantasie notturne con Maria non erano certo un problema. Ritenevo che alla luce del giorno non sarebbero riaffiorate. Mi illudevo fossero normali fantasie elaborate da una libido forse un po’ repressa, ma perfettamente sotto controllo. Quello che mi preoccupava era l’intrusione di Elena. Avevo la sensazione che la bambina davvero conoscesse le mie fantasie e che, per qualche strano motivo, le considerasse reali. Così come lei entrava nel sogno con una sua corporeità, così, immaginavo, forse leggeva i nostri sogni come qualcosa di vero, di appartenente a questo nostro mondo di carne e sangue. La sensazione era che riuscisse a leggere se non i miei pensieri, almeno i miei sogni. E forse anche quelli del resto della mia famiglia. Anzi, che addirittura in questi sogni ci vivesse! Pazzesco. Irrazionale!

Era come se Elena, intromettendosi nei miei sogni, volesse impedirmi di immaginare una possibile fuga extraconiugale, come se difendesse l’integrità di una famiglia, che non era neppure la sua, ma che, altrettanto stranamente, considerava propria. Forse erano solo mie fantasie. Forse lei non c’entrava per niente e la sua immagine era solo una strana forma di censura onirica, che la mia mente faceva sembrare dotata di eccezionale corporeità. Era qualcosa che stava succedendo solo nella mia testa?

 

Incontrare Maria, che ci accolse con grande gioia e simpatia, mi mise quindi a disagio, anche se non ne avevo motivo. Era come se quelle che erano solo fantasie notturne, fossero qualcosa di più. Ridussi al minimo la conversazione con l’assistente sociale e le chiesi subito di vedere la piccola.

Quando entrammo nella stanza dove giocavano i piccoli orfani, mia moglie fece un cenno con la testa per indicare una bambina che se ne stava seduta in un angolo con una bambola. La solita, direi. La sua Lolla, immagino. E, come l’altra volta, la reggeva in mano distrattamente, in orizzontale, come una donna potrebbe tenere una borsetta, non come una bambina con un giocattolo, non come se la bambola avesse per lei una sua vita immaginaria. Un oggetto inanimato.

– È lei? – mi chiese Giovanna. La sua mi parve più un’affermazione che una domanda.

– Sì – rantolai. Quasi non mi stupiva che fosse riuscita a riconoscerla, come una novella Giovanna D’Arco che riconosce il Delfino di Francia seppure mascherato. Vedere che la individuava così facilmente, però, mi tolse il respiro. Ognuno di questi particolari confermava in me la convinzione che ci fosse qualcosa di molto strano in Elena. Mi vennero in mente le teorie ottocentesche sul magnetismo e l’ipnotismo, di cui avevo letto recentemente in alcuni racconti di Guy de Maupassant, secondo cui alcune menti hanno il potere di influire su altre, determinandone i comportamenti o stabilendo comunicazioni a distanza. Se Giovanna l’aveva riconosciuta doveva essere perché l’aveva davvero già vista in sogno. Le mie descrizioni non avrebbero potuto esserle sufficienti. Eppure a volte riconosciamo una persona di cui abbiamo solo sentito vagamente parlare. Forse fu così, per esempio, anche per Giovanna D’Arco quando riconobbe Charles di Valois nascosto in mezzo ai dignitari della corte.

La bambina se ne stava da sola, ma non pareva triste. Era come se avesse tutto un mondo dentro con cui giocare. Come se questo le bastasse e non avesse bisogno di giocare. Era un mondo, però, con un grande vuoto da colmare. Questo lo sapevo.

Ci vide subito e mi corse incontro. Pareva persino più contenta dell’altra volta.

Mi abbracciò. Poi guardò mia moglie.

– Sei la mia nuova mamma? – le chiese subito. Giovanna sussultò e vidi che gli occhi le s’inumidivano.

– Sono la moglie di Paolo – rispose, nel classico modo con cui un adulto cerca di non rispondere a una domanda diretta e imbarazzante di un bambino.

Perché quella bambina ci aveva adottati come famiglia? Perché proprio noi? Solo perché le ero capitato sottomano in un momento in cui aveva bisogno d’aiuto ed ero stato disponibile?

Dovevamo portarcela a casa come si porta a casa un gattino sperduto, che si sia messo a seguirti per strada? Una bambina non è un cucciolo. Eppure era quasi così. Era stata lei ad averci scelto.

– Quando lei è qui Elena diventa un’altra: sembra felice – osservò Maria. – La sua presenza le fa bene. Non dico sia una bambina triste, ma se ne sta sempre per conto suo. L’unica persona che le interessa, oltre sua madre, sembra sia lei.

Era tutta la mia fantasia o, davvero, negli occhi di Maria c’era stato una specie di lampo a sottolineare quell’ultima frase, quasi che volesse comunicarmi che anche lei era interessata a me? Si era davvero impercettibilmente protesa verso di me, come mi era parso?

Decisi che doveva essere solo l’immaginazione, probabilmente favorita dal sogno notturno, che mi aveva portato a vederla diversamente da come fosse. Cosa mi interessava del resto? Non ero certo più un ragazzino a caccia di conquiste.

Maria mi prese per il braccio e ci accompagnò fuori. Ancora una volta ebbi la sensazione che quel contatto fosse voluto, che sottintendesse altro, che riservasse in sé la promessa di altri contatti. Poco importava che con l’altra mano avesse preso anche il braccio di mia moglie. Poteva essere solo un gesto per dissimulare l’altro, per ingannare mia moglie e non farle notare il tentativo d’intimità.

Fantasie adolescenziali: lo sapevo. Maria era fatta così, mi dissi. Quel gesto per lei era del tutto normale e senza alcun sottinteso. La mia razionalità ne era perfettamente cosciente, anche se il mio cuore ignorava la logica e sembrava preferire la lettura di maliziosi sottintesi nei piccoli gesti.

Quando uscimmo da quella stanza, mia moglie disse solo:

– Va bene.

Avrei voluto chiederle: «Va bene cosa?» In quel momento avevo in testa più Maria di Elena e non afferrai subito l’oggetto della frase. In realtà, però, conoscevo già la risposta e, riprendendomi in tempo, riuscii a non farle domande inutili. Tornammo da Maria che ci accompagnò ad avviare la pratica per l’affido temporaneo.  Mi sentivo come stregato e mia moglie mi pareva in una condizione non dissimile. Non capivo bene quello che stavo facendo. Mi pareva fossimo in una sorta di trance. Non capivo l’improvvisa arrendevolezza di Giovanna.

– Quando starà da voi, verrò a trovarvi per vedere come sta la bambina – promise Maria alla fine e, ancora, mi parve di cogliere, nelle sue innocue parole, un’altra, diversa, promessa.

 

Nelle settimane seguenti fummo sottoposti ad alcuni controlli, presentammo i documenti richiesti e, dopo qualche tempo, ci arrivò la telefonata di Maria. Aveva la voce allegra. Mi pareva di vederla sorridere. Percepivo quasi le sue labbra carnose accanto al mio orecchio, oltre la cornetta. Fu un sollievo sentirla. Forse di più: devo dire che aspettavo con ansia di sentire la sua voce.

– È tutto a posto. Quando volete, potete venire a prenderla.

Era stato tutto, per certi versi, velocissimo e, per altri, interminabile. Fu velocissimo, perché quando arrivò quella telefonata, che ci catapultò nella nuova realtà, non avevamo ancora assimilato l’idea di avere Elena in casa con noi. Fu interminabile, perché ogni controllo, ogni documento da produrre ci pareva non arrivare mai, ci pareva allontanare la conclusione di quella storia. Eravamo quasi in ansia a lasciare ancora la bambina da sola in orfanotrofio, anche solo per poche ore. Cominciavamo a sentirla come nostra e ci pareva assurdo esserne tenuti lontani solo da lungaggini burocratiche. Fu interminabile anche perché avrei voluto rivedere prima Maria. A dir il vero un paio di volte avevo provato a cercarla, ma invano.

L’obiettività, però, non è qualcosa che riguardi questa storia: la pratica, in realtà, si svolse con una discreta celerità. L’affido non è, infatti, una vera adozione. La bambina aveva ancora dei nonni, per quanto invalidi, che erano la sua vera famiglia e dai quali l’avremmo portata periodicamente in visita.

Mi chiesi se avrei ora avuto pace nei miei sogni, ma già qualcosa dentro di me mi diceva che non sarebbe stato così e ne ebbi prova la notte stessa.

 

Eccomi quindi in sella a un grande cavallo dal manto scuro. In lontananza, vicino a una torre antica, un uomo in nero si allontanava galoppando.

