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MAGICHE AVVENTURE MEDIEVALI

Davide Savorelli è uno degli autori della vivace casa editrice fiorentina Porto Seguro, che in questi mesi sta raccogliendo attorno a sé moltissimi Risultati immagini per i giorni prima Savorelliscrittori, soprattutto toscani.

L’ho conosciuto il 28 settembre scorso in occasione del Porto Seguro Show che si tenne al Westin Excelsior di Firenze. Il suo “I giorni prima” fu uno dei titoli che, in quella serata mi colpì maggiormente, innanzitutto per l’ambientazione storica medievale (l’anno del Signore 1116), ma anche per il suo coniugare storia e aspetti magici, tanto importanti in quell’epoca affascinante.

Ho finalmente letto il volume che acquistai allora ritrovandovi, in effetti, proprio queste caratteristiche.

I giorni prima” sono un’avventura popolaresca, che vede protagonisti mugnai, taglialegna, preti, puttane in un’Italia basso medievale ben ricostruita. Tutto si snoda a partire da una profezia apocalittica, che dà il sale della storia e ne dirige il senso.

Si snodano rapporti variamente intricati tra i personaggi, con la vecchia veggente alemanna Aldovisa e la sua giovane aiutante Britta, che pur non essendo le vere protagoniste, mantengono un ruolo centrale nella trama. Tra questi rapporti troviamo, innanzitutto intrecci amorosi, persino tra religiosi, ma anche piccoli intrallazzi, non ultimo il tentativo di trafugare le spoglie del locale San Teobaldo, che all’inizio della narrazione incontriamo ancora in vita.

Davide Savorelli (Poggio Rusco – MN – 1970 – giornalista e scrittore)

La vicenda si svolge tra luoghi dai nomi facilmente riconoscibili come Lucca e Verona e altri di piccole e grandi località che nel tempo hanno mutato del tutto o in parte il proprio nome (seppure son sopravvissute), come Hostilia, Brixello, Polirone, Flesso, Pado, Lirone, Veicengia.

I luoghi principali della vicenda sono la Vangadicia e la Carpanea. Pur non essendo riuscito a ricostruire esattamente la geografia della storia, ho però notato un lavoro di ricerca e ricostruzione storico-geografica da parte dell’autore che ho particolarmente apprezzato.

Il romanzo scorre con un tono piuttosto allegro, nonostante l’incubo di un misterioso evento in arrivo (che, senza anticipare quale sia, mi pare proprio evento storicamente attestato), la magia vi compare più che altro come visione superstiziosa del mondo e timore dell’azione diabolica. Vi è un solo episodio, tutto sommato ristretto come numero di righe anche se con una certa rilevanza per la trama, in cui ci si muove davvero nel soprannaturale, quando, brevemente, gli animali nella stalla di Milano si mettono a confabulare tra loro. Non meno misterioso e intrigante, in effetti (dai personaggi è considerato demoniaco), il rapporto tra la scrofa orba del mugnaio e due gattini neri trovatelli che questa allatta come figli propri. Interessante anche la ricostruzione delle credenze popolari attorno alla natura demoniaca dei tartufi (taruffoli).

In conclusione è stata una lettura piacevole, che scorsa via veloce, con il desiderio costante di continuare a leggere e di scoprire come le avventure dei personaggi si sarebbero dipanate.

E ora Davide Savorelli ha appena pubblicato un nuovo romanzo: “L’anno di Silla”! Non resta che scoprire anche questo.

