Archive for agosto 2010

Uno Shrek quasi ucronico

Shrek 4Chi ancora non conosce la trama dei primi tre film di Shrek, in cui una bella principessa dai capelli rossi è tenuta prigioniera in una torre custodita da un drago (pardon, draghessa) e che, travolgendo, le regole delle favole viene salvata da un orco e dal suo amico, un ciuco parlante, di cui la suddetta draghessa si innamorerà?
Come noto, la bella principessa è vittima di un incantesimo per il quale ogni notte si trasforma in orrida orchessa. Solo il vero amore potrà riportarla alla sua vera forma. Scoprirà in Shrek, l’orco, il suo amato e spezzerà l’incantesimo trasformandosi per sempre in una grassa orchessa. Farai poi conoscere il fidanzato ai genitori, il re e la regina di Molto Molto Lontano (Far Far Away) e ai loro sudditi inorriditi. Nasceranno persino tre deliziosi orrendi orchetti.
 La famiglia di Shrek
Se gli stereotipi delle favole erano già stati sufficientemente sconvolti e rovesciati dai primi tre episodi, il quarto “Shrek Forever After” (in italiano “E vissero felici e contenti”) riesce a rovesciare se stesso con un tipico meccanismo di “What if”, quello dell’ucronia, anche se di ucronia qui non si può parlare, essendo gli eventi mutati del tutto immaginari e non reali.
Gli autori di Shrek 4, insomma, immaginano che un evento del passato muti la vita di Molto Molto Lontano. Quale evento? La nascita di Shrek: se lui non fosse mai nato la principessa non sarebbe stata salvata e il Re e la Regina, per aiutarla, avrebbero ceduto il loro Regno al perfido nano Tremotino (perché i nani sono sempre così desiderosi di compensare le proprie ridotte misure con una smodata brama di potere?).
Fiona - Shrek 4Shrek, novello Scrooge dickensiano, potrà così scoprire quanto la sua assenza abbia danneggiato tutti quelli che ama.
Questa però non è un’ucronia anche perché la divergenza avviene per magia e il malcapitato orco verrà proiettato nell’universo divergente in cui non dovrebbe esistere, non essendo mai nato. Nelle allostorie, invece, non dovrebbero esserci “artifizi” a mutare il corso della Storia e anche il comportamento di Shrek ricorda più quello di un Viaggiatore del Tempo, che cerca di rimediare ai paradossi causati sul Presente dal suo retrocedere nel Passato.
A parte ciò, però l’idea di fondo è sempre la stessa: immaginare come si sviluppa una storia se ne cambiamo le premesse.
L’ironia degli autori di Shrek colpisce ancora nel segno.

Leggi anche:

§ Una rivista sull’Ucronia

§ Giovanna e l'angelo

§ Ucronie per il terzo millennio

§ Ucronie sul fascismo

§ Ucronie sul nazismo – Fatherland

§ Ucronie sul nazismo – La svastica sul sole

§ Roma eterna

§ L’ucronia sul Vangelo di Saramago

§ L’ucronia sul Vangelo di Kazanzakis

§ L’ucronia di Borges

§ Ucronie preistoriche
 

La modernità cyberpunk dell'Accademia dei Sogni

L'Accademia dei sogni - William GibsonLe aspettative che si hanno prendendo in mano un libro, purtroppo, incidono notevolmente su quella che sarà poi la sensazione di lettura del libro medesimo. L’ideale sarebbe leggere solo libri di cui non si sa nulla, magari neanche il titolo, perché anche questo contribuisce a darci un’idea pregressa del romanzo. Ma questo non avviene mai o quasi.
Leggendo “L’Accademia dei sogni” di William Gibson sono stato, appunto, condizionato sia dal titolo, che mi induceva ad aspettarmi una qualche forma di contenuto onirico, sia dal nome dell’autore, che conoscevo per essere l’ideatore del Cyberpunk, un genere letterario che non ho mai frequentato ma di cui avevo letto e che mi figuravo in un certo modo.
Quello che, dunque, mi aspettavo da Gibson era, innanzitutto un approccio linguistico moderno, anzi post-moderno, e cibernetico, forse qualcosa di non dissimile da “Cybernetic Love” una storia che ho scritto tempo fa assieme a Simonetta Bumbi riscrivendo, in una sorta di puzzle, alcuni classici, usando un linguaggio informatico (pubblicata nel volume “Parole nel Web” – Edizioni Liberodiscrivere).
Ebbene non ho trovato nulla del genere, però l’incipit del libro mi è parso subito semanticamente possente, al punto da farmi dire, tra me e me, “questo sì che deve essere un gran libro da cui avrò molto da imparare”.
Eccovi, dunque, l’incipit:
Cayce Pollard si risveglia a Camden Town, a cinque ore di jet lag da New York, braccata dai lupi di un ritmo circadiano interrotto.
È quella non ora piatta e spettrale, lambita da una marea sospesa, un vapore mentale che ribolle a intermittenza irrompendo con richieste inopportune e ancestrali di sesso, cibo, tranquillità, o tutto insieme, e invece adesso per lei non c’è niente.”
Un romanzo che avesse mantenuto la stessa tensione linguistica sarebbe stato qualcosa di davvero William Gibsoninnovativo e potente, anche se forse piuttosto faticoso da leggere.
L’Accademia dei sogni” però non è così, il tono narrativo si normalizza, nonostante alcune riprese inventive, e a volte persino la tensione narrativa si allenta.
Ebbene, questo mi pare un buon esempio di ottimo incipit controproducente, in quanto crea nel lettore (o almeno in alcuni lettori) un’aspettativa che non viene rispettata.
Nelle prime pagine sono dunque andato ancora alla ricerca di queste descrizioni, dell’uso di aggettivazioni particolari o di accostamenti arditi di termini moderni in nuove metafore, ma solo raramente trovando soddisfazione in frasi come “Ascoltando il rumore bianco di Londra” o “le anime non sono abbastanza veloci, rimangono indietro, e all’arrivo devono essere attese come bagagli smarriti” (entrambe in prima pagina!).
Solo dopo qualche pagina sono riuscito a dimenticarmi dello stile (e lo stesso sembra aver fatto Gibson!) per seguire la trama, che però si mantiene intricata e misteriosa fino allo svolgimento finale.
Quando ho letto per la prima volta delle “sequenze” mi sono chiesto se non fosse qualche aspetto del web che mi sfuggiva, ma andando avanti è divenuto chiaro che si trattava di qualcosa di prettamente connesso con il romanzo: il suo mistero da svelare.
L’intera trama consiste proprio nel ricercare il senso e l’origine di queste misteriose “sequenze” e l’incontro risolutore è, in effetti, il punto più appassionante del romanzo.
L’aspetto forse più innovativo di questo libro è che i personaggi vengono definiti tramite il loro apparire, i loro abiti, gli oggetti che usano. Le descrizioni veloci, in genere, rimangono le parti migliori.
Tornando a quanto dicevo all’inizio, forse, se avessi letto questo romanzo senza leggere il titolo (che ben poco ha a che fare con la trama) e senza aspettarmi nulla dall’autore mi sarei appassionato per la modernità di alcune sue parti, per il globalismo delle acyberpunkmbientazioni (da New York, a Londra, a Tokyo, a Mosca), per la singolarità del mestiere della protagonista, per le sue paranoie, per l’atipicità dei personaggi pur a modo loro “tipizzati” e l’avrei potuto considerare un ottimo libro, cosa che forse è.
Il fatto che mi aspettassi che, in qualche modo, lo fosse, però mi ha portato a sentirmi spesso deluso dalla lettura, pur avendola nel complesso apprezzata.
Non avendo mai letto altro di Gibson, rimango, dunque, con una valutazione dell’autore in sospeso, non riuscendo ancora a sbilanciarmi. Probabilmente potrò farlo dopo che avrò letto almeno “Neuromante”, che ho già acquistato (in edizione inglese).
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: