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ULTIME TRACCE D’INCHIOSTRO

Risultati immagini per prime forme di scritturaNella mia vita di ultracinquantenne che ama scrivere, ho visto cambiare quest’attività e tutto ciò che gira attorno al mondo dei libri in modo così radicale, che ben poco di ciò che è avvenuto prima mi pare sia stato altrettanto rivoluzionario, se non le tre invenzioni fondamentali della storia della scrivere:

  1. la scrittura;
  2. la scrittura fonetica;
  3. la stampa a caratteri mobili.

L’invenzione della scrittura non è stato un evento immediato, ma il frutto di una lunga evoluzione preceduta dalla comparsa di simboli e sembra sia avvenuta in Mesopotamia nel 3.400 avanti Cristo e, indipendentemente, in Mesoamerica nel 600 a.C., e forse altrettanto autonomamente in Egitto nel 3.200 a.C. e in Cina nel 1200 a.C.

Il fatto che la scrittura, come forse il linguaggio, sia nata indipendentemente o quasi in più luoghi, dimostra quanto questo sia un bisogno innato nell’uomo.

Il primo alfabeto noto è quello fenicio, che era, in origine, di tipo consonantico. L’alfabeto greco, derivato da quello fenicio, ha introdotto simboli per i suoni vocalici.

Johann Gutenberg stampa tra il 1448 e il 1454 a Magonza il primo libro con la tecnica della stampa a caratteri mobili. Altri stampatori in Europa, Risultati immagini per stampa a caratteri mobiliperò, in quegli anni si stavano già avvicinando alla tecnica.

L’uso dell’inchiostro e poi delle penne resero la scrittura assai più agevole.

La storia della scrittura comprende anche progressi ed evoluzioni nel campo dei supporti su cui scrivere (dalle tavolette d’argilla, ai papiri alla carta) e degli strumenti utilizzati per farlo, ma dai tempi di Gutenberg, l’evoluzione non ha subito altri salti paragonabili fino a pochi anni fa.

 

Che cosa sarebbe dunque avvenuto di così rivoluzionario in questi ultimi tempi?

Varie cose. Vorrei qui limitarmi a raccontare questo progresso in base alla mia esperienza personale, che penso possa dare un’idea di come cambiarono le cose nelle case italiane e di tutto il mondo, senza la pretesa di voler fare un’analisi storica. Quando ero bambino, negli anni ’60 del XX secolo, nessuno aveva in casa un computer. Ne usai per la prima volta uno alla fine del liceo e si trattava di un oggetto assai primitivo, il Sinclair XZ Spectrum, un microcomputer a 8 bit basato sul microprocessore Z80A, originariamente dotato di 16 kB di ROM contenenti il linguaggio BASIC, di 16 kB di RAM espandibili a 48 kB e di una caratteristica tastiera in lattice con 40 tasti multifunzione. La Sinclair Research Ltd iniziò a produrlo nel 1982: Risultati immagini per Sinclair ZX Spectrumavevo 18 anni! Altri amici avevano il Commodore 64 (più diffuso), un home computer della Commodore Business Machines Inc., commercializzato dal 1982 al 1993.

Per scrivere la tesi di laurea in casa avevo un PC a floppy disk e utilizzavo Wordstar, uno dei primi programmi di videoscrittura commerciali che, prodotto nel 1978 dalla MicroPro International Corporation, fu reso disponibile in ambiente MS-DOS solo nel 1982. Raggiunse un alto grado di diffusione nella prima metà degli anni ottanta, diventando uno dei più diffusi word processor dell’epoca. Era uno dei software che veniva insegnato anche all’università.

Fino ad allora scrivevo racconti e tentativi di romanzi su quaderni ad anelli, migliori di quelli a fogli fissi, perché quando dovevo correggere qualcosa potevo sostituire i fogli. Poi dovevo battere a macchina la versione finale, con una macchina da scrivere meccanica. Ne esistevano però già di elettriche, anche se il beneficio del loro uso era relativo.

Utilizzare un word processor fu ciò che mi permise di scrivere finalmente un romanzo. Potevo correggere agevolmente ciò che scrivevo. Scrivevo per Risultati immagini per prime macchine videoscritturastratificazioni successive, ovvero prima buttavo giù un testo semplice, poi lo integravo con vari passaggi successivi. Con un quaderno questo non era impossibile, ma molto più laborioso e richiedeva la riscrittura di intere parti. Con wordstar bastava usare il taglia e incolla e interi brani si potevano spostare prima e dopo. Il lavoro divenne più facile, ma anche la qualità dei testi migliorò, essendo possibili facili revisioni.

Wordstar era, però, un sistema poco agevole, per fare un semplice grassetto occorreva creare dei blocchi di parole e incasellarle tra caratteri speciali e così per tutto il resto.

Non era certo il primo programma di videoscrittura: Astrotype era del 1968. Quando comparve avevo quattro anni, ma non aveva certo una diffusione di massa. Solo pochi anni prima mia madre aveva frequentato corsi di dattilografia e stenografia! La stenografia ha ormai perso ogni utilità.

Nel 1983 la Microsoft creò Word e già eravamo un passo avanti come usabilità. Era più “user friendly”, come già si diceva. Ricordo che nel 1991, quando ero nell’esercito italiano, usavo delle macchine di videoscrittura simili a computer ma con all’interno solo un software per scrivere. Gli ufficiali davano lettere e rapporti scritti a mano alle segretarie e ai soldati di leva che li ricopiavano a macchina. Le macchine per la sola videoscrittura durarono poco. Poco dopo entrai a lavorare al Monte dei Paschi di Siena. All’Ufficio Marketing avevamo solo due computer in una dozzina di persone e, mi pare, un paio di macchine da scrivere! Oggi sarebbe impensabile.

Risultati immagini per Il colombo divergentePoter scrivere su un PC fu, insomma, un grande salto avanti, eppure internet non era ancora facilmente accessibile quando scrissi la prima edizione del mio romanzo “Il Colombo divergente” (pubblicato nel 2001). Il web era nato già negli anni sessanta, ma l’Italia ci si collegò (terzo Paese al mondo) solo il 30 aprile 1986. Fino al 1995, però, internet era una rete utilizzata soprattutto dalla comunità scientifica e dalle associazioni governative e amministrative. La diffusione di massa della rete iniziò con i primi mesi del Terzo Millennio. Lo usai per la prima volta in Ufficio quando ero in Direzione Generale a Siena attorno al 1996. Solo un paio di postazioni in ufficio ne erano dotate e se si voleva accedere si doveva chiedere al collega che usava abitualmente quel computer di spostarsi.

Il Colombo divergente” è un’ucronia, cioè un romanzo che immagina un diverso svolgimento della storia. Per scriverlo, nella seconda metà degli anni Novanta, ho dovuto cercare, a volte acquistare e leggere numerosi libri e testi vari per potermi documentare. Quando scrissi “Giovanna e l’angelo”, nei primi anni del Duemila, già avevo accesso in rete e ho potuto così integrare la documentazione cartacea su Giovanna d’Arco mediante informazioni raccolte nel web. Certo, allora, i motori di ricerca erano meno efficienti e le informazioni reperibili erano molte meno di adesso, ma fu di sicuro un grande vantaggio e mi evitò di cercare in librerie e biblioteche. Divenne più facile verificare anche piccoli dettagli. La certezza sulle informazioni prese in rete era minore di quella di testi cartacei, ma dovendo scrivere solo un romanzo di fantasia, per me le basi storiche dovevano essere solo una base di partenza e questo poteva bastare.

 

Insomma, videoscrittura e internet hanno del tutto cambiato il modo di scrivere in pochi anni. Eppure la rivoluzione non finisce qui, dato che, di norma, uno scrittore non si limita a scrivere per sé, ma vuole (se non deve) entrare in contatto con i lettori (almeno potenziali). Anche qui le cose sono cambiate molto, soprattutto, di nuovo grazie a internet, ma non solo.

Il Colombo divergente” nacque prima del mio accesso al web, ma grazie a questo. Al momento di trovare un editore, ero iscritto ad alcuni neonati siti di scrittura creativa, tra cui l’ancora esistente www.liberodiscrvere.it che prevedeva da parte degli utenti l’inserimento di brani che erano poi letti dagli altri frequentatori del sito e da questi votati. Anche l’editore poteva rilasciare dei voti. A un certo punto fecero una selezione on-line e il mio romanzo, assieme ad altri quattro, ottenne un buon punteggio e fu quindi scelto per la pubblicazione. Per farlo conoscere mi avvalsi sia del sito dell’editore, sia di altri siti web. Aprii allora il mio primo sito internet, la cui evoluzione è ora www.menzinger.it, anche se ho cambiato la piattaforma.

Il web era diventato uno spazio in cui lettori e scrittori si incontravano e scambiavano opinioni. Stavano nascendo le community. Ce n’erano già per ogni tipo di interesse. I siti di scrittura proliferarono e nacquero i blog. Il blog è un particolare tipo di sito web in cui i contenuti vengono visualizzati in forma anti-cronologica (dal più recente al più lontano nel tempo). Era il 1997, l’anno in cui nacque mia figlia. A quanto leggo su wikipedia, il 18 luglio 1997, è stato scelto come data di nascita simbolica del blog, riferendosi allo sviluppo, da parte dello statunitense Dave Winer, del software che ne permette la pubblicazione. Il primo blog è stato effettivamente pubblicato il 23 dicembre dello stesso anno da Jorn Barger. I blog aprirono nuovi spazi per gli scrittori. Mi iscrissi alla piattaforma Splinder, dove c’era una community di scrittori e lettori molto attiva. Ci conobbi molti dei miei lettori e vari altri autori. Cominciai a scrivere sistematicamente recensioni dei libri che leggevo e a pubblicarle sul mio blog. Lo aprii il 20 novembre 2007, Risultati immagini per Parole nel webl’anno in cui pubblicai la seconda edizione de “Il Colombo divergente”, “Giovanna e l’angelo”, “Ansia assassina”, “Parole nel web” e “Ucronie per il terzo millennio”. Il blog era anche uno strumento di promozione dei libri che pubblicavo, oltre che uno strumento per reclutare illustratori. Fu anche una delle basi che usai quando attivai il processo di revisione on-line dei testi, ma di questo parleremo un po’ più avanti. “Parole nel web” e “Ucronie per il terzo millennio” sono due volumi da me curati che riuniscono scritti anche di altri autori. Sono nati nel web e grazie al web. “Parole nel web” contiene scritti a quattro mani, realizzati per scambio di mail, in parte con gente conosciuta in community. “Ucronie per il terzo millennio” è un’antologia di 18 autore che ho trovato e reclutato tramite il Laboratorio di Scrittura di Liberodiscrivere.

I blog non furono uccisi da facebook e twitter, ma questi gli fecero molto male! La piattaforma Splinder, su cui avevo il mio blogLa legenda di Carlo Menzinger”, chiuse e il 20 dicembre 2011 dovetti traslocare su WordPress, ma la comunità si disperse. WordPress è una buona piattaforma, ma la sua comunità non ha più la vivacità dei primi tempi pioneristici. Il blog era uno spazio in cui si potevano esprimere pensieri in forma articolata e compiuta. I post avevano lunghezze di svariate righe (oltre a contenere immagini e video). Facebook ridusse terribilmente questi spazi. Era più veloce, raggiungeva più gente, era più invasivo, ma, per gli autori, secondo me, fu un peggioramento nettissimo, soprattutto perché svuotò i blog. Facebook è una community ma è più difficile individuarci dei gruppi di interesse comune, come si riusciva a fare bene con i blog. Twitter è peggio ancora. Un cicaleccio inconsistente, il diffondersi di messaggi troppo stringati per avere sostanza. Uso Facebook e sono su Twitter ma non lo uso più e rimpiango i tempi di Splinder!

Nel 2006 nacque aNobii, un bel portale di libri e lettori. Vi entrai quasi subito, aprendovi la mia Libreria virtuale. Era, innanzitutto, un sistema per catalogare i propri libri. Si rivelò un’ottima community per far conoscere i miei libri e incontrare lettori e altri autori.

 

Le rivoluzioni sono finite? Per nulla. Ancora non vi ho scritto dell’editoria, dei sistemi di pubblicazione.

Già ho accennato al fatto che il web è un sistema per la selezione degli autori da parte degli editori, mediante l’organizzazione di concorsi e simili iniziative e un modo per pubblicare brevi testi e farseli leggere senza l’intermediazione degli editori.

Con la nascita delle tecniche di print-on-demand, poi, gli editori si sono liberati dal vincolo del numero di copie. Divenne possibile pubblicare piccoli autori e stampare solo venti o trenta copie, magari anche una sola. Se c’era richiesta, l’editore stampava, se no non lo faceva e poteva così ridurre i costi. Fu così possibile a molti autori minori essere pubblicati. Questo, però, si è portato dietro che al piccolo editore non conveniva revisionare o promuovere il testo. Si limitava a pubblicarlo o magari a organizzare un paio di serate di presentazione. Tutta pubblicità anche per lui: magari tra il pubblico si annidava un altro autore in cerca di pubblicazione! Da lì il passo verso l’autopubblicazione fu breve. A che serviva un editore che era ormai solo uno stampatore?

Dopo aver pubblicato varie cose con Liberodiscrivere e altri editori, con il thriller “La bambina dei sogni” volli tentare la via dell’autopubblicazione.

Già con “Il Settimo Plenilunio” avevo reperito numerosi illustratori in rete che avevano trasformato il romanzo in quella che chiamai una “gallery novel”: 117 illustrazioni di 17 artisti diversi, tra pittori, disegnatori e fotografi.

Ne scelsi uno, Angelo Condello, e gli chiesi di farmi la copertina del romanzo. Poi mi inventai una cosa che volli chiamare “web-editing”: pubblicai “La bambina dei sogni” a puntate su www.liberodiscrive.it”, linkai i capitoli sul mio blog e condivisi le pagine del blog su facebook. Creai anche un gruppo apposito su aNobii. Il romanzo fu letto in anteprima da numerose decine di lettori. A tutti chiedevo di segnalarmi errori e refusi e come migliorare il libro.

Avevo ottenuto un editing non professionale ma consistente. Pubblicai nel 2013 con Lulu. Questo mi consentì di poter continuare a revisionare il testo anche dopo la prima pubblicazione. Visto che il libro era comunque già in rete, lo diffusi in copy-left, cioè gratuitamente e già che c’ero ne creai un e-book che distribuii in svariati formati, La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthaldall’epub, al mobi, al pdf ad altri. Il self-publishing era esploso intorno al 2009 con il lancio dei primi lettori di eBook di massa, il Kindle di Amazon e il Nook di Barnes&Noble. In Italia credo siano arrivati più tardi. IlMioLibro della Feltrinelli arriva nel 2011, Lulu poco prima e YouCanPrint poco dopo. Lulu è un sito internazionale che pubblica in sei lingue dal 2002.

Ripetei l’esperienza del self-publishing con “Jacopo Flammer nella terra dei suricati” (il sequel di “Jacopo Flammer e il popolo delle amigdale”), anche questo, come “Il Settimo Plenilunio” fu illustrato da vari artisti.

Ho parlato di e-book. L’e-book è l’altra grandissima rivoluzione di quest’epoca. Rende il libro leggero. In tutti i sensi. Per l’editore significa tagliare i costi di stampa e distribuzione e arrivare direttamente al lettore. Per l’autore significa la stessa cosa e in più poter avere un accesso ancora più facile alla pubblicazione. Per i lettori significa libri molto meno cari. A dir il vero, praticamente gratis, dato che molti sono ufficialmente distribuiti gratuitamente e tutti gli altri sono in circolazione in rete in copie pirata. Oggi, chi volesse violare le leggi del copyright, potrebbe trovare quasi qualunque libro in rete e scaricarlo senza pagare nulla di più del costo della connessione internet.

Questo ucciderà l’editoria o la rivitalizzerà? Certo lascerà delle vittime sul campo, ma io credo che si debba solo cambiare approccio. I libri non i devono più vendere. Si deve vendere la pubblicità che li accompagna. Non dovranno essere né i lettori, né gli editori, né tantomeno gli autori a pagare per la diffusione delle pubblicazioni gratuite. Questo sarà un nuovo mercato in cui ognuno potrà ricavarsi il suo spazio, semplicemente scaricando i costi (ormai assai ridotti) su chi voglia usare un dato libro come veicolo per il proprio messaggio commerciale (o di altra natura). Autori e editori (se ce ne sarà bisogno) potranno cercare sponsor su mercati appositi e vendere spazi promozionali nei propri libri. Probabilmente più che di editori in futuro potrà esserci bisogno di mediatori pubblicitari.

Gli e-book hanno portato anche un’altra rivoluzione, per ora ancora poco compresa e conosciuta che si chiama T.T.S., che per quanto riguarda la mia vita di lettore è stato qualcosa pari a imparare a leggere per la prima volta.

Leggere un e-book ha enormi vantaggi e proprio non capisco quelli che dicono che vogliono leggere solo su carta e che proprio non possono leggere su schermo.

Un e-reader può contenere, nelle dimensioni di un piccolissimo tascabile centinaia se non migliaia di libri. Più di quelli che si possono leggere in una vita. Io penso di poter essere considerato un forte lettore con i miei 50-70 libri letti ogni anno. In 50 anni sono solo 2.500-3.000. Potrebbero starmi tutti in tasca, dentro un e-reader. Non devo più caricarmi la valigia quando viaggio, non ho più bisogno di librerie sempre straboccanti e mai sufficienti.

Posso leggere un libro di mille pagine tenendo l’e-rader in mano (il volume con tante pagine sarebbe troppo pesante). Posso leggere quello che mi pare in pubblico, senza che nessuno Risultati immagini per PocketBook Touchpossa sbirciarmi la copertina!

Posso trovare in rete e ricevere quasi all’istante quasi ogni titolo. Posso creare quante copie voglio dei miei libri ed evitare di perderli e darli in prestito agli amici senza temere che non me li restituiscano.

Posso leggere mentre leggo, guido, vado in palestra, cucino o faccio altre simili attività poco impegnative. Leggi mentre guidi? Ma sei pazzo, direte voi. Certo che no. Quando guido non rispondo neppure al cellulare! Posso però leggere con il TTS, con il Text-To-Speech ovvero con un sintetizzatore vocale. Il mio lettore, PocketBook Touch, ne ha uno che legge qualsiasi formato e nelle principali lingue. Trasforma qualunque testo in parole. Se non avessi il TTS dei 50-70 libri che leggo in un anno potrei leggerne al massimo una dozzina. Ascoltare un libro mentre si fanno altre cose, richiede una certa attenzione e questo, secondo me, è un bene perché aiuta il cervello a tenersi agile e attento. Adoro il TTS e non saprei più vivere senza. Purtroppo gli apparecchi che lo hanno sono pochissimi e temo che, se il mercato continuerà a ignorarli, potrebbero sparire, nonostante i progressi dell’intelligenza artificiale in altri campi. Certo ci sono anche gli audiolibri, ma non sono la stessa cosa, innanzitutto perché sono molti meno. Di solito non ci sono saggi in audiolibro. Con il TTS, invece si può leggere davvero tutto, per genere e formato, dal rtf, al word, all’epub, al mobi.

In conclusione, in questo mezzo secolo ho visto la nascita di:

  • personal computer;
  • videoscrittura;
  • internet;
  • siti di scrittura creativa;
  • blog;
  • print-on-demand;
  • self-publishing;
  • facebook;
  • e-book;
  • sintesi vocale (Text-To-Speech).

Vi sembra poco? A me no. A pare che sia cambiato il mondo intero. Il libro, il simbolo del nostro essere umani, il simbolo della storia (che, per convenzione, ha inizio con la nascita della scrittura), non è morto, ma è cambiato. Ha cambiato forma e modi di lettura. L’inchiostro e la carta stanno morendo. Ce ne dispiace, ma non troppo. Il nuovo è promettente. Ci guardiamo attorno con un po’ di nostalgia e cerchiamo le ultime tracce di inchiostro, poi alziamo gli occhi e guardiamo verso il futuro e, almeno per quanto riguarda i libri, ci pare di poter sorridere.

LA SOCIETÀ CAPRICCIOSA

Risultati immagini per modernità liquidaNon saprei se l’intento di Zygmunt Bauman scrivendo il saggio “Modernità liquida” sia stato quello di convincere il lettore che il tempo che stiamo vivendo sia qualcosa del tutto diverso da quello precedente e che necessiti di una nuova definizione ovvero possa essere definito come l’epoca della “Modernità liquida”. Certo, Bauman offre molti interessanti ragionamenti ed esempi per segnalare come la nostra epoca sia mutata rispetto a quella da cui siamo appena usciti, ma mi è parso che nel saggio manchi qualcosa che leghi tra loro tutti questi ragionamenti e concetti e segni il tratto determinante per definire la nostra una “Modernità liquida”, non sono, insomma, uscito dalla lettura, del tutto convinto sullo stacco logico tra la precedente modernità e l’attuale, di cui vedo ancora troppi elementi di continuità, ma per il resto le argomentazioni di Bauman meritano certo un lettura e una riflessione su molti dei punti trattati.

 

Il saggio “Modernità liquida” di Zygmunt Bauman (Poznań, 19 novembre 1925 – Leeds, 9 gennaio 2017) sociologo, filosofo e accademico polacco di origini ebraiche, si apre introducendo tre concetti.

Il primo è che il desiderio di libertà non è poi così forte e che molti, in una società opulenta come la nostra, non solo non desiderano essere veramente liberi, ma di norma non sono nemmeno consapevoli di vivere in una libertà limitata. Riporta l’esempio dei marinai dell’Odissea che, mutati in porci da Circe, non vogliono tornare alla “libertà” originaria di esseri umani.

Il secondo è che la nostra società attuale pur avendo conservato (se non acuito) la propria capacità di critica del sistema, ha perso l’impulso a lottare per cambiarlo, perché, come notava desolatamente Marcuse, non c’è una base di massa sufficiente ad avviare un processo rivoluzionario che possa mutare uno status quo che non è percepito come negativo (sebbene abbia ampi margini di miglioramento e numerosi aspetti deleteri).

Il terzo è la definizione del periodo attuale come “Modernità liquida”, in contrapposizione alla precedente epoca totalitaria, caratterizzata dai modelli standardizzati di ispirazione fordiana, un mondo organizzato come catena produttiva.

Ford aveva inventato il sistema per evitare la diserzione del proprio esercito, incatenandolo in un processo che non poteva essere interrotto.

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Zygmunt Bauman

Per l’autore il passaggio alla Modernità Liquida corrisponde anche al passaggio all’individualismo. Come dice Toqueville, l’individuo è il peggior nemico del cittadino, e quindi l’individualismo sta rubando spazi al pubblico, al sociale. La grande paura delle distopie del XX secolo, come “1984” di George Orwell e “Il mondo nuovo” di Huxley si sono rivelate infondate. Nascevano dalla paura dei totalitarismi europei, come nazismo, fascismo e stalinismo, ma lo shock di quelle esperienze è stato così forte da spingere la società alla deriva verso il suo opposto, verso un mondo in cui l’interesse individuale e personale pare il solo che conti, con il risultato che gli Stati, anziché occuparsi delle problematiche sociali, ambientali, economiche e magari finanziarie, si concentrano, soprattutto nella comunicazione, verso false problematiche come la sicurezza, erigendo muri e barriere e creando clamore su casi di violenza statisticamente del tutto irrilevanti o ergendosi a baluardo verso ciò che è “altro” e “diverso”.

La morte del cittadino, sotto i colpi dell’individuo, si vede fortemente in alcuni Paesi come l’Italia, in cui il senso civico si è perso, forse per effetto di una prolungata percezione del Governo come entità aliena (in ricordo di passate dominazioni straniere) da combattere e imbrogliare, piuttosto che espressione della comunità cui si appartiene, lasciando ampi spazi a mafie e camorre.

La differenza tra capitalismo pesante e capitalismo leggero, per Bauman, si nota anche nella sostituzione di numerose autorità a una o poche, con il risultato che, proprio per il loro numero, le autorità cessano di essere tali e i leader sono sostituiti dai consulenti, la cui autorità deriva dall’approvazione di chi ne cerca il parere.

Le paure orwelliane si sono così ribaltate, al punto che il pericolo oggi sono la moltitudine di Piccoli Fratelli onnipresenti, piuttosto che l’autorità statalista del Grande Fratello. I Talk Show hanno portato il privato nella sfera del pubblico, svolgendo un’importante funzione sociale di liberazione da paure e complessi, mostrando che panni sporchi simili ai nostri erano lavati sui teleschermi. Il privato ambisce a diventare pubblico. Desidera apparire. I Talk Show sono solo per pochi e qualificati (a modo loro) soggetti. I reality danno visibilità alla gente comune, ma sempre solo a pochi. Le community del web sono la piazza in cui ciascuno, chiunque, può esibirsi e recitare la sua parte, in cui gli viene costantemente chiesto “cosa pensi?” (anche se si trova in spazi virtuali che tutto inducono anziché il pensiero), in cui ciascuno dichiara dove si trova, con chi, perché e come, in una spontanea rinuncia alla privacy, in un annichilimento delle barriere che difendevano il privato, in un’illusoria corsa a dimostrare di essere individui, di essere speciali, di essere notati, di essere parte di una community virtuale ma rinunciando al senso civico di appartenente a una comunità sociale.

Centro commerciale a Monaco di baviera – Agosto 2015 – Foto di Carlo Menzinger

La modernità liquida, superato da tempo il concetto di bisogno, supera anche quello di desiderio, sostituendolo con il capriccio. La compulsione allo shopping non deriva certo dall’esigenza di soddisfare un bisogno, dato che bisogni primari e secondari sono già ampiamente soddisfatti della civiltà occidentale dell’opulenza, ma il desiderio non basta più a pilotare i consumi. Occorre stimolare il capriccio infantile, l’impulso immediato e irrefrenabile all’acquisto, reso sempre più semplice e fruibile ovunque dalle vendite on-line e dai sistemi di pagamento elettronici che attuano un nuovo passaggio di smaterializzazione della ricchezza, non più “pecunia” (misurabile in termini di “pecore” o altri beni), ma neanche più equivalente di metalli preziosi o tangibile carta, ma flusso impercettibile di bit in rete.

E il corpo finisce in questo meccanismo con la confusione tra salute e fitness, dove la salute può essere perseguita e talora raggiunta ma la forma perfetta e sempre da raggiungere e per il fitness occorre sempre continuare a combattere, perché basta distrarsi un attimo per perderlo. Ed ecco fiorirvi attorno un mercato colossale.

A difesa dell’individualismo e dei suoi desideri di sicurezza sorgono i muri. Bauman ci parla del progetto sudafricano di città-isola Heritage Park dell’architetto Hazeldon (viene da pensare, però alla Brexit e al muro messicano di Trump) ma anche della necessità, negli incontri tra estranei di indossare maschere, in primis quella della “buona creanza”, tipica di un mondo in cui ciascuno è estraneo agli altri.

Il desiderio di muri è segno di un ritorno al Medioevo e alle sue città fortificate.

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La Defénse – Parigi

Bauman quindi ci parla di spazi pubblici, lo spazio che esclude (fa l’esempio de La Defense a Parigi, in cui la piazza non è un luogo in cui vivere, ma solo spazio scenico e di passaggio) e lo spazio che ci rende uguali, come i Centri Commerciali, dove ogni differenza è annullata, tutti sono uguali e tutti sono lì per il medesimo fine, dove ognuno è un estraneo per gli altri e non occorre costruire dei rapporti con i passanti. Il Centro Commerciale è il nuovo Tempio, spazio che purifica i rapporti sociali rendendoli neutri,

Ci sono due modi per affrontare le diversità, la cancellazione del diverso (la guerra o l’uccisione dello straniero) o la cancellazione delle diversità nell’altro (l’omologazione, l’assorbimento nella cultura dominante). La Defense, come i muri, è lo spazio del primo approccio. Il Centro Commerciale quello del secondo.

Poi, Bauman ci parla del tempo e di come la sua separazione dallo spazio sia l’inizio della modernità. È stato quando abbiamo creato macchine in grado di liberare la velocità dai limiti umani e naturali, che il tempo è divenuto cosa diversa dallo spazio. In precedenza le distanze potevano essere espresse in giorni di cammino. Con la modernità, occorre distinguere il mezzo adoperato e questi sono in continua competizione tra loro e in evoluzione verso una tendenziale velocità infinita, che annulli lo spazio e ci renda ubiquitari.

La coscienza del tempo si porta dietro la volontà di superarlo, di raggiungere l’immortalità. Il capitalismo e la modernità pesanti sono stati caratterizzati anche dalla produzione e conservazione di beni duraturi, giacché in essi si rifletteva il desiderio di immortalità. Capitalismo leggero e modernità liquida portano a un superamento di questo. Le società informatiche mirano a creare prodotti di rapida obsolescenza e sono pronte a dimenticarli per passare a nuove versioni o prodotti più evoluti. Il possesso diventa temporaneo ed effimero. Siamo nell’ambito di considerazioni simili a quelle di Rifkin (L’era dell’accesso) sul superamento del concetto di proprietà.

Il capitalismo pesante era anche caratterizzato dal matrimonio duraturo tra capitale e lavoro, mentre nella modernità liquida questi passano a un’instabile convivenza. Il capitale non deve più essere investito in pesanti strutture e diventa mobile e lo stesso deve fare il lavoro. Le aziende che passano di mano generazione dopo generazione stanno diventando un retaggio del passato al pari con il posto fisso. Tutto diviene più volatile.

