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SCRIVERE I LUOGHI: PAOLO CIAMPI E LA NARRATIVA DI VIAGGIO

Caterina Perrone e Paolo Ciampi

Durante l’incontro letterario del GSF presso la Laurenziana del 19 Settembre 2019 abbiamo parlato di “Creare mondi immaginari”, spiegando l’importanza, nella narrativa fantastica, di una buona ambientazione originale.

Come ideale prosecuzione di quell’incontro, oggi (10 Dicembre 2019), sempre in via Magellano 13 rosso (Firenze Nova), abbiamo ospitato il grande narratore di luoghi Paolo Ciampi (che ho già più volte letto, recensito e apprezzato per la grande poeticità descrittiva) che c’ha raccontato come l’ambientazione sia al centro anche della narrativa di viaggio. I luoghi sono importanti non solo come percorsi ma possono essere descritti in quanto tali. Il tema della serata era, infatti “Scrivere i luoghi: la narrativa di viaggio”.

Ciampi ha evidenziato l’importanza di lanciare suggestioni piuttosto che fornire complesse descrizioni. A tal proposito ha citato il piccolo saggio da lui scritto con Alessandro Agostinelli e Tito Barbini “Parole in viaggio – Piccola guida di scrittura per viaggiatori veri e immaginari”, in cui è citato a sua volta (possiamo parlare di meta-citazione?) Ernie Pyle, che ha saputo descrivere lo sbarco in Normandia attraverso piccoli dettagli come gli strani oggetti che i soldati si erano portati dietro o anche ha raccontato come la grande domanda da porci sia “state raccontando un viaggio o guardandovi l’ombelico?” e come la narrazione sia a metà tra questi due approcci (il secondo simboleggia il parlarsi addosso ma può essere anche una certa autoreferenzialità: “parlo eternamente di me” scriveva Chateaubriand).

Come descrivere, dunque, i luoghi? Possiamo farlo in modo asciutto e distaccato o possiamo trasmettere le emozioni che questi ci danno (da quel che ho letto di Ciampi, mi pare questo il suo approccio).

Alcuni libri di Paolo Ciampi

E che cosa si porta dietro un autore durante i suoi viaggi? Si documenta prima o si lascia trasportare dalla scoperta?

Oggi con internet si è perso molto del gusto dell’esplorazione che era l’anima anche dei piccoli viaggi, tutto è già conosciuto e rischiamo di perdere il gusto della sorpresa.

Anche il narratore che voglia descrivere dei luoghi rischia di non saper più come dire qualcosa di nuovo, ma deve sempre ricordarsi di descrivere il mondo attraverso i propri occhi, che sono il valore aggiunto per ogni storia, attraverso la propria fantasia, che sempre aggiunge qualcosa di nuovo e originale anche ai luoghi più consueti ed ecco che la narrativa “realistica” o mainstream non sembra più tanto distante da quella fantastica, perché entrambe reinterpretano il mondo, chi meno, chi più. Per narrare i luoghi allora le suggestioni possono venirci da testi che parlano di cose magari del tutto diverse o possiamo portarci dietro le suggestioni di letture giovanili (come penso possa aver fatto Ciampi scrivendo la biografia dell’esploratore Beccari ne “Gli occhi di Salgari”) oi possiamo seguire i passi di un altro autore (come mi pare possa aver fatto in “Beatrice” o in “L’aria ride”).

Raffaele Masiero Salvatori, dell’Istituto Geografico Militare ha dato il suo contributo portando alcune riviste, antiche e recenti, prodotte da tale istituto.

Gli autori Caterina Perrone, Renato Campinoti, Paolo Orsini, Carlo Giannone e Antonella Cipriani

Spero che si possa presto organizzare qualcosa assieme a questo con anche Paolo Ciampi, autore anche di un piccolo libro di riflessioni sulla cartografia “Il sogno delle mappe”, la cui presentazione penso che ben si abbinerebbe con una visita ai loro archivi.

Ciampi ha anche accennato alla rivista di viaggi “Erodoto108” che meriterebbe di essere meglio scoperta, magari in un prossimo incontro.

