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L’ETRUSCO COLPISCE ANCORA.

Risultati immagini per etrusco tra i nuraghesIn vista della serata al Ristorante I 5 Sensi di Firenze del 13 dicembre in cui Alberto Pestelli presenterà il secondo volume delle avventure gialle del Maresciallo Cosimo Fantini dal titolo “Un Etrusco tra i nuraghes – Volume II” e io “Il sogno del ragno”, la mia ucronia spartana, ho letto le tre nuove storie dell’ispettore fiorentino trapiantato in Sardegna.

Il volume (la cui copertina è stata dipinta dall’autore stesso) comprende, infatti, i tre romanzi brevi:

“La guerra dei torroni”

“Solo per i tuoi gnocchi”

“Lassù, dove i sogni volano”.

Come nel primo volume, alle indagini del Maresciallo fanno da contorno le sue vicende familiari e alcune pause eno-gastronomiche. In questa seconda trilogia, i personaggi che gravitano attorno a Cosimo Fantini hanno assunto maggior spessore e più precise connotazioni. Nel secondo racconto, addirittura, sembra di essere in una duplice saga familiare, più che in un giallo, con da una parte la famiglia del Maresciallo, coinvolta in prima persona delle indagini e, dall’altra, la famiglia della suora di clausura, la cui vicenda è al centro del romanzo. Famiglia che va dilatandosi con una serie di colpi di scena che qui, ovviamente non anticipo. Nel terzo racconto il ruolo del Maresciallo è quasi defilato rispetto alle famiglie del bambino siriano malato di displasia ossea e vittima di un attentato (che più che terroristico sembra un atto di bullismo portato all’estremo), quella originaria e quella adottiva.

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Alberto Pestelli

Rispetto alla prima trilogia ho avuto la percezione che in questo secondo volume la parte descrittiva del contesto socio-ambientale abbia avuto un maggior sviluppo, quasi che Pestelli, nel procedere con lo sviluppo delle vicende abbia virato i suoi interessi dal giallo alla ricostruzione di dinamiche interpersonali. Del resto il nostro Maresciallo è in pensione e questo ben si concilia con casi non prettamente “da scrivania”.

Il primo racconto si svolge durante una gara, guarda caso, culinaria per la preparazione dei torroni. Il secondo ci porta nel mondo delle monache di clausura, indagando su violenze e autoritarismi familiari,  e il terzo si spinge su temi sociali più impegnativi, parlandoci di razzismo, di malattie invalidanti, del dramma del popolo siriano, di adozione e del difficile mestiere di genitore di un figlio gravemente malato.

La sensazione leggendo le due trilogie è di un’evoluzione e di una crescita nella scrittura di questo autore, che non sembra più accontentarsi della semplice indagine poliziesca e della curiosità gastronomica ma che, attraverso la pagina scritta è tentato dall’approfondimento di meditazioni sociali. Ci si chiede, allora, che sorprese ci riserverà la terza trilogia.

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LE INDAGINI ENOGASTRONOMICHE DI UN TOSCANO IN SARDEGNA

Alberto Pestelli è autore fiorentino nato dalle “scuderie” della casa editrice genovese “Liberodiscrivere”, dove lo conobbi frequentando il Laboratorio di Scrittura. Ne lessi la sua prima prova d’autore presente nella raccolta “Il volo dello struffello” e contribuì poi alla raccolta di racconti “Ucronie per il terzo millennio”, da me curata, opere entrambe edite appunto da Liberodiscrivere.

Carlo Menzinger con “Un Etrusco tra i Nuraghes”

Non ci siamo mai persi del tutto di vista da allora, ma si può dire che ci siamo comunque  ritrovati nella collaborazione per la rivistaItalia Uomo Ambiente” promossa dall’associazione Pro Natura e di cui Alberto Pestelli è Coordinatore e alla quale ho recentemente contribuito con alcuni miei articoli e racconti.

Ultimamente Alberto Pestelli ha creato un personaggio, l’ispettore Cosimo Fantini, fiorentino di nascita, sardo di adozione cui ha già dedicato sei romanzi editi e almeno altrettanti in arrivo.

Ho letto ora la prima trilogia, riunita in un solo volume dal titolo “Un Etrusco tra i Nuraghes – Volume I” che riunisce i romanzi “Un bicchiere di Carignano del Sulcis”, “Per un chicco di Muristellu in più” e “Pici e bici”. Come si può intuire da questi titoli, l’elemento eno-gastronomico è ricorrente e talora assume un ruolo centrale nella trama.

Per essere più precisi il protagonista Cosimo Fantini sarebbe un maresciallo maggiore dei carabinieri del R.I.S. di Cagliari in pensione.

Alberto Pestelli con una copia de Il sogno del ragno

Ciascun romanzo della trilogia è autonomo e autoconclusivo ma la figura del protagonista e degli altri personaggi seguono un loro sviluppo e ci si affeziona loro man mano che si procede con la lettura. L’interesse del lettore diviene così duplice, da una parte per lo sbrogliarsi dell’indagine e dall’altro per le vicende umane dei personaggi, coinvolti (se non travolti) in prima persona dagli eventi. Siamo così partecipi del lento recupero della salute del maresciallo, dopo un attentato, della salute della sua amica, il sergente maggiore Carmen Mura e dell’evoluzione del rapporto tra i due.

La lettura è anche occasione per scoprire, con la guida sapiente di Pestelli, alcune peculiarità dei vini e dei cibi delle due regioni in cui le storie si dipanano, Sardegna e Toscana che, non a caso, sono anche le due “patrie” dell’autore, nel senso di terre d’origine dei genitori.

Insomma, un interessante e riuscita prova di questo autore che ancora non avevo conosciuto su testi di così ampio respiro da consigliare agli amanti del giallo e della buona cucina.

IL PIACERE DI SCOPRIRE UN BUON LIBRO

Risultati immagini per la setta catanzaroNon so se a qualcuno di voi è mai capitato il piacere di scoprire un libro. Ogni tanto mi capita di leggere qualcosa senza pormi grandi aspettative e di essere invece piacevolmente sorpreso.

Se leggo il romanzodi un autore importante e che magari ha già venduto un milione di copie o ha vinto il nobel, il minimo che mi aspetto è che sia un bel libro, eppure, non sempre è così. Quando si ha invece la ventura di essere tra i primissimi lettori di un romanzo, di cui si sa ben poco e di un autore ancora poco conosciuto, in genere le aspettative, almeno le mie, sono piuttosto basse. Eppure più di una volta ho avuto il piacere di apprezzare di più il libro di un cosiddetto “esordiente” (io preferisco dire “autore poco noto”) che non un best-seller o l’opera di un personaggio famoso.

Avevo conosciuto Fiorenzo Catanzaro il giorno in cui mi recai da Porto Seguro Editore per firmare il contratto per la pubblicazione del mio romanzo “Il sogno del ragno”. Fiorenzo Catanzaro era lì per lo stesso motivo: stava firmando il suo contratto con l’editore per il romanzo “La setta”.

Il 28 settembre scorso c’è stato un convegno degli autori di Porto Seguro al Westin Excelsior, dove entrambi abbiamo presentato i nostri romanzi. Sentita la sua esposizione, ho deciso di comprare il volume, anche se le vicende sulle sette sataniste non è che mi ispirino particolarmente, così come non amo molto i gialli. Dunque, eravamo nella tipica situazione in cui si comincia a leggere un libro senza grandi aspettative.

Gli autori Carlo Menzinger, Chiara Sardelli, Sergio Calamandrei e Fiorenzo Catanzaro al convegno di Porto Seguro del 28 Settembre 2017

Eppure fin dalle primissime pagine ho capito che Fiorenzo Catanzaro è uno che sa scrivere. La scrittura e fluida e chiara e, cosa più difficile, i dialoghi e le situazioni sono credibili. Il romanzo è, di fatto, un giallo, ma Fiorenzo Catanzaro lo affronta un po’ “alla larga”, nel senso buono, nel senso che ci ha messo dentro dell’altro, dei sentimenti, dei personaggi, delle ambientazioni, e lo ha fatto non come qualcuno che abbia voluto aggiungere ingredienti tanto per far lievitare un

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Fiorenzo Catanzaro

piatto, ma perché tutto quanto contribuisce a creare una storia, che prima che un giallo, per me, è una vicenda umana. Forse per questo mi è piaciuto, anche se non amo le storie con gli ispettori/ detective che vanno a caccia di un colpevole. Il romanzo si chiama “La setta”, e questo potrebbe far pensare a un horror, con  sevizie e torture, ma, se ci sono, queste sono solo dietro le quinte. Il titolo, per carità, è giusto e giustificato, ma forse induce a pensare a un altro tipo di libro, magari allontanando qualche lettore potenziale da un libro piacevole e che una volta iniziato ti dà la voglia di finirlo tutto d’un fiato.

 

 

QUANDO GLI UOMINI SI COMPORTANO COME ANIMALI

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Juan Dìaz Canales e Juanjo Guarnido

Approfitto di questi giorni d’influenza in cui non ho le forze per attività più impegnative per leggere “Blacksad” di Juan Dìaz Canales e Juanjo Guarnido, un volume a fumetti che fa parte dei miei acquisti a Firenze libro Aperto, la fiera del libro visitata alla Fortezza da Basso.

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Si tratta di un giallo dalle forti tinte noir e con tutte le caratteristiche di una detective story. La novità è che i personaggi sono animali, o meglio umani dal volto animalesco.

Il protagonista è un tipo muscoloso con il volto di un gatto nero, il capo della polizia è un distinto cane, la vittima una bella gatta e non mancano gorilla, orsi, rinoceronti, rane, ratti e un essere che pur avendo gambe e braccia si direbbe un serpente.

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Il senso di tutto questo è detto nel riquadro di chiusura: “ormai ero condannato a quel mondo: una giungla dove il grande divora il piccolo e dove gli uomini si comportano come animali”. Quello che Canales descrive attraverso i bei disegni dalle tinte scure o sanguigne di Guarnido è, infatti, un mondo umano, ma in cui la violenza e la sopraffazione ci rendono peggiori delle bestie.

Il volume è il primo di una serie che, da quanto si legge sulla quarta di copertina, comprende per ora tre sequel e un retroscena.

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IL MOSTRO DI FIRENZE È TORNATO NELLE LIBRERIE

Risultati immagini per nelle fauci del mostroNelle fauci del mostro” è un’antologia di racconti italiani recenti scritti attorno alle vicende del cosiddetto “Mostro di Firenze”, che imperversò contro le coppiette che si appartavano in auto per vari decenni, fino al 1985 e su cui molte furono le ipotesi e numerosi gli arresti, che però hanno lasciato nella popolazione fiorentina la sensazione che non tutto sia stato portato alla luce. Come ben evidenziato anche dal racconto di Sergio Calamandrei, la presenza del mostro ebbe effetti pesanti sull’approccio alla sessualità dei fiorentini, ancora fortemente legati alla mentalità cattolica, nonostante la rivoluzione del 1968, e provati, come tutto il mondo, dalle paure dell’AIDS, sommando la paura per il sesso in luoghi appartati. Paura, che ancora non abbandona chi ha vissuto quegli anni, come evidenziato da Arianna Niccolai.

L’antologia affronta il tema con gli approcci più disparati.

Il primo racconto (“Due” di Mirko Tondi) ipotizza un ritorno del Mostro, che adesca un nuovo collaboratore e lo spinge a compiere nuovi delitti, cambiando però alcuni particolari del rituale omicida.

Il secondo (“Phobia”) della giovanissima Arianna Niccolai, si svolge in due tempi e mostra i traumi lasciati nella psiche di un cinquantenne d’oggi dalle paure di allora. Fobie che possono essere più letali di certi mostri.

Con “Francobolli e vecchi castelli” di Paolo Piani siamo nell’indagine. Uno studente universitario esamina indizi trascurati, arrivando a fare scoperte sconcertanti.

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Alcuni autori. Il curatore Andrea Gamannossi è il terzo da sinistra.

Con “La finestra sul mondo” Andrea Gamannossi (curatore del volume) esplora ipotesi paranormali di possessione, offrendoci una visuale tra le più angoscianti della raccolta.

Stefano Rossi ne “Il Mostro è tornato” ipotizza una ripresa dei delitti e offre un’insolita chiave di lettura nella numerologia, con sviluppi agghiaccianti.

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Tre autori (il secondo è Calamandrei, il terzo il curatore Gamannossi).

Attenta ai risvolti sociologici e psicologici è l’analisi di Sergio Calamandrei in “Eros e morte”, in cui troviamo un giovane detective Renzo Parisi che già abbiamo conosciuto, in vicende ambientate anni dopo, nei romanzi “L’Unico Peccato” e “Indietro non si può”, facenti parte del “Progetto Sesso Motore”, con cui Calamandrei esplora gli effetti sociali del sesso, tema che ben si presta alle vicende di questa antologia.

In “Amori Perigliosi”, Vario Cambi crea un’ambientazione che ci riporta indietro fino ai tempi del medioevo per narrare le vicende della fine di un amore e della nascita di un altro, complice il clima e gli eventi connessi all’opera dell’assassino delle coppiette.

Bernardo Fallani in “Ouroboros” immagina i delitti essere opera di una setta di distinti personaggi.

Con “La voce delle macchine” Simone Innocenti ci regala forse la storia più inquietante della raccolta, con un protagonista folle, di certo con un profilo psicologico assai diverso da quello del presunto “Mostro di Firenze”, ma non per questo meno suggestivo.

Chiude la silloge il racconto di Paolo Romboni “Il mostro dentro”, che orienta l’indagine poliziesca verso un agghiacciante profilo criminale da schizofrenico.

La lettura del volume, nel complesso piacevole, è un’occasione per ricordare quegli anni e per tornare a riflettere su delitti che hanno lasciato il segno e anche un profondo senso d’incompiutezza, sia per la sensazione che le indagini non abbiano portato a galla tutto ciò che c’era, sia per la paura che la storia non sia finita.

 

Presentazione de "Nelle fauci del mostro" alle Oblate di Firenze - 12 novembre 2016

Presentazione de “Nelle fauci del mostro” alle Oblate di Firenze – 12 novembre 2016

 

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Arianna Niccolai

L’UOMO CONFUSO

Risultati immagini per l'uomo disintegratoLa lettura de “L’uomo disintegrato” di Alfred Bester ha suscitato in me, man mano che procedevo, differenti sensazioni, in prevalenza non positive, anche se forse il finale tutto spiega e ti riconcilia in parte con il romanzo.

La prima sensazione è stata di caos. Non mi era affatto chiaro, per varie pagine, dove andasse a parare questa storia, in cui l’umanità ha colonizzato i vari pianeti del sistema solare, che ancora si immaginano come abitabili, e su ognuno ha impiantato varie attività imprenditoriali. La società è regolata dalla presenza di telepati (qui detti Esper, dall’inglese ESP – Extra-Sensory Perception) che ricoprono soprattutto ruoli di psicologi e poliziotti. Gli Esper sono divisi in vari gradi, a seconda della loro capacità telepatica.

Solo dopo varie pagine, assistiamo alla preparazione e alla messa in atto di un delitto da parte di Ben Reich, che assassina il suo concorrente imprenditoriale Craye D’Courtney.

La seconda sensazione è stata quella di trovarmi in una brutta copia dei romanzi del Ciclo dei Robot di Isaac Asimov. Per Asimov le indagini sono legate ai poteri dei robot, regolati da leggi, qui al posto degli automi abbiamo i telepati, con le loro regole. Oltretutto gli ultimi robot di Asimov sono pure telepatici. Occorre dire che “L’uomo disintegrato” è del 1952, mentre i romanzi di Asimov sono del 1953, 1957, senza contare i sequel scritti nel 1985 e 1986, dunque Bester era arrivato prima, anche se meno felicemente a mio parere. Parere personale, del resto, dato che “L’uomo disintegrato” nel 1953 vinse persino il Premio Hugo.

Avendo io, però, letto prima i romanzi del russo-americano, ho avuto la sensazione che le cose qui girassero meno bene. Innanzitutto, l’indagine si risolve in poca cosa, e subito riprendono azioni varie, solo in parte poi riconducibili all’indagine.

Compare sin dall’inizio la figura di un Uomo Senza Volto, ma questo acquista consistenza narrativa soprattutto nel finale e ho avuto l’impressione dell’uso di un deus ex-machina, di una figura inserita a posteriori.

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Alfred Bester (New York, 18 dicembre 1913 – Doylestown, 30 settembre 1987) è stato un autore di fantascienza statunitense.

Comincia poi una parte spiazzante in cui l’assassino Ben Reich si accorge prima che le stelle sono scomparse, poi la luna, poi persone che conosceva, fino a un totale annichilimento di tutto il mondo attorno a lui. Rimangono solo lui e l’Uomo Senza Volto. Si capisce che è impazzito, ma il perché non è ancora chiaro e sembra solo un brusco cambio di registro narrativo. Siamo alle ultime pagine e assistiamo a un predicozzo morale dell’Uomo Senza Volto a Ben Reich, nel quale, tra l’altro gli rivela, che loro due sono la stessa persona. Per fortuna questo che sembrava il finale, non lo è, ma scopriamo che tutto ha un senso (evito di dire di più per non togliere il gusto della sorpresa a chi non l’avesse ancora letto).

Come già scritto sopra, il finale, spiegandoci le motivazioni di certi salti narrativi ci riconcilia con la lettura, ma bisogna aver avuto la costanza e la Risultati immagini per l'uomo disintegratoperseveranza di non mollare prima il libro e arrivare fino in fondo.

Nel finale si capirà anche il senso del titolo del romanzo, che, dalle prime righe invece sembrava dovesse essere ben altra cosa (il che mi pare un piccolo tradimento del “patto con il lettore”).

 

PER FORTUNA CHE LANSDALE C’É

Che sollievo leggere un romanzo di Joe R. Lansdale! Dopo aver letto libri tra loro piuttosto diversi come “Nessun luogo. Da nessuna parte” di Christa Wolf, “Le ore” di Michael Cunningham, “Volgi lo sguardo al vento” di Iain M. Banks, faticando a tenere la dovuta attenzione (leggo con il Text-To-Speech, che certo non facilita le cose), temevo di essere diventato improvvisamente distratto, ma è bastato leggere il racconto di LansdaleDeadman’s road” per riacquistare la dovuta fiducia nelle mie capacità di concentrazione. Mi sono quindi rivolto a un’opera di Lansdale più corposa, come “In fondo alla palude” e per fortuna ho ritrovato totalmente sia la mia attenzione, che il mio amore per la lettura.

Lansdale è decisamente uno che sa scrivere!

Se nei primi due romanzi citati la maggior debolezza era la fragilità (o assenza) della trama, Lansdale, invece, ne costruisce una solida e concreta che tiene il lettore avvinto alle pagine. La concretezza è anzi il massimo pregio di questo romanzo, anche se dietro ai delitti di un serial killer che ammazza le donne, le lega e le getta nel fiume, si aggira lo spettro di un presunto Uomo Capra. Un tocco di magia non guasta. Il punto di vista è quello di un bambino, cosa che ne fa un grande romanzo di crescita e iniziazione e da spazio alle paure, avvicinandolo ai migliori lavori di Stephen King. La concretezza la ritroviamo anche nell’ambientazione, sempre vivida ed efficace. Il mistero è fitto, ma non c’è il classico difetto di “lontananza” dei romanzi gialli: l’investigatore è fortemente coinvolto, il figlio dell’agente (l’io narrante) lo è ancora di più e si rivela il vero detective della storia nonostante i suoi dodici anni. Il contesto è un ambiente ristretto in cui tutti conoscono tutti. Si intrecciano amicizie vive e morte, amori antichi e nuovi. Oltre al grande cattivo misterioso, Uomo Capra o serial killer che sia, non mancano tanti piccoli uomini deboli o malvagi o entrambi. Insomma, ci sono molti degli ingredienti che ho più volte indicato come fondamentali per fare un buon romanzo.

 

Joe Richard Harold Lansdale (Gladewater, 28 ottobre 1951) è uno scrittore statunitense, autore di romanzi, di racconti, di fumetti e di fantascienza oltre che di testi per la televisione, e di sceneggiature per il cinema.

Joe R. Lansdale si era già guadagnato le primissime posizioni tra i miei autori preferiti con la lettura di “Acqua buia”. I suoi primi romanzi da me letti sono stati quelli della trilogia “La notte del Drive-in” (1988, 1989), che mi avevano incuriosito, anche se erano forse troppo esagerati nella loro assurdità pulp.

Cielo di sabbia” (2011), letto in seguito,  mi è parso un bel romanzo, capace di reggere il ritmo, con una storia ben costruita e affascinante. Incuriosito, ho letto, quasi subito dopo aver finito il precedente, “Acqua buia” (2012), che si è rivelato persino più intenso e coinvolgente. Sebbene privo degli elementi fantastici che caratterizzano la scrittura di Stephen King, questa storia mi è parsa molto vicina ai registri narrativi del Re del thriller, con una trama intensa se non intensissima (grande pregio), priva, direi del tutto, di cali di tensione narrativa, senza neanche una pagina inutile (dote rarissima), con personaggi che si fanno ricordare (anche qui come in molte opere di King, molto giovani), e un’ambientazione interessante.

Che cosa rende gradevole la lettura di un romanzo di Joe Richard Harold Lansdale? Leggendo “La foresta” mi era parso potesse essere la capacità di creare personaggi al limite del plausibile, metafore al limite dell’esagerato e situazioni oltre il comune. In “La foresta” non siamo ai toni assurdi del pulp “Notte al Drive-In” ma piuttosto dalle parti di altri romanzi di Lansdale come “Acqua buia” e “Cielo di sabbia”. In tutti si descrive un’America di provincia che sopravvive a fatica, cattiva e violenta, quasi come in un romanzo del suo conterraneo McCarthy. Insomma, Lansdale riesce a spaziare dal realismo fantastico al pulp surreale, mantenendo la medesima concretezza narrativa e forza descrittiva. Riesce a condire con un po’ di magia storie crude e vere.

In molti suoi romanzi siamo negli anni dell’avvento dell’automobile, eppure l’aria che respiriamo è ancora quella del vecchio selvaggio west.

Leggendo “In fondo alla palude”, ambientato negli anni Trenta del Ventesimo secolo, scopro ancora qualcosa di nuovo di questo autore: la sua capacità di denuncia sociale che si unisce alla sua abilità nel descrivere una provincia americana violenta e razzista, che già avevo intuito in altri romanzi. Pare di leggere “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee. Solo che il romanzo di Lee era del 1960 e questo di Lansdale del 2000. Questo di Lansdale è molto più appassionante, fantasioso e meglio scritto, anche se denunciare il razzismo nel 2000 è cosa ben diversa che farlo nel 1960. Diciamo che “In fondo alla palude” probabilmente è in debito con “Il buio oltre la siepe”, ma questo debito l’ha reso con gli interessi.

 

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