Carlo Menzinger con il romanzo di Davide Savorelli

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QUEL CHE INSEGNA “IL SOGNO DEL RAGNO”

Il sogno del ragno” è ucronia. L’ucronia è la descrizione di mondi alternativi, universi divergenti, in cui qualcosa nel passato è cambiato, mutando il corso della storia. L’ucronia, dunque, è storia immaginaria. Mi piace dire che sia “storia sognata”, nel senso che ciascuno di noi può sognare un mondo diverso, supponendo che un dato evento non si sia verificato o si sia verificato in altro modo. Abbiamo così varie ucronie in cui la Germania vince la seconda guerra mondiale, nel mio “Il Colombo divergente” immagino che Cristoforo Colombo non riesca a comunicare la scoperta dell’America, in “Giovanna e l’angelo” Giovanna D’Arco sopravvive al rogo.

La grande sfida de “Il sogno del ragno” è descrivere il nostro tempo, un mondo a noi contemporaneo, ma frutto di una divergenza storica, ucronica, avvenuta non solo 20 o 100 anni fa, ma ben 2.400 anni fa. Si immagina che allora Sparta abbia sconfitto Tebe a Leuttra e non viceversa. Ne conseguono la distruzione di Atene con tutta la sua cultura, l’espandersi di Sparta, l’arresto dello sviluppo dell’Impero Romano e tutta una serie di cambiamenti che fanno sì che oggi metà del mondo sia dominato da Sparta. Un mondo molto “spartano”, essenziale, innanzitutto, ma anche un mondo del tutto diverso. Uomini e donne vivono separati. Matrimonio e famiglia sono intesi in tutt’altro modo. Ogni lusso è bandito. Del consumismo non se ne mai sentito parlare. I vestiti sono considerati un vezzo superfluo. La proprietà privata non esiste. Da una parte c’è una comunità di Uguali, gli Spartiati, tra i quali non sono accettate differenze, ma che sono un’oligarchia che domina su un gran numero di schiavi pubblici, gli Iloti. L’elettronica non esiste. La meccanica è ai livelli ottocenteschi, un po’ tipo “steampunk”. In compenso c’è un forte controllo demografico, c’è una maggior attenzione verso l’ambiente, c’è uguaglianza tra i membri della stessa classe, ma anche sfruttamento schiavistico degli Iloti. C’è una grande attenzione alla selezione della razza, che ha portato a uno sviluppo della genetica che qui ancora non abbiamo conosciuto. E c’è la guerra. Guerra costante, perché il controllo degli Spartiati sugli Iloti e sulle popolazioni assoggettate o confinanti funziona solo tramite uno stato di guerra e polizia costante. È una società maschilistica, ma in cui le donne hanno un immenso potere, perché gli uomini si occupano solo di questioni militari e politiche e tutto il resto è in mano alle donne. La “medicina” più usata è l’eutanasia. Gli uomini e le donne che raggiungono i 55 anni devono morire per fare spazio ai giovani e avere un mondo sempre efficiente.

Il grande insegnamento di questo romanzo e dell’ucronia in genere è che tutto ciò che conosciamo, potrebbe non esserci, che oggi potremmo vivere in un mondo del tutto diverso. Forse peggiore o forse migliore. L’ucronia ci insegna a guardare il mondo e la storia con occhi nuovi. A chiederci continuamente “e se invece?”

Il sogno del ragno” descrive un mondo distopico, ma non totalmente, perché nulla è mai del tutto bianco o del tutto nero. L’universo di “Via da Sparta” è talmente diverso dal nostro, che non possiamo che provare repulsione per il tipo di vita che propugna, eppure vediamo che molti personaggi lo vivono come normale.

E questo, forse, è un altro messaggio del libro: cercare di comprendere la diversità, cercare di capire che quello che, a prima vista, ci può sembrare del tutto negativo, in realtà ha in sé aspetti positivi, così come non esiste una perfetta utopia, non c’è una distopia assoluta. In questi tempi, in cui la tentazione del razzismo riemerge, “Il sogno del ragno”, mostrandoci un mondo immaginario ci aiuta, spero, a farci capire che se siamo così non è per merito nostro o per “volontà divina”, che non esiste una “razza eletta”, ma che se un popolo domina sugli altri è solo per la forza del caso. Basta poco a mutare la storia e le sorti dei popoli e delle nazioni. Sparta oggi non esiste più. Invece, potrebbe esserci ancora e aver impedito la nascita degli Stati Uniti d’America, della Russia, della Gran Bretagna. Nazioni che si credo le più potenti, se solo qualche piccola cosa fosse avvenuta nel passato, potrebbero non essere quel che sono o non esserci affatto.

Il sogno del ragno ci insegna anche qualcosa sulla storia reale, perché questo moderno Impero di Sparta ha molto della Sparta storica, che pochi di noi conoscono davvero del tutto. Ogni capitolo è corredato da una citazione, spesso di storici antichi. Piccole frasi che ci fanno capire come certi aspetti descritti nel romanzo, che ci possono sembrare del tutto fantasiosi, in realtà nella vera Sparta era proprio così o molto simili. Per esempio, era normale che le donne avessero più mariti, era normale che i giovani spartiati uccidessero gli iloti senza motivo, solo come rito di iniziazione, era normale che gli uomini pranzassero senza le donne nei sissizi, la pederastia e l’omosessualità erano comuni e così via: Sparta era diversa da Atene, da cui tanto abbiamo preso. Sparta, anche quella vera, era molto diversa da noi.

Il sogno del ragno”, però, non è un libro di storia, né tanto meno di filosofia. “Il sogno del ragno” è un romanzo d’avventura e di vita, di crescita e di scoperta.

Il sogno del ragno” narra la fuga di Aracne (“ragno” in greco), una schiava pubblica ilota di diciassette anni da una Napoli ucronica verso la Scandinavia, i Regni Perieci del Nord” alla ricerca di un mondo diverso e magari migliore. Aracne è appena stata violentata, per l’ennesima volta, perché questo è normale e accettato. È incinta e vuole un mondo in cui la schiavitù e la violenza non esistano, in cui la sua vita e quella del frutto della violenza che porta in grembo non siano a rischio. È questo il suo sogno, il sogno di Aracne. In questa fuga la ragazza impara che per i sogni si deve combattere, che non ci si deve arrendere davanti agli ostacoli e ai fallimenti, ma anche che occorre stare attenti ai piccoli successi, che portano ad adagiarci, ad accontentarci, perdendo di vista il nostro obiettivo principale.

La seconda protagonista de “Il sogno del ragno” è un’altra ragazza, Nymphodora, poco più grande di Aracne, ma che vive nel cuore dell’Impero di Sparta, nella capitale Lacedemone. È una spartiate e per giunta figlia di due personaggi importanti dell’Impero. Eppure anche lei si ribella. Anche lei ha dei sogni. Vorrebbe cambiare questo mondo. Vorrebbe cambiare il modo di costruire le case e le città, ora “spartane” e, soprattutto, sotterranee. Vorrebbe che il matrimonio non avesse solo finalità economiche e procreative, ma che fosse l’unione di due anime, che fosse l’unione di due persone che si amano.

Il cammino delle due ragazze si avvicina progressivamente, fino all’incontro finale, che prelude a nuove, più incredibili avventure e scoperte di questa Sparta, che è più complessa di quanto sembri, con numerose sfaccettature e piccoli mondi, isole nascoste da scoprire, cose da imparare, per crescere e raggiungere una diversa consapevolezza.

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Di questo e di altro parleremo domani Sabato 16 Dicembre 2017 al Porto Seguro Show in via dei Renai 23 (Firenze).

 

AUGURI E LIBRI AL RISTORANTE “I 5 SENSI” DI FIRENZE

Dopodomani, il 13 dicembre alle 18,00, ci incontreremo con gli amici di Pro Natura e con chi vorrà raggiungerci per scambiarci gli auguri di Natale con un brindisi e per conoscere due nuovi romanzi, “Il sogno del ragno” di Carlo Menzinger e “Un Etrusco tra i Nuraghes” di Alberto Pestelli. Presentano Gianni Marucelli, Sergio Calamandrei e Iole Troccoli. Saranno presenti gli autori. Vi Aspettiamo.

L’AMORE E L’INDIPENDENZA

Risultati immagini per lo sguardo e il risoLo sguardo e il riso” di Caterina Perrone è una storia d’amore ambientata in un non-tempo passato e in un non-luogo che ricorda l’Italia medievale ma che ha il sapore dei borghi fantasy. Non è comunque né ucronia, né utopia e neppure vero fantasy, ma canto sui rapporti umani, sulle pulsioni e i sentimenti d’amore, sul cercarsi e allontanarsi tipico degli amanti, sugli ostacoli che le famiglie e l’ambiente spesso frappongono a tali amori.

I protagonisti, in primis, la bella Viola sono vivaci e con un certo spessore. Viola non pensa solo al suo amato Matteo. È delineata come una ragazza forte e decisa, con una grande passione per lo studio dell’erboristeria e dei profumi. Appare, pur in questo tempo indeterminato, come una sorta di eroina anticipatrice di autonomie e indipendenze femminili. Pur ambendo all’amore del bel rubacuori Matteo, non vuole sposare né lui, né chi vorrebbe imporle il padre, dimostrando la sua brama di indipendenza.

Siamo dunque sì di fronte a una storia d’amore, ma anche alla raffigurazione di un anelito di emancipazione femminile. Viola ambisce realizzarsi nel proprio lavoro di profumiera, piuttosto che diventare moglie devota.

I personaggi si fanno amare e la storia scorre agevolmente verso l’atteso finale, lasciando presagire possibili sviluppi futuri, così come possibili scritture venture di Caterina Perrone che con questo volume edito da Porto Seguro è alla sua prima prova letteraria.

Corredano il volume i bei disegni in bianco e nero di Gianni Mannocci, assai attenti a cogliere i dettagli e i particolari delle scene raffigurate.

La copertina invece è un bel dipinto di J. W. Waterhouse.

 

Caterina Perrone – Auditorium del Duomo – Firenze 2/12/2017

LA BAMBINA DEI SOGNI TRIDIMENSIONALE

Risultati immagini per Mariotta la quarta bambinaChe impressione prendere in mano “Mariotta, la quarta bambina”, il romanzo di Nadia Bertolani!

Apro il volume e che cosa leggo? Una citazione dall’Odissea che, guarda caso è presente anche nel mio romanzo “La bambina dei sogni”. E poi, già, mi accorgo che anche nel titolo c’è una bambina!

Leggo allora il brevissimo Prologo e una delle righe recita “Ma non sei dunque caduta dalla Torre?” La Torre! Anche questa è un elemento de “La bambina dei sogni” e che richiamerò poi in “Via da Sparta”.

L’impressione aumenta alla prima pagina della storia: “Mariotta è il mio incubo tridimensionale e feroce che mi fa gridare al risveglio”! Ma questa Mariotta è la mia Elena! Non lo mai definita “un incubo tridimensionale”, ma ne “La bambina dei sogni”, la piccola Elena, appariva nei sogni con una consistenza che pareva materiale. All’inizio non è un incubo, ma lo diventa poco per volta, fino a far urlare, anche lei (“un urlo alieno, incontenibile, senza fine”). C’è poi questo rapporto con i La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthallibri che la protagonista leggeva da bambina, scritti dall’uomo che sposerà da adulta, che ricorda la mescolanza di realtà, sogno e letteratura de “La bambina dei sogni”.

Il romanzo scritto dalla brava Nadia Bertolani, però, è un’altra cosa rispetto al mio. Tutt’altra cosa. Anche se a pagina 157 leggo ancora “è muta Mariotta, non parla, si limita a soffocarmi come fa nelle notti che condividiamo” e mi riappare “La bambina dei sogni”, che fa proprio così: ti soffoca in sogno.

 

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Nadia Bertolani

Si alternano, in “Mariotta, la quarta bambina”, parti in corsivo che ci riportano indietro al tempo dell’infanzia della protagonista e parti che si svolgono oggi. È un viaggio di “ritorno”. La protagonista, Fiammetta adulta, malvolentieri si ritrova nel paese della propria infanzia e lì molti “fantasmi” riprendono forma, a partire da un odioso ex, che anche ad anni di distanza non demorde.

Mariotta, la quarta bambina” in un certo senso è quasi il contrario de “La bambina dei sogni” che è un percorso verso la follia, mentre il bel romanzo di Nadia Bertolani è una storia di guarigione, di fuga da quell’incubo. Il percorso di Fiammetta è lento perché “non c’è mai fretta quando si procede all’indietro”.

Fiammetta, la protagonista, non è sola in questa sua ricerca della verità interiore da cui potrebbe derivarle finalmente la pace e la cancellazione dei fantasmi che la tormentano.

Nadia Bertolani

La aiuta uno psicologo di nome Baum (Albero), che c’è ma non si vede, quasi come Mariotta, l’amica di infanzia che le compare in sogno. “Non gli dico che Mariotta è morta, che della sua morte non ricordo nulla e per questo forse, lei mi fa visita ogni notte”.

Soprattutto la aiuta il marito più grande e maturo, quel Nicola Scudiero che a volte è Nicola, a volte Scudiero, dove il primo è il marito-amico, il secondo è lo scrittore che amava da bambina, il personaggio pubblico ma anche il suo padre-difensore.

A un certo punto si legge, per esempio, “raggiungo Nicola e abbraccio Scudiero”. In questo rapporto c’è quasi una schizofrenia repressa e non posso non pensare ad altri libri. Innanzitutto alla saga della “Torre Nera” del grandioso Stephen King, quella torre che ha ispirato la torre de “La bambina dei sogni”, quei romanzi in cui abbiamo descrizioni magistrali della schizofrenia e dell’infanzia. Mi chiedo, allora, se anche Nadia Bertolani abbia letto e amato questi libri o King in genere. C’è tanto Stephen King nell’infanzia di Fiammetta, con questa Torre misteriosa, con questi personaggi strani e muti come il bambino silenzioso che in realtà e un nano e la donna nera che siede fissandole senza parlare. Esseri reali o immaginari? C’è King in questo rapportarsi delle bambine tra loro, in questo sfidare le loro stesse paure. Dirò di più: per come è scritto potrebbe essere persino un libro scritto dal Re americano (“so che quella preda sono io”). O magari da Lansdale (“lei non sa di che cosa sono capaci i bambini”).

Come è diversa la visione dell’infanzia di Fiammetta da quella del suo marito-autore preferito-salvatore-Nicola-Scudiero che proclama: “Viva i bambini (…) lasciate che siano energici sognatori avventurosi, lasciate che leggano e fate in modo che non dimentichino mai il favoloso mondo dell’infanzia”.

Scudiero crede nella fantasia, nell’utopia e nell’ucronia: “il fantastico è qualcosa di portentoso, il non-luogo e il non-tempo dove tutti, ma

Carlo Menzinger con “Mariotta, la quarta bambina”

specialmente i bambini, possono valicare le montagne dell’impossibile e approdare ai porti dell’improbabile” e ancora “inviterò solo a riflettere su quello che avete perduto se vi siete dimenticati della vostra infanzia”, che conserva in sé “un tesoro inestimabile: la capacità di andare oltre il reale”, perché “senza il motore formidabile della fantasia Marco Polo non avrebbe raggiunto il Catai, Colombo non sarebbe approdato nelle Americhe”.

Nicola non ha mai pensato che i bambini andassero protetti dalla paura” “è così che impareranno a fronteggiarla quando la incontreranno davvero”.