Mentre cavalcavo il mio stallone nero attraverso la prateria, che si estendeva da est a ovest per vuote incommensurabili miglia, scorsi una mandria sconfinata di bufali, più numerosi delle stelle della galassia di Andromeda. Lanciai il cavallo al galoppo e raggiunsi gli animali, che si spostavano in corsa da un pascolo all’altro, sollevando nugoli di polvere cosmica, che si sollevava fino a oscurare il cielo. Il sole dardeggiava allo zenit. I pianeti rotolavano invisibili lungo le loro ellissi. Raccolsi la mandria e la guidai verso un recinto lontano, che avevo predisposto appositamente. Lunghe staccionate d’abete costruite con legna discesa dal grande nord su lente chiatte solitarie. Una giovane squaw richiuse il cancello e lasciò la mandria a roteare su se stessa in quel nuovo universo, tanto più ristretto per loro. Smontai e l’abbracciai.

La ragazza mi sorrise e mi gettò le braccia al collo. La possedetti con impeto e, pochi attimi dopo, partorì una nidiata di bambini, che stentavamo a contare e presero a correre per tutta la fattoria, sciamando incessantemente dal centro delle sue gambe scure e forti.

Non riuscivo a vederli in volto. Avrei voluto capire se mi somigliavano, se erano davvero figli miei. Ne rincorsi uno e l’afferrai, sollevandolo da terra. Lo rigirai per guardarlo in volto e vidi con orrore che aveva un viso da bisonte. Sconvolto, lo lasciai cadere al suolo e subito fuggì via muggendo. Provai con un altro bambino e ancora una volta scorsi sul suo viso gli stessi lineamenti belluini.

E così ogni volta, con crescente raccapriccio, in un moto che avrei voluto arrestare, ma che non potevo interrompere, finché sollevai l’ultima bambina e, finalmente, aveva tratti umani. Fu però quest’ultima a spaventarmi più di tutti gli altri. Non mi somigliava e non somigliava alla giovane squaw, di cui, m’accorsi, peraltro, di non ricordare i tratti. Aveva un volto che ben conoscevo. Feci cadere anche lei a terra, ma questa bambina non fuggì raspando il terreno come avevano fatto gli altri. Aveva l’aspetto di una bambina di quattro anni, sebbene sapessi fosse stata appena concepita e partorita. Aveva dei capelli biondi ondulati. Era Elena. Cadde al suolo diritta come un fuso. Dritta sulle sue gambe. Rimase a fissarmi senza parlare o allontanarsi.

Mi guardai attorno e non vidi più gli altri bambini dal volto di bisonte, non c’erano più neppure i bisonti nel recinto. Ero, invece, circondato dagli indiani fasulli dell’Isola che Non C’è. Uno di loro, il più piccolo, aveva la testa d’asino.

Sentivo il bisogno di destarmi, ma non mi riusciva.

– Voglio svegliarmi – urlai, ma Elena mi rispose che non potevo.

– Perché?

– Perché il sogno non è finito. Perché non vieni a prendermi?

– È complicato da spiegare, ma stiamo venendo. Ho dovuto chiedere dei permessi. Verremo presto a prenderti e potrai stare con noi.

– Domani?

– Presto quanto?

– Non lo so. Non ti preoccupare. Non venirmi a dis… non visitarmi in sogno.

– Perché?

– Perché non è bene. Ognuno deve stare nei suoi sogni. Non si deve far fare i propri sogni agli altri.

– Fatta in sogno, quella conversazione mi pareva quasi razionale.

La bambina non aggiunse altro. Il sogno si riempì di bambini in pelliccia, i Bambini Perduti, che presero a sciamare ovunque, scacciando gli indiani a calci e pizzichi.

Poi la terra tremò, come sottoposta dal basso a una pressione insopportabile, un’energia che non era quella della lava o dei moti tettonici, un’energia che immaginai appartenere alle creature lì imprigionate, esuli da un tempo indefinito, lontano ere da noi. A quel sommovimento Elena sparì e, finalmente, riuscii a svegliarmi.

 

 

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AUTORI PER IL TERZO MILLENNIO: SERGIO CALAMANDREI

Sergio CalamandreiAvendo letto varie opere di Sergio Calamandrei e avendone scritto in varie occasioni, mi farebbe piacere ora riunire in un unico post i link ai principali post da me scritti su questo interessante autore, ancora troppo poco conosciuto e che meriterebbe una maggior distribuzione.

Conosco ormai da vari anni Sergio Calamandrei, di cui mi considero amico e con cui ho collaborato, con mia grande soddisfazione e piacere, in alcune iniziative editoriali quali:

Per quanto riguarda la sua biografia e la sua produzione letteraria, che comprende, romanzi, saggi, racconti e recensioni, credo che la cosa migliore sia rimandare direttamente al suo sito www.calamandrei.it.

