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LA FALSA FANTASCIENZA DELLA LESSING

Risultati immagini per shikasta doris lessingPenso non sia giusto valutare un autore leggendone un solo libro. Per essere del tutto giusti si dovrebbe leggere tutto ciò che ha pubblicato, ma il tempo è limitato e i libri da leggere sono una quantità sterminata. Al ritmo di 50 l’anno (circa uno la settimana), in 50 anni se ne possono leggere 2500. Pochissimi! Come si può allora dare una seconda possibilità a un autore o un’autrice che di cui abbiamo letto qualcosa che non c’è piaciuto? A volte lo faccio. È persino più facile che legga due volte un autore che non mi è piaciuto di uno che ho apprezzato, perché cerco di capire se mi sono sbagliato nel mio giudizio, se, magari, ho scelto il libro sbagliato. Non riesco a credere che un libro non mi sia piaciuto!

Tornare a leggere tre volte un autore che proprio non funziona è uno sforzo notevole, ma quando mi scontro con grandi firme, autori di classici immortali, di bestseller dal successo planetario, premiati con i massimi riconoscimenti internazionali che al primo colpo non mi sono piaciuti e neppure al secondo, può essere che provi una terza volta. Con Hemingway è andata così. Leggendo “Il vecchio e il mare” ne ho finalmente colto la grandezza. Con Dostojevsky non c’è ancora stato verso di digerirlo.

Di Doris Lessing, premio nobel nel 2007 e scomparsa nel 2013, avevo letto prima “Martha Quest” e poi, da poco, ho letto “Memorie di una sopravvissuta”. Ho già scritto perché questi libri non mi hanno convinto. “Memorie di una sopravvissuta”, però, era solo il primo tentativo di fantascienza di quest’autrice, così ho voluto provare una sua opera più matura e importante. Ho affrontato così “Shikasta”, un testo del 1979, primo volume del ciclo “Canopus in Argos: Archivi”.

Martha Quest” partiva bene ed era persino ben scritto. “Memorie di una sopravvissuta” aveva un’idea che mi piaceva ma era, invece, scritto davvero male. Entrambi, inoltre, mi sono parsi superficiali, soprattutto considerando il riconoscimento ottenuto dalla Lessing.

Anche “Shikasta” parte con un buon respiro. Credo che i “creatori di mondi” siano tra gli autori quelli più fantasiosi e geniali e quello che stavo cominciando a leggere era la storia di un mondo inventato: ottimo!

Solo che presto la Lessing si perde in una totale astrattezza. Recupera quando, con una sorta di mini antologia di racconti, presenta alcuni Risultati immagini per shikasta doris lessingpersonaggi, denominato semplicemente Individuo 1, Individuo 2 e così via. Ci troviamo finalmente con storie che parlano di esseri viventi e non di grandi masse indistinte di popolazione (nulla contro questo genere di descrizione, se fatto bene, ma la qualità qui è ben scarsa). Se questi Individui avessero avuto un nome e una vera collocazione spazio-temporale, forse avremmo potuto cogliere qualche barlume della loro anima, ma questa evidentemente non era l’intenzione della Lessing. Il testo è scritto come una sorta di rapporto di un osservatore alieno al suo governo e quindi la scarsa “individualità” di questi Individui ha persino un senso! Quanto meno, qui non ci sono le ripetizioni di aggettivi che tanto mi hanno infastidito nella precedente lettura.

Ho trovato, però, spiazzante trovarmi proiettato all’improvviso dentro queste storie così terrestri. Che fine avevano fatto i Giganti e gli alieni di cui la voce narrante aveva dissertato fino a poco prima. Come mai eravamo stati scagliati sulla Terra, a seguire le vicende di un ragazzo rivoluzionario di sinistra, di una simpatizzante del terrorismo e simili vicende? No. Non siamo sulla Terra, ma sul pianeta Shikasta. Ah sì? E le astronavi dove sono finite? D’un tratto si ha la sensazione di essere in Europa o in America nel 1970. Poi la storia riprende parlando di conflitti tra nord e sud, bianchi e neri, di storie di colonizzazione e di missionari, di persecuzioni di ebrei e si parla persino di Mediterraneo e di Germania, oltre che di Lande del Nord Ovest e altre simili denominazioni di fantasia. Ebrei e Germania?

Ok, allora forse Shikasta è solo la Terra come la vedono gli alieni. Va bene. Ci può stare. Ma perché venirci a raccontare di un mondo identico in tutto e per tutto al nostro, solo cambiandogli il nome e mantenendosi sul vago. Infatti, poi, i dettagli aumentano e scopriamo che Shikasta è proprio lei, la nostra cara vecchia Terra, il terzultimo pianeta prima del Sole! Incontriamo ancora brevi storie di altri Individui (qui definiti in un altro modo).

I personaggi sono, però, ancora meteore inconsistenti che ci sfrecciano alte sopra la testa e che non riusciamo ad afferrare (si salvano solo la brevissima scena della ragazza ricca che vive in una sorta di comune e dorme davanti alla porta del suo ex, che ora dorme con un’altra, e più avanti il racconto del “gatto padre” che alleva i cuccioli di una micia ritardata, anche se non è chiaro cosa c’entri una storia così di dettaglio e delicata in questo affresco interplanetario), l’assenza di veri riferimenti geografici e storici in tutta la prima parte dell’opera, nonostante il parlare di continenti noti e di Prima e Seconda Guerra Mondiale e di colonialismo e di sfruttamento dei poveri e delle donne, rende tutto evanescente e avvolto in una nebbia troppo densa.

Risultati immagini per shikasta doris lessingMentre sono a metà della lettura, mi chiedo ripetutamente che senso abbia questo trucco meschino di mascherare da fantascienza una storia del mondo che non è neppure narrativa ma solo un tentativo di raccontare a ruota libera cose ben note, senza aggiunger loro un bel nulla, ma anzi togliendogli proprio la parte più importante, la personalizzazione e l’anima. I nomi sono importanti. Senza nomi siamo solo Individui. Forse è questo il messaggio. Forse il senso di questa storia, penso leggendo, è dirci: guardatevi, non siete nessuno, il vostro mondo è uguale a migliaia di altri, uno dei tanti studiato da una razza aliena che vi vede come formiche da laboratorio o forse meno.

Concetto apprezzabile, risultato modesto. Prima di capire che Shikasta è proprio la Terra, mi sono più volte chiesto se per fare questo fosse necessaria la finzione di Shikasta? Non bastava lo sguardo esteriore di qualche osservatore esterno, alieno o meno? Doveva creare un pianeta gemello del nostro? Poi, scopro che è questo che la Lessing sta facendo (o provando maldestramente a fare): quello che leggiamo è il rapporto di un alieno, Johor, che parla di noi, ma nel frattempo la lettura mi irrita e penso: Se crei mondi, porco cane, crea! Se vuoi fare metafore, falle. Che senso ha farmi vedere “Individui” identici a noi? Che senso ha parlare di conflitti razziali tra una razza dalla pelle bianca e una dalla pelle nera, se quello che fanno è ciò che sta scritto nei libri di storia. Qual è il contributo di questo libro al nostro divertimento? Qual è il suo contributo a una miglior conoscenza del nostro mondo? In cosa ci offre una visione diversa delle cose? Vuoi far osservare la terra e gli uomini da uno sguardo alieno? Splendido, ma questo sguardo deve essere diverso dal nostro, altrimenti l’esercizio è inutile e gli spettatori si annoiano.

Sto ancora pensando così quando le pagine del libro si aprono su tre nuovi personaggi, totalmente umani e reali, tre ragazzini, una sorella e due fratelli gemelli eterozigoti. Hanno persino dei nomi! George, Benjamin e Rachel. Vivono in nord Africa. La Lessing ci parla della loro infanzia e giovinezza mostrando la difficoltà dei loro rapporti reciproci. È una storia vera e piena. Un buon numero di pagine che da sole sarebbero state un bel racconto degno di apprezzamento. Posso immaginare anche una certa dose di autobiografia in questa famiglia inglese che vive in Africa, come è stato per l’autrice. Poi i tre ragazzini crescono, cominciano a fare delle attività nel sociale e la storia diventa più noiosa. M’illudo però che la direzione del romanzo ormai sia questa e pur non avendo della buona fantascienza si possa almeno leggere della buona letteratura, ma riecco i mondi alieni e una serie di chiacchiere vaghe.

La scena poi si sposta su una sorta di convegno-processo internazionale ambientato in un vecchio teatro greco. Un luogo in cui popoli diversi della Terra-Shikasta si confrontano e accusano e autoaccusano per tutte le nefandezze che l’uomo ha compiuto nella storia contro altri uomini. Il punto di vista si mantiene ancora troppo alto e distante dalla scena. Scorgiamo solo formiche.

Poi si torna a parlare dei mondi alieni di Sirio, dell’Impero galattico di Canopus, del malefico pianeta Shammat dell’Impero di Puttiora.

Scopriamo così, in poche righe che avrebbero meritato ben altro approfondimento, che Shammat e Puttiora si nutrono degli effluvi della violenza umana, un po’ come gli antichi Dei si nutrivano dei fumi dei sacrifici. I due Imperi si fronteggiano sopra le nostre teste e noi non ce ne accorgiamo! È questo il motivo della violenza su Shikasta? Forse bisognerebbe leggere gli altri volumi della serie per capirlo meglio.

Fino a qui di fantascienza vera però ce n’è ben poca, anche perché questi influssi del buon impero di Canopus e del malvagio impero di Puttiora non hanno effetti diretti e immediati sulla Terra… pardon, Shikasta.

Poi ecco la Terza Guerra Mondiale. Beh, questo è certo un evento immaginario, ma un conflitto di tale portata scivola via che neanche ce ne accorgiamo e siamo già in un mondo post-apocalittico. Comunità umane cercano di ricostruire la civiltà. Parrebbe vera fantascienza, ma aver scelto come stile il rapporto, anziché il romanzo rende vaga anche questa parte. Ritroviamo George. Il fratello e la sorella sono morti e lui è proprio lui? Sembra piuttosto che sia una sorta di reincarnazione dell’inviato di Canopus, Johor.

E siamo finalmente alla fine, tirando un sospiro di sollievo, perché è stata davvero una lettura faticosa e travagliata e di rado piacevole.

Continuare con i prossimi volumi? Penso che, almeno per ora, non lo farò, anche se mi è capitato di non amare troppo il primo volume di un ciclo e poi apprezzare molto l’intera serie. Parlo per esempio de “L’ultimo cavaliere”, primo volume della “Torre Nera”. Prima di passare al secondo volume ho impiegato qualche anno, ma per fortuna l’ho fatto. In quel caso però l’autore era il grande Stephen King, uno dei migliori autori di sempre e forse il miglior autore vivente. Altri suoi libri mi erano piaciuti e dargli credito mi è stato più facile. La Lessing l’ho letta tre volte e ha perso tutte e tre le volte.

Se uno perde tre a zero, dubito che in una nuova partita possa fare molto di meglio!Risultati immagini per terza guerra mondiale

 

Riassumendo:

  • Nonostante alcuni aspetti fantascientifici, non oserei definirla fantascienza. La Lessing ha definito questo ciclo Space Opera, ma anche questo genere è altra cosa. Chiedetelo a Dan Simmons.
  • Ci sono alcune parti pregevoli, ma sono sommerse tra altre piuttosto noiose.
  • È un’opera confusionaria e discontinua che alterna parti tra loro troppo diverse per riuscire a stare assieme;
  • La scelta della forma del “rapporto” non è rispettata per molte pagine, ma, quando lo è, dà alla narrazione una freddezza e astrattezza che potranno anche essere volute, ma non avvicinano il libro al lettore.
  • Si tratta del primo volume di una serie. Per inquadrarlo correttamente andrebbe letta per intero, cosa che questo primo libro non mi induce a fare.

LA BUONA VECCHIA FANTASCIENZA INGLESE

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John Wyndham

Risultati immagini per il risveglio dell'abisso wyndhamIl risveglio dell’abisso” (“The Kraken Wakes”), pubblicato nel 1953 da John Wyndham, pseudonimo di John Wyndham Parkes Lucas Beynon Harris (Knowle, 10 luglio 1903 – Londra, 11 marzo 1969), è uno dei più classici romanzi di quegli anni d’oro per la fantascienza di lingua inglese. Se in quel periodo spopolavano gli autori americani, Wyndham, pur essendo cittadino britannico ebbe la sua dose di fama con questo romanzo e con altri capisaldi come “Il giorno dei trifidi” e “L’invasione degli ultracorpi”, vere pietre miliari del genere.

L’affascinante ipotesi di questo romanzo è che delle creature abitanti gli abissi oceanici, a decine di chilometri di profondità, abbiano sviluppato una civiltà del tutto diversa dalla nostra e, provocati dall’umanità, muovano al contrattacco, rivelandosi assai più potenti di noi e soprattutto irraggiungibili e inconoscibili, mistero che dà particolare dignità alla narrazione. Se questi esseri marini siano di origine aliena o si siano sviluppati negli abissi degli oceani terrestri non è dato sapere,Risultati immagini per il risveglio dell'abisso wyndham anche se la vicenda comincia con strani oggetti luminosi che, provenienti da cielo, si immergono in mare.

