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ALIENI, ROBOT, L’ILIADE e SHAKESPEARE

Risultati immagini per ilium Dan SimmonsIlium” (2003) di Dan Simmons è sicuramente una lettura impegnativa e non solo per il numero di pagine (il mio e-reader ne contava 2425, 827 ne indica anobii), ma per la complessità dell’ambientazione e della trama e, soprattutto, per i salti continui tra generi letterari diversi come il romanzo storico e la fantascienza.

Oltretutto non parliamo neppure della più classica fantascienza, perché qui, in maniera meno marcata che nel ciclo di Hyperion, Simmons sfiora la fantareligione, mescola viaggi spaziali con viaggi nel tempo, ci parla di futuri e passati remoti, ci mostra un’epopea che attraversa secoli e millenni parlandoci della storia dell’umanità oltre il tempo storico. E il romanzo diviene persino ucronia, quando la vicenda omerica della guerra di Troia è stravolta, per seguire un nuovo, incredibile corso (Achille prevale su Agamennone e Menelao e guida gli achei, facendoli alleare con i troiani).

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Dan Simmons

Tutto ciò rende l’inizio della lettura (per alcune centinaia di pagine!) un po’ faticoso e soprattutto lascia disorientati, perché si fatica a capire dove tutto ciò porti e come mondi così diversi potranno a un certo punto trovare un percorso comune. Eppure lo trovano! Simmons riesce a ricondurre a unità ciò che sembrerebbe inconciliabile. Del resto anche la saga di Hyperion partiva con tante storie separate, che poi si ricongiungevano e si dilatavano verso un tempo lontano. Peccato che questo volume si interrompa, direi, sul più bello, lasciandoci con la curiosità di capire gli esiti di un evento che sta per verificarsi e che non posso che definire “inaudito”, cercando di non spolierare un finale pure troppo aperto.

Simmons, ancora una volta (come con Hyperion) si dimostra un grande creatore di universi letterari. I suoi mondi difficilmente si possono paragonare per ricchezza e fantasia a ben più scarne creazioni di altri autori. Ci perdiamo allora dietro a Dei greci che si “telequantano” (versione da fisica quantistica del teletrasporto), esseri umani che si spostano tramite fax (che li disintegrano per ricostruirli altrove), divinità potenziate da tecnologia nanotech, scoliasti esperti dell’Iliade che, trasportati dal nostro presente per volere di Zeus, studiano in diretta la guerra di Troia, rischiando di interferirvi, mutandola, nascondendosi come Harry Potter, con un Elmo che rende invisibili. Sappiamo bene che gli Dei greci erano soliti assumere sembianze di esseri umani o animali. Non “sapevamo”, però, che lo facessero “morfizzandosi” con una tecnologia quantistica, né che Atena usasse uno scudo di energia. Ci potremmo poi stupire di ascoltare due moravec, robot usati per la colonizzazione delle luneRisultati immagini per ilium Dan Simmons di Giove, che discutono di Shakespeare, Proust e Omero. Non dovremo, però, poi, stupirci se la scena si sposta dalla piana di Ilio all’Antardide o a un Marte terraformato e se Ulisse invece di incontrare Ciclopi e Sirene viaggia nel futuro e lo sentiamo persino spiegare come potrebbe essere un inverno nucleare da fall-out atomico. Ne ci dovremmo stupire di un futuro in cui gli uomini non sanno più leggere o di uno in cui si sono estinti persino i loro discendenti post-umani o di trovare miriadi di Piccoli Omini Verdi con biologia a base di clorofilla su Marte. E se i moravec discutono di Shakespeare, ecco che incontriamo oltre agli eroi omerici anche Prospero, Ariel e Calibano, in versione fantascientifica, partoriti da “La tempesta”. In Hyperion tutto girava attorno al poeta Keats, qui i riferimenti letterari sono un po’ più ampi.

Peccato che quando ci si cominciava a orientare in un tale mix (guazzabuglio?), la storia si interrompe e ci resta la voglia di proseguire leggendo il seguito, “Olympos” (2005), pubblicato in Italia in due volumi: “La guerra degli immortali” e “L’attacco dei Voynix”. Per inciso, i voynix sono strane creature, mezzi servitori, mezzi guardiani, di origine aliena.

CONTINUANO LE INGENUE AVVENTURE SPAZIALI DI JOHN GORDON

Risultati immagini per ritorno alle stelle HamiltonHo letto “I sovrani delle stelle” di Edmond Moore Hamilton (Youngstown, 21 ottobre 1904 – Lancaster, 1º febbraio 1977) scegliendolo tra i volumi presenti nella Sacra Lista della Fratellanza della Fantascienza. Dato che il mio file conteneva anche il sequel “Ritorno alle stelle” (1970), mi sono ritrovato a leggere anche questo, sebbene il romanzo originale non mi avesse entusiasmato.

Come dissi in chiusura al commento del primo, sebbene “Ritorno alle stelle” sia il sequel de “I sovrani delle stelle”, presenta alcuni salti di continuità.

Se, infatti, ne “I sovrani delle stelle” Gordon arriva nel futuro nel corpo del figlio dell’Imperatore, Zarth Arn, con la sola mente, in “Ritorno alle Stelle” Zarth Arn riesce a portare nel suo tempo Gordon con tutto il proprio corpo. Tecnologia, mi pare assai diversa, per quanto improbabili entrambe. Se nel primo libro ci sono pressoché solo esseri umani, un po’ come nei cicli asimoviani, nel secondo volume compare un gran numero di alieni, qui chiamati “non umani”, in una Galassia un po’ razzisticamente divisa tra umani e non-umani, come se questi, pur nella loro diversità, fossero un po’ la stessa cosa, visione un po’ da schiavista WASP, che accomuna tutti i popoli non bianchi in un “ammasso generico” e in qualche modo inferiore. Se non altro sono due romanzi distinti, perché se fossero stato uno solo, questo avrebbe perso molto di unitarietà.

Le ripetizioni, già abbondantissime nella prima parte, nella seconda sembrano aumentare, forse giustificate dal rivolgersi a lettori che magari non abbiano letto il primo romanzo o l’abbiano fatto parecchio tempo prima. Del resto il sequel esce parecchi anni dopo il romanzo originale, essendo il primo del 1947 e il secondo del 1970, e si può capire un’impostazione diversa.

La centralità di John Gordon e il suo stupore per trovarsi in un lontano futuro in un corpo che non gli appartiene si perde nel secondo libro e il suo trovarsi nel mezzo di eventi colossali appare meno giustificato e il racconto si fa meno avvincente.

Continua a disturbarmi l’ingenuità del mondo descritto in cui la nostra Galassia sembra la copia allargata di un nostro regno del secolo scorso, minimizzando le difficoltà di gestire un impero con un numero di stelle che va dai 150 ai 400 miliardi (a seconda delle stime), così come il fatto che occorra disturbare un’altra Galassia (la Piccola Nube di Magellano) per trovare dei nemici alieni degni di affrontare l’umanità, come se tra tanti soli non vi potessero essere sufficienti insidie per un impero gestito con piglio familistico da due fratelli e pochi altri.

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Edmond Hamilton

Alieni descritti come così orribili che ogni altro alieno prova raccapriccio nel vederli e si penserebbe a Lovecraft, se non fosse che poi Hamilton ci fornisce alcune descrizioni a base di verminai e ammassi di serpenti.

Le avventure sono tante e spesso le scazzottate risolvono i problemi, come se lo scontro fisico dovesse ancora essere importante in una Galassia con una tecnologia tanto avanzata da rendere banale spostarsi da una galassia all’altra.

Il ciclo è considerato un caposaldo della fantascienza d’avventura, ma sebbene io ami sia la fantascienza, sia le storie di avventura, ho la sensazione che simili mirabolanti imprese spaziali siano proprio quelle che forniscono al grande pubblico un’immagine distorta della fantascienza, come di un vacuo contenitore per armi laser, missili, alieni e mostri vari, mentre per me è molto di più. Innanzitutto è un importante momento di riflessione su chi siamo e su dove stiamo andando, se non anche da dove veniamo, ma anche sulla grande varietà di alternative evolutive, di forme sociali, di sviluppi tecnologici. Ridurre tutto a uno scontro con armi di distruzione di massa, mi disturba per la sua ingenuità.

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La Piccola Nube di Magellano

INGENUE MIRABOLANTI AVVENTURE IN UN LONTANO FUTURO

Risultati immagini per i sovrani delle stelle hamiltonSpesso chi non legge fantascienza abitualmente, associa a questa parola storie che appartengono al sottogenere della “space opera”, in cui si assiste a scontri tra regni siderali, battaglie spaziali e avventure interstellari. Se la fantascienza fosse davvero solo questo, dubito che ne leggerei molta e, in effetti, la “space opera” mi pare la parte più ingenua e infantile di questo genere, anche se ha prodotto alcune opere importanti e alcune assai famose, basti pensare alla saga di “Star wars”, che per molti è sinonimo di fantascienza.

Un autore che ha contribuito fortemente a forgiare la “space opera”, definendone le caratteristiche con le proprie opere è l’americano Edmond Moore Hamilton (Youngstown, 21 ottobre 1904 – Lancaster, 1º febbraio 1977), di cui ho appena letto “I sovrani delle stelle” (1947), opera che si colloca agli albori della fantascienza e che ancora sembra risentire dello stile e dell’approccio dei precursori del genere, come Wells e Lovecraft. Di quest’ultimo, in maniera decisamente meno accentuata, ho ritrovato il gusto per gli aggettivi iperbolici, per descrivere lo stupore del protagonista di fronte a mondi nuovi.

Se ne “La macchina del tempo” il protagonista immaginato da Wells si spostava di ben 800.000 anni nel futuro, il viaggio di John Gordon in questo romanzo non è molto da meno, attraversando ben 200.000 anni.

Oggi mi pare quanto mai azzardato cercare di immaginare il futuro tra così tanti anni, considerando che basta andare indietro di diecimila anni per ritrovarci nella preistoria. Hamilton mescola in questo romanzo, non senza una certa ingenuità, tipica di quegli anni pionieristici, telepatia, viaggi nel tempo e battaglie spaziali da space opera.

L’ipotesi è che un uomo del XX secolo sia scelto da uno studioso del futuro come cavia per un esperimento di scambio corporeo attraverso il tempo. Ovvero lo studioso del futuro trasferisce la propria mente nel corpo di Gordon, mentre la mente di questo si trasferisce in quella dell’uomo del futuro, effettuando di fatto un balzo avanti nel tempo di 200.000 anni. Non posso allora non pensare di nuovo a Lovecraft e ai suoi Antichi, le cui menti si insinuavano nelle menti degli uomini del secolo scorso.

I sovrani delle stelle” è un libro pieno di colpi di scena e di soluzioni sorprendenti. Tanto per cominciare, lo studioso in questione altri non è che il figlio dell’Imperatore di metà galassia. Una serie di avventure e disavventure porteranno Gordon a diventare per un po’ egli stesso Imperatore, guidando la Galassia contro un’invasione proveniente dall’esterno, lui, che a New York era solo un piccolo contabile, come si ripete spessissimo. Ovviamente si innamora anche di una bella principessa, ricambiato.

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Edmond Moore Hamilton

Il succedersi rocambolesco degli eventi tiene il lettore attaccato al libro, ma non si può non notare la grande ingenuità dell’insieme, degno di un fumetto per ragazzi. Già il fatto che combattersi non siano sistemi stellari ma addirittura intere Galassie, rende l’idea di quanto le conoscenze astronomiche fossero sottovalutate, ma questo appare ancor più evidente quando si vede che i vari regni dell’Impero hanno i nomi delle Costellazioni, come se queste fossero dei veri ammassi stellari.

In 200.000 anni la tecnologia ha fatto dei progressi, soprattutto nel rendere possibili spostamenti velocissimi tra stelle di immane distanza, ma molte cose rimangono assai primitive e spesso i problemi si risolvono con qualche scazzottata. Singolari le pistole “atomiche”, legati a un’idea dell’energia nucleare ancora non ben delineata.  Per comunicare si usano dei fantomatici “telestereo”, che tanto moderni oggi non sembrano più. Una buon intuizione sono gli incrociatori fantasma, navi spaziali non rilevabili dai sistemi di controllo, un po’ come certi moderni aerei “invisibili”, ma anche qui non sembra di essere poi così avanti nel tempo.

C’è poi il celebre Distruttore, la cui natura non posso rivelare, essendo uno dei misteri della narrazione.

Il romanzo ha un seguito, che ho già cominciato a leggere (credendo fosse la seconda parte del volume, dato che era nello stesso file) “Ritorno alle stelle” (1970). Dopo qualche pagina mi sono domandato che cosa c’entrasse con la prima parte e già mi stavo preparando ad abbassare la votazione dell’opera nella mia mente.

Se, infatti, ne “I sovrani delle stelle” Gordon arriva nel futuro nel corpo del figlio dell’Imperatore Zarth Arn, con la sola mente, in “Ritorno alle Stelle” Zarth Arn riesce a portare nel suo tempo Gordon con tutto il proprio corpo. Tecnologia, mi pare assai diversa, per quanto improbabili entrambe. Se nel primo libro ci sono pressoché solo esseri umani, un po’ come nei cicli asimoviani, nel secondo volume compare un gran numero di alieni, qui chiamati “non umani”, in una Galassia un po’ razzisticamente divisa tra umani e non-umani, come se questi, pur nella loro diversità, fossero un po’ la stessa cosa, visione un po’ da schiavista WASP. Ne dirò meglio quando l’avrò finito, qua dico solo che è un bene non siano due parti dello stesso libro, perché l’opera avrebbe perso molto di unitarietà. Inoltre, le ripetizioni, già abbondantissime nella prima parte, nella seconda sembrano aumentare, ma erano giustificate dal rivolgersi a lettori che magari non avessero letto il primo romanzo o l’avessero fatto parecchio tempo prima. Del resto il sequel esce parecchi anni dopo il romanzo originale e si può capire un’impostazione diversa.

In conclusione, se avete voglia di una lettura leggera, un po’ vintage, piena di avventure, ma parecchio ingenua, “I sovrani delle stelle” fa per voi e per qualche ora di relax. Se cercate fantascienza che faccia ragionare e riflettere, guardate altrove.

Se cercate della “space opera” che non sia solo avventura, leggete “Miliardi di tappeti di capelli”, il ciclo di “Hyperion” di Dan Simmons, “Le insidie di Tschai” di Jack Vance e, ovviamente, il ciclo “Fondazione” di Isaac Asimov.

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L’EVOLUZIONE DELL’UOMO È STATA GUIDATA DAL SOLE?

Risultati immagini per spedizione sundiverFaccio piuttosto fatica a valutare un romanzo come “Spedizione Sundiver” (1980) di David Brin (Glendale, 6 ottobre 1950). Da una parte mi è parso uno splendido e affascinante esempio di creazione fantascientifica, dall’altra l’ho trovato spesso lento se non noioso.

Credo che il massimo livello della letteratura sia, in teoria, raggiunto solo da quelli che chiamo i “creatori di universi”. Credo che se la letteratura è opera di fantasia, essa trova la sua massima espressione nella misura in cui si allontana dal mondo reale e riesce a descrivere mondi alternativi. In controtendenza con gran parte della critica letteraria, ritengo quindi che generi come la fantascienza, l’ucronia e il fantasy siano potenzialmente ai vertici della letteratura, proprio per questa loro capacità creativa portata al massimo grado.

Purtroppo, poi, nella realtà, forse anche per colpa di quegli stessi critici che considerano la letteratura di genere inferiore, tenendone lontano le migliori menti letterarie, avviene che spesso all’immane e geniale capacità creativa di chi si dedica a questi generi non sempre corrisponda un’altrettanto grande capacità narrativa.

Spedizione sundiver” più che immaginare un intero universo o un mondo nuovo, si limita a immaginare, soprattutto gli abitanti della Galassia e lo fa in maniera originale, ponendosi, tanto per fare un esempio, agli antipodi creativi rispetto a serie TV come Star Trek, che, sebbene possano essere divertenti, sono un tipico esempio di cattiva propaganda per la fantascienza. Immaginare, come in Star Trek, una miriade di popoli alieni che differiscono dagli umani solo per la forma delle orecchie, delle sopracciglia o il colore della pelle credo sia non solo un insulto all’intelligenza degli spettatori ma sia una sorta di “blasfemia” nei confronti della scienza e della fantascienza.

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David Brin

Ebbene, come dicevo, David Brin non descrive simili personaggi. In “Spedizione Sundiver” immagina svariate creature aliene, a volte insettiformi (e qui siamo nel cliché fantascientifico), altre volte vegetali e, in particolare, veri protagonisti di questa storia, immagina delle creature che definisce toroidi magnetovori e che vivono nientemeno che all’interno del Sole, e non si parla di certe creature immaginate secoli fa, ma proprio di esseri con una biochimica del tutto diversa dalla nostra e in grado di sopportare le elevatissime temperature e pressioni solariane.

Abitanti del Sole furono immaginati, per esempio, già dal turco Luciano di Samosata nel II secolo dopo Cristo (“Una storia vera”), che descrive il primo viaggio spaziale e la prima battaglia spaziale che si ricordi in letteratura tra Solani e Lunari.

I toroidi sono forme geometriche a forma di ellisse che si nutrono di energia magnetica.

A parte l’aver immaginato questi esseri che, sono pari forse solo al pianeta pensante di “Solaris” di Lem o i procarioti intelligenti di “Nemesis” di Asimov, Brin immagina che l’umanità scopra di non essere sola nella Galassia ma che questa è popolata da ogni sorta di esseri, tutti in comunicazione tra loro e regolati da rigidi rapporti gerarchici tra razze, per cui ci sono le razze più antiche che fungono da guida e da “padrini” per le razze più giovani (ognuna ne cura alcune) e anche l’umanità viene inserita in questo sistema, affidandole il compito di far progredire scimpanzé, delfini e balene (come non pensare a “Il giorno del delfino” o a “Il pianeta delle scimmie”?)  Nella Galassia, infatti, tutti credono che nessuna razza possa assurgere da sola all’intelligenza, senza la guida di una razza superiore. L’umanità rappresenta un rarissimo caso di razza senza un “patrono”, senza una specie più antica che l’abbia guidata all’intelligenza. Si suppone allora che la nostra sia una razza “orfana” e si cerca le tracce della razza che ci ha guidato nell’antichità. Una missione scende nel Sole per cercare se vivessero lì i nostri “patroni” e scopre i toroidi magnetovori. Non rivelo oltre.

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David Brin, infatti, un po’ come fa Asimov nel ciclo dei Robot, ha scelto di impostare il suo romanzo su una trama gialla a base di intrighi tra le varie razze della Galassia. Sarà che se c’è un tipo di libri che non amo è il giallo, sarà che spesso in “Spedizione Sundiver” sembra che succeda ben poco o che al massimo i personaggi si azzuffino tra loro o discutano di aspetti tecnici, ma il fascino della scoperta di queste creature straordinarie esce fortemente stemperato da una trama che mi ha più volte annoiato.

Il romanzo è il primo di un ciclo:

Ciclo delle cinque galassie

Spedizione Sundiver (Sundiver, 1980)

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Toroide

Le maree di Kithrup (Startide Rising, 1983). Premio Nebula 1983, Premio Hugo e Premio Locus 1984.

I signori di Garth (Uplift War, 1987). Premio Hugo 1988 e candidato al Premio Nebula.

Il pianeta proibito (Brightness Reef, 1995)

Le rive dell’infinito (Infinity’s Shore, 1996)

I confini del cielo (Heaven’s Reach, 1998).

Terra!

Centrale era il grido “Terra!” lanciato da Rodrigo di Triana nel mio romanzo “Il Colombo divergente”, quando fu scoperta l’America, anche se poi, le vicende ucroniche successive impediranno a Colombo di tornare direttamente in Spagna, restando prigioniero degli aztechi.

Terra”  è il titolo del numero monografico di “ProgettandoIng” appena uscito, ma al suo interno non si parla della scoperta del nuovo continente.

Contiene però due miei contributi, l’articolo “Una nuova terra tra le stelle?” e il racconto di fantascienza “Una nuova terra per il califfato”. Si tratta dei soli contributi letterari della rivista dell’ordine degli ingegneri, essendo gli altri di carattere tecnico.

VIAGGIARE VERSO L’IGNOTO SU NAVI ALIENE

La porta dell’infinito” di Frederik Pohl è un romanzo autoconclusivo che fa parte della serie degli Heechee. Gli Heechee sono una misteriosa Risultati immagini per la porta dell'infinito pohlevolutissima razza aliena ormai estinta, di cui l’umanità ha trovato su un piccolissimo mondo del sistema solare scoperto in ritardo una loro base spaziale, completa di numerose navi spaziali.

Il problema è che nessuno conosce la tecnologia Heechee e non si sa come pilotare le navi, per cui alcuni esploratori vi salgono sopra e si lasciano guidare alla volta di destinazioni imprevedibili, sperando di fare qualche importante scoperta, per le quali sarebbero ricompensati assai profumatamente dalla compagnia che organizza i viaggi. Il protagonista Robinette Broadhead, un uomo con nome da donna, è uno di questi “cercatori” (piuttosto che esploratori). Suo compagno di vita è un computer psicologo che cerca di fargli superare un certo complesso.

Il fascino di questo romanzo sta più che nella ricostruzione dei problemi psicologici di Robinette nella strana roulette russa rappresentata dai viaggi spaziali su navi aliene, dai quali molti non fanno mai ritorno o tornano cadaveri a bordo delle navi autopilotate e nella progressiva scoperta della misteriosa e superiore tecnologia Heechee.

I romanzi della serie sono:

  • La porta dell’infinito (Gateway, 1977)
  • Oltre l’orizzonte azzurro (Beyond the Blue Event Horizon, 1980)

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    Frederik George Pohl Jr. (New York, 26 novembre 1919 – Palatine, 2 settembre 2013)

  • Appuntamento con gli Heechee (Heechee rendezvous, 1984)
  • Gli annali degli Heechee (Annals of the Heechee, 1987)
  • The Gateway Trip, 1990
  • The Boy Who Would Live Forever: A Novel of Gateway, 2004

Dopo aver finito il primo, la tentazione di cominciare il successivo e arrivare allo”Appuntamto con gli Heechee” è forte. Non per nulla “La porta dell’infinito” ha vinto tutti i principali premi di fantascienza: il Premio Hugo, il Premio Nebula, il Premio Campbell e il Premio Locus.

 

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ALLUCINOGENI, FANTARELIGIONE E LA GRAN TESTA DI DICK

Risultati immagini per le tre stimmate di palmer eldritchPhilip K. Dick non è certo il più classico degli autori di fantascienza, pur essendo uno dei grandi nomi della fantascienza di epoca classica. La sua grande creatività e la sua capacità di guardare il mondo con occhi diversi lo hanno portato a scrivere romanzi e racconti che si muovono oltre i confini del genere. Non per nulla una delle opere pioneristiche dell’ucronia (“La svastica sul sole”) ha la sua firma.

Con “Le tre stimmate di Palmer Eldritch” (The Three Stigmata of Palmer Eldritch – 1965) pur portandoci attraverso cliché del genere, come i viaggi spaziali, la colonizzazione di altri mondi e le invasioni aliene, Dick ci offre un contesto ben diverso. Ci parla di droghe come Wallace in “Infinite Jest” non sa fare, inventandone di nuove, con nuovi effetti. Le immagina legate a dei Progetti (come il Can-D), dei sistemi per favorire dei viaggi guidati in altri mondi o addirittura come strumenti per il controllo dell’umanità e veicoli di invasioni aliene (come la Chew-Z). La diffusione di queste droghe hanno effetti non solo sulle menti e i corpi di chi le assume, ma sull’intera società e diventano metafora di un consumismo dilagante, di un sistema di controllo e assuefazione delle masse che fa pensare a un certo uso dei media.

