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LA TESSITRICE – L’inizio de IL SOGNO DEL RAGNO

VIA DA SPARTA

di Carlo Menzinger di Preussenthal

 

Credeva in infinite serie di tempo,

in una rete crescente e vertiginosa di tempi divergenti, convergenti e paralleli.

Questa trama di tempi che s’accostano, si biforcano,

si tagliano o s’ignorano per secoli comprende tutte le possibilità.

(Jorge Luis Borges – Finzioni – Il giardino dei sentieri che si biforcano)

IL SOGNO DEL RAGNO

1 – LA TESSITRICE

 Dopo che tutte le fanciulle e tutti i giovani non sposati

sono stati rinchiusi in una sala oscura,

ciascuno portava con sé senza dote quella che aveva afferrato.

(Ermippo di Smirne[1])

 

Aracne viveva in un tempo che non le apparteneva. In un tempo che non è neanche il nostro. Aveva diciassette anni, ma non si sentiva giovane e non considerava la sua un’età felice. Se quella mattina le avessero detto che al calar del sole un gruppo di ragazzi l’avrebbe costretta a fare sesso in mezzo alla strada, non si sarebbe stupita.

Non indossava nulla, ma era accaldata. Una goccia di sudore scivolò lungo il ragno tatuato sulla fronte. La ragazza la asciugò con il dorso della mano. Anche questa era tatuata. Il disegno raffigurava due anelli intrecciati. Non aveva altri tatuaggi. Non era stata lei a sceglierli. Per quel che ricordava, li aveva sempre avuti.

Aracne inspirava a fatica l’aria, densa del respiro pesante delle altre donne. In quello spazio stretto e tetro come il ventre afflosciato di una vacca morta di fame nessuna finestra si affacciava sull’esterno, ma Aracne sapeva che era sera. Lo capiva dal peso della propria stanchezza. Aveva passato l’intera giornata a quel telaio infernale cui era legata tutti i giorni della settimana, ormai da molti anni. Troppi, rispetto ai pochi che aveva. Odiava quella stanza sotterranea, illuminata solo dal tremolare di torce puzzolenti, il cui fumo le bruciava gli occhi arrossati. Lei e le sue compagne tessevano senza posa per le brame del signor Zotikos. Non era il vero padrone. La filanda era gestita da sua moglie, che seguiva l’amministrazione per conto della Gerusia, ma tutte loro chiamavano quel buco la Filanda di Zotikos, anche se lui era più che altro il cane da guardia dell’amministratrice. Abbaiava e, a volte, mordeva. Dove non bastava la sua frusta, arrivava con l’unico pugno che gli era rimasto e a volte con i denti. Le tessitrici, ridendo, dicevano che con la padrona uggiolava, ma la cosa ad Aracne sembrava improbabile. Le donne lo descrivevano carponi leccare le natiche della moglie e sghignazzavano cercando di non farsi sentire. Anche Aracne rideva, ma la padrona non le interessava: la vedevano di rado e quindi consideravano il marito come il loro capo. Zotikos aveva lasciato l’esercito in seguito alla perdita di un braccio. Diceva che l’avevano “sfrondato” in battaglia, e da allora si occupava della fabbrica. Non lo faceva volentieri, perché per lui era un ripiego, attività poco onorevole per un militare, e quindi maltrattava piuttosto spesso le sue collaboratrici, sfogando la propria frustrazione. Pretendeva da loro un rigore e una disciplina cui si era abituato sotto le armi, ma le donne non erano soldati e non sembravano volergli dare soddisfazione. Questo lo irritava molto. Anche se non le mordeva, questo cane, per come le trattava, era come se lo facesse.

Aracne uscì in strada con grande sollievo, sebbene sapesse che, passata la notte, sarebbe dovuta tornare al telaio e così ancora il giorno dopo e quello dopo ancora, per un tempo che non prevedeva alternative né fine. Respirò a fondo l’aria della sera, riprendendo un poco di forza. Il vento raffreddò il sudore sulla pelle nuda.

I suoi lineamenti delicati, resi ancor più affilati dalla stanchezza, lasciavano sui muri ombre taglienti più lunghe di lei, già alta e slanciata. Presto sarebbe stato buio. Doveva affrettarsi. Camminando rasente alle pareti, come sua abitudine, quasi sperasse in tal modo di confondersi con la sua stessa ombra e di non essere notata, si avviò a qualche isolato da lì, verso la stanza del gineceo che divideva con Anthousa, una ragazza sua coetanea. Un bugigattolo scuro, una topaia nel quartiere più sporco, lontano dal mare, in quel grande edificio seminterrato popolato solo di schiave ilote, scarafaggi e sordidi sorci. Avrebbe preso dalla mensa un po’ di zuppa nera e si sarebbe subito buttata sul pagliericcio, per riprendere un po’ di energia, pensava.

Era difficile, per chi la incontrasse, nonostante la spossatezza che la pervadeva, non notare la bellezza dei suoi occhi verdi da gatta e i lunghi e foltissimi capelli neri, che teneva raccolti alla buona in un’ampia coda di cavallo, perché proprio non aveva il tempo di pettinarli come avrebbero meritato. Il laccio sulla nuca lasciava liberi solo i capelli sulla fronte con cui cercava di nascondere il tatuaggio, quel ragno di cui si sentiva prigioniera. Quanti giorni erano passati dall’ultima volta che li aveva potuti lavare? Non lo ricordava neppure. Avrebbe voluto farlo, ma la sera era sempre troppo stanca. Forse, pensava, era meglio così: non voleva sembrare bella. La sua bellezza la affaticava ed era fonte di guai. Aveva però l’incoercibile splendore dei diciassette anni. I suoi capelli, simili a un’immensa criniera, attiravano l’attenzione. Quel maledetto ragno che le avevano tatuato sulla fronte e da cui prendeva il nome calamitava gli sguardi. Pensandoci ci spinse sopra una ciocca di capelli della frangia. Come avrebbe voluto qualcosa con cui nasconderlo meglio! Sparta, però, non ammetteva l’uso degli abiti, né tantomeno di cappelli o veli per la testa. Mollezze inaccettabili e immorali.

Il sentiero polveroso e secco non era deserto, ma i passanti erano abbastanza rari e si affrettavano verso le rispettive abitazioni, essendosi ormai quasi fatto buio. La notte i controlli si allentavano, le pattuglie si facevano rare, i giovani in libertà andavano in caccia di sesso, risse e avventure. Nel silenzio si poteva sentire, sebbene lontano, il rumore della risacca. Gli abitanti di Neapolis amavano il loro mare e ne erano orgogliosi.

Con un fremito Aracne notò un gruppo di ragazzi venirle incontro. L’aria della sera era ancora calda, quasi afosa, e i giovani giravano senza tuniche o mantelli, com’era uso in estate in tutto l’impero di Sparta. Nudi, come anche lei era.

Senza tanti complimenti si avvicinarono e, girandole attorno, la squadrarono. Erano in quattro e mostrarono tutti di apprezzarne la sensualità. Non solo a parole. Strusciarono i loro corpi nudi contro la sua pelle, altrettanto esposta, esplicitando le proprie pulsioni.

  • Vi prego, ragazzi – tentò di fermarli Aracne – apprezzo le vostre attenzioni, ma sono davvero molto stanca. Potete trovare ragazze più belle e riposate di me senza problemi, che sapranno farvi divertire assai meglio. Sarà per un’altra volta, via.
  • Perché mai? A noi piaci così! Vero, ragazzi?
  • A me piaci tu. Non voglio un’altra ragazza. A me piaci tu. A me piaci tu, tu, tu – canticchiò uno di loro, tastandole i capezzoli con le dita, prima pigiandoli e poi pizzicandoli.
  • Tu, tu, tuuu! – fecero eco altri due.
  • Guardate che bel bosco frondoso che ha laggiù! Ne avete mai visto uno così peloso?
  • Sottobosco frondoso e rigoglioso, direi, ci manca però qualche albero.
  • A quelli ci pensiamo noi, vero ragazzi?
  • Oh sì!
  • Oh sì, sì, sì! – cantilenarono in coro.
  • Non sono una buona amante, vi assicuro – tentò ancora di difendersi, ma sapeva già che le sue erano solo parole al vento. Le uscirono fiacche, senza speranza di essere ascoltate. Sentiva già la loro eccitazione premerle dura contro le gambe e nel solco tra le natiche. Aveva mani che la toccavano ovunque, soprattutto tra le cosce.

Due uomini di passaggio si avvicinarono, lanciarono uno sguardo distratto e proseguirono il loro cammino continuando a chiacchierare delle loro cose. Sull’altro lato della strada una donna aprì un portone e, dopo aver occhieggiato per un attimo la scena, rientrò in casa. Nella bella stagione a ogni angolo si potevano vedere corpi nudi stringersi in veloci amplessi sul selciato. Ogni bella ragazza sapeva che difficilmente di sera avrebbe potuto percorrere una via per intero senza dover cedere ad almeno un rapporto sessuale. Era diritto di ogni uomo o ragazzo prendere ogni donna volesse, purché fosse un’ilota[2], una schiava pubblica, com’erano la maggior parte degli abitanti di Neapolis. Diversa era la storia per le donne degli spartiati[3], i padroni della città e dell’Impero. A Neapolis, comunque non ce n’erano molte e difficilmente andavano in giro da sole a quell’ora. I ragazzi non avevano dovuto controllarle il tatuaggio con gli anelli intrecciati sulla mano per capire che era un’ilota. Una schiava si faceva riconoscere dal portamento e dall’aspetto. Per quanto bella fosse Aracne, non poteva competere con la maestosità delle spartiate, le padrone di Sparta, che camminavano con il passo felino delle regine.

Aracne notò i passanti, ma non fece nulla per attirare la loro attenzione, perché sapeva di non potersi opporre alla volontà di quei ragazzi. Essere presa così, in mezzo alla strada, dopo una dura giornata di lavoro, però proprio non le andava giù. Quelli poi non erano giorni buoni e la ragazza aveva una gran paura di restare incinta.

  • Forza! Non farci aspettare – la incitò un terzo ragazzo dai pettorali ben palestrati e ancora lucidi d’olio – non vedi che siamo pronti per te. È ora di fare un po’ di rimboschimento alla tua bella foresta – aggiunse mettendo spavaldo in mostra ciò che, pur distogliendo lo sguardo, Aracne già vedeva bene ergersi tra le sue gambe.

Il quarto, quello che ancora non aveva parlato, le si appiccicò contro il ventre, agguantandole le natiche con entrambe le mani, e prese a lambirle il collo – è ora di iniziare la semina – le sussurrò nell’orecchio mentre lo leccava.

Aracne, sentendo tutte quelle dita sulla pelle, cercò di divincolarsi a quella presa anche troppo esplicita, ma il primo che aveva parlato si mise alle sue spalle e la bloccò. La ragazza ebbe un sussulto quando sentì la pelle del ragazzo aderire contro la propria schiena nuda. Il ragazzo che l’aveva afferrata prima le si strofinò contro, scivolandole tra le gambe, sempre senza mollare la presa sul sedere. Uno le affondò la lingua in bocca. Il suo alito di cipolla e vino la disgustò. Un altro le baciava il collo. Li sentiva ovunque attorno a lei. Non le parevano più solo quattro. Le pareva un’intera enomotia[4] o forse una falange oplitica al completo. “Non di nuovo” pensò “non un’altra volta!” Eppure sentiva che, suo malgrado, anche lei si stava eccitando. Il fatto di essere stata scelta per quella veloce orgia stradale, poi, un poco la inorgogliva. La faceva sentire bella e desiderata, nonostante la stanchezza e il fastidio per la mancanza di libertà e di scelta in questi amplessi obbligati e violenti. La prima volta che le era capitato era spaventata. Ora, dopo che qualcosa del genere le capitava quasi ogni sera, nonostante a volte riuscisse a eccitarsi e a provare piacere, si sentiva soprattutto stanca e infastidita da questi assalti.

Una donna che chiudeva le imposte, guardandoli, scosse leggermente il capo, mentre il primo ragazzo già la possedeva, penetrandola con vigore. Il loro sudore si mescolava al suo. Sotto quella spinta non riuscì a trattenere l’eccitazione, si arcuò, buttando la testa all’indietro e quasi si gettò sulla bocca di un altro ragazzo che prese a baciarla, mentre scopriva che le sue mani cercavano di affondare nella carne del ragazzo che le stava davanti, attirandolo a sé. Contro la sua stessa volontà stava godendo. Spasmodicamente. Voluttuosamente. Appassionatamente. Quando tutti e quattro, infine, furono soddisfatti, la lasciarono sfiancata in terra e se ne andarono.

Solo uno di loro, le rivolse ancora la parola, salutandola con un:

  • Alla prossima, bel boschetto!

Poi si misero a canticchiare ridendo:

  • A me piaci tu. A me piaci tu, tu, tu.

Mentre il suono della loro voce si perdeva nella notte estiva, Aracne rimase ancora qualche secondo in terra. I suoi capelli neri erano sparsi sul selciato, formando un’ampia chiazza scura che dall’alto, nell’oscurità crescente, la facevano quasi sembrare un cadavere bianco immerso nel suo sangue. Il respiro era affannato. Si sentiva sconvolta e ancora preda di quell’eccitazione indesiderata. Era troppo stanca e provata per rialzarsi subito. Sentiva il pavimento ruvido del marciapiede macchiarsi di sangue sotto la pelle nuda delle natiche e della schiena. Non era vergine. Neanche prima. La sua verginità era un ricordo d’infanzia. Il sangue veniva dai tagli provocati dallo sfregamento contro il terreno. I ragazzi non l’avevano picchiata, anche perché lei si era opposta solo a parole, sapendo di non averne diritto, ma, nell’eccitazione, non c’erano andati leggeri e l’avevano sbattuta contro il muro e il selciato. Un sasso le si era infilato nella schiena, scorticandola. Il sangue veniva da lì. Non badava però al dolore. Non a quello. Il sole era ormai tramontato e l’aria si era fatta un po’ meno calda, ma non fu per questo che Aracne ebbe un brivido che le percorse tutto il corpo. Mentre la possedevano, era quasi riuscita a dimenticarsi della sua paura, ma, adesso, da sola, il timore di essere rimasta incinta, la prese. Di nuovo. Quante volte doveva provare quell’angoscia? Quante altre volte avrebbero abusato così del suo corpo? Quante altre volte una creatura non desiderata sarebbe cresciuta nel suo ventre?

Avrebbe dovuto aspettare un altro mese per conoscere la verità, ma era fin troppo sicura di quale sarebbe stata.