Il prossimo martedì (17/12/2019) saremo sempre alla Laurenziana, questa volta con Gianni Marucelli, Presidente di Pro Natura Firenze e direttore della rivista L’Italia l’Uomo l’Ambiente e affronteremo un tema non poi così distante: “Scrivere per l’ambiente”. Valuteremo anche possibilità per gli autori di collaborare alla rivista, che affronta non solo tematiche ambientali ma anche, appunto, “racconta i luoghi”.

 

 

 

Paolo Ciampi, Carlo Menzinger, la presidente del GSF Cristina Gatti e Massimo Acciai

 

AVVENTURE SPAZIALI DI UN’INVESTIGATRICE ARTIFICIALE

Risultati immagini per Karma AvversoCome in un romanzo del Ciclo dei Robot di Isaac Asimov in “Karma avverso” troviamo un investigatore artificiale che indaga su un duplice omicidio. Anzi, per essere più precisi si tratta di un’investigatrice e a differenza dell’asimoviano Daniel A. Olivaw non è un robot ma una graziosa biosynth della serie Afrodite, quelle progettate per scopi sessuali, praticamente una Sexy Doll intelligente. Una creatura forse più simile allora a Pris o a Rachael di “Blade Runner”, questa Lidy F0642 4L2 inventata dalla coppia Emiliano Mecati e Alessio Seganti.

Il volume, edito nella collana “Scif-fi Collection” da Tabula Fati, è ambientato in un futuro con una nuova datazione che ne rende difficile l’esatta definizione cronologica ma considerato che la vicenda comincia nell’anno 1369 del Calendario Coloniale, possiamo immaginare che ci dividano da questo tempo almeno altrettanti anni, dato che siamo ancora ben lungi da aver iniziato una qualsivoglia colonizzazione di mondi esterni.

Si dice che il mondo è piccolo, ma forse lo è anche la Galassia, perché Oerth e Sele somigliano maledettamente alla Terra e alla Luna e non vorrei svelare troppo del finale dicendo che nelle ultime pagine c’attende una sorpresa che un po’ mi ha ricordato un altro classico della fantascienza, un romanzo del francese Pierre Boulle, da cui sono stati tratti almeno nove film e alcuni telefilm, di cui non rivelo il titolo (ma mi pare evidente) per non spoilerare troppo.

Interessante il grande sforzo di un’intera comunità per realizzare un processo di terraformazione e importanti i messaggi di allarme verso la fragilità dei mondi.

Facile affezionarsi alla protagonista, questa ragazza sintetica che affronta nemici tanto più grandi di lei per scoprire e rivelare una verità scomoda che va ben oltre il disvelamento del mistero della morte di un uomo importante (lei in realtà indaga sullo “spegnimento” di una sua simile, un’altra ragazza artificiale, vittima collaterale dell’omicidio principale). In questo Lidy è quasi una sorella di Harry Potter, dell’Ender di Scott Card, del Wade Watts di Cline (“Player one”) o della mia Aracne (“Via da Sparta”).

World Sf Italia

Alcuni autori Tabula Fati al festival di World SF Italia dell’Impruneta (Firenze) a maggio 2019. Oltre all’editore Marco Solfanelli, si riconoscono Carlo Menzinger e i due autori di “Karma avverso”: Alessio Seganti ed Emiliano Mecati

Di solito non amo i gialli, ma qui, come in un buon Asimov, l’ambientazione fantascientifica, l’incalzante ritmo delle avventure e un mistero ben più grande di un semplice triste e meschino omicidio (come in tante ben più noiose detective story), tengono incollati alle pagine dall’inizio alla fine e danno più di una ragione per andare avanti e appassionarsi alla narrazione.

Non per nulla il romanzo è arrivato finalista al Premio Vegetti 2019. Peccato non abbia vinto, ma di sicuro gli autori sapranno rifarsi alla prossima occasione, perché la stoffa non manca.