Eppure “Le Tre Stimmate di Palmer Eldritch” sono anche altro: sono analisi e riflessione sui confini del reale, anticipando la moderna confusione con il virtuale e l’odierna manipolazione dell’informazione mediatica. Sono riflessione su Dio, sull’unicità dell’Uomo nell’universo, sul rapporto con il diverso e l’alieno. Sono, in fondo, un raro esempio (e certo uno dei primi) di fantareligione. Mi chiedo persino se avremmo potuto avere un Simmons con il suo ciclo di “Hyperion” senza quest’opera dickiana.

La visione della droga e degli alieni, pur muovendosi sui piani dell’allucinazione, non ci porta verso i mostri ancestrali di Lovecraft, né a un’analisi delle paure umane come negli scritti di Stephen King, ma, nel guidarci in viaggi nel tempo e nello spazio, mantiene una profonda razionalità, quasi asimoviana, per quanto il russo-americano sia agli antipodi rispetto a Dick.

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Philip K. Dick

L’opera si nutre di un’ambientazione articolata.

Ci ritroviamo in un mondo in cui il surriscaldamento globale è andato così avanti che a New York ci sono 80 gradi centigradi e quando il sistema di refrigerazione delle case si guasta, chi ci rimane dentro si cuoce, in un mondo in cui, secondo la visione romantica della fantascienza di epoca classica l’umanità ha colonizzato Marte, Venere, Ganimede e altri luoghi del sistema solare e riesce a viaggiare fino a Proxima Centauri, ma in cui alcune cose sono andate avanti ma non troppo, abbiamo per esempio degli “omeogiornali” ma non internet, dei medici-valigetta che somigliano a personal computer, ci sono individui con capacità precognitive, dei veggenti detti Precog, utilizzati per prevedere la moda futura, c’è una droga, la citata Can-D, assunta assieme a dei programmi onirici detti Progetti, ci sono tecniche “evolutive” che permettono di trasformare le persone per adattarle ad ambienti alieni, trasformandoli nelle cosiddette “Teste a bolla”, ci sono ancora i transistor e c’è chi pensa di trovare Dio su Proxima Centauri.

Il romanzo riprende degli elementi di un precedente racconto di Dick, “I giorni di Perky Pat” (The Days of Perky Pat), pubblicato nel dicembre 1963. Chi assume la Can-D si trova nel mondo della bambola Perky Pat, una sorta di barbie, che nella visione allucinata diviene forse più una sexy-doll.

Leggo su wikipedia che “In medicina le stimmate sono le variazioni palesi e manifeste al fenotipo che possono essere segno distintivo rispetto alla condizione comune.Risultati immagini per le tre stimmate di palmer eldritch

A un approccio semplicistico alla diagnosi sono i segni caratteristici che indirizzano per la loro sola presenza in maniera evidente, a essere elementi qualificanti per indurre l’attribuzione a determinate condizioni patologiche.

Le stimmate di Palmer Eldritch sono la sua bocca dai denti d’acciaio, la sua mano meccanica e i suoi occhi artificiali, che lo connotano come una sorta di cyborg. Ma chi è Palmer Eldritch? E dov’è veramente? Come una sorta di Dio (e qui le stimmate alludono a quelle di Cristo, ovviamente, le piaghe nelle mani, nei piedi e nel costato), grazie al diffondersi della droga Chew-Z, Palmer Eldritch è ovunque e ambisce a essere ciascuno di noi: Dio è in ciascuno di noi, no? Ma Palmer Eldritch procede per gradi: all’inizio ambisce solo a “essere un pianeta”, ovvero ogni abitante di Marte.

Qualcosa si nasconde dietro Palmer Eldritch? Non voglio rivelare oltre, perché l’opera è più complessa di quello che potrebbe sembrare a un lettore superficiale e merita di essere affrontata con attenzione.

 

Di Dick leggi anche:

Tempo fuor di sesto

Ubik

La svastica sul sole

Noi marziani

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