Archive for maggio 2015

UN CINICO VIGLIACCO A ZONZO NEL MARCIUME DELL’OCCIDENTE

Viaggio al termine della notte” (1932) di Luis-Ferdinand Céline è un viaggio attraverso la nefandezza umana: gli orrori della Prima Guerra Mondiale, la decadenza del colonialismo africano, le bassezze del lavoro fordiano e del consumismo americano, gli aspetti più triviali della professione medica, i bordelli, la miseria che conduce all’omicidio, la prigionia della famiglia, amori omicidi, la claustrofobia dei manicomi.

Tutto è visto attraverso la vita di un uomo, Ferdinand Bardamu, che partendo dalla Francia di un secolo fa, attraversa il mondo, in un’irrequietezza che nasce dalla sua stessa incapacità di adattarsi e di emergere in un mondo difficile. Un personaggio che non si fa amare e in cui, credo, difficilmente ci si può riconoscere. Sostanzialmente un vigliacco o, più precisamente, un cinico smidollato.

Louis-Ferdinand Céline

Eppure questa Notte della civiltà occidentale che attraversa non è poi così cupa come ben peggiori distopie c’hanno mostrato, la sua non è affatto una piena abiezione. Rimane un uomo grigio e tutto sommato noioso e questo rende il romanzo, a tratti interessante, a tratti altrettanto pesante. La condanna della guerra, vista attraverso la sua vigliaccheria, perde spessore. Il suo essere meschino lo rende parte di questo mondo oscuro, privandolo della forza morale per condannarlo veramente. Mi viene da pensare a “I miserabili” di Hugo, ma qui è tutto rovesciato. Non c’è nessuna grandezza interiore in Ferdinand, nessun afflato divino. In Céline c’è solo squallore, che penetra nel profondo dei cuori umani.

Tanti sono gli eventi narrati, troppi. Tanti i luoghi attraversati, geografici e dell’anima: troppi. Troppi per far sì che quest’opera conservi una solida unitarietà. Non basta la centralità del protagonista, non basta il narrare della nefandezza della civiltà occidentale.

Questo pavido cinismo di Ferdinand Bardamu non ci fa amare lui e, in definitiva, ci rende difficile amare il romanzo stesso e con esso il suo autore.

L’opera è stata molto lodata dalla critica soprattutto come opera di denuncia dei difetti del XX secolo e spesso criticata proprio perché letta in chiave politica, ma i difetti “politici” che possono venirle ascritti io credo trovino la propria sostanza nella negatività nichilistica di queste pagine, nella totale mancanza di eroismo, di speranza, di sogno. Anche un’opera politica deve essere in qualche modo propositiva o, se non lo è, più fortemente negativa. La sensazione, invece, è di un generale grigiore, formato, è vero, da numerose sfumature di grigio (non cinquanta, eh!), ma non per questo meno grigio di un film in bianco  e nero nell’era del technicolor.

Leggendo la biografia di Luis-Ferdinand Cèline si vede che il “Viaggio al termine della notte” ha una forte componente autobiografica. Questo forse è un bene, perché quando un autore scrive di cose che ben conosce, ne scrive meglio, ma forse è anche un male, perché è difficile liberare la fantasia nelle autobiografie. Forse anche per questo Cèline non riesce a condannare veramente Ferdinand Bardamu e non condannandolo, lui che è un esponente del XX secolo, non condanna veramente, con la dovuta forza questo tempo. E dico questo non in senso politico, perché io ritenga il secolo da condannare (questo non rileva), ma in senso letterario: si ha una debolezza narrativa.

Non vorrei aver dato un’impressione totalmente negativa di questa lettura, perché è comunque degna d’esser fatta. Io ho letto in traduzione italiana, ma chi può credo che farebbe bene a leggerlo in francese, perché uno dei pregi di questo romanzo, a quanto leggo, pare sia proprio l’uso della lingua, la capacità di Céline di ricostruire i dialoghi, di mescolare linguaggio volgare e colto. In traduzione molto di tutto ciò si perde.

Rimangono comunque un personaggio ricco, una trama articolata, un quadro del XX secolo come poche altre opere sono mai riuscite a fare e tutto ciò può bastare per dedicare al “Voyage au bout de la nuit” qualche ora. Del resto in molti (troppi!) lo considerano uno dei capolavori del Novecento (se non IL Capolavoro)! Certo, non dobbiamo dimenticarci che fu pubblicato nell’ormai lontano 1932 e che per quei tempi aveva una fortissima carica anticonformista, sia nei contenuto che nello stile. Se l’avessi letto allora, probabilmente anche io ne sarei rimasto scioccato. Letto, invece, oggi non mi ha soddisfatto pienamente. Ne capisco la grandezza e profondità, ma, a pelle, non è uno di quei libri che riescono a colpirmi a fondo, a stendermi. Purtroppo, in alcune parti mi ha persino annoiato. I libri amo giudicarli a prescindere dal contesto storico (di questo si occupi chi è più titolato di me). Mi piace capire cosa mi danno oggi, come lettore: mi ha fatto riflettere, mi ha lasciato perplesso, ma non molto di più. Un altro dei capolavori della letteratura che non tocca esattamente le mie corde! Non uno di quei libri, che non posso digerire, ma uno che forse rischio di digerire troppo in fretta e che, quindi, mi lascerà poco. Eppure mentre scrivo queste righe continuo a dirmi che c’è qualcosa nel romanzo che oggi mi sfugge e che forse domani potrebbe riaffiorare. Penso a quando vidi “Stalker” di Tarkovskij: alla fine mi dissi “ma che razza di film!” e cancellai la cassetta. Un attimo dopo mi resi conto di aver visto un capolavoro!

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I PARAOVINI DI MURAKAMI

Haruki Murakami

Un ragazzino che passa il tempo nel museo di un acquario a fissare un pene di balena, un tale (il ragazzino cresciuto) lasciato dalla moglie che si è portata via tutto ciò che la ricordava, persino la metà delle foto, un autista che ha il numero di telefono di Dio, un Boss moribondo che cerca una pecora e una pecora immortale che vuole cambiare il mondo sono tutte trovate geniali per scrivere delle storie affascinanti. Haruki Murakami le ficca tutte assieme in “Nel segno della pecora”, ottenendo un romanzo che incuriosisce ma che, purtroppo, ha i classici difetti dei romanzi di questo autore, che meriterebbe la collaborazione con un editor aggressivo per trasformarsi in un gigante della letteratura. Anche qui l’amore per i dettagli inutili e la prolissità di Murakami riescono a dare una bella botta a una storia che aveva le carte per essere qualcosa di piuttosto affascinante. Si aggiunga a questo una certa confusione generata nel lettore da vicende tanto incredibili e prive di una forte logica e forse si capirà perché la mia ricerca del capolavoro tra le pagine di questo autore tanto creativo sia fallita ancora una volta. “Nel segno della pecora” è stato pubblico nel 1982, mentre la bi-trilogia “1Q84” è uscita nel 2009-2010. Nel primo romanzo ritroviamo alcuni elementi che saranno sviluppati in “1Q84”. Il Boss ricorda molto il Leader della trilogia, la pecora qui ha il potere di entrare nelle persone, mentre in “1Q84” c’erano i Little People che uscivano da una capra cieca. Praticamente dei para-ovini (ovini dai poteri paranormali)! Qui non c’è il mondo alternativo e quasi ucronico dell’opera più recente, ma il protagonista si ritrova comunque estraniato dalla sua vita normale, spinto in questa caccia surreale alla pecora e alla ricerca dell’amico perduto detto Il Ratto. Una certa passione di Murakami per gli erbivori direi che si ritrova anche ne “La fine del Mondo e il Paese delle Meraviglie” con i suoi unicorni al pascolo, mentre l’atmosfera surreale pare una costante nelle opere del giapponese, non mancando neanche in “Kafka sulla spiaggia”. Fa eccezione in questo forse solo “Norwegian wood”. “Nel segno della pecora” condivide invece con “Tokyo blues” (altro nome di “Norwegian wood”) il senso di perdita, che si delinea subito con l’abbandono da parte della moglie del protagonista, poi da parte della sua ragazza, ma soprattutto con il senso di vuoto provato da chi (Il Professore delle Pecore, Il Boss) ha perso la pecora che era stata in lui o in chi (Il Ratto) teme di perderla. Anche qui si parla di amicizia, ma è più che altro ricerca di un’amicizia perduta.

Insomma, continuo ad adorare le idee di questo autore di Kyoto, ma non riesco a sentirmi mai pienamente soddisfatto dalla loro realizzazione. Tra i romanzi che ho letto, il solo che mi pare avere un buon equilibrio narrativo è forse “Kafka sulla spiaggia”. In effetti, un po’ poco per consentire all’accademia di Stoccolma di insignirlo del premio Nobel, cui è stato più volte candidato (con il mio incerto tifo).

IL FASCINO DELLA PERVERSIONE DEI POTENTI

Dopo “Libri da ardere” (1994) e “Antichrista” (2003), eccomi a leggere il mio terzo romanzo di Amélie Nothomb, la scrittrice belga nata a Kobe il 9/7/1967, “Barbablu” (2012), e penso che presto ne leggerò altri.

I tre libri hanno quantomeno in comune una certa suggestione dei titoli. Suggestione forse non condivisa da tutti i lettori, ma per me evocativa.

Barbablu” richiama la celebre fiaba del tale che si sposava molte volte e ogni volta proibiva alle mogli di aprire una certa porta, pena la morte. La curiosità femminea era sempre troppo forte e tutte le mogli soccombevano. La fiaba però si ispira a una storia vera e a un personaggio più che reale, addirittura storico, il Maresciallo di Francia Gilles de Rais, un degli uomini più vicini a Giovanna d’Arco e, in quanto tale, protagonista del mio romanzo “Giovanna e l’angelo”. Gilles de Rais però non uccideva le mogli, ma rapiva i figli dei propri contadini, li violentava e uccideva. Dunque la storia di Barbablu è una versione edulcorata della realtà.

Amélie Nothomb

Amélie Nothomb ambienta la favola ai giorni d’oggi e coglie l’occasione per dipingere un personaggio femminile forte e coraggioso e un protagonista maschile malato e folle, di cui la donna scopre passo dopo passo la psicologia, dando vita a un romanzo veloce ma intenso e carico di umanità, esplorata nelle sue perversioni, ma non per questo troppo lontana dal quotidiano.

Come in “50 sfumature di grigio” anche qui il protagonista è ricco e vizioso e anche qui pieno di fascino, a dimostrazione del fatto che la ricchezza riesce a rendere attraenti personaggi che se fossero poveri o gente comune sarebbero solo dei disgraziati, che guarderemmo con orrore e disgusto. Ammantati di potere e ricchezza possono persino ambire a diventare capi di partito o presidenti del consiglio, come la triste storia patria insegna.

 

Gilles de Rais – Barbablu

 

PICCOLI CONSIGLI DI SCRITTURA TERAPEUTICA

A volte ci lasciamo attrarre da un titolo e cominciamo a leggere un libro senza particolari altri motivi. Più o meno questo mi è accaduto quando ho deciso di leggere “Scrivere zen” di Natalie Goldberg, un manuale di scrittura che, dal titolo mi faceva sperare potesse contenere qualche suggerimento originale, magari ispirato ai principi di essenzialità e complessa semplicità di alcuni componimenti giapponesi come gli haiku.

Due cose però mi dovevano insospettire: l’autrice non è giapponese e per giunta non è una scrittrice, non di romanzi almeno.

Scrivere è una tecnica e i manuali possono aiutare a scoprirne i meccanismi e ce ne sono alcuni validi che indagano ed esplorano vari aspetti. Ancora sto leggendo, per esempio, la serie di volumi realizzati dalla Scuola Holden per La Repubblica, sempre ricchi di spunti. Il manualetto scritto da questa signora che vive a Taos, in New Mexico, contiene però ben pochi consigli tecnici (per esempio, il classico non dichiarare un sentimento ma mostrarne i suoi effetti o “non dite frutto. Dite di che frutto si tratta” o cercare verbi, aggettivi e sostantivi alternativi a quelli consueti) e sebbene l’autrice si dichiari un’ebrea buddista e ogni tanto riporti qualche citazione del suo maestro zen, non mi pare che indichi, almeno non chiaramente, alcuna originale via zen alla scrittura.

Credo che i manuali utili possano essere di due tipi: quelli scritti da esperti delle meccaniche della scrittura e quelli scritti da grandi autori. “Scrivere zen” non appartiene a nessuna delle due categorie, anche se la Goldberg racconta di aver tenuto corsi e gruppi di scrittura.

I suoi sono piuttosto consigli di vita, suggerimenti per usare la scrittura come terapia (contro depressione, noia, sfiducia…), non tanto una guida per migliorare la propria capacità di affrontare la creatività letteraria.

Spesso invita a scrivere in modi e luoghi non tradizionali, come se la scrittura possa essere improvvisazione e non un mestiere con le sue regole e i suoi strumenti. Capisco poco quando dice “Proviamo a scrivere in circostanze e luoghi diversi” (pag. 105). Quello che dobbiamo scrivere è dentro di noi e ci vogliono spazi adeguati per farlo emergere, non il caos di posto occasionali.

Qualche utile suggerimento, peraltro, si riesce a trovare e la lettura è abbastanza piacevole, come due chiacchiere con una signora vivace, ma poco di più si ottiene da questo testo, le cui considerazioni sono spesso banali e a volte, nonostante tale banalità, riescono persino a trovarmi in disaccordo, cosa difficile per un’apparente ovvietà!

Riporto di seguito alcuni dei precetti che ho estratto dal volume:

  • “Se ti impegni abbastanza a fondo nello scrivere, ti porterà ovunque tu voglia” (pag.13). Può anche essere vero, ma proprio ovunque non direi e poi magari bastasse l’impegno!
  • Scrivere “è come correre. Quando si corre bene, le resistenze sono minime” (pag. 22). Ovvero se si ha tecnica, tutto è più semplice, peccato che questo volume di tecnica non ne contenga. Sul rapporto tra scrittura e corsa, consiglierei “L’arte di correre” del grande romanziere giapponese Haruki Murakami.
  • “Se uno vuole mettersi a scrivere un romanzo va benissimo, ma non per questo deve smettere di fare esercizio” (pag. 23). Giusto. Dobbiamo sempre esercitarci per trovare nuovi modi di scrittura, per mantenere la mente pronta e flessibile. Senza allenamento non si va da nessuna parte. Vale anche per la scrittura. È forse una delle osservazioni più importanti del volume.
  • “É così che dovremmo scrivere (…) lasciando che la nostra mente ingurgiti tutto quanto e poi lo risputi sulla carta con grande energia” (pag. 42). Sì, certo, scrivere è assorbire, mescolare e produrre qualcosa di nuovo da quel rimescolio che avviene nella nostra mente.
  • “Non c’è separazione tra la formica e l’elefante” (pag. 43). Scrivere è mescolare ogni cosa, superare le distinzioni, ricreare nuove categorie.
  • Parlando di grandi autori dediti all’alcool, giustamente osserva “Non è che bevano perché sono scrittori; lo fanno perché sono scrittori che non stanno scrivendo” (pag. 47).
  • “Essere scrittori e scrivere significa sentirsi liberi” (pag. 47): anche di più. Significa sentirsi potenti, capaci di creare mondi interi. L’autore è il Dio dei suoi personaggi, li conosce nell’intimo e li muove a suo piacere.
  • “Quando scrivete usate dettagli originali” (pag. 49): dicevo che in questo libro non ci sono consigli tecnici, ma questo lo è ed è importante.
  • “Quando si scrive astrattamente; si ha la sensazione di un grande calore, ma non c’è niente da addentare” (pag. 53): terribili i volumi di certi autori, di solito esordienti, così astratti da essere del tutto vuoti!
  • “Nell’usare i dettagli (…) Stiamo offrendo del buon pane sostanzioso agli affamati” (pag. 53): la scrittura reclama concretezza!
  • “Se ho tempo per scrivere mi sento ricchissima” (pag. 54). “Lo scrittore tiene moltissimo al proprio tempo”: il dramma dello scrittore è avere diecimila idee e il tempo per metterne su carta forse neanche una!
  • “Ciò che il grande scrittore ci trasmette, in realtà, non sono le sue parole, quanto il respiro nel momento dell’ispirazione” (pag. 57): si trasmettono sensazioni ed emozioni! Beato chi ci riesce!
  • “Se si vuole imparare a scrivere ben, bisogna fare tre cose. Leggere parecchio, ascoltare bene e intensamente, e scrivere tanto. E non pensare troppo” (pag. 59).
  • “La vera arte arriva a sfiorare il sentimentalismo, senza però diventare sentimentale” (pag. 62): difficile equilibrio!
  • “Allo scrittore spetta il compito di ascoltare i pettegolezzi e trasmetterli ad altri” (pag. 83): a volte un pettegolezzo nasconde una buona storia, ma la letteratura non si fa con i pettegolezzi (o non solo).
  • “Scrivere è un atto comunitario. (…) ci reggiamo sulle spalle degli scrittori venuti prima di noi” (pag. 85): niente di più vero (e forse ovvio).
  • “Tirate fuori quel che scrivete” (pag. 86): anche se scriviamo per noi stessi, scriviamo comunque per essere letti.
  • “Se possiamo scrivere una domanda, siamo anche in grado di dare una risposta.” (pag.91): magari! Nella vita non è certo così, ma in narrativa possiamo sostituire domande con risposte. A volte.
  • “Lo scrittore scrive di cose a cui gli altri non prestano molta attenzione” (pag. 103) Piuttosto vede le cose con occhi diversi.
  • “Per favore, nelle vostre poesie non voglio sentir parlare di Michael Jackson, di giochi elettronici o di personaggi dei cartoni animati” (pag.102) dice rivolta a dei bambini. Ma, per Diana, se quello è il loro mondo è proprio di quello che dovrebbero scrivere! La poesia per loro è lì non certo in cose che non li riguardano!
  • “Essere artisti significa vivere nella solitudine” (pag. 108): ma chi l’ha detto! Affermazioni come queste mi fanno rabbia! La visione dell’artista o dello scrittore come un recluso è ridicola e odiosa. Personaggi così sono solo dei falliti. Basterebbe quest’affermazione a farmi bocciare l’intero volume!
  • “Invece bisogna essere teneri e determinati verso quello che si scrive e coltivare il senso dell’umorismo” (pag. 112); almeno questo l’ha capito: non ci si deve prendere troppo sul serio!
  • “Il processo della scrittura è una fonte continua di vita e vitalità” (pag. 113): ma sì, Natalie, altrimenti perché scriviamo!
  • “Scrivere non vuol dire fare psicoterapia, anche se può avere un effetto psicoterapeutico” (pag. 116): allora lo sa anche lei, eppure il manuale sembra dire proprio il contrario!
  • “Scrivo perché ci sono storie che la gente ha dimenticato di raccontare” (pag. 118): e quante sono! Ci sono anche le storie mai nate che dobbiamo far venire fuori!
  • “Scriviamo in modo che gli altri possano capirci. L’arte è comunicazione” (pag. 141): a me pare ovvio eppure va ribadito, perché in molti lo dimenticano!
  • “Se vogliamo che ai nostri scritti non manchi nulla, è indispensabile tornare a casa (…) bisogna, però prendere atto delle proprie origini, e penetrarle a fondo” (pag. 144): conosci te stesso, diceva Socrate, ma in quest’idea c’è anche altro. Parliamo di come siamo. A noi sembra normale, ad altri può sembrare strano o esotico. Il meraviglioso può essere in noi. Prima o poi devo decidermi a scrivere il libro sui miei antenati a cui penso da anni.
  • “Qualunque cosa tu faccia non diventare una scrittrice regionale” (pag. 145): quanto sono d’accordo! Come non mi piacciono gli autori dialettali che scrivono oggi. Forse ormai persino scrivere in italiano è da provinciali e c’è gente che scrive in siciliano, sardo o genovese!
  • “<<Se l’energia di una poesia è tutta in un solo verso>> disse una volta William Carlos Williams ad Allen Ginsberg <<taglia tutto il resto, e lascia solo quel verso>> (pag. 158): la cosa più difficile per un autore è tagliare. Dice bene Williams (ma chi ha insegnato alla Goldberg o al suo traduttore a mettere le virgole prima delle congiunzioni!)
  • “Prima di rileggere i propri scritti, è opportuno lasciar trascorrere un po’ di tempo” (pag. 160): io i miei romanzi li leggo e rileggo a distanza di mesi, in modo da essere il più possibile una persona diversa da quella che ha scritto la precedente stesura.

 

Insomma, qualche idea nel volume c’è, fossero anche solo quelle che ho elencato. Non saranno idee particolarmente geniali e alcune sono tutt’altro che condivisibili, però sono uno spunto di riflessione e questo per un manuale è importante. È per questo che non lo boccio totalmente. Comunque, piuttosto che rileggere il libro, però, penso che sia per me sufficiente rileggere questo post.

 

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