Difetti? Forse il titolo “Karma avverso”, che poco dice della storia e anzi fa pensare a storie orientaleggianti. E poi, scusate, ma a me pare che la nostra cara Lidy F0642 4L2 sia piuttosto fortunata ad attraversare tante peripezie così felicemente.

CONTROLLARE IL FLUSSO DEL TEMPO

In occasione della fiera milanese della letteratura fantastica “Stranimondi 2019”, ho partecipato alla presentazione del volume “Il tempo è come un fiume” di Franco Piccinini, pubblicato da Edizioni della Vigna, del medesimo Gruppo Editoriale Tabula Fati – Solfanelli che ha pubblicato il mio “Apocalissi fiorentine”, che ho avuto modo di presentare in coda all’intervento di Piccinini e che molte tematiche condivide con questo libro, da quelle sulle mutazioni del tempo alle tematiche ambientali.

Come si legge nell’interessante introduzione firmata da Adalberto Cersosimo, il romanzo di Piccinini, che parla di una squadra speciale di poliziotti che lottano contro i paradossi derivanti dai viaggi nel tempo, ha vari precedenti illustri, innanzitutto “La legione del tempo” (1938) di Jack Williamson e “La pattuglia del tempo” (1955) di Poul Anderson. In entrambi, come ne “Il tempo è come un fiume”, ritroviamo delle organizzazioni impegnate a intervenire nei momenti critici della storia per ristabilire la linea temporale originaria. Di recente ho letto un altro romanzo basato sulla stessa idea: “I riparatori del tempo” (Porto Seguro Editore, 2019) di Federica Milella.

A queste opere si aggiungono altre in cui i protagonisti, sebbene non strutturati in una vera e propria organizzazione, lottano comunque per ristabilire l’ordine degli eventi alterato da un viaggio nel tempo, quale “Due volte nel tempo” (1940) di Manly Wade Wellmann, che spiega l’esistenza di Leonardo da Vinci con un paradosso temporale, o la celeberrima serie di film “Ritorno al futuro”.

L’idea di un’organizzazione che controlli il tempo, ma non per ristabilire quello originale, bensì per avere un futuro migliore la troviamo invece ne “La fine dell’eternità” di Isaac Asimov.

Come in parte si capisce dal titolo, per PiccininiIl tempo è come un fiume”, ma non nel senso che segue un unico percorso dalla montagna al mare, bensì, come in effetti fanno i fiumi, il suo corso a volte può incontrare un ostacolo e l’acqua può muoversi un po’ a destra, un po’ a sinistra di una roccia. Se la roccia è grande, il fiume potrebbe addirittura dividersi. Magari prima o poi le due metà confluiranno in un nuovo fiume, ma potrebbero anche restare separati. La Polizia Temporale del romanzo di Piccinini cerca di evitare che il fiume si divida.

Questa visione somiglia solo in parte con la mia idea di universi divergenti, sulla cui base ho scritto varie ucronie e, in particolare, la serie di romanzi di “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia”. In questi romanzi definisco il tempo non come un fiume ma come un frattale, una serie di linee che si dividono e uniscono infinite volte. Supero il concetto stesso di paradosso, immaginando che ogni scelta, ogni azione diversa porti alla creazione di un universo divergente, che coesiste con gli altri. Il compito dei miei Guardiani dell’Ucronia è così quello di evitare le “invasioni” da un universo all’altro, non che il tempo muti percorso, cosa non rilevante, dato che tutte le storie possibili coesistono lungo diverse linee del frattale. In ogni caso, entrambi non vediamo (narrativamente parlando) il tempo come una retta, ma come una serie di linee divergenti e convergenti e questo mi pare singolare nel panorama delle storie sui viaggi nel tempo.

Un’altra similitudine di questo romanzo con le mie opere è che anche Piccinini usa il termine ucronia, che non mi risulta sia, invece, utilizzato nel resto della narrativa su i viaggi nel tempo e parla, come me, di universi divergenti e non dei più comuni mondi paralleli.

“«Viene da un universo parallelo?»

«Mmm. Noi ricercatori preferiamo parlare di linee temporali divergenti: è più preciso…»” (pag. 175).