Per un’informazione più “dinamica” sulla sua attività letteraria, rimanderei invece al blog https://sergiocalamandrei.wordpress.com/

Per le sue letture un riferimento, credo incompleto, può essere la sua Libreria su anobii: http://www.anobii.com/calamandrei/books

Il suo profilo professionale si può leggere su Linkedin.

A proposito di Sergio Calamandrei, lettore attento, recensore acuto, autore poliedrico e meticoloso, ho scritto in varie occasioni e anche se non credo di ricordarle tutte, ne vorrei menzionare alcune:

ARRIVEDERCI, GRAZIANO

Graziano Braschi

Graziano Braschi ieri (martedì 13 ottobre 2015) è mancato, per un’emorragia cerebrale. Lo avevo incontrato solo poche volte, ma lo conoscevo per i tanti progetti realizzati e ancora da realizzare e per tutto il suo entusiasmo nel realizzarli.

Mi dicono che non ha sofferto e non si è reso conto che ci stava lasciando.

 

Raccolgo di seguito alcune notizie che ho letto su di lui in rete (i link all’inizio di ogni parte rimandano agli articoli originali, che ho brutalmente copiato):

Fu consigliere comunale per il PCI dal 1975 al 1978. Nel 1971 aveva fondato insieme a Berlinghiero Buonarroti e Paolo Della Bella la rivista satirica ‘Ca Balà’, che partita da Compiobbi (Fiesole) ha assunto carattere internazionale e successivamente è stato scrittore, disegnatore e collaboratore di varie riviste satiriche e umoristiche per approdare negli ultimi anni al giallo. Come autore aveva pubblicato anche sotto lo pseudonimo di Franco Valleri. Suoi disegni satirici e scritti umoristici, oltre che su “Ca Balà”, sono apparsi su “Il Male”, “Carte segrete”, “Humor Graphic” e nel volume antologico “Humour mon amour” (1982).

Graziano Braschi

Ha curato l’antologia di racconti brevi polizieschi “Un breve brivido (1987), contribuendo anche con alcuni suoi racconti. Ha fatto parte del comitato scientifico del mensile “Febbre Gialla”. Ha collaborato a “Nosferatu”, mensile di cinema horror e fantastico, e a “Torpedo”, rivista di materiali polizieschi.
Ha collaborato alle pagine culturali de “Il Giornale”, “L’Europeo”, “La Nazione”, “L’Indipendente”, “L’Unità”, “Liberazione”, “Max”, “Carnet”, etc. Collaborava a riviste specializzate sul giallo come “Delitti di carta” e “Foglio Giallo”.

Nel 1990 ha curato, insieme a Massimo Moscati, l’antologia critica “Stephen King: da Carrie a La Metà Oscura. Al grande narratore americano ha successivamente dedicato diversi interventi critici. Nel 1996, insieme a Laura Desideri, ha curato e allestito la mostra e il relativo catalogo “Una sola parola: Murder! Il “giallo” in lingua inglese al Gabinetto Vieusseux.”

Nel 1997, insieme a Cristina Proto, ha scritto “Il quaderno di Stephen King. Vita opere idee del Re dell’Horror. Nel 2000 esce, a sua cura, l’antologia di racconti gialli di autori toscani “Toscana, delitti e misteri. Nel 2001 è la volta di “Delitti per ridere, in cui partecipa ― oltre che come curatore ― col racconto “Potenziali serial killers da sagre”. Nel giugno 2002 è uscito, a cura sua e di Luigi Sanvito, “Cronache di delitti lontani, una raccolta di racconti storici ambientati in Firenze e nella Toscana tra Otto e Novecento, a cui partecipa con due racconti.

30 Maggio 2013 - Firenze, Libreria IBS

Sergio Calamandrei, Graziano Braschi e Carlo Menzinger – Firenze, 30 Maggio 2013

Qualche tempo fa ho avuto il piacere di leggere il suo “Arrivederci, mondo”, titolo che oggi suona come un suo commiato ottimistico. Ne avevo scritto qui. Avevo anche avuto la possibilità di presentare il volume alla IBS di Firenze, incontrandolo. Il testo dell’intervista fattagli in quell’occasione è qui, mentre parlo dell’incontro qui.

Abbiamo infine collaborato entrambi alla rivista “IF – Insolito & Fantastico” e ricordo in particolare la sua partecipazione al n. 7 dedicato alle Distopie e al n. 4 dedicato a Giallo & Noir.

 

Il funerale sarà domani, giovedì 15, alle ore 10.00 nella chiesa della Pentecoste di Bagno a Ripoli (Firenze).

 

Arrivederci, Graziano.

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