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L’ASCENSORE PER LE STELLE DI TABROBANA

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Arthur C. Clarke

C’è un altro modo per raggiungere lo spazio oltre a missili e astronavi?

Nel 1894 il fisico russo Konstantin Ciolkovskij immaginò si potesse fare mediante un elevatore o ascensore spaziale, ma fu lui stesso a riconoscerne l’inattuabilità pratica, sebbene teoricamente possibile, soprattutto per la mancanza di materiali abbastanza resistenti a realizzare una struttura di varie decine di migliaia di chilometri.

Nel suo romanzo del 1979, “Le fontane del paradisoArthur Clarke (l’autore di “2001 Odissea nello spazio), immagina che grazie a un materiale super-resistente, realizzato nello spazio in assenza di gravità, sia possibile edificare un simile elevatore. In contemporanea alla costruzione di questa torre ascensionale, nel romanzo, assistiamo alla visita di una sonda intelligente aliena, che, senza rivelare nuovi segreti tecnologici all’umanità, mette però in serio dubbio tutte le fedi terrestri. Questo mentre l’elevatore realizzato dall’ingegner Morgan viene realizzato su una montagna sacra nella Risultati immagini per Clarke fontane paradisomitica isola di Taprobana. Tale isola corrisponderebbe all’attuale Sri Lanka, ma Clarke, volutamente, sposta l’isola sull’equatore, perché un buon elevatore spaziale dovrebbe partire da lì per sfruttare al massimo l’energia centrifuga in modo da controbilanciare quella gravitazionale. Apprezzabile è il connubio tra tanta tecnologia e l’antica cultura monastica della montagna su cui sorgerà l’ascensore.

Il romanzo serve soprattutto a divulgare quest’idea, ancora irrealizzata e forse irrealizzabile, più che a intrattenere il lettore con una storia, ma la maestria di Clarke riesce comunque a creare alcune avventure che aiutano a tenere vigile l’attenzione del lettore, anche se questa non è certo la miglior opera della fantascienza e neppure di Clarke.

LA POESIA DELLA FANTASCIENZA

SagaQuale dei generi letterari è il più poetico? In pochi risponderebbero “la fantascienza”, eppure non è poetico parlare di stelle lontane, di viaggi impossibili, di mondi immaginari, di creature fantastiche, di illusioni e speranze, di avventure cavalleresche? Se, poi, l’arte è creazione, che cosa è più creativo dell’immaginare interi mondi nuovi?

Eppure i termini fantascienza e poesia, ben di rado li vedrete abbinati.  Eppure… Eppure… pensateci bene. Che cos’è l’Odissea di Omero, opera poetica primigenia, se non l’antenata della fantascienza, con le sue creature immaginifiche (ciclopi, lotofagi, lestrigoni, sirene, dei) con il suo viaggio attraverso mondi misteriosi e alieni.

E il nostro Dante? Se non fosse opera “religiosa”, la sua Divina Commedia potrebbe sembrare un viaggio su pianeti alieni.

La fantascienza, però, è considerata genere moderno e i suoi antenati si fanno magari risalire al greco Luciano di Samosata, al Cyrano di Bergerac, a “Le Avventure del Barone di Münchhausen”, all’Orlando Furioso e i suoi padri sono gli ottocenteschi Verne, Wells e Poe, ma è solo attorno alla metà del XX secolo che possiamo parla di “vera” fantascienza”.

La fantascienza in versi si potrebbe credere non ne esista. Invece, no! In America c’è persino un’associazione di autori di fantascienza in versi la SFPA, Science Fiction Poetry Associations, fondata in California nel 1978. Hanno persino un Premio e una rivista.

In Italia, però, a praticare il genere sono certo in pochi. Mi vengono in mente taluni versi di Massimo Acciai Baggiani, pubblicati in Esagramma 41, la mia “Terzultimo pianeta”, che dà il titolo all’omonima silloge (dai toni apocalittici seppur non direi, nell’insieme, fantascientifica), e l’antologia di più autori “Concetti spaziali, oltre” curata da Alex Tonelli, ma un’intera silloge poetica di fantascienza di un solo autore, ancora non mi è capitato di leggerla e neppure di vederla (se ne conoscete segnalatemele), a parte “Saga” di Roberto Balò, edita dalla vivace casa fiorentina PSE – Porto Seguro Editore.

