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LA BUONA VECCHIA FANTASCIENZA FATTA DAI FISICI

Incontro con RamaAnche se oggi si pone altri obiettivi, credo non sia troppo sbagliato dire che la fantascienza nasca come un modo per fare riflessioni sulle possibilità della scienza, soprattutto fisica e chimica, poi estesa ad altre discipline come la biologia.

Alcuni autori importanti erano, in effetti, scienziati prestati alla letteratura. Ora, forse, questa connotazione si è un po’ persa.

Incontro con Rama”, sebbene sia del 1972 e non degli anni gloriosi tra il 1940 e la fine degli anni sessanta, mi pare rientrare a pieno nella hard SF.

Il buon Arthur C. Clarke (Minehead, 16 dicembre 1917 – Colombo, 19 marzo 2008), quello di “2001 Odissea nello spazio”, era, infatti, laureato in fisica e matematica e in questo romanzo fa buono sfoggio delle proprie competenze, nel descrivere la comparsa, nel 2130, di un oggetto dapprima confuso con un asteroide e che poi si rivela essere una grande astronave aliena. Sembra morta, ma rivela grandi soprese al suo interno.

Il romanzo tocca due temi SF fondamentali, i viaggi interstellari e i contatti con gli alieni e lo fa in modo piuttosto originale per quegli anni.

Suggestiva è l’ipotesi avanzata durante l’esplorazione che Rama sia una sorta di arca destinata ad accogliere e trasportare su altri mondi degli esseri umani. Peccato si riveli poi errata.

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Arthur C. Clarke

Clarke si preoccupa anche di accennare a una descrizione di questo nostro futuro, soprattutto dal punto di vista politico-organizzativo, immaginando una Terra unificata sotto un solo governo e vari pianeti e satelliti del sistema solare popolati e trasformati in stati autonomi, sebbene uniti da una sorta di ONU interplanetaria.

Prevale il tipico ottimismo della fantascienza di quegli anni sia verso gli sviluppi tecnologici legati all’esplorazione spaziale, sia per quanto riguarda quelli politici.

La lettura è ancora oggi avvincente, scorrevole e plausibile.

Insomma, un bell’esempio della cara vecchia fantascienza di un tempo.

Il romanzo ha ben tre sequel, sebbene il finale del volume sembri conclusivo.

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UNA LINGUA NUOVA PER GLI ALIENI

Risultati immagini per china MievilleSe la letteratura è un’arte e se l’arte è creazione, la forma più “artistica” di letteratura è quella delle opere che creano qualcosa di nuovo. So bene che molti non saranno d’accordo con il seguente corollario. I generi letterari più creativi sono quelli legati al fantastico. Al primo posto la fantascienza e l’ucronia, seguiti, in ordine sparso, dal fantasy, dal romanzo gotico, dal paranormale, dal surreale. Questi ultimi (a parte forse il surreale) tendono ad essere più vincolati a modelli ben precisi e quindi sono più ripetitivi e, dunque, meno creativi. Il surreale, nella sua irrazionalità, non crea mondi pienamente coerenti. Fantascienza e ucronia non necessariamente creano mondi nuovi, ma quando lo fanno raggiungono i massimi livelli di creatività.

So bene che i letterati considerano la letteratura di genere, scrittura di serie B, ma, permettetemi un’eresia: questo è sbagliato. So bene che coloro che cercheranno di rovesciarmela addosso saranno ben più numerosi di chi cercherà di sostenerla, ma è tempo che si dia a fantascienza e ucronia la dignità che meritano. Il fatto che ci siano pessime opere di fantascienza non vuol dire nulla. Il mainstream ne produce molte di più. Non dobbiamo guardare le singole opere. Potenzialmente sono questi i generi più creativi.

Questa è solo una premessa per introdurre un grande creatore di mondi, il britannico China Miéville (Norwich 6/9/1972) e il suo romanzo “Embassytown” (2011), la cui opera credo si collochi con valido titolo tra quelle della fantascienza “creatrice”.

Credo che i suoi Ariekei siano tra gli alieni più originali, forse persino superiori alle creature di Stephen King, incontrate ne “L’Acchiappasogni”. La loro novità, in parte condivisa con questi ultimi, sta nell’aver esplorato nuove forme di intelligenza oltre che nuove forme fisiche. Gli Ariekei sono esseri mentalmente doppi, pensano e parlano unendo in simbiosi due menti e due voci. Non comprendono che si possa fare diversamente da così. Il romanzo è incentrato sulla loro scoperta di questa realtà, rappresentata dagli umani, che a lungo non considerano intelligenti, avendo una sola mente.

Legato a questa loro doppia intelligenza c’è una lingua del tutto peculiare, fortemente oggettiva, incapace di falsità e menzogne, diretta raffigurazione del reale, incapace di descrivere categorie generiche.

Da qui l’immane sforzo linguistico dei protagonisti per farsi comprendere.

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China Miéville

Gli umani arrivano al punto di creare copie di cloni, gli “ambasciatori”, capaci di pensare e parlare in sincronia, per poter dialogare con gli alieni.

I tentativi di dialogo degli umani, sono dapprima volti a farsi riconoscere come esseri senzienti, poi a imparare la lingua aliena e quindi a mostrare loro la nostra diversità. In questo percorso gli alieni finiscono per restare “drogati” dal desiderio di ascoltare le voci di alcuni ambasciatori particolarmente empatici nei loro confronti.

Anche l’ambientazione è di tutto rispetto. Basti solo pensare a “Embassytown”, città umana innestata in una città aliena.

Non voglio spolierare oltre, ma credo di aver dato almeno un accenno della complessità e ricchezza di quest’opera decisamente innovativa e che ritengo debba collocarsi senz’altro tra le pietre miliare dell’evoluzione della fantascienza, anche se, lo ammetto, alcune parti mi hanno un po’ annoiato, ma nel complesso non posso che considerarlo un’opera imprescindibile, che non ci si può esimere dal leggere se si ama la letteratura fantastica.

Si può anche dire che questo volume rappresenta uno splendido esempio di un sottogenere che oserei chiamare “fantalinguistica”. In proposito, colgo l’occasione per ricordare il saggio di Massimo Acciai (autore anche di uno sulle lingue inventate “Ghimìle  Ghimilàma”)“La comunicazione nella fantascienza” che ci spiega quanto questo aspetto sia cruciale in moltissime opere.

Gli Ariekei parlano una lingua così diversa che è necessaria una rivoluzione culturale per renderla traducibile. Sintomatico è il loro stupore quando comprendono che gli umani hanno più lingue, essendo queste soggettive e non oggettive, capaci di descrivere la realtà ma non di raffigurarla. Gli Ariekei comprendono il mondo attraverso la lingua. Noi ci limitiamo a cercare di raccontarlo. Imparare a mentire comporterà per loro uno sforzo immane.

Embassytown”(2011) fa, in questo campo un bel balzo in avanti rispetto a tante opere, come per esempio, al pur affascinante “Il pianeta delle scimmie” (1963 – il romanzo più che il film, dove le difficoltà linguistiche sono assai più rapidamente superate”) del francese Pierre Boulle in cui gli umani cercano di dimostrare la propria intelligenza con la geometria, al film “Contact” (1997) di Robert Zemeckis in cui il “biglietto da visita” sono i numeri primi, mentre il dialogo è poi mentale, a “Incontri ravvicinati del terzo tipo” (1977) di  Steven Spielperg in cui si tentano approcci comunicativi musicali o persino al successivo “La forma dell’acqua” (2017) di Guillermo del Toro, in cui il veicolo di comunicazione è l’amore, e si pone su livelli paragonabili al pianeta pensante “Solaris”(1961) di Lem o ai microbi intelligenti di “Nemesis”(1989) di Isaac Asimov, anche se questi ultimi si limitavano a comunicare mentalmente o mediante trasformazioni dell’ambiente. “Embassytown” fa addirittura impallidire i dialoghi in inglese con gli alieni antropomorfi della serie “Star Trek” e rende banali persino i gorgheggiamenti e i grugniti dei vari popoli alieni di “Guerre stellari”.

Uno sforzo di creatività linguistica recente lo abbiamo in “Arrival” (2016) di Denis Villeneuve in cui gli alieni possono comunicare visivamente attraverso la loro lingua scritta, basata su frasi palindrome scritte in modo circolare (hanno una concezione del tempo come circolare e non lineare) che si formano a seguito di un’emissione di un gas dalla base di uno dei piedi. La loro lingua influenza i pensieri. Idea parzialmente confrontabile con quella di “Embassytown”, precedente al film anche se a dir il vero questo deriva da un racconto antecedente, del 1998, di Ted Chiang “Storia della tua vita”.

