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VERSI, CANZONI E UN ESAGRAMMA

Risultati immagini per Esagramma 41 AcciaiLo sapete che cos’è un esagramma? Leggendo il titolo della silloge poetica di Massimo Acciai (Baggiani)Esagramma 41”, mi è venuto qualche dubbio in proposito. Per me era soprattutto una figura geometrica!

Wikipedia non sarà infallibile ma questo dice: “Un esagramma (dal greco ἑξάγραμμα) è un poligono stellato a sei punti con notazione di Schläfli {6|2}, 2{3}, or {{3}}. È l’unione di due triangoli equilateri. L’intersezione è un esagono regolare. È usato storicamente in contesti culturali e religiosi, come ad esempio la Stella di Davide, Induismo, Occultismo e Islamismo.”

Ormai conosco abbastanza Massimo Acciai da immaginare che il termine per lui deve richiamare proprio le simbologie orientali piuttosto che la geometria.

Nei ringraziamenti a fine volume, l’autore ringrazia, tra gli altri, Andrea Verza “che ha calcolato per me il mio esagramma de I Ching”. Dunque qui si parla di un altro tipo di esagramma, in cui il suo essere poligono poco interessa al poeta.

Il volume, poi, si apre proprio con una citazione da “I Ching, esagramma 41”.

Per I Ching, ogni esagramma è considerato come costituito da due trigrammi, il trigramma inferiore e il trigramma superiore. In tutto abbiamo 8 trigrammi possibili: cielo, lago, fuoco, tuono, vento acqua, monte, terra. Gli 8 trigrammi, con la loro combinazione, generano i 64 esagrammi (8 x 8).[1]

Ho ritrovato su internet, anche l’esagramma 41, con un testo simile a quello riportato nel volume.[2]

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Massimo Acciai Baggiani

Che cosa sono I Ching? Qualcosa ricordo, ma di nuovo ricorro a Wikipedia, per essere più preciso: “Il Libro dei Mutamenti (易經T, 易经S, YìjīngP, I ChingW), conosciuto anche come Zhou Yi 周易 o I Mutamenti (della dinastia) Zhou, è ritenuto il primo dei testi classici cinesi sin da prima della nascita dell’impero cinese. È sopravvissuto alla distruzione delle biblioteche operata dal Primo imperatore, Qin Shi Huang Di.” “Considerato da Confucio libro di saggezza, è utilizzato a livello popolare a scopo divinatorio, e dagli studiosi per approfondire aspetti matematici, filosofici e fisici.” Scopo divinatorio? Sarà forse a questo che allude qui il poeta?

L’amore per l’oriente traspare anche altrove in questo volumetto. Si pensi a “Cinque haiku”. Strana, a proposito, l’idea di unirli in un’unica poesia, gli haiku, infatti, di norma sarebbero formati da solo tre versi, colmi di grande profondità, come ho avuto modo di imparare anche io scrivendone un’intera raccolta (“Rossi di sangue sono dell’uomo l’alba e il tramonto”), di cui Acciai ha parlato nel suo “Il sognatore divergente”.

Di cosa parla, dunque, “Esagramma 41”? La sapienza orientale ne è solo uno dei tanti elementi. Sono versi e canzoni che parlano di emozioni e sensazioni e di vivere quotidiano. Sì, ci sono anche canzoni, perché Acciai scrive musica e testi.

Sono versi scritti spesso nella Firenze in cui Acciai vive, ma anche in molti altri luoghi. Riconosco, innanzitutto, la Sappada cui Acciai ha dedicato la raccolta di racconti “Un fiorentino a Sappada”, ma che ho visto apparire anche nella silloge “A seconda di come volgo lo sguardo”. Non sempre sotto i versi compare il luogo di stesura, ma spesso sì e leggo così nomi come Oldenfiord, Prato, Auronzo, Senigallia, Praga, Berna, Arezzo, Lavaredo.

Acciai, da esperantista (e qui compare qualche verso in questa lingua artificiale), ama viaggiare e il mescolarsi con altre culture, ma sempre resta legato alla sua terra e quando lo troviamo a Praga ecco che scrive “Parole al neon per me ancora senza suono / mi dicono che non sono a Novoli[3] o sulla Casilina[4]”.

E le date in cui sono stati scritti questi versi? Quando compaiono non sono di immediata comprensione, perché qui, come in “A seconda di come volgo lo sguardo”, Acciai ama usare il calendario della rivoluzione francese, in ossequio ai suoi ideali. A volte, però, anche queste date sono del tutto immaginarie come nel caso di “Spiaggia verde” che sarebbe stata scritta a “Sappada, 29 messidoro dell’anno 7514”, chiaramente una data di un lontano futuro, dato che gli anni per tale calendario si contano proprio dalla rivoluzione.

Traspare, infatti, persino in questi versi, l’amore di Acciai per il fantastico e la fantascienza, non per nulla ha scritto un saggio intitolato “La comunicazione nella fantascienza” e la raccolta “La compagnia dei viaggiatori nel tempo”. Persino “Un fiorentino a Sappada”, che potrebbe sembrare una raccolta di racconti di montagna, si rivela ricco di spunti fantastici.

Qui abbiamo versi come “Era il maggio del 2033” e “dovremo andarcene / su una stella” (“Maggio”) o “combacia il mio respiro notturno / col lato silenzioso del Cosmo” che ci richiamano immagini quasi fantascientifiche. C’è una poesia intitolata persino “Valles Marineris”, che sarebbe poi il luogo dove Acciai ha collocato all’inizio del romanzo anche uno dei personaggi, Wen, del nostro “Psicosfera”, la storia fantascientifica che abbiamo scritto assieme. Ce n’è un’altra che s’intitola “La teoria d’Adhlemar (La Fine del Mondo)”, quasi fosse un piccolo racconto apocalittico. In “Riva al lago, ore 14,30” proclama “A quest’ora sembra la vita scomparsa dal Pianeta”, versi scritti in un immaginario post-apocalittico “2 termidoro dell’anno 7514”.

Sogna spesso altri mondi, dunque, Acciai e lo scrive, in versi senza titolo (non tutte queste poesie ne hanno uno), “Chiudo gli occhi, sì / ma per aprirli / su un altro cosmo”. La tensione verso il futuro si confonde in “2012” con le profezