Posts Tagged ‘racconti’

I DUE LATI DI UNA LUNA SURREALE

Risultati immagini per hanno invaso la SvizzeraRieccomi a leggere uno dei libri surreali di Massimo Bernardi dopo “Mandala”. Il suo nuovo lavoro si chiama “Hanno invaso la Svizzera” e il titolo continua nel sottotitolo “e altri racconti brevi per letture notturne”. Se “Mandala” è un caleidoscopio che tutto mescola situazioni, citazioni, fiaba, fantascienza, paranormale, psicologia, tempo, vita reale, Italia, Emilia, Bologna, “Hanno invaso la Svizzera” si presenta più strutturato.

Innanzitutto, il volume è diviso in parti.

La prima, “The bright sight of the moon” si divide a sua volta in tre “Sogni d’oro. Quando la mente di notte viaggia libera”, “Scherzi del caso. Le curiose coincidenze della vita” e “Come sparire completamente”.

La seconda “The dark side of the moon” comprende “Con il favore della notte. Visioni ispirate ai dipinti di Sergio Padovani”, “Il dolce domani. Piccoli sogni d’oro e d’argento sotto la coltre di neve dell’inverno” e “Parole nello spazio. Liberi pensieri in libera stanza”.

Ciascuna di queste sei parti è composta da una miriade di micro-racconti, in qualche modo riuniti per genere.

Al di là dell’ovvio riferimento ai Pink Floyd, avrete capito che anche qui l’elemento onirico è fondamentale. Molti racconti hanno, infatti, la tipica successione degli eventi dei sogni, per mere associazioni mentali, direi, psicologiche.

Introduce il volume la prefazione del grande Dino Buzzati. Dino Buzzati? Ma come, direte voi, lo scrittore bellunese non è morto nel 1972, mentre il volume di Bernardi è del 2018?

Ovviamente, anche la prefazione è di Bernardi che ci gioca, raccontando di quanto sia difficile per un autore come lui emergere e si paragona al Drogo del suo capolavoro “Il deserto dei Tartari”, in perenne attesa di qualcosa (i Tartari o il successo o “la speranza del nuovo” – pag. 7) che non arriva mai.

Risultati immagini per hanno invaso la Svizzera

Massimo Bernardi

Lo stesso BuzzatiBernardi, ci spiega che “qui di sogni se ne trovano a bizzeffe”, “storie oniriche senza capo né coda che sembrano venire dalle tele di surrealisti; poi storie di gente che scompare all’improvviso senza lasciare traccia alcuna; infine storie su come il caso nella vita ci giochi strani scherzi” (pag. 8) ed ecco raccontato già il lato luminoso della luna.

Quanto a quello oscuro BuzzatiBernardi ci spiega come lì “le atmosfere virino decise verso l’arcano, il mistero e l’inquietudine”, “non solo, ma il Bernardi sembra voler fare un ulteriore tuffo carpiato con triplo salto mortale verso i territori profondi dell’inconscio, sempre più inesplorati” (pag. 9).

Oltre a Buzzati, tra i riferimenti letterari di Bernardi troviamo anche Stephen King, con il pagliaccio di IT che compare già nel primo racconto. Come basi culturali mi trovo perfettamente allineato a lui: due grandissimi autori.

Ed ecco già in questo primo mini racconto i palloncini che volano in cielo, che spesso ritornano nelle storie, per esempio a pag. 54 “un palloncino lasciato andare di proposito da una bambina a molti chilometri di distanza”.

Chi altro cita, oltre a loro e ai Pink Floyd? Ne dirò solo alcuni: Christo (l’artista), Cristo (il fondatore della setta ebraica ben nota), Madonna (la cantante), Van Gogh, Hugo Ball,  Francesco Guccini (“il macchinista anarchico guida La locomotiva”, Carmen Consoli, John Lennon, Francesco Totti, King Kong, Donkey Kong Jr., Sandokan (Guido e Maurizio De Angelis, più che Emilio Salgari), Bach, Wong Kar-Wai, Wagner, Leopardi, Dylan Dog, Guido Gozzano (“buone cose di pessimo gusto” – pag. 39) e chissà quanti altri che ora mi sono sfuggiti o non  ricordo.

Ora vorrei darvi giusto un accenno della sua prosa, prendendo un breve brano dal secondo capitolo:

Ai lati della strada vedo grandi pareti di rocce vulcaniche rosse e viola con incisi sopra dei disegni rupestri con scene di caccia, pesca e mercante in fiera. Qualche impronta di dinosauro, qualche dedica in stampatello a un amore perduto firmata con il sangue”.

O ancora, più avanti (pag. 55):

C’è una ragazza con un basco cremisi e una mantellina azzurra che sta dipingendo all’aperto, noncurante del forte veto che si sta alzando”, fin qui pare quasi normale, poi più avanti “man mano che lei procede a dipingere, il suo tatuaggio va scomparendo per riapparire poi esattamente  uguale sulla tela”.

Risultati immagini per guardia svizzeraColgo il riferimento alla pittura per ricordare che Bernardi è anche appassionato di fotografia. Fu proprio il suo contributo come fotografo al volume illustrato (“gallery novel”) “Il Settimo Plenilunio” (di cui fui un autore e il curatore) che abbiamo cominciato a conoscerci meglio.

Un altro esempio?

A quel punto il mostro rivela al bambino biondo un po’ di gossip in un orecchio: il terzo segreto di Fatima, la verità sulla nascita dell’universo e due o tre giochi di prestigio che gli serviranno da grande per fare colpo sulle ragazze”.

La natura onirica della narrazione emerge soprattutto in brani come “non è più il parco della mia infanzia ma una specie di grande baraccone, un mondo fittizio dato dalla somma di tanti luoghi immaginari visti nei film, che ci vengono incontro storti, di sbieco, sottosopra, a seconda dei folli movimenti della giostra”. Mondo sognato, dunque, ma anche mondo-citazione. Mi viene, allora, un po’ in mente quello che cercai di fare con il mio thriller “La bambina dei sogni” (qui però la narrazione è meno onirica), quando alle vicende dell’inquietante bambina adottiva con il potere di manipolare i sogni mescolavo citazioni letterarie.

Quali racconti ho preferito? Beh, la mia natura onirico-razionale (anche io amo il mondo dei sogni, non per nulla nella biografia che mi ha dedicato Massimo Acciai Baggiani mi ha definito “Il sognatore divergente”), mi porta a preferire storie fantastiche ma con sviluppi narrativi più concatenati, dunque per me “Le curiose coincidenze della vita” e “Come sparire completamente” sono le parti che raccolgono i racconti che ho apprezzato maggiormente.

LA SERIETÀ DELL’ESISTERE

libroLibro serio, questo di Antonella Cipriani, non per nulla l’ha intitolato “Qualcosa di molto serio e altri racconti”. Libro in cui si parla del mal di vivere, delle fragilità della mente, di altre malattie, di morte e lutti.

La scrittura scorre veloce e piana, senza intoppi o refusi (ed è tanto!) ma non per questo priva di piccoli giochi con le parole, di immagini che colorano le righe animandole e regalando un valore aggiunto di significato. Già nella prima pagina, per esempio, leggiamo “Tranquillità e calma regnano sovrane o sono prigioniere – sempre per un medesima questione di punto di vista”. Frase che mi pare emblematica dell’intero volume, dove la nave procede con calma e tranquillità, anche se il mare si presenta alquanto mosso.

Il primo racconto, che dà il nome alla raccolta, ci trascina subito in un’atmosfera in bilico tra reale e soprannaturale (“Da un po’ di tempo accadevano strane cose. Doveva essere Qualcosa di molto serio”) ed ecco che troviamo la protagonista travolta da una serie di piccoli complotti delle cose e delle persone, con tanto di passeri, piccioni e cavallette morte che compaiono ovunque.

Il secondo racconto “Stai dietro al leone” appare già più sereno, anche se la frase del titolo è pronunciata da un moribondo. Quel che scatena non sono, però, pensieri di morte, ma un desiderio di condividere e ricostruire un sogno altrui, impresa che si rivelerà, come ovvio, impossibile.

Non poteva mancare un racconto sugli incontri virtuali (“Chat”), che ne descrive la vacuità.

Il sogno è centrale in questa silloge. Il racconto “Non c’è proprio nessuno” comincia proprio con la secca frase “Lei sognava” e ci trasporta poi in un mondo onirico che sembra strabordare e compenetrare quello della veglia.

Risultati immagini per antonella cipriani GSF

Antonella Cipriani (Gruppo Scrittori Firenze)

Altro tema importante è il ricordo e lo vediamo protagonista in “Fotografie” e ne “Il segreto della scatola di latta” dove l’infanzia si prolunga e trova un punto di incontro con l’età adulta, ma sempre legate da qualcosa che non è poi così diversa da un sogno.

La perdita e l’assenza danno sostanza ad “Aspettando il Natale”, che indaga l’animo di chi è rimasto solo in un giorno che non può che risvegliare memorie e usi ripetuti.

L’autrice arriva, però, a cogliere anche il lato ironico della morte e di questa perdita ne “Il funerale di Maria C.” o le strane coincidenze che spesso si abbinano anche agli eventi più tristi in “Vittoria”.

La malattia della mente, che aveva aperto la raccolta, trova una nuova e più dura raffigurazione in “Capisci tutto tu”, sul degrado da alcolismo, ancora una volta generato dal dolore di un lutto.

All’apparenza un po’ diverso dagli altri racconti è “Perdente ma vivo”, che ci fa vedere un uomo in fuga da personaggi pericolosi, ma di nuovoRisultati immagini per morte troviamo tematiche legate alla difficoltà del vivere, con un metaforico rinchiudersi in se stessi.

È una storia di malattia, “Sogno e realtà”,  a chiudere la silloge, mostrandoci che la cecità degli occhi nulla ha a che vedere con quella della mente e della fantasia, donandoci un pizzico di speranza.

QUALCOSA SI MUOVE A FIRENZE

libroQualcosa si muove a Firenze, in questa città che strenuamente resiste all’avanzata dei barbari dal nord, in quest’oasi che si oppone alla diffondersi del virus dell’ignoranza e dell’incomprensione.

Nel capoluogo toscano, alcuni anni fa, è nato un movimento di gente che ama i libri, la letteratura, la cultura e l’arte. È nata un’associazione che orgogliosamente e semplicemente si definisce GSF – Gruppo Scrittori Fiorentini, cui anch’io ho aderito, seppur con colpevole ritardo. Il Gruppo è attivissimo con un’agenda così piena che spesso più eventi si sovrappongono nella stessa giornata.

Nel GSF non ci sono solo scrittori o aspiranti tali, ma anche artisti di altro genere.

Nasce così l’idea di Chiara Novelli e Anna Pagani di mettere assieme arti visive e scrittura e realizzare così un “libro d’arte” che unisse le opere di cinque artisti (la stessa Chiara Novelli, con Nicoletta Manetti, Gianni L’Abate, Roberto Mosi e Raffaele Masiero) con degli scritti ispirati ai loro dipinti o fotografie, brevi racconti, pensieri in libertà e poesie. Gli autori abbinati a ciascun artista sono 5 e assieme costituiscono una sezione del volume (Nascita, Natura, Amore, Tempo e Viaggio), per un totale di 25 scrittori (Corinna Nigiani degl’Innocenti, Paola Vergari, Cristina Gatti, Giulietta Casadei, Massimo Maniezzi, Renato Campinoti, Claudio Raspollini, Benedetta Manetti, Daniele Locchi, Mirko Tondi, Michele Protopapas, Claudia Muscolino, Gabriella Campini, Maurizio Castellani, Eleonora Falchi, Fabrizio De Sanctis, Anna Crisci, Maila Meini, Margherita Pink, Nicola Ronchi, Antonella Cipriani, Francesca Pacchierini, Paolo Orsini, Vincenzo Maria Sacco).

La prefazione è di Giandomenico Semeraro, l’introduzione di Anna Pagani, la postfazione del presidente di ALA Marco Rodi, i ringraziamenti finali del presidente del GSF Vincenzo Maria Sacco.

Il progetto è stato realizzato dalla casa editrice consociativa livornese A.L.A. – Associazione Liberi Autori, in un album a colori di dimensioni A4, che raccoglie dunque 25 immagini e 25 scritti, in cui la compenetrazione reciproca è tale sia visivamente, sia con sfondi dei testi che riprendono le immagini descritte, sia con il ricorso, talora, a forme di scrittura visuale, sia per la natura quasi pittorica di molti testi. Ci troviamo, infatti, spesso di fronte a elaborati, in prosa come in poesia, che somigliano a quadri descrittivi, più che a narrazione di eventi.

Il volume, intitolato “La gioia di vivere” (quale sempre esprime questo vivace gruppo), rimane così davvero come un album di ricordi da conservare in libreria. La collana in cui compare e che è da questo volume inaugurata, si chiama appunto “Gli album”.

La lettura scorre veloce e facile sugli ampi caratteri scelti per rendere al meglio l’impatto visivo desiderato. Questa commistione di immagini e testi non può che ricordarmi la realizzazione delle due “gallery novel” (“Il Settimo Plenilunio” e “Jacopo Flammer nella terra dei suricati“) da me curate, facendo, però, realizzare le immagini in funzione dei testi e non viceversa come ne “La gioia di vivere”.

In bocca al lupo a tutti gli amici del GSF, con l’augurio di poter presto affrontare nuove avventure culturali.

LA DIFFICOLTÀ DEI RAPPORTI

La silloge “La grande rivelazione” è l’opera prima di Paolo Orsini, uno dei soci fondatori del GSF – Gruppo Scrittori Fiorentini. Prende il nome da uno dei racconti e si articola in 15 storie, una prefazione di Chiara Myriam Novelli e una postfazione di Mirko Tondi, maestro di scrittura di Paolo Orsini.

Sono storie che parlano del nostro vivere quotidiano, che spesso toccano il tema dei rapporti con l’altro sesso. Spesso si tratta di incontri o amori mancati, come a voler evidenziare una certa difficoltà di rapportarsi tra uomini e donne.

Già nel primo racconto (“La finestra aperta”), per esempio si legge “la sua bellezza era destabilizzante”. A volte il contatto proprio non si realizza, come ne “La buttadentro” o ne “La porta”.

Altre volte i rapporti sono “convergenze divergenti” (termini che sono solito associare alle ucronie, ma che qui non c’entrano per nulla anche se vi si cita uno dei principi cardini del genere “Fu come la teoria del caos, un frusciare d’ali di farfalla che provoca un uragano all’altro capo del mondo”). Altre volte, penso a “Direttissima o panoramica?”, l’incontro si rivela solo un sogno. Altre volte le vite sembrano fluire su binari paralleli (“Il cinghiale”) che non possono incontrarsi.

Quando l’avvicinamento si realizza (“Due ore” o “Il gatto”) è destinato a concludersi con una separazione. Altre volte (“La grande rivelazione”) Orsini ci parla della difficoltà di comunicare i sentimenti.

Si arriva a estendere questa “analisi” dei rapporti interpersonali a quelli interraziali come con il racconto “capodanno persiano”.

Paolo Orsini – marzo 2019

Vi è, talora, persino, un’incapacità dei personaggi di controllare le situazioni (“Sapevano quello chestavano facendo, ma al contempo fingevano di non saperlo”), che possono persino sfuggire di mano come nel racconto finale, dai toni surreali “Epilogoesemplare”.

A volte, la difficoltà di rapportarsi, chiave dell’antologia, ha come controparte degli oggetti come in “Gentile ospite” o “Il gemito dell’orchidea”.

Orsini ci descrive, insomma, la difficoltà di rapportarsi di questo nostro mondo contemporaneo e l’insoddisfazione che ne deriva (“Spesso mi chiedo se sono soddisfatto della mia vita”).

Una chiave umoristica e autoironica è quasi sempre presente a stemperare o caricaturizzare situazioni che possono anche avere una loro drammaticità e che, in ogni caso, sono espressione di un intenso mal di vivere.

EMOZIONI DEL QUOTIDIANO

Difficile dire da quanto tempo conosco, almeno virtualmente Guido De Marchi. Probabilmente dal 2001, quando cominciai a frequentare il Laboratorio di Scrittura di Liberodiscrivere, che poco dopo si trasformò in casa editrice e pubblicò, tra i suoi primi 5 libri, il mio “Il Colombo divergente”.

Sicuramente sul sito di Liberodiscrivere molte volte ho incrociato e letto qualcosa di Guido De Marchi. Forse intorno al 2002-2003 cominciai a proporre ai membri del sito alcuni giochini letterari, del tipo “ora scriviamo tutti un racconto intitolato…”, oppure scriviamo un haiku, o scriviamo un’ucronia. Da quest’ultima idea nacque l’antologia “Ucronie per il terzo millennio”. Tra i titoli da me proposti c’era senz’altro “Sexy doll”. Un altro titolo su cui ricordo che in molti si cimentarono era “Gente di montagna”. In questo caso non sono sicuro di averlo proposto proprio io, ma vi partecipai.

Perché vi racconto tutto questo? Perché ho appena finito di leggere l’antologia “Piccole storie metropolitane”, scritto e autopubblicato da Guido De Marchi, e ho avuto la sorpresa e il piacere di scoprirvi, tra vari altri, due racconti intitolati proprio così e che sono pressoché certo furono scritti in quell’occasione.

Piccole storie metropolitane” di racconti ne contiene numerosi, tutti accomunati dalla voglia di descrivere personaggi e luoghi quotidiani, di tutti i giorni, ma carichi di una loro poesia. De Marchi del resto, oltre che narratore è poeta e pittore. Ricordo di aver letto di lui “Haiku per un mese” (con una mia introduzione), la silloge poetica “L’ombra del verso”, scritta assieme a Francesco Brunetti, e i versi “Non voglio essere poeta”.

Piccole storie metropolitane” è quasi poesia in prosa. De Marchi dice “tutto ciò non evoca la città, ma la vita che in questo luogo si agita”: vale per la copertina di cui parla ma anche per tutta la raccolta, in cui “ogni storia è una memoria che riporta in vita un evento”, ogni racconto ci regala la “consapevolezza della nostra fragilità” e le “emozioni del quotidiano”.

De Marchi, nato a Genova nel 1940, di vita ne ha attraversata non poca, con sguardo attento e sensibile e di storie ne ha tante da raccontare, tanti amici da ricordare, veri o immaginari poco importa.

E così tra scorci cittadini di un tempo che fu, con “le vecchie lampade, col loro cappello smaltato (scuro sopra e bianco sotto) che creavano coni di luce

Risultati immagini per Guido De Marchi

Guido De Marchi

che piovevano sulla gente come quelle del palcoscenico”, con le antiche farmacie, con le osterie (poi soppiantate da bar e pub), scopriamo personaggi come il misantropo filantropo Lino, il piccolo Tino maestro delle cose della natura, Giovanni, maestro di fotografia, il fattorino Aldo che scopre la fine della solitaria signorina Clara, il fratellastro ritrovato, l’emigrato Marco, il solitario Mario che si spegne senza nessuno, l’amico aggregante Mattia, il determinato Luigi, i bambini che osservano le stelle, Antonio che vive libero dai telefoni, i piccoli contrabbandieri, l’amore di Franco e Gina, il tradimento virtuale con la bambola gonfiabile, l’amore quasi impossibile. Entriamo poi nelle case e scopriamo i segreti di un cassetto a lungo chiuso, il sogno di una libreria, il giardino in una bottiglia.

Questo è il mondo di Guido De Marchi, queste sono le sue “Piccole storie metropolitane”.

WP_20190319_16_56_33_Selfie.jpg

DIECI ANNI DI IF

IF Insolito & Fantastico n. 22Corpo & computer” è il terzo numero monografico della rivista IF – insolito & Fantastico da quando la rivista è passata dall’editore Tabula Fati (Solfanelli) a Odoya (Meridiano Zero).  Nel passaggio non ha perso i suoi principali collaboratori, tra cui il sottoscritto, che ci scrive sin dai primi numeri. Come ricorda il direttore della rivista Carlo Bordoni nell’editoriale d’apertura, con questo numero 22, IF celebra dieci anni di attività, rivelandosi una delle più longeve riviste di critica letteraria nel campo del fantastico. Si festeggia anche un importante riconoscimento. L’ANVUR- Agenzia nazionale di Valutazione del Sistema Universitario ha riconosciuto IF “rivista di carattere scientifico per l’area 10, Settore F4, Critica letteraria e letterature comparate”, rendendo la rivista utilizzabile  nei concorsi universitari e in ogni altra occasione per attestare la propria produzione scientifica e letteraria.

Ho il piacere di essere presente in questo numero non con un saggio (come spesso in passato), ma con il racconto fantascientifico “Corputer” in cui si immaginano computer integrati nei corpi umani e un social network estremamente pervasivo, detto “Mindnation”.

L’intero volume tratta, infatti, del rapporto tra corpo umano e sistemi di intelligenza artificiale, ma anche di cyborg.

Curatore del numero è Domenico Gallo, che apre con il saggio “Cantare corpi elettrici” in cui ci mostra come “una delle caratteristiche fondamentali della fantascienza” sia “quella di essere una letteratura capace di leggere il presente con estrema profondità”. “Forse la fantascienza è il modo che ha la letteratura di affrontare la realtà quando ogni strumento di analisi si è esaurito, quando la buona e vecchia narrativa non riesce ad agguantare quanto c’è di sfuggente nel mondo davanti ai nostri sensi e noi ne siamo costantemente perturbati”. Non basterebbe questo pensiero a sdoganare la fantascienza e il fantastico e a dargli una dignità pari, se non superiore al mainstream! Ottimo che concetti simili siano affermati in riviste di genere, ma quanto dovremo attendere per ritrovare queste frasi in volumi di storia della letteratura?

Quando ammetteremo, tutti, che “la fantascienza è stata la letteratura del XX secolo”? Quando capiremo che “le tecnologie sono il marchio indelebileRisultati immagini per Cyborg dell’umano”? Che sono esse a caratterizzarci davvero?

Segue il saggio di Riccardo Gramantieri “Uomini e macchine: la fantascienza delle creature artificiali”, dove, tra le altre cose, parlandoci di cyborg, cita, Hook C.C. “la specie umana non rappresenta la fine di un processo evolutivo, bensì il suo inizio”, l’uomo come primo gradino verso una creatura nata dalla fusione con la tecnologia e la genetica, capace di colonizzare spazi nuovi. Parlandoci di virtuale ci racconta, anche, come Vernor Vinge “ritrae un futuro prossimo ove non sarà possibile distinguere la realtà dal virtuale: questo perché il mondo virtuale sarà visibile altrettanto bene del mondo reale”, l’uomo si andrà a confondere sempre più con la macchina e i suoi prodotti.

Interessanti, poi, le considerazioni di Alessandro Fambrini in “L’evoluzione e la macchina – Considerazioni sulle metamorfosi del corpo”, per esempio, quando parla di “Giganti” di Doblin in cui è messa “in scena un’umanità che si serve dapprima della macchina per espandere il proprio dominio sulla natura e finisce poi per violentarla e indurla alla ribellione”.

L’apporto della genetica alla mutazione dell’uomo nel post-uomo è qui evidenziata parlando de “La disorigine della specie” di Dietmar Dath.

Come dimenticarci del nostrano Italo Calvino parlando del difficile rapporto uomo-macchina?

Se ne occupa Jacopo Berti in “L’umanità superflua di Italo Calvino”. Particolare è lo sguardo di questo autore: “la conclusione delle Cosmicomiche è amara, la specie umana, che avrebbe potuto essere lo strumento attraverso cui l’universo prende consapevolezza di se stesso e si dà una storia, sembra essere invece una strada senz’uscita dell’evoluzione”.

In “Ti con Zero” si chiede “avremo così macchine capaci di ideare e comporre poesie e romanzi?” e afferma “è con animo sereno e senza rimpianti che constato come il mio posto potrà essere occupato da un congegno meccanico”. Il lavoro può essere affidato a un computer e “all’uomo resta il piacere della lettura e, più in generale, di percepire e interpretare il mondo” (sempre che anche questo un giorno lo sappiano fare meglio le macchine, dico io!). “L’uomo può diventare di fatto obsoleto” è la grande intuizione di Calvino, che si pone un passo avanti nell’analisi dei rapporti tra uomo e macchine.

Le macchine da tempo sapevano di poter fare a meno degli uomini, finalmente li hanno cacciati”. “Perché il mondo riceva informazioni dal mondo e ne goda bastano ormai i calcolatori e le farfalle” conclude poeticamente Calvino.

Roberto Paura in “Vite simulate ed escatologie tecnognostiche” parla della confusione tra creatori e creature: viviamo in un mondo artificiale creato da qualcun altro? Viviamo in mondi artificiali matrioska, l’uno dentro l’altro? “Per gli gnostici, la realtà fisica in cui viviamo non è che un’illusione creata da un demiurgo malvagio”.

Ignazio Sanna in “Uncanny valley” ci racconta il robot tra arte e ricerca scientifica.

Tomasz Skocki ci racconta “Le visioni postumane di Jacek Dukai” il maestro polacco del world building, autore anche di ucronie come “Ghiaccio”.Risultati immagini per Cyborg

Giuseppe Panella ne “Il corpo esteso” ci parla di cyborg.

Francesco Verso descrive una “Umanità geo-tecno distribuita”, ispirandosi a William Gibson “il futuro è già qui, solo che non è equamente distribuito”, mostrando come questo sia in corso di superamento.

È un’interessante analisi storica quella di Domenico Gallo in “Computer umani e computazione” sulle persone che, in passato, prima dell’informatica, erano impiegate per effettuare calcoli matematici complessi.

Completata la parte monografica della rivista “Corpo & computer”, troviamo un saggio di Giulia Iannuzzi sul fandom italiano, una recensione di Roberto Risso della distopia “L’uomo verticale” di Davide Longo, un’analisi della fantascienza a fumetti di Daniele Barbieri, una riflessione sul rischio di obsolescenza del fantastico scritta da Alessandro Scarsella.

La parte narrativa della rivista comprende i racconti:

  • “Giardino di inferno” di Silvina Ocampo, versione al femminile della fiaba di Barbablù, a sua volta ispirata alle efferatezze pederastiche del Maresciallo Gilles de Rais (di cui scrissi nel mio romanzo “Giovanna e l’angelo”);
  • “Corputer” del sottoscritto Carlo Menzinger di Preussenthal in cui un piccolo gruppo di persone cerca di ribellarsi allo strapotere del social network Mindnation;
  • “Mondo a misura d’uomo” di Dario Marcucci, che descrive una devastante invasione aliena e un’umanità trasformata in attrazione zoologica.

Chiudono il volume  la rassegna sulla fantascienza del 2017, fatta da Riccardo Gramantieri, la recensione di Francesco Galluzzi del saggio sulle “Figures pisantes” di Jean-Claude Lebensztejn, quella di Walter Catalano del saggio “Io sono Burroughs” di Barry Miles, in cui Catalano esprime la diffidenza, che condivido, verso questo autore, quella di Stefano Rizzo al saggio “Le meraviglie dell’impossibile” di Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco, quella di Carlo Bordoni al volume di Umbero Eco e Jean-Clude Carrière “Non sperate di liberarvi dei libri” in cui i due autori si preoccupano del dilagare della digitalizzazione dei testi e della fine che possono fare le librerie alla morte dei loro proprietari.

Si finisce con il raccontino fulminante di Luigi Annibaldi “Il cuore della terra”.

 

UN PLANETOIDE DI SPAZZATURA VIVENTE

Pulphagus ®: fango dei cieliGli italiani non leggono e non scrivono fantascienza? Avete mai sentito questa frase in forma in affermazione? Io sì. Penso sia vero che gli italiani leggano poco in genere, non solo fantascienza, ma forse leggono più di quanto si creda semplicemente perché i libri non li comprano ma li scaricano in rete o se li fanno prestare. Come in tutta l’economia nazionale, anche qui c’è tanto sommerso.

Quanto a non scrivere o non saper scrivere fantascienza, credo sia un altro mito da sfatare. A parte il sottoscritto, che qualcosa di fantascienza ha scritto (per non parlare dell’ucronia che è un genere affine), mi è capitato anche di recente di leggere buona fantascienza italiana. Penso per esempio a Donato Altomare. Ora poi ho appena finito di leggere un insolito romanzo di Lukha B. Kremo, che altri non è che Gianluca Cremoni Baroncini (Livorno, 20/06/1970). Si tratta di “Pulphagus® Fango dei cieli” con cui Kremo ha vinto nel 2016 il Premio Urania e nel 2018 il Premio Vegetti (per il quale quest’anno è in finale il mio IL REGNO DEL RAGNO). Come autore ha pubblicato molte opere di fantascienza o fantastiche in genere e ha ricevuto numerosi riconoscimenti.

I suoi esordi sono con il romanzo “Il grande tritacarne” che è definito alla Delany (proprio l’autore di quel “Dhalgren” che così poco mi è piaciuto).

Non sarà molto, ma Kremo mi pare decisamente un allievo superiore al “maestro”, perché il suo “Pulphagus® Fango dei cieli” è un’opera decisamente più concreta, originale e fantascientifica di “Dhalgren”.

Immagina soprattutto due cose: che un pianetoide sia inserito in orbita subalunare e trasformato in discarica per la Terra® e che, in un folle sviluppo del consumismo, molte parole siano registrate e il loro uso ne comporti il pagamento.

Risultati immagini per Lukha Kremo

Lukha Kremo

A queste due idee aggiunge che questo planetoide, denominato Erewhon (come nel romanzo di Samuel Butler) ma noto come Pulphagus dal nome della ditta che lo sfrutta, non sia un freddo sasso simile a una seconda Luna (ricordo qui “Dhalgren”), ma un piccolo mondo vivente, in cui, nutrendosi degli scarti dell’umanità si sviluppa una strana forma di vita che permea l’intero planetoide, con lunghi peli, sacche di muco, pustole. Non solo. Questo mondo semivivente comincia a fagocitare gli stessi esseri umani che vi lavorano come in una sorta di inferno. La gente scompare, poi si scopre che si trasforma in una sorta di zombie, sessualmente attivi, che violentano le donne oltre a mangiare tutto quel che si muove. Vi ci si muove una simpatica banda di ragazzi alla Stephen King, vestita con tute logore da lavoro dei genitori e che si fingono supereroi.

La lettura in Text-to-Speech appare non proprio agevole per il continuo ripetersi di ®, # e © che accompagnano molte parole, anche se, immagino, la maggior fatica debba essere per i personaggi, che per evitare le parole “care”, sono costretti a parlare usando parolacce. Un pianeta fogna si rivela così tale anche nel linguaggio.

Più che a “Dhalgren” leggendo mi vengono in mente ben più nobili esempi di pianeti viventi, quali “Solaris” di Lem e “Nemesis” di Asimov.

Il volume è completato oltre che da una postfazione sull’autore e da un breve saggio sul regista Stanley Kubric, anche dai lunghi racconti “Lo sguardo di Pulphagus” e “Piano divino”. Nel primo uno dei personaggi del romanzo sperimenta un sistema per impiantare la propria mente nel corpo di una bella ragazza. Nel secondo si sviluppa quest’idea.

In “Piano divino”, entrando in un’altra dimensione “accartocciata” gli scienziati riescono a prelevare le menti di personaggi famosi nel momento in cui stanno morendo, reimpiantandole nei corpi di gente qualunque in coma. Vengono così, ucronicamente, risvegliati Napoleone, Giulio Cesare, Garibaldi e altri. Appare, poi, inevitabile far rivivere anche Cristo. Gesù torna così in vita nel nostro tempo e critica il mondo, la Chiesa e l’applicazione della sua parola. Lo uccidono quasi subito, ma viene ripescato di nuovo e impiantato nella mente del nuovo papa, che subito rivoluziona la Chiesa, per essere ancora una volta ucciso in fretta. Gesù si risveglia nel suo tempo e rivela alle tre Marie dove è stato in quei tre giorni e anche che ha lasciato al papa che succederà alla sua ultima reincarnazione un messaggio in cui racconta del proprio omicidio.

Anche con questo romanzo breve, Kremo dimostra una buona dose di originalità, mescolando fantascienza e ucronia e trattando un tema che in pochi autori di fantascienza affrontano: la Chiesa cattolica. E in questo mi viene da accostarlo al grande Dan Simmons e ai suoi romanzi “I Canti di Hyperion”.

Questo volume non sarà forse un capolavoro assoluto, ma se la fantascienza italiana è questa, direi che è vitale e di sicuro Kremo è uno che di fantascienza ne deve aver letta parecchia.

Risultati immagini per pianeta spazzatura

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: