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LA FANTASIA CREATRICE DELLA MAY

Risultati immagini per la terra dai molti coloriÈ appena uscito su “Progettando.Ing” un mio articolo intitolato “I costruttori di universi” che inizia con queste parole:

Ci sono numerosi modi per dividere e catalogare le opere di narrativa. Vorrei qui suggerirne una tra la letteratura che descrive il mondo e quella che costruisce mondi.

Sebbene i migliori e più acclamati autori si siano sinora dedicati più alla descrizione che alla costruzione e la prima abbia assai più numerosi sostenitori, credo che la letteratura che costruisce mondi meriti un maggior riconoscimento.”

A cool chick!

Julian May

Quando l’ho scritto non avevo ancora letto “La terra dai molti colori” (1981) di Julian May, ma questo libre e quest’autrice rientrano di certo a pieno titolo nella categoria della Letteratura che Costruisce Mondi. La piccola magia creata con questo romanzo da Julian May consiste nell’immaginare una galassia futura popolata da numerose razze intelligenti oltre all’umana e che convivono più o meno pacificamente tra loro, costituendo il Milieu Galattico. In questo universo, poi, inserisce una porta temporale che da questo futuro non troppo lontano, torna indietro di sei milioni di anni, nel pliocene della nostra vecchia cara Terra. Si tratta di una porta a senso unico e con una sola destinazione. Non è, insomma, una macchina del tempo che possa portarci nell’epoca che vogliamo: va solo nel pliocene, un po’ come la porta temporale di “22/11/’63” di Stephen King, che riportava invariabilmente allo stesso giorno e alla stessa ora del 1960. Qui, però, la porta è come un canale mobile tra il futuro e il pliocene, nel senso che se il signor X parte il giorno dopo del signor Y, arriva nel pliocene un giorno dopo di lui. Abbiamo così due “mondi immaginari” collegati, ma la fantasia della May non si ferma affatto qui. Dato che questa porta, creata nel 2034 da Theo Guderian, è ormai aperta da quasi un secolo, dall’altra parte sono passate circa centomila persone. Dovrebbero quindi aver creato una comunità di una certa importanza nella preistoria. Oltretutto, ognuno attraversa il tempo portandosi attrezzi e oggetti vari. Tutto ciò non sembrerebbe creare paradossi temporali, forse per l’enorme distanza tra i due tempi interessati, eppure tanta tecnologia e tanta gente passata nel passato dovrebbero avere effetti su tutto il futuro, salvo immaginare linee temporali autonome come nel mio ciclo su “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia”. Nel primo volume della saga, questo non sembra, ma rimane il sospetto che non sia così e che lo scopriremo nei prossimi volumi. Nelle prime cento pagine del libro, però non sappiamo nulla di quello che avviene nel pliocene. Che ci sia una comunità di uomini moderni è solo un’ipotesi plausibile, perché niente e nessuno torna indietro se non invecchiato di 6 milioni di anni. Immaginiamo dunque un terzo “mondo” di umani moderni all’interno del secondo e generato dal primo. Tra l’altro, la gente che decide di effettuare il salto indietro, si presenta piuttosto peculiare e molti attraversano il varco mascherandosi in vario modo (pirati, principesse, guerrieri…). Finalmente, dopo un’attesa che mi è parsa troppo lunga (circa cento pagine), arriviamo nella preistoria e scopriamo che la fantasia della May ha partorito un quarto “mondo”, che è qualcosa del tutto diverso da quello che si immaginava nel primo. Non vorrei dire molto altro, ma per far capire perché quest’opera sia un ottimo esempio di creatività, non posso non dire che nel pliocene non ci sono solo le creature che i paleontologi si aspettano, ma anche una razza aliena, diversa da quelle note nel futuro e proveniente da molto lontano. Non solo! Questa razza, pur umanoide, ha la peculiarità di generare figli tra loro molto diversi, al punto che si dividono in due popoli antagonisti, Tanu e Friulag. Non solo! La May immagina anche che alcuni individui della galassia futura siano dotati di poteri metapsichici e che lo stesso sia per gli alieni arrivati nella preistoria.

Insomma, un’ambientazione tra le più ricche, articolate e fantasiose della fantascienza, che, da sole, farebbero venir voglia di proclamare che si tratta di un capolavoro.

Non me la sento, però, di considerarlo pienamente tale, perché i personaggi sono buoni, anzi qualcosa di più, ma non siamo all’ottimo e la trama è accettabile, diciamo pure buona, eppure non è riuscita a coinvolgermi pienamente.