Balò, già a sua volta editore con Isketziaie (tra gli altri ha pubblicato anche dei versi di Massimo Acciai Baggiani), dunque, pur con queste premesse, si pone come un arguto innovatore. Già basterebbe questo, a mio avviso, per aver voglia di leggere “Saga”, “l’epopea in versi di un uomo senza nome in viaggio nello spazio e nel tempo alla ricerca del senso dell’esistenza”, come recita la quarta di copertina. E non è di questo che spesso ci parla la poesia?

Saga” si riallaccia a vari precedenti culturali, ma, non a caso, centrali sono i riferimenti al già citato viaggio di Ulisse. La sua controparte femminile si chiama, appunto, Penny (vezzeggiativo di Penelope). E tra le odissee di riferimento non può certo mancare quella gloriosa di Kubrick/Clarke, ma ci sono anche l’antico Luciano di Samosata accanto al più visionario degli autori fantascientifici classici, Philip K. Dick e il mitico Asimov.Roberto Balò, Massimo Acciai Baggiani e Carlo Menzinger a una delle presentazioni di "Nessun altro"

E tutto questo, per regalarci versi di immediata efficacia e penetrazione come “inutile partire inutile restare”, allusioni a una “itaca morbida” (senza maiuscola), in un “navigare nel futuro / con l’astronave piena di ricordi”.

Eppure questo cosmo infinito è così pieno di tedioso spleen: “ogni galassia le stesse scene”, “è il solito cliché di donna”, “niente di nuovo dal fronte stellare/ ecco/ la banalità dell’universo”. Ma come Ulisse? Mi attraversi l’universo e non trovi neppure l’entusiasmo negativo dell’androide dickiano-scottiano quando proclama le eterne parole: “«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.» Volevate della poesia fantascientifica? Non lo è anche questa di Balde Runner?

Non bastano certo le “robottine” sensuali (ripenso alle sexy dolly di certi mie racconti) e “sei aliene a sei tette 7 trentasei seni assieme” o le ninfe dalle “pelli ambrate da vere marziane” o la creatura al bistrot con “una velocità radiale tripla” ad allietare questo Ulisse orfano della sua Penny, in questa lunga “notte in un’oasi siderale / nel deserto d’antimateria”, dove, alfine, scopri persino che, in fondo, “le stelle non esistono” e sono troppi i mostri che “si vaporizzano e mi entrano nel naso” “per rodermi dentro / come rimorsi incattiviti” (eh sì, lo vedete, questo viaggio spaziale è in realtà un viaggio dell’anima) tra “scrosci di sangue verde e viscere nere”. Più che un viaggio diventa una “eterna lotta/ tra il dare l’avere”, in cui il nostro futuribile Ulisse nasce “troppo giovane / in un mondo troppo vecchio” e dubita di ciò che lo circonda (“sei sempre con me / eppure non sono sicuro / che tu esista”). C’è troppa differenza tra lui e le donne che incontra (“non sono come te/ per questo mi piaci /io tendo al volo / mi sollevo e tu mi trattieni”, l’eterna differenza tra femminino e mascolino!), ma non vorrebbe esser solo (“non lasciare che io scelga / i miei sbagli da solo”).

Difficile il rapporto con lo spazio (“in fuga da questo mondo / troppo conosciuto / verso il vuoto incolmabile/ di cui sono pieno”) e il tempo (“il tempo è un’illusione”, “si può viaggiare nel tempo / se ti beccano sei morto / ma è un vizio il tempo / che queste macchine inquinano”, “in uno dei futuri ci sono stato /…/ mancavo solo io / e nessuno se n’era accorto”).

È dunque così la poetica di Balò, fatta di eterne umane fragilità, proiettate in cosmi immaginari, quasi che questo viaggio bastasse a sdrammatizzarne la sostanza.

Con Roberto Balò, incontrato per la prima volta in occasione della presentazione di un’antologia di Massimo Acciai Baggiani,  condivido la partecipazione al volume “Nessun altro”, curato da quest’ultimo, cui ha partecipato con il racconto “L’altro mondo”.

LA BUONA VECCHIA FANTASCIENZA FATTA DAI FISICI

Incontro con RamaAnche se oggi si pone altri obiettivi, credo non sia troppo sbagliato dire che la fantascienza nasca come un modo per fare riflessioni sulle possibilità della scienza, soprattutto fisica e chimica, poi estesa ad altre discipline come la biologia.

Alcuni autori importanti erano, in effetti, scienziati prestati alla letteratura. Ora, forse, questa connotazione si è un po’ persa.

Incontro con Rama”, sebbene sia del 1972 e non degli anni gloriosi tra il 1940 e la fine degli anni sessanta, mi pare rientrare a pieno nella hard SF.

Il buon Arthur C. Clarke (Minehead, 16 dicembre 1917 – Colombo, 19 marzo 2008), quello di “2001 Odissea nello spazio”, era, infatti, laureato in fisica e matematica e in questo romanzo fa buono sfoggio delle proprie competenze, nel descrivere la comparsa, nel 2130, di un oggetto dapprima confuso con un asteroide e che poi si rivela essere una grande astronave aliena. Sembra morta, ma rivela grandi soprese al suo interno.

Il romanzo tocca due temi SF fondamentali, i viaggi interstellari e i contatti con gli alieni e lo fa in modo piuttosto originale per quegli anni.

Suggestiva è l’ipotesi avanzata durante l’esplorazione che Rama sia una sorta di arca destinata ad accogliere e trasportare su altri mondi degli esseri umani. Peccato si riveli poi errata.

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Arthur C. Clarke

Clarke si preoccupa anche di accennare a una descrizione di questo nostro futuro, soprattutto dal punto di vista politico-organizzativo, immaginando una Terra unificata sotto un solo governo e vari pianeti e satelliti del sistema solare popolati e trasformati in stati autonomi, sebbene uniti da una sorta di ONU interplanetaria.

Prevale il tipico ottimismo della fantascienza di quegli anni sia verso gli sviluppi tecnologici legati all’esplorazione spaziale, sia per quanto riguarda quelli politici.

La lettura è ancora oggi avvincente, scorrevole e plausibile.

Insomma, un bell’esempio della cara vecchia fantascienza di un tempo.

Il romanzo ha ben tre sequel, sebbene il finale del volume sembri conclusivo.

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ALIENI, ROBOT, L’ILIADE e SHAKESPEARE

Risultati immagini per ilium Dan SimmonsIlium” (2003) di Dan Simmons è sicuramente una lettura impegnativa e non solo per il numero di pagine (il mio e-reader ne contava 2425, 827 ne indica anobii), ma per la complessità dell’ambientazione e della trama e, soprattutto, per i salti continui tra generi letterari diversi come il romanzo storico e la fantascienza.

Oltretutto non parliamo neppure della più classica fantascienza, perché qui, in maniera meno marcata che nel ciclo di Hyperion, Simmons sfiora la fantareligione, mescola viaggi spaziali con viaggi nel tempo, ci parla di futuri e passati remoti, ci mostra un’epopea che attraversa secoli e millenni parlandoci della storia dell’umanità oltre il tempo storico. E il romanzo diviene persino ucronia, quando la vicenda omerica della guerra di Troia è stravolta, per seguire un nuovo, incredibile corso (Achille prevale su Agamennone e Menelao e guida gli achei, facendoli alleare con i troiani).

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Dan Simmons

Tutto ciò rende l’inizio della lettura (per alcune centinaia di pagine!) un po’ faticoso e soprattutto lascia disorientati, perché si fatica a capire dove tutto ciò porti e come mondi così diversi potranno a un certo punto trovare un percorso comune. Eppure lo trovano! Simmons riesce a ricondurre a unità ciò che sembrerebbe inconciliabile. Del resto anche la saga di Hyperion partiva con tante storie separate, che poi si ricongiungevano e si dilatavano verso un tempo lontano. Peccato che questo volume si interrompa, direi, sul più bello, lasciandoci con la curiosità di capire gli esiti di un evento che sta per verificarsi e che non posso che definire “inaudito”, cercando di non spolierare un finale pure troppo aperto.

Simmons, ancora una volta (come con Hyperion) si dimostra un grande creatore di universi letterari. I suoi mondi difficilmente si possono paragonare per ricchezza e fantasia a ben più scarne creazioni di altri autori. Ci perdiamo allora dietro a Dei greci che si “telequantano” (versione da fisica quantistica del teletrasporto), esseri umani che si spostano tramite fax (che li disintegrano per ricostruirli altrove), divinità potenziate da tecnologia nanotech, scoliasti esperti dell’Iliade che, trasportati dal nostro presente per volere di Zeus, studiano in diretta la guerra di Troia, rischiando di interferirvi, mutandola, nascondendosi come Harry Potter, con un Elmo che rende invisibili. Sappiamo bene che gli Dei greci erano soliti assumere sembianze di esseri umani o animali. Non “sapevamo”, però, che lo facessero “morfizzandosi” con una tecnologia quantistica, né che Atena usasse uno scudo di energia. Ci potremmo poi stupire di ascoltare due moravec, robot usati per la colonizzazione delle luneRisultati immagini per ilium Dan Simmons di Giove, che discutono di Shakespeare, Proust e Omero. Non dovremo, però, poi, stupirci se la scena si sposta dalla piana di Ilio all’Antardide o a un Marte terraformato e se Ulisse invece di incontrare Ciclopi e Sirene viaggia nel futuro e lo sentiamo persino spiegare come potrebbe essere un inverno nucleare da fall-out atomico. Ne ci dovremmo stupire di un futuro in cui gli uomini non sanno più leggere o di uno in cui si sono estinti persino i loro discendenti post-umani o di trovare miriadi di Piccoli Omini Verdi con biologia a base di clorofilla su Marte. E se i moravec discutono di Shakespeare, ecco che incontriamo oltre agli eroi omerici anche Prospero, Ariel e Calibano, in versione fantascientifica, partoriti da “La tempesta”. In Hyperion tutto girava attorno al poeta Keats, qui i riferimenti letterari sono un po’ più ampi.

Peccato che quando ci si cominciava a orientare in un tale mix (guazzabuglio?), la storia si interrompe e ci resta la voglia di proseguire leggendo il seguito, “Olympos” (2005), pubblicato in Italia in due volumi: “La guerra degli immortali” e “L’attacco dei Voynix”. Per inciso, i voynix sono strane creature, mezzi servitori, mezzi guardiani, di origine aliena.

CONTINUANO LE INGENUE AVVENTURE SPAZIALI DI JOHN GORDON

Risultati immagini per ritorno alle stelle HamiltonHo letto “I sovrani delle stelle” di Edmond Moore Hamilton (Youngstown, 21 ottobre 1904 – Lancaster, 1º febbraio 1977) scegliendolo tra i volumi presenti nella Sacra Lista della Fratellanza della Fantascienza. Dato che il mio file conteneva anche il sequel “Ritorno alle stelle” (1970), mi sono ritrovato a leggere anche questo, sebbene il romanzo originale non mi avesse entusiasmato.

Come dissi in chiusura al commento del primo, sebbene “Ritorno alle stelle” sia il sequel de “I sovrani delle stelle”, presenta alcuni salti di continuità.

Se, infatti, ne “I sovrani delle stelle” Gordon arriva nel futuro nel corpo del figlio dell’Imperatore, Zarth Arn, con la sola mente, in “Ritorno alle Stelle” Zarth Arn riesce a portare nel suo tempo Gordon con tutto il proprio corpo. Tecnologia, mi pare assai diversa, per quanto improbabili entrambe. Se nel primo libro ci sono pressoché solo esseri umani, un po’ come nei cicli asimoviani, nel secondo volume compare un gran numero di alieni, qui chiamati “non umani”, in una Galassia un po’ razzisticamente divisa tra umani e non-umani, come se questi, pur nella loro diversità, fossero un po’ la stessa cosa, visione un po’ da schiavista WASP, che accomuna tutti i popoli non bianchi in un “ammasso generico” e in qualche modo inferiore. Se non altro sono due romanzi distinti, perché se fossero stato uno solo, questo avrebbe perso molto di unitarietà.

Le ripetizioni, già abbondantissime nella prima parte, nella seconda sembrano aumentare, forse giustificate dal rivolgersi a lettori che magari non abbiano letto il primo romanzo o l’abbiano fatto parecchio tempo prima. Del resto il sequel esce parecchi anni dopo il romanzo originale, essendo il primo del 1947 e il secondo del 1970, e si può capire un’impostazione diversa.

La centralità di John Gordon e il suo stupore per trovarsi in un lontano futuro in un corpo che non gli appartiene si perde nel secondo libro e il suo trovarsi nel mezzo di eventi colossali appare meno giustificato e il racconto si fa meno avvincente.

Continua a disturbarmi l’ingenuità del mondo descritto in cui la nostra Galassia sembra la copia allargata di un nostro regno del secolo scorso, minimizzando le difficoltà di gestire un impero con un numero di stelle che va dai 150 ai 400 miliardi (a seconda delle stime), così come il fatto che occorra disturbare un’altra Galassia (la Piccola Nube di Magellano) per trovare dei nemici alieni degni di affrontare l’umanità, come se tra tanti soli non vi potessero essere sufficienti insidie per un impero gestito con piglio familistico da due fratelli e pochi altri.

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Edmond Hamilton

Alieni descritti come così orribili che ogni altro alieno prova raccapriccio nel vederli e si penserebbe a Lovecraft, se non fosse che poi Hamilton ci fornisce alcune descrizioni a base di verminai e ammassi di serpenti.

Le avventure sono tante e spesso le scazzottate risolvono i problemi, come se lo scontro fisico dovesse ancora essere importante in una Galassia con una tecnologia tanto avanzata da rendere banale spostarsi da una galassia all’altra.

Il ciclo è considerato un caposaldo della fantascienza d’avventura, ma sebbene io ami sia la fantascienza, sia le storie di avventura, ho la sensazione che simili mirabolanti imprese spaziali siano proprio quelle che forniscono al grande pubblico un’immagine distorta della fantascienza, come di un vacuo contenitore per armi laser, missili, alieni e mostri vari, mentre per me è molto di più. Innanzitutto è un importante momento di riflessione su chi siamo e su dove stiamo andando, se non anche da dove veniamo, ma anche sulla grande varietà di alternative evolutive, di forme sociali, di sviluppi tecnologici. Ridurre tutto a uno scontro con armi di distruzione di massa, mi disturba per la sua ingenuità.

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La Piccola Nube di Magellano

INGENUE MIRABOLANTI AVVENTURE IN UN LONTANO FUTURO

Risultati immagini per i sovrani delle stelle hamiltonSpesso chi non legge fantascienza abitualmente, associa a questa parola storie che appartengono al sottogenere della “space opera”, in cui si assiste a scontri tra regni siderali, battaglie spaziali e avventure interstellari. Se la fantascienza fosse davvero solo questo, dubito che ne leggerei molta e, in effetti, la “space opera” mi pare la parte più ingenua e infantile di questo genere, anche se ha prodotto alcune opere importanti e alcune assai famose, basti pensare alla saga di “Star wars”, che per molti è sinonimo di fantascienza.

Un autore che ha contribuito fortemente a forgiare la “space opera”, definendone le caratteristiche con le proprie opere è l’americano Edmond Moore Hamilton (Youngstown, 21 ottobre 1904 – Lancaster, 1º febbraio 1977), di cui ho appena letto “I sovrani delle stelle” (1947), opera che si colloca agli albori della fantascienza e che ancora sembra risentire dello stile e dell’approccio dei precursori del genere, come Wells e Lovecraft. Di quest’ultimo, in maniera decisamente meno accentuata, ho ritrovato il gusto per gli aggettivi iperbolici, per descrivere lo stupore del protagonista di fronte a mondi nuovi.

Se ne “La macchina del tempo” il protagonista immaginato da Wells si spostava di ben 800.000 anni nel futuro, il viaggio di John Gordon in questo romanzo non è molto da meno, attraversando ben 200.000 anni.

Oggi mi pare quanto mai azzardato cercare di immaginare il futuro tra così tanti anni, considerando che basta andare indietro di diecimila anni per ritrovarci nella preistoria. Hamilton mescola in questo romanzo, non senza una certa ingenuità, tipica di quegli anni pionieristici, telepatia, viaggi nel tempo e battaglie spaziali da space opera.

L’ipotesi è che un uomo del XX secolo sia scelto da uno studioso del futuro come cavia per un esperimento di scambio corporeo attraverso il tempo. Ovvero lo studioso del futuro trasferisce la propria mente nel corpo di Gordon, mentre la mente di questo si trasferisce in quella dell’uomo del futuro, effettuando di fatto un balzo avanti nel tempo di 200.000 anni. Non posso allora non pensare di nuovo a Lovecraft e ai suoi Antichi, le cui menti si insinuavano nelle menti degli uomini del secolo scorso.

I sovrani delle stelle” è un libro pieno di colpi di scena e di soluzioni sorprendenti. Tanto per cominciare, lo studioso in questione altri non è che il figlio dell’Imperatore di metà galassia. Una serie di avventure e disavventure porteranno Gordon a diventare per un po’ egli stesso Imperatore, guidando la Galassia contro un’invasione proveniente dall’esterno, lui, che a New York era solo un piccolo contabile, come si ripete spessissimo. Ovviamente si innamora anche di una bella principessa, ricambiato.