La storia ha sviluppi apocalittici e si presenta come un’originale rappresentazione di invasione aliena, con l’interessante raffigurazione di creature in grado di svilupparsi intellettualmente nonostante le tenebre profonde e le altissime pressioni in cui vivono. Sebbene non le mostri mai direttamente, Wyndham ci
presenta delle creature profondamente diverse da noi per origini, mentalità ed esigenze vitali, cosa quanto mai apprezzabile in un’opera che esplora i confini del possibile e quanto di più lontano possibile dai ridicoli alieni antropomorfi di serie televisive come Star Trek o di altra fantascienza di qualità decisamente inferiore. Sebbene non definirei quest’opera un capolavoro della letteratura, essendo forse un po’ troppo semplice e sviluppando troppo velocemente gli effetti di questa devastante invasione, rimane comunque ancora oggi uno tra i romanzi più originali e consistenti della fantascienza.

LA HOGWARTH DIVERGENTE E IL FIGLIO UCRONICO DI HARRY POTTER 7 e ¾

Risultati immagini per harry potter e la maledizione dell'eredeQuando si legge il sequel inatteso di un ciclo di sette romanzi che rappresentano una serie dichiarata dall’autrice conclusa e quando questa serie è la più letta e amata di sempre, la prima domanda che si ha in testa è: sarà questo libro all’altezza dei precedenti?

I sette romanzi in questione sono quelli della saga miliardaria di Harry Potter, dei cui pregi ho già avuto modo di parlare. Mi limito qui a dire che J.K. Rowling vi ha fatto un uso magistrale di tutte le fondamentali componenti di un romanzo d’avventura.

Il nuovo libro in questione è il recentemente pubblicato “Harry Potter e la maledizione dell’erede”. La seconda domanda che un lettore affezionato alla serie si pone, immagino possa essere: che cosa potrà mai essersi inventata J.K. Rowling per una storia la cui caratteristica era descrivere le avventure di un ragazzo in una scuola di magia e le sue battaglie contro un mago malvagio, quando il ragazzo in questione ha ormai ultimato gli studi e il perfido Voldermort è defunto e sconfitto definitivamente?

Per capire e valutare quest’opera occorre dire che J.K. Rowling ha, in parte, tenuto fede alla sua promessa di non scrivere un altro romanzo del ciclo ormai concluso.

Harry Potter e la Maledizione dell'Erede

Gli attori della versione teatrale di “Harry Potter e la maledizione dell’erede”

In effetti, non ha scritto un romanzo. “Harry Potter e la maledizione dell’erede” è solo una sceneggiatura per uno spettacolo teatrale, già andato in scena. Inoltre, il protagonista è più che Harry, suo figlio Albus Severus Potter e tra gli autori figurano oltre alla donna più ricca d’Inghilterra anche Jack Torne e John Tiffany. La forma narrativa è importante, infatti, un romanzo è di sicuro più adatto alla lettura. Inoltre, la struttura temporale tipica dell’eptalogia qui si perde, dato che nello stesso (piuttosto breve) testo troviamo condensati i primi anni di scuola di Albus Severus Potter, anziché avere la classica struttura un anno/un libro.

I richiami ai romanzi precedenti sono numerosi e questo può far piacere ai fan della serie e aiutare chi non li conosca, ma sembra anche un trucchetto per riempire una storia. Mi irrita un po’, per esempio, vedere ancora una volta i bambini varcare titubanti il muro del binario 9 e ¾. In realtà, questi richiami hanno un preciso senso e una ragione d’essere e, per spiegarli, dobbiamo dire anche quale sia la vera novità di questo libro rispetto al resto del ciclo.

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Rupert Grint, Emma Watson, e Daniel Radcliffe

I precedenti erano soprattutto libri di varia magia. Anche quest’opera teatrale lo è, ma potrebbe ben essere definita una storia sui viaggi nel tempo. Anche nel ciclo troviamo la giratempo, un oggetto magico mediante il quale Hermione Granger aumenta il tempo per studiare e che, assieme, a Harry, usa per una delle loro imprese, ma in “Harry Potter e la maledizione dell’erede” la giratempo è l’elemento centrale. Bisogna dire che mi è quasi parso di essere dentro un “Ritorno al Futuro IV”, piuttosto che in un “Harry Potter 7 e ¾”! Veniva quasi da chiedersi che fine avessero fatto Marty e Doc!

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Doc e Marty in “Ritorno al futuro”

In ogni caso, devo dire che ho letto il libro con piacere e con una gran voglia di continuare a leggerlo e credo che non ci sia pregio maggiore. Tutto sommato fa persino piacere vedere Harry, Ron, Hermione e Ginny adulti e impegnati con preoccupazioni da genitori, anche se forse i brani su i dubbi paterni di Harry e la sua conversazione finale con il ritrovato Albus Severus potevano anche esserci risparmiati e parlo da genitore. Posso immaginare quanto poco possano esser piaciuti a un ragazzino, ma forse sbaglio.