Anche la sua visione dell’ucronia, almeno in teoria (in pratica direi che io sono più drastico) mi pare simile alla mia nei suoi effetti dirompenti, se Piccinini crede in quanto scrive a pagina 168:

Come recitava un vecchio proverbio americano: mancò un chiodo e si perse il ferro, mancò il ferro e si perse il cavallo, mancò il cavallo e si perse il messaggio, mancò il messaggio e si perse la guerra”.

Altra peculiarità di questo romanzo è che è ambientato soprattutto a MiTo, la grande area metropolitana che, nel 2151, immagina unificare Milano e Torino. Credo che questo faccia riferimento a un’idea urbanistica degli anni ’80 o ’90, per un progetto che chiamava l’area proprio MiTo. Anche in qualcosa che ho scritto io se ne parla.

Da apprezzare c’è quindi lo sforzo di fare fantascienza ambientata in Italia (come ho provato a fare anche io con l’antologia distopica “Apocalissi fiorentine” e altri racconti). Non dico che ogni autore dovrebbe ambientare le sue storie nel proprio Paese, ma se non siamo noi italiani a scrivere storie in Italia, dobbiamo attendere che lo facciano altri, che assai meno bene conoscono la nostra nazione, con risultati da brochure turistica?

Se i riferimenti ai grandi autori dei viaggi nel tempo sono evidenti, è altrettanto chiaro che Piccinini è uno che la fantascienza la conosce e la ama.Risultati immagini per Franco Piccinini Il tempo

Sebbene sia in Italia, questa MiTo a volte mi ricorda “Abissi d’Acciaio” (1953) e gli altri romanzi del ciclo dei robot di Isaac Asimov, e un omaggio al grande autore russo-americano, mi paiono anche le Tre Leggi della Cronotica, che appaiono all’inizio del volume e ricordano, ovviamente le Tre Leggi della Robotica asimoviane, così come il suo investigatore mi fa pensare a Elijah Baley, anche se lui, a volte, si sente più simile all’agente 007 (pag. 218).

Un altro autore citato, mi pare Arthur C. Clarke (“Le fontane del paradiso”, 1979) con i suoi ascensori spaziali (pag. 133), mentre gli specchi solari con cui sono illuminate le strade all’ombra di alti grattacieli, mi ricordano i pozzi di luce del mio “Via da Sparta”.

Italiana questa MiTo, sì, ma quanto mai multietnica e multiculturale, con potenti mafie internazionali che s’incontrano e scontrano, in primis, quella cinese. E il mistero da risolvere, legato a paradossi temporali, riguarda una potente figura, apparentemente morta in modo naturale, creando grandi squilibri tra queste comunità.

In conclusione, una storia in puro stile fantascientifico, che gli amanti del genere di sicuro apprezzeranno, sia per i numerosi riferimenti culturali, sia per l’originalità e la vivacità della trama, che coinvolge sempre e trascina fino alla fine.

 

POESIE PRATAIOLE

Oggi ho scovato tra i libri ancora da leggere un libricino scritto e prodotto da Guido De Marchi e illustrato da Elena Pongiglione. Si tratta de “I racconti del prato”, una raccolta di allegre poesiole per bambini, tutte rigorosamente in rima e di 4 versi, che parlano con delicata ironia, in stile filastrocca, di animali e piante del prato. Le illustrazioni sono forse un po’ troppo raffinate per un bambino, ma i quadretti poetici sono graziosi e piacevoli.

De Marchi è poeta e pittore che conosco ormai da vari anni e che ha anche collaborato alla mia gallery novel “Il Settimo Plenilunio”.

