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GIGANTI, FATE, PITTORI E ASINI

Alberto Pestelli con la prima edizione de Il sogno del ragno.

Eccomi al terzo volume (Youcanprint, 2019) della saga di racconti lunghi “Un etrusco tra i nuraghes” di Alberto Pestelli, che narrano le indagini in Sardegna (ma non solo) del clan Fantini, una famiglia allargata che ruota attorno al ex-maresciallo fiorentino Cosimo Fantini, ormai in pensione.

Come elencato nell’introduzione, vi incontriamo sua moglie Carmen Mura, ex sergente maggiore della Sanità militare, sua figlia Laura Fantini, tenente dei carabinieri e molti altri parenti e personaggi con ruoli nell’esercito, nella magistratura o nel giornalismo.

Altrettanto vari sono i casi che la famiglia Fantini si trova ad indagare.

Ogni volume riunisce tre racconti. In questa terza antologia i titoli sono:

  • L’ombra dei Giganti e delle Fate,
  • La Sposa di Quirra,
  • La chiamavano Pinella.

In tutta la saga appaiono importanti l’ambientazione sarda, i riferimenti culinari ed enologici, gli sviluppi delle vicende familiari del clan. Le indagini si caratterizzano per la rapidità con cui i vari casi vengono risolti, sovente avvalendosi soprattutto di una sorta di sesto senso o del semplice intuito, spesso presentando sin da subito al lettore i colpevoli e a volte sorprende la facilità con cui gli investigatori associano fatti e persone apparentemente sconnessi.

L’ombra dei Giganti e delle Fate” parte con toni quasi alla Stephen King, mostrandoci il mondo con gli occhi di due ragazzini gemelli, imprigionati e violentati dal padre, che associano le persone a personaggi delle fiabe. I Fantini si trovano poi a indagare su un atto violenza, immaginandone subito la connessione a dei serial killer e alla vicenda dei due ragazzini, liberati molti anni prima.

La sposa di Quirra” gira attorno a un dipinto falso antico, un amore sfortunato, una lite tra un’artista e un critico.

Ne “La chiamavano Pinella” incontriamo un’asina che sa riconoscere le carte da gioco,  turisti tedeschi appassionatiUn etrusco tra i nuraghes. 3. - Alberto Pestelli - Libro ... del gioco della pinella o pinnacolo, faide familiari e rapimenti.

Arrivando a leggere i ringraziamenti finali ho scoperto che erano rivolti anche a me, per l’incoraggiamento e il sostegno. Non posso che cogliere l’occasione per ringraziare a mia volta Alberto Pestelli per essersi ricordato di me. I nostri cammini letterari, in effetti, si intrecciano ormai da vari anni, da quando alla fine del millennio scorso si frequentava entrambi il Laboratorio di Scrittura del nostro editore di allora, Liberodiscrivere, per il quale, tra le varie cose, abbiamo pubblicato assieme la raccolta di allostorie “Ucronie per il terzo millennio”, da me curata e che riuniva 17 autori, tra cui lo stesso Pestelli.

Ci troviamo ora a frequentare la medesima associazione ambientalista “Pro Natura Firenze” e sovente scrivo sulla rivista “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente” di cui Pestelli è coordinatore di redazione e webmaster. Ovviamente ho letto varie cose sue, dal contributo a “Il volo dello struffello”, ai precedenti volumi I e II di “Un etrusco tra i nuraghes”, al romanzo “Gli addormentatori di via del Cocomero” e anche lui credo si possa annoverare tra i miei più assidui lettori.

 

INDAGINE SU SE STESSA

Claudia Muscolino
Claudia Muscolino

Viaggi irregolari” (NeP Edizioni, 2018) di Claudia Muscolino, autrice del GSF – Gruppo Scrittori Firenze, è un romanzo che, con i toni della detective story, porta il lettore non solo a scoprire il mistero apparentemente banale che la giovane investigatrice cerca di scoprire indagando sul possibile tradimento del marito di una contessa, ma arrivando a scoprire vicende assai più gravi, che affondano le loro radici in un tempo in cui lei era ancora bambina e che riguardano la tragedia che l’ha resa orfana molti anni prima.

L’autrice sceglie un sapiente tecnica di forward e backward per collegare gli eventi del passato a quelli del presente e l’immedesimazione nella protagonista per creare empatia.

In una vicenda che sembrerebbe già chiara riesce a inserire elementi di

Viaggi irregolari - Claudia Muscolino - Libro - NeP edizioni - | IBS

sorpresa e un epilogo sorprendente (che però non chiude l’opera). Alcuni elementi paranormali danno maggior spessore alla vicenda, pur non costituendone il tessuto fondante. La protagonista assume spessore grazie ai suoi desideri e alle sue fobie.

La lettura di questo primo romanzo di Claudia Muscolino scorre veloce e coinvolgente e ci si sente spinti a meglio comprendere le vicende familiari della giovane detective.

MISTERI, CODICI E ANTICHE RUNE

Il 28 giugno si presenta ad Altopascio l'ultimo thriller di Carlo ...
Carlo Legaluppi

Carlo Legaluppi (1957), oltre a essere uno scrittore membro di un’associazione letteraria grossetana “Letteratura e dintorni”,  gemellata con il GSF – Gruppo Scrittori Firenze di cui faccio parte, è anche un collega, essendo stato, prima della pensione, un dirigente centrale della mia stessa banca, il semi-millennario Monte dei Paschi di Siena.

Il suo romanzo “La ottava croce celtica” (2016) è un thriller ambientato tra Italia e Irlanda, con richiami ai duri anni della guerra civile e degli attentati di quest’isola, che si snoda intorno a omicidi e misteri legati a simboli runici, codici crittografati connessi con un “complotto omicida di vastissime proporzioni” (pag. 71) “la cui prossima realizzazione causerà molte vittime innocenti e sconvolgerà gli equilibri democratici e il vivere pacifico di tante nazioni” (pag. 71). I protagonisti cercano dunque di “fermare la congrega di pazzi assassini che sta per realizzare un piano dai contorni apocalittici” (pag.72), ma ugualmente assisteremo a una “catena di morti violente che sta insanguinando gli Stati Uniti e l’Italia” (pag. 154).

Un complotto internazionale in cui “Nulla è come sembra”, come recita il

La ottava croce celtica - Alter Ego Edizioni

sottotitolo, e in cui le religioni vengono usate “come paravento per giustificare i delitti più efferati commessi dall’umanità” (pag. 169) e il terrorismo, di qualunque matrice viene utilizzato dalle “componenti più retrive e conservatrici del Paese” (pag. 109) per suscitare “un’ondata di sdegno emotivo e di panico nell’opinione pubblica che porterà, nel giro di pochi giorni, all’abolizione delle libertà fondamentali” (pag. 109).

Se “La ottava croce celtica” (scritto proprio così, senza apostrofo) è soprattutto un romanzo di avventura, di indagine e di tensione, la presenza di questo messaggio lo rende anche strumento per metterci in guardia dalla complessità di certi complotti volti a disinformare l’opinione pubblica e canalizzare le emozioni collettive in modo da favorire determinate parti politiche che, proprio perché usano simili mezzi violenti e segreti, sono quelle da cui stare maggiormente attenti.

Il romanzo, articolato, documentato e coinvolgente, ha già avuto due seguiti usciti nel 2017 e 2019.

CHIAROVEGGENZA E PREVEGGENZA

maila4 ritaglio – ALA Libri
Maila Meini

Dopo aver letto “A cavallo del tempo” e “Il sentiero delle foglie cadute” di Maila Meini, autrice del GSF, leggo ora il romanzo ESP “Strani ospiti in solaio” (A.l.a. Libri, 2019).

Seguiamo la protagonista, di nome Malena, attraverso tutta la sua vita, dal 1958 a oggi, scoprendo le strane coincidenze, che sempre più frequenti, sembrano dimostrare che è dotata di poteri ESP di chiaroveggenza e preveggenza.

Interessante la digressione sull’origine e l’evoluzione del nome Malena, che a me, peraltro, aveva quasi fatto pensare a un mezzo anagramma del nome dell’autrice. Dopo aver letto “A cavallo del tempo”, mi è capitato di incontrare Maila Meini a una fiera del libro e lei e Barbara Carraresi mi convinsero ad associarmi al GSF. Da allora ci siamo frequentati in varie occasioni. Non posso dire di conoscerla a fondo, ma in questa Malena mi è parso di rivedere molto di Maila. Non per nulla ogni capitolo è completato de una poesia che ne riprende i temi e le atmosfere e che riporta una data corrispondete al periodo dei fatti narrati, come se la Meini le avesse scritte nel corso della vita poi avesse adattato il romanzo a queste.

Sentire a distanza che qualcuno sta morendo, immaginare i voti degli esami universitari prima di uscire di casa, riconoscere la malattia non diagnosticata nelle persone incontrate, prevedere incidenti mortali, provocare malattie in persone odiate sono alcune delle sensazioni che

Strani ospiti in solaio - Maila Meini - Libro - Mondadori Store

guidano Malena attraverso la vita. Poteri ESP? Difficile dirlo. Certo non sono poche le strane coincidenze per pensare solo al caso. Certo sono tutte occasioni per “incursioni nel mondo interiore degli altri” (pag. 238).

Il romanzo, come già gli altri due che avevo letto è una sorta di biografia della protagonista dall’infanzia alla maturità avanzata, approccio narrativo che l’autrice pare prediligere, così come la ricchezza di riferimenti che paiono autobiografici.

Il volume è anche occasione per lasciare un messaggio ecologista che non posso non condividere. Anzi, vi ho colto persino lo stesso spirito del mio “Apocalissi fiorentine” là dove scrive “Certo, nel piccolo spazio in cui viviamo abitualmente è difficile cogliere i sintomi della malattia  gravissima  che minaccia la nostra esistenza. Se ci limitiamo a gettare attorno a no uno sgardo distratto ci pare che nulla cambi da un giorno all’altro”: occorre far capire che non è vero che “Qui da noi non succede!” (pag. 231) e occorre riportare nelle nostre città le sensibilità  verso problemi di “crescita demografica”, “dell’effetto serra, del buco dell’ozono, delle piogge acide, dell’inquinamento sonoro, del fatto che le nostre risorse non sono rinnovabili all’infinito” (pag.232).

Seguire la vita di Malena coinvolge e fa scorrere veloce la lettura, caratterizzata da una scrittura lineare, ordinata e piana, che ritroviamo sia nella parte in prosa, sia nelle poesie, caratterizzate da spontaneità  e immediatezza.

FRAGILITÀ URBANE E TERRITORIALI

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Pierparide Tedeschi

Appare ogni giorno più evidente la necessità di arrestare il degrado ambientale in tutte le sue forme e mi pare doveroso dedicare a questo problema devastante tutta l’attenzione possibile.

Credo sia dunque lodevole l’opera di chi, nelle forme a lui più congeniali, contribuisce a combattere questa estrema battaglia di sopravvivenza.

Un volume che dà un importante contributo è La mutazione”, sottotitolo “Paesaggio, società, cultura – com’è cambiata l’identità italiana” di Pierparide Tedeschi (Edizioni Solfanelli, 2019).

Se io, nel mio piccolo, con “Apocalissi fiorentine” ho, tra le altre cose, cercato di avvicinare al lettore i grandi problemi del pianeta, limitandomi a mostrare con dei racconti la fragilità urbana, Tedeschi, invece, affronta con un vero e proprio saggio tale fragilità, enucleandola nelle sue caratteristiche e sviscerandone le contraddizioni e i pericoli, parlando di “trasformazione del paesaggio, degrado ambientale e del patrimonio storico e artistico, espansione incontrollata dei luoghi abitati, consumo irresponsabile del suolo, inquinamento, discariche a cielo aperto, dissesto idrogeologico con conseguenti frane, inondazioni, incendi, incuria, indifferenza, spopolamento delle zone interne e delle montagne, perdita di identità, mutazione antropologica e culturale” (pag. 5) e non manca di accusare duramente i danni portati ai centri abitati dal turismo di massa. Se questa dell’Introduzione a un lettore distratto potrebbe parere un semplice elenco, soffermandoci su ogni parola, ci rendiamo conto di come sia una summa dei mali del nostro tempo.

Una crescita irresponsabile legata a un abnorme degrado ambientale è il segno principale che connota attualmente le nostre città e i nostri centri abitati” (pag. 12) mentre “la diminuzione progressiva e irrimediabile del suolo, risorsa fondamentale, limitata e non rinnovabile” (pag. 13) connota l’intero territorio nazionale: “da novembre 2015 a maggio 2016” per esempio “l’Italia ha consumato quasi trenta ettari di suolo al giorno” (pag. 13). A Roma “le abitazioni crescono ancor più degli abitanti” (pag. 14). “Come sottolinea il rapporto Ispra 2017, ventitremila chilometri quadrati del territorio italiano sono ricoperti  da fabbricati e vie di comunicazione”, “una superficie pari alla somma di Campania, Molise e Liguria” (pag. 15). La cementificazione non risparmia neppure le zone sismiche e si costruisce in aree a rischio di frane. L’88,3% dei comuni italiani sono a rischio frane o alluvioni (pag. 17). Insomma, fragilità urbane e fragilità del territorio minano le nostre esistenze e il futuro non dei nostri nipoti e figli, ma già il nostro. Il problema è oggi.

Sembra che ci si dimentichi che “il suolo è una risorsa preziosa e limitata che insieme all’aria e all’acqua assicura la vita sulla terra” (pag. 22). La desertificazione, uno dei più gravi problemi ambientali, è un rischio e una realtà anche per l’Italia.

Dalla fine degli anni Cinquanta ogni cittadino lombardo ha perso metà della sua quota di prati e aree coltivate” (pag. 29)! In Italia in 25 anni abbiamo perso il 28% della terra coltivata, fenomeno che si accompagna alla “dissoluzione della civiltà contadina”, basata su parsimonia, morigeratezza e rispetto del territorio.

Le città con la diffusione dell’urban sprawl (la città sparpagliata), si sviluppano disordinatamente, senza piani urbanistici, vanificando la distinzione tra centri e periferie.

L’inurbamento, invece di unire armonicamente due differenti visioni del mondo (campagna e città)” “ha agito come una forza negativa che ha annullato il loro diverso dinamismo” (pag. 43).

Non tutte le problematiche sollevate forse sono altrettanto gravi. Personalmente, per esempio, avevo sempre visto La mutazionecome un importante miglioramento della viabilità e una forma di civilizzazione l’adozione agli incroci delle rotonde. Tedeschi evidenzia, invece, come “impediscono la vista prospettica di viali e strade e creano delle barriere artificiali, le quali modificano non solo la capacità di orientamento  ma anche la nostra sensibilità e spezzano l’ordito secolare su cui si basano i nostri centri abitati” (pag. 45).

Quel che danneggia le città è soprattutto il turismo di massa con la trasformazione delle abitazioni in Bed & Breakfast, lo svuotamento dei centri storici, la gentrificazione, le navi da crociera che invadono città come Venezia, la ristrutturazione degli interni di case storiche, la creazione di gated community (ambienti chiusi per residenti).

L’Italia si urbanizza, non cresce, invecchia ed è sempre più concentrata  al nord, nelle città più vicine all’Europa, mentre le aree interne e il sud del paese perderanno progressivamente abitanti” (pag. 96).

Eppure io credo si possa essere giunti alla fine di questo processo. Il covid-19 ci ha insegnato lo smart-working, la possibilità di lavorare a distanza, di evitare inutili pendolarismi e di cercare casa vicino al luogo di lavoro, ovvero in città. Se sapremo conservare questa spinta, le campagne potrebbero tornare a popolarsi se non di contadini almeno di impiegati che lavorano da casa, senza subire e provocare inquinamento.

Si deve restare nei paesi  e nelle campagne. “Restare non è un fatto di pigrizia, di debolezza, deve essere considerato un fatto di coraggio” (pag. 97).

Oltre allo smart-working dovremo semmai favorire le smart-cities “le città intelligenti e digitali che dovrebbero trasformarsi in senseable cities, cioè in luoghi sempre più inclusivi con al centro i bisogni delle persone, i loro diritti umani fondamentali e la salvaguardia delle caratteristiche formali e strutturali dei centri abitati per ritrovare una nuova armonia tra città, natura e innovazione tecnologica” (pag.105).

 

Sono meno convinto, invece, della dannosità per il paesaggio delle pale eoliche. Nessuno la ha mai contestato a un mulino a vento, che architettonicamente non era certo meglio. Semmai andrebbero realizzate con criteri non solo funzionali ma anche artistico-paesaggistici.I Verdi: "si vieti subito il passaggio delle navi da crociera ...

Se le tematiche di degrado urbano sono importanti, Tedeschi non trascura quello che per me è il tema nodale della nostra epoca, l’antropocene: i comportamenti umani “stanno provocando mutamenti simili a quelli che hanno causato l’avvicendamento delle epoche geologiche fino all’olocene, il periodo che ci ha preceduto e che risale a 11700 anni fa” (pag. 147). “A più di sessantacinquemilioni di anni dalla scomparsa dei dinosauri siamo sull’orlo della sesta estinzione di massa causata dalla progressiva e sempre più veloce perdita della biodiversità” (pag.47 e 48).

L’inquinamento è uno dei fattori che contribuiscono a questo dramma anche perché “influisce direttamente sul nostro dna e lo condiziona in misura maggiore della discendenza genetica” (pag. 49).

Leggete, meditate e agite. È tempo di cambiare le cose o la prossima crisi non verrà da un virus e sarà ancora più pesante.

UNA GALLERY NOVEL DI FANTAMUSICA PSICHEDELICA

Soniche oblique strategie", l'antologia-romanzo è fantarock - Il ...

Mario Gazzola

Come definire “S.O.S. – Soniche Oblique Strategie”, sottotitolo “8 storie di musica ai confini del delirio”, volume curato da Mario Gazzola ed edito da Arcana nel 2019?

Intanto, sarebbe banale parlare di antologia di racconti, dato che questi sono collegati tra loro in vario modo e inseriti in un contenitore boccacesco (intendendo con struttura simile al Decamerone), in cui un racconto principale contiene e rimanda agli altri. La fusione è tale da poter parlare di romanzo collettivo. Ci sono poi persino delle illustrazioni e allora mi viene in mente l’etichetta che avevo inventato per definire “Il Settimo Plenilunio”: gallery novel. Anche quello era un romanzo scritto a più mani e illustrato da ben 17 artisti con 117 immagini, tra dipinti, disegni e foto.

Qui la parte di “galleria” è meno marcata, ma ci sono comunque sette illustratori che accompagnano gli otto autori.

Fermiamoci allora un attimo per dire di chi si tratta. Gli scrittori sono Danilo Arona, Ernesto Assante, Andrea Carlo Cappi, Giovanni De Matteo, Mario Gazzola, Lukha B. Kremo, Maurizio Marsico e Claudia Salvatori. Gli illustratori sono Andrea Carlo Cappi,Erika Dagnino, Mario Gazzola, Tonia Gentile, Sandro Lettieri, Lucia Polo e Valentina Tanca. Come potete vedere ci sono dei nomi che ricorrono in entrambi gli elenchi, e il curatore compare con ben tre cappelli.

Innumerevoli sono le definizioni del fantastico e non basta certo per catalogare tutto ciò che è stato scritto dividerlo in fantascienza, fantasy, paranormale e surreale. Nel mezzo o al confine con altri generi ci sono molte altre categorie come l’ucronia o il gotico, tanto per dirne due, e ogni genere si divide in sottogeneri.

Per “S.O.S.”, la definizione del genere è ancor più complessa di quella della strutura narrativa, poiché vi sono toni da fantascienza classica, new age, psichedelico, connettivismo, cyberpunk  e, ovviamente, tanta musica con riferimenti a musicisti, brani e generi più disparati e spesso, immagino, inventati.

L’idea è che ciascun autore si immedesimi in un personaggio del mondo della musica e scriva come se fosse lui, in un’ambientazione fantascientifica. Diciamo, insomma, tanto per provare a semplificare che si tratta di un volume di “fantamusica”.

Il racconto contenitore è scritto da Gazzola, che, con un quarto cappello, scrive anche l’introduzione, nella quale si colgono alcuni riferimenti culturali: Brian Eno, David Bowie, J.G. Ballard (con la sua Mostra delle atrocità), William S. Burroughs, i Beatles, Madonna (che in un racconto appare decapitata), Duran Duran, Cat Power, Miles Davis, Sun Ra, Ornete Coleman, i Pink Floid e i Tangerine Dream. Altri riferimenti li troveremo strada facendo: Asimov, Douglas Adams, Lovecraft (e il suo Erich Zann), Philip K. Dick, Led Zeppelin, Miles Davis, Dizzie Gillespie, Don Cherry, Laurie Anderson e Mark Rotkho, in un miscuglio di letteratura, musica e persino pittura. Non mancano le autocitazioni o le citazioni reciproche tra gli autori.

Non sono un esperto di musica e certo i riferimenti a Ballard e Burroughs sono quanto di più lontano si possa immaginare per la mia idea di letteratura, ma non mi lascio scoraggiare, se non altro in onore del Duca Bianco, e mi tuffo in questo sogno psichedelico ed eccomi, con Gazzola, nel 2058 in un collettivo d’improvvisazione neo-m-base, al suono di lastre di ghiaccio atonali. Non capisco, ma mi lascio suggestionare dall’atmosfera psichedelica.

Si parla subito del mitico produttore Brain One, anagramma di Brian Eno, che distribuisce carte sulle quali sono indicati i profili delle band immaginarie da imitare/creare e gli strumenti da usare.

È quindi la volta di Lukha B. Kremo, che riprende, con il primo racconto, l’ambientazione del suo pianeta discarica “Pulphagus”, anche se qui siamo su Asteroid, un altro micro-mondo, per la ricerca da parte di un musicista della figlia di un riccone, scomparsa alla ricerca di una nuova identità.

Quando riprende la parola Gazzola ritroviamo “un aborto di essere vivente piovuto nonsisacome nel nostro studio di registrazione blindato e perfettamente insonorizzato” che “rantolava sul pavimento della saletta, forse malato, se non addirittura moribondo”.

Claudia Salvatori ci introduce al potere psicotico del dreamwater presentandoci il suo Catman, un “organismo geneticamente modificato da gatto” dopo aver letto in “Do android dreams of electric sheep?” di Dick dell’estinzione di tutte le specie animali sulla Terra.

Catman ha “artigli che imprimono alle corde della chitarra un tremolio da brividi”.

Il dreamwater è come un virus che si trasmette per via aerea, come un’epidemia. È sufficiente che uno solo si droghi per drogare un’intera comunità”. Droga inquietante per questi gironi da covid-19.

Quanto alla protagonista, “posseduta dalla Nota Sola” (“un’unica nota in cui sentivo l’intera scala musicale”, dice di sé: “Qualcuno, di cui per fortuna non ho memoria, mi ha abbandonato a tre anni in un supermercato. Il mio primo ricordo è una scatoletta di ragù alle larve che cercavo di aprire senza riuscirci. Avevo molta fame. Già allora sapevo di essere il Diavolo” e “per la collera sono corsa a casa e ho avvelenato tutta la mia famiglia”. “Secondo il vescovo mi ero convinta di essere il Diavolo perché lo stupro mi aveva sconvolto la mente”.

Riecco che, chiuso il racconto della Salvatori (ma nessuna storia qui si chiude del tutto, fondendosi con le altre, come in un concerto), riprende la parola Gazzola e ci racconta che “il coso non era più un aborto ma aveva assunto delle forme propriamente umane, anche se ancora non perfettamente definite”. “Il coso-uomo aprì lentamente la bocca come per cantare, ma nessuno di noi riuscì a sentire veramente la sua voce, perché era fusa all’unisono con quelle dei nostri strumenti che attaccarono a suonare simultaneamente. Tutti sulla stessa nota, la Nota Sola di Aleister”.

Soniche oblique strategie", l'antologia-romanzo è fantarock

Alcune illustrazioni di S.O.S.

Ma ecco che il coso inizia a “perdere consistenza sfarinandosi in spirali d’ombra”, mentre la voce narrante passa a Danilo Arona che afferra al volo i suggerimenti di Kremo e Salvatori e ci parla di nuovo di Puphagus e di dreamwater: antologia di racconti, sì, ma legati dal racconto-contenitore e che si richiamano a vicenda. È Arona ad offrirci la decapitazione della pop star Madonna per opera di un cavo di scena, seguita “un’esperienza onirica lucida e inquietante perché nelle mie orecchie tambureggia una musica che non conosco” in una “pista da ballo martoriata di effetti di luce”, del tutto occupata da “brandine ospedaliere e da un incalcolabile numero di persone”: “Le macchine musicali sono anche in grado di curare le patologie del mondo”.

Ed eccoci in una “inquietante ribellione tecnologica chiamata in codice Mad Machinery Possession”.

Giovanni De Matteo ci riporta nell’Absolute Beginners, locale già incontrato, in cui “la musica si fece sincopata, poi in qualche modo ci trovammo ad agganciare una scala pentatonica maggiore in Fa diesi che conferì alla nostra melodia un sapore esotico”. “Il marchio di fabbrica era la metamorfosi: trasformazioni della carne, evoluzione del pianeta, mutazioni psichiche incontrollate detonavano come testate nucleari nello spazio mentale delle nostre percezioni”. Quando compare in pista una ballerina sconosciuta la reazione del protagonista è: “fantasticai di tramutarmi in un treno d’onde sonore solo per potermi andare a infrangere sulle sue forme”. Strana ragazza, capace di “catalizzare la vitalità dei presenti”, “Aisha poteva ascoltare la mia musica, io vedere il suo stato d’animo”. Aisha è capace di “far ballare anche i murales!” Non con la magia, ma con “l’inserimento di nanomacchine in sospensione nella vernice delle bombolette spray”.

Ernesto Assante introduce  Max, un trafficante di “intelligenze artificiali musicali”: “della band vera non c’era più bisogno, che le AI potevano fare il lavoro meglio e con meno stress”. Solo che queste band artificiali, quando restano senza pubblico suonano “sempre di più, sempre più forte” per richiamare ascoltatori e alla fine “tutto esplode”.

C’era, in chilometri di container invisibili agli scanner interstellari tutta la musica che gli esseri umani avevano creato in millenni”. “La musica è la cosa immateriale più importante che noi esseri umani possediamo”, “è presente senza esserci”.

Andrea Carlo Cappi ci parla di un’indagine per omicidio che riguarda la Matsui, una megacompagnia A cura di Mario Gazzola - S.O.S. Soniche oblique strategie. 8 ...extraterritoriale.

Con Maurizio Marsico incontriamo “realtà parallele su linee temporali simmetriche ma dissonanti. Ricordi autentici e falsi ricordi panpottati dall’uno all’altro soggetto in una quadrifonia psicotica” e il tentativo di “far scaturire l’intera opera teatrale di Samuel Beckett dalle narici in forma ectoplasmatica” mediante un “rinovaporizzatore” con “tutte le possibilità dello spettro sonoro e di quello visivo, ma che soprattutto agisca sulla trasformazione della mente e della carne. In fondo è una semplicissima operazione  di psicoplasmica, causare uno shock tra cervello e corpo nel modo in cui l’acting–out isterico simula la falsa pazzia”.

Con queste nuvole di parole astratte, si conclude questo trip psichedelico in onore di Brian Eno e David Bowie, in cui “un cantante già morto aveva cantato per l’ultima volta, accompagnato da una band che non sarebbe mai più esistita, inghiottita dal Nulla insieme a lui”: “la session di registrazione più cosmica e insieme maledetta della storia della musica si era conclusa” chiosa Gazzola nelle pagine finali “per l’estinzione di tutti i musicisti” e non c’è spiegazione per “gli abissi insondabili delle fisica quantistica applicati alla generazione sonora”.

Libro da gustare con il cuore più che con la mente o meglio con il suo lato musicale, se mai ne avesse uno, lasciandosi guidare o, meglio, trascinare, dalle suggestioni sonore, visive e letterarie.

FIRENZE VISTA DAI FIORENTINI

Fiorentini per sempre. Intervista a Paolo Mugnai, curatore della ...

Paolo Mugnai, curatore di “Fiorentini per sempre”.

Alla fine di febbraio 2020 è stata pubblicata dalle Edizioni della Sera l’antologia di racconti “Fiorentini per sempre”, curata da Paolo Mugnai e che vede la partecipazione di molti autori attivi sulla piazza cittadina, tra cui il sottoscritto con il racconto distopico “Il mare a Firenze”.

Purtroppo, l’esplosione della pandemia di covid-19 e la conseguente quarantena hanno impedito sia la realizzazione di incontri di presentazione, che speriamo si possano fare quanto prima, sia persino a me di incontrare il curatore e ritirare le mie copie. Solo all’inizio di maggio sono così riuscito a riceverle e a iniziarne la lettura.

 

Il volume è corredato di una prefazione, scritta dall’importante giallista Marco Vichi e di una postafazione dell’esperto di storia fiorentina Luciano Artusi. Si inserisce in una collana dedicata a varie città e regioni d’Italia, partita con “Napoletani per sempre” e che ha visto di recente anche il volume “Toscani per sempre“.

Vichi, giustamente, nota nelle prime righe che gli piace pensare che “i fiorentini sappiano essere anche italiani ed europei”, affermazione che condivido, anche se tendo a rovesciare l’ordine, dicendomi prima europeo, poi italiano e, infine, cittadino adottivo di questa Firenze, cui ormai, dopo quasi tre decenni, sono forse persino più legato che a Roma che mi ha dato i natali. Nota Vichi che “i fiorentini si vantano un po’ troppo di avere nelle vene il sangue dei grandi del passato”, vezzo, direi, più che un vizio, del resto comune a molte città italiane, a partire dalla Roma da cui vengo, che ancora si crede caput mundi. Analogamente, molti italiani, ma i fiorentini in primis, considerano la propria la “città più bella del mondo” e questo concetto lo ritroviamo alcune volte in questi stessi racconti. Da questo ne deriva, come scrive Vichi, che “i fiorentini, tendenzialmente me compreso, sono persone chiuse, inospitali, incapaci di aprirsi agli altri”.

Vichi, infine evidenzia il gusto fiorentino per l’ironia, i giochi di parole, i doppi sensi, l’arguzia, che troppo spesso rendono l’umorismo fiorentino incomprensibile se non offensivo per chi non ne conosce lo spirito.

NILHOTEL - Firenze

I racconti sono in ordine alfabetico secondo il cognome dell’autore.

Si comincia così con Luca Anichini che ci racconta, in chiave storico-antropologica, gli anni dopo la seconda guerra mondiale di una famiglia di mezzadri, attraverso le profonde trasformazioni seguite alla legge del 1964 che aboliva i contratti che regolavano questa forma di coltivazione, con la protagonista Emma che abbandona così la campagna per un lavoro in fabbrica dove “non era più circondata dai familiari ma dai colleghi” (in questi giorni di quarantena e smart working stiamo vivendo il processo alla rovescia!) e dove può finalmente avere con la busta paga dei soldi che siano suoi e non della famiglia. Se l’amore per Firenze è forte, però, Emma, presto subirà il sogno di una vita diversa e raggiungerà a Parigi l’amica Anna, partita assieme a uno studente francese.

Anche Lapo Baglini fa dire al suo protagonista “Firenze la amo e mi è sempre piaciuta ma nello stesso tempo sento il bisogno di scappare, almeno un paio di volte l’anno”, perché “la voglia di evadere la si può provare anche nella città più bella del mondo”. Sarà per il clima caldo estivo, ma i fiorentini mi pare sentano più di altri il bisogno di vacanze quando arrivano luglio e agosto. Del resto, come conclude Baglini il suo racconto di amore tradito, furto e omicidio,  “il cielo è azzurro come può esserlo qui a Firenze. Niente a che vedere con quello dei Caraibi”.

Carlo Menzinger, autore di uno dei racconti di “Fiorentini per sempre”

Anche Serena Bedini ci mostra un certo disagio verso questa città, con la protagonista “cieca alla perfetta simmetria del Vasari, allo scorcio che si apriva davanti del Palazzo Vecchio e delle statue antistanti”, sconvolta dalla crisi del turismo del 2008, che preconizzava quella ben più grave di questo 2020 e che l’aveva lasciata senza lavoro: “il modo di fare turismo sarebbe cambiato, era evidente che il mio posto di lavoro, un anno prima così ricco di prospettive, adesso era oltremodo precario”. Riuscirà Firenze a reiventarsi senza il turismo?

Jacopo Berti ci presenta una “lettera mai scritta di un fiorentino di altri tempi, uno dei primi botanici e naturalisti” per il quale nelle strade del proprio “quartiere c’era un’aria speciale che spingeva verso paesi lontani”: ritroviamo uno spirito non molto diverso da quello di Baglini.

In questo racconto si coglie un’altra caratteristica tipica dei fiorentini: la ritrosia verso il nuovo, così ben rappresentata dalle reazioni al Risanamento avvenuto nel periodo di Firenze Capitale, che trasformò in pochi anni la città come non lo era mai stata dai tempi del Rinascimento: “il risanamento dell’architetto Poggi che noi fiorentini abbiamo mal digerito”, che fa il paio con il disprezzo attuale verso il Tribunale Nuovo, che ha portato un po’ di novità urbanistica in una città immobile.

Come nei brani di altri autori di questa raccolta, troviamo il protagonista affermare che “dopo esser stato girovago, Firenze è sempre stata la mia meta finale: rivedere l’Arno così mite rispetto alle acque limacciose dei fiumi di Sumatra”, perché “nel mio cuore c’è sempre stata la cupola del Brunelleschi, come il bocciolo di un fiore non ancora dischiuso”.

Nel racconto di Alessandro Bini assistiamo a un invasione aliena dal centro della città e, in particolare, da Ponte Vecchio. A dir il vero, gli extraterrestri non li vediamo, ma è un’occasione per attraversare con il protagonista la zona vicino all’Arno. Se si diceva un tempi che “un disco volante non può atterrare a Lucca” (Carlo Fruttero), credo sia meritevole cercare di fare comunque fantascienza italiana e, come in questo racconto, connotarla per la sua peculiarità territoriale.

Roberta Capanni ci parla dell’alluvione del 1966, focalizzandosi sulla resistenza di una cagnetta bloccata dalle acque con la sua cucciolata.

Assai singolare il personaggio smemorato o forse con troppi ricordi del racconto di Giacomo Cialdi che “tutti gli anni, il 7 dicembre” si reca in una scuola.

Segue il racconto di quel grande poeta dei luoghi che è Paolo Ciampi, di cui ho già scritto tante volte, che ci parla di una Firenze che non c’è più, fatta di venditori ambulanti come il mitico Lachera e vista attraverso gli occhi di un cronista di strada.

Interessante l’annotazione storico-linguistica riguardo la “Loggia del Mercato Nuovo, accanto al Porcellino” dove “a pochi metri dalla pietra dell’acculata, quella in cui le natiche dei debitori insolventi, a braghe calate, venivano ripetutamente sbattute. Una raffinatezza della Firenze medievale, per inciso, da cui si intende l’espressione col culo per terra”.

Camilla Cosi ci parla dell’attentato mafioso all’Accademia dei Georgofili con la perdita, tra le altre cose, di un dipinto di Landseer, ma anche della grande alluvione del ’66 e della leggenda sul volto inciso sul fronte di Palazzo Vecchio da Michelangelo.

Livia Fabruccini ambienta in Piazza della Passera, l’antico centro di case chiuse, la sua storia di ricerca di indipendenza giovanile.

È un salto nel passato del giornalismo sportivo e della Fiorentina il racconto di Nadia Fondelli.

Quello di Andrea Claudio Galluzzo, invece, è una dichiarazione d’amore verso la propria città: “Firenze è la mia donna e io la amo follemente”, seguita subito dopo dal racconto di Andrea Gamannossi che parte come la storia di un innamoramento, “era così bella che tutta la gente che le stava attorno sembrava sbiadita”, per poi mutarsi quasi in horror, con la donna divenuta vecchia e brutta, e collegarsi infine alla vicenda storica della scultura detta “Berta”, che si scorge sulla torre campanaria  della chiesa di Santa Maria Maggiore.

Sceglie Alessandro Lazzeri di focalizzarsi sullo storico Hotel Mayflower e sulla misteriosa ospite della camera 325, la Signora Odescalchi della Nave, che mai esce da questo albergo che negli anni “più che invecchiare” “pareva decomporsi”, che da “scintillante era diventato trasandato”. Sarà mai esistito? Su Google non è trovato traccia.

Giovanni, il pensionato protagonista di Luca Lunghini, ama “passeggiare per la sua amata Firenze”, per “conoscere meglio la sua splendida città” e ripercorrendo le rive dell’Arno ricorda dell’alluvione del ’66 e della nevicata del ’85.

Per raccontare di un ritorno a Firenze, Francesco Luti, sceglie un vocabolario tutto suo in cui si susseguono termini ed espressioni come “appetto”, “si serenò”, “duo”, “intormentiti”, “rinsanguamento”, “principiare”, “fuori sceneggiava il verde”, “discacciare”, “scattoso e spasmodico”, “fremebonda”, “grifagna”, “desinare”, “diacere”, “aleggiava”, “carambolò”, “svisò gli occhiali”, rendendo così l’idea della lontananza che da fisica si fa linguistica. Anche lui, come tanti in quest’antologia, non manca di definire Firenze “la città più bella del mondo”.

Giulia Mastromartino ci parla della magia di questa città, attraverso la coincidenza degli incontri umani.

Francesco Matteini descrive una singolare maratona per le vie del capoluogo toscano, con due podisti che si scopriranno, alla fine, avere uno sguardo davvero particolare.

Carlo Menzinger, presente in “Fiorentini per sempre” con una delle sue distopie toscane.

Ed eccoci al racconto “Il mare a Firenze”, del sottoscritto Carlo Menzinger, che mostra una città futura, assediata daun mare troppo alto, per effetto del surriscaldamento, protetta da un muro, che la difende anche dai “migranti climatici” fuggiti dalle città della costa, e in cui la gente si rifugia nella realtà virtuale, per negare il presente.

Il racconto fa parte di un gruppo di cinquantuno storie da me scritte per mostrare la fragilità del nostro ambiente, focalizzandola sull’ambito a noi più vicino, la nostra città. I primi ventiquattro sono usciti nell’antologia “Apocalissi fiorentine” (Tabula Fati, Ottobre 2019) e gli altri ventisei usciranno in “Quel che resta di Firenze”.

Tommaso Meozzi ci parla di nuovo di chi ha dovuto lasciare la propria città (“la sua voglia di casa, pari solo alla sua voglia di partenze”), che vive all’estero come “venditore ambulante d’italiano”, insegnate precario, perché “insegnare italiano lo aiuta a rimanere in contatto con le proprie radici”. Ed eccolo aggirarsi di nuovo per Firenze nell’impossibile ricerca di acquistare lacci per scarpe, in una città che vende alta moda, ma si dimentica delle piccole cose.

Viene da Milano, la protagonista di Pier Vincenzo Monaci, “una truccatrice freelance”, che assieme a delle amiche aiuta il suo ex-allenatore di volley a far chiarezza sull’omicidio del figlio con “una schiacciata da una seconda linea lontanissima, oltre l’Arno, oltre il Po, oltre il Ticino, dalle sponde del Naviglio Grande!”.

Torna a Firenze anche Dante, dopo ben cinquanta anni, il protagonista ideato dal curatore Paolo Mugnai, dopo essersene andato “da quel presente fiorentino per me divenuto irrespirabile”. Torna dalla figlia Beatrice (nome non casuale) ma dice “Questa non è più la mia Firenze”. Frequenta un corso di cultura toscana per la terza età che lo porta a riscoprire la città.

Quasi un saggio sul Risanamento fiorentino dei tempi di Firenze Capitale è il racconto di Marco Salucci, a seguito del quale “le città restano due” “una sulla riva sinistra e una sulla destra”. Se i grandi spazi dei Viali, di piazzale Michelangelo, di piazza D’Azeglio erano finalizzati trasformare la città medicea in una capitale nazionale, la loro importanza la ebbero anche “Tifo, tubercolosi, scrofola, colera”: “si cercava un rimedio a queste malattie con l’abbondanza d’aria, i bagni di sole” e “il controllo delle acque”.

Eppure, come sempre accade a Firenze, “questa nuova città sulle prime non fu apprezzata”.

Quello di Enrico Zoi è un lungo interrogarsi su perché uscire di casa, attratti dalle bellezze della città.

Chiude il volume la postfazione di Luciano Artusi per il quale questo libro di “novelle per adulti” si contraddistingue per l’amore per Firenze. Come abbiamo visto, però, è un amore-odio, come sovente avviene, che porta spesso i personaggi ad allontanarsi magari poi per fare ritorno in questa città, che i fiorentini continuano a sentire come “la più bella del mondo” e a restare, seppure lontani, “Fiorentini per sempre”.

Si dice da più parti che sulla nostra meravigliosa città sia già stato detto e scritto tutto;” scrive Artusi non sono affatto in sintonia con questa linea di pensiero che, seppur prevalente, non mi convince affatto”. Come non esser d’accordo? Questa stessa antologia è la prova che c’è ancora qualcosa da raccontare.

