Archive for dicembre 2015

UNA MIA UCRONIA IN STAR TREK

e794a-if_n18_cop_prima2bcopiaMentre nelle sale cinematografiche di tutto il Pianeta Terra impazza il settimo film del ciclo di “Guerre Stellari”, Tabula Fati dedica il numero monografico n. 18 di IF – Insolito & Fantastico all’altra grande (e per me inferiore) saga fantascientifica di questi nostri anni: “Star Trek”.

Ultimamente la rivista è tornata all’originaria ripartizione che vedeva una parte saggistica e una narrativa, prevedendo anche un concorso a tema, il cui risultato è la pubblicazione di tre racconti.

Tra i racconti pubblicati, fuori concorso, compare anche il mio, di sapore ucronico, “L’altra Gerusalemme”, in cui immagino che al termine della Seconda Guerra mondiale, Israele sia fondato tra le due Germanie anziché in Palestina. Ho scritto il racconto con l’idea di mostrare come sarebbe cambiato, in tale situazione, il terrorismo internazionale in Medio Oriente e in Europa.

Sebbene incentrato sulla saga di “Star Trek”, il volume non manca di dedicare un capitolo alle vicende dei Cavalieri Jedi, con l’articolo di Riccardo Rosati “La religione in Star Wars”.

Interessante, in particolare, l’analisi di M. Gobbo sul tema “Star Trek come rappresentazione filmica di un cinquantennio”. La longevità infatti, di entrambe queste serie, le rende entrambe termometri dell’evoluzione della nostra società, del modo di concepire il cinema e la fantascienza.

Curioso il raffronto di Nunziante Albano tra “Star Trek” e la serie tedesca “Raumpatrouille”.

Fuori tema, Vito Tripi ci parla di Dottor Destino, Gianfranco De Turris ci parla dello scomparso Hans Ruedi Giger, l’inventore di Alien, morto il 12/05/2014, e Marco Cimmino delle debolezze dei narratori fantastici italiani dei secoli scorsi.

Scattate con Lumia Selfie

Il Lato Oscuro di… Carlo Menzinger

Nella parte narrativa, a parte il mio racconto e i vincitori del concorso, Franco Piccinini, Juri Casati e Franco Calabrese, rileva il finale del romanzo “La donna eterna” (She, 1887) di Henry Ridder Haggard.

Colgo l’occasione della lettura della recensione, in fine volume, di tre romanzi sugli zombie scritti da autori italiani (Nicola Furia, Massimo Spiga, Alessandro Girola) fatta da Vito Tripi, per riportare una mia veloce riflessione: le storie di zombie in Italia non potrebbero funzionare. Abbiamo case troppo “fortificate”, alti muri, vere fortezze. Le storie di apocalissi zombie funzionano solo in paesi come l’America con case di periferia che sembrano fatte di cartone, porte di vetro, finestre al piano terra senza inferriate. Dunque, stiamo tranquilli: se mai ci sarà un’apocalisse zombie, gli italiani si salveranno!

Trascorrete un 2016 sereno!

 

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I MIGLIORI AUTORI SONO I CREATORI DI UNIVERSI IMMAGINARI, MA…

La miglior letteratura, per me, deve essere creativa. Possiamo immaginare un grafico cartesiano con alle ordinate la qualità e alle ascisse la creatività. Al crescere della creatività crescerà anche la qualità.

Con i libri però le cose non sono così semplici, perché se aumenta la creatività, ci si discosta dal reale e quando ci scostiamo dal reale diminuisce l’empatia. Se un libro non genera empatia, non ci piace, dunque non è un buon libro ovvero la sua qualità è ridotta. Possiamo allora immaginare un altro grafico in cui al crescere della creatività decresce l’empatia e questa fa decrescere la qualità.

Dunque, un buon libro dovrà bilanciare accuratamente creatività ed empatia. La buona letteratura si troverà al punto di incontro delle due rette con andamento inverso che abbiamo descritto. Direi che la retta crescente della qualità in funzione della creatività avrà un’inclinazione maggiore della retta decrescente della qualità in funzione dell’empatia, ma ogni autore o lettore, può immaginare diverse pendenze.

Seguendo questo ragionamento, la letteratura fantastica, nel primo grafico, si pone sopra ogni altro genere di letteratura che non sia tale. I creatori di mondi alternativi sarebbero così i migliori autori in assoluto.

Questo ci aiuta a capire meglio il discorso “matematico” che facevamo prima, dato che spesso opere di grande creatività sono così astratte dalla realtà da non creare alcun coinvolgimento (empatia) con il lettore.

Un esempio di autore con una capacità creativa notevolissima e che ha creato interi universi immaginari, è Iain M. Banks di cui ho appena letto uno dei numerosi volumi del ciclo della Cultura dal titolo “Volgi lo sguardo al vento”.

Guerre stellari

Banks ha immaginato un lontano futuro in cui (un po’ come in Guerre Stellari, ma con molta più fantasia) numerose razze convivono popolando la galassia e in cui gli umani hanno creato una civiltà detta La Cultura. Banks inventa macchinari, creature aliene, forme sociali, forme d’arte, modi di pensare nuovi, dimostrando una fantasia e una creatività sfrenate. Questo lo potrebbe collocare in vetta alla retta del nostro primo grafico.

Purtroppo, per descrivere un universo tanto diverso, si perde in continue spiegazioni (sebbene mai lunghe, è in questo lo apprezziamo) o ci travolge con nomi e creature che non riusciamo a focalizzare, quasi parlasse una lingua straniera che conosciamo poco. Inoltre, come si diceva, non solo il lettore si distrae nel cercare di capire davanti a quale strano alieno si trovi di fronte o a quale regola dell’etichetta della Cultura sia stata violata, ma finisce per non ritrovarsi in un mondo così diverso, al punto di non sentirsi coinvolto.

Ci sono alcuni passaggi coinvolgenti, come quello che definirei centrale, dell’attentato/vendetta con cui dovrebbero morire cinque miliardi di creature, creature tra le più affascinanti, come i beemotauri, che mi fanno un po’ pensare a quella che considero la miglior creatura mai immaginata, il pianeta senziente inventato da Lem in “Solaris”, ma la trama appare così esile che non saprei descriverla, tante essendo le divagazioni e tanti i salti narrativi. Un’unitarietà si coglie, ma, come lettore, la gestisco male.

In “Volgi lo sguardo al vento” (2000) ritroviamo la Cultura, che avevo avuto modo di scoprire leggendo “L’Impero di Azad” (1988), ma il romanzo è del tutto autonomo. Mi pare, infatti, di capire, che le opere di questo ciclo abbiano la caratteristica di contribuire a descrivere l’universo immaginario creato da Banks attorno alla Cultura, pur essendo ciascuna indipendente dall’altra e dunque, mi pare, leggibili autonomamente.

Colgo l’occasione per riepilogare i romanzi del ciclo, come li trovo su wikipedia:

Ciclo della Cultura

Iain M. Banks (Dunfermline, 16 febbraio 1954 – 9 giugno 2013)

Se “L’Impero di Azad”, lentissimo a partire, mi aveva poi affascinato, spingendomi a riprendere in mano un romanzo di Banks, “Volgi lo sguardo al vento” mi ha scoraggiato, forse definitivamente, anche se la sua grande forza creativa ancora mi attrae e incuriosisce.

LE MATRJOSKE DELLA TORRE NERA

Dopo aver finito il settimo romanzo della saga della “Torre Nera di Stephen King, una delle migliori in circolazione, mi ero detto che forse un giorno avrei potuto leggere anche l’ottavo volume (“La leggenda del vento” – 2012), sebbene mi fosse chiaro che non fosse né un sequel, né un prequel della serie, ma solo una storia minore che si poteva collocare temporalmente tra il 4 e il 5 libro, pur essendo stato scritto per ottavo.

Ho resistito solo per pochi mesi prima di lasciarmi tentare. In effetti, la lettura ha confermato quanto mi aspettavo. Siamo nel Medio-Mondo, si parla della Torre Nera, dei Vettori, di bimboli e di altre creature tipiche di questo non-luogo, ma siamo su una strada secondaria del racconto, anzi, più lontani ancora dalla trama principale, dato che (questo non me l’aspettavo) quello che ho letto era quasi un meta-romanzo, se non un meta-meta-romanzo o, se preferite e forse più correttamente, un romanzo matrjoska, dato che non abbiamo al suo interno un vero pseudobiblion, ma solo un racconto, o meglio una leggenda.

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Stephen King

Incontriamo, infatti, il pistolero della saga Roland di Gilead, con tutti i suoi amici, il suo ka-tet, e li vediamo rifugiarsi da una tempesta molto forte, come se ne vedono solo nel Medio-Mondo. Mentre aspettano che questa passi, Roland racconta ai suoi compagni una sua avventura di quando era ragazzo, in cui combatteva con quelle creature che sono qualcosa di più dei licantropi e che potremmo definire mutaforma, degli uomini in grado di trasformarsi in animali diversi. Roland ragazzo, in questo racconto (quasi uno pseudobiblion) incontra un bambino e gli racconta una storia che gli narrava sua madre quando era piccolo: “La leggenda del vento” (quasi un altro pseudobiblion dentro il precedente), che per l’appunto parla di una tempesta simile a quella in cui si trova Roland nella storia principale.

Diciamo quindi che la maggior debolezza di questo romanzo (a parte il fatto di essere una storia autonoma rispetto alla saga, cosa che potrebbe anche essere un vantaggio, consentendo a chi voglia di leggerla, senza conoscere gli altri libri) sta proprio nel fare ricorso a questo trucco per dilatare la storia principale (“La leggenda del vento”) con un’altra storia minore (l’avventura di Roland giovane), collegandola alla trama della saga con un racconto del tutto esile.

Noto poi alcune immagini che mi ricordano altre storie. Per esempio, quando il ragazzo della storia centrale, Tim, guarda nel secchio magico ritrovo Harry Potter che guarda nel Pensatoio di Silente o quando Tim dorme sotto il lenzuolo magico con la tigre mi sembra quasi di vendere “Vita di Pi”.

King è pur sempre King e le sue storie sono sempre godibili, ma questo è di certo il volume più debole tra tutti quelli della saga e uno dei meno significativi dell’autore, che si può evitare di leggere senza perdere molto.

IL VAGABONDO DEL TEMPO

Quando ero bambino e frequentavo le scuole primarie (che allora si chiamavano elementari) i miei tre autori preferiti erano, nell’ordine, Emilio Salgari, Jules Verne e Jack London. Mentre di Salgari in quel periodo credo di aver letto quasi tutto, ovvero decine di romanzi, suoi o dei suoi figli, e di Verne un numero di opere che non doveva essere poi molto inferiore, di London (John Griffith Chaney London  – San Francisco, 12 gennaio 1876 – Glen Ellen, 22 novembre 1916), credo di aver letto piuttosto poco. Essenzialmente i classici “Zanna bianca”, “Il richiamo della foresta” e “Martin Eden”, nonché “Assassini SpA”. Non ricordo di aver affrontato allora, in particolare, “Il vagabondo delle stelle”, che ho ora appena finito di leggere.

Sebbene il titolo potrebbe essere quello di un bel romanzo di fantascienza, questo lavoro del 1915 (dunque antecedente al genere) è invece soprattutto una raccolta di avventure esotiche dal sapore quasi salgariano, se non fosse per la componente soprannaturale e per un gusto della tortura e del dolore che farebbe piuttosto pensare a un Edgar Allan Poe e certo lo scrittore di San Francisco non può aver ignorato il suo predecessore bostoniano.

Il romanzo comunque ha una sua autonoma dignità e originalità. Narra le vicende di un professore universitario di agronomia di nome Darrell Standing incarcerato per omicidio che viene torturato dal direttore del carcere di San Quentin (vicino San Francisco), convinto che Darrell abbia nascosto della dinamite. La tortura consiste in lunghi giorni da trascorrere in totale isolamento, con una camicia di forza che non solo limita i suoi movimenti, ma è così stretta da atrofizzarne dolorosamente i muscoli e rendere difficoltosa la respirazione. Comunicando con gli altri “incorreggibili” reclusi nel medesimo corridoio mediante un codice formato da colpi nel muro, impara una tecnica per separare la mente dal corpo e in questo modo ricorda vite passate, di svariate epoche, dalla preistoria al ventesimo secolo.

Più che un vagabondo delle stelle, si direbbe un viaggiatore del tempo, anche se il suo viaggio è a senso unico, salvo riscoprire con la memoria le vite vissute grazie alla metempsicosi o, per essere più precisi, alla metemsomatosi, dato che la sua mente pare spostarsi da un corpo all’altro.

Jack London

Il risultato è un romanzo che somiglia molto a una raccolta di racconti avventurosi (è incredibile che vite complesse abbia vissuto il professor Standing in passato) ambientati in vari luoghi della terra, dalla Palestina dei tempi di Gesù, all’antica Corea, a un’isola artica, al vecchio west. Sembrerebbe un facile trucco per trasformare una raccolta di racconti in un romanzo, ma l’opera riesce ad avere una sua unitarietà, poiché, come egli stesso dice, Darrill è oggi quello che è in quanto ha vissuto le vite antiche che solo ora ricorda e sopravvive alle torture del carcere solo grazie al ricordo di queste vite.

Oltre che opera di avventura e riflessione sulla vita, la morte e l’immortalità dell’anima (destinata a infinite reincarnazioni), “Il vagabondo delle stelle” è anche l’occasione per denunciare le condizioni inumane delle carceri americane e la follia della pena di morte, allora e tuttora in vigore negli Stati Uniti d’America.

LA NASCITA DELLA PSICOSTORIA

Isaac Asimov ha collegato solo in un secondo momento i vari cicli di romanzi che narrano la storia futura della nostra Galassia. I primi romanzi furono, infatti, scritti soprattutto negli anni tra il 1953 e il 1964. “Preludio alla Fondazione”, invece, è del 1989, un altro importante romanzo di collegamento come “I robot e l’Impero” è del 1986 e, analogamente, le opere che “completano” i cicli sono degli anni ’80.

Se “I robot e l’Impero” unisce, appunto, i cicli dei Robot e dell’Impero, “Preludio alla Fondazione”, non è solo il prequel del ciclo della Fondazione, ma richiama anche i temi dei due cicli precedenti. Rappresenta, quindi, più di tutti, un’opera “artificiale”, creata per unire storie distanti tra loro migliaia di anni e con diversità notevoli, seppur giustificate e spiegate dall’autore nelle nuove opere. Dunque, una simile lettura dovrebbe lasciar ben poco sperare come qualità. Eppure Asimov è riuscito a farne un romanzo piacevole e interessante almeno quanto alcuni dei migliori delle serie che unisce, sicuramente più del citato “I robot e l’Impero”, innanzitutto perché ha un’impostazione meno “didattica”, dato che “Preludio alla Fondazione” non ha più l’esigenza, complessa, di spiegare come i robot siano scomparsi nell’Impero, compito assolto da “I robot e l’Impero”.

Uno dei maggiori difetti de “I robot e l’Impero” era l’uso del metodo investigativo inteso come:

  1. Mostra un evento;
  2. Fallo raccontare di nuovo a un personaggio che lo analizza per scoprirne i segreti;
  3. Eventualmente ripeti il punto 2.

Questo approccio, tipico della serie dei robot, viene utilizzato anche in “Preludio alla Fondazione”, ma per fortuna solo brevemente e, se non ci fossero i precedenti citati, quasi non si noterebbe.