Risultato immagini per i racconti del prato di Guido De Marchi"

UN RIFUGIO UTOPISTICO CONTRO IL SURRISCALDAMENTO GLOBALE

L'ultimo rifugioC’è una nuova etichetta che è da poco più di un decennio è attribuita a una parte della fantascienza: “climate fiction”. Si tratta di storie che parlano delle problematiche legate alle variazioni climatica, in primo luogo il surriscaldamento globale, generato dal buco nello strato di ozono che protegge la nostra atmosfera, ma anche il suo opposto, ovvero improvvisi congelamenti del pianeta. La “climate fiction” puoi, poi, estendersi agli effetti collaterali del clima, come la perdita di biodiversità (vera emergenza della nostra civiltà), l’innalzamento del livello dei mari, gli incendi, la desertificazione e così via. A sua volta, può considerarsi parte dell’eco-fiction.

Persino nella mia ultima antologia “Apocalissi fiorentine” ci sono alcuni racconti che si potrebbero far rientrare nel genere e l’intero volume vuol essere un tentativo di portare vicino alle persone (parlando di una città italiana) le fragilità ambientali e, nello specifico, urbane.

Piero Dolara ha scritto un romanzo, “L’ultimo rifugio” (sotto titolo “Armageddon”, nel volume si parla, giustamente, spesso di warmageddon), che rientra a pieno titolo nella “climate fiction”.

Immagina, infatti, che in un futuro inquietantemente prossimo il 2029, le scorte alimentari della Terra si esauriscano per effetto, appunto, del surriscaldamento e che l’intera civiltà umana collassi.

Editor del volume, pubblicato da Porto Seguro, è stato Massimo Acciai Baggiani, che un giorno mi ha chiesto, per quale motivo sia Dolara, sia io nel mio racconto “La giusta paura”, di prossima uscita sulla rivista “L’area di Broca”, avessimo scelto il 2029 come anno per eventi similmente drammatici.

Nel mio caso è stato solo il desiderio di mostrare come l’emergenza climatica sia un problema attuale, nostro, e non di generazioni future. Posso immaginare che lo stesso valga per Piero Dolara.

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Piero Dolara

Il romanzo mescola questa situazione distopica con la creazione del tutto utopistica di una comunità di artisti e uomini di ingegno vario, che si è riunita in grandi grotte sui Monti Sibillini, vicino Roma, per preservare la cultura umana. Come antichi monaci atei, riproducono opere esistenti ma cercano anche di produrne di nuove, soprattutto in campo musicale e pittorico. Lo stesso ultimo rifugio è stato realizzato da un grande architetto, dando sfoggio di inventiva.

Questo volume andrebbe fatto leggere a chi sostiene che la fantascienza si dimentica troppo spesso dell’arte, come è stato di recente sostenuto in un convegno a Stranimondi (Milano, 12-13 ottobre 2019, “Michelangelo e la luna. Perché le arti hanno un ruolo così marginale nella fantascienza?”, relazione di Franco Ricciardello): è vero, ma ci sono delle eccezioni.

Incredibilmente questa comunità utopistica sopravvive per anni senza avere quasi contatti con l’esterno e senza saperne nulla. Quando, finalmente, si decideranno a uscire dal loro rifugio, scopriranno un mondo assai diverso da come lo avevano lasciato.

Da leggere per riflettere sul futuro e su quello che stiamo facendo (o non facendo) per il nostro pianeta.

 

illustrazione di Valentina Pellizzari, tratta da “Apocalissi fiorentine”.

PISA BOOK FESTIVAL E ALTRI EVENTI

Gli ultimi giorni sono stati tutti una successione di eventi letterari, che mi hanno visto coinvolto in vari modi.

Venerdì 8 Novembre 2019 sono stato ospite dell’Associazione Arcobaleno (Firenze) per la presentazione del volume collettivo “Perché non siamo fatti per vivere in eterno?, curato da Massimo Acciai Baggiani, con la partecipazione di 11 autori, e i cui proventi vanno all’associazione stessa. È stata per me occasione per raccontare le mie esperienze di scrittura collettiva e le diverse tecniche di coordinamento usate in tali occasioni. “Perché non siamo fatti per vivere in eterno?” è stato, per esempio scritto con la tecnica del round robin, ovvero ogni autore riprende quanto scritto dagli autori precedenti e lo sviluppa. Tra gli undici autori c’è anche un misterioso K. Von Zin.