Vedendola in terra, una donna che passava le chiese:

  • Tutto bene?
  • Sì, grazie, sono solo un po’ stanca.

Osservandola un attimo, alla donna fu chiaro cosa fosse successo e aggiunse:

  • Fortuna che ormai sono troppo vecchia: essere presa così per strada mi lasciava sempre sconvolta! Ora capita di rado e quasi mi dispiace – ammiccò – però vivo più tranquilla.

Aracne ne scrutò distrattamente i seni afflosciati e i peli del pube appena ingrigiti.

  • A volte vorrei essere già vecchia, per camminare in pace – le disse.
  • Non dirlo troppo forte, non sia mai che gli Dei ti sentano! La gioventù ha i suoi problemi ma anche le sue gioie!
  • Certo, lo so, e la vecchiaia ha i suoi dolori – erano frasi fatte, piccoli riti tra sconosciuti – ma vorrei poter essere più libera e decidere per me, per il mio tempo e il mio corpo.
  • Dovevi nascere uomo, allora – rise la donna, allontanandosi con un gesto di saluto – e magari spartiate!

La ragazza le sorrise, tirandosi su a sedere, ma non era d’accordo. Gioie? Quali erano le gioie della gioventù? Non l’aveva mai capito. Non le sembrava neanche che gli uomini se la passassero tanto meglio. Neppure loro disponevano veramente di loro stessi, anche se ne avevano, forse, l’illusione. Non certo gli iloti come lei. Non lì a Neapolis, all’ombra del Vesuvio, né in nessun luogo di Sparta, dal Mare Oceano alle più sperdute province della Chitrinodermia[5].

Aracne si rialzò e tornò al gineceo, a quella stanza poco illuminata che considerava la sua casa. Il sangue delle scorticazioni aveva già smesso di scorrere. Erano solo dei graffi. Non era certo quel sangue a preoccuparla. Pensava invece con angoscia a quello mestruale che tra pochi giorni forse non avrebbe visto.

Il gineceo non aveva porte. Si poteva entrare in ogni momento. La sua stanza si apriva sul corridoio, come gli alloggi delle altre donne. Quando arrivò in camera, la sua compagna di stanza già dormiva e la ragazza raggiunse il catino. L’acqua corrente non era un lusso da iloti. Con una spugnetta bagnata Aracne si sciacquò come poté e scivolò silenziosa sul pagliericcio abbracciandola senza svegliarla. Rinunciò persino a passare dalla mensa in cerca della zuppa fredda cui aveva pensato uscendo dal lavoro. Le era passata la fame.

COSI’ INIZIA “IL SOGNO DEL RAGNO” DI CARLO MENZINGER DI PREUSSENTHAL – PORTO SEGURO EDITORE – SETTEMBRE 2017

NOTE

[1] Ermippo di Smirne – FHG III, 37 = Ateneo, XIII 555b-c
[2] Iloti: il termine significa “conquistati”. Erano gli schiavi “pubblici” di Sparta. Non appartenevano, cioè a nessuno, ma all’intera città. Gli Iloti (in greco Εἱλῶται o Εἱλῶτες) erano, nel sistema sociale di Sparta, una parte della popolazione del territorio dominato dalla polis greca vivente in stato di schiavitù. Forse sarebbero i discendenti di chi abitava la Laconia prima dell’invasione e della conseguente sottomissione da parte dei Dori, verificatasi attorno al X secolo a.C., cui poi si aggiunsero, nel VIII e VII secolo, gli abitanti della Messenia, dopo la conquista della loro regione per opera di Sparta. Secondo un’ipotesi, l’etimologia del nome deriverebbe da Elo, una città della Laconia conquistata all’inizio dell’espansione spartana.
[3] Spartiati: cittadini di pieno diritto nell’antica Sparta.
[4] Enomotia: unità base della falange, composta da 23 opliti posti su 3 file di 8 uomini, comandati da 2 ufficiali Enomotarca, posizionato in prima fila e Ouragos, posto in ultima fila; due Enomotiai formavano una Pentecoste comandata da un Pentecontarco.
[5] Chitrinodermia: Asia (Terra degli uomini dalla pelle gialla)
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IL SOGNO DEL RAGNO PRESTO POTRÀ ESSERE IL VOSTRO!

Ci siamo! Il 7 Settembre 2017 ho firmato con Porto Seguro Editore per pubblicare IL SOGNO DEL RAGNO, il primo volume della trilogia VIA DA SPARTA.

 

IL SOGNO DEL RAGNO è ucronia, è avventura, è storia di crescita personale e di scoperta.

IL SOGNO DEL RAGNO parla della difficoltà di realizzare i propri sogni, parla del desiderio di trovare un mondo migliore o di cambiare quello in cui si vive.

IL SOGNO DEL RAGNO vi porterà in un mondo diverso, vi farà scoprire che quel che è stato poteva non essere, che quel che è potrebbe essere diverso, che nulla deve essere dato per scontato.

Siete sicuri che tutto debba essere così com’è? Siete sicuri che non ci siano alternative al sesso eterosessuale, al matrimonio, alla famiglia, al consumismo, alla globalizzazione, all’industrializzazione, alla tecnologia, al denaro, ai vestiti, a internet, all’informatica, al tran tran quotidiano?

Riuscite a immaginare un mondo diviso tra padroni e schiavi, uomini e donne, dove gli uomini si occupano solo di guerra e politica?

Chi pensate che comandi in una simile società maschilista, che non tiene in alcun conto le donne, queste o gli uomini? Chi comanda veramente in una società dove economia, scienza, ingegneria sono gestite solo e soltanto da donne?

Dal capitolo 4 de IL SOGNO DEL RAGNO

Dal capitolo 4 de IL SOGNO DEL RAGNO

Come possono pochi spartiati dominare da soli su centinai di milioni di schiavi iloti?

Come può un impero estendersi per metà del globo senza una tecnologia moderna?

Dove ci avrebbe portato un diverso sviluppo della scienza?

Se l’elettronica oggi non esistesse, la meccanica fosse agli inizi, l’elettricità una novità, quale altra forma di scienza o tecnologia avrebbe potuto svilupparsi?

Tutto questo potresti scoprirlo leggendo IL SOGNO DEL RAGNO.

 

Ti piacerebbe immergerti in una grande avventura, seguire due ragazze giovani e bellissime che inseguono i loro sogni. Una, Aracne, una schiava ilota, cercando un posto diverso dove vivere, libera, lei è il figlio della violenza che porta in grembo, l’altra, una padrona spartiata, Nymphodora, cercando di cambiare la città in cui vive, l’immensa capitale sotterranea dell’Impero di Sparta?

Ti piacerebbe esplorare una Terra che, ai nostri giorni, è del tutto diversa da come la conosci, perché quasi 2400 anni fa Sparta, anziché essere sconfitta da Tebe, ha vinto e ha iniziato la sua espansione, cancellando Atene e la sua cultura, bloccando lo sviluppo dell’Impero Romano e creando un mondo del tutto diverso, dove uomini e donne vivono separati, sesso e amore sono diversi da come li conosciamo, i malati e i vecchi vengono uccisi, il denaro e il lusso non esistono, la guerra non ha mai fine, l’arte è quasi inesistente, la meccanica è ai suoi inizi e al servizio del solo esercito, l’elettronica non è neanche immaginabile, ma la genetica ha fatto grandi passi avanti?

Dal Capitolo 5 de IL SOGNO DEL RAGNO

Dal Capitolo 5 de IL SOGNO DEL RAGNO

Vuoi seguire i passi della grande fuga di Aracne dal mondo ucronico dominato da Sparta alla ricerca della libertà, dell’amore e di un mondo migliore per chi, come lei, ilota, è nata schiava in un impero dominato dai guerrieri spartiati?

Vuoi seguire questa diciasettenne, appena violentata in strada, senza la possibilità di protestare o rivendicare qualche diritto, non avendone alcuno in quanto schiava ilota, che fugge all’inseguimento di un sogno, della libertà e della vita per sé e per il bambino che porta in grembo frutto di quell’assalto brutale in strada dopo un’estenuante giornata di lavoro?

 

Vuoi scoprire questo mondo in parte distopico, ma soprattutto diverso dal nostro, per effetto di 2400 anni di divergenza storica?

 

Vuoi affrontare con Aracne prigionia, fughe, naufragi, conoscere gente diversa senza mai arrendersi, ma sempre con la tentazione di farlo?

 

Se hai risposto almeno una volta di sì, allora devi leggere “IL SOGNO DEL RAGNO”.

Dal capitolo 5 de IL SOGNO DEL RAGNO

Dal capitolo 5 de IL SOGNO DEL RAGNO

 

IL SOGNO DEL RAGNO” è l’inizio di un’avventura e un percorso che ci insegna che nulla è scontato, che le nostre comodità, i nostri diritti, le nostre libertà sono conquiste di anni di storia e sarebbe bastato poco a far sì che oggi non le avessimo.

 

IL SOGNO DEL RAGNO” è un romanzo di Carlo Menzinger di Preussenthal edito nel Settembre 2017 da Porto Seguro Editore.

 

Porto Seguro Editore è una casa editrice di Firenze.

 

IL SOGNO DEL RAGNO” è il primo volume della trilogia “VIA DA SPARTA“.

Non perderlo! Prenota la tua copia. Chiedila a me.

Un romanzo non è un’allegoria. È l’esperienza sensoriale di un altro mondo.

Risultati immagini per Leggere Lolita e Teheran«Un romanzo non è un’allegoria» dissi verso la fine della lezione. «È l’esperienza sensoriale di un altro mondo.

 
Azar Nafisi – Leggere Lolita a Teheran

UN’AMERICANA ALLA CORTE DI KHOMEINI

Risultati immagini per Leggere LolitaIl bestseller “Leggere Lolita a Teheran” (2003) dell’iraniana Azar Nafisi, non è un romanzo, non è un saggio e non è neppure un’autobiografia ma è un po’ di tutto ciò. Il romanzo racconta delle sue esperienze di insegnamento di anglistica in Iran (ci sono, però, anche delle parti che descrivono la sua vita negli Stati Uniti e la sua militanza ai tempi della guerra del Vietnam). Assistiamo alla nascita della Repubblica Islamica Iraniana e al conflitto Iran-Iraq, peraltro non descritti in modo particolarmente dettagliato. Si tratta più che altro di impressioni e sensazioni dell’autrice e di particolari da lei colti, come quando ricorda che sotto i bombardamenti iracheni a Teheran alle donne si consigliava di vestire in modo decoroso anche a letto, nel caso la loro casa fosse crollata! Come se, in un simile frangente l’abbigliamento fosse il vero problema! Si citano morti e persecuzioni, ma è tutto sullo sfondo, lontano.

L’immagine che ci fornisce dell’Iran mi pare, parecchio occidentale. Pare quasi di leggere le cronache di un’Americana a Teheran, più che di una del posto.

Quanto alla letteratura, cita molti autori e vari libri, ma di fatto parla soprattutto di Nabokov, Fitzgerald, James e Austen.

 

“Tema del seminario era il rapporto tra realtà e finzione letteraria. Leggevamo i classici della letteratura persiana, per esempio alcuni racconti della nostra «signora delle storie», Shahrazad, tratti dalle Mille e una notte, insieme ai classici dell’Occidente -Orgoglio e pregiudizio, Madame Bovary, Daisy Miller, Il dicembre del professor Corde e, appunto, Lolita.”

 

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Azar Nafisi

Come si deduce dal titolo, nelle sue lezioni, in effetti, un autore che ha un particolare rilievo è Nabokov, di cui esamina soprattutto “Lolita”, ma non solo. Ampio spazio viene anche dato a Scott Fitzgerald e al suo “Grande Gatsby” cui l’’aula, a un certo punto, intenta pure una sorta di processo. Ai tempi di Khomeini, infatti, la censura stava facendo sparire quasi tutti i libri occidentali. In classe ci sono studenti mussulmani e no. “Il Grande Gatsby” è stata una lettura che mi lasciò, vari anni fa, alquanto indifferente, è mi suona strano vedere l’aula accalorarcisi tanto pro e contro.

Riporto qui alcuni interventi in merito:

 

“«E se volete un esempio di stupro culturale, non dovete cercare più in là di questo libro». Prese la sua copia di Gatsby da sotto la pila di fogli e cominciò a sventolarla nella nostra direzione.”

 

“«Gatsby è un disonesto» strillò. «Si arricchisce con mezzi illeciti e cerca di comprare l’amore di una donna sposata. Questo libro dovrebbe parlare del sogno americano, ma che diavolo di sogno è? L’autore vuol forse incoraggiarci a diventare tutti adulteri e delinquenti? L’America è in declino proprio perché il suo sogno è questo. Sta affondando! Quello che oggi siamo chiamati a giudicare è l’estremo rantolo di una cultura moribonda!» concluse gongolante”.

 

“«E se,» continuò scaldandosi «se, signor Farzan, Fitzgerald nella vita reale era ossessionato dai ricchi e dalla ricchezza, nelle sue opere mostra proprio quanto la ricchezza possa corrompere una persona sostanzialmente perbene, come Gatsby, o creativa e vitale come Dick Diver in Tenera è la notte. Se non riesce a capire questo, il signor Nyazi fraintende completamente il romanzo».”

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“Alcuni tra i militanti di sinistra difesero il romanzo, secondo me anche per contraddire i colleghi musulmani. In sostanza, la loro difesa non fu poi così diversa dalla condanna di Nyazi. Sostennero che avevamo bisogno di opere come Il grande Gatsby per toccare con mano l’immoralità intrinseca nella società americana. Anche loro pensavano che dovessimo leggere più materiale rivoluzionario; tuttavia, per conoscere il nemico Gatsby era utilissimo.”

 

“E quello che un libro così poteva insegnarci, disse, non era certo come diventare un truffatore senza scrupoli, o un’adultera. Forse che tutti scioperavano o emigravano in California dopo aver letto Steinbeck? O andavano a caccia di balene dopo aver letto Melville? Le persone sono un po’ più complicate, no? E com’è, i rivoluzionari non hanno sentimenti, non provano emozioni? Non si innamorano mai, non apprezzano la bellezza? Questo è un libro straordinario, disse. Ci insegna a tenerci stretti i nostri sogni, ma anche a diffidarne, a cercare l’integrità in luoghi insoliti. «A ogni modo» concluse «mi è piaciuto da pazzi, e anche questo vorrà dire qualcosa, non vi pare?».”

