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QUANDO GLI UOMINI SI COMPORTANO COME ANIMALI

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Juan Dìaz Canales e Juanjo Guarnido

Approfitto di questi giorni d’influenza in cui non ho le forze per attività più impegnative per leggere “Blacksad” di Juan Dìaz Canales e Juanjo Guarnido, un volume a fumetti che fa parte dei miei acquisti a Firenze libro Aperto, la fiera del libro visitata alla Fortezza da Basso.

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Si tratta di un giallo dalle forti tinte noir e con tutte le caratteristiche di una detective story. La novità è che i personaggi sono animali, o meglio umani dal volto animalesco.

Il protagonista è un tipo muscoloso con il volto di un gatto nero, il capo della polizia è un distinto cane, la vittima una bella gatta e non mancano gorilla, orsi, rinoceronti, rane, ratti e un essere che pur avendo gambe e braccia si direbbe un serpente.

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Il senso di tutto questo è detto nel riquadro di chiusura: “ormai ero condannato a quel mondo: una giungla dove il grande divora il piccolo e dove gli uomini si comportano come animali”. Quello che Canales descrive attraverso i bei disegni dalle tinte scure o sanguigne di Guarnido è, infatti, un mondo umano, ma in cui la violenza e la sopraffazione ci rendono peggiori delle bestie.

Il volume è il primo di una serie che, da quanto si legge sulla quarta di copertina, comprende per ora tre sequel e un retroscena.

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IL MOSTRO DI FIRENZE È TORNATO NELLE LIBRERIE

Risultati immagini per nelle fauci del mostroNelle fauci del mostro” è un’antologia di racconti italiani recenti scritti attorno alle vicende del cosiddetto “Mostro di Firenze”, che imperversò contro le coppiette che si appartavano in auto per vari decenni, fino al 1985 e su cui molte furono le ipotesi e numerosi gli arresti, che però hanno lasciato nella popolazione fiorentina la sensazione che non tutto sia stato portato alla luce. Come ben evidenziato anche dal racconto di Sergio Calamandrei, la presenza del mostro ebbe effetti pesanti sull’approccio alla sessualità dei fiorentini, ancora fortemente legati alla mentalità cattolica, nonostante la rivoluzione del 1968, e provati, come tutto il mondo, dalle paure dell’AIDS, sommando la paura per il sesso in luoghi appartati. Paura, che ancora non abbandona chi ha vissuto quegli anni, come evidenziato da Arianna Niccolai.

L’antologia affronta il tema con gli approcci più disparati.

Il primo racconto (“Due” di Mirko Tondi) ipotizza un ritorno del Mostro, che adesca un nuovo collaboratore e lo spinge a compiere nuovi delitti, cambiando però alcuni particolari del rituale omicida.

Il secondo (“Phobia”) della giovanissima Arianna Niccolai, si svolge in due tempi e mostra i traumi lasciati nella psiche di un cinquantenne d’oggi dalle paure di allora. Fobie che possono essere più letali di certi mostri.

Con “Francobolli e vecchi castelli” di Paolo Piani siamo nell’indagine. Uno studente universitario esamina indizi trascurati, arrivando a fare scoperte sconcertanti.

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Alcuni autori. Il curatore Andrea Gamannossi è il terzo da sinistra.

Con “La finestra sul mondo” Andrea Gamannossi (curatore del volume) esplora ipotesi paranormali di possessione, offrendoci una visuale tra le più angoscianti della raccolta.

Stefano Rossi ne “Il Mostro è tornato” ipotizza una ripresa dei delitti e offre un’insolita chiave di lettura nella numerologia, con sviluppi agghiaccianti.

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Tre autori (il secondo è Calamandrei, il terzo il curatore Gamannossi).

Attenta ai risvolti sociologici e psicologici è l’analisi di Sergio Calamandrei in “Eros e morte”, in cui troviamo un giovane detective Renzo Parisi che già abbiamo conosciuto, in vicende ambientate anni dopo, nei romanzi “L’Unico Peccato” e “Indietro non si può”, facenti parte del “Progetto Sesso Motore”, con cui Calamandrei esplora gli effetti sociali del sesso, tema che ben si presta alle vicende di questa antologia.

In “Amori Perigliosi”, Vario Cambi crea un’ambientazione che ci riporta indietro fino ai tempi del medioevo per narrare le vicende della fine di un amore e della nascita di un altro, complice il clima e gli eventi connessi all’opera dell’assassino delle coppiette.

Bernardo Fallani in “Ouroboros” immagina i delitti essere opera di una setta di distinti personaggi.

Con “La voce delle macchine” Simone Innocenti ci regala forse la storia più inquietante della raccolta, con un protagonista folle, di certo con un profilo psicologico assai diverso da quello del presunto “Mostro di Firenze”, ma non per questo meno suggestivo.

Chiude la silloge il racconto di Paolo Romboni “Il mostro dentro”, che orienta l’indagine poliziesca verso un agghiacciante profilo criminale da schizofrenico.

La lettura del volume, nel complesso piacevole, è un’occasione per ricordare quegli anni e per tornare a riflettere su delitti che hanno lasciato il segno e anche un profondo senso d’incompiutezza, sia per la sensazione che le indagini non abbiano portato a galla tutto ciò che c’era, sia per la paura che la storia non sia finita.

 

Presentazione de "Nelle fauci del mostro" alle Oblate di Firenze - 12 novembre 2016

Presentazione de “Nelle fauci del mostro” alle Oblate di Firenze – 12 novembre 2016

 

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Arianna Niccolai

L’UOMO CONFUSO

Risultati immagini per l'uomo disintegratoLa lettura de “L’uomo disintegrato” di Alfred Bester ha suscitato in me, man mano che procedevo, differenti sensazioni, in prevalenza non positive, anche se forse il finale tutto spiega e ti riconcilia in parte con il romanzo.

La prima sensazione è stata di caos. Non mi era affatto chiaro, per varie pagine, dove andasse a parare questa storia, in cui l’umanità ha colonizzato i vari pianeti del sistema solare, che ancora si immaginano come abitabili, e su ognuno ha impiantato varie attività imprenditoriali. La società è regolata dalla presenza di telepati (qui detti Esper, dall’inglese ESP – Extra-Sensory Perception) che ricoprono soprattutto ruoli di psicologi e poliziotti. Gli Esper sono divisi in vari gradi, a seconda della loro capacità telepatica.

Solo dopo varie pagine, assistiamo alla preparazione e alla messa in atto di un delitto da parte di Ben Reich, che assassina il suo concorrente imprenditoriale Craye D’Courtney.

La seconda sensazione è stata quella di trovarmi in una brutta copia dei romanzi del Ciclo dei Robot di Isaac Asimov. Per Asimov le indagini sono legate ai poteri dei robot, regolati da leggi, qui al posto degli automi abbiamo i telepati, con le loro regole. Oltretutto gli ultimi robot di Asimov sono pure telepatici. Occorre dire che “L’uomo disintegrato” è del 1952, mentre i romanzi di Asimov sono del 1953, 1957, senza contare i sequel scritti nel 1985 e 1986, dunque Bester era arrivato prima, anche se meno felicemente a mio parere. Parere personale, del resto, dato che “L’uomo disintegrato” nel 1953 vinse persino il Premio Hugo.

Avendo io, però, letto prima i romanzi del russo-americano, ho avuto la sensazione che le cose qui girassero meno bene. Innanzitutto, l’indagine si risolve in poca cosa, e subito riprendono azioni varie, solo in parte poi riconducibili all’indagine.

Compare sin dall’inizio la figura di un Uomo Senza Volto, ma questo acquista consistenza narrativa soprattutto nel finale e ho avuto l’impressione dell’uso di un deus ex-machina, di una figura inserita a posteriori.

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Alfred Bester (New York, 18 dicembre 1913 – Doylestown, 30 settembre 1987) è stato un autore di fantascienza statunitense.

Comincia poi una parte spiazzante in cui l’assassino Ben Reich si accorge prima che le stelle sono scomparse, poi la luna, poi persone che conosceva, fino a un totale annichilimento di tutto il mondo attorno a lui. Rimangono solo lui e l’Uomo Senza Volto. Si capisce che è impazzito, ma il perché non è ancora chiaro e sembra solo un brusco cambio di registro narrativo. Siamo alle ultime pagine e assistiamo a un predicozzo morale dell’Uomo Senza Volto a Ben Reich, nel quale, tra l’altro gli rivela, che loro due sono la stessa persona. Per fortuna questo che sembrava il finale, non lo è, ma scopriamo che tutto ha un senso (evito di dire di più per non togliere il gusto della sorpresa a chi non l’avesse ancora letto).

Come già scritto sopra, il finale, spiegandoci le motivazioni di certi salti narrativi ci riconcilia con la lettura, ma bisogna aver avuto la costanza e la Risultati immagini per l'uomo disintegratoperseveranza di non mollare prima il libro e arrivare fino in fondo.

Nel finale si capirà anche il senso del titolo del romanzo, che, dalle prime righe invece sembrava dovesse essere ben altra cosa (il che mi pare un piccolo tradimento del “patto con il lettore”).

 

PER FORTUNA CHE LANSDALE C’É

Che sollievo leggere un romanzo di Joe R. Lansdale! Dopo aver letto libri tra loro piuttosto diversi come “Nessun luogo. Da nessuna parte” di Christa Wolf, “Le ore” di Michael Cunningham, “Volgi lo sguardo al vento” di Iain M. Banks, faticando a tenere la dovuta attenzione (leggo con il Text-To-Speech, che certo non facilita le cose), temevo di essere diventato improvvisamente distratto, ma è bastato leggere il racconto di LansdaleDeadman’s road” per riacquistare la dovuta fiducia nelle mie capacità di concentrazione. Mi sono quindi rivolto a un’opera di Lansdale più corposa, come “In fondo alla palude” e per fortuna ho ritrovato totalmente sia la mia attenzione, che il mio amore per la lettura.

Lansdale è decisamente uno che sa scrivere!

Se nei primi due romanzi citati la maggior debolezza era la fragilità (o assenza) della trama, Lansdale, invece, ne costruisce una solida e concreta che tiene il lettore avvinto alle pagine. La concretezza è anzi il massimo pregio di questo romanzo, anche se dietro ai delitti di un serial killer che ammazza le donne, le lega e le getta nel fiume, si aggira lo spettro di un presunto Uomo Capra. Un tocco di magia non guasta. Il punto di vista è quello di un bambino, cosa che ne fa un grande romanzo di crescita e iniziazione e da spazio alle paure, avvicinandolo ai migliori lavori di Stephen King. La concretezza la ritroviamo anche nell’ambientazione, sempre vivida ed efficace. Il mistero è fitto, ma non c’è il classico difetto di “lontananza” dei romanzi gialli: l’investigatore è fortemente coinvolto, il figlio dell’agente (l’io narrante) lo è ancora di più e si rivela il vero detective della storia nonostante i suoi dodici anni. Il contesto è un ambiente ristretto in cui tutti conoscono tutti. Si intrecciano amicizie vive e morte, amori antichi e nuovi. Oltre al grande cattivo misterioso, Uomo Capra o serial killer che sia, non mancano tanti piccoli uomini deboli o malvagi o entrambi. Insomma, ci sono molti degli ingredienti che ho più volte indicato come fondamentali per fare un buon romanzo.

 

Joe Richard Harold Lansdale (Gladewater, 28 ottobre 1951) è uno scrittore statunitense, autore di romanzi, di racconti, di fumetti e di fantascienza oltre che di testi per la televisione, e di sceneggiature per il cinema.

Joe R. Lansdale si era già guadagnato le primissime posizioni tra i miei autori preferiti con la lettura di “Acqua buia”. I suoi primi romanzi da me letti sono stati quelli della trilogia “La notte del Drive-in” (1988, 1989), che mi avevano incuriosito, anche se erano forse troppo esagerati nella loro assurdità pulp.

Cielo di sabbia” (2011), letto in seguito,  mi è parso un bel romanzo, capace di reggere il ritmo, con una storia ben costruita e affascinante. Incuriosito, ho letto, quasi subito dopo aver finito il precedente, “Acqua buia” (2012), che si è rivelato persino più intenso e coinvolgente. Sebbene privo degli elementi fantastici che caratterizzano la scrittura di Stephen King, questa storia mi è parsa molto vicina ai registri narrativi del Re del thriller, con una trama intensa se non intensissima (grande pregio), priva, direi del tutto, di cali di tensione narrativa, senza neanche una pagina inutile (dote rarissima), con personaggi che si fanno ricordare (anche qui come in molte opere di King, molto giovani), e un’ambientazione interessante.

Che cosa rende gradevole la lettura di un romanzo di Joe Richard Harold Lansdale? Leggendo “La foresta” mi era parso potesse essere la capacità di creare personaggi al limite del plausibile, metafore al limite dell’esagerato e situazioni oltre il comune. In “La foresta” non siamo ai toni assurdi del pulp “Notte al Drive-In” ma piuttosto dalle parti di altri romanzi di Lansdale come “Acqua buia” e “Cielo di sabbia”. In tutti si descrive un’America di provincia che sopravvive a fatica, cattiva e violenta, quasi come in un romanzo del suo conterraneo McCarthy. Insomma, Lansdale riesce a spaziare dal realismo fantastico al pulp surreale, mantenendo la medesima concretezza narrativa e forza descrittiva. Riesce a condire con un po’ di magia storie crude e vere.

In molti suoi romanzi siamo negli anni dell’avvento dell’automobile, eppure l’aria che respiriamo è ancora quella del vecchio selvaggio west.

Leggendo “In fondo alla palude”, ambientato negli anni Trenta del Ventesimo secolo, scopro ancora qualcosa di nuovo di questo autore: la sua capacità di denuncia sociale che si unisce alla sua abilità nel descrivere una provincia americana violenta e razzista, che già avevo intuito in altri romanzi. Pare di leggere “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee. Solo che il romanzo di Lee era del 1960 e questo di Lansdale del 2000. Questo di Lansdale è molto più appassionante, fantasioso e meglio scritto, anche se denunciare il razzismo nel 2000 è cosa ben diversa che farlo nel 1960. Diciamo che “In fondo alla palude” probabilmente è in debito con “Il buio oltre la siepe”, ma questo debito l’ha reso con gli interessi.

 

AUTORI PER IL TERZO MILLENNIO: SERGIO CALAMANDREI

Sergio CalamandreiAvendo letto varie opere di Sergio Calamandrei e avendone scritto in varie occasioni, mi farebbe piacere ora riunire in un unico post i link ai principali post da me scritti su questo interessante autore, ancora troppo poco conosciuto e che meriterebbe una maggior distribuzione.

Conosco ormai da vari anni Sergio Calamandrei, di cui mi considero amico e con cui ho collaborato, con mia grande soddisfazione e piacere, in alcune iniziative editoriali quali:

Per quanto riguarda la sua biografia e la sua produzione letteraria, che comprende, romanzi, saggi, racconti e recensioni, credo che la cosa migliore sia rimandare direttamente al suo sito www.calamandrei.it.

Per un’informazione più “dinamica” sulla sua attività letteraria, rimanderei invece al blog https://sergiocalamandrei.wordpress.com/

Per le sue letture un riferimento, credo incompleto, può essere la sua Libreria su anobii: http://www.anobii.com/calamandrei/books

Il suo profilo professionale si può leggere su Linkedin.

A proposito di Sergio Calamandrei, lettore attento, recensore acuto, autore poliedrico e meticoloso, ho scritto in varie occasioni e anche se non credo di ricordarle tutte, ne vorrei menzionare alcune:

GIALLO PER ARCHI E TURCO

Leggendo in rete a proposito di “Concerto per archi e canguro” di Jonathan Lethem (New York, 19/02/1964) mi ero fatto l’idea che fosse una storia surreale. Come poteva non esserlo un romanzo in cui i personaggi, oltre agli umani, sono “animali evoluti” che camminano su due zampe, parlano e vestono come persone? Il problema è che se al posto di canguro, pecora, coniglio, gatto e cane l’autore avesse scritto, per esempio, turco, francese, italiano, belga e russo, la storia sarebbe cambiata ben poco e quello che ne sarebbe venuto fuori sarebbe stato un racconto hard-boiled, una classica detective-story, ambientata in un prossimo futuro che somiglia maledettamente al XX secolo americano, salvo alcune piccole trovate come la “vita a punti”, una scheda “karma” da cui vengono scalati i punti se ti comporti male, tipo patente a punti. Se rimani senza, ti congelano, che non è proprio morire ma una sorta di prigione, da cui dopo aver scontato un certo numero di anni, si esce. Certo chiamarlo “Concerto per archi e turco” avrebbe fatto meno effetto.

So bene di non amare gialli e detective story, anche se ogni tanto ne leggo qualcuno, giusto per confermare l’idea. Questa volta la scelta però è stata del tutto involontaria. Dal momento in cui ho cominciato a leggere la storia sostituendo ai nomi delle razze quello di alcune nazionalità, ne è venuto fuori un giallo, pieno di gente che si droga con miscele fantasiose di diverse sostanze, ciascuna con specifiche proprietà.

Jonathan Lethem

Più che la presenza di animali parlanti, che abbiamo visto in tanto fantasy, da “Le cronache di Narnia” a la saga di Jacopo Flammer (solo per citarne due agli antipodi della fama), quello che rende originale questo giallo sono proprio le droghe. Ognuna ha effetti diversi, ma ce n’è in particolare una che ti svuota il cervello dai ricordi e questo ha interessanti implicazioni sia come ambientazione sociologica, sia come sviluppo della trama.

C’è poi la faccenda delle “testoline” che avrebbero sostituito i bambini e le macchine della memoria che aiutano chi abusa di Dimenticol.

Per il resto, come dicevo, siamo davvero dalle parti del classico giallo. Le implicazioni fantastiche possono far pensare al ciclo dei Robot di Isaac Asimov e alle indagini di Elijah Baley, sostituendo alle tre leggi della robotica le proprietà delle droghe e agli automi gli animali.

Se non amate le detective story, però, questo romanzo potete anche lasciarlo stare.

* * * *

 

Vorrei approfittare di questa recensione, per una prima, piccola riflessione del tutto generale sulle detective story, per capire cosa c’è che mi annoia nel giallo.

Direi che la prima cosa che mi disturba sono gli interrogatori (nel romanzo di Jonathan Lethem non sono troppo presenti, ma se penso, tra le ultime letture, a “Il richiamo del cuculo” di Galbraith, alias Rowling, questo è certo un aspetto che non ho gradito). Perché non mi piacciono gli interrogatori? Perché vanno contro la semplice regola “mostra, non raccontare”. Se i fatti mi vengono narrati da un personaggio, sotto interrogatorio o meno, non li sto vedendo e il mio interesse e la mia attenzione sono mediati.

La seconda cosa che non amo dei gialli è l’argomento: in un giornale difficilmente leggo i fatti di cronaca. La cronaca quotidiana non mi interessa. Nei quotidiani leggo gli editoriali, gli articoli di opinione, i grandi fatti internazionali, la politica e l’economia. Che un tipo sia stato ucciso non mi riguarda. Deve essere l’autore a creare l’empatia e a farmi provare interesse per il morto, ma un cadavere difficilmente suscita simpatia. Per questo preferisco i thriller. Magari ci scappa comunque il morto, ma nel frattempo viviamo con lui, soffriamo con lui, abbiamo paura con lui. Nel thriller c’è molta empatia. Nella detective story potremmo provare simpatia per l’investigatore, ma questo non è mai davvero il protagonista. Il protagonista è assente. Non c’è più. È la vittima. Perché dovrei legarmi a un personaggio secondario come l’investigatore? Oltretutto, di norma, l’investigatore non dovrebbe essere direttamente coinvolto con il morto. Ne consegue che della vittima non gliene frega nulla. Gli interessa risolvere il caso, ma questo è come un gioco. Non c’è legame tra i due. Non c’è vero coinvolgimento, a meno che l’autore non sia così bravo da crearlo comunque. Non dico che sia impossibile essere coinvolti, ma non è automatico, occorre lavorarci. Qualche autore si inventa questi legami. Forse è questo il segreto del loro successo, ma, soprattutto nelle serie, questo non sempre è possibile. Un detective può essere legato a una vittima o due, non certo a tutte, se affronta decine di casi.

I gialli (con l’eccezione rara di storie come “Concerto per archi e canguro” o le indagini asimoviane) di solito hanno ambientazioni realistiche. Considerano la verosimiglianza uno dei loro pregi. Più una storia è “credibile”, più sarà apprezzata dagli amanti del genere.

Questo è però l’opposto di quello che cerco in un romanzo. Il romanzo ideale, per me, deve saper descrivere la realtà nel modo più fantasioso e inconsueto possibile.

Per questo posso anche leggere un giallo se è ambientato in contesti non comuni, magari in altre epoche storiche, passate o future. Se leggo, non voglio il quotidiano (sia esso cronaca o vita), ma l’avventura, il pathos, le situazioni estreme.

Eppure i gialli hanno molto successo. Perché? Forse per la ragione inversa per cui non amo i fatti di cronaca: tanta gente ha un interesse, che definirei morboso, per i delitti, le beghe familiari, le liti. C’è poi il gusto di scoprire l’assassino o il meccanismo del delitto, il suo movente. È un gusto da giocatori, da amanti delle parole crociate, dei rebus, dei misteri. Insomma, amore per il ragionamento logico e, nel contempo, per gli aspetti più torbidi della mente umana. La logica preferisco, però, vederla applicata alla fantascienza o al romanzo psicologico.

Non dico che questi due aspetti non mi attraggano. In altri contesti, li posso apprezzare, ma nel giallo non riescono a compensare la presenza delle altre componenti di cui dicevo.

Mi riprometto di sviluppare ancora queste riflessioni, perché mi pare importante capire i punti di forza e debolezza dei generi letterari.

LE INDAGINI SPAZIALI DI ISAAC ASIMOV

Le correnti dello spazio” è il secondo romanzo del ciclo dell’”Impero”, che a sua volta è il secondo ciclo di storia della Galassia, dopo quello dei “Robot”, scritti dall’autore di fantascienza americano di origine russa Isaac Asimov, ma può essere letto del tutto autonomamente rispetto ai romanzi precedenti, innanzitutto perché l’idea di unificare i cicli dei “Robot”, dell’”Impero” e della “Fondazione” è venuta ad Asimov solo in un periodo successivo e, ha quindi, allora, scritto i romanzi di congiunzione tra un ciclo e l’altro. Inoltre, a parte che gli eventi del ciclo dell’”Impero” si svolgono dopo quelli dei Robot e che la colonizzazione delle Galassia appare assai più avanzata, con la Terra ormai quasi dimenticata e ridotta a semplice leggenda, i due cicli, pur asimovianamente ottimistici, con mondi popolati solo da esseri umani, senza alcun alieno, si presentano per il resto piuttosto diversi, innanzitutto per la totale assenza di robot nel secondo ciclo, cosa spiegata nel romanzo “I robot e l’impero”, ma tutto sommato sconcertante. Ammesso che siano stati aboliti dai primi pianeti colonizzati, possibile che in mondi così evoluti, dopo tanti secoli, non siano ricomparsi?

Le correnti dello spazio” è indubbiamente una storia di fantascienza, essendo ambientata su un paio di mondi alieni, in un futuro estremamente lontano, ma la sua struttura, come già per i romanzi del ciclo dei robot, ricorda molto da vicino quella del giallo e, in particolare, dell’indagine poliziesca, con un mistero da risolvere e un colpevole da smascherare. Come già nel ciclo dei “Robot”, l’indagine è soprattutto basata sulla logica e sulla tensione psicologica sui personaggi coinvolti, con momenti in cui i sospetti vengono messi a confronto diretto e con abbondanti dialoghi. La componente fantascientifica è data dal fatto che la vittima è uno scienziato che è stato sottoposto a un trattamento che gli ha fatto perdere la memoria, mentre stava per rivelare al mondo di Florina un grave pericolo che lo minacciava, qualcosa di legato alle correnti di atomi di carbonio che attraversano la Galassia e che qualcuno non vuole che venga conosciuta. Lo scienziato, ridotto a un povero demente, pian piano recupera la propria memoria e contribuisce all’indagine.

Il romanzo (1952) è il seguito de “Il tiranno dei mondi” (1951) e costituisce una trilogia assieme a “Paria dei cieli” (1950), con cui si conclude il ciclo e ci si avvia verso quello successivo della “Fondazione”. Anche se è il secondo come successione degli eventi, è il terzo a essere stato scritto. Rispetto a “Il tiranno dei mondi”, forse per la sua brevità, si presenta più scorrevole e con meno divagazioni. La scrittura di Asimov, come sempre, è lineare, logica e precisa e, forse, un po’ troppo asciutta. Se da ragazzino mi entusiasmava, oggi la trovo solamente piacevole.

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