UN FANTASY SABBIOSO TRAVESTITO DA FANTASCIENZA

Dune. Il ciclo di Dune. Vol. 1 - Frank Herbert - copertinaQuando lessi per la prima volta Dune (1965) di Frank Herbert da ragazzo, non mi piacque e non mi piacque neppure il film. Trattandosi di un romanzo (e di una saga) importante per la fantascienza, ho ritenuto di provare a rileggerlo ora, da adulto, per capire se riuscivo ad apprezzarlo maggiormente.

Sebbene sia un’opera che avrebbe le caratteristiche per piacermi, dato che inventa e descrive un intero mondo immaginario, attività che considero la più “meritoria” da parte di un autore, anche questa volta mi è parso troppo lungo e nel complesso noioso. Certo è pregevole l’invenzione di un mondo sabbioso, con poca acqua, con un’economia incentrata sulla spezia, con i grossi vermi delle sabbie. Sembra quasi una situazione migliorata rispetto a quella che troveranno gli astronauti su Marte. Meritevole anche la costruzione della religione e della cultura.

Essenzialmente, però, mi è parso un fantasy mascherato da fantascienza, con tutti questi nobili e le loro schiere che si fronteggiano. Non apprezzo, in particolare, che si immagini un mondo così diverso dal nostro e poi si incontrino, duchi, conti e re e che alcuni personaggi abbiamo persino nomi banali e comuni come Paul e Jessica. Ma questi sono solo peccati veniali. Ci sono fantasy che sono così e sono tutt’altro che noiosi.

Diciamo che, nonostante varie avventure, accade piuttosto poco in rapporto al numero di pagi

Frank Herbert

ne, e che non sono riuscito a entrare in empatia con i personaggi, troppo numerosi, di scarso spessore e poco caratterizzati. Tutto sommato ho apprezzato di più le appendici in cui si descrivono la religione o l’ambiente, che non la storia, la cui trama, pur articolata non mi è parsa sufficientemente spessa da sostenere una simile mole di pagine e parole. Non credo proprio che leggerò i volumi successivi, che sono, per la cronaca:

 

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Dune, il film

FEDERICO II, L’IMPERATORE IMMORTALE

Risultati immagini per sinfonia per l'imperatoreSono alla mia terza lettura di un romanzo di Donato Altomare (Molfetta, 21 luglio 1951) dopo “L’isola scolpita” e “Il fuoco e il silenzio” e anche questa volta ne sono rimasto piacevolmente sorpreso, innanzitutto per la sua capacità di essere innovativo nella sua scrittura, magari, come qui, mescolando generi distanti come la fantascienza e il romanzo storico.

Sinfonia per l’imperatore” (2010 – Edizioni Elara), infatti, è un romanzo che si muove su due diversi piani temporali, il medioevo in cui visse l’imperatore svevo Federico II Hohenstaufen (Jesi, 26 dicembre 1194 – Fiorentino di Puglia, 13 dicembre 1250), il nipote di Federico Barbarossa, e un futuro ormai molto prossimo, il 2019.

In entrambi i piani, ritroviamo l’imperatore, poiché, a seguito di un incontro con degli alieni ha visto la propria vita dilatarsi, in attesa di poter giocare di nuovo una complicata partita contro uno di questi, dal cui esito dipenderanno le sorti della Terra e di parte della Galassia.

Il segreto per vincere la partita è nascosto nel federiciano Castel del Monte ed è legato a un enigma musicale che Federico cercherà di risolvere con l’aiuto di due giovani studiosi.

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Donato Altomare

Se “Il fuoco e il silenzio” si faceva apprezzare per la scelta originale di immaginare extra-terrestri vegetali, anche qui gli invasori, sebbene abbiano per l’occasione assunto sembianze umane, non mancano di una certa peculiarità, data se non altro dalla loro struttura organizzativa e dallo strano gioco da cui dipende il potere sulle stelle.

Se l’unione di romanzo storico e fantascienza ha generato una figlia che molto apprezzo, l’ucronia, in cui si racconta la storia come potrebbe essere, Donato Altomare, con quest’opera ci mostra un altro parto nato dall’unione di tali generi, una science fiction di ambientazione storica, che richiama alcuni viaggi nel tempo che la letteratura fantastica ben conosce, pur senza farvi ricorso. Semmai questo eterno Federico II ci fa pensare a “Highlander” (film del 1986 diretto da Russell Mulcahy e interpretato da Christopher Lambert) o al leggendario ebreo errante che secondo la leggenda sarebbe stato condannato da Gesù a vivere fino alla fine dei tempi (in “Ilium” di Dan Simmons ne troviamo la versione femminile) o al “Caino” del premio nobel José Saramago.

Non mi rimane che leggere le opere con cui Altomare ha vinto due Premi Urania: “Mater maxima” e “Il dono di Svet”.

 

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Jesi, Monumento a Federico II Hohenstaufen di Svevia t

NOIOSA TELENOVELA ONIRICA

Risultati immagini per laini taylor sognatoreSarà che in questi giorni è uscita la mia biografia scritta da Massimo Acciai Baggiani intitolata “Il sognatore divergente”, sarà che se Acciai mi ha definito così è perché nelle mie opere il sogno è molto presente e quindi trovare un titolo come “Il sognatore” mi ha incuriosito, fatto sta che ho iniziato e ora appena finito di leggere questo romanzo di Laini Taylor.

Il volume, distribuito in e-book gratuitamente secondo le regole del copyleft, è corposo con le sue oltre 500 pagine. Ho dovuto leggerne almeno la metà prima di entrare in sintonia con la storia e i personaggi, ma forse più che di sintonia si è trattato di assuefazione, per sfiancamento.

Si tratta di un fantasy che descrive un mondo alieno popolato da esseri del tutto antropomorfi ma con due cuori, cosa che dovrebbe insospettire da subito il lettore sul fatto che si parlerà in modo forse esagerato (doppio?) di faccende di cuore.

Credo che la massima espressione, in linea teorica, della capacità di un autore sia quella di creare dei mondi, degli universi letterari originali. Laini Taylor (11 dicembre 1971, Chico, California, Stati Uniti) non c’è dubbio che con “Il sognatore” abbia creato un suo mondo originale, con Dei blu, fantasmi, metalli misteriosi (il metarsio), strani poteri onirici, falene psichiche. Eppure per fare un buon romanzo, senza dubbio, non basta creare un nuovo mondo. Personalmente, poi, sono sempre un po’ scettico quando in fantascienza s’incontrano su mondi alieni creature antropomorfe. Questo è un fantasy e non fantascienza e di solito si accetta il fatto che gli elfi, gli gnomi, i troll, gli hobbit, gli orchi e altre creature siano tutti piuttosto antropomorfi, dunque sorvoliamo su questo, anche se immaginare esseri blu con due cuori ma così simili a noi mi disturba non poco. Insomma, l’evoluzione non può aver reso tutto uguale, ma poi aver infilato due cuori in un petto fatto per ospitarne uno.

Il problema di questa storia, almeno per me, è che attraeva la mia attenzione solo a tratti, lasciandomi poi per decine di pagine nella più totale assenza di interesse. Sarà stato per quell’amore onirico così inconcludente da risultarmi noioso, per certe descrizioni piuttosto inutili (se qualcosa in una storia fantastica potesse davvero dirsi tale).

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Laini Taylor

Va anche detto che il romanzo comincia bene, con uno splendido incipit, che viene ripreso poi anche nelle pagine finali.

Durante il secondo Sabba della Dodicesima Luna, nella città di Pianto, dal cielo cadde una ragazza.

La sua pelle era blu e il suo sangue era rosso.” Quante storie si possono immaginare con un inizio così!

Inoltre, parte da una gran bell’idea: sono i sogni che scelgono i sognatori.

E all’inizio ci sono anche altri concetti interessanti come “Ma da quando l’impossibilità impediva a un sognatore di sognare?

Sarai ricorda un po’ il mio “La bambina dei sogni”, con questa capacità di “materializzarsi” nei sogni altrui e di pilotarli. L’amore tra l’onirica Sarai e l’umano Lazlo potrebbe quasi far pensare alla remotissima vicinanza tra Giovanna D’Arco e la creatura che lei crede un angelo nel mio “Giovanna e l’angelo”. La determinazione del bibliotecario Lazlo nel cercare la Città di Pianto, potrebbe far pensare a quella della mia Aracne ne “Il sogno del ragno”. Eppure non sono riuscito ad appassionarmi alle vicende del bibliotecario orfano Lazlo Strange e della dea blu Sarai e, persino alla fine, facevo confusione tra mesathim e faranji.

Sarà che non ho mai amato le telenovela, ma scoprire che Sarai, la dea degli Incubi, è figlia di Isagol, la Dea della Disperazione e di Eril-Fane, il Massacratore degli Dei o che il trovatello Lazlo è un Dio e il solo in grado di scalfire l’incorruttibile metallo mesarzio, non sono stati sufficienti a scuotermi dal torpore, né ci sono riusciti i dettagliati e prolungati baci dei due protagonisti.

Nonostante la Taylor inventi varie divinità, non saprei se un’opera così possa essere considerata fantareligione.

Vedo che in rete il romanzo ha molti estimatori e penso che questo sia tutto sommato comprensibile, ma il target mi somiglia poco: presumibilmente si presta meglio a un pubblico femminile, magari composto da ragazze con i capelli rosa come quelli dell’autrice, appassionato di storie romantiche.

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STALKER, QUANDO I FILM SONO MEGLIO DEI LIBRI

Risultati immagini per stalker  Strugackij,Molti anni fa, dopo aver ammirato il film di Andrej Arsen’evič Tarkovskij “Solaris”, decisi di vedere anche il suo “Stalker”. Che si trattasse di vari anni fa, me lo conferma il fatto che ricordo di aver registrato “Stalker” su una videocassetta VHS, cosa che non faccio ormai da moltissimo tempo. Alla fine del film, mi chiesi “ma che cosa ho visto?” e con un gesto un po’ di disgusto, cancellai all’istante la cassetta, per poi pentirmene subito dopo e rendermi conto, come per una folgorazione, di aver appena visto un autentico capolavoro e di non averlo compreso subito. La cosa mi è mai capitata in altre occasioni, dunque il film e l’episodio mi sono rimasti impressi sinora.

Finalmente mi è capitata ora l’occasione di leggere il romanzo da cui era stato tratto il film. In precedenza avevo anche letto il bel romanzo di Lem da cui Andrej Arsen’evič Tarkovskij aveva tratto il suo “Solaris” e non ne ero stato per nulla deluso.

Dunque ho approcciato “Picnic sul ciglio della strada” (in russo Пикник на обочинеPikník na obóčine), anche noto come “Stalker”, dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij (pubblicato nel 1972) con uno spirito del tipo “non voglio commettere lo stesso errore che ho commesso con il film, so che il romanzo potrebbe deludermi alla prima lettura, ma devo cercare di capirlo”.

Ci sono grandi autori, osannati da critica e lettori, che non riesco ad apprezzare e allora continuo a leggerli cercando di capire dov’è che non riesco a entrare in sintonia e coglierne il genio. In alcuni casi, in questa ricerca continuo a fallire.

Non avevo mai letto nulla prima dei fratelli Strugackij, dunque non si trattava di cercare di farmeli piacere perché un’altra loro opera non mi aveva soddisfatto, ma l’approccio è stato simile.

Ebbene, del film ricordo soprattutto un gruppo di persone che si aggira alla ricerca di qualcosa in una zona dove non c’è nessuno. Alla fine ne sono uscito con la convinzione che “Stalker” fosse un film che si poneva dalle parti di capolavori sull’attesa vana come “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati.

Il libro non mi ha dato questa sensazione. Peraltro, risulta più complesso e articolato del film per come lo ricordo a distanza di anni, ma questo seRisultati immagini per pic nic  Strugackij, rende la lettura più piena, dall’altro non mi lascia quella sensazione angosciante di vuoto che il film tuttora mi dà.

Il film potrebbe anche non essere qualificato come fantascienza, mentre non avrei dubbi in proposito per il romanzo.

Si comincia con uno strano “bombardamento” della terra, avvenuto da una stella lontana. Si presume che la Zona sia un frutto di tale sorta di bombardamento, detto “visitazione”.

Nella Zona ci sono resti incomprensibili di una civiltà aliena. Gli stalker entrano nella Zona, a loro rischio e pericolo, per recuperarli. Grazie a essi l’umanità scopre cose del tutto nuove non solo di tecnologia, ma anche di fisica e altre scienze naturali.

Tutto è descritto in modo vago e non dettagliato.

Ci sono, innanzitutto, i “vuoti” (che a volte sono “pieni”), che gli stalker cercano di recuperare (è come trasportare dieci litri d’acqua senza un secchio, viene detto). Poi ci sono i bracciali, le “zanzare rognose” (dei punti con gravità diversa), i “così così”, la “gelatina”, le trappole magnetiche superstabili, gli “spruzzatori di nero” che hanno strani effetti sulla luce, i k-23, i “fazzoletti a sonagli”. Uno stalker divide questi oggetti (che non si capisce bene cosa siano) in tre categorie. Dice che, poi, ci sono anche gli “effetti” della Zona, tipo gli “emigranti”, che lasciano la Zona e nei posti dove vanno provocano disastri naturali di ogni genere, gli “zombie”, gente morta che torna in vita anche dopo trent’anni, con dei corpi che sono tipo delle repliche. Se perdono un arto, questo continua a vivere per conto suo. Un altro degli effetti sono i “fattori mutageni” che si determinano senza radiazioni. Si vede, per esempio, una bambina pelosa. In effetti, all’inizio, per le mutazioni genetiche che colpiscono i figli degli stalker, ci sarebbe da pensare che la Zona sia radioattiva, ma poi viene detto che non lo è.

Risultati immagini per pic nic strada  Strugackij,Gli autori, insomma, non si preoccupano né di farci vedere tutte queste cose (ne parlano gli stalker), né di darci una qualche spiegazione definitiva, anche se vengono fatte alcune ipotesi tipo che la “visitazione”, che ha creato la Zona e lasciato tutte queste cose aliene, sia un modo per dare all’umanità l’opportunità di progredire, oppure che sia l’inizio di un’invasione, facendo prima ammalare la gente mediante le mutazioni, ma alla fine l’ipotesi più suggestiva e che dà il titolo al romanzo è che gli alieni si siano fermati per poco sulla Terra a fare una sorta di pic-nic e che quello che la gente trova nella Zona siano solo gli avanzi della loro sosta!

A chi fa quest’ipotesi viene replicato che gli scienziati che pensano così non fanno altro che denigrare l’umanità, mostrando quanto sia poco importante, al punto che degli alieni di passaggio, non ci avrebbero neppure considerato.

Il volume si chiude con un’intervista a uno dei due autori, nella quale spiega che l’idea venne a entrambi vedendo in una radura, i resti di un pic-nic e domandandosi chissà cosa avrebbero pensato gli animali del bosco se fossero stati in grado di ragionare su quegli oggetti.

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fratelli Arkadij e Boris Strugackij

Gli uomini, insomma, sarebbero rispetto a questi oggetti alieni, qualcosa come degli insetti che trovassero una scatoletta di cibo vuota e la usassero come casa. Anche l’umanità non riesce a capire che cosa siano queste cose, ma riesce a trovare l’uso per qualcuna di queste, probabilmente adoperandole in modo del tutto diverso dagli alieni.

Insomma, se il film mi parlava della vanità dell’attesa, della ricerca e della speranza, il romanzo mi parla ora soprattutto della pochezza dell’umanità: in fondo siamo solo poco più che formiche su un granello di sabbia, la Terra, che ruota attorno a una piccola stella, una tra miliardi della galassia, galassia che è una tra altri miliardi. Siamo nulla eppure continuiamo ad affannarci, anche attorno ai resti di un pic-nic di creature enormemente più evolute e intelligenti di noi.

Un capolavoro come il film? Forse no. È un libro che ha i suoi momenti di “vuota pesantezza”, ma nel complesso è un discreto romanzo di fantascienza. Mi ha ricordato, senza il suo umorismo, “Guida galattica per autostoppisti” di Douglas Adams, che è un romanzo divertente, ma non certo un must della fantascienza.

 

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IL MIGLIOR ALIENO DELLA FANTASCIENZA?

Risultati immagini per acchiappasogni kingDi norma si abbina il nome di Stephen King all’horror e molti pensano a lui come il “re” di questo genere. Per me, però, Stephen King, oltre a essere un grande indagatore della psiche umana, è anche uno dei maggiori scrittori viventi di fantascienza.

Credo che opere come “22/11/’63” e la saga della “Torre Nera” potrebbero essere sufficienti a collocarlo nel Gotha della science fiction. Anche il romanzo distopico “La lunga marcia” è, in effetti, fantascienza.

Ho ora letto “L’acchiappasogni”. Mi era stato segnalato come appartenente al genere, ma durante molte delle prime pagine mi sono chiesto che cosa ci fosse di fantascientifico in un uomo che va a caccia di cervi, anche se le pagine introduttive parlavano di avvistamenti di U.F.O. Devo ora dire che questa sì, è davvero fantascienza, sebbene con la presenza del tema della telepatia, che lo fa un po’ scivolare nel paranormale, ma qui ha una motivazione e un senso del tutto fantascientifici.

Si assiste a un tentativo di invasione aliena e fin qui nulla di nuovo. Quello che rende questo libro eccezionale (del resto la genialità di King mi pare indiscutibile) è la caratterizzazione assolutamente unica degli alieni.

Gli alieni de “L’acchiappasogni” di King fanno impallidire per la loro ingenuità quelli di film come “Alien”, “E.T.”, “Incontri ravvicinati del terzo tipo” o “Guerre stellari”, tanto per citare alcuni capisaldi.

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Acchiappasogni

Abbiamo degli alieni originalissimi nella loro triplice conformazione. Si tratta, all’apparenza (ma vedremo nel finale che le cose non sono proprio così) di una razza che assume tre diversi aspetti: di muffa rossastra, di mostro donnolesco e sanguinolento e di piccoli omini grigi. Inoltre, queste creature hanno la capacità di controllare in vario modo le menti umane. Un po’ come in “Alien” i mostri donnoleschi crescono all’interno dei corpi degli ospiti umani e depongono uova con grande frequenza. La muffa, invece infetta ogni cosa, mentre gli omini grigi fanno da mediatori. Gli omini grigi, in realtà, sono proiezioni mentali delle nostre fantasie! Fin qui, l’originalità sta nell’immaginare una razza capace di mutare per tre fasi tanto diverse. King, però, ci aggiunge ancora di suo immaginando che le creature non solo comunichino telepaticamente, ma, in alcuni casi s’impossessino (tipo possessione demoniaca) delle menti di alcuni malcapitati, oltre a possederne il corpo nel modo suddetto. Altra cosa affascinante è che una volta nella loro mente, cominciano a subire l’influsso dell’ospite, ovvero si umanizzano progressivamente e cominciano a provare gusto a risiedere nel corpo umano.

Bene, prendete queste subdole creature e fatele incrociare con un gruppetto di 5 amici, quali King è così bravo a rappresentare, mostrandoceli nel momento attuale, da adulti, e da ragazzi, quando la loro amicizia si è cementata. Immaginate che uno di loro abbia la sindrome di Down, ma anche un “dono speciale”, una capacità telepatica davvero particolare (non vorrei dare troppi dettagli, ma anche qui King supera i normali cliché). Immaginate che questa loro amicizia si fonda in qualcosa di più grande (come non pensare al Ka-tet della Torre Nera). Immaginate che questo gruppetto reagisca in modo anomalo ai comportamenti di questi invasori ed ecco “L’acchiappasogni”, un romanzo decisamente “kinghiano” per la presenza di turbe mentali, schizofrenie, amicizie profonde, luoghi consueti (anche qui si passa da Derry) della provincia americana. Non mancano i riferimenti a altre opere di King, come è sua consuetudine, come “It” o “Le notti di Salem”.

Forse, questo non è il miglior libro del “Re” (anche se l’amicizia del gruppetto e l’introspezione psicologica dell’alieno nella mente schizofrenica umana Gary-Gray sono degnissime), ma è certo una delle migliori creazioni di alieni della letteratura, forse persino superiore agli alieni di Asimov in “Neanche gli dei” (che rimangono tra i miei preferiti)  o in “Nemesis” o a quelli di Sheckley e appena un filo sotto a “Solaris” di Lem. Tra l’altro la muffa rossa di King mi pare imparentata con i microbi intelligenti di “Nemesis”.

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Stephen King

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