Nonostante la sua funzione di congiunzione, che porta il romanzo a riprendere alcuni temi tipici degli altri romanzi, dalle leggi della robotica, alla psicostoria, alla struttura e nascita dell’Impero (si cita il conflitto tra la Terra e Aurora), riesce a essere innovativo e a regalarci dei momenti coinvolgenti.

La funzione di quest’opera è soprattutto di spiegare la nascita della psicostoria e vede come protagonista il suo creatore, Hari Seldon, impegnato in una serie di avventure che lo fanno sembrare l’Indiana Jones della matematica, ma che comunque rendono vivace la lettura.

Devo dire che la visione asimoviana di una Galassia organizzata in un impero composto da milioni di mondi, popolati solo da esseri umani (di origine terrestre), mi lascia alquanto perplesso, sia per la rapidità (20.000 anni) in cui l’umanità sarebbe passata dai 50 mondi abitati del ciclo dei robot ai milioni di pianeti con miliardi di abitanti, che mi fa pensare a tassi di natalità incredibili; sia perché mi pare inconcepibile che su miliardi di mondi l’uomo non si sia mai imbattuto in nessun essere intelligente. Persino gli animali e le piante aliene sono assai poco citati e sembrano autentiche rarità. Eppure ci sono miliardi di mondi pronti per essere abitati! Come può essere che nessuno abbia sviluppato forme di vita proprie? Tutto ciò, ovviamente, prendendo per buona la possibilità di muoversi a velocità ben superiori a quella della luce per andare da una stella all’altra.

L’altra cosa che non mi convince di queste ricostruzioni e che troppe cose siano rimaste simili a come erano negli anni ’50-’80 del secolo scorso.

Solo in “Preludio alla Fondazione” leggiamo, per esempio, di computer, ascensori (di solito normali a parte uno “gravitazionale” definito come raro), panini, mense e, incredibile, persino tennis!

Ma dico io, come può essere che l’umanità non si ricordi più della Terra (in merito indaga lo stesso Seldon) eppure esista ancora un gioco come il tennis? Come può essere che in decine di migliaia di anni l’umanità abbia continuato a consumare panini! Quanto poi ai computer, già ora hanno fatto progressi assai maggiori che non quelli prospettati da Asimov. Nel romanzo compaiono anche dei supporti video per la lettura, forse più vicini a un tablet che a un e-reader, ma con capacità di memoria quanto mai modesta. Internet, pur essendo al momento della pubblicazione, prossimi alla sua esplosione non esiste, anche se si accenna a un accesso diffuso di informazioni. Quanto alla telefonia mobile, per gli uomini del futuro sembra essere… fantascienza.

Isaac Asimov

Peraltro, tra le visioni di Asimov non ancora realizzate, oltre ai robot antropomorfi, segnalerei che il mondo in cui è ambientata la storia, la capitale dell’Impero, Trantor ha un clima controllato, essendo interamente chiuso sotto una calotta, che lo difende dall’ambiente esterno, che la sovrappopolazione (40 miliardi di abitanti) ha reso instabile e inabitabile.

Comunque penso sia giusto accogliere e accettare per quello che è questa Galassia che Asimov ha voluto disegnarci, pulita, regolare e prevedibile (grazie alla psicostoria), molto WASP (White Anglo Saxon Protestant), assai lontana dai cliché della distopia, sebbene in “Preludio alla Fondazione” si parli della decadenza dell’Impero. Anche se il protagonista si cala nei quartieri più malfamati e affronta i delinquenti locali, la sensazione è sempre quella che, poco lontano, ci sia il mondo ordinato e sereno dell’Impero.

Insomma, prevale anche qui il tipico ottimismo futuristico asimoviano, che è la sua più tipica caratteristica.

Un ultimo appunto: il finale, forse in parte prevedibile, può comunque stupire e dona un tocco, positivo, in più al romanzo, dando un senso a molte cose.

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