Bauman passa poi a parlare delle differenza tra patriottismo e nazionalismo con le conseguenti drammatiche derive belliche, prendendo a esempio i Risultati immagini per centro commercialerecenti conflitti balcanici, e delle comunità, evidenziando come il desiderio di tenere lontano il diverso sfocia in delitti di membri della comunità contro chi non ne fa parte, con il risultato di rinsaldare la comunità stessa contro il pericolo di ritorsioni o la paura che gli estranei possano a loro volta compiere delitti che minino la tranquillità della comunità. Gli autori dei delitti contro gli stranieri tendono a essere ben noti all’interno della comunità che li difende, divenendo compartecipe del delitto e trovando la propria ragione d’essere proprio nella sua autodifesa, quasi che le loro stesse vittime possano tornare, come redivivi zombie a minacciarle. Altro tipo di comunità moderna è quella istantanea, che Bauman chiama “comunità guardaroba”, perché è simile a un gruppo di persone che si ritrova a teatro per uno spettacolo, accomunata in una successione di emozioni e sentimenti generati dallo spettacolo ma solo per il breve arco di tempo in cui lasciano i soprabiti nel guardaroba e quando li riprendono. Le community virtuali, di cui Bauman non parla, sarebbero “comunità guardaroba” ancor più istantanee, che durano il tempo di leggere qualche post, anche se la comunanza di interessi del tema della community porta gli “amici” virtuali a rincontrarsi, pur mantenendo, per il resto vite del tutto distinte.

Chiudono il volume alcune riflessioni sul rapporto tra storia, poesia e sociologia e sul ruolo della sociologia, come strumento per curare la società, che, in particolare, si può considerare malata ogni volta in cui cessa di mettersi in discussione.

Funzione della sociologia è anche quella di distinguere tra sorte e destino, cercando di evitare di cadere nel fatalismo (“Prendere le distanze, prendere tempo, al fine di separare il destino dalla sorte, perché il destino possa affrontare e sfidare la sorte: questo è il compito della sociologia”), perché, come scrive Max Scheler (“Ordo amoris”) “il presupposto che sorte e destino siano la stessa cosa va etichettato come fatalismo”.

Conclude Bauman che “compito della sociologia è fa sì che le scelte siano realmente libere e che tali rimangano, e sempre per ,o più diventino, per l’intera esistenza di tutto il genere umano”.

 

TEMPO E NON TEMPO

Risultati immagini per orologio liquido dalìIl concetto di tempo, probabilmente è qualcosa di innato in noi e in tutte le creature più evolute, basti pensare agli animali, come gli scoiattoli, che accumulano scorte per il futuro o, magari persino a quelli che si nutrono di più prima di andare in letargo. La percezione di un futuro in arrivo è propria di molti mammiferi. È vera coscienza o semplice istinto o, come si direbbe oggi, parte del patrimonio eugenetico? Difficile dirlo, ma credo che gli uomini preistorici debbano avere avuto qualche concetto di ieri e di domani, di passato e di futuro. Dovrà passare, però, moltissimo tempo prima che il tempo prenda forma “intellettuale” e, soprattutto, divenga una dimensione con cui misurare il mondo circostante.

Si arriverà, innanzitutto, a chiedersi quanto tempo ci voglia a realizzare qualcosa, a percorrere un dato spazio.

Si renderà necessario misurare innanzitutto il tempo, per poter così conoscere la velocità.

Ogni popolo ha creata diversi strumenti di misurazione in base alle proprie esigenze e alla propria percezione del tempo, quali clessidre, meridiane, orologi. Al giorno d’oggi diamo per scontata l’esigenza di dividerlo e misurarlo, di rispettare orari e appuntamenti, ma tutto ciò è solo una caratteristiche della nostra cultura europea e non qualcosa che sorge spontaneo in ogni uomo. La misurazione puntale del tempo è qualcosa che necessita di strumenti precisi e presuppone l’invenzione degli orologi o di altri analoghi strumenti di precisione.

Notiamo anzi, nella storia, numerosi esempi di repulsione, più o meno profonda, a ogni tentativo di irreggimentare il tempo. Del resto, proprio più riusciamo a imbrigliare il tempo, a incanalarlo in perfetti sistemi di misurazione, maggiormente ne diventiamo schiavi. Persino un personaggio di una commedia di Plauto si lamenta dell’introduzione della meridiana!

«Maledetto chi ha inventato l’orologio / e stramRisultati immagini per meridianaaledetto il primo che ha piazzato qui la meridiana! / M’ha fatto a pezzettini la giornata, me tapino. / Da ragazzo, la pancia era la sola meridiana, / la migliore, senza confronto, e la più esatta di tutte quante. / Quando dava il segnale quella, si poteva mangiare, se mai ce n’era: / adesso, anche quel che c’è non si mangia, se non garba al sole».

Se avesse visto gli orologi moderni, che avrebbe fatto!

Il tempo degli orologi a polvere, delle clessidre e delle meridiane era tempo meno preciso, più umano (nonostante le rimostranze del personaggio
plautino), in cui la misurazione riguardava singoli eventi. Gli orologi meccanici invece sono invasivi e misurano non solo il tempo del lavoro, ma anche quello del riposo, divengono oggetti da cui non ci liberiamo mai e ci tengono perennemente avvinti a loro. Gli orologi digitali ne accentuano l’azione non tanto per la loro precisione, ma per la loro onnipresenza, per il loro insinuarsi in altri dispositivi, dai computer, ai cellulari, ai cruscotti delle auto.

Il filosofo Zygmunt Bauman nel saggio “Modernità liquida” spiega come il concetto di tempo si sia separato da quello di spazio quando furono inventate macchine in grado di superare i limiti umani e naturali al movimento, quando forza muscolare, trazione animale, vento e acqua cessarono di essere i mezzi del moto.  In precedenza le distanze potevano essere espresse in giorni di cammino o, magari, di cavallo. Con la modernità, occorre distinguere il mezzo adoperato e questi sono in continua competizione tra loro e in evoluzione verso una tendenziale velocità infinita, che annulli lo spazio e ci renda ubiquitari. Ecco dunque Kant rimanere talmente colpito dalle scoperte dei fisici e astronomi del suo tempo come Newton da definire tempo e spazio come due categorie di cognizione umana trascendentalmente separate e reciprocamente indipendenti.

Comincia così una grande rivoluzione culturale legata alla semplice formula v=s/t che spiega la velocità come rapporto tra spazio e tempo. La velocità è qualcosa che concerne tutti i corpi in movimento relativo, ma è soprattutto la rappresentazione di un modo di pensare che dà valore alla velocità. Raffigurare la velocità come il tempo necessario ad attraversare un dato spazio significa, innanzitutto, cominciare a quantificare questa velocità, a Risultati immagini per astronaveraffrontare quella di esseri diversi. Una misura precisa della velocità consente di quantificare il progresso. Possiamo ora dire con precisione quanto una macchina sia migliore di un’altra nel portarci da un luogo a un altro, possiamo dire quanto un processo sia più efficiente di un altro. Possiamo, insomma, dare l’avvio a forme di produzione sistematica, all’industrializzazione. Diviene concreta l’affermazione di Benjamin Franklin che “il tempo è denaro” (“Remember that time is money”) e si sviluppa l’arte dei banchieri, divenendo finanza.

Nasce il motto moderno “Mi affretto, dunque sono”, espressione della vita moderna, in cui la fretta, figlia del periodo rivoluzionario e della civiltà industriale, come osserva Diego Fusaro in “Essere senza tempo”, è divenuta condizione di vita costante e insuperabile dell’uomo contemporaneo, continuamente pressato da scadenze e obblighi temporali, che ne scandiscono non solo la vita o l’anno, ma i mesi, i giorni e persino le singole ore. Come non interrogarsi allora sul senso di tutto ciò, considerando anche l’origine storica e sociologica del fenomeno: la necessità di produrre di più e in modo più efficiente, per riversare sui lavoratori-consumatori masse di prodotti che si fanno desiderare ma che per essere acquisiti richiedono sempre maggiori sforzi lavorativi-produttivi e quindi l’immissione di ancora più prodotti e servizi da offrire, in una catena viziosa in cui il risultato è un’accelerazione spasmodica dei ritmi di vita e della fretta che li caratterizza, con la perdita di profondità di cui ha scritto Baricco nel suo saggio “I Barbari”.

Eppure questo non è fenomeno nuovo, se anche Goethe poteva scrivere: “Come massima disgrazia della nostra epoca, che non permette ad alcunché di pervenire a maturità, devo considerare il fatto che nell’istante prossimo si consuma quello precedente, si sprecano i giorni e si vive sempre alla giornata, senza combinare nulla” (J. W. Goethe, lettera del novembre 1825)

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Kant

Il concetto prende forma, del resto, come evidenzia Fusaro già in Kant, Hegel, Marx e caratterizza le politiche di Lenin e Hitler. Come scrive Bauman (Modernità liquida), Lenin applica le teorie produttive fordiste al socialismo, tecniche che legando il lavoratore alla catena di lavoro ne impediscono la diserzione. Oggi, con internet, l’accelerazione della locomotiva del tempo, raggiunge ritmi da deragliamento, con uno scambio informativo istantaneo e globalizzato.

Con l’ossessione per la velocità, comincia anche, il sogno di annullare il tempo per attraversare in modo istantaneo lo spazio.

Nasce il sogno della fantascienza, nascono i tentativi di immaginare viaggi alla velocità della luce o superiori a questo limite che pare invalicabile, nascono le storie sui viaggi nel tempo.

Stephen Hawking in “Dal Big Bang ai buchi neri – Breve storia del tempo”, fa un interessante osservazione sul fatto che il tempo può avere diverse direzioni, ma la sola direzione in cui la vita intelligente (io direi tutta la vita) si muove è quella in cui l’universo si espande, perché in questa fase temporale vale la seconda legge della termodinamica (il caos e l’entropia tendono ad aumentare). Ci spiega anche che se l’universo ha numerose dimensioni, molte di queste però sono “curve a livello microscopico” e quindi non sono percepibili. I viaggi nel tempo potrebbero essere possibili utilizzando queste dimensioni ulteriori. Ci spiega anche perché la vita sia possibile solo in uno spazio-tempo quadridimensionale (altezza, larghezza, lunghezza e tempo).

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Stephen Hawkings

Grazie all’idea di attraversare il tempo, la narrativa fantastica si arricchisce di storie che, dalla “Macchina del Tempo” (1895) di H.G. Wells in poi, raccontano della possibilità di percorrere il tempo a ritroso. Già Mark Twain, nel 1889, in “Un americano alla corte di Re Artù”, senza ricorrere ad artifizi tecnologici, immagina questa possibilità. Tantissime saranno le storie di questo filone, da “Paria dei cieli” di Isaac Asimov, a “Le meraviglie del duemila” di Emilio Salgari (ma in entrambi il viaggio è effettuato in avanti, sebbene accelerato), alla trilogia di “Ritorno al futuro”, a “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” di Audrey Niffenegger in cui passato, presente e futuro si mescolano continuamente, rendendo irraggiungibile l’amore tra i due protagonisti che hanno sempre età sbagliate per poter stare assieme come amanti (non si muovono tramite macchine, ma per effetto di una malattia genetica di Henry), al complesso “Ubik” di Philip K. Dick, fino al recente “Harry Potter e la maledizione dell’erede”. In “Ubik” è il tempo stesso a venire alterato. In un romanzo precedente di Dick, “Tempo fuori sesto” ci troviamo invece su un palcoscenico in cui il tempo è stato riportato indietro da un 1998 futuro agli anni ’50 a beneficio di una persona sola, Raggle Gum, un po’ come avviene nel film “The Truman Show” (guarda caso uscito nel 1998 reale).Risultati immagini per moglie dell'uomo che viaggiava tempo

Nel film di Peter Weir, Truman Burbank, impersonato da Jim Carrey, vive in questo mondo immaginario a beneficio del pubblico di una sorta di Grande Fratello televisivo (mi riferisco all’orrenda trasmissione, non al capolavoro di Orwell).

Isaac Asimov ne “La fine dell’eternità” arriva a immaginare di poterlo manipolare e cambiare la storia e basa l’intero ciclo della “Fondazione” sul concetto di Psicostoria, ovvero sulla possibilità di prevedere statisticamente il futuro di grandi masse di persone.

Poul Anderson ne “I Guardiani del Tempo” immagina una Time Patrol che veglia contro le alterazioni della storia provocate dai viaggiatori nel tempo. Qualcosa di simile all’attività della squadra della recente serie TV “Timeless”.

Ramson Riggs ne “La casa per bambini speciali di Mrs Peregrine” immagina degli anelli temporali: una giornata che ogni volta ricomincia da dove era finita, un’eterna e sempre ripetuta giornata della Seconda Guerra Mondiale, in cui i bambini aspettano una gigantesca bomba che ogni giorno cade su di loro.

Kurt Vonnegut in “Cronosisma” immagina qualcosa di simile, quando nel suo romanzo il tempo torna indietro di dieci anni. Da quel momento tutto ricomincia esattamente allo stesso modo, con tutte le persone del mondo consapevoli di rivivere dieci anni della propria vita e nella totale impossibilità di dire o fare nulla di diverso da quanto avessero fatto prima, pur sapendo che magari qualcosa che stanno per fare li avrebbe portati al Risultati immagini per La casa per bambini speciali di Miss Peregrinedisastro. Arrivati alla fine dei dieci anni, riacquistano il libero arbitrio e ne restano sconvolti, incapaci oramai di fare qualcosa che non fosse già scritto e preordinato dal destino.

C’è, però, anche un altro modo di viaggiare nel tempo, che riconduce questo alla sua unità con lo spazio: annullare il tempo. Se riesco a spostarmi istantaneamente, sto manipolando il tempo. Nella quadrilogia di Dan Simmons “I Canti di Hyperion”, per esempio, incontriamo dei portali attraverso i quali è possibile raggiungere all’istante altri mondi, mentre le astronavi impiegano anni per arrivarci, creando “debiti temporali” per i viaggiatori, poiché le astronavi viaggiano a velocità prossime a quelle della luce e questo crea il ben noto esempio dei due gemelli, uno che resta sulla Terra e l’altro che viaggia ad altissime velocità e che al ritorno trova il gemello più vecchio di lui. Chi viaggia attraverso i portali, rispetto a chi viaggia in astronavi, sta andando avanti nel tempo, dato che percorrono lo stesso spazio ma il primo all’istante, l’altro in molti anni.

Anche ne “La terra dai molti colori” di Julian May troviamo una porta, ma che conduce attraverso il tempo in una sola epoca della preistoria.

Per assistere a uno sfasamento tra la velocità di due flussi temporali, non occorre scomodare la fantascienza, perché qualcosa di simile si può trovare anche nella letteratura mainstream, per esempio in “Punto Omega” di Don De Lillo, in cui la storia principale si svolge in una sala in cui viene proiettato al rallentatore il film “Psycho” di Alfred Hitchcock o in “Bambini nel tempo”, Ian McEwan mostra come possa scorrere in modo diverso il tempo per adulti e bambini, soprattutto quando un padre perde la figlia e crede poi di averla ritrovata.

Il protagonista del romanzo di Jack London “Il vagabondo delle stelle” non ha bisogno di una macchina del tempo per vivere in epoche diverse, vista la sua capacità di reincarnarsi e il ricordo di queste vite passate che riemerge in lui per la tortura cui è sottoposto a base di isolamento e la totale immobilità imposta da una camicia di forza.

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Philip K. Dick

In “Noi marziani” di Philip K. Dick, la schizofrenia del piccolo Manfred (il confine con una malattia ben diversa come l’autismo è qui confuso) è spiegata come un diverso modo di vivere il tempo. Se è vero che il tempo non scorre, ma è lo spazio ad attraversarlo, Manfred ci si muove a una diversa velocità ed è capace di andare avanti e indietro, vedendo il proprio futuro di vecchio malato immobilizzato in ospedale, futuro che lo terrorizza e che forse è la causa del suo autismo. Questa visione della schizofrenia mi ricorda Schopenauer (“Saggio sulla visione degli spiriti”), immaginando che lo schizofrenico entri in contatto con una diversa conoscenza e che possa essere persino in grado di preveggenza e di intuizioni sul futuro.

Un altro modo per fermare il tempo lo troviamo nei romanzi della Rowling su Harry Potter, dove Hermione Granger, per avere più tempo per studiare, usa la magia della “Giratempo”. Analogamente nel citato ciclo di Simmons sia il mostro tecnologico Shrike, sia la soldatessa geneticamente modificata hanno il potere di muoversi in “tempo-veloce”, cioè si muovono, solo loro, in una dimensione temporale diversa, come un flusso, che scorre più veloce, mentre gli altri rimangono, inermi come statue immobili, nel tempo normale. Qualcosa del genere l’abbiamo visto anche in “Matrix”.

Rallentare e annichilire il tempo, ma anche dilatarlo sono i grandi sogni dell’uomo moderno, ma anche dilatarlo nell’immortalità, come ne “La casa senza tempo” di A.E. Van Vogt. Sempre che l’immortalità non diventi un capriccio della Morte, come ne “Le intermittenze della morte” del nobel José Saramago e in tal caso l’immortalità potrebbe rivelarsi un problema sociale. Un personaggio del nobel portoghese che viaggia nel tempo, anche se non si sa come faccia è il protagonista del suo “Caino”, che attraversa le varie epoche della Bibbia. A Caino basta camminare per trovarsi in un altro tempo.

E se i viaggi nel tempo fossero solo una questione mentale? Jack Finney, in “Indietro nel tempo” parte da un’idea originale: noi ci troviamo in un dato periodo, in una data epoca, perché siamo mentalmente convinti di esserci, perché tutte le informazioni che abbiamo, tutto quello che percepiamo, vediamo e sentiamo ci parlano di quell’epoca.

Ancora più improbabile l’ipotesi alla base di “Hyperversum” di Cecilia Randall, in cui il passaggio nel medioevo avviene attraverso un videogioco.

Se, immagina Finney, costruissimo intorno a un individuo un tempo diverso, una sorta di palcoscenico in cui viene descritta e recitata un’altra epoca, mediante autosuggestione e ipnotismo, la sua mente gli farebbe superare gli anni e tornare nel passato che gli è stato ricostruito attorno.

La narrativa ha affrontato il tempo anche in altri modi. I viaggi nel tempo ci parlano della possibilità di andare avanti e indietro lungo una linea, con la quale convenzionalmente raffiguriamo lo scorrere di ore, mesi, anni ed ere. I viaggi istantanei ci parlano di un tempo annichilito. I viaggi spaziali raccontano di tempi diversi in funzione della velocità. C’è poi un’altra visione del tempo, che si discosta da quella della fisica tradizionale, che è quella dei tempi alternativi. La possibilità che esistano cioè universi paralleli o divergenti nei quali la storia segua corsi e percorsi diversi da quelli noti (e reali). Siamo dalle parti dell’ucronia.

Nelle ucronie, immaginiamo, infatti, un tempo diverso, un tempo che diverge dal corso originale, un tempo che si biforca. Ogni storia segue una biforcazione, ma le divergenze temporali, per l’ucronia, possono essere infinite. Ogni evento ha in sé eventi alternativi, spesso infiniti, gli eventi della linea temporale in cui viviamo sono infinti, con infinite divergenze. Le linee temporali sono dunque altrettanto infinite, ognuna con infinite divergenze. In “Jacopo Flammer e il popolo delle amigdale” definisco il tempo come un frattale, dalle innumerevoli linee.

Siamo lontani dalla fisica conosciuta, ma in un mondo in cui le possibilità narrative si moltiplicano assieme alle linee temporali.

Risultati immagini per Colombo divergenteA quanto pare sono ancora in pochi a sapere cosa sia l’ucronia e questo non mi stupisce, perché il termine non si può certo dire dei più usati, eppure il genere letterario che rappresenta è ricco di possibilità creative e sta cominciando a riscuotere discreti successi. A dir il vero, quando pubblicai il mio primo romanzo ucronico, “Il Colombo Divergente”, nel 2011, il termine mi pareva ancora meno noto di oggi.

Vorrei allora non solo cercare di fare un po’ di chiarezza su questo misterioso vocabolo, ma anche spezzare una lancia a favore di questo genere letterario, che meriterebbe ben altri spazi, essendo estremamente ricco di possibilità creative.

L’ucronia, che si pone a metà strada tra la fantascienza e il romanzo storico, mediante eventi immaginari o scelte mai fatte, modifica la Storia, rendendola diversa. Ne presenta dunque al lettore una versione alternativa. Non una sua diversa interpretazione, ma proprio un diverso svolgimento delle vicende storiche. Crea dunque un mondo nuovo in cui ambientare la trama, un universo divergente in cui gli eventi hanno preso una diversa piega, il cui il tempo si è mosso lungo una linea alternativa.

L’ucronia è narrazione del “se”, del “what if”. Descrive come sarebbe stato il mondo se qualcosa nel passato si fosse svolto diversamente. Racconta, per esempio, come sarebbe stata l’Italia se non ci fosse stata la Seconda Guerra Mondiale, oppure come sarebbe stata la Francia se Napoleone non fosse andato in esilio o Giovanna D’Arco non fosse morta sul rogo (come immagino in “Giovanna e l’angelo”) o come sarebbe stato il mondo se Cristoforo Colombo fosse sbarcato in Messico e fosse stato fatto prigioniero degli aztechi (come scrivo ne “Il Colombo divergente”).

Credo che non sfugga la potenzialità didattica e conoscitiva di questo tipo di analisi.

Secondo Wikipedia:

L’ucronìa è una forma di narrativa che tratta di un mondo la cui Storia si è differenziata dalla Storia comunemente conosciuta, sostituendo a degli eventi storicamente avvenuti degli eventi ipoteticamente possibili.

Il termine deriva dal greco e significa letteralmente “nessun tempo” (da ou = non e chronos = tempo), per analogia con utopia che significa nessun luogo, e indica la narrazione letteraria, grafica o cinematografica di quel che sarebbe potuto succedere se un preciso avvenimento storico fosse andato diversamente. Il termine è stato coniato dallo scrittore francese Charles Renouvier in un testo apparso nel 1857 che intendeva ricostruire la storia europea “quale avrebbe potuto essere e non è stata” (“Uchronie, l’utopie dans l’histoire”).

Suoi sinonimi possono essere “allostoria” e “storia alternativa” e, direi io, anche “fantastoria”.

L’ucronia non è, però, solo un genere letterario. C’è anche chi si occupa di storia alternativa al solo fine di esaminarne le possibili varianti, senza alcunRisultati immagini per la svastica sopra il sole intento letterario (qualcuno ha persino scritto un elenco di possibili ucronie).

Il genere, cui a volte si nega una propria autonomia, viene spesso considerato come parte della fantascienza.

Ha, però caratteristiche sue proprie molto marcate e penso sarebbe giusto considerarlo come un genere a sé, essendo a volte assai più vicino al romanzo storico che non alla fantascienza.

In inglese pare che sia noto come “counterfactual history” o “alternate history”: per una volta almeno i termini “mediterranei” sembrano, però, più sintetici e suggestivi, percui lasciamo pure da parte gli anglicismi.

Il più antico esempio di ucronia si può forse trovare in Tito Livio (“Libro Nono ab urbe condita”).

Tra i maggiori scrittori di ucronie si ricordano Philip Dick (“La svastica sopra il sole”), Harry Turtledove (“Basyl Argyros”, i cicli di “Invasione” e “Colonizzazione”, “Dramma nelle Terrefonde” e “Per il trono d’Inghilterra”), Robert Harris (“Fatherland”), Philiph Roth (“Il complotto contro l’America”), Harry Harrison (“Il Libro degli Yilané”, “Gli Dei di Asgard”, “Tunnel negli abissi”, “A Rebel in Time”) e addirittura un improbabile Winston Churchill (“Se Hitler avesse vinto la guerra” e “Se Lee non avesse vinto la battaglia di Gettysburg”), ma ormai la loro schiera si è molto allargata, e vi incontriamo Stephen King (“22/11/’63” ma anche il ciclo della Torre Nera), Robert Silverberg (“Roma eterna”), Robert J. Sawyer (“La genesi della specie”) e Joe Lansdale (il surreale “La notte del Drive-In”) e i nostrani Mario Farneti, Giampiero Stocco, Guido Morselli, Luca Masali, Enrico Brizzi (“L’inattesa piega degli eventi”) o persino Josè Saramago con “Il vangelo secondo Gesù Cristo” o Nikos Kazantakis con “L’ultima tentazione di Cristo”, per non parlare di ragazzi allevati Risultati immagini per il vangelo secondo gesù cristocome donatori d’organi che vivono in una Seconda Guerra Mondiale ucronica in “Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro.

Ci sono persino alcuni film, oltre a quelli tratti dai romanzi già citati, che pur mescolando generi diversi, hanno elementi di “non-tempo” come “PPZ – Pride Prejudize and Zombies”, dove il capolavoro di Jane Austen è riscritto nell’ambito di un’ucronica invasione di zombie; “Iron sky” in cui i nazisti sono sopravvissuti sulla Luna; “I vestiti nuovi dell’Imperatore” in cui Napoleone fugge da Sant’Elena; “Bastardi senza gloria” di Quentin Tarantino, che vede la morte prematura di Adolf Hitler;  il comico “Non ci resta che piangere” dove i personaggi interpretati di Benigni e Troisi si ritrovano nel Rinascimento, per non parlare della serie TV “Lost” in cui tempo passato, presente e futuro si mescolano a tempi alternativi.

Anche i fumetti e i cartoni animati hanno affrontato il genere, per esempio, Dylan Dog con il suo “Ucronia” o “Shrek forever after”.

Fino a dove può spingersi l’ucronia senza diventare fantascienza o pura fantasia? I confini sono incerti. Come possiamo considerare del tutto assurdo che gli alieni avrebbero potuto interrompere la Seconda Guerra Mondiale come racconta Turtledove? La loro esistenza non è, infatti, provata ma neanche esclusa.

Forse, invece, immaginare un’Inghilterra in cui esiste la magia, come fa Susanna Clarke, è più forzato ancora e romanzi simili andrebbero considerati solo “fantasy”.

In linea di massima se la Storia viene alterata con una Macchina del Tempo, dovremmo immaginare di essere nella fantascienza. Ma se, come immagina Ward Moore, il romanzo è già ambientato in un Passato Alternativo e la Macchina del Tempo ci riporta al nostro flusso temporale, siamo Risultati immagini per il mondo perduto Doylenell’ucronia o nella fantascienza?

Se è vero che l’ucronia riguarda la Storia e che la Storia ha inizio con l’invenzione della scrittura, è giusto definire ucronie romanzi con una divergenza preistorica come “Viaggio al centro della terra” di Jules Verne o “Il mondo perduto” di Conan Doyle?

Se lo fosse, si tratterebbe, in effetti, di racconti assai prossimi alla fantascienza, dato che la divergenza, riguardando i processi evolutivi, porterebbe a risultati talmente “rivoluzionari” da essere difficilmente accettabili come plausibili. Mi piace definire questi libri “preucronie”.

Lasciate, per finire, che ve ne dia una definizione del tutto personale e un po’ “poetica”: l’ucronia è il sogno della Storia, come scrivo nell’antologia da me curata “Ucronie per il terzo millennio”. Il Non-Tempo è la storia sognata da ciascuno di noi.

Narrativa e sogno, in effetti, hanno sempre avuto punti di contatto, anche se a volte il sogno diventa incubo (e siamo nell’horror, nel romanzo gotico e nella distopia), altre volte diventa aspirazione per un mondo migliore (utopia), aspettativa di futuri (fantascienza), sogno di mondi alternativi (ucronia e fantasy), desiderio di avventure (storie avventurose, space-opera, thriller) o di amori (rosa e romance) o di mistero (giallo o noir).

L’ucronia, disegnando tempi alternativi (o non-tempi immaginari), può nel contempo essere tutto questo, essere contenitore di avventure, di misteri, di amori. Si presenta, insomma, come un genere relativamente nuovo ma dall’incredibile potenziale.

Risultati immagini per Invasione TurtledoveLe opere che si possono definire ucronie, sono ancora poche, ma si potrebbe già immaginarne una classificazione interna, innanzitutto tra storie che descrivono la divergenza storica, che raccontano cioè il momento in cui la storia prende un diverso corso e quelle in cui la divergenza non è narrata, ma se ne mostrano gli effetti in un periodo più o meno avanti nel tempo. Più ci discostiamo dalla divergenza, più la linea temporale diverge dalla reale e ci troviamo in mondi nuovi. Parlare di un mondo contemporaneo che si sia differenziato dal nostro nel XX secolo, nel Medioevo o nell’antichità, per non dire nella preistoria, porta a risultati assai diversi, con contributi di fantasia via via crescenti man mano che la divergenza si allontana e analogamente una plausibilità storica che rischia di ridursi di pari passo.

Potremmo, poi, dividere le ucronie in base all’epoca in cui è ambientata la vicenda principale.Risultati immagini per clessidra

Ancora potremmo dividerle in base alla plausibilità storica o alle maggiori caratteristiche fantastiche, immaginando da una parte “ucronie storiche”, vicine al romanzo storico e dall’altra “ucronie fantascientifiche”, più vicine a questo genere.

Insomma, la trasformazione del tempo in concetto, l’ha anche reso qualcosa che può essere manipolato intellettualmente, qualcosa sui cui ragionare e creare storie. Liberi dal destino o vincolati dal suo inviolabile tracciato, possiamo immaginare infinite narrazioni che si muovono aldilà dei confini del tempo precostituito, della rigida linea temporale a senso unico, così come dalla Storia, che per alcuni sarebbe “senza se e senza ma”, ma che riempiendosi di “se” diviene assai più affascinante e istruttiva, mostrandoci come potremo diventare e come avremmo potuto essere.