ROMANCE AVVENTUROSO TRA LE SABBIE

Caterina Perrone | La legenda di Carlo Menzinger

Caterina Perrone con Lo sguardo e il riso

Danza nel deserto” (Dicembre 2018) è il sequel del romanzo di Caterina PerroneLo sguardo e il riso” (2017), entrambi editi da Porto Seguro, la più vivace delle case editrici fiorentine e non solo.

Peraltro, “Danza nel deserto” si legge in maniera del tutto autonoma rispetto al primo volume, con cui condivide i protagonisti Viola e Matteo, ma se ne “Lo sguardo e il riso” avevamo una storia d’amore ambientata in un non-tempo passato e in un non-luogo che ricordava l’Italia medievale ma con il sapore dei borghi fantasy, come ne scrissi leggendolo, in “Danza nel deserto” siamo invece in un vicino oriente più moderno forse non fortemente connotato, ma che è comunque un luogo fisico e temporale assai più preciso. Rimane il tema forte dei profumi, ma qui non è più così centrale. Il primo volume era soprattutto storia d’amore, questo secondo è un romance d’amore, con passioni non corrisposte o difficili, ma anche di avventura, assai più denso di eventi, con viaggi, rapimenti, ricatti, inganni, travestimenti, assalti. Forse dipende dal mio occhio, ora più allenato alla scrittura dai tratti poetici della Perrone, ma questo seguito mi è parso più maturo e intenso.

Sempre belli e ricchi di particolari i disegni in bianco e nero che accompagnano numerosi entrambe le storie, opereDanza nel deserto - Porto Seguro Editore del marito della Perrone, Gianni Mannocci, spesso caratterizzati dal moltiplicarsi di piccole presenze di contorno. Abbiamo così, per esempio, l’immagine di cammelli che si abbeverano a una pozza e sullo sfondo una donna orientale che porta una brocca d’acqua e un suricato in primo piano, oppure un vecchio che legge seduto in terra contro un’elaborata parete in maiolica e davanti a lui una pila di libri, colombe in volo e un piccolo topo o ancora un veliero che naviga tra gabbiani e delfini.

Caterina Perrone è ora membro del GSF – Gruppo Scrittori Firenze.

Premio al lettore di Fantascienza

Associazione World SF ItaliaOggi sono usciti i finalisti del Premio al Lettore di Fantascienza organizzato dalle associazioni Moonbase ’99 e World SF Italia.

Sono presente tra i sei finalisti con due recensioni da me scritte e una scritta su un mio libro. Sui link è possibile leggere le recensioni.

Ecco i primi sei classificati (in ordine alfabetico):

Carlo Menzinger di Preussenthal [leggi] Il 9 Maggio Pierfrancesco Prosperi
Carlo Menzinger di Preussenthal [leggi] Karma avverso Emiliano Mecati e Alessio Seganti
Daniele Dafichi [leggi] Hyperion Dan Simon
Pietro Ballio (pseudonimo) [leggi] I fabbricanti di felicità James E. Gunn
Valeria Barbera [leggi] Übermensch Davide Del Popolo Riolo
Vincenzo Maria Sacco [leggi] Apocalissi fiorentine Carlo Menzinger di Preussenthal

 

Sono presente anche tra le altre ammesse in finale.

Grazie a chi mi ha recensito e a chi mi ha votato.Homepage

Colgo l’occasione per segnalare che come lettore di fantascienza, sono anche Maestro della Fratellanza di Fantascienza di Anobii, un’associazione che da anni sta redigendo l’elenco delle migliori opere di fantascienza di sempre.

Qui potete leggere altre mie recensioni di opere fantascientifiche.

LA GUERRA DELLE AMAZZONI

Enrico Zini in Esperia, La rivolta | Il Blog di Eleonora Marsella

Enrico ZIni

Enrico Zini, pisano del 1974, è un autore della “scuderia” del Gruppo Editoriale Tabula Fati (con cui ho pubblicato in ottobre “Apocalissi fiorentine”) nonché membro come me dell’associazione degli operatori professionali della fantascienza “World SF Italia” di cui è presidente Donato Altomare.

L’ho incontrato dunque due volte, la prima in occasione del raduno annuale 2019 dell’associazione all’Impruneta (Firenze) e la seconda in occasione del festival milanese del fantastico Stranimondi 2019.

In tali occasioni, mi aveva lungamente parlato di questa sua saga “Cronaca Hamaxoni”, di cui pubblicò nel 2017 il primo volume “Esperia, la rivolta” (finalista al Premio Vegetti 2018) e nel 2018 “Esperia, la fuga”.

Ho, dunque, ora letto questo secondo volume, pur non avendo letto il primo e posso dire che è ben comprensibile anche così.

Si tratta di una saga fantasy con qualche riferimento al mito greco delle Amazzoni, le donne guerriere della Scizia e a quello di Atlantide.Amazon.it: Esperia, la fuga - Zini, Enrico - Libri

Le sue guerriere, tutte bellissime e sensuali, sono però altra cosa, anche se vivono in un mondo antico e in cui non manca qualche piccolo accenno di magia, si pensi per esempio all’episodio della pantera che protegge la famiglia in fuga in modo quasi sovrannaturale o a certi sogni.

Esperia, la fuga”, come si intuisce dal titolo, è quindi libro di avventure, di battaglie, di scontri per il dominio.

Quando Zini me ne parlò pensai che, per l’ambientazione greca e per la centralità della fuga, potesse avere maggiori punti di contatto con la mia saga ucronica “Via da Sparta” in cui anche io racconto una fuga, quella della schiava ilota Aracne, attraverso un Impero di Sparta alternativo giunto sino ai giorni nostri, ma le opere, a parte questi punti in comune si svolgono su piani diversi, anche se entrambe non indulgono nel fantasy più classico, quello nordico popolato di draghi, elfi e gnomi ed entrambi evitano il ricorso a divinità ultraterrene.

Lettura densa e piena di eventi, da leggere tutta d’un fiato.

 

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