Jack Thorne, JK Rowling and John Tiffany.

Jack Thorne, JK Rowling and John Tiffany

Se si accetta, dunque, di essere in un altro tipo di storia, in cui si parla molto di conflitto padri-figli, in cui i protagonisti sono altri, la forma narrativa è diversa, i ritmi sono nuovi, si potrà allora accettare questa Hogwart divergente, in cui la verità non esiste, in cui tutto è possibile, in cui Draco Malfoy e Harry Potter possono fare amicizia, in cui Harry Potter può morire, in cui Voldermort può tornare, in cui Severus Piton può salvare una seconda volta il mondo, in cui Ron può sposare Hermione oppure no, in cui i figli di Draco e Harry possono essere grandi amici, in cui tutto è possibile e il contrario di tutto, se, insomma, si apprezza questa versione matura e ucronica di Harry Potter, allora si può anche leggere con piacere questa sceneggiatura e aspettare che Daniel Radcliffe compia quarant’anni per poter fare prossimo film.

24 Settembre 2016

24/09/2016 – uscita dell’edizione italiana

LA CADUTA DELL’ULTIMO TITANO

Risultati immagini per la caduta di iperione keatsDopo aver letto “Hyperion” di Dan Simmons, un romanzo ispirato a John Keats e al suo Iperione e in cui Keats viene definito il più puro dei poeti, non ho potuto resistere un istante prima di leggere qualcosa di questo poeta ottocentesco. In un passato non troppo remoto, sulla scia della visione del film “Bright Star” avevo letto la raccolta “Poesie”, che non mi aveva entusiasmato quanto il film biografico faceva sperare.

Anche le lodi sperticate che Dan Simmons fa del poeta inglese, mi hanno preparato a qualcosa di meglio di quello che ho letto.

Dalla biografia di Keats ho visto che aveva pubblicato due opere con un titolo che faceva riferimento a Iperione: “Iperione” (1818) e “La caduta di Iperione” (1819), gli stessi titoli dei primi due romanzi del ciclo de “I Canti di Hyperion” di Simmons. A differenza dell’autore di fantascienza, però, a quanto mi pare di capire, Keats non ha scritto due opere di cui una sia il seguito dell’altra, ma con “La caduta di Iperione” ha voluto riscrivere “Iperione”, depurandolo delle parti troppo influenzate dalla poetica di Milton. Non sono ancora riuscito a trovare “Iperione”, ma ho letto “La caduta di Iperione”, opera incompleta (come la prima) che si ferma ai primi due capitoli e che vorrebbe narrare lo scontro tra gli antichi Dei di pietra, i Titani, e i nuovi Dei d’ambros

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John Keats

ia dell’Olimpo, mostrando la resistenza dell’ultimo Titano, Iperione, che in cielo assiste alla caduta dei suoi fratelli sulla Terra e che sarà infine sostituito da Apollo.

Di quest’opera si apprezza la potenza narrativa, la capacità di descrivere in versi una storia, la capacità di evocare uno scontro epico, ma anche di mostrare lo sgomento del poeta che si confronta nella sua umanità con la grandezza della violenza divina. Peraltro, la sua incompletezza impedisce di appassionarsi e lasciarsi trascinare dal fiume delle parole, che subito precipita in una cascata di cui non si vede il fondo.

IL ROMANZO D’APPENDICE PADRE DELLE SERIE TV

Il nostro comune amico” (“Our Mutual Friend”) è un feuilleton o romanzo d’appendice che fu pubblicato in fascicoli a puntate nel 1864 e 1865 da Charles Dickens. In effetti, leggendolo pare quasi di avere davanti una serie TV, di quelle divise in stagioni, che si sviluppano puntata per puntata. Questo modo di pubblicazione (inventato da  Louis-François Bertin, direttore del Journal des Débats) determina anche il tipo di opera, che somiglia appunto più a una serie televisiva che non a un film, presentando una trama principale (in questo caso, le vicende di un’eredità che sarebbe dovuta andare al figlio del defunto a condizione che questo sposasse una certa signorina Bella o, in alternativa ai due anziani servitori Boffin, con l’inconveniente che il primo erede, John Harmon, si finge morto per scoprire i sentimenti della futura moglie), cui si collegano alcune storie secondarie, come quella dell’avvocato innamorato della giovane Lizzy. Come nelle moderne serie, anche qui, in ogni capitolo, c’è qualche avventura e qualche nuovo sviluppo che pare allontanare la soluzione finale che il lettore intuisce ma viene sempre allontanata.

Come le serie TV sono divise in Stagioni, così questo romanzo è diviso in quattro libri: “La coppa e il labbro”, “Gente dello stesso stampo”, “Un lungo cammino” e “Una svolta”.

Si può dire che tali programmi, come i teleromanzi e le soap opera siano i discendenti di simili romanzi d’appendice in voga a metà del XIX secolo.

Rivolgendosi a un pubblico più distratto, in quanto potrebbe perdere qualche episodio, questo genere di romanzi, tende a creare personaggi di facile identificazione, con caratteristiche marcate, evidenziate a volte dall’uso dei soprannomi (che qui abbondano). Leggendo “David Copperfield” avevo notato come ciascun personaggio potesse ben descritto da un singolo aggettivo, tanto era netto un suo dato carattere. Ne emerge uno spettacolo forse meno fine che in altre letture, ma in cui pare di vedere il volto fortemente truccato degli attori sulla scena, rimedio dettato dall’esigenza di rendere chiare le espressioni anche al pubblico nel loggione, incapace di riconoscere i dettagli dei volti di lontano. Allo stesso modo qui i caratteri sembrano un po’ scolpiti con l’accetta piuttosto che col cesello, ma questo non va visto come un difetto dell’opera, quanto come una caratteristica implicita nel mezzo espressivo scelto, in cui ci si perde nella vastità dello sviluppo, nella moltitudine di pagine.

Charles Dickens

Con questo suo stile un po’ popolaresco, Dickens, dal maestro che è, riesce comunque a realizzare un romanzo capace di ben descrivere e criticare la realtà sociale del proprio tempo, a creare una storia che ancora oggi è capace di attrarre e trascinare il lettore e qui, come in “David Copperfield”, il lettore si sente partecipe della vicenda, chiedendosi di volta in volta perché un dato personaggio non compia una data azione che parrebbe tanto ovvia, ma tergiversi ancora. Tra le tante, quella che mi ha lasciato più perplesso è come abbia potuto Bella Wilfer accettare di essere oggetto di un testamento, accettare di essere ingannata dall’uomo che ama e che sposa senza conoscerne la vera identità, ingannata dai suoi protettori che mettono alla prova la sua virtù non si sa bene con quale diritto e poi, quando scopre tutto l’inganno, anziché infuriarsi per la scarsa considerazione che tutti hanno per la sua intelligenza e volontà (pur ammirandone tutti l’ingenua virtù), essere tutta felice e amorevole. Insomma, cogliamo in questo personaggio tutte le contraddizioni della condizione femminile nella Gran Bretagna e nell’Europa dell’epoca.

 

Le esigenze della forma adottata per la pubblicazione portano Charles Dickens a estendere il narrato ben oltre le esigenze della trama, che, in un’opera unitaria, si sarebbe potuta sviluppare assai più brevemente, senza tante digressioni (così comuni in tanti autori dell’epoca) e senza lo sviluppo di storie parallele, che distraggono il lettore e lo portano ad aspettare, arrancando con un certo fastidio per vie di campagna, che la vettura narrativa ritorni a correre spedita sulla strada maestra.

LA CHIMICA DEL THRILLER

Leggendo “Concerto per archi e canguro” di Jonatham Lethem e  “Il richiamo del cuculo” di Robert Galbraith ho cominciato a interrogarmi su cosa ci sia nei gialli che fa sì che non riesca ad amare questo genere letterario. La lettura de “La chimica della morte” mi offre l’occasione per approfondire la riflessione.

Credo che sia abbastanza corretto dire che la principale differenza tra un giallo e un thriller sia che un giallo ruota attorno a un delitto già avvenuto, non deve spaventare e si concentra soprattutto su come risolvere un dato mistero, mentre un thriller crea un’atmosfera di paura e angoscia, senza riguardare necessariamente un delitto.

La chimica della morte” è stato a volte definito un giallo e il suo autore Simon Beckett è stato definito un giallista.

Dell’autore non ho letto altro, ma direi che la definizione di giallo per “La chimica della morte” non è scorretta, dato che vi compaiono dei delitti e un’indagine di polizia. Si potrebbe persino dire che è un poliziesco, anche se il principale investigatore non fa parte di tale corpo, pur aiutando i poliziotti.

Di solito io, però, non amo i gialli, mentre questo mi è piaciuto. Mi sono dovuto interrogare sul perché.

La risposta credo sia nel fatto che oltre a essere un giallo, questo romanzo è, soprattutto, un thriller.

I delitti, infatti, avvengono nel corso della storia e, già in questo, ci discostiamo dalla definizione appena data di giallo. L’atmosfera, poi, direi che si può in effetti definire angosciante, se non addirittura paurosa (almeno per protagonisti).

Sono punti a favore di questo romanzo:

  • il succedersi incalzante degli eventi;
  • il coinvolgimento personale del protagonista, un medico antropologo forense, che aiuta la polizia nell’indagine, ma è anche collegato alle vittime;
  • l’ambiente ristretto (il villaggio della periferia londinese Manham), che rende il lettore più partecipe delle vicende degli abitanti;

    Simon Beckett (Sheffield, 1968) Scrittore e giornalista inglese, prevalentemente di gialli.

  • i precisi riferimenti ai processi di decomposizione, con interessanti annotazioni scientifiche.

Caratteristiche che corrispondono più a quelle di un thriller che di un giallo.

Quello che non amo nei gialli è, soprattutto:

  • la ricostruzione a posteriori degli eventi, che finiscono per essere raccontati e non vissuti;
  • il distacco emotivo dell’investigatore dalle vicende personali della vittima.

Caratteristiche assenti ne “La chimica della morte” e ulteriori punti a suo vantaggio.

Perché mi ostino a leggere libri classificati come gialli, se non amo il genere? In realtà, se li leggo, è spesso per altri motivi. Nel caso de “Il nido del cuculo” è stato per l’apprezzamento dell’autore (la Rowling che si nasconde dietro lo pseudonimo di Galbraith), per “Concerto per archi e canguro” per l’ambientazione fantastica e, per “La chimica della morte” per le buone recensioni e il bell’incipit, oltre al fatto che non avevo focalizzato che potesse essere un giallo. Mi aspettavo piuttosto qualcosa sul filosofico.

L’attenta analisi del processo di decomposizione su cui si basano soprattutto le indagini di David Hunter mi hanno fatto riflettere su quanto poco accurati siano invece altri romanzi, film o telefilm in merito. In particolare penso ai tanti telefilm sugli zombie ora in circolazione .

Avete mai visto le orde di morti viventi di, pur apprezzabili serie televisive come “Walking Dead”, “Nation Z” o “The strain”. Dove sono gli insetti? Dove sono i vermi? E, soprattutto, dove sono finite le mosche? Se uno suda in campagna, mosche e moscerini si precipitano. Se un corpo va in putrefazione, si riempie subito di una miriade di insetti. Perché gli zombie, con tutta quella carne in decomposizione, quelle ferite aperte, non ne sono circondati.

La prossima volta che fanno un film sugli zombie dovrebbero prima leggere un romanzo di Simon Beckett o consultarlo. Chissà come sarebbe un suo romanzo gotico!

Insomma, un bel thriller, scritto con cura e attenzione a dettagli spesso trascurati, coinvolgente e intelligente.

 

 

P.S. “La chimica della morte” è il primo romanzo di una serie con protagonista il medico forense David Hunter.

La serie comprende:

LA CULTURA DELLA CONDIVISIONE

Vi è mai capitato di voler interrompere la lettura di un libro? Per me abbandonarne uno a metà è peggio che lasciare un cane sull’autostrada, eppure da quando ci sono gli e-book mi ero detto che dovevo convincermi a questa pratica barbara (abbandonare i libri, non certo i cani!). Una cosa era lasciare a metà un costoso volume cartaceo, altra cosa, mi sembrava, era lasciare a metà un “etereo” file. Ho migliaia di libri da leggere e mi fa un po’ rabbia perder tempo su qualcosa che non merita. Da quando mi sono dato questo crudele proposito, però, rarissimamente mi è riuscito di metterlo in atto. Ogni libro merita di essere letto (o scritto). Ogni libro può darci qualcosa, se non altro far capire come non si scrive un libro.

Se in tutta la mia vita di lettore di cartacei, ricordo di aver fatto abortire solo la lettura di Mistres Branican di Jules Verne (ero a quelle che allora si chiamavano elementari), da quando mi sono ripromesso di praticare l’aborto degli e-book, l’ho esercitato solo con “Donne che corrono con i lupi” di Clarissa Pinkola Estés. E stiamo parlando, di uno che legge almeno una cinquantina di libri all’anno (ai tempi dell’infanzia non li contavo, ma ero oltre i cento)!

Questo per far capire quanto mi ripugni il gesto. Eppure leggendo le prime cento pagine de “L’Impero di Azad” (“The player of Games” – 1988) di Iain M. Banks, più volte sono stato tentato di dire “basta, lo mollo qui”.

La mia repulsione per l’aborto letterario è stata questa volta ampiamente ricompensata: tanto mi avevano annoiato le prime cento pagine, tanto mi hanno coinvolto e appassionato quelle successive.

Il romanzo l’avevo scelto seguendo i consigli di lettura di Mark Zuckerberg (il fondatore di Facebook). Sebbene il personaggio sia importante, non ha molto a che fare con la letteratura o la saggistica, ma i titoli suggeriti erano tutti interessanti e me ne sono procurato alcuni. Tra questi c’era “Rational ritual”, che ho letto qualche tempo fa e che non mi aveva entusiasmato particolarmente. Leggendo dunque le prime pagine de “L’Impero di Azad”, mi dicevo: “ma cosa segui a fare i consigli di uno che di libri non ne sa nulla?” Per fortuna che l’ho fatto, perché la storia è, nel complesso, interessante e avvincente.

Iain M. Banks

La prima parte (da bruciare) ci mostra una galassia popolata da umanoidi che vivono secondo le regole della cosiddetta Cultura. Gente che vive in pace, non ha più bisogno di leggi, non si serve di denaro e passa il tempo a fare giochi di società. Uno dei migliori giocatori, viene reclutato per andare a giocare una strana partita in un Impero interstellare ai confini dei mondi della Cultura. Da questo punto si cambia del tutto ritmo e il romanzo decolla. Sarebbe bastato cancellare o ridurre a 5-10 pagine le cento precedenti per farne un gran libro!

L’Impero è una struttura gerarchica, militarizzata e piena di regole, che decide le carriere e la politica mediante un gioco detto Azad, termine dai molteplici significati. In base al piazzamento nel gioco, viene deciso il ruolo sociale di ciascuno e persino la carica di Imperatore, che, ovviamente, è il giocatore migliore.

I dettagli del gioco non vengono esplicitati nel romanzo, ma se ne comprende abbastanza da venirne coinvolti. Piuttosto sviluppata è anche la caratterizzazione dei due popoli, quello della Cultura che cambia sesso come si cambia vestito, quello dell’Impero, diviso in tre sessi, con ruoli sociali ben diversi tra loro. Completamente diversa è la visione delle cose per la Cultura e l’Impero.

Posso immaginare che ciò che può aver incuriosito l’inventore di Facebook sia il fatto che la Cultura si basa sul libero scambio delle conoscenze, sulla collaborazione e la condivisione, vero spirito di internet, in contrapposizione al mondo delle accademie, della cultura chiusa e autorefenziale. Nell’Impero i migliori giocatori sono quelli che hanno frequentato scuole speciali, accessibili solo a élite del terzo sesso, gli apici.

Mi è piaciuta anche l’ambientazione dell’ultima partita, sul Pianeta di Fuoco: un mondo con un forte rigonfiamento equatoriale, per cui ci sono due grandi oceani, non comunicanti, uno a nord e uno a sud. Ipotesi assai plausibile, che porterebbe creare due ecosistemi marini paralleli ma diversissimi: un esperimento evolutivo affascinante. Un po’ meno plausibile è l’idea che l’anello di terraferma sia percorso da un’onda di fuoco che, perennemente fa il giro dell’equatore, permettendo a piante e animali di risorgere ogni volta dalle ceneri. Un mondo di fenici! Altro interessante adattamento evolutivo.

Strano romanzo di fantascienza sociologica, insomma, in qualche modo imparentato con “Hunger games”, se non altro per la centralità del gioco nella vita sociale, e ricco di riflessioni sociologiche ed evolutive. Peccato solo che l’onda di fuoco non sia riuscita a bruciare le prime pagine!

 

E ora?

Ora cercherò di leggere qualcun altro dei libri suggeriti da Mark Zuckerberg:

1) Ibn Khaldun, La Muqaddimah

2) Yuval Noah Harari, Sapiens

3) Michelle Alexander, Il nuovo Jim Crow

4) Moisés Naìm, La fine del potere

5) Ed Catmull, Creatività, Inc

6) Steven Pinker, The better angels of our nature

7) Eula Biss, Sull’immunità

8) Iain M. Banks, L’Impero di Azad

9) Sudhir Venkatesh, Leader di una gang per un giorno

10) Thomas S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche

11) Peter Huber, Orwell’s Revenge

12) Vaclav Smill, Energy

13) Henry M. Paulson, Dealing with China

14) Michael Suk Young Chwe, Rational Ritual

15) Eula Biss, On immunity

O magari potrei leggere qualche altro romanzo del Ciclo della Cultura di Banks:

 

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