 

Se “Gatsby” non fu un personaggio significativo nella mia formazione letteraria e, men che mai lo fu la Daisy Miller di Henry James cui tanto si ispirano le studentesse della Nafisi, “Lolita” è stato romanzo che ha lasciato dei segni in me e nella mia scrittura, tanto che persino il mio “La bambina dei sogniall’inizio vi allude e il protagonista lo legge nell’incipit. Ne “La bambina dei sogni”.

Le riflessioni letterarie in questo volume sono importanti e interessanti. Le parti biografiche un po’ meno, forse perché la protagonista non resta simpatica, mostrandosi come una ragazza cresciuta, figlia di 800 anni di aristocrazia letteraria, che gioca far la ribelle, con le spalle ben coperte da una tradizione familiare di letterati e soprattutto si muove in Iran come un’Americana, che ben conosce il Paese, ma che non sembra sentirlo come suo, nonostante alcune sue dichiarazioni in queste stesse pagine.

 

Tra le riflessioni sulla letteratura, vorrei ricordare le seguenti:Risultati immagini per donne iraniane

 

Esordii dichiarandomi assolutamente d’accordo con Nabokov, quando sostiene che ogni grande romanzo è in realtà una fiaba. Le fiabe, spiegai, sono piene di streghe terrificanti che mangiano i bambini, di matrigne cattive che avvelenano le belle figliastre e di padri vigliacchi che abbandonano i figli nella foresta. Ma l’aura magica nasce dalla forza del bene: è questa a ricordarci che non dobbiamo cedere agli obblighi e alle restrizioni imposti da McFatum, come lo chiama Nabokov.

Ogni fiaba offre la possibilità di trascendere i limiti del presente e dunque, in un certo senso, ci permette certe libertà che la vita ci nega. Tutte le grandi opere di narrativa, per quanto cupa sia la realtà che descrivono, hanno in sé il nocciolo di una rivolta, l’affermazione della vita contro la sua stessa precarietà.”

 

“Una volta le chiesi come mai avesse abbandonato il realismo per l’astrazione. «La realtà è diventata così insopportabile,» rispose «così deprimente, che ormai so dipingere soltanto i colori dei miei sogni».

«I colori dei miei sogni» ripetevo tra me. Mi piaceva. Quanti possono dipingere i colori dei propri sogni?”.

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“«Un romanzo non è un’allegoria» dissi verso la fine della lezione. «È l’esperienza sensoriale di un altro mondo. Se non entrate in quel mondo, se non trattenete il respiro insieme ai personaggi, se non vi lasciate coinvolgere nel loro destino, non arriverete mai a identificarvi con loro, non arriverete mai al cuore del libro. È così che si legge un romanzo: come se fosse qualcosa da inalare, da tenere nei polmoni. Dunque, cominciate a respirare.”

 

 

Leggere Lolita a Teheran”, però non parla solo di letteratura, altrimenti la seconda parte del titolo non avrebbe avuto particolare importanza. Ci parla dell’Iran, dell’Islam che si va radicalizzando e di come questo tratti i libri e la letteratura. Del rapporto dell’Islam con il grande diavolo americano:

“Noi che abitiamo in paesi antichi, spiegai, abbiamo un passato, e non ce ne stacchiamo mai. Loro, gli americani, hanno un sogno: sentono nostalgia per la promessa del futuro.”

 

“«L’Islam è la sola religione al mondo che ha assegnato alla letteratura il sacro compito di guidare ognuno di noi a una vita retta e devota» intonò. «Ciò appare ancor più evidente se consideriamo che il Corano, la parola di Dio, è il miracolo compiuto dal Profeta. Attraverso la Parola l’uomo può sanare e può distruggere. Può guidare e può corrompere. Ecco perché la Parola può appartenere a Satana o a Dio.”Risultati immagini per Lolita Nabokov

 

Gli anni trattati sono quelli dall’avvento di Khomeini al giugno 1997, con il cambiamento dei costumi e della morale e con la gente morta e scomparsa.

La lettura dei classici di lingua inglese è filtrata da questo ambiente, come scrive Nafisi verso la fine del volume:

“Gli spiego che voglio scrivere un libro in cui ringrazio la Repubblica islamica per tutto quello che mi ha insegnato ad amare Henry James e Jane Austen e il gelato e la libertà. «Non mi basta più godere di tutte queste cose» proseguo. «Voglio anche scriverne».

Risultati immagini per Daisy Miller«Non potrai scrivere della Austen» risponde lui «senza scrivere anche di noi, e di questo posto dove hai riscoperto le sue opere. Non potrai fare a meno di noi. Provaci e vedrai. La Austen che conosci è irrimediabilmente legata a questo posto, a questa terra e a questi alberi. Non crederai che sia la stessa Austen che leggevi con il professor French – si chiamava French, vero? No, vero? Questa è la Austen che hai letto qui, in un paese dove il censore è cieco e dove impiccano la gente per strada e stendono un telone nell’acqua del mare per tenere separati gli uomini e le donne mentre fanno il bagno»”.

IL SOGNO DEL RAGNO STA PER COMINCIARE!

Ci siamo! Il 7 Settembre 2017 ho firmato con Porto Seguro Editore per pubblicare “IL SOGNO DEL RAGNO”, il primo volume della trilogia “VIA DA SPARTA”.

Comincia la  grande fuga di Aracne dal mondo ucronico dominato da Sparta alla ricerca della libertà, dell’amore e di un mondo migliore per chi, come lei, ilota, è nata schiava in un impero dominato dai guerrieri spartiati.

Attraverso il violento e spietato Impero di Sparta, che, in un universo divergente e alternativo, ai giorni nostri domina metà del pianeta, la diciasettenne Aracne, appena violentata in strada, senza la possibilità di protestare o rivendicare qualche diritto, non avendone alcuno in quanto schiava ilota, fugge all’inseguimento di un sogno, della libertà e della vita per sé e per il bambino che porta in grembo frutto di quell’assalto brutale in strada dopo un’estenuante giornata di lavoro.

 

Quasi 2400 anni fa Sparta, anziché essere sconfitta da Tebe, ha vinto e ha iniziato la sua espansione, cancellando Atene e la sua cultura, bloccando lo sviluppo dell’Impero Romano e creando un mondo del tutto diverso, dove uomini e donne vivono separati, sesso e amore sono diversi da come li conosciamo, i malati e i vecchi vengono uccisi, il denaro e il lusso non esistono, la guerra non ha mai fine, l’arte è quasi inesistente, la meccanica è ai suoi inizi e al servizio del solo esercito, l’elettronica non è neanche immaginabile, ma la genetica ha fatto grandi passi avanti. È un mondo in parte distopico, ma soprattutto diverso dal nostro, per effetto di 2400 anni di divergenza storica.

 

Oggi, in questo tempo alternativo, Aracne è una schiava in fuga verso un sogno, attraverso le terre di Sparta, di cui scoprirà facce inattese. Affronterà prigionia, fughe, naufragi, conoscerà gente diversa e sarà più volte tentata di arrendersi.

 

IL SOGNO DEL RAGNO” è l’inizio di un’avventura e un percorso che ci insegna che nulla è scontato, che le nostre comodità, i nostri diritti, le nostre libertà sono conquiste di anni di storia e sarebbe bastato poco a far sì che oggi non le avessimo.

 

IL SOGNO DEL RAGNO” è un romanzo di Carlo Menzinger di Preussenthal edito nel Settembre 2017 da Porto Seguro Editore.

 

Porto Seguro Editore è una casa editrice di Firenze.