Poiché il romanzo presentato era  una storia di vampiri, ho anche fatto un piccolo approfondimento sulle motivazioni che spingono, a mio avviso, oggi gli autori a scrivere storie di licantropi e vampiri, riprendendo quanto da me scritto ai tempi della pubblicazione del volume collettivo illustrato da me curato “Il Settimo Plenilunio” (Ed. Liberodiscrivere, 2010). Da una parte credo che le creature della notte rappresentino un po’ la paura del diverso e siano espressione delle perplessità verso l’arrivo di “migranti”, dall’altra, credo che il successo del genere presso gli adolescenti deriva dal fatto che i giovani vivono in tale fase un forte mutamento e provano una sorta di paura-attrazione verso l’adulto che emerge in loro, che ricorda in qualche modo la mutazione in lupo del licantropo o la trasformazione in vampiro di chi è morso da uno di essi (non dimentichiamone le implicazioni sessuali a questo spesso connesse).

 

Paolo Ciampi e l’editore Luca Betti

Sabato 9 Novembre ero al Porto Seguro Show, che questo mese si è tenuto al Porto di Mare (Firenze). Come da consuetudine venivano presentati i nuovi autori del mese della casa editrice Porto Seguro, questa volta circa una ventina, più alcuni dei precedenti. Come di consueto, mi sono ritagliato un piccolo spazio per presentare la mia trilogia ucronica “Via da Sparta”, che descrive le avventure di una giovane schiava violentata e incinta in fuga attraverso un presente distopico in cui Sparta domina il mondo e la cultura ateniese è stata cancellata. A luglio, infatti, è uscito il terzo volume della saga “La figlia del ragno”. L’editore Paolo Cammilli mi ha coinvolto in un dibattito pubblico sul mondo dell’editoria. Non ha, infatti, condiviso l’analisi fatta durante il recente

Gaia Rau, vanni Santoni e Alberto Casadei

incontro da me organizzato assieme a Barbara Carraresi, per il GSF Gruppo Scrittori Firenze presso l’ASD Laurenziana con Vanni Santoni sul tema “Come pubblicare con un grande editore”, tema poi approfondito nel successivo incontro “Riflessioni sull’editoria”. Cammilli, sostiene, infatti, che le grandi casi editrici prendono in considerazione gli autori solo dopo che hanno venduto grandi numeri e che questi si possono fare anche con case editrici come Porto Seguro e che, anzi, alcuni loro autori già hanno raggiunto vendite significative. Nell’incontro della Laurenziana era stato sostenuto, invece, che alle grandi case editrici, si passa solo arrivando da certe riviste letterarie e da queste a case editrici di un  certo tipo.

 

Domenica 10 Novembre sono stato a visitare il Pisa Book Festival assieme a Massimo Acciai Baggiani, che ha già scritto un ampio resoconto della nostra giornata, cui rimando per chi ne volesse sapere di più. In sostanza, a parte il giro degli stand, soprattutto di case editrici di media e piccola dimensione, ho partecipato a quattro incontri, la presentazione dell’antologia di climate fiction “Antropocene” curata da Roberto Paura e Francesco Verso (era presente quest’ultimo); la presentazione della nuova antologia di racconti del poeta della narrativa di viaggio Paolo CiampiTra una birra e un racconto”; la presentazione dell’ultimo giallo di Vichi da parte del giallista Leonardo Gori (di recente incontrato alla relazione di Sergio Calamandrei sulla “Struttura nascosta del giallo e del noir”, tenuta alla Laurenziana per il GSF) e, infine, la presentazione del nuovo romanzo familiare di Vanni SantoniI fratelli Michelangelo”, edito da Mondadori, e della riedizione del romanzo “Gli interessi in comune” con Laterza (la prima edizione era Feltrinelli).

Con l’occasione ho conosciuto gli autori del Collettivo Scrittori Uniti e Claudio Secci è stato così gentile da farmi intervistare da Chiara De Muro

Francesco Verso

Massimo Acciai Baggiani e Carlo Menzinger di Preussenthal

Arrighetta Casini, Vincenzo Sacco e Clara Vella

 

Lunedì 11 Novembre mi sono recato presso la SMS di Rifredi dove le professoresse Clara Vella e Arrighetta Casini tenevano il loro consueto incontro letterario del lunedì e presentavano il nuovo romanzo di Vincenzo Sacco, già presidente del GSF Gruppo Scrittori Firenze,  “L’uguaglianza delle ossa”. Il romanzo giallo ambientato nella Napoli di fine XVIII secolo, ci porta nel mondo dei lazzeri napoletani. Ne avevo già una copia, che spero di leggere presto. Di Sacco, ho  apprezzato di recente “Come la sabbia nel deserto”.

 

Martedì 12, Vanni Santoni, reduce dal Pisa Book Festival, è stato di nuovo ospite del GSF Gruppo Scrittori Firenze presso l’ASD Laurenziana, questa volta per presentare, da me intervistato, i medesimi libri appena illustrati a Pisa “I fratelli Michelangelo” e “Gli interessi in comune”. Santoni c’ha raccontato come i personaggi de “Gli interessi in comune” si siano nel tempo sviluppati in altri tre romanzi e abbia quindi sentito l’esigenza di riproporre la storia di partenza. “I fratelli Michelangelo” sono, invece, un grande affresco familiare nel quale Santoni racconta di un padre con cinque figli, avuti da quattro madri diverse, che non si conoscono tra loro e, ormai adulti, sono chiamati a incontrarsi, per motivi misteriosi, da questo padre assente. È occasione per parlare di paesi diversi, spostando la scena in varie parti del mondo, e per descrivere il nostro tempo, così svuotato d’ideali. Il tema della droga, centrale ne “Gli interessi in comune”, come momento di sperimentazione ed esperienza, ritorna qui soprattutto nella sua accezione economica. Anche l’India che vi compare è più un contesto economico sociale, che non il mondo in cui nel secolo scorso, si andava alla ricerca di sé, di nuovi cammini spirituali o di esperienze con sostanze stupefacenti.

Come evidenziavo durante l’incontro, mi sono riletto la mia recensione del 2008 della prima edizione de “Gli interessi in comune”, dove concludevo: “E segnatevi questo nome: Vanni Santoni, perché ne sentirete parlare presto ancora”. Credo di non essermi sbagliato.

Carlo Menzinger presenta Vanni Santoni

Infine, ieri, mercoledì 13, sono stato ospite della più antica associazione ambientalista italiana, Pro Natura, di cui sono membro, per presentare il mio nuovo romanzo, pubblicato con il Gruppo Editoriale Tabula Fati, con marchio World SF Italia, uscito in occasione del festival Stranimondi 2019 di Milano, “Apocalissi fiorentine”.

Massimo Acciai Baggiani presenta “Apocalissi fiorentine” di Carlo Menzinger

Introdotto dal presidente di Pro Natura Firenze, Gianni Marucelli, Massimo Acciai Baggiani, già autore della mia biografia letteraria “Il sognatore divergente”, ha fatto un excursus sulle mie opere precedenti e introdotto il volume.

Era presente anche il professor Marcello Scalzo, curatore delle immagini che arricchiscono il volume con rielaborazioni grafiche della città di Firenze, che ha illustrato il progetto grafico portato avanti con i suoi studenti per vari anni, di cui il volume riporta solo una selezione.

Apocalissi fiorentine” è un’antologia di racconti distopici che, in ordine cronologico, affronta momenti di crisi della città di Firenze, dalla sua fondazione a un futuro immaginario, con l’intento di evidenziare la fragilità della storia, delle città e del mondo nel suo insieme, in una sorta di piccolo campanello d’allarme per le tante problematiche che ci minacciano, quali perdita di biodiversità, surriscaldamento, deforestazione, desertificazione, inquinamento, tensioni sociali, terrorismo, guerre. Il volume si muove così tra ucronie, fantascienza, climate fiction e surreale.

La serata è stata intensa e le tematiche affrontate hanno scatenato un acceso dibattito.