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Edmond Moore Hamilton

Il succedersi rocambolesco degli eventi tiene il lettore attaccato al libro, ma non si può non notare la grande ingenuità dell’insieme, degno di un fumetto per ragazzi. Già il fatto che combattersi non siano sistemi stellari ma addirittura intere Galassie, rende l’idea di quanto le conoscenze astronomiche fossero sottovalutate, ma questo appare ancor più evidente quando si vede che i vari regni dell’Impero hanno i nomi delle Costellazioni, come se queste fossero dei veri ammassi stellari.

In 200.000 anni la tecnologia ha fatto dei progressi, soprattutto nel rendere possibili spostamenti velocissimi tra stelle di immane distanza, ma molte cose rimangono assai primitive e spesso i problemi si risolvono con qualche scazzottata. Singolari le pistole “atomiche”, legati a un’idea dell’energia nucleare ancora non ben delineata.  Per comunicare si usano dei fantomatici “telestereo”, che tanto moderni oggi non sembrano più. Una buon intuizione sono gli incrociatori fantasma, navi spaziali non rilevabili dai sistemi di controllo, un po’ come certi moderni aerei “invisibili”, ma anche qui non sembra di essere poi così avanti nel tempo.

C’è poi il celebre Distruttore, la cui natura non posso rivelare, essendo uno dei misteri della narrazione.

Il romanzo ha un seguito, che ho già cominciato a leggere (credendo fosse la seconda parte del volume, dato che era nello stesso file) “Ritorno alle stelle” (1970). Dopo qualche pagina mi sono domandato che cosa c’entrasse con la prima parte e già mi stavo preparando ad abbassare la votazione dell’opera nella mia mente.

Se, infatti, ne “I sovrani delle stelle” Gordon arriva nel futuro nel corpo del figlio dell’Imperatore Zarth Arn, con la sola mente, in “Ritorno alle Stelle” Zarth Arn riesce a portare nel suo tempo Gordon con tutto il proprio corpo. Tecnologia, mi pare assai diversa, per quanto improbabili entrambe. Se nel primo libro ci sono pressoché solo esseri umani, un po’ come nei cicli asimoviani, nel secondo volume compare un gran numero di alieni, qui chiamati “non umani”, in una Galassia un po’ razzisticamente divisa tra umani e non-umani, come se questi, pur nella loro diversità, fossero un po’ la stessa cosa, visione un po’ da schiavista WASP. Ne dirò meglio quando l’avrò finito, qua dico solo che è un bene non siano due parti dello stesso libro, perché l’opera avrebbe perso molto di unitarietà. Inoltre, le ripetizioni, già abbondantissime nella prima parte, nella seconda sembrano aumentare, ma erano giustificate dal rivolgersi a lettori che magari non avessero letto il primo romanzo o l’avessero fatto parecchio tempo prima. Del resto il sequel esce parecchi anni dopo il romanzo originale e si può capire un’impostazione diversa.

In conclusione, se avete voglia di una lettura leggera, un po’ vintage, piena di avventure, ma parecchio ingenua, “I sovrani delle stelle” fa per voi e per qualche ora di relax. Se cercate fantascienza che faccia ragionare e riflettere, guardate altrove.

Se cercate della “space opera” che non sia solo avventura, leggete “Miliardi di tappeti di capelli”, il ciclo di “Hyperion” di Dan Simmons, “Le insidie di Tschai” di Jack Vance e, ovviamente, il ciclo “Fondazione” di Isaac Asimov.

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L’EVOLUZIONE DELL’UOMO È STATA GUIDATA DAL SOLE?

Risultati immagini per spedizione sundiverFaccio piuttosto fatica a valutare un romanzo come “Spedizione Sundiver” (1980) di David Brin (Glendale, 6 ottobre 1950). Da una parte mi è parso uno splendido e affascinante esempio di creazione fantascientifica, dall’altra l’ho trovato spesso lento se non noioso.

Credo che il massimo livello della letteratura sia, in teoria, raggiunto solo da quelli che chiamo i “creatori di universi”. Credo che se la letteratura è opera di fantasia, essa trova la sua massima espressione nella misura in cui si allontana dal mondo reale e riesce a descrivere mondi alternativi. In controtendenza con gran parte della critica letteraria, ritengo quindi che generi come la fantascienza, l’ucronia e il fantasy siano potenzialmente ai vertici della letteratura, proprio per questa loro capacità creativa portata al massimo grado.

Purtroppo, poi, nella realtà, forse anche per colpa di quegli stessi critici che considerano la letteratura di genere inferiore, tenendone lontano le migliori menti letterarie, avviene che spesso all’immane e geniale capacità creativa di chi si dedica a questi generi non sempre corrisponda un’altrettanto grande capacità narrativa.

Spedizione sundiver” più che immaginare un intero universo o un mondo nuovo, si limita a immaginare, soprattutto gli abitanti della Galassia e lo fa in maniera originale, ponendosi, tanto per fare un esempio, agli antipodi creativi rispetto a serie TV come Star Trek, che, sebbene possano essere divertenti, sono un tipico esempio di cattiva propaganda per la fantascienza. Immaginare, come in Star Trek, una miriade di popoli alieni che differiscono dagli umani solo per la forma delle orecchie, delle sopracciglia o il colore della pelle credo sia non solo un insulto all’intelligenza degli spettatori ma sia una sorta di “blasfemia” nei confronti della scienza e della fantascienza.

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David Brin

Ebbene, come dicevo, David Brin non descrive simili personaggi. In “Spedizione Sundiver” immagina svariate creature aliene, a volte insettiformi (e qui siamo nel cliché fantascientifico), altre volte vegetali e, in particolare, veri protagonisti di questa storia, immagina delle creature che definisce toroidi magnetovori e che vivono nientemeno che all’interno del Sole, e non si parla di certe creature immaginate secoli fa, ma proprio di esseri con una biochimica del tutto diversa dalla nostra e in grado di sopportare le elevatissime temperature e pressioni solariane.

Abitanti del Sole furono immaginati, per esempio, già dal turco Luciano di Samosata nel II secolo dopo Cristo (“Una storia vera”), che descrive il primo viaggio spaziale e la prima battaglia spaziale che si ricordi in letteratura tra Solani e Lunari.

I toroidi sono forme geometriche a forma di ellisse che si nutrono di energia magnetica.

A parte l’aver immaginato questi esseri che, sono pari forse solo al pianeta pensante di “Solaris” di Lem o i procarioti intelligenti di “Nemesis” di Asimov, Brin immagina che l’umanità scopra di non essere sola nella Galassia ma che questa è popolata da ogni sorta di esseri, tutti in comunicazione tra loro e regolati da rigidi rapporti gerarchici tra razze, per cui ci sono le razze più antiche che fungono da guida e da “padrini” per le razze più giovani (ognuna ne cura alcune) e anche l’umanità viene inserita in questo sistema, affidandole il compito di far progredire scimpanzé, delfini e balene (come non pensare a “Il giorno del delfino” o a “Il pianeta delle scimmie”?)  Nella Galassia, infatti, tutti credono che nessuna razza possa assurgere da sola all’intelligenza, senza la guida di una razza superiore. L’umanità rappresenta un rarissimo caso di razza senza un “patrono”, senza una specie più antica che l’abbia guidata all’intelligenza. Si suppone allora che la nostra sia una razza “orfana” e si cerca le tracce della razza che ci ha guidato nell’antichità. Una missione scende nel Sole per cercare se vivessero lì i nostri “patroni” e scopre i toroidi magnetovori. Non rivelo oltre.

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David Brin, infatti, un po’ come fa Asimov nel ciclo dei Robot, ha scelto di impostare il suo romanzo su una trama gialla a base di intrighi tra le varie razze della Galassia. Sarà che se c’è un tipo di libri che non amo è il giallo, sarà che spesso in “Spedizione Sundiver” sembra che succeda ben poco o che al massimo i personaggi si azzuffino tra loro o discutano di aspetti tecnici, ma il fascino della scoperta di queste creature straordinarie esce fortemente stemperato da una trama che mi ha più volte annoiato.

Il romanzo è il primo di un ciclo:

Ciclo delle cinque galassie

Spedizione Sundiver (Sundiver, 1980)

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Toroide

Le maree di Kithrup (Startide Rising, 1983). Premio Nebula 1983, Premio Hugo e Premio Locus 1984.

I signori di Garth (Uplift War, 1987). Premio Hugo 1988 e candidato al Premio Nebula.

Il pianeta proibito (Brightness Reef, 1995)

Le rive dell’infinito (Infinity’s Shore, 1996)

I confini del cielo (Heaven’s Reach, 1998).

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