Ma in quest’infanzia non c’è solo quella letteraria di King, c’è la nostra. La mia e quella di chi, come me è oltre la prima metà della propria vita. Certo non l’infanzia dei nostri figli tecnologici e iperconnessi.

Quel gioco del “PA”, per esempio, lo facevamo anche noi. Inventare un linguaggio che si potesse capire solo noi bambini. Il nostro era più complesso, direi, ogni vocale era sostituita così: a diventava AGASÀ, e diventava EGHESÉ, i si mutava IGHISI. Venivano fuori paroloni lunghissimi che peraltro capivamo. Per esempio Cane diventava Cagasàneghesé.

Oltre ai bambini, in “Mariotta, la quarta bambina” ci sono due gatti, che aprono e chiudono la storia, dai normi metaforici di Rimpianto e Sollievo. La loro presenza forse non è essenziale ma sono forse chiavi di lettura, sia del percorso di Fiammetta (diminutivo che mi pare possa indicare il restare nell’infanzia della protagonista), sia della funzione metaforica oltre che psicologica di Mariotta, giacché “Mariotta non era altro che questo: l’infanzia brutalmente conclusa”.

Psicologicamente Mariotta nasce da un senso di colpa (“Un Fiammetta condannata ad ascoltare per sempre le parole più terribili della sua vita. È colpa tua! E condannata a non dimenticarle”). Senso di colpa che già era nato nel momento della decisione dei suoi genitori di traslocare da Torralta a Milano, quando la bambina Fiammetta chiede se quel trasloco sia colpa sua e ottiene solo un silenzio indifferente.

Il primo passo verso la guarigione di Fiammetta è quando realizza “adesso so come è morta Mariotta!” ma, in realtà, è ancora lontanissima dalla guarigione.

La seguiamo questa Fiammetta, adulta e bambina, pagina per pagina, con partecipazione e coinvolgimento, perché questa è una di quelle storie che ti prendono e ti restano dentro. Un libro autopubblicato con “Ilmiolibro”, che i grandi editori si sono, come troppo spesso accade, scioccamente persi. Un libro da leggere e far leggere.

L’ETRUSCO COLPISCE ANCORA.

Risultati immagini per etrusco tra i nuraghesIn vista della serata al Ristorante I 5 Sensi di Firenze del 13 dicembre in cui Alberto Pestelli presenterà il secondo volume delle avventure gialle del Maresciallo Cosimo Fantini dal titolo “Un Etrusco tra i nuraghes – Volume II” e io “Il sogno del ragno”, la mia ucronia spartana, ho letto le tre nuove storie dell’ispettore fiorentino trapiantato in Sardegna.

Il volume (la cui copertina è stata dipinta dall’autore stesso) comprende, infatti, i tre romanzi brevi:

“La guerra dei torroni”

“Solo per i tuoi gnocchi”

“Lassù, dove i sogni volano”.

Come nel primo volume, alle indagini del Maresciallo fanno da contorno le sue vicende familiari e alcune pause eno-gastronomiche. In questa seconda trilogia, i personaggi che gravitano attorno a Cosimo Fantini hanno assunto maggior spessore e più precise connotazioni. Nel secondo racconto, addirittura, sembra di essere in una duplice saga familiare, più che in un giallo, con da una parte la famiglia del Maresciallo, coinvolta in prima persona delle indagini e, dall’altra, la famiglia della suora di clausura, la cui vicenda è al centro del romanzo. Famiglia che va dilatandosi con una serie di colpi di scena che qui, ovviamente non anticipo. Nel terzo racconto il ruolo del Maresciallo è quasi defilato rispetto alle famiglie del bambino siriano malato di displasia ossea e vittima di un attentato (che più che terroristico sembra un atto di bullismo portato all’estremo), quella originaria e quella adottiva.