Il grande, notevole, fascino dell’opera rimane la sua ambientazione, questa mescolanza di mondi e culture, ma ci sono alcuni punti in cui l’attenzione vacilla, sebbene la trama sia abbastanza dinamica. Un’altra cosa mi è dispiaciuta è che ho iniziato a leggerlo sperando di avere a che fare con una storia di ambientazione preistorica, ma questo pliocene è talmente ricreato, che non lascia spazio ad avventure di sopravvivenza contro una natura selvaggia, come avevo sperato di leggere. Interessante è uno spunto per collegare fantascienza e fantasy, che forse potrebbe essere sviluppato nei prossimi volumi.

La Saga del Pliocene comprende altri tre romanzi (“Il collare d’oro”, “Il re non nato” e “L’avversario”) pubblicati tutti tra il 1981 e il 1984 e sono collegati al “Ciclo del Milieu Galattico”, pubblicato tra il 1987 e il 1996.

Probabilmente mi lascerò tentare dai prossimi volumi della saga, sperando che gli eventi prendano una piega più coinvolgente. Un universo così non può essere trascurato.Risultati immagini per pliocene

LA BUONA VECCHIA FANTASCIENZA INGLESE

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John Wyndham

Risultati immagini per il risveglio dell'abisso wyndhamIl risveglio dell’abisso” (“The Kraken Wakes”), pubblicato nel 1953 da John Wyndham, pseudonimo di John Wyndham Parkes Lucas Beynon Harris (Knowle, 10 luglio 1903 – Londra, 11 marzo 1969), è uno dei più classici romanzi di quegli anni d’oro per la fantascienza di lingua inglese. Se in quel periodo spopolavano gli autori americani, Wyndham, pur essendo cittadino britannico ebbe la sua dose di fama con questo romanzo e con altri capisaldi come “Il giorno dei trifidi” e “L’invasione degli ultracorpi”, vere pietre miliari del genere.

L’affascinante ipotesi di questo romanzo è che delle creature abitanti gli abissi oceanici, a decine di chilometri di profondità, abbiano sviluppato una civiltà del tutto diversa dalla nostra e, provocati dall’umanità, muovano al contrattacco, rivelandosi assai più potenti di noi e soprattutto irraggiungibili e inconoscibili, mistero che dà particolare dignità alla narrazione. Se questi esseri marini siano di origine aliena o si siano sviluppati negli abissi degli oceani terrestri non è dato sapere,Risultati immagini per il risveglio dell'abisso wyndham anche se la vicenda comincia con strani oggetti luminosi che, provenienti da cielo, si immergono in mare.

La storia ha sviluppi apocalittici e si presenta come un’originale rappresentazione di invasione aliena, con l’interessante raffigurazione di creature in grado di svilupparsi intellettualmente nonostante le tenebre profonde e le altissime pressioni in cui vivono. Sebbene non le mostri mai direttamente, Wyndham ci
presenta delle creature profondamente diverse da noi per origini, mentalità ed esigenze vitali, cosa quanto mai apprezzabile in un’opera che esplora i confini del possibile e quanto di più lontano possibile dai ridicoli alieni antropomorfi di serie televisive come Star Trek o di altra fantascienza di qualità decisamente inferiore. Sebbene non definirei quest’opera un capolavoro della letteratura, essendo forse un po’ troppo semplice e sviluppando troppo velocemente gli effetti di questa devastante invasione, rimane comunque ancora oggi uno tra i romanzi più originali e consistenti della fantascienza.

SOPRAVVIVERE IN UN MONDO OSTILE

Risultati immagini per Tom Godwin RagnarokCi sono libri importanti, libri ricchi di contenuti, libri che ti insegnano qualche cosa e libri che si leggono con piacere.

I superstiti di Ragnarok” forse non sarà un libro importante o ricco di contenuti e non credo m’abbia insegnato molto, a meno che non mi capiti un giorno di vivere su un pianeta ostile ad alta gravità, forte escursione termica e predatori ferocissimi, ma è senz’altro un libro che ho letto con piacere, con grande piacere, e questa forse è la cosa più importante.

Il romanzo di Tom Godwin racconta di una spedizione di colonizzazione terrestre diretta verso il pianeta Athena, che viene assaltata da una razza aliena che schiavizza metà di loro e lascia gli altri a morire sul mondo inospitale di cui scrivevo sopra. Un luogo in cui vivere è impossibile, sopravvivere difficilissimo. Un piccolo gruppo di umani ci riesce e lo fa per alcune generazioni e dopo duecento anni tende una trappola agli alieni per conquistare una loro astronave e vendicare i loro Risultati immagini per Tom Godwin Ragnarokantenati.

Adoro le storie di sopravvivenza, di lotta con la natura e di ingegnosità e, da questo punto di vista il romanzo è valido. La scrittura è buona e gran parte della storia appare credibile. Forse l’accelerata del finale (in effetti, si parla proprio di “accelerazione”) è un po’ troppo fantasiosa, ma è anche vero che molto del futuro dei reietti di Ragnarok rimane nei loro sogni e non sappiamo se si realizzeranno veramente. Godwin poteva lasciare, magari, un finale più aperto.

Un buon autore che ancora non conoscevo e scoperto grazie alla “Fratellanza della Fantascienza”. Peccato che abbia scritto ben poco d’altro! La storia è ben equilibrata e coinvolgente, nonostante il succedersi delle generazioni, che potrebbe disorientare, dato che i protagonisti cambiano spesso, ma seguiamo comunque l’evoluzione delle famiglie di sopravvissuti e il vero protagonista è tutto il gruppo, che persegue con costanza il proprio scopo e la propria lotta. Molto bello anche il rapporto che si instaura con gli animali selvaggi del pianeta.

C’è anche un sequel: “I reietti dello spazio”.

 

NAUFRAGIO TRA UNA FOLLA DI UMANOIDI

Com’è possibile che i terrestri giunti sul lontano pianeta Tschai vi trovino altri esseri umani e numerose razze di umanoidi? Se c’è qualcosa che mi fa qualificare un romanzo di fantascienza come di Serie B, sono gli alieni umanoidi, ma Jack Vance è uno dei maestri del genere e nel suo “Naufragio sul Pianeta Tschai” sono gli stessi naufraghi a porsi questa domanda e a trovare una possibile risposta. Si tratta del primo volume di una serie, quindi, non avendo ancora letto gli altri volumi, non potrei dire se l’ipotesi formulata troverà conferma, ma quello che il protagonista intuisce è che, ai tempi degli uomini preistorici una delle razze aliene che vive su Tschai passò dalla Terra e da lì rapì alcuni dei nostri antenati e lo stesso fece su altri pianeti, trasformando così Tschai in un crogiolo di razze aliene. Gli umani e le altre razze, nel frattempo, nel corso dei millenni si sono evoluti in varie sottorazze.

Trovo strano, però, che oltre agli umani, dalla terra siano arrivati anche i cavalli (mentre non si citano altre specie animali), sebbene in epoca preistorica il loro addomesticamento non fosse iniziato e, quindi, non fosse già legati agli umani.

Jack Vance, vero nome John Holbrook Vance (San Francisco, 28 agosto 1916 – Oakland, 26 maggio 2013),

Il romanzo è sostanzialmente l’avventura dell’unico superstite di una spedizione spaziale, che, dopo aver imparato a tempo di record e alla perfezione la lingua locale, si destreggia tra feroci indigeni, belle fanciulle (praticamente una principessa) da salvare, scialuppa spaziale da recuperare, sacerdotesse combattive e vendicative, combattendo con successo e riuscendo persino a diventare il capo di una città di umani, dopo averli aiutati  a liberarla dagli oppressori di una razza aliena.

La parte più interessante dell’ambientazione è la ricchezza di razze umanoidi, ma nessun altro aspetto del pianeta è descritto con pari dettaglio (fauna, flora, morfologia, architettura). Anche la tecnologia non eccelle per originalità, essendo rappresentata da classiche astronavi, armi al plasma, zattere
volanti e poco più.

La caratterizzazione dei personaggi è più legata all’identificazione razziale che non ad approfondimenti psicologici.

Insomma, non direi che sia un’opera indimenticabile, anche se l’ho letta con piacere e potrei persino leggere i prossimi volumi anche solo per il gusto di sapere come andrà a finire la vicenda.

NEANCHE I CICLI ASIMOVIANI

Fino a poco fa, pensavo che “Neanche gli Dei”, il romanzo scritto da Isaac Asimov nel 1972, fosse l’ultimo volume della storia futura della Galassia immaginata da Isaac Asimov nei tre Cicli dei Robot, dell’Impero e della Fondazione e in alcune opere “fuori Ciclo”. Sto rileggendomi tutti questi romanzi e racconti e così, dopo aver letto il sesto e ultimo volume del terzo Ciclo, quello della Fondazione, “Fondazione e Terra”. Ho cominciato a leggere “Neanche gli Dei”. Si tratta di un romanzo che avevo letto da ragazzino ma di cui ricordavo solo due cose: mi era piaciuto moltissimo e raccontava di creature molto strane. Appena ho cominciato a leggere, però, mi è stato subito chiaro che l’informazione che avevo avuto e che collocava quest’opera al termine della storia galattica dei robot, dell’Impero e delle Fondazioni non era affatto corretta.  “Neanche gli Dei” non ha nulla a che fare con quei libri.

Che si tratti di un ottimo romanzo di fantascienza è testimoniato anche dal fatto che ha vinto due dei massimi riconoscimenti in questo campo, il Premio Nebula e il Premio Hugo, e anche questa seconda lettura, pur fatta a distanza di decenni, mi ha soddisfatto.

Se non ci fosse stato questo equivoco, non l’avrei riletto e sarebbe stato un peccato perché è certo uno dei migliori romanzi di Asimov. “Neanche” quelli dei tre Cicli sono all’altezza!

 

L’opera è divisa in tre parti che corrispondono a tre diverse ambientazioni. Ciascuna ha un titolo che letto assieme agli altri formano una frase:

  1. Contro la stupidità…
  2. … Neanche gli Dei…
  3. … Possono nulla?

 

Isaac Asimov

La prima parte si svolge sulla Terra e racconta di come un semplice radiochimico Frederick Hallam riesca a scoprire un sistema del tutto economico di produrre energia. Questo grazie a un insolito collegamento che si crea con un universo parallelo, da quale dei “para-uomini” inviano nel nostro universo sostanze non “previste” dalla nostra chimica. La trasmissione di queste sostanze comporta la creazione di energia in entrambi gli universi. Quello che si scopre poi è che questo è possibile perché l’altro universo ha leggi fisiche diverse dalla nostre. Oltre allo scambio di materia ed energia, la Pompa Elettronica Interuniversale, grazie alla quale avviene il processo, fa mescolare le leggi dei due universi che tendono a uniformarsi. In particolare, nell’altro universo l’Interazione Forte, quella che tiene unite le particelle, è diversa che da noi. “Importando” la loro Interazione Forte il sole e la Galassia rischiano di esplodere. Il sistema di produzione energetica è però troppo comodo, facile ed economico e nessuno ci vuol rinunciare, né credere alle cassandre, come il fisico Peter Lamont, che preconizzano la prossima esplosione galattica. Notevole è l’intuizione scientifico-narrativa alla base di questa prima parte. Partendo dall’idea della presenza di un isotopo “impossibile” del tugsteno, Asimov riesce a immaginare una fisica alternativa.

La seconda parte era certo quella che mi doveva aver affascinato di più da ragazzo e anche oggi mi ha colpito per la genialità creativa. Asimov non solo immagina un universo con forze fisiche e chimiche diverse, ma un’organizzazione sociale e sessuale del tutto differenti dalla nostra, dimostrandosi, assai più che nei Cicli dell’Impero o della Fondazione, un fantasioso creatore di mondi.

La diversa interazione forte del Parauniverso è tale da consentire ai suoi abitanti di mescolare tra loro i propri atomi.

La specie intelligente è formata da tre sessi. A ciascun sesso corrisponde un diverso grado di consistenza o rarefazione, un diverso carattere e una differente funzione nella coppia.

I Paterni sono i più solidi e si occupano dell’allevamento dei bambini che sono sempre tre, dei tre diversi sessi, ma che nascono uno per volta.

I Razionali sono più rarefatti dei Paterni e svolgono tutte le attività intellettuali.

Le Emotive, sono ancor più rarefatte, in grado di espandersi e diventare quasi una nube o di mescolare i propri atomi con quelli delle rocce. Sono la parte sensibile e sensuale della triade.

L’equivalente dell’accoppiamento sessuale, per questi esseri, è la fusione. Perché la fusione sia perfetta, si devono fondere tra loro un Paterno, un Razionale e un’Emotiva. Una volta formata la triade, le tre parti continuano a unirsi solo tra di loro. Quando le Emotive riescono a raccogliere abbastanza energia prima dell’accoppiamento, nasce un figlio. Per far nascere un’Emotiva ci vuole più energia che per gli altri. Nasce sempre per ultima. Dopo che è nata la terza figlia, la triade si unisce un’ultima volta e trapassa. Solo in questo momento o poco prima, scopre che questo non vuol dire morire ma trasformarsi in coloro che, fino a quel momento pensavano appartenere a un’altra razza, i Duri, esseri ancora più densi dei Paterni. Una triade con l’ultima fusione, cioè, si trasforma in un Duro, un essere davvero maturo e comprensivo di tutte le caratteristiche degli altri tre. La sua densità atomica è maggiore, perché unisce gli atomi della triade.

Il Parauniverso si sta raffreddando e morendo, i Duri e i Morbidi (così sono detti nel loro insieme Razionali, Paterni ed Emotive, anche detti Sinistridi, Destridi e Mediane) si stanno estinguendo. Lo scambio di energia dà loro nuove speranze ma sono consapevoli che la mescolanza di leggi fisiche farà spegnere il proprio sole ed esplodere quello dell’altro universo. Lo spegnimento del proprio debole sole non li preoccupa: avranno comunque l’energia dell’altro universo.

Un’Emotiva però non vuole che gli abitanti del nostro universo siano distrutti e cerca di avvertire gli uomini all’altro capo della Pompa Elettronica Interuniversale.

Se nella prima parte eravamo coinvolti dalle vicende della nascita della Pompa, nella seconda seguiamo la vita di una triade molto speciale, quella di Odeen, Dua e Tritt, quella dell’Emotiva Dua che avverte gli umani, ma anche quella che sta dando vita al Duro Estwald che ha creato la Pompa. La triade, infatti, durante i lunghi periodi della fusione, si trasforma già nel Duro, che poi diventerà definitivamente l’Estwald che ha intuito come realizzare lo scambio con l’altro universo.

La terza parte si svolge sulla luna. Asimov ne approfitta per descriverci una colonia umana popolosa che si è ormai adattata da generazioni a vivere in ambienti chiusi e sotterranei, con poca gravità e ci mostra le peculiarità di questa società.

Qui troviamo una lunarita, Selene, che, per effetto di sperimentazioni genetiche è diventata super-intuitiva. Sebbene sia solo una guida turistica, riesce ad aiutare il fisico Denison a trovare una soluzione al problema. Non possono convincere gli umani a bloccare le Pompe, perché la nuova energia è troppo allettante e il rischio non compreso e capiscono che il Parauniverso non le fermerà per loro, decidono allora di compensare la “immissione” di leggi naturali del parauniverso, con altre opposte. Cercano e trovano così un terzo universo con un’interazione forte opposta a quella
del primo. Con un nuovo sistema faranno così affluire nel nostro universo le leggi di questo terzo, annullando l’immissione di quel dell’universo delle triadi e tutto ciò senza rinunciare all’energia.

Tre parti tra loro, dunque, molto diverse ma perfettamente connesse, con la prima parte scientificamente originale, la seconda che spicca per la novità e la creatività dell’ambientazione e la terza che comunque, oltre a rappresentare la chiusura del cerchio con la soluzione al problema, offre un’interessante ambientazione lunare.

Oltretutto, il romanzo è quasi privo del più classico difetto della narrativa asimoviana: la chiacchiera. Le vicende vengono descritte direttamente sotto gli occhi del lettore tramite le vicende dei protagonisti. Comprendiamo poco per volta la natura e le caratteristiche del parauniverso studiando il comportamento dei suoi abitanti. Non possono mancare gli altrettanto classici ragionamenti asimoviani, ma, a differenza di altre sue opere, qui sono ben equilibrati. La descrizione della luna è certo meno originale di quella del parauniverso, ma ha una discreta complessità e ricchezza di dettagli che ne fanno comunque uno dei migliori esempi d’ambientazione lunare in narrativa.

I MIGLIORI AUTORI SONO I CREATORI DI UNIVERSI IMMAGINARI, MA…

La miglior letteratura, per me, deve essere creativa. Possiamo immaginare un grafico cartesiano con alle ordinate la qualità e alle ascisse la creatività. Al crescere della creatività crescerà anche la qualità.

Con i libri però le cose non sono così semplici, perché se aumenta la creatività, ci si discosta dal reale e quando ci scostiamo dal reale diminuisce l’empatia. Se un libro non genera empatia, non ci piace, dunque non è un buon libro ovvero la sua qualità è ridotta. Possiamo allora immaginare un altro grafico in cui al crescere della creatività decresce l’empatia e questa fa decrescere la qualità.

Dunque, un buon libro dovrà bilanciare accuratamente creatività ed empatia. La buona letteratura si troverà al punto di incontro delle due rette con andamento inverso che abbiamo descritto. Direi che la retta crescente della qualità in funzione della creatività avrà un’inclinazione maggiore della retta decrescente della qualità in funzione dell’empatia, ma ogni autore o lettore, può immaginare diverse pendenze.

Seguendo questo ragionamento, la letteratura fantastica, nel primo grafico, si pone sopra ogni altro genere di letteratura che non sia tale. I creatori di mondi alternativi sarebbero così i migliori autori in assoluto.

Questo ci aiuta a capire meglio il discorso “matematico” che facevamo prima, dato che spesso opere di grande creatività sono così astratte dalla realtà da non creare alcun coinvolgimento (empatia) con il lettore.

Un esempio di autore con una capacità creativa notevolissima e che ha creato interi universi immaginari, è Iain M. Banks di cui ho appena letto uno dei numerosi volumi del ciclo della Cultura dal titolo “Volgi lo sguardo al vento”.

Guerre stellari

Banks ha immaginato un lontano futuro in cui (un po’ come in Guerre Stellari, ma con molta più fantasia) numerose razze convivono popolando la galassia e in cui gli umani hanno creato una civiltà detta La Cultura. Banks inventa macchinari, creature aliene, forme sociali, forme d’arte, modi di pensare nuovi, dimostrando una fantasia e una creatività sfrenate. Questo lo potrebbe collocare in vetta alla retta del nostro primo grafico.

Purtroppo, per descrivere un universo tanto diverso, si perde in continue spiegazioni (sebbene mai lunghe, è in questo lo apprezziamo) o ci travolge con nomi e creature che non riusciamo a focalizzare, quasi parlasse una lingua straniera che conosciamo poco. Inoltre, come si diceva, non solo il lettore si distrae nel cercare di capire davanti a quale strano alieno si trovi di fronte o a quale regola dell’etichetta della Cultura sia stata violata, ma finisce per non ritrovarsi in un mondo così diverso, al punto di non sentirsi coinvolto.

Ci sono alcuni passaggi coinvolgenti, come quello che definirei centrale, dell’attentato/vendetta con cui dovrebbero morire cinque miliardi di creature, creature tra le più affascinanti, come i beemotauri, che mi fanno un po’ pensare a quella che considero la miglior creatura mai immaginata, il pianeta senziente inventato da Lem in “Solaris”, ma la trama appare così esile che non saprei descriverla, tante essendo le divagazioni e tanti i salti narrativi. Un’unitarietà si coglie, ma, come lettore, la gestisco male.

In “Volgi lo sguardo al vento” (2000) ritroviamo la Cultura, che avevo avuto modo di scoprire leggendo “L’Impero di Azad” (1988), ma il romanzo è del tutto autonomo. Mi pare, infatti, di capire, che le opere di questo ciclo abbiano la caratteristica di contribuire a descrivere l’universo immaginario creato da Banks attorno alla Cultura, pur essendo ciascuna indipendente dall’altra e dunque, mi pare, leggibili autonomamente.

Colgo l’occasione per riepilogare i romanzi del ciclo, come li trovo su wikipedia:

Ciclo della Cultura

Iain M. Banks (Dunfermline, 16 febbraio 1954 – 9 giugno 2013)

Se “L’Impero di Azad”, lentissimo a partire, mi aveva poi affascinato, spingendomi a riprendere in mano un romanzo di Banks, “Volgi lo sguardo al vento” mi ha scoraggiato, forse definitivamente, anche se la sua grande forza creativa ancora mi attrae e incuriosisce.

PERCHE’ DOBBIAMO ASSOLUTAMENTE ANDARE SU MARTE

Acqua su marteQuesto è un blog dedicato ai libri, mi scuserete quindi se esco fuori tema, ma vorrei affrontare una questione che merita attenzione. In ogni caso, potete considerare questo post una premessa alla mia prossima recensione di “The Martian – Il Sopravvissuto”, che sto leggendo in questi giorni.

In questi giorni la notizia che su Marte siano state trovate tracce di una possibile presenza di acqua ha fatto comparire su Facebook alcuni post che mi hanno disturbato e ai quali ho risposto per ora solo succintamente. Il tema necessita però un maggior approfondimento, essendo di estrema importanza.

Il post (stimolando i nostri istinti protettivi con un’immagine che impietosisce) mostra un bambino assetato, che beve da una pozzanghera e la scritta “L’umanità non ha i soldi per estrarre l’acqua dalle zone aride, però ha i soldi per cercare l’acqua su Marte. La domanda è: c’è vita intelligente sulla Terra?175529647-34894ed6-1358-4130-b927-b964bd798686

L’insieme dell’immagine e del messaggio portano a far credere che l’affermazione sia giusta. Chi non vorrebbe che quel bambino possa avere acqua pulita da bere? Chi vorrebbe suo figlio costretto a bere in quel modo? Spinti dall’immagine, non ragioniamo sul senso dell’affermazione che vuole essere polemica ma anche ironica.

Innanzitutto, è sbagliato mettere in relazione le due questioni della mancanza di acqua e dell’esplorazione spaziale. La siccità in alcune zone della Terra è problema gravissimo e che va risolto, ma ci sono risorse altrove che possono essere impiegate a tal fine. Soprattutto c’è un più ampio problema di ridistribuzione delle ricchezze tra ricchi e poveri, tra zone floride e zone aride, tra Paesi sviluppati e Paesi in ritardo cronico sulla via dello sviluppo. Non è fermando gli investimenti per la ricerca che questi problemi si risolvono, anzi, dato che è solo grazie alla scienza che il nostro pianeta riesce a sfamare (più o meno bene, purtroppo) una moltitudine sterminata di esseri umani, il cui numero è in costante crescita (a ottobre 2015 l’insostenibile 175529634-e1d44ec0-c3e5-4a09-84ca-3af61a94373cnumero era già di 7,37 miliardi di bocche da sfamare e nel 2050 dovremmo essere 9,7 miliardi!). La ricerca scientifica va sempre sostenuta ed è proprio a causa della bassa entità delle spese dedicate a tal fine da molti governi, tra cui quelli del nostro Paese che lo sviluppo si arresta o rallenta. Non dimentichiamoci poi che lo sviluppo di tecnologie per estrarre l’acqua da Marte, con buona probabilità avrà effetti positivi proprio nella risoluzione dei problemi di siccità della Terra. Se si risolvono i problemi dell’approvvigionamento d’acqua su Marte, sarà poi un gioco farlo nelle zone aride del nostro pianeta.

Che cosa dire piuttosto di serie politiche demografiche che arginino la crescita forsennata della popolazione umana? Popolazione, poi, che vive consumando risorse pro capite sempre crescenti, con effetti disastrosi per l’ecosistema.

 

Potrebbe bastare questo a dire che il messaggio circolato è sbagliato e fuorviante, ma c’è una ragione più profonda e seria che ci fa capire quanto quella riportata sia un’affermazione demagogica.175529637-b01d4975-287d-45b1-96ee-8cbd2159f535

Si tratta di riflettere un attimo sull’evoluzione della vita. Alcuni sostengono che solo la fede in qualche religione possa dare un senso alla nostra esistenza. Non è di questo che intendo parlare, però c’è un senso della vita che travalica le fedi. Da uomini moderni credo sia difficile non accettare il concetto dell’evoluzione della vita. Diamolo per accettato, come base del ragionamento che segue.

L’universo è dominato dall’entropia, si dilata, tutto tende verso il disordine. C’è però una forza in controtendenza: la vita. La vita tende a organizzare, a sistematizzare, a creare organismi sempre più complessi e specializzati. Si adatta per raggiungere ogni angolo della Terra.

182340072-d40974a9-e94b-474b-a3d4-f6a4f418841cSolo della Terra? Non credo. L’esplorazione spaziale ci sta mostrando che moltissime stelle (forse è la norma) dispongono di sistemi planetari più o meno complessi e tra questi non mancano pianeti con dimensioni e caratteristiche generali simili a quelle della Terra. C’è vita su di essi? Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai, perché sono troppo lontani.

Sappiamo però cosa faccia la vita sulla Terra: muta. Organismi semplici si trasformano in altri più complessi in grado di affrontare nuovi ambienti e situazioni via via più ostili. Dal mare la vita si è estesa alla terraferma e al cielo. Si è adattata ai climi più caldi e a quelli più rigidi, alle profondità marine e alle vette delle montagne e persino nei deserti ce ne sono tracce.

A un certo punto, piuttosto recentemente in termini geologici, è comparsa una specie tecnologica, una specie capace di manipolare l’ambiente, di 175529612-07657fe6-3dec-439f-bb84-954624fbd88bcostruire strumenti per vivere in habitat diversi. Questa specie somiglia a un cancro, perché arriva ovunque nell’ecosistema e lo devasta, lo stravolge. Per causa di questa nuova specie, secondo la Lista Rossa delle Nazioni Unite ogni ora si estinguono tre specie animali o vegetali!  Tre all’ora! Non tre animali, ma tre intere specie! Come è possibile una simile devastazione della biodiversità? Se è vero che la vita tende a differenziarsi e a propagarsi,
come può essere che si sia sviluppato questo cancro che infetta l’intero ecosistema planetario? Noi umani siamo davvero solo la rovina del nostro pianeta, siamo solo una piaga devastante, nata per portare morte e distruzione tra tutte le altre specie e persino all’interno della nostra?

Non vorrei crederlo. Non voglio crederlo. Non lo credo. Vorrei, piuttosto, credere che, pur non essendoci alcun Destino verso cui tendiamo, pur non essendoci alcun Ordine Superiore, pur non essendoci nessuna Volontà che ci guida, l’umanità abbia un senso, biologicamente parlando. Voglio credere che questo senso sia proprio nella sua caratteristica più distruttiva: la capacità tecnologica.

Ebbene, l’umanità è stata la sola specie ad aver lasciato la Terra! Siamo la sola specie a essersi allontanata dal mondo in cui è nata (salvo credere ai 182340049-92872407-1f62-41e4-8470-5714e960688amicrorganismi che forse girano per l’universo addormentati all’interno di meteore, comete e meteoriti). Siamo la sola specie a essere scesa su un altro corpo celeste, la Luna e, presto, scenderemo anche su un altro pianeta, superando difficoltà tecniche che nessun’altra specie terrestre, per quanto intelligente potrebbe superare. Perché questo è importante? Questo non è solo importante, questo è importantissimo non solo per l’umanità ma per l’intera vita nata sulla Terra, perché per la prima volta la potremo portare su un altro pianeta, arido, brullo e inospitale, e trasformarlo, come solo l’uomo sa fare, in qualcosa di diverso. Marte forse non diventerà mai un paradiso per l’uomo, ma un giorno potrebbe diventare un mondo in cui nuove forme di vita potranno svilupparsi. E questo sarà solo un primo passo. Nel sistema solare ci sono altri corpi, grandi satelliti, che potrebbero avere elementi in grado di consentire la vita. Se la vita non si è sviluppata (e questo dobbiamo ancora verificarlo) 175529676-aae381b9-069e-4325-a95b-ce735037e6d0possiamo portarla anche in questi spazi inospitali, in questi corpi in cui la scintilla della vita non ha avuto la forza di sprigionarsi da sola, ma dove, con l’aiuto della tecnologia, potrebbe comunque attecchire. Per ora limitiamoci a pensare al sistema solare. Le stelle sono troppo lontane. All’irraggiungibile velocità della luce distano anni, secoli e millenni da noi. Un giorno forse, forte delle esperienze nel nostro sistema, potremo costruire alcune grandi arche, con migliaia di creature a bordo, e lanciarle verso l’ignoto. Ora pensiamo alla terraformazione del nostro sistema solare.
Terraformare significa rendere la vita possibile in mondi diversi dal nostro.

La genetica, assieme all’esplorazione spaziale, è, infatti, l’altro grande “dovere” dell’umanità. Sarà grazie alla genetica, io spero, che potremo riuscire a creare nuove razze in grado di adattarsi alla vita su Marte o altrove. L’umanità magari sarà costretta a vivere in calotte protette con micro-habitat, ma sul suolo marziano nuove piante e nuovi microrganismi potranno crescere e, tra le altre cose, persino trasformarsi in nuove forme di cibo per quest’uomo sempre affamato.

175529611-8307af36-9467-4838-899a-dec90a9bb0e0Per questo è importante sapere se su Marte c’è acqua. Perché l’acqua è alla base della vita come la conosciamo. Perché se ci sarà acqua non dovremo portarcela dietro dalla terra e non dovremo sintetizzarla in loco. Perché se ci sarà acqua sarà più facile cominciare una nuova esistenza lassù. Perché se ci sarà acqua potremmo persino scoprire altre forme di vita. Microrganismi, magari, ma formatisi in modo diverso. Magari non basati sul carbonio, magari con strutture fondamentali impensabili. Se ci sarà un simile microrganismo potremmo capire molto, moltissimo di noi, della vita e dell’universo.

175530343-2ab43552-f44c-48c3-b941-9a3f84f47bceCredo che siano possibili biologie diverse da quella terrestre, basate su diversi elementi, ma se su un mondo non c’è vita, se su Marte non c’è vita, dovremo cercare di ricrearla nella forma più simile a quella che già conosciamo. Per questo ci serve l’acqua. Anche se poca, anche se nascosta in profondità, anche se presente nella tenue atmosfera. La nostra tecnologia ci permetterà di estrarla, studieremo come e un giorno questo servirà anche a dissetare i bambini africani. Per questo dobbiamo cercare l’acqua su Marte.

Potremmo anche popolare l’universo di robot autoriproducentesi e persino capaci di evolvere, ma la vita, la vita cui apparteniamo, di cui siamo il cancro e la speranza, è quella che veramente dobbiamo diffondere. È qualcosa che le dobbiamo, alla Vita, per tutti i danni che le stiamo provocando. Un dovere morale, ma anche un istinto insopprimibile. Dobbiamo andare. Dobbiamo partire verso il cielo e le stelle, perché questo è scritto nel nostro DNA, perché questo è l’impulso della vita: crescete e moltiplicatevi.

E sulla Terra non c’è più posto.

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