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LA FANTAPSICHIATRIA UCRONICA

Risultati immagini per l'uomo che credeva di essere se stessoHo trovato “L’uomo che credeva di essere se stesso” tra i romanzi della “Fratellanza della Fantascienza” di Anobii, eppure questo romanzo dell’inglese David Ambrose si può dire solo in parte fantascienza. Semmai saremmo più dalle parti della “fantapsichiatria”, se un simile genere esiste, e non mancano elementi per poter inserire questo romanzo tra quelli che, in qualche modo si occupano di ucronia.

L’inizio parte alla grande, con il protagonista subito coinvolto in una serie di incidenti mortali, che lo riguardano direttamente e da cui scampa miracolosamente, o che riguardano la moglie e il figlio.

Poi le cose si complicano e ci si sposta dalle parti della schizofrenia (anche se nel libro si dice che, quello di Rick – Richard non è un vero e proprio caso di schizofrenia). Da lì, si scopre che, forse, per effetto di uno di tali incidenti, il protagonista vive due vite (e si tirano in ballo persino le teorie quantistiche sugli universi paralleli), anzi, le viveva, prima che le due personalità non si trovassero a convivere nel medesimo corpo.

David Ambrose

Mentre Richard vive e ricorda un mondo che è il nostro. Rick viene da un universo divergente (ma qui lo chiamano mondo parallelo, pur spiegando che le divergenze temporali sono perpendicolari) in cui John Kennedy non è morto (e neppure Marylin Monroe) e, alla fine naturale del suo mandato, gli è succeduto il fratello Bob, anche lui non assassinato. E non si può qui non pensare ai disperati tentativi del viaggiatore nel tempo di “22/11/’63” di Stephen King.

Comunque, l’aspetto storico-ucronico, ne “L’uomo che credeva di essere se stesso” ha un peso relativo. Tutto è incentrato sul protagonista e sugli psichiatri e psicologici che cercano di capire qualcosa di questa sua sorta di schizofrenia.

I rivolgimenti della “verità” che si credeva di aver scoperto, sono numerosi, rendendo quest’opera interessante e avvincente, anche se forse un po’ troppo contorta e anche se viaggiare nel tempo usando la mente è un concetto che credo di aver già sentito, anche se ora mi sfugge dove e se la possibilità di mettere in comunicazione universi divergenti si può trovare anche nel mio “Via da Sparta”.

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L’AMORE, LA MEMORIA E IL FANTASY DEL NOBEL

Risultati immagini per il gigante sepolto di kazuo ishiguroIl gigante sepolto” di Kazuo Ishiguro, autore da poco premiato con il premio nobel di cui avevo già letto la splendida ucronia “Non lasciarmi”, è un fantasy che parte con un passo diverso dagli altri, non saprei se con passo da gigante, ma pur sapendo di leggere una storia del genere, ci si comincia a muovere in un mondo in cui la magia sembra esserci, ma non essere poi così evidente. Non ci corrono, insomma, subito incontro, folletti, gnomi e giganti. Quanto a presenza di magia e creature fantastiche, siamo più dalle parti de “Il trono di spade”, che de “Il signore degli anelli” o di “Harry Potter”. Mentre i modesti emuli di Tolkien e Lewis spesso scrivono solo avventure per bambini cresciuti di principesse da salvare e draghi da uccidere, Ishiguro utilizza il fantasy come uno strumento per narrarci di altro. Ci parla, dunque, soprattutto della memoria, della sua mancanza, del suo ruolo nelle cose del mondo e nei rapporti tra le persone e, soprattutto, nell’amore. E di amore, in fondo, questo romanzo parla, pur non essendo certo una storia d’amore nel senso classico, con due giovani che si amano tra mille peripezie. Qui si parla soprattutto di amore senile. Di come muti in una coppia che si avvicina alla fine dei propri giorni assieme, di come le cose belle e brutte che sono capitate loro abbiano contribuito a creare un legame forte, diverso dalla semplice passione, dal colpo di fulmine, che all’improvviso può legare due giovani.

Per parlarci di questo Ishiguro usa un drago, che non vediamo quasi mai, ma il cui fiato ha sparso sul mondo e sulla nostra coppia di vecchi la dimenticanza. C’è insomma nel romanzo un drago, come ci sono orchi e qualche altra creatura magica, ma, se ci fa caso, l’autore ci ha messo qualcosa di diverso da quello che avrebbe potuto metterci un autore totalmente occidentale. Il drago non è solo una creatura aliena, un mostro da combattere con spada e lancia. Si sente qualcosa dello spirito animista dell’antico Giappone. Il Risultati immagini per il gigante sepolto di kazuo ishigurodrago qui è una sorta di divinità minore, anche se la sua magia è mossa da un sortilegio dell’antico, mitico Merlino, qui ormai morto. Come in varie culture asiatiche, spesso i draghi giapponesi sono divinità dell’acqua, associate alle precipitazioni e ai fiumi, tipicamente rappresentati come grandi creature serpentine senza ali ma con lunghi artigli. Anche di questo drago (una femmina) si dice che “sembra un verme” e lo troviamo in fondo a una grotta e lì sarà affrontato, non in una battaglia aerea come quelle, per esempio, de “Il trono di spade”.

Ci muoviamo, allora, assieme ai due vecchi dalla memoria corta. Eppure la loro è ben più lunga di quella di tanti giovani delle loro terre.  Non sono solo loro, in effetti, ad avere poca memoria, ma tutto il mondo, da quando vi è calata quella che i vecchi chiamano “La Nebbia”, un qualcosa che nasconde i ricordi.

Ecco così che, da questa nebbia, poco a poco i personaggi prendono forma, il paesaggio si delinea, la storia si svela e compaiono persino le prime creature fantastiche e, in particolare, si comincia a parlare di questo mitico drago, i cui poteri sembra vadano al di là di quel che i più credono e che assume via via un ruolo sempre più centrale nella storia.

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Kazuo Ishiguro (カズオ・イシグロ? o 石黒 一雄 Nagasaki, 8 novembre 1954) è uno scrittore giapponese naturalizzato britannico, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 2017

All’inizio del romanzo si parla, come si diceva, soprattutto dell’importanza della memoria, di come l’amore si nutra di ricordi e di quanto sia difficile un amore senza memoria di sé. La vicenda si muove con il passo lieve delle fiabe in questo mondo incantato più per la mancanza di passato che per la magia. Mancanza di passato che non vuol dire però sua reale assenza, perché lo spazio della narrazione è spazio storico o pseudo-storico. Siamo in Gran Bretagna, tra britanni e sassoni e Artù non è morto da molto. Incontriamo persino uno dei suoi mitici cavalieri, il suo nipote Galvano, ormai molto anziano, ma sempre bardato nella sua antica armatura e pronto a esser paladino dei deboli ed eroe nelle imprese più ardue e la magia di Merlino ancora permea ogni cosa. Sembrerebbe un classico fantasy di derivazione arturiana, ma le origini anglo-nipponiche dell’autore si fanno sentire e, soprattutto, si fa sentire la penna di un uomo che sa scrivere e che è solito farlo anche con storie di altro genere. All’apparenza, dunque, ci regala un fantasy dei più classici, ma nella sostanza la storia è ben altro.

LA VANITÀ DEL MONDO

Risultati immagini per la fiera della vanità NewtonLa trama de “La Fiera delle Vanità” (Vanity Fair: A novel without a Hero) di William Makepeace Thackeray potrebbe forse essere riassunta come una delle più banali e coinvolgenti per una storia d’amore, con una fanciulla che si innamora di un giovanotto, lo sposa nonostante l’ostilità della famiglia, rimane incinta, lui muore, l’amico di lui, da sempre innamorato di lei la corteggia ma lei resiste per diciotto anni, forte dell’amore per l’amico scomparso. Quando ormai il corteggiatore sta per cedere, un’amica le rivela cose che non avrebbe voluto sapere del marito defunto, piegandone finalmente la resistenza.

Questa “vana” trama che ruota attorno ad Amelia Sedley, affiancata da altre che riterrei minori (come le vicende dell’arrivista Rebecca Sharp, pronta a tutto per conquistarsi un posto in società), serve, però, a questo autore classico della letteratura inglese del XIX secolo come base per descrivere un mondo di vanità, “La Fiera delle Vanità” del titolo, qual’era la civiltà inglese ai tempi della caduta di Napoleone Bonaparte e delle guerre con la Francia, una fiera che anticipa molti aspetti della nostra attuale decadenza, un mondo fatto di complessi rapporti e liti familiari, di delicati e intricati rapporti sociali, di guerre, di feste, di mondanità.

Oggi tutto ciò si legge soprattutto come un documento di come fosse il mondo allora, di come vivessero gli inglesi in quell’inizio di XIX secolo, ormai ben duecento anni fa. Interessante per me cercare di capire il valore della sterlina allora assai maggiore di adesso, scoprire come gli avanzamenti di grado nell’esercito venissero normalmente acquistati in denaro e in nessun modo questo suonasse come una forma di corruzione, ma somigliasse un po’ al sistema con cui oggi acquista una licenza un tassista, un negoziante o un gondoliere. Suonandomi ben strana la pratica, mi viene dunque oggi da riflettere su quanto siano realmente “giuste” le analoghe pratiche moderne appena citate.

Come dice il titolo inglese (Vanity Fair: A novel without a Hero) – e come viene detto all’interno dell’opera –  visto che questo è un romanzo senza un eroe, lasciate che abbia almeno un’eroina, ma Amelia ha ben poco di eroico, è piuttosto una vittima della società, della mondanità e della propria ingenuità. Questa appare dunque, come certo desiderato dall’autore, come un’opera senza eroi, ma se non ci sono, difficilmente può esserci avventura e senza siamo nel grigiore della quotidianità, seppure imbellettata dall’ambientazione storica e dal perfido contesto mondano. Questo, penso, sia una delle cose che mi ha reso più pesanti la lettura.

L’epoca narrata è antecedente a quella dell’autore, seppure non di molto, e questo lo porta a descrivere quegli anni come un’epoca già diversa dalla sua. “La Fiera delle Vanità”) uscì, infatti, a puntate mensili tra il 1847 e il 1848 e, poi, unitariamente, alla fine di tale anno.

La novità per quell’epoca pare fosse avere una protagonista non più tutta virtù o vizio e il descrivere una nuda realtà quotidiana in cui vale più il buon senso che un vacuo sentimentalismo.

Il romanzo non si può definire prolisso (dato che è vivace e ricco di scenette) come mi sono parse altre opere ottocentesche, ma le 662 pagine dell’edizione Newton Compton mi sono parse davvero tante, anzi decisamente troppe, soprattutto per una trama come quella descritta all’inizio che riscuote in me un interesse quasi nullo. Ho letto opere assai più lunghe, magari divise nei numerosi volumi di una saga, ma parlare delle vanità del mondo e degli amori di una ragazzetta scialba per così tanto, francamente mi ha un po’ stancato e devo dire di aver tratto un sospiro di sollievo quando sono finalmente arrivato all’ultima pagina.

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William Makepeace Thackeray (Calcutta, 18 luglio 1811 – Londra, 24 dicembre 1863) è stato uno scrittore inglese, noto soprattutto per le sue opere satiriche, in particolare La fiera delle vanità. È pure noto per essere l’autore del romanzo Le memorie di Barry Lyndon, da cui è stato tratto il film Barry Lyndon di Stanley Kubrick.

La lunghezza di quest’opera, tra l’altro, mi ha portato a fare qualcosa che non avevo mai fatto prima in vita mia: abbandonare la versione cartacea e passare all’e-book.

Mantengo, infatti, normalmente, in lettura almeno un libro su carta e uno in formato elettronico, dato che quelli in e-book li posso leggere in T.T.S. e quindi in circostanze ben diverse dai cartacei (mentre guido, cammino, sono in palestra, cucino…). Il tempo per leggere su carta per me si è ridotto ogni anno di più, dunque la percentuale di libri letti, anzi ascoltati, con Text To Speech, sono ormai divenuti ampia maggioranza. Rendendomi, dunque, conto di non riuscire a progredire molto nella lettura dell’opera di Thackeray, ho deciso di lasciare il cartaceo e riprendere la lettura in e-book, riuscendo così a completarlo. Se non l’avessi fatto, me lo sarei trovato in attesa di essere finito forse ancora quest’estate. Le sue dimensioni fisiche, tra l’altro, mi rendevano anche scomodo portarmelo dietro in quelle occasioni in cui spesso leggo su carta, come in fila in qualche ufficio, pratica peraltro che mi capita sempre meno da quando moltissime attività che un tempo richiedevano uno spostamento di persona si possono fare on-line.

Insomma, questo libro segna una nuova tappa del mio abbandono di quel supporto desueto che è la carta. Fenomeno questo che mi sorprende per la sua rapidità, se penso che il primo libro che lessi in elettronico fu “L’eleganza del riccio”, nell’agosto del 2010 (lo feci al PC, non avendo ancora un e-reader). Trascorse poi un anno, fino al settembre 2011, prima che mi decidessi ad acquistare il primo e-reader, di cui apprezzai da subito la possibilità di leggere in T.T.S. Nel 2012 gli e-book erano 43 su 64 letture. Insomma, in meno di sette anni, sto ormai quasi per rinunciare alla lettura su carta, se non fosse che ho ancora tanti cartacei da leggere. Se dovessi riservare anche a questi volumi l’approccio seguito con “La Fiera della Vanità” o addirittura iniziarli direttamente in elettronico, penso che finirò per abbandonare del tutto la carta.

 

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LA FALSA FANTASCIENZA DELLA LESSING

Risultati immagini per shikasta doris lessingPenso non sia giusto valutare un autore leggendone un solo libro. Per essere del tutto giusti si dovrebbe leggere tutto ciò che ha pubblicato, ma il tempo è limitato e i libri da leggere sono una quantità sterminata. Al ritmo di 50 l’anno (circa uno la settimana), in 50 anni se ne possono leggere 2500. Pochissimi! Come si può allora dare una seconda possibilità a un autore o un’autrice che di cui abbiamo letto qualcosa che non c’è piaciuto? A volte lo faccio. È persino più facile che legga due volte un autore che non mi è piaciuto di uno che ho apprezzato, perché cerco di capire se mi sono sbagliato nel mio giudizio, se, magari, ho scelto il libro sbagliato. Non riesco a credere che un libro non mi sia piaciuto!

Tornare a leggere tre volte un autore che proprio non funziona è uno sforzo notevole, ma quando mi scontro con grandi firme, autori di classici immortali, di bestseller dal successo planetario, premiati con i massimi riconoscimenti internazionali che al primo colpo non mi sono piaciuti e neppure al secondo, può essere che provi una terza volta. Con Hemingway è andata così. Leggendo “Il vecchio e il mare” ne ho finalmente colto la grandezza. Con Dostojevsky non c’è ancora stato verso di digerirlo.

Di Doris Lessing, premio nobel nel 2007 e scomparsa nel 2013, avevo letto prima “Martha Quest” e poi, da poco, ho letto “Memorie di una sopravvissuta”. Ho già scritto perché questi libri non mi hanno convinto. “Memorie di una sopravvissuta”, però, era solo il primo tentativo di fantascienza di quest’autrice, così ho voluto provare una sua opera più matura e importante. Ho affrontato così “Shikasta”, un testo del 1979, primo volume del ciclo “Canopus in Argos: Archivi”.

Martha Quest” partiva bene ed era persino ben scritto. “Memorie di una sopravvissuta” aveva un’idea che mi piaceva ma era, invece, scritto davvero male. Entrambi, inoltre, mi sono parsi superficiali, soprattutto considerando il riconoscimento ottenuto dalla Lessing.

Anche “Shikasta” parte con un buon respiro. Credo che i “creatori di mondi” siano tra gli autori quelli più fantasiosi e geniali e quello che stavo cominciando a leggere era la storia di un mondo inventato: ottimo!

Solo che presto la Lessing si perde in una totale astrattezza. Recupera quando, con una sorta di mini antologia di racconti, presenta alcuni Risultati immagini per shikasta doris lessingpersonaggi, denominato semplicemente Individuo 1, Individuo 2 e così via. Ci troviamo finalmente con storie che parlano di esseri viventi e non di grandi masse indistinte di popolazione (nulla contro questo genere di descrizione, se fatto bene, ma la qualità qui è ben scarsa). Se questi Individui avessero avuto un nome e una vera collocazione spazio-temporale, forse avremmo potuto cogliere qualche barlume della loro anima, ma questa evidentemente non era l’intenzione della Lessing. Il testo è scritto come una sorta di rapporto di un osservatore alieno al suo governo e quindi la scarsa “individualità” di questi Individui ha persino un senso! Quanto meno, qui non ci sono le ripetizioni di aggettivi che tanto mi hanno infastidito nella precedente lettura.

Ho trovato, però, spiazzante trovarmi proiettato all’improvviso dentro queste storie così terrestri. Che fine avevano fatto i Giganti e gli alieni di cui la voce narrante aveva dissertato fino a poco prima. Come mai eravamo stati scagliati sulla Terra, a seguire le vicende di un ragazzo rivoluzionario di sinistra, di una simpatizzante del terrorismo e simili vicende? No. Non siamo sulla Terra, ma sul pianeta Shikasta. Ah sì? E le astronavi dove sono finite? D’un tratto si ha la sensazione di essere in Europa o in America nel 1970. Poi la storia riprende parlando di conflitti tra nord e sud, bianchi e neri, di storie di colonizzazione e di missionari, di persecuzioni di ebrei e si parla persino di Mediterraneo e di Germania, oltre che di Lande del Nord Ovest e altre simili denominazioni di fantasia. Ebrei e Germania?

Ok, allora forse Shikasta è solo la Terra come la vedono gli alieni. Va bene. Ci può stare. Ma perché venirci a raccontare di un mondo identico in tutto e per tutto al nostro, solo cambiandogli il nome e mantenendosi sul vago. Infatti, poi, i dettagli aumentano e scopriamo che Shikasta è proprio lei, la nostra cara vecchia Terra, il terzultimo pianeta prima del Sole! Incontriamo ancora brevi storie di altri Individui (qui definiti in un altro modo).

I personaggi sono, però, ancora meteore inconsistenti che ci sfrecciano alte sopra la testa e che non riusciamo ad afferrare (si salvano solo la brevissima scena della ragazza ricca che vive in una sorta di comune e dorme davanti alla porta del suo ex, che ora dorme con un’altra, e più avanti il racconto del “gatto padre” che alleva i cuccioli di una micia ritardata, anche se non è chiaro cosa c’entri una storia così di dettaglio e delicata in questo affresco interplanetario), l’assenza di veri riferimenti geografici e storici in tutta la prima parte dell’opera, nonostante il parlare di continenti noti e di Prima e Seconda Guerra Mondiale e di colonialismo e di sfruttamento dei poveri e delle donne, rende tutto evanescente e avvolto in una nebbia troppo densa.

Risultati immagini per shikasta doris lessingMentre sono a metà della lettura, mi chiedo ripetutamente che senso abbia questo trucco meschino di mascherare da fantascienza una storia del mondo che non è neppure narrativa ma solo un tentativo di raccontare a ruota libera cose ben note, senza aggiunger loro un bel nulla, ma anzi togliendogli proprio la parte più importante, la personalizzazione e l’anima. I nomi sono importanti. Senza nomi siamo solo Individui. Forse è questo il messaggio. Forse il senso di questa storia, penso leggendo, è dirci: guardatevi, non siete nessuno, il vostro mondo è uguale a migliaia di altri, uno dei tanti studiato da una razza aliena che vi vede come formiche da laboratorio o forse meno.

Concetto apprezzabile, risultato modesto. Prima di capire che Shikasta è proprio la Terra, mi sono più volte chiesto se per fare questo fosse necessaria la finzione di Shikasta? Non bastava lo sguardo esteriore di qualche osservatore esterno, alieno o meno? Doveva creare un pianeta gemello del nostro? Poi, scopro che è questo che la Lessing sta facendo (o provando maldestramente a fare): quello che leggiamo è il rapporto di un alieno, Johor, che parla di noi, ma nel frattempo la lettura mi irrita e penso: Se crei mondi, porco cane, crea! Se vuoi fare metafore, falle. Che senso ha farmi vedere “Individui” identici a noi? Che senso ha parlare di conflitti razziali tra una razza dalla pelle bianca e una dalla pelle nera, se quello che fanno è ciò che sta scritto nei libri di storia. Qual è il contributo di questo libro al nostro divertimento? Qual è il suo contributo a una miglior conoscenza del nostro mondo? In cosa ci offre una visione diversa delle cose? Vuoi far osservare la terra e gli uomini da uno sguardo alieno? Splendido, ma questo sguardo deve essere diverso dal nostro, altrimenti l’esercizio è inutile e gli spettatori si annoiano.

Sto ancora pensando così quando le pagine del libro si aprono su tre nuovi personaggi, totalmente umani e reali, tre ragazzini, una sorella e due fratelli gemelli eterozigoti. Hanno persino dei nomi! George, Benjamin e Rachel. Vivono in nord Africa. La Lessing ci parla della loro infanzia e giovinezza mostrando la difficoltà dei loro rapporti reciproci. È una storia vera e piena. Un buon numero di pagine che da sole sarebbero state un bel racconto degno di apprezzamento. Posso immaginare anche una certa dose di autobiografia in questa famiglia inglese che vive in Africa, come è stato per l’autrice. Poi i tre ragazzini crescono, cominciano a fare delle attività nel sociale e la storia diventa più noiosa. M’illudo però che la direzione del romanzo ormai sia questa e pur non avendo della buona fantascienza si possa almeno leggere della buona letteratura, ma riecco i mondi alieni e una serie di chiacchiere vaghe.

La scena poi si sposta su una sorta di convegno-processo internazionale ambientato in un vecchio teatro greco. Un luogo in cui popoli diversi della Terra-Shikasta si confrontano e accusano e autoaccusano per tutte le nefandezze che l’uomo ha compiuto nella storia contro altri uomini. Il punto di vista si mantiene ancora troppo alto e distante dalla scena. Scorgiamo solo formiche.

Poi si torna a parlare dei mondi alieni di Sirio, dell’Impero galattico di Canopus, del malefico pianeta Shammat dell’Impero di Puttiora.

Scopriamo così, in poche righe che avrebbero meritato ben altro approfondimento, che Shammat e Puttiora si nutrono degli effluvi della violenza umana, un po’ come gli antichi Dei si nutrivano dei fumi dei sacrifici. I due Imperi si fronteggiano sopra le nostre teste e noi non ce ne accorgiamo! È questo il motivo della violenza su Shikasta? Forse bisognerebbe leggere gli altri volumi della serie per capirlo meglio.

Fino a qui di fantascienza vera però ce n’è ben poca, anche perché questi influssi del buon impero di Canopus e del malvagio impero di Puttiora non hanno effetti diretti e immediati sulla Terra… pardon, Shikasta.

Poi ecco la Terza Guerra Mondiale. Beh, questo è certo un evento immaginario, ma un conflitto di tale portata scivola via che neanche ce ne accorgiamo e siamo già in un mondo post-apocalittico. Comunità umane cercano di ricostruire la civiltà. Parrebbe vera fantascienza, ma aver scelto come stile il rapporto, anziché il romanzo rende vaga anche questa parte. Ritroviamo George. Il fratello e la sorella sono morti e lui è proprio lui? Sembra piuttosto che sia una sorta di reincarnazione dell’inviato di Canopus, Johor.

E siamo finalmente alla fine, tirando un sospiro di sollievo, perché è stata davvero una lettura faticosa e travagliata e di rado piacevole.

Continuare con i prossimi volumi? Penso che, almeno per ora, non lo farò, anche se mi è capitato di non amare troppo il primo volume di un ciclo e poi apprezzare molto l’intera serie. Parlo per esempio de “L’ultimo cavaliere”, primo volume della “Torre Nera”. Prima di passare al secondo volume ho impiegato qualche anno, ma per fortuna l’ho fatto. In quel caso però l’autore era il grande Stephen King, uno dei migliori autori di sempre e forse il miglior autore vivente. Altri suoi libri mi erano piaciuti e dargli credito mi è stato più facile. La Lessing l’ho letta tre volte e ha perso tutte e tre le volte.

Se uno perde tre a zero, dubito che in una nuova partita possa fare molto di meglio!Risultati immagini per terza guerra mondiale

 

Riassumendo:

  • Nonostante alcuni aspetti fantascientifici, non oserei definirla fantascienza. La Lessing ha definito questo ciclo Space Opera, ma anche questo genere è altra cosa. Chiedetelo a Dan Simmons.
  • Ci sono alcune parti pregevoli, ma sono sommerse tra altre piuttosto noiose.
  • È un’opera confusionaria e discontinua che alterna parti tra loro troppo diverse per riuscire a stare assieme;
  • La scelta della forma del “rapporto” non è rispettata per molte pagine, ma, quando lo è, dà alla narrazione una freddezza e astrattezza che potranno anche essere volute, ma non avvicinano il libro al lettore.
  • Si tratta del primo volume di una serie. Per inquadrarlo correttamente andrebbe letta per intero, cosa che questo primo libro non mi induce a fare.

LA BUONA VECCHIA FANTASCIENZA INGLESE

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John Wyndham

Risultati immagini per il risveglio dell'abisso wyndhamIl risveglio dell’abisso” (“The Kraken Wakes”), pubblicato nel 1953 da John Wyndham, pseudonimo di John Wyndham Parkes Lucas Beynon Harris (Knowle, 10 luglio 1903 – Londra, 11 marzo 1969), è uno dei più classici romanzi di quegli anni d’oro per la fantascienza di lingua inglese. Se in quel periodo spopolavano gli autori americani, Wyndham, pur essendo cittadino britannico ebbe la sua dose di fama con questo romanzo e con altri capisaldi come “Il giorno dei trifidi” e “L’invasione degli ultracorpi”, vere pietre miliari del genere.

L’affascinante ipotesi di questo romanzo è che delle creature abitanti gli abissi oceanici, a decine di chilometri di profondità, abbiano sviluppato una civiltà del tutto diversa dalla nostra e, provocati dall’umanità, muovano al contrattacco, rivelandosi assai più potenti di noi e soprattutto irraggiungibili e inconoscibili, mistero che dà particolare dignità alla narrazione. Se questi esseri marini siano di origine aliena o si siano sviluppati negli abissi degli oceani terrestri non è dato sapere,Risultati immagini per il risveglio dell'abisso wyndham anche se la vicenda comincia con strani oggetti luminosi che, provenienti da cielo, si immergono in mare.

La storia ha sviluppi apocalittici e si presenta come un’originale rappresentazione di invasione aliena, con l’interessante raffigurazione di creature in grado di svilupparsi intellettualmente nonostante le tenebre profonde e le altissime pressioni in cui vivono. Sebbene non le mostri mai direttamente, Wyndham ci
presenta delle creature profondamente diverse da noi per origini, mentalità ed esigenze vitali, cosa quanto mai apprezzabile in un’opera che esplora i confini del possibile e quanto di più lontano possibile dai ridicoli alieni antropomorfi di serie televisive come Star Trek o di altra fantascienza di qualità decisamente inferiore. Sebbene non definirei quest’opera un capolavoro della letteratura, essendo forse un po’ troppo semplice e sviluppando troppo velocemente gli effetti di questa devastante invasione, rimane comunque ancora oggi uno tra i romanzi più originali e consistenti della fantascienza.

LA HOGWARTH DIVERGENTE E IL FIGLIO UCRONICO DI HARRY POTTER 7 e ¾

Risultati immagini per harry potter e la maledizione dell'eredeQuando si legge il sequel inatteso di un ciclo di sette romanzi che rappresentano una serie dichiarata dall’autrice conclusa e quando questa serie è la più letta e amata di sempre, la prima domanda che si ha in testa è: sarà questo libro all’altezza dei precedenti?

I sette romanzi in questione sono quelli della saga miliardaria di Harry Potter, dei cui pregi ho già avuto modo di parlare. Mi limito qui a dire che J.K. Rowling vi ha fatto un uso magistrale di tutte le fondamentali componenti di un romanzo d’avventura.

Il nuovo libro in questione è il recentemente pubblicato “Harry Potter e la maledizione dell’erede”. La seconda domanda che un lettore affezionato alla serie si pone, immagino possa essere: che cosa potrà mai essersi inventata J.K. Rowling per una storia la cui caratteristica era descrivere le avventure di un ragazzo in una scuola di magia e le sue battaglie contro un mago malvagio, quando il ragazzo in questione ha ormai ultimato gli studi e il perfido Voldermort è defunto e sconfitto definitivamente?

Per capire e valutare quest’opera occorre dire che J.K. Rowling ha, in parte, tenuto fede alla sua promessa di non scrivere un altro romanzo del ciclo ormai concluso.

Harry Potter e la Maledizione dell'Erede

Gli attori della versione teatrale di “Harry Potter e la maledizione dell’erede”

In effetti, non ha scritto un romanzo. “Harry Potter e la maledizione dell’erede” è solo una sceneggiatura per uno spettacolo teatrale, già andato in scena. Inoltre, il protagonista è più che Harry, suo figlio Albus Severus Potter e tra gli autori figurano oltre alla donna più ricca d’Inghilterra anche Jack Torne e John Tiffany. La forma narrativa è importante, infatti, un romanzo è di sicuro più adatto alla lettura. Inoltre, la struttura temporale tipica dell’eptalogia qui si perde, dato che nello stesso (piuttosto breve) testo troviamo condensati i primi anni di scuola di Albus Severus Potter, anziché avere la classica struttura un anno/un libro.

I richiami ai romanzi precedenti sono numerosi e questo può far piacere ai fan della serie e aiutare chi non li conosca, ma sembra anche un trucchetto per riempire una storia. Mi irrita un po’, per esempio, vedere ancora una volta i bambini varcare titubanti il muro del binario 9 e ¾. In realtà, questi richiami hanno un preciso senso e una ragione d’essere e, per spiegarli, dobbiamo dire anche quale sia la vera novità di questo libro rispetto al resto del ciclo.

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Rupert Grint, Emma Watson, e Daniel Radcliffe

I precedenti erano soprattutto libri di varia magia. Anche quest’opera teatrale lo è, ma potrebbe ben essere definita una storia sui viaggi nel tempo. Anche nel ciclo troviamo la giratempo, un oggetto magico mediante il quale Hermione Granger aumenta il tempo per studiare e che, assieme, a Harry, usa per una delle loro imprese, ma in “Harry Potter e la maledizione dell’erede” la giratempo è l’elemento centrale. Bisogna dire che mi è quasi parso di essere dentro un “Ritorno al Futuro IV”, piuttosto che in un “Harry Potter 7 e ¾”! Veniva quasi da chiedersi che fine avessero fatto Marty e Doc!

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Doc e Marty in “Ritorno al futuro”

In ogni caso, devo dire che ho letto il libro con piacere e con una gran voglia di continuare a leggerlo e credo che non ci sia pregio maggiore. Tutto sommato fa persino piacere vedere Harry, Ron, Hermione e Ginny adulti e impegnati con preoccupazioni da genitori, anche se forse i brani su i dubbi paterni di Harry e la sua conversazione finale con il ritrovato Albus Severus potevano anche esserci risparmiati e parlo da genitore. Posso immaginare quanto poco possano esser piaciuti a un ragazzino, ma forse sbaglio.

Jack Thorne, JK Rowling and John Tiffany.

Jack Thorne, JK Rowling and John Tiffany

Se si accetta, dunque, di essere in un altro tipo di storia, in cui si parla molto di conflitto padri-figli, in cui i protagonisti sono altri, la forma narrativa è diversa, i ritmi sono nuovi, si potrà allora accettare questa Hogwart divergente, in cui la verità non esiste, in cui tutto è possibile, in cui Draco Malfoy e Harry Potter possono fare amicizia, in cui Harry Potter può morire, in cui Voldermort può tornare, in cui Severus Piton può salvare una seconda volta il mondo, in cui Ron può sposare Hermione oppure no, in cui i figli di Draco e Harry possono essere grandi amici, in cui tutto è possibile e il contrario di tutto, se, insomma, si apprezza questa versione matura e ucronica di Harry Potter, allora si può anche leggere con piacere questa sceneggiatura e aspettare che Daniel Radcliffe compia quarant’anni per poter fare prossimo film.

24 Settembre 2016

24/09/2016 – uscita dell’edizione italiana

LA CADUTA DELL’ULTIMO TITANO

Risultati immagini per la caduta di iperione keatsDopo aver letto “Hyperion” di Dan Simmons, un romanzo ispirato a John Keats e al suo Iperione e in cui Keats viene definito il più puro dei poeti, non ho potuto resistere un istante prima di leggere qualcosa di questo poeta ottocentesco. In un passato non troppo remoto, sulla scia della visione del film “Bright Star” avevo letto la raccolta “Poesie”, che non mi aveva entusiasmato quanto il film biografico faceva sperare.

Anche le lodi sperticate che Dan Simmons fa del poeta inglese, mi hanno preparato a qualcosa di meglio di quello che ho letto.

Dalla biografia di Keats ho visto che aveva pubblicato due opere con un titolo che faceva riferimento a Iperione: “Iperione” (1818) e “La caduta di Iperione” (1819), gli stessi titoli dei primi due romanzi del ciclo de “I Canti di Hyperion” di Simmons. A differenza dell’autore di fantascienza, però, a quanto mi pare di capire, Keats non ha scritto due opere di cui una sia il seguito dell’altra, ma con “La caduta di Iperione” ha voluto riscrivere “Iperione”, depurandolo delle parti troppo influenzate dalla poetica di Milton. Non sono ancora riuscito a trovare “Iperione”, ma ho letto “La caduta di Iperione”, opera incompleta (come la prima) che si ferma ai primi due capitoli e che vorrebbe narrare lo scontro tra gli antichi Dei di pietra, i Titani, e i nuovi Dei d’ambros

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John Keats

ia dell’Olimpo, mostrando la resistenza dell’ultimo Titano, Iperione, che in cielo assiste alla caduta dei suoi fratelli sulla Terra e che sarà infine sostituito da Apollo.

Di quest’opera si apprezza la potenza narrativa, la capacità di descrivere in versi una storia, la capacità di evocare uno scontro epico, ma anche di mostrare lo sgomento del poeta che si confronta nella sua umanità con la grandezza della violenza divina. Peraltro, la sua incompletezza impedisce di appassionarsi e lasciarsi trascinare dal fiume delle parole, che subito precipita in una cascata di cui non si vede il fondo.

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