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Alberto Pestelli

Rispetto alla prima trilogia ho avuto la percezione che in questo secondo volume la parte descrittiva del contesto socio-ambientale abbia avuto un maggior sviluppo, quasi che Pestelli, nel procedere con lo sviluppo delle vicende abbia virato i suoi interessi dal giallo alla ricostruzione di dinamiche interpersonali. Del resto il nostro Maresciallo è in pensione e questo ben si concilia con casi non prettamente “da scrivania”.

Il primo racconto si svolge durante una gara, guarda caso, culinaria per la preparazione dei torroni. Il secondo ci porta nel mondo delle monache di clausura, indagando su violenze e autoritarismi familiari,  e il terzo si spinge su temi sociali più impegnativi, parlandoci di razzismo, di malattie invalidanti, del dramma del popolo siriano, di adozione e del difficile mestiere di genitore di un figlio gravemente malato.

La sensazione leggendo le due trilogie è di un’evoluzione e di una crescita nella scrittura di questo autore, che non sembra più accontentarsi della semplice indagine poliziesca e della curiosità gastronomica ma che, attraverso la pagina scritta è tentato dall’approfondimento di meditazioni sociali. Ci si chiede, allora, che sorprese ci riserverà la terza trilogia.

L’IMPORTANZA DI AMICIZIE E AMORI AI TEMPI DEL LICEO

La ragazza che non sapeva respirare le nuvoleLa ragazza che non sapeva respirare le nuvole” è un bel titolo. È il titolo del romanzo di Silvio Donà ed è il titolo di una canzone di una band musicale liceale con cui partecipano a un “contest” (così oggi chiamano le gare canore!). La canzone, a quanto si legge, deve essere bella, perché piace al pubblico, ma non c’è dato conoscerla. Il libro è un buon libro e questo posso dirlo avendolo letto. È un libro che ho letto tutto d’un fiato (e questo non mi capita quasi mai), sia perché è corto, sia perché si lascia leggere proprio bene e coinvolge, anche se non si hanno più sedici anni (o giù di lì) come i protagonisti.

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Silvio Donà

La ragazza che non sapeva respirare le nuvole” è una storia di amicizia e di amore adolescenziale ma anche una storia sulla difficoltà dei rapporti sociali, sulla difficoltà di vivere, così come può essere percepita da un adolescente, giacché è quella l’epoca e l’età in cui ci rendiamo conto che il mondo non è tutto rose e fiori e che non tutti sono nostri amici. È quella l’età in cui ci innamoriamo per la prima volta e questa sembra una cosa bella e grandissima ma può anche essere una cosa brutta e dolorosissima. E di questo ci parla, con voluta e giusta leggerezza, Silvio Donà, raccontandoci questa storia di musica, di ragazzi che s’incontrano e scontrano in band musicali che sono anche bande di amici e nemici, in cui da una parte stanno i “fighetti” e dall’altra gli “sfigati”, perché a quell’età queste sonio etichette che contano e a volte continuano a contare anche da adulti, quando non si è riusciti a crescere davvero, dato che molti, per lo e nostra sfortuna la maturità rimane solo una meta irraggiungibile ed è per questo che abbiamo ancora in giro tanti razzisti o gente con la puzza sotto il naso. Gente che non ha vissuto momenti come quelli descritti nel libro, che li abbia fatti crescere o che li ha vissuti ma non ha imparato nulla. Il protagonista invece impara e cresce e questo dunque è, con lievità, anche romanzo di formazione e crescita.

Non è la prima volta che leggo qualcosa di Silvio Donà. Anni fa lessi la sua distopia “Pinocchio 2112” che ci parlava dell’importanza dei libri e dell’amicizia. Un altro bel libro, perché Donà è davvero uno che sa scrivere. Da uno dei suoi libri, scritto assieme allo sceneggiatore Antonio De Santis è persino stato tratto il film “Mi rifaccio il trullo”.

Carlo Menzinger con due libri di Silvio Donà

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