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EMOZIONI DEL QUOTIDIANO

Difficile dire da quanto tempo conosco, almeno virtualmente Guido De Marchi. Probabilmente dal 2001, quando cominciai a frequentare il Laboratorio di Scrittura di Liberodiscrivere, che poco dopo si trasformò in casa editrice e pubblicò, tra i suoi primi 5 libri, il mio “Il Colombo divergente”.

Sicuramente sul sito di Liberodiscrivere molte volte ho incrociato e letto qualcosa di Guido De Marchi. Forse intorno al 2002-2003 cominciai a proporre ai membri del sito alcuni giochini letterari, del tipo “ora scriviamo tutti un racconto intitolato…”, oppure scriviamo un haiku, o scriviamo un’ucronia. Da quest’ultima idea nacque l’antologia “Ucronie per il terzo millennio”. Tra i titoli da me proposti c’era senz’altro “Sexy doll”. Un altro titolo su cui ricordo che in molti si cimentarono era “Gente di montagna”. In questo caso non sono sicuro di averlo proposto proprio io, ma vi partecipai.

Perché vi racconto tutto questo? Perché ho appena finito di leggere l’antologia “Piccole storie metropolitane”, scritto e autopubblicato da Guido De Marchi, e ho avuto la sorpresa e il piacere di scoprirvi, tra vari altri, due racconti intitolati proprio così e che sono pressoché certo furono scritti in quell’occasione.

Piccole storie metropolitane” di racconti ne contiene numerosi, tutti accomunati dalla voglia di descrivere personaggi e luoghi quotidiani, di tutti i giorni, ma carichi di una loro poesia. De Marchi del resto, oltre che narratore è poeta e pittore. Ricordo di aver letto di lui “Haiku per un mese” (con una mia introduzione), la silloge poetica “L’ombra del verso”, scritta assieme a Francesco Brunetti, e i versi “Non voglio essere poeta”.

Piccole storie metropolitane” è quasi poesia in prosa. De Marchi dice “tutto ciò non evoca la città, ma la vita che in questo luogo si agita”: vale per la copertina di cui parla ma anche per tutta la raccolta, in cui “ogni storia è una memoria che riporta in vita un evento”, ogni racconto ci regala la “consapevolezza della nostra fragilità” e le “emozioni del quotidiano”.

De Marchi, nato a Genova nel 1940, di vita ne ha attraversata non poca, con sguardo attento e sensibile e di storie ne ha tante da raccontare, tanti amici da ricordare, veri o immaginari poco importa.

E così tra scorci cittadini di un tempo che fu, con “le vecchie lampade, col loro cappello smaltato (scuro sopra e bianco sotto) che creavano coni di luce

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Guido De Marchi

che piovevano sulla gente come quelle del palcoscenico”, con le antiche farmacie, con le osterie (poi soppiantate da bar e pub), scopriamo personaggi come il misantropo filantropo Lino, il piccolo Tino maestro delle cose della natura, Giovanni, maestro di fotografia, il fattorino Aldo che scopre la fine della solitaria signorina Clara, il fratellastro ritrovato, l’emigrato Marco, il solitario Mario che si spegne senza nessuno, l’amico aggregante Mattia, il determinato Luigi, i bambini che osservano le stelle, Antonio che vive libero dai telefoni, i piccoli contrabbandieri, l’amore di Franco e Gina, il tradimento virtuale con la bambola gonfiabile, l’amore quasi impossibile. Entriamo poi nelle case e scopriamo i segreti di un cassetto a lungo chiuso, il sogno di una libreria, il giardino in una bottiglia.

Questo è il mondo di Guido De Marchi, queste sono le sue “Piccole storie metropolitane”.

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IL RITO E IL RITORNO DI PERSEFONE

Risultati immagini per brumby BertolaniÈ passato poco più di un anno da quando lessi “Mariotta, la quarta bambina” di Nadia Bertolani, una delle migliori letture del 2017 (e quell’anno avevo letto oltre cinquanta libri) ed ecco che ho di nuovo tra le mani un volume di questa autrice.

Si tratta di “Brumby”, il suo terzo romanzo (come recita la quarta di copertina; “Mariotta, la quarta bambina” penso fosse il quarto). Ha anche un sottotitolo: “L’orizzonte degli eventi”.

Mariotta, la quarta bambina” mi aveva emozionato forse perché ci ritrovavo, conditi e presentati diversamente, alcuni degli ingredienti dei miei ultimi romanzi. Così non è stato subito con “Brumby” anche se qui, come nel mio “Via da Sparta” si parla di Grecia, moderna e talora antica. Nel mio romanzo si immagina un mondo che abbia annullato la cultura ateniese, in “Brumby” si parla dei riti misterici eleusini, ma Eleusi non è Atene e neppure Sparta. A volte parliamo di cultura greca, ma questa era tutt’altra che unitaria. Come oggi parlare di cultura europea, senza dividere francesi da russi o portoghesi o polacchi. Andando avanti, però, si notano affinità che a una lettura superficiale potevano sfuggire, come quando la Bertolani scrive “Tutto questo spreco d’acqua per un po’ di merda”: davvero una visione “spartana”!

Ma non vorrei confondere le idee a chi legge. “Brumby” non è un libro sull’antica Grecia. È una storia moderna di incontri e conoscenze, solo che i personaggi sembrano venire dritti da Eleusi. Persino i nomi sono un chiaro richiamo al mito di Persefone, rapita alla madre Demetra dal Dio degli Inferi Ade. E le grotte in cui si perdono i bambini paiono le porte del suo regno.

Brumby è un ragazzo in fuga dalla famiglia. Forse non è il solo in fuga:

tutti quelli che si mettono in viaggio lo fanno perché hanno un fantasma davanti a sé e allora lo inseguono con pervicacia, oppure ce l’hanno dietro alle spalle e con la stessa ostinazione lo vogliono dimenticare”.

Questo è un viaggio nel mediterraneo, tra Grecia e Spagna.

«Io amo la Spagna» le dissi «ma non il suo senso della morte. E odio l’occidente. È qui che il sole viene a morire.»

Ma non è solo un viaggiare fisico tra luoghi, perché come dice un personaggio:

«Io torno in Grecia: voi a ovest, là dove tutto muore e io a est, dove tutto ha origine”.

 

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Nadia Bertolani e Massimo Beccarelli (Foto Agitati) presentano Brumby

Brumby non è neppure il vero nome del protagonista Tazio (ovvero “figlio di uomo anziano”), ma un suo mascheramento, un altro suo modo di fuggire. Lo troviamo assieme a una ragazza giapponese di cui gli importa poco ma di cui non riesce a liberarsi. La definisce con vari abbinamenti alla parola “girl”, tipo “ridicola-girl”, “svitata-girl”, “stupid-girl”, “nippo-girl” e così via.

Lei non lo molla ma capisce che potrà ricavare poco da lui. Gli dice:

«Vuoi una ragazza e sei senza amore».

Incontra, però, un’altra giovane, Ombretta, che si fa chiamare anche Core e Persefone, come la protagonista del mito. Anche sua madre dichiara «Non mi chiamo solo Gaia».

Quale segreto nascondono? Sarà il caso di indagare?

Quando si scava non importa se lo si faccia per seppellire o riportare alla luce, è sempre un’azione violenta e sacrilega”.

Eppure “a volte si riesce a strappare qualcuno alla terra, anche se per poco tempo”.

C’è poi Remedio che dipinge ma, mente lo fa, deve andare spesso in bagno, “come se per riuscire a disegnare dovesse prima svuotare completamente gli intestini”. “Quasi che il peso della materia impedisse qualsiasi attività creativa”.

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Persefone

Anche Dora ha uno strano, difficile rapporto con la materia e il corpo anche se “solo il corpo testimonia la presenza viva di qualcuno” eppure le vien detto “tu disprezzi tutti i corpi”.

Interessante la riflessione sui corpi infantili che “solo per il fatto di esistere esprimono” a differenza di quelli degli adulti. Sarà la conquista della parola a togliere espressività ai corpi?

Sarà per questo che è facile amare i bambini, perché “l’amore non ha niente a che fare con le parole”?

C’è un altro corpo che ha un ruolo importante: il cadavere del poeta Garcia Lorca, la cui ricerca pare quasi quella di un Santo Graal.

Tutta questa pesantezza corporea appare in contrasto con la leggerezza di una fuga spirituale verso un mondo ultraterreno.

Insomma, “Brumby” non è un romanzo né semplice, né banale. È storia, soprattutto, di ricerca, anzi di ricerche, storia di rapporti, familiari più che amorosi, storia di misteri e Misteri.

IL POETA NEL PRESEPE

21.04.2015Federico Pipitone, autore della scuderia di Porto Seguro, cui da un po’ faccio parte anche io, ha pubblicato una silloge di poesie dal singolare titolo “21.04.2015”, sottotitolo “Sonetti per un anno”.

Va detto, però, che il volume non comprende solo sonetti e che questi non sono sempre in forma canonica e anche quando lo sono Pipitone pare quasi aver, a modo suo, rinnovato questa forma poetica.

Tutti sappiamo che cos’è un sonetto, ma tutti ricordiamo come si scrive?

Sono tanti anni che non scrivo poesie, ma qualche sonetto l’ho scritto e pubblicato anche io. Rinverdiamone dunque un attimo il ricordo.

Dovrebbe essere composto da quattordici versi endecasillabi raggruppati in due quartine a rima alternata o incrociata e in due terzine a rima varia.

Quello originario era composto da rime alternate ABAB ABAB sia nelle quartine che terzine CDC DCD, oppure con tre rime ripetute CDE CDE, o ancora con struttura ABAB ABAB CDC ECE.

Quello in vigore nel Dolce stil novo introduceva nelle quartine la rima incrociata: ABBA/ABBA.

Torniamo ora, però, al nostro Federico Pipitone di Salemi (“Da più di trent’anni, sono nato a Salemi” scrive in quarta di copertina). Si diceva del titolo del volume, che altro non è che la data della prima poesia. Del resto qui, Pipitone non dà un titolo alle sue composizioni e ci si può dunque riferire a loro usando proprio le date. Va aggiunto, però, che queste non sono sempre standard. Ne troviamo delle più disparate, come “Cippi gemini, ventiquattr’anni dopo, 23-V-2016”, “ai LassatilAbballari, 24-V-2015”, “festa della Repubblica, 2-VI-2015”, “Delia, 30-VI-2017”, “Trasfigurazione, 6-VIII-2015” o “in memoriam Alteri Spinelli, 31-VIII-2015” e così via.

Credo che già questo modo di contrassegnare i propri versi ci dia un indizio su chi sia Pipitone: non uno comune.

Ma entriamo nella sostanza. Anche i versi sono tutt’altro che banali. Ogni volta che prendo in mano un libro di poesie, la mia più grande paura è proprio questa, di trovarmi davanti una serie di melensaggini o di riflessioni sulla vita dell’autore, in forma più o meno poetica. Per fortuna, non è stata questa l’impressione leggendo “21.04.2015”.

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Federico Pipitone, da Salemi

Pipitone è un docente e questo traspare nella sua cultura, che emerge ovunque, ma con originalità.

Basti pensare al primo sonetto che esordisce con uno strizzar l’occhio a Dante stravolgendo il “Guido, i’ vorrei” in un modernizzato “Guido non da oggi su strade per colli”, dove, come nota anche il prefattore Ignazio Castiglia, il nome proprio si muta in verbo.

E già in questo primo verso si coglie il gusto modernizzatore di Pipitone nell’affrontare uno strumento che pare così antico e desueto come il sonetto. Un simile gioco lo ritroviamo, per esempio, anche nel verso “Biondo ero e bello al tuo gentile aspetto”.

Ed ecco che Pipitone cala il sonetto dallo Stil Novo nella nostra realtà politica e sociale, condendolo con un forte afflato religioso, che non suona mai come bigotta religiosità, ma come autentico e sentito anelito verso il sacro e il divino. Anche questo approccio che potrebbe sembrar antico, ma qui rivitalizzato.

 

Ed ecco accenni di vita sociale come “non pagana è la piazza a festa”, “nella speranza che alla lotta seguano i diritti”, “Chissà se s’involò una colomba / al colpo della boma!”, “donna che piangi un figlio o accendi un cero / mentre ne cade un altro nella guerra” o l’intenso “Bassa la terra regge i nostri passi / e ospita poi le ossa coi suoi sassi” o“il povero felice della sorte” e “il vizio mio è l’ira (contro l’ingiusto)”.

Ecco messaggi politici come “il cuore mesto / della Russia batte ancora, mia gloria”, “Di Sinistra io non sono, né a Destra / mi rimango, anzi dal Centro passo” e “aspettavano un governo / che giungesse dal Nord liberatore”.

 

Ecco il costante riferimento alla religiosità in “Gesù passò per i paesi”, “Altare apparecchiato per il rito”, “la Messa è lesta / eppure dura oltre la morte”, “marce non son mai le processioni”, “al meglio / rivolge Dio le cose al peggio pronte”, “la morte (…) quell’ora non si può prevedere” e quindi “Son la vita, la verità, la via / che s’invertono la serie”. Ecco ancora “l’infinito Dio / se le ricorda tutte” e addirittura “io mi prostro /al miracolo oggi più che ieri,” come a voler ribadire la modernità e attualità del divino persino in questo nostro tempo così materiale. Ed ecco, quindi ancora “dove sgorga il fonte / salubre del Verbo, su in Paradiso”, “cercando di scoprire  certo indizio / di Dio”.

Ma ecco poi che il sacro si mescola al profano in “Mala femmina conversa e lombrico”.

 

Ecco i riferimenti geografici e culturali in “E nacqui all’ospedale di Salemi / dall’acque ch’ebbe rotte un generale/ dei più baldi”, “poi in quella onde Cecco rimò al vascelo / di Firenze”, ritrovo la mia città anche in “Ora a piazza Dalmazia non m’attendi”.

Ed ecco l’Europa e la sua Unione in “L’euro è scontato”, “vuol far l’italiano / ma parla English”, o l’omaggio al grande europeista Altiero Spinelli  che “ogni vero Europeo sa come aberra / chi non unisce ma uniforma”, “Nazioni e fedi / intanto fanno il mondo più complesso”.

 

Ed ecco i riferimenti alla sua attività di docente in “Ragazzi affezionati della F”, “è una scuola che le ore prolunga / ad una classe che di bunga-bunga / e bilanci tra gli stati è esperta”.

 

Ecco la vita familiare in “E perdermi in com’eri da bambina”, “I bei capelli farsi fili argento” o nel delicato “finché sarai la nonna / che un figlio vuole per il figlio! Grazie / a te e papà non siamo stati cloni / o braccia da sfruttare o bocche sazie / bensì creature vere, veri doni”.

 

Gioca Pipitone con i versi, ci si diverte e lo dimostrano anche certe allitterazioni in cui quasi ci si perde come “moda modello modulo mondani” e dell’arte dice “Diventiamo tutti artisti al mattino / quando viene l’ora di vestirci, e poi / quando vien di denudarci” e si definisce “uomo poeta dell’attesa”.

 

C’è talora persino una certa sensibilità ambientale come in “Perdona, erba, se tappeto al passaggio / mio ti fai” sebbene condito di una visione spirituale o in “Tu farfalla (…) ti periti tuttavia qui e adesso / di esistere posandoti qua e là” sulla fragilità del mondo.

In “22-XII-2015, sebbene in forma di sonetto, l’attenzione alle stagioni e il gusto delle piccole cose ci fanno quasi pensare a un haiku “dilatato”.

 

Sorretto dalla sua fede, Pipitone, pur osservando e criticando gli aspetti negativi del mondo ha sempre la forza di vederne il lato positivo: “Né per quanto pare o è fosco / questo tempo è il solo che riconosco”.

Massimo Acciai Baggiani, nello scrivere la mia biografia l’ha intitolata “Il sognatore divergente”. Di Pipitone ho letto solo questi versi, ma ruberei l’idea per il titolo di questo commento a “Epifania, 2015” che comincia con “Non manca mai il poeta nel presepe”. Ecco, sì, forse parrà strano, ma Pipitone mi è parso proprio questo “Il poeta nel presepe” e non c’è in questo alcun intento derisorio, anzi. Il presepe rappresenta il mondo di tutti i giorni, con i suoi pastori (i lavoratori) che vanno incontro a un bambino, a una famiglia, che cela in sé il miracolo del divino. Bene, Pipitone mi è parso come uno di questi personaggi, che si reca in devoto pellegrinaggio offrendo non agnelli, formaggi o frutti, ma la propria poesia, poesia che nasce come questi prodotti da un mondo reale e vivo, fatto di momenti sociali, politici e familiari.

Lasciatemi allora chiamarlo così, amichevolmente: il poeta nel presepe.

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CACCIA AL TESORO ETRUSCO

L'isola del muflone azzurroGianni Marucelli è stato tra i fondatori, nel 1974, dell’Associazione Pro Natura Firenze, di cui è ora presidente, oltre a ricoprire cariche direttive a livello nazionale nella Federazione Nazionale Pro Natura. Questa sua vocazione naturalista e di amante del territorio traspare fortemente nelle pagine del suo ultimo romanzo “L’isola del muflone azzurro” (Betti Editrice, gennaio 2019), ambientato in un’isola del Tirreno, mai nominata, ma chiaramente riconoscibile come Capraia.

Quel che si nota subito leggendo è la grande precisione e il lavoro di ricerca meticolosa dell’autore, che traspare anche in un lessico non privo di termini non troppo consueti, sia di ambito naturalistico (magnanine, sterpazzole, elicriso, corbezzolo, trachite, gariga, marangoni, stenelle, tursiopi, verdesche, berte, lentisco, lombardelle, cengia, sardonica), sia legati alla cultura etrusca (Fufluns, Vegoia, Tagete, Rasenna – nome usato da questo popolo per indicare se stessi- , lituo, lauchme, lucumone, lasa, tebenno), sia di altro genere (mezzomarinaio, alla cappa, ardiglione, gamella, onòchoe, gassa d’amante, sfignomanometro, idroclorotiazide). Non mancano neppure altri termini stranieri, latini, in particolare.

 

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Gianni Marucelli

Accanto a una trama principale che vede un archeologo (detto Indiana Jones e che affronta quasi avventure degne di questo personaggio) alla ricerca di un antico tesoro sapienzale etrusco sull’isola, si affiancano altre vicende, strettamente legate e connesse alla prima, da quella, di duemilatrecento anni prima, che narra proprio del tesoro che Edoardo Finis sta cercando, ad altre contemporanee come un minaccioso terremoto in arrivo, un paio di persone scomparse e cercate da tutta la comunità isolana, un prete lefebvriano impazzito e pericolosamente armato, una bambina intelligente ma che non riesce a parlare, un muflone stranamente legato a questa bambina, un’immancabile storia d’amore, una spia russa in pensione (ma non troppo), omicidi e tentativi di assassinio e persino, come in certi gialli, un anatomo-patologo. Tutte storie e personaggi che si congiungeranno nel grandioso finale, in cui gli elementi naturali interverranno più volte a mutare o arrestare le azioni umane, forse con un tocco di magia, che, parlando di antichi dei, non può certo mancare, come non mancano strani sogni, a volte rivelatori (“Quel che accadde dopo, non seppe mai se fu sogno o viaggio dell’anima”), allucinazioni e sorprendenti guarigioni come a volerci dire che anche in questo XXI secolo la natura è ancora più forte di noi, come lo era ai tempi degli etruschi e va rispettata, se non temuta.

Del resto come, verso il finale la madre dice alla bambina “Tutto, proprio tutto, cambia, ma, in fondo, quello che c’è di importante rimane lo stesso”.

E, parrebbe, anche che le anime antiche degli etruschi, continuino a vivere nei corpi delle persone e delle creature dell’isola.

 

Il romanzo parte piano, direi “al passo”, mostrandoci i personaggi nella loro quotidianità, poi prende il “trotto” e nel finale si lancia in un “galoppo” quasi sfrenato, trascinando con sé il lettore in una corsa e in una lettura che più si va avanti, più coinvolge.

La trama s’infittisce ma alla fine quasi tutto si svela. Anche se alcuni segreti sono destinati a restare tali, perché il popolo etrusco non potrà purtroppo, mai essere conosciuto a pieno, essendo la sua storia stata cancellata dal tempo e, soprattutto, dalle dominazioni e dalle culture successive. Qualcosa di loro, però, tramite i romani, il cristianesimo e altro, è ancora in noi.

E, poi l’autore si chiede, questi etruschi, erano davvero solo in Toscana e nelle regioni limitrofe o erano legati alla storia di popoli ben più lontani?

Come Edoardo Finis, il nostro Indiana Jones, “ha imparato che la realtà è molto più complessa di quanto sembri, e che ne fanno parte dimensioni che, in genere, si tende a ignorare” (pag. 120), così il lettore percepisce che la nostra comprensione del cosmo forse non sia completa.

Peraltro, forse, potremmo imparare da “popoli che interagivano con l’ambiente naturale traendone il sostentamento senza violarne l’integrità, genti che erano perfettamente consce di essere una cosa sola con la terra” (pag. 121).

Ed ecco che, nel romanzo, anche il suono di un violino pare unirsi alla magia della natura, a simboleggiare il nostro esserne parte:

Parve a molti che l’archetto moltiplicasse i suoni, si accordasse al lieve fruscio delle eriche mosse dal vento, si unisse misteriosamente ai profumi della macchia”.

 

Gianni Marucelli nel 1995 ha pubblicato per RCS-Sansoni il romanzo “La leggenda del frate, del falco, della dama e del cavaliere”. In seguito ha pubblicato racconti e poesie con Liberodiscrivere Edizioni di Genova, editore con cui anche io ho pubblicato varie opere in passato.

La copertina riproduce un dipinto di Alberto Pestelli.

Venerdì 1 Marzo alle ore 16, avrò il piacere di presentare “L’isola del muflone azzurro” presso il Centro Anziani di Firenze in via Luna 16. Parteciperà anche un’esperta guida ambientale che parlerà, con l’ausilio di alcune foto, dell’isola di Capraia.

 

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OFFERTA DA “SOGNO DEL RAGNO”

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Dopo numerose ristampe sta per uscire una nuova edizione de IL SOGNO DEL RAGNO.

Per festeggiare, vorrei farvi avere le ultimissime copie della prima edizione a un prezzo speciale.

Ho pensato a queste combinazioni:

1 copia de IL SOGNO DEL RAGNO: 8 €, spese di spedizione incluse

1 copia de IL REGNO DEL RAGNO: 13 €, spese di spedizione incluse

1 copia de LA BAMBINA DEI SOGNI: 12 €, spese di spedizione incluse

1 copia de IL SOGNO DEL RAGNO + 1 copia de IL REGNO DEL RAGNO: 18 €, spese di spedizione incluse

3 copie de IL SOGNO DEL RAGNO (REGALATELE A QUALCUNO!): 15 €, spese di spedizione incluse

1 copia de IL SOGNO DEL RAGNO + 1 copia de LA BAMBINA DEI SOGNI: 16 €, spese di

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal

spedizione incluse

Se volete propormi altre combinazioni, magari con altri miei libri, si può fare, basta che mi scriviate qui o su menzin@virgilio.it, oggetto “IL SOGNO DEL RAGNO”

IL SOGNO DEL RAGNO e IL REGNO DEL RAGNO sono due volumi della saga ucronico-distopica VIA DA SPARTA in cui, in un mondo contemporaneo alternativo, dominato da Sparta, una giovane schiava violentata fugge alla ricerca della libertà e di un futuro migliore.

LA BAMBINA DEI SOGNI è un thriller psicologico-paranormale su una piccola bambina la cui capacità di manipolare i sogni sconvolge la famiglia che l’ha adottata.

Per avere le vostre copie autografate, che spedirò con piego libro, potete pagarmi con bonifico, paypal o ricarica telefonica. Richiedetele scrivendomi qui o su menzin@virgilio.it, oggetto “IL SOGNO DEL RAGNO“.

L’offerta è valida sino a esaurimento delle (poche) copie residue e, comunque, fino alla fine di Febbraio: affrettatevi!

FINALISTI AL PREMIO VEGETTI

Associazione World SF Italiahttp://www.portoseguroeditore.com/product/il-regno-del-ragno-via-da-sparta/

Che sorpresa!

Oggi aprendo una mail ricevuta dall’associazione internazionale di fantascienza World SF, ho scoperto che sia il mio romanzo “IL REGNO DEL RAGNO“, sia il saggio di Massimo Acciai BaggianiIL SOGNATORE DIVERGENTE” sono finalisti al prestigioso Premio Vegetti, indetto dalla sezione italiana di World SF. Il primo è nella cinquina per la categoria “Romanzo di fantascienza” e il secondo per la categoria “Saggio di fantascienza”.

IL REGNO DEL RAGNO” è un’ucronia che descrive un presente alternativo, dominato dall’Impero di Sparta, molto arretrato tecnologicamente e socialmente, ma evoluto geneticamente.

IL SOGNATORE DIVERGENTE” esamina la quasi totalità della mia produzione lettararia, che comprende opere ucroniche (una forma particolare di fantascienza che immagina percorsi storici alternativi) o di altro genere fantascientifico, gotico, surreale, thriller e poeie. Il volume è corredato anche da alcuni racconti e dalle testimonianze di alcune persone che mi hanno conosciuto come autore.

Domani, venerdì 7 Febbraio 2019, alle 17,30, sarò con Massimo Acciai presso la Coop di San Donato (Via Forlanini – Firenze) per parlare di entrambi i volumi. L’ingresso è libero. Vi aspettiamo.

 

LA NOSTRA GENTE

Risultati immagini per c'è gente che MiliottiHo incontrato Anna Genni Miliotti in occasione di alcuni eventi organizzati da Porto Seguro Editore, tra cui la fiera letteraria Firenze Libro Aperto. Questo editore, tra le altre cose, ha pubblicato i primi due volumi della mia saga “Via da Sparta”, la mia biografia “Il sognatore divergente”, scritta da Massimo Acciai Baggiani, e il libro di memorie familiari “C’è gente che” di Anna Genni Miliotti. Ne avevo avuto notizia anche tramite un amico che è cugino dell’autrice e che in una pagina del volume è menzionato, anche se senza cognome.

Leggere storie familiari ingenera in me sempre dei sensi di colpa. Essendo uno che scrive (non oso usare il termine scrittore – come dice l’autore mio amico Sergio Calamandrei, noi, al più, siamo “scriventi”) e avendo una lunga e complessa storia familiare alle spalle (o forse “sulle” spalle, dato che è quanto mai “impegnativa”), in questi casi penso a tutto quello che potrei (e forse dovrei) scrivere.

Nel mio caso avrei materiale per descrivere più di 1200 anni di Storia e il mio grande dubbio è come metterlo in forma originale e gradevole per il lettore. Da dove partire poi?

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Anna Genni Miliotti

Come risolve il problema Anna Miliotti? Direi che si limita alle ultime generazioni, alle persone che ha conosciuto direttamente e soprattutto non segue un ordine strettamente cronologico ma ritrae ora un personaggio, ora un altro. Ne risulta una scrittura semplice e immediata, in cui la buona conoscenza dei fatti e delle persone descritte rende particolarmente vivace e “vicini” i personaggi.

Non manca di dare alcune connotazioni d’ambiente, come quando parla delle “incomprensioni” campanilistiche tra fiorentini e pratesi, della difficoltà di definirsi per chi ha origini “miste” (ma pur sempre toscane, che dovrei dir io che ho sangue che affluisce da tutta Europa), dell’industria tessile pratese, dei rapporti tra pratesi e cinesi, dei nostri anni, dei nostri usi e costumi.

La sensazione, fin dalle prime pagine, è di un mondo a me sì vicino, dato che vivo ormai da anni a Firenze, ma “raggiunto” da strade ben diverse. E questo fa aumentare i miei sensi di colpa di cui all’inizio, dicendomi che anche la mia storia familiare meriterebbe di esser raccontata, perché ogni storia è diversa dalle altre e, come questa narrata dalla Miliotti, può stupire e incuriosire il lettore, proprio per questo misto di aspetti in cui ci riconosciamo con altri che ci sono del tutto alieni. Una ricetta agro-dolce, ma di sicuro effetto.

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Prato

Eppure io non oserei parlare di “gente che” mi è così vicina. Anna Genni Miliotti ha il coraggio di farlo e di renderci un quadro, proprio per questo emotivamente vivo e sentito.

Proprio mentre finivo di leggere le sue pagine, mi sono trovato a rovistare tra documenti e foto di un secolo fa. Queste e il suo libro, mi hanno messo voglia di scrivere, magari partendo proprio da lì, da quegli anni ‘20 di un altro secolo e di un altro millennio.

Gli anni di cui parla la Miliotti sono, invece, quelli della seconda metà del XX secolo e di questo primo ventennio. A vederla l’avevo giudicata più giovane, mia coetanea, ma leggo che nel 1969, quando io facevo ancora l’asilo, frequentava l’università. Anche questi pochi anni contribuiscono a mutare il punto di vista su un’epoca che entrambi stiamo attraversando.

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