Carlo Menzinger intervistato da Chiara Di Muro

Come risultato di queste intense giornate letterarie, la già lunghissima lista dei libri da leggere si è arricchita di nuovi volumi che vanno ad aggiungersi ai miei scaffali (per fortuna che ora leggono soprattutto e-book, perché gli spazi vanno scarseggiando):

  • Lamberto Burgassi – Social control – La verità di Tim Works – PSE
  • Renato Campinoti – Non mollare Caterina – PSE
  • Marcovalerio Bianchi – Il precipizio – PSE
  • Vincenzo Sacco -L’uguaglianza delle ossa – PSE
  • Roberto Paura e Francesco Verso, a cura di – Antropocene – Future fiction
  • Jean-Pierre Filiou – Le apocalissi nell’Islam – O barra O Edizioni
  • Paolo Ciampi – Tra una birra e una storia – Betti
  • Vanni Santoni – I fratelli Michelangelo – Mondadori
  • Alberto Pestelli – Un etrusco tra i nuraghes – Vol. III – Youcanprint

Oggi poi mi è arrivato per posta anche:

  • Pierparide Tedeschi – La mutazione – Edizioni Solfanelli

Di seguito i link ai video:

Chiara Di Muro intervista Carlo Menzinger al Pisa Book Festival

Presentazione di Apocalissi fiorentine

Presentazione di “Perché non siamo fattio per vivere in eterno?”

SCRIVERE IN UNDICI

Perchè non siamo fatti per vivere in eterno?I modi per collaborare in un’opera di narrativa possono essere molti. Da quando c’è il web, credo che la tentazione di scrivere assieme per gli autori sia aumentata, essendo più facile sentirsi, scambiarsi idee e testi. Non per nulla ricordo di aver tentato già all’inizio degli anni ’90 a scrivere qualcosa in una dozzina di autori. Gestire un numero così elevato di teste nella realizzazione di un’opera unitaria è tutt’altro che facile e, all’epoca non riuscimmo a realizzare nulla. Erano però gli anni di Luther Blisset e poi di Wu Ming e questi esperimenti qualcosa partorivano. Io stesso nel 2007 pubblicai un romanzo scritto in tre e illustrato da 17 artisti (“Il Settimo plenilunio”) e un’antologia di cose scritte a quattro mani (“Parole nel web”). Devo dire che nel caso de “Il Settimo plenilunio” ci fu molto lavoro preparatorio per decidere cosa scrivere e poi molti scambi di e-mail per capire come andare avanti.

Perché non siamo fatti per vivere in eterno?” (Porto Seguro, Settembre 2019) è un romanzo gotico collettivo, scritto da una dozzina di autori (“I già dimenticati“, nome da me suggerito), che nasce con la tecnica del round-robin applicata in modo quanto mai semplice.

Il primo autore (Massimo Acciai) ha scritto il primo capitolo (in cui un gruppo di ragazzi decide di partire per una gita) e l’ha passato al secondo (il “misterioso” K. Von Zin) che ha integrato quanto già scritto e sviluppato il seguito (immaginando una meta più lontana, la Transilvania e allargando il gruppo dei personaggi), passando poi il testo a chi veniva dopo, e così via fino all’ultimo. C’è stata, infine, un’opera di correzione del testo finale da parte dei due curatori Massimo Acciai Baggiani e Federica Milella.

Stupisce dunque che la storia sia riuscita a giungere a conclusione, dato che gli autori non hanno avuto alcuno scambio tra di loro! Eppure, ne è venuto fuori qualcosa: una storia nata come racconto di viaggio, mutatasi poi in storia gotica di vampiri, nello stile più classico.

Questo approccio, privo di scambi collaterali e di comunicazione nel gruppo, ha fatto sì che la storia divenisse qualcosa del tutto diversa da come era stata immaginata all’inizio. Difficile, io credo, per ciascun autore riconoscersi nel libro, che di fatto è figlio di tutti loro e di nessuno, ma sorprendente appare il risultato di un simile esperimento.

Qui il video della presentazione del 21/10/2019.

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