IL MOSTRO DI FIRENZE È TORNATO NELLE LIBRERIE

Risultati immagini per nelle fauci del mostroNelle fauci del mostro” è un’antologia di racconti italiani recenti scritti attorno alle vicende del cosiddetto “Mostro di Firenze”, che imperversò contro le coppiette che si appartavano in auto per vari decenni, fino al 1985 e su cui molte furono le ipotesi e numerosi gli arresti, che però hanno lasciato nella popolazione fiorentina la sensazione che non tutto sia stato portato alla luce. Come ben evidenziato anche dal racconto di Sergio Calamandrei, la presenza del mostro ebbe effetti pesanti sull’approccio alla sessualità dei fiorentini, ancora fortemente legati alla mentalità cattolica, nonostante la rivoluzione del 1968, e provati, come tutto il mondo, dalle paure dell’AIDS, sommando la paura per il sesso in luoghi appartati. Paura, che ancora non abbandona chi ha vissuto quegli anni, come evidenziato da Arianna Niccolai.

L’antologia affronta il tema con gli approcci più disparati.

Il primo racconto (“Due” di Mirko Tondi) ipotizza un ritorno del Mostro, che adesca un nuovo collaboratore e lo spinge a compiere nuovi delitti, cambiando però alcuni particolari del rituale omicida.

Il secondo (“Phobia”) della giovanissima Arianna Niccolai, si svolge in due tempi e mostra i traumi lasciati nella psiche di un cinquantenne d’oggi dalle paure di allora. Fobie che possono essere più letali di certi mostri.

Con “Francobolli e vecchi castelli” di Paolo Piani siamo nell’indagine. Uno studente universitario esamina indizi trascurati, arrivando a fare scoperte sconcertanti.

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Alcuni autori. Il curatore Andrea Gamannossi è il terzo da sinistra.

Con “La finestra sul mondo” Andrea Gamannossi (curatore del volume) esplora ipotesi paranormali di possessione, offrendoci una visuale tra le più angoscianti della raccolta.

Stefano Rossi ne “Il Mostro è tornato” ipotizza una ripresa dei delitti e offre un’insolita chiave di lettura nella numerologia, con sviluppi agghiaccianti.

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Tre autori (il secondo è Calamandrei, il terzo il curatore Gamannossi).

Attenta ai risvolti sociologici e psicologici è l’analisi di Sergio Calamandrei in “Eros e morte”, in cui troviamo un giovane detective Renzo Parisi che già abbiamo conosciuto, in vicende ambientate anni dopo, nei romanzi “L’Unico Peccato” e “Indietro non si può”, facenti parte del “Progetto Sesso Motore”, con cui Calamandrei esplora gli effetti sociali del sesso, tema che ben si presta alle vicende di questa antologia.

In “Amori Perigliosi”, Vario Cambi crea un’ambientazione che ci riporta indietro fino ai tempi del medioevo per narrare le vicende della fine di un amore e della nascita di un altro, complice il clima e gli eventi connessi all’opera dell’assassino delle coppiette.

Bernardo Fallani in “Ouroboros” immagina i delitti essere opera di una setta di distinti personaggi.

Con “La voce delle macchine” Simone Innocenti ci regala forse la storia più inquietante della raccolta, con un protagonista folle, di certo con un profilo psicologico assai diverso da quello del presunto “Mostro di Firenze”, ma non per questo meno suggestivo.

Chiude la silloge il racconto di Paolo Romboni “Il mostro dentro”, che orienta l’indagine poliziesca verso un agghiacciante profilo criminale da schizofrenico.

La lettura del volume, nel complesso piacevole, è un’occasione per ricordare quegli anni e per tornare a riflettere su delitti che hanno lasciato il segno e anche un profondo senso d’incompiutezza, sia per la sensazione che le indagini non abbiano portato a galla tutto ciò che c’era, sia per la paura che la storia non sia finita.

 

Presentazione de "Nelle fauci del mostro" alle Oblate di Firenze - 12 novembre 2016

Presentazione de “Nelle fauci del mostro” alle Oblate di Firenze – 12 novembre 2016

 

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Arianna Niccolai

LA DISTOPIA IN MARCIA

Risultati immagini per la lunga marcia kingScrivere un romanzo interessante su cento ragazzi che marciano attraverso gli Stati Uniti d’America non sembra impresa facile. Semplificando a tal punto la trama, il romanzo può apparire terribilmente noioso. Anche se aggiungo che questi ragazzi marceranno fino allo sfinimento e fino a che uno solo di loro resterà in piedi, non credo di invogliare molti lettori a prenderlo in mano. Se, però, vi spiego che questi ragazzi non stanno facendo una gara per chi arriva prima, ma per chi sarà l’unico che sopravvivrà, perché chiunque rallenti sotto i 6 chilometri orari sarà ucciso dai soldati, già capirete che la storia si fa più intrigante. Eppure, ugualmente, descrivere la morte di novantanove ragazzi mentre camminano giorno e notte, senza potersi fermare per dormire o per espletare bisogni fisiologici rischia di portare alla stesura di un romanzo terribilmente noioso. Questo non avviene, però, se l’autore si chiama Stephen King ed è un maestro dell’esplorazione dell’animo umano e dei suoi limiti oltre che, qui, dei limiti del corpo.

Con “La lunga marcia”, questo incomparabile maestro riesce a fare il miracolo di trasformare una storia che rischierebbe di essere tragicamente ripetitiva in qualcosa che non lo è affatto. King ingiustamente viene confuso con un autore horror, ma è in realtà soprattutto un esploratore della coscienza e della psiche umana quando viene portata al suo estremo dalla paura o da altre situazioni e questo romanzo, che nulla ha dell’horror, lo dimostra in pieno.

King ci mostra come questa situazione estrema di lotta per la sopravvivenza generi la nascita di sentimenti di solidarietà e amicizia ma anche di La lunga marciaostilità e ci fa vedere come, man mano che il gruppo si restringe e la lotta si fa dura, la solidarietà lascia il posto all’egoismo, un po’ come si vede in altre opere sulla sopravvivenza come “The walking dead”.

Con “La lunga marcia”, inoltre, King ci offre anche un’affascinante distopia, un mondo degradato al punto di trasformare la morte in uno spettacolo e lo sport in morte, anticipando, con questo romanzo del 1979, opere come “Hunger games” (2008) di Collins e “Maze Runner” (2009) di Dashner e, soprattutto, il nostro tempo con i suoi reality e sport estremi, qui fusi assieme, rendendo letale il meno pericoloso degli sport, la marcia.

King con questa distopia ci parla quasi solo dei cento ragazzi in gara (e di un gruppetto in particolare), ma dietro percepiamo un mondo degradato e militarizzato in cui la vita umana ormai vale assai poco e in cui il desiderio di sangue e violenza della popolazione reclama spettacoli circensi sempre più efferati, strumenti di un regime spietato.

Risultati immagini per la lunga marcia kingSe questo romanzo può essere classificato in un genere, infatti, lo è nella distopia e, quindi, nel più ampio genere della fantascienza, ma può certo essere affiancato anche ai libri sulla corsa, la marcia e, magari, l’alpinismo, come “L’arte di correre” di Haruki Murakami o “La solitudine del maratoneta” di Alan Sillitoe o, come si diceva, può essere considerato una storia di sopravvivenza (genere che spesso ricade nell’ambito della fantascienza, quando l’ambiente, come qui, appare degradato da un evoluzione sociale che ha portato gli esseri umani a ridursi in piccoli manipoli in lotta gli uni con gli altri), come “Memorie di una sopravvissuta” della Lessing, “Gli esiliati di Ragnarok” di Tom Godwin, “La guida steampunk all’apocalisse” di Margaret Killjoy.

Vorrei, infine, aggiungere una nota personale, che mi ha fatto sentire particolarmente vicino a questo libro e ai suoi protagonisti: l’ho letto (come gran parte dei libri da me letti negli ultimi anni) camminando (grazie a quel prodigio della tecnologia che è la funzione TTS dell’e-reader) e questo è stato un po’ come “leggere in 4D”, dato che, nel mio piccolo, provavo comunque le fatiche del camminare. Certo, non penso proprio di poter camminare, senza neanche una pausa per cinque o più giorni e altrettante notti mantenendomi costantemente sopra i sei chilometri orari, in salita come in piano, anche se di norma cammino sopra i sette. Un’impresa davvero fantascientifica!

 

P.S. Stephen King l’ha pubblicato con lo pseudonimo di Richard Bachman

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Stephen King, alias Richard Bachman

PSICOSI E PREGIUDIZI MARZIANI

Da ragazzo ho letto molta fantascienza, ma non ricordo di aver letto nulla di Philip K. Dick. Per vari anni non ho più frequentato il genere, cui mi sono riaffacciato solo in anni recenti. Tra gli autori fantascientifici che sto leggendo c’è ora anche questo autore americano, della cui produzione sinora ho affrontato solo “La svastica sul sole” (letto come classico dell’ucronia), “Tempo fuori luogo”, “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, “Ubik”.

Ho letto ora “Noi marziani” (Martian Time-Slip, 1964), una storia ambientata su Marte, ma assai lontana dagli stereotipi della fantascienza. Il romanzo cui, forse, per ambientazione, potrebbe essere maggiormente raffrontato è “Cronache marziane” di Ray Bradbury, se non altro per l’idea di una popolazione umana stabilmente impiantata sul pianeta rosso.

La visione del quarto mondo del nostro sistema, pubblicato l’anno della mia nascita, è ancora piuttosto legata alle conoscenze ridotte che se ne avevano a metà del secolo scorso. Innanzitutto, risente ancora dell’illusione dei canali marziani di Schiapparelli e ne fa derivare la presenza di acqua piuttosto abbondante (rispetto a quella risicatissima che il pianeta potrebbe forse ospitare), sebbene decisamente scarsa per le esigenze della popolazione terrestre colonizzatrice. Dall’idea dei canali deriva la considerazione che Marte un tempo potesse essere abitato da una cultura civilizzata che tali canali avrebbe costruito. Accanto ai terrestri vivono, infatti, i discendenti regrediti di tale civiltà, i cosiddetti Bleekman (ovvia l’assonanza con black man), comunemente detti “negri”. Sono esseri umanoidi lenti e inaffidabili, utilizzati per i lavori più pesanti. Parlando di loro, Dick denuncia il razzismo americano, qui trasposto su una nuova popolazione. Questi “negri” sono molto simili a esseri umani, al punto che qualcuno sul pianeta ipotizza che un milione di anni fa Terra e Marte siano state colonizzate da una razza aliena. Nonostante la somiglianza, il razzismo dei terrestri verso i Bleekman è forte. Li usano per lavori sottopagati, ne apprezzano poche doti (guarda caso hanno “buon orecchio” e ne vediamo uno intento ad accordare strumenti musicali), inorridiscono al pensiero di accoppiarsi con loro e alcuni vengono definiti “addomesticati”, come se fossero animali.

Entriamo qui nella sostanza dell’opera. Dick non ci descrive, in realtà, un mondo alieno, ma la Terra, direi anzi qualcosa che somiglia molto all’America degli anni attorno al 1960 e in particolare, immaginerei, a uno Stato come il Texas.

Il razzismo verso i “negri” alieni, ne è un esempio, ma gli extraterrestri, tutto sommato, sono solo ambientazione se non sfondo. Dick ci parla piuttosto dei pregiudizi e delle psicosi della provincia americana, di schizofrenia, autismo (visto ancora come malattia psichica determinata dall’ambiente familiare), suicidi. Ci mostra un sistema educativo basato su insegnanti e bidelli robotici, pronti a elargire un sapere standardizzato. Ci mostra egoismo, tirchierie e piccole meschinità dei rapporti tra vicini.

Su Marte troviamo colonie di origini diverse, che conservano le proprie connotazioni originarie, Nuova Israele, abitata da commercianti, la comunità degli italiani dai baffoni impomatati, la colonia del sindacato degli idraulici e quella del sindacato degli elettricisti. L’appartenenza a un sindacato è importante per avere un buon lavoro (lascio a voi pensare a cosa alluda Dick).

Philip K. Dick

Nonostante lo scorrere del tempo e il progresso tecnologico, le donne sono stimate persino meno che ai tempi in cui scriveva Dick, così la madre del bambino autistico Manfred Steiner è incolpata della malattia del figlio, a un’altra viene detto che il suo approccio è dilettantistico come quello di tutte le donne, le fidanzate possono essere in “comproprietà” e così via.

Questa visione della schizofrenia mi ricorda Schopenauer (“Saggio sulla visione degli spiriti”), immaginando che lo schizofrenico entri in contatto con una diversa conoscenza e che possa essere persino in grado di preveggenza e di intuizioni sul futuro.

La schizofrenia del piccolo Manfred (il confine con una malattia ben diversa come l’autismo è confuso) qui è spiegata come un diverso modo di vivere il tempo. Se è vero che il tempo non scorre, ma è lo spazio ad attraversarlo, Manfred ci si muove a una diversa velocità ed è capace di andare avanti e indietro, vedendo il proprio futuro di vecchio malato immobilizzato in ospedale, futuro che lo terrorizza e che forse è la causa del suo autismo.

Lo spregiudicato Arnie Kott cerca di avvalersi delle sue capacità per realizzare delle speculazioni immobiliari, ma gli esiti saranno ben diversi. Arnie Kott per cercare di comunicare con Manfred, che nel suo autismo non parla, ricorre alla collaborazione di un ex-schizofrenico Jack Bohlen, figlio di un altro speculatore.

Anche i Bleekman hanno un diverso modo di vivere il tempo e sarà solo con loro che Manfred riuscirà a entrare davvero in comunicazione.

Questo Marte, appare come un mondo disgregato, psicotico, nuovo eppure già in disfacimento, in cui le difficoltà relazionali non riguardano solo i personaggi malati ma anche gli altri.

Parrebbe che forse in origine la storia non fosse di carattere fantascientifico e poi Dick l’abbia trasformata ambientandola sul pianeta rosso.

Il mondo in disfacimento di cui ci parla, comunque, è il nostro.

LA DISILLUSIONE DI UNA NUOVA EPOCA DI PROGRESSO

Vita di Galileo” di Bertolt Brecht ci parla della difficoltà di affermazione della verità nei confronti dei pregiudizi, soprattutto se questi si basano sul potere costituito e se questo si avvale della forza irrazionale della fede.

In quest’opera teatrale assistiamo alle scoperte di Galileo Galilei, che confermano le teorie copernicane sul moto dei pianeti e sulla centralità (nel sistema solare) del Sole, in luogo della Terra, come sostenuto dal sistema tolemaico, sostenuto dalla Chiesa e alla sua abiura di tali scoperte per aver salva la vita. Ne consegue per lui la possibilità di continuare, più o meno segretamente, i propri studi, e per il mondo e la scienza una grande delusione e disillusione. Galileo, anche avendo scritto in volgare anziché in latino, aveva creato un gran coinvolgimento popolare. La sua abiura arresta il processo di liberazione sociale che, indirettamente, aveva innescato e toglie coraggio ad altri scienziati (si cita Cartesio) per proseguire nei propri studi.

Brecht, insomma, mette in evidenza l’importanza sociale delle scoperte galileane più che quella scientifica. Galileo ci appare come figura umana, viva e vivace, circondata da personaggi concreti come la domestica Sarti, il figlio di lei Andrea, che diverrà egli stesso astronomo, l’ingenua figlia dello scienziato, Virginia. Galileo si fa prendere dall’entusiasmo per le sue scoperte, ama le piccole cose della vita, il mangiare, il bere, sa andare oltre le convenzioni sociali pur di sostenere le proprie idee, mettendo persino a repentaglio il matrimonio della figlia, ma, infine, cede, e abiura. È un Galileo ben lontano dall’essere un eroe, non solo per la sua abiura, ma anche per il suo opportunismo, come quando spaccia per invenzione propria il telescopio, che aveva copiato da quanto raccontatogli dal futuro sposo della figlia, che ne aveva visti di simili ad Amsterdam.

Galileo dice, a sua scusa “l’ho perfezionato” e Ludovico replica, non senza ironia “Sì, Signore, l’ho visto. Gli avete fatto un fodero rosso. In Olanda era verde”.

Galileo è mostrato persino come un leccapiedi, che afferma “Uno come me, se vuole trovare un impiego appena decente, ha da strisciare come un verme”.

Quando l’allievo Andrea Sarti lo attacca per la sua abiura dicendo: “Sventurata la terra che non ha eroi!”, pragmaticamente Galileo risponde “No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”.

Emoziona l’entusiasmo per questo sapere la Terra non più al centro dell’universo, le reazioni di derisione, di meraviglia o di scandalo di chi ne sente parlare.

L’opera si conclude con le parole “siamo appena al principio” e davvero ancora oggi siamo ancora al principio, oggi che sappiamo che la nostra Terra si trova su braccio secondario di una dei miliardi di galassie, ruotando attorno a una dei miliardi di stelle di questa galassia, oggi che continuiamo a scoprire continuamente nuovi pianeti, esplorando come Galileo lo spazio con strumenti sempre più potenti, al punto di poter sospettare che nell’universo esistano miliardi di terre simili alla nostra, oggi che sappiamo quanto piccola sia la nostra Terra rispetto ad altri corpi celesti, al sistema solare, alla galassia, all’universo.

Bertolt Brecht

Eppure, siamo ancora al principio perché siamo ancora così sciocchi da credere che la razza umana sia importante nel “creato”, siamo così sciocchi da credere che tutto esista in funzione nostra, siamo così sciocchi da pensare che se davvero esiste un Dio onnipotente, possa curarsi davvero delle nostre esistenze insignificanti.

Siamo ancora al principio, perché molto, troppo, dobbiamo ancora scoprire. Siamo ancora al principio perché ancora ragioniamo come se fosse il tempo a scorrere e non noi a muoverci in esso. Siamo ancora al principio, perché la fisica quantistica ha ancora troppe incognite, perché non comprendiamo appieno la multidimensionalità dell’universo, perché ancora non abbiamo una vera teoria unificatrice che sappia anche spiegare il senso della vita. Siamo ancora al principio, perché non comprendiamo e non sappiamo se la vita sia un unicum della Terra o se sia la norma nell’universo. Siamo ancora al principio, perché ancora non abbiamo prove per confutare chi crede che l’intelligenza umana sia la sola nell’universo (ammesso che quelle degli altri animali non si possano considerare nostre pari).

Siamo ancora al principio, data, come dice il Galileo brechtiano “l’enorme quantità di problemi che restano da chiarire nel nostro tempo”.

L’opera di Brecht ci parla della difficoltà di opporsi al potere costituito, qualunque esso sia. Come dice Priuli, parlando con Galileo:

“A che scopo formulare nuove leggi sulla caduta dei gravi, là dove la sola legge che importa è quella di cadere in ginocchio?”

Galileo Galilei

Vita di Galileo” ci parla della speranza delusa di un’epoca nuova. Il suo tempo somiglia, dunque, tristemente al nostro, in cui ci eravamo illusi, nella seconda metà del XX secolo, che la tecnica, le grandi organizzazioni internazionali, le conquistate libertà, i neo-acquisiti diritti sociali, la fine delle grandi guerre, stessero aprendo nuove, grandi frontiere e che ora ci stiamo già arrendendo e siamo sull’orlo di un nuovo medioevo. Ci sono ancora forze che spingono avanti, verso le stelle indicate da Galileo, ma ci sono anche troppe forze oscure che ci spingono con insistenza nella tenebra da cui ci pareva di essere usciti.

La “Vita di Galileo” è un’opera teatrale, dunque, per sua natura, il testo si presenta particolarmente essenziale, essendo ridotto ai soli dialoghi, demandando alla rappresentazione e alla recitazione ciò che in un romanzo è espresso direttamente. La semplicità e l’immediatezza appaiono, in ogni caso, come uno dei massimi pregi di quest’opera, che, pur affrontando temi importanti quali il potere, la libertà, la scienza, la conoscenza, la dignità, riesce a mantenersi su un registro di lettura immediata e accessibile, in cui persino le teorie fisiche sono presentate con facilità e snellezza, anche grazie a personaggi molto concreti e diretti.

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