 

IL SOGNO DEL RAGNO” è il primo volume della trilogia “VIA DA SPARTA“.

LA POESIA DELL’ARTIGIANATO RITUALE, IL PESO DEL POTERE E L’IRONIA DELLE VENDETTA

Risultati immagini per miliardi di tappeti di capelliNon capita spesso di leggere fantascienza tedesca. Andreas Eschbach (Ulma, 15 settembre 1959), l’autore di “Miliardi di tappeti di capelli” (1995), è, appunti, uno scrittore tedesco.

Iniziando la lettura si nota subito un piglio diverso da quello dei suoi colleghi americani. Si parte, infatti, con un’atmosfera dal sapore antico, con questa strana, poetica, comunità interamente dedita alla tessitura di tappeti, realizzati usando i capelli delle donne di famiglia. Ogni tessitore impiega la sua intera esistenza a un solo tappeto e tutta l’esistenza del pianeta è condizionata da questa attività. Il mondo ne produce migliaia ogni anno e sono tutti destinati al palazzo dell’Imperatore, che pare debba essere sconfinato per accoglierli tutti.  La scena poi si allarga e scopriamo che questo mondo realizza tappeti per l’Imperatore da almeno 80.000 anni. Non solo: sebbene la gente su quel pianeta crede che ogni mondo dell’Impero produca qualcos’altro per l’Imperatore, in realtà moltissimi altri mondi producono solo e soltanto pregiatissimi e inutili tappeti di capelli. Pare che siano almeno 8.000 i mondi che fanno questo per l’Imperatore immortale. Ma l’Imperatore cosa se ne fa di “miliardi di tappeti di capelli”? Qualcuno sostiene che l’Imperatore, dopo millenni di regno (300.000!), sia morto. Pare sia stato assassinato da dei ribelli.

Risultati immagini per Andreas Eschbach

Andreas Eschbach

L’opera prosegue in un crescendo di colpi di scena e in un allargamento progressivo di orizzonte. Troviamo un imperatore che dopo trecentomila anni di regno è stanco e vorrebbe abdicare. Troviamo dei ribelli che lo vorrebbero eliminare. Ma chi è il capo dei ribelli se non l’imperatore stesso? Troviamo un sovrano inchiodato a una macchina che lo costringe a vivere, immobile, in eterno. Troviamo il mistero di un uomo scomparso. Troviamo uno strano culto dell’Imperatore. Troviamo un’immane biblioteca che conserva la storia di centinaia di migliaia di anni di un numero sterminato di pianeti di un Impero. Tutto questo in una space opera che esplora un futuro lontanissimo ma che conserva un gusto antico e ci parla dell’insopportabile peso del potere, del senso del dovere, dell’impegno, della follia, della vendetta e dell’immortalità.

Un romanzo che è pura fantascienza, ma al contempo ha un sapore nuovo e diverso. Qualcosa che pur muovendosi nei solchi delle storie d’avventura, mantieni una sua poeticità “interstellare”.

 

 

 

Risultati immagini per moschea piena di tappeti

 

TENNIS, DROGA, CINEMA D’AUTORE E ALTRE FOLLIE NELL’AMERICA ONANISTA DELL’ANNO DEL PANNOLONE PER ADULTI DEPEND

Risultati immagini per David Foster Wallace infinite jestHo finalmente finito di leggere “Infinite jest”, lo scherzo infinito di David Foster Wallace. Era tanto che desideravo di farlo, ma devo dire che la lettura si è rivelata un’impresa maggiore persino dello “Ulisse” di Joyce (che peraltro mi piacque molto). Avendo trovato “Infinite jest” tra le proposte di lettura della Fratellanza della Fantascienza anobiiana, mi sono finalmente convinto ad affrontarlo. Cosa mi aveva bloccato prima? Soprattutto le sue dimensioni (1281 pagine nell’edizione Einaudi, 16.800 sul mio e-reader!). Davvero “infinito”!

Fin dalle prime pagine mi è stato, però, piuttosto chiaro che qui la fantascienza, quella classica almeno, c’entra poco. Certo, il mondo descritto è un’America corrispondente, si direbbe al 2009, futura rispetto alla pubblicazione del romanzo, avvenuta nel 1996. In che anno si sia, non è, in realtà, facile capirlo dato che la numerazione a partire dalla nascita di Cristo è stata abolita e sostituita dalla dedica a uno sponsor.

Gli anni cui si fa riferimento, sono, infatti:

  • Anno del Whopper
  • Anno dei Cerotti Medicati Tucks
  • Anno della Saponetta Dove in Formato Prova
  • Anno del Pollo Perdue Wonderchicken
  • Anno della Lavastoviglie Silenziosa Maytag
  • Anno dell’Upgrade per Motherboard-Per-Cartuccia-Visore-A-Risoluzione-Mimetica-Facile-Da-Installare Per Sistemi TP Infernatron/InterLace Per Casa, Ufficio, O Mobile Yushityu 2007
  • Anno dei Prodotti Caseari dal Cuore dell’America
  • Anno del Pannolone per Adulti Depend
  • Anno di Glad.
Risultati immagini per David Foster Wallace

David Foster Wallace, all’anagrafe David Wallace (Ithaca, 21 febbraio 1962 – Claremont, 12 settembre 2008), è stato uno scrittore e saggista statunitense. È stato un romanziere americano, scrittore di cronaca e saggista, nonché un docente di scrittura creativa. Il romanzo di Wallace del 1996 Infinite Jest è stato citato dalla rivista Time come uno dei 100 migliori romanzi in lingua inglese dal 1923 al 2005.

L’anno in cui la storia inizia è l’Anno del Pannolone per Adulti Depend. Gli Stati Uniti si sono fusi con il Canada e il Messico dando luogo all’ONAN (Organization of North American Nations), acronimo che allude alla pratica masturbatoria. Si parla anche di un movimento indipendentista del Quebec e di vari gruppi terroristici che lo sostengono, come gli “Assassini sulle Sedie a Rotelle”, un gruppo derivante dai membri del Gioco del Prossimo Treno (gara in cui sei ragazzi aspettano l’arrivo di un treno distesi sulle rotaie: vince chi scappa per ultimo). Tutto fa pensare che il mondo sia cambiato prima del 1996, dunque, saremmo dalle parti dell’ucronia, più forse che della fantascienza. Però, mancano riferimenti storici importanti, così come mancano particolari tecnologie innovative. Diciamo che siamo più che altro in campo fantasociologico. Non saprei dire che le numerose droghe cui si fa riferimento siano esistenti o immaginarie, però, non hanno effetti particolari, anche se fossero fanta-allucinogeni, l’elemento non mi parrebbe sufficiente a parlare di fantascienza, che, insomma, rimane, poco più di un tocco d’ambientazione. Non essendo un patito di sport, potrebbero essermi sfuggite ipotesi di fanta-tennis o fanta-football, ma in linea di massima, anche questi argomenti mi sembrano trattati in modo sostanzialmente realistico anche se squadre e giocatori mi parrebbero immaginari. Insomma, l’ambientazione ucronica e fantascientifica è piuttosto debole e serve al massimo a immaginare campionati di tennis immaginari, un po’ come ha fatto il nostrano Brizzi con il calcio nel suo ucronico “L’inattesa piega degli eventi” (2008). Dopo centinaia di pagine finalmente si trovano poche righe dedicate a una misteriosa Grande Concavità in cui si è sviluppato uno strano ecosistema particolarmente rigoglioso. Varie decine di pagine dopo si parla di una possibile invasione di criceti selvatici giunti a Boston dalla Grande Concavità: questa è la cosa più fantascientifica che io abbia notato, a parte forse un veloce accenno a neonati giganti che vivono nella foresta.

Certo, ci sono alcune situazioni piuttosto paradossali come il giovane tennista che minaccia di suicidarsi se perde qualsiasi partita e si porta appresso apposta una pistola.

 

Risultati immagini per tennisOltre che di tennis, si parla soprattutto di pazzia, malattie mentali, come la depressione psicotica, e droghe. In particolare di droghe, in effetti. Il che potrebbe contribuire a un atmosfera piuttosto psichedelica, ma non è così, perché tutto rimane molto concreto e reale e si parla più che altro dell’attività di recupero dalle dipendenze che si svolge nell’Ennet House in cui lavora un tal Don Gately. L’incipit con il tennista che pareva ritardato mi ha fatto pensare, nelle prime pagine, a “Fiori per Algernon” di Daniel Keyes, ma mi sbagliavo: il resto del romanzo ha poco a che fare con queste visioni straniate di chi ha una diversa modalità di percezione dell’ambiente. Comunque, quel ragazzo davanti alla commissione esaminatrice che aspetta di essere ammesso al liceo nonostante il risultato disastroso dei suoi test, ma in virtù delle sue doti tennistiche, mi ha anche fatto un po’ rabbia, a pensare che in America davvero danno tanto peso alle capacità sportive, al punto da favorire i ragazzi che permettono alle scuole di vincere qualche torneo. Certo questa è un’America immaginaria, ma quanto lontana dalla realtà? L’inizio è trascinante con questa visione straniata della realtà, con questa attenzione maniacale e autistica al dettaglio. L’intelligenza di Hal Incandenza, il tennista, a volte lo fa sembrare superdotato, come quando recita a memoria il dizionario, altre volte pare un demente, per la sua incapacità di relazionarsi. Eppure, andando avanti, questo Hal non sembra poi così diverso da tutti gli altri e si capisce che l’attenzione al dettaglio non è una tara mentale di Hal, ma sembrerebbe esserlo proprio dell’autore, di David Foster Wallace “In Persona”! Se non ci fossero tutti questi affascinanti ma interminabili e forse fastidiosi dettagli certo il Signor Wallace non avrebbe potuto accumulare tutte queste centinaia di pagine! Farlo per descrivere la visione di un autistico avrebbe avuto un senso. Farlo tanto per farlo, fa sembrare un po’ autistico Wallace “In Persona”!

La vita all’interno dell’ETA, la scuola di tennis dominio incontrastato degli Incandenza, sembra una metafora di un mondo in cui si vive tutti assieme ma si è talmente in competizione l’uno con l’altro, che nessuna amicizia vera può nascere. Una metafora, forse, degli Stati Uniti d’America. Il Risultati immagini per tennis folleromanzo, però, non si concentra per nulla su questo.

Infinite jest” è un immane calderone in cui il Signor Wallace ha gettato un po’ di tutto. Gli ingredienti principali sono il tennis e le droghe, ma sono rilevanti anche le varie malattie, fisiche e psichiche, come l’amore tra lo svizzero senza gambe e la donna senza cranio. Qua e là ci ritroviamo in bocca, nel mangiare questo colossale piatto, varie digressioni sui temi più vari. Particolari, per esempio, l’episodio della donna con il cuore artificiale non impiantato ma tenuto nella borsetta e che scippata grida “fermate quell’uomo: mi ha rubato il cuore!” o il suicidio molto pulp con il micronde di Lui In Persona (come di solito viene chiamato il padre dei fratelli Incandenza), che potrà sembrare particolarmente splatter solo fino a quando si legge, più avanti, di quello masochistico della madre di Madame Psychosis, infilando le braccia nel trita rifiuti.

Ci sono le digressioni sui tentativi di cinema sperimentale di uno degli Incandenza e gli spot surreali di fine millennio dei raschialingua. C’è l’episodio di un certo Lumen che nell’estrarre la pistola rompe i pantaloni, restando in mutande e alla fine viene impalato alla rovescia, cioè dalla bocca, con una scopa. C’è la vicenda dell’associazione UDRI (Unione delle Deformità Repellenti e Improbabili), del perché i suoi membri portino il velo e tutte le disquisizioni per negazione di negazioni sull’accettarsi, sull’intelligenza e sulla deformità. C’è la vicenda di Lenz, che passa il tempo ad ammazzare gatti chiudendoli dentro dei sacchi che sbatacchia contro vari oggetti oppure dandogli fuoco. Ama anche uccidere cani, ma per questi preferisce farseli amici con della carne e poi accoltellarli, stando attento a non insanguinare i vestiti. A volte è tentato di dar fuoco anche ai barboni. Si innamora di un altro uomo ma non ha il coraggio di dichiararsi senza drogarsi prima. Più avanti, lo ritroviamo a pedinare donne cinesi (“orientoidi”) che si portano dietro tutti i loro averi in borse della spesa. C’è la lunga tirata sull’uso del latte in polvere. A un certo punto Ori Incandenza lascia il tennis per il football (quello americano, con la palla ovale) e abbiamo così numerose pagine su questo sport e i progressi del ragazzo sport-dotato. C’è poi la parte dedicata all’Eschaton, uno strano gioco fatto, tra le altre cose, con le racchette e i calzini da tennis, che è una sorta di mix tra un war-game un gioco di ruolo e il tennis. Questa parte mi pare dilungarsi un po’ troppo, anche se è abbastanza apprezzabile l’ironia velata della mescolanza di realtà e finzione, quando i ragazzi combattono spostandosi da una nazione all’altra con un solo passo.

Risultati immagini per drogaCi sono numerose descrizioni di film realizzati da Lui in Persona o da un altro Incandenza, come quello su un burocrate ritardatario, quello su Blood Sister, una suora tatuata che viene dai bassifondi e gira in moto e prova a convertire una punk adolescente.

Molte digressioni, in realtà, non sono affatto tali, ma solo vicende narrate nei centri di recupero o scene di questi o episodi legati al mondo del tennis.

Ci sono varie riflessioni sulla vita e le persone come quella sui vari tipi di bugiardi o quella sulle varie forme di paura.

C’è quello che rimane con la fronte incollata alla vetrata ghiacciata e viene strappato via brutalmente, ci sono le riflessioni di Gately sull’infermiera sexy che gli ha appena fatto un clistere o il suo incontro con un presunto spettro. C’è quello che va in strada a chiedere un contatto umano e ottiene solo soldi in elemosina, subito imitato dai mendicanti di zona.

Ci sono i ragazzi che non si accorgono di avere un cane legato all’auto e lo trascinano facendolo a brandelli sanguinolenti.

C’è una certa profondità in alcune di queste immagini spesso crude, che sono specchi di un mondo che somiglia al nostro, pur dichiarandosi immaginario.

Ma oltre a questo, come dicevo, ci sono soprattutto droga e tennis.

Risultati immagini per cineasta

Ken Loach

Sarà che non amo gli sport, ma parlarne tanto mi pare davvero eccessivo. La traduzione di “Infinite jest” è “Scherzo infinito”, ma, considerando che i protagonisti non fanno che giocare, forse sarebbe stato meglio chiamarlo “Infinite game”! Il nome del libro, deriverebbe da quello di un’omonima fantomatica pellicola realizzata da James Incandenza, in cui avrebbe recitato nuda Madame Psychosis e di cui – tutto sommato raramente – si parla nel romanzo. Pare (così almeno leggo su wikipedia, ma non avevo colto questo aspetto) che la visione di codesto film produrrebbe un vero e proprio piacere fisico, talmente intenso che i suoi ignari spettatori dopo pochi istanti diventano catatonici e perdono qualsiasi interesse per tutto ciò che non sia l’infinita visione del film. La cartuccia rappresenterebbe l’incarnazione estrema della dipendenza. Il cinema come droga. Il film trarrebbe l’origine del proprio nome da un verso dell’Amleto “”Ahimè, povero Yorick! L’ho conosciuto, Orazio: un compagno di scherzi infiniti”.

 

Ci sono vari modi di parlare di droghe, uno consiste nel realizzare racconti allucinati, come scritti sotto l’effetto degli stupefacenti. Wallace sceglie soprattutto di parlare della vita di chi si droga e dedica ampio spazio al tempo trascorso nei centri di recupero dalla tossicodipendenza, con episodi come l’arrivo di Hal Incandenza, dopo un lungo aggirarsi attorno all’edificio cubico che la racchiude, in una stanza dove tanti adulti stringono in mano degli orsacchiotti di peluche e piangendo rievocano la propria infanzia e sollecitano abbracci consolatori. Trai racconti dei frequentatori di questi centri si ricorda quello della tossica adottata il cui padre adottivo violentava l’altra figlia, handicappata, o quello della cocainomane che drogandosi partorisce un figlio deforme e morto e rifiutandone la morte continua a portarlo con sé come fosse vivo.

Per scrivere un romanzo tanto lungo, ovviamente non si possono lesinare i dettagli e Wallace non ne è affatto avaro! Se, anzi, si volesse definire il suo stile di scrittura non si potrebbe far a meno di citare questa sovrabbondanza di particolari che fanno dilatare ogni episodio oltre i livelli di prolissità più spinti di certi brani di Murakami, basti pensare alle pagine dedicate al letto cigolante e ai tentativi di risolvere il problema.

Certo alcuni brani sono affascinanti proprio per la ricchezza di dettagli, come tutti quegli uomini che dormono rannicchiati e sparsi sul fianco di una collina mentre qualcun altro attorno a loro gioca a frisbee (incongruamente chiamato “palla”). Solo che anche questo episodio va avanti così a lungo che ci si perde un po’ per strada.

Alcune definizioni non sono prive di suggestione come quella del football come sport omoerotico per omofobici repressi:

Un balletto di grugniti e schianti di omoerotismo represso, il football, Sig.na Steeply, per come lo vedo io. L’ampiezza esagerata delle spalle, lo sradicamento mediante una maschera della personalità facciale, l’enfasi sul contatto invece che sul non-contatto. I vantaggi da guadagnarsi con la penetrazione e la resistenza. I pantaloni aderenti che accentuano i glutei e le cosce. Il passaggio radicale ma lento alla «superficie artificiale», all’«erba artificiale». E li guardi, tutti questi uomini a darsi pacche sul culo dopo la partita. È come se Swinburne si fosse messo a inventare uno sport organizzato in una delle notti scure della sua anima. E lasci perdere Orin quando dice che il football è un sostituto rituale di un conflitto armato. Il conflitto armato è già molto rituale di per sé, e dato che noi ce li abbiamo già i conflitti armati (faccia un giro per Roxbury o Mattapan, una di queste sere) non c’è nessun bisogno di un sostituto. Il football è una pratica per omofobici repressi”.

Molti episodi, a descriverli, sembrerebbero davvero pulp, se non splatter, ma te li ritrovi lì, nel fiume delle parole di Wallace e non riesci neppure a disgustarti. Se ho provato una certa nausea è stata semmai verso tutto questo tennis. Se nei prossimi giorni dovessi vedere una racchetta, potrei non garantire sulla tenuta delle mie viscere!

Tra tante parole ci sono anche alcuni, pochi, neologismi interessanti come bradipedonismo.

Ho letto che i fratelli Incandenza ricordano (o forse sono ispirati) dai fratelli Karamazov di Dostojevsky. Sarà per questo che leggendolo spesso ero perplesso? L’autore che meno mi piace in assoluto è proprio questo russo prolisso e verboso! In effetti, anche Wallace, con le sue centinaia di pagine e il suo eccesso di dettagli è davvero prolisso. Dopo altre esperienze negative con Dostojevsky non ho osato leggere i “Fratelli Karamazov”, per cui non saprei dire quanto questa somiglianza tra i personaggi ci sia, ma, riflettendoci, nell’approccio alla scrittura, qualcosa c’è. Insomma, se vi piace Dostojevky, prendete con le pinze le mie critiche a Wallace: vuol dire che valutiamo diversamente la narrativa. Ma davvero si somigliano? Forse no. “I Demoni” di Dostojevsky sono indubbiamente un libro lungo, ma la prolissità del russo è dovuta a un “onanistico” (per restare in tema) riflettere su se stesso, mentre in Wallace deriva da quest’attenzione maniacale al dettaglio, che persino Gately, nel suo sogno dello spettro, nota, interrogandosi sul perché il suo sogno sia così ricco di dettagli (episodio, per inciso, che racchiude una bella riflessione sull’esistere e il morire). In “Infinite Jest”, però, a differenza che ne “I Demoni”, ci sono i fatti, molti, una miriade di piccole storie, di scene (non “scenette”, sono sempre troppo dettagliate e Risultati immagini per minestronelunghe per usare un diminutivo) che danno sostanza al romanzo. Il vacuo russo non riesce a fare nulla di simile. Wallace è qualche passo avanti. Che cosa non mi ha convinto, allora? Non mi preoccupa la lunghezza in sé di un libro. In fondo ho letto con piacere intere serie di romanzi con un numero complessivo di pagine ben superiori, come tutti i cicli di Isaac Asimov o “La Torre Nera” di Stephen King. I cicli di Asimov, sono stati messi assieme un po’ artificialmente e “La Torre Nera” si è andato dilatando nel tempo senza, sembrerebbe, un progetto iniziale, eppure quanto sono più coinvolgenti.

Il problema della lunghezza, qui è nell’assenza di una trama portante significativa, che catalizzi l’attenzione. Ogni tanto, in “Infinite jest” si è colti dalla visione di alcune splendide immagini o storie affascinanti, ma poi si risprofonda in quella melma di tennis e centri di recupero da varie dipendenze. Una melma da cui emergono continuamente oggetti interessanti, però.

Mancanza di trama, qui, vuol dire soprattutto mancanza di struttura, di qualcosa che tenga insieme gli ingredienti di questo calderone. Siamo davanti a un gran minestrone, più che a un piatto elaborato. Un minestrone con ottimi ingredienti, ma talmente mescolati che non sempre si riescono ad apprezzare. Anche la Rowling mescola tantissimi ingredienti nella sua non meno lunga saga di Harry Potter, ma con quale abilità lo fa! Lei sì è una chef della narrativa. Wallace, al confronto, sembra uno che cucini per le mense: grandi quantità e una certa varietà di gusti per soddisfare l’appetito di tutti. Ti sfama, anzi ti abboffa, e alla fine ti alzi con una certa nausea. Non fatemi vedere una racchetta da tennis, per favore! Lo dico per voi.

 

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