Archive for luglio 2018

INGENUE MIRABOLANTI AVVENTURE IN UN LONTANO FUTURO

Risultati immagini per i sovrani delle stelle hamiltonSpesso chi non legge fantascienza abitualmente, associa a questa parola storie che appartengono al sottogenere della “space opera”, in cui si assiste a scontri tra regni siderali, battaglie spaziali e avventure interstellari. Se la fantascienza fosse davvero solo questo, dubito che ne leggerei molta e, in effetti, la “space opera” mi pare la parte più ingenua e infantile di questo genere, anche se ha prodotto alcune opere importanti e alcune assai famose, basti pensare alla saga di “Star wars”, che per molti è sinonimo di fantascienza.

Un autore che ha contribuito fortemente a forgiare la “space opera”, definendone le caratteristiche con le proprie opere è l’americano Edmond Moore Hamilton (Youngstown, 21 ottobre 1904 – Lancaster, 1º febbraio 1977), di cui ho appena letto “I sovrani delle stelle” (1947), opera che si colloca agli albori della fantascienza e che ancora sembra risentire dello stile e dell’approccio dei precursori del genere, come Wells e Lovecraft. Di quest’ultimo, in maniera decisamente meno accentuata, ho ritrovato il gusto per gli aggettivi iperbolici, per descrivere lo stupore del protagonista di fronte a mondi nuovi.

Se ne “La macchina del tempo” il protagonista immaginato da Wells si spostava di ben 800.000 anni nel futuro, il viaggio di John Gordon in questo romanzo non è molto da meno, attraversando ben 200.000 anni.

Oggi mi pare quanto mai azzardato cercare di immaginare il futuro tra così tanti anni, considerando che basta andare indietro di diecimila anni per ritrovarci nella preistoria. Hamilton mescola in questo romanzo, non senza una certa ingenuità, tipica di quegli anni pionieristici, telepatia, viaggi nel tempo e battaglie spaziali da space opera.

L’ipotesi è che un uomo del XX secolo sia scelto da uno studioso del futuro come cavia per un esperimento di scambio corporeo attraverso il tempo. Ovvero lo studioso del futuro trasferisce la propria mente nel corpo di Gordon, mentre la mente di questo si trasferisce in quella dell’uomo del futuro, effettuando di fatto un balzo avanti nel tempo di 200.000 anni. Non posso allora non pensare di nuovo a Lovecraft e ai suoi Antichi, le cui menti si insinuavano nelle menti degli uomini del secolo scorso.

I sovrani delle stelle” è un libro pieno di colpi di scena e di soluzioni sorprendenti. Tanto per cominciare, lo studioso in questione altri non è che il figlio dell’Imperatore di metà galassia. Una serie di avventure e disavventure porteranno Gordon a diventare per un po’ egli stesso Imperatore, guidando la Galassia contro un’invasione proveniente dall’esterno, lui, che a New York era solo un piccolo contabile, come si ripete spessissimo. Ovviamente si innamora anche di una bella principessa, ricambiato.

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Edmond Moore Hamilton

Il succedersi rocambolesco degli eventi tiene il lettore attaccato al libro, ma non si può non notare la grande ingenuità dell’insieme, degno di un fumetto per ragazzi. Già il fatto che combattersi non siano sistemi stellari ma addirittura intere Galassie, rende l’idea di quanto le conoscenze astronomiche fossero sottovalutate, ma questo appare ancor più evidente quando si vede che i vari regni dell’Impero hanno i nomi delle Costellazioni, come se queste fossero dei veri ammassi stellari.

In 200.000 anni la tecnologia ha fatto dei progressi, soprattutto nel rendere possibili spostamenti velocissimi tra stelle di immane distanza, ma molte cose rimangono assai primitive e spesso i problemi si risolvono con qualche scazzottata. Singolari le pistole “atomiche”, legati a un’idea dell’energia nucleare ancora non ben delineata.  Per comunicare si usano dei fantomatici “telestereo”, che tanto moderni oggi non sembrano più. Una buon intuizione sono gli incrociatori fantasma, navi spaziali non rilevabili dai sistemi di controllo, un po’ come certi moderni aerei “invisibili”, ma anche qui non sembra di essere poi così avanti nel tempo.

C’è poi il celebre Distruttore, la cui natura non posso rivelare, essendo uno dei misteri della narrazione.

Il romanzo ha un seguito, che ho già cominciato a leggere (credendo fosse la seconda parte del volume, dato che era nello stesso file) “Ritorno alle stelle” (1970). Dopo qualche pagina mi sono domandato che cosa c’entrasse con la prima parte e già mi stavo preparando ad abbassare la votazione dell’opera nella mia mente.

Se, infatti, ne “I sovrani delle stelle” Gordon arriva nel futuro nel corpo del figlio dell’Imperatore Zarth Arn, con la sola mente, in “Ritorno alle Stelle” Zarth Arn riesce a portare nel suo tempo Gordon con tutto il proprio corpo. Tecnologia, mi pare assai diversa, per quanto improbabili entrambe. Se nel primo libro ci sono pressoché solo esseri umani, un po’ come nei cicli asimoviani, nel secondo volume compare un gran numero di alieni, qui chiamati “non umani”, in una Galassia un po’ razzisticamente divisa tra umani e non-umani, come se questi, pur nella loro diversità, fossero un po’ la stessa cosa, visione un po’ da schiavista WASP. Ne dirò meglio quando l’avrò finito, qua dico solo che è un bene non siano due parti dello stesso libro, perché l’opera avrebbe perso molto di unitarietà. Inoltre, le ripetizioni, già abbondantissime nella prima parte, nella seconda sembrano aumentare, ma erano giustificate dal rivolgersi a lettori che magari non avessero letto il primo romanzo o l’avessero fatto parecchio tempo prima. Del resto il sequel esce parecchi anni dopo il romanzo originale e si può capire un’impostazione diversa.

In conclusione, se avete voglia di una lettura leggera, un po’ vintage, piena di avventure, ma parecchio ingenua, “I sovrani delle stelle” fa per voi e per qualche ora di relax. Se cercate fantascienza che faccia ragionare e riflettere, guardate altrove.

Se cercate della “space opera” che non sia solo avventura, leggete “Miliardi di tappeti di capelli”, il ciclo di “Hyperion” di Dan Simmons, “Le insidie di Tschai” di Jack Vance e, ovviamente, il ciclo “Fondazione” di Isaac Asimov.

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GLI ANNI DEI NOSTRI SOGNI VIOLENTI E APPASSIONATI

Crescevano sogniHo incontrato un paio di volte Stefano Carlo Vecoli, ma non saprei dire quanti anni abbia. Credo qualcuno più di me, che sono nato nel 1964. Certo Vecoli non è Giulio.

Giulio è il protagonista di “Crescevano sogni”, romanzo scritto, appunto, da Stefano Carlo Vecoli.

Perché m’interrogo sulla sua età? Perché “Crescevano sogni” ha un forte sapore autobiografico, perché le sue pagine raccontano di una gioventù che somiglia se non alla mia a quella di tanti che avevano la mia età. Se questa comunanza tra il protagonista Giulio e l’autore Stefano Carlo è reale, allora Vecoli deve davvero avere qualche anno più di me, perché vive il 1968 (e gli anni successivi) da liceale, mentre io li ho vissuti da bambino delle scuole elementari. Giulio, del Sessantotto ha vissuto i sogni, io, arrivato più tardi, le disillusioni. Ho fatto il liceo negli “anni di piombo”, poco dopo il 1977, quando le ideologie stavano degenerando in violenza e terrorismo.

Eppure in queste pagine sento atmosfere che non erano poi tanto diverse da quelle dei tempi del mio liceo: le assemblee scolastiche, le occupazioni, le manifestazioni. Vecoli non parla di scioperi, ma io ricordo anche quelli e penso ci fossero anche ai tempi di Giulio.

Crescevano sogni” è insomma un romanzo che a noi nati negli anni ‘50  e ’60 fa rivivere un mondo e un’atmosfera che ormai sembrano lontanissimi.

I nostri mondi si somigliavano nonostante questi anni a separarci, nonostante io vivessi più nel riflusso, nell’edonismo reaganiano (come lo chiamava l’opinionista Agostino), nonostante lui vivesse in Toscana, in Versilia (coordinate non meglio precisate – eppure la Versilia è lunga) e io a Roma, nella tumultuosa capitale, nei luoghi del rapimento di Moro, nei luoghi di tanti attentati. Lui, però, viveva in un contesto dove la sinistra prevaleva e “non si lasciava parlare i fascisti”. Io, invece, mi sono trovato in un liceo dominato dalla destra più estrema (Terza Posizione e altro) quando, in un periodo in cui il MSI aveva a stento il 5%, i Rappresentanti di Istituto di destra erano oltre il 50% e a parlare erano solo loro. Fu un successo quando, con una lista mista, arrivammo a ottenere la metà dei seggi, lasciando alla destra solo un quarto.

Riconosco, però, le battaglie di Giulio, la sua sorpresa e disillusione quando l’amico di sempre, Cesare, passa con i “fasci”.

Riconosco il linguaggio “politichese” di quegli anni, che Vecoli rende con perizia e precisione.

Riconosco i rapporti “difficili” con l’altro sesso, in un’epoca che non aveva certo la sfrontatezza attuale.

Riconosco le amicizie, i gruppi, i cineforum, i modi di passare il tempo così diversi da quelli dei nostri figli.

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Stefano Carlo Vecoli

Riconosco i sogni di cambiare il mondo (anche se c’era poco accordo su come farlo).

Riconosco, soprattutto, la violenza che quei sogni cercava di fermare o che sembrava uno strumento per realizzarli, perché, nel mio tempo, era questa violenza a caratterizzare ogni cosa. Il terrorismo di oggi, mi pare poca cosa rispetto a quello di allora, quando i terroristi erano quelli della porta accanto, non stranieri, non persone di altre religioni, ma i nostri stessi compagni di scuola. Senza bisogno di conoscere i veri terroristi, chi non conosceva però qualcuno che simpatizzasse per le Brigate Rosse, per i NAR o per Ordine Nuovo, anche se magari solo a parole?

Erano anni in cui i ragazzi credevano con tutto il cuore nella politica ma anche anni in cui per la politica ci si picchiava selvaggiamente. Erano anni in cui spesso si restava a casa per qualche allarme bomba, in cui si aveva paura ad andare in luoghi frequentati, teatro di attentati, in cui a volte trovavamo la scuola bloccata con delle catene, o scoprivamo che la notte era entrato qualcuno per bruciarla.

Gli anni dal 1969 in poi di cui parla Vecoli, sono anni meno violenti di questi, eppure anche lì, in quella Versilia che oggi per me vuol dire vacanze al mare, i ragazzi arrivavano a gesti di una violenza esagerata se non estrema e anche di questa ci parla questo romanzo. Un romanzo che parla del nostro passato. Un passato così irriconoscibile per i giovani di oggi che penso che non potranno che leggerlo come un romanzo storico, un’avventura in un Paese immaginario. Eppure quello che con passione e partecipazione descrive Vecoli era proprio il nostro, era proprio l’Italia, l’Italia della nostra ormai lontana gioventù.

Crescevano sogni” è un libro che dovrebbero leggere anche i liceali di oggi, per provare a capire, almeno un po’, da dove è arrivato il mondo in cui vivono.

Un libro che gli adulti di oggi potranno leggere per riscoprire un passato che ci stiamo dimenticando, mentre l’Italia sembra tornare indietro a tempi persino più antichi.
Un libro di cui mi verrebbe quasi voglia di scrivere la mia versione, parallela ma diversa.

 

IL CALEIDOSCOPIO BOLOGNESE

MandalaConoscevo Massimo Bernardi come fotografo, avendo collaborato alla gallery novel “Il Settimo Plenilunio” da me curata. Ho, dunque, affrontato con curiosità questa sua prova in un campo alquanto diverso quale la scrittura, con il romanzo surreale “Mandala”. Il sottotitolo suona “Il romanzo che il vento soffia via” e credo che sia piuttosto esplicativo dell’approccio narrativo seguito, che un succedersi caleidoscopico di immagini, di situazioni, di citazioni che sfumano l’una nell’altra. Non per nulla il mandala del titolo è un disegno composto di figure geometriche sovrapposte.

Ho scritto “citazioni”, perché Bernardi cita un po’ di tutto, dalle opere d’arte alla letteratura, al cinema, alla cultura pop, alle pubblicità, alla televisione e anche i luoghi che qui compaiono sono quasi essi stessi delle citazioni. Forse il tocco del fotografo si sente proprio in questo, in un vorticoso succedersi di scatti da diverse angolature.

Il carattere surreale scivola con leggerezza dal tono della fiaba, al paranormale al fantascientifico.

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Massimo Bernardi

Dietro a tutto c’è la vita reale, c’è l’Italia, c’è Bologna. E dentro ci sono alcuni personaggi, dal protagonista Dario, che vive questo sogno irreale, a una misteriosa ragazza sosia di Iréne Jacob, agli amici di Dario.

E in questo caleidoscopio viene frullato anche il tempo. Ritroviamo così anche Dario bambino. Non per nulla si parla talora di psicologia e troviamo Dario sul famoso lettino terapeutico.

Ne esce fuori un romanzo originale e vivace, che scompone le regole della narrazione in chiave onirica, se non allucinatoria.

 

 

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GLI ALIENI VEGETALI D’ALTOMARE

Il fuoco e il silenzioSpesso gli autori di fantascienza o di fantastico italiani tendono a scivolare nel gusto “strapaesano” e i loro romanzi finiscono per somigliare a racconti da osteria. Per fortuna non è sempre così e anche la nostra penisola talora sforna autori di livello internazionale, se non come fama, come stile letterario. Questo è il caso di Donato Altomare, di cui ho per ora letto solo due romanzi “L’isola scolpita” e “Il fuoco e il silenzio” (2005), edito da Perseo Libri. Non per nulla, Donato Altomare (Molfetta, 21/07/1951) ha vinto due volte il premio Urania nel 2001 con il romanzo “Mater Maxima” (ora è in uscita una versione ampliata), e nel 2008 il “Dono di Svet”. Non è, insomma, un novellino della fantascienza.

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Donato Altomare

Il fuoco e il silenzio” è una sorta di avventura investigativa che ci ricorda la miglior fantascienza anglo-americana, con alcuni punti di originalità, che rendono il romanzo peculiare, in primis la presenza di una civiltà aliena di tipo vegetale, che se certo non è una novità assoluta, appare ipotesi poco frequentata e, dal mio punto di vista, segno di una visione ampia e coraggiosa sui mondi possibili da parte dell’autore. Trovo, infatti, quasi offensive per l’intelligenza dei lettori quelle storie piene di alieni antropomorfi. Tra i precedenti in tema di creature vegetali abbiamo il magistrale “Il giorno dei trifidi” di John Wyndham, una delle opere che ha contribuito a farmi amare il genere, o “Gomorra e dintorni” di Thomas M. Dish. Di piante pericolose parlano anche “Sanguivora” di Robert Charles, “L’orrore di Gow Island” di Murray Leinster, il suo racconto “Proxima Centauri” e “Il ciclo degli Chtorr” di Davis Gerrold. Ma spesso le piante sono mutazioni di piante terrestri e pressoché mai arrivano a uno stadio evolutivo tale da dimostrare un’intelligenza pari o superiore a quella umana (tranne forse nel citato “Proxima Centauri”). Mi pare, dunque, si debba rendere onore ad Altomare come un precursore in tal senso. A dir il vero anche il mio racconto “I costruttori”, uscito nel primo numero del 2016 di ProgettandoIng parla diRisultati immagini per alieni vegetaliun’invasione aliena di piante, che definirei “organizzate” più che intelligenti.

Un altro aspetto singolare di questo romanzo è la presenza di un gran numero di personaggi, ma tutti distribuiti in squadre alla ricerca del Nemico, composte da cinque membri, che tra di loro si chiamano con i numeri cardinali (Uno, Due…), così ci troviamo a seguire le avventure delle diverse, sfortunate, squadre, quasi come se seguissimo sempre gli stessi cinque personaggi, artifizio letterario che di certo semplifica la lettura, altrimenti saremmo stati catapultati in mezzo a una miriade di nomi propri in cui ci saremmo presto persi. Questo, peraltro, non toglie che alcuni personaggi emergano e si connotino con precisione (rivelando anche i nomi propri).

L’ambientazione, è quella delle grandi saghe spaziali tipo il ciclo “Fondazione” di Asimov, “I Canti di Hyperion” di Simmons o, magari, “Guerre Stellari” o “Star Trek”, con l’umanità sparsa per la Galassia, anche se qui ha un ruolo centrale il pianeta “verde” Mogrius.

 

 

COME E’ CAMBIATA LA SCRITTURA

Ho appena ricevuto la mia copia del nuovo numero di ProgettandoIng, la rivista dell’ordine degli ingegneri, dal titolo “TRACCE”, che contiene il mio articolo “Ultime tracce di inchiostro” su come sia cambiato il modo di leggere e scrivere negli ultimi decenni.

 

RIFLESSIONI DI UN RISPARMIATORE NEI BOSCHI

Risultati immagini per walden vita nei boschiQuando ho inserito “Walden – vita nei boschi” di Henry Thoreau nell’e-reader, mi aspettavo una sorta di versione ottocentesca di “Into the wild – Nelle terre estreme” di Jon Krakauer. Quello che mi sono trovato ad ascoltare con il TtS (Text-to-Speech) del mio lettore era, invece, un misto tra il resoconto della vita di un tale che va a vivere sulla riva di un lago con il proposito di spendere il meno possibile e di dipendere il meno possibile dalla società circostante e le riflessioni pseudo-filosofiche di un proto-ambientalista, che sebbene non si nutra quasi mai di carne e pesce, considera ancora la caccia e la pesca come due sport affascinanti e degni di esser praticati dai giovani per avvicinarsi alla natura. Eppure arriva a dire che l’uomo civile non si dovrebbe nutrire di carne e che per istinto l’uomo prova una certa repulsione a nutrirsene. Cosa che per me potrebbe anche esser vera, ma non certo per tant’altra gente che senza la sua bistecca sembra non abbia mangiato.

Il suo vivere nei boschi è più simile a quello di un barbone operoso o di un tirchio impenitente che non a quello di un eremita o un’asceta. Si costruisce una piccola casa scavandola nel terreno ma lì non vive in solitudine, ma vi ospita varia gente e con varie persone si intrattiene. Coltiva il suo orto e ne vende i prodotti, tenendo un conteggio accurato volto a dimostrare con quanti pochi dollari un uomo possa vivere. Insomma non è certo isolato e del tutto fuori dal consesso civile.

Le sue considerazioni sono delle più varie. Si tenga, comunque, presente che il suo soggiorno presso il lago di Walden si svolse per due anni a metà del XIX secolo.

Ci parla così dell’importanza di leggere i classici (rare le traduzioni dei greci in inglese in quei tempi!) eRisultati immagini per Henry Thoreau i giornali. Ha una sua visione politica che si esprime nella preferenza per gli investimenti in cultura che non quelli nel costruire i ponti di cui non vede l’utilità (si cerchi un passaggio più in là) o nelle ferrovie, pur apparendo in qualche modo affascinato da questo “destriero di fuoco” che è il treno, che viaggia a ben 30 miglia all’ora! Ma che poi non è che ci faccia davvero risparmiare molto tempo, secondo lui. Ci parla dell’ospitalità e dei rapporti di buon vicinato, dandocene la sua opinione in merito. Quanto alla fede gli pare che la gente sia educata alla credenza come bambini, privandola della capacità di ragionare.

La sua idea sembra sia quella di vivere l’oggi, di andare a caccia di se stessi piuttosto che di animali, di esplorare il proprio io invece del mondo. Per lui i veri disertori (dalle cose importanti) sono coloro che vanno in guerra.

Ogni tanto si ferma a contemplare la natura che lo circonda e ci parla di pernici, formiche, colombi, volpi, del suo lago, creduto senza fondo, ma che lui si prende la briga di scandagliare per dissipare una simile credenza ingiustificata. Lo studia anche per scoprire se abbia emissari o immissari sotterranei. Fa considerazioni sul ghiaccio che lo ricopre e tiene statistiche sui periodi in cui questo si rompe.

Nel complesso appare come un libro che mescola un po’ troppi temi, che fa considerazioni che oggi appaiono piuttosto banali.

Certe posizioni pacifiste, ambientaliste e di ricerca del sé che nella metà del XIX secolo potevano magari essere innovative, però non argomenta nessuna tesi con sufficiente convinzione e profondità. Ne esce un libro che, tutto sommato, mi ha lasciato poco.

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Il lago di Walden in Massachussets 

FANTASCIENZA PER FISICI

Stella doppia 61 CygniSe cominci a leggere un romanzo che si chiama “Stella Doppia 61 Cygni”, può venirti il sospetto di essere davanti a vera fantascienza, di quella di vecchio stile, fatta da scienziati prestati alla letteratura. Se poi scopri che il titolo originale era “Mission of Gravity” non dovresti poi stupirti troppo di trovarvi all’interno non poche considerazioni che sembrano fatte apposta per il diletto di qualche fisico. L’autore statunitense Hal Clement (pseudonimo di Harry Clement Stubbs -Somerville, 30 maggio 1922 – Milton, 29 ottobre 2003 ), vanta, in effetti sia un bachelor in astronomia preso ad Harvard, sia studi in chimica.

Il romanzo poi è degli anni d’oro della fantascienza, pubblicato a puntate nel 1953 e in volume nel 1958.

Copio per comodità da wikipedia la descrizione, che mi pare corretta, del pianeta su cui è ambientata la storia: “Mesklin è un gigante gassoso in orbita attorno a 61 Cygni A. Ruota su sé stesso in 2 ore ed 8 minuti ed ha assunto la forma di un ellissoide molto schiacciato, «da far vergogna a Saturno». Gli elevati valori della velocità di rotazione e dello schiacciamento determinano marcate variazioni dell’accelerazione di gravità tra i poli e l’equatore. Nel romanzo Clement ipotizza che si registrino 3 g all’equatore e circa 700 g ai poli.”.

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Hal Clement

Dunque, le anomale caratteristiche del pianeta sono al centro della storia inventata da Clement, che immagina una spedizione umana sul pianeta, coadiuvata da una razza indigena del luogo, delle creature intelligenti simili a millepiedi, lunghe mezzo metro, che strisciano per resistere alle altissime gravità e non concepiscono la possibilità di volare. Sono esseri che respirano una miscela di idrogeno e metano e con una biologia del tutto diversa dalla nostra. Il pianeta, oltre ad avere le singolarissime differenze gravitazionali, ha anche elevate escursione termiche. Insomma, un ambiente davvero poco adatto all’uomo. Per fortuna gli indigeni si prestano ad aiutare la spedizione terrestre nel recuperare delle apparecchiature scientifiche abbandonate su un razzo, difficile da raggiungere e sono loro i veri protagonisti della storia, vera peculiarità di questo romanzo. Per certi aspetti ragionano forse in modo un po’ troppo umano, pur con le loro fobie dell’altezza, ma va reso onore a Clement per aver creato un mondo molto originale e delle creature  quanto meno per nulla antropomorfe, lontane anni luce dagli alieni stereotipati di Star Trek. Nell’insieme, comunque, un romanzo gradevole anche per chi non sia appassionato di fisica, astronomia o chimica, anche se costoro vi troveranno di sicuro un maggior godimento. Penso comunque che Clement con questo romanzo si sia guadagnato il titolo di “Creatore di Mondi”, che gli conferisco personalmente, categoria, per me tra le più pregiate di autori.

Nel 1970 Clement ne ha scritto un seguito (“Luce di stelle”) e nel 1973 ha realizzato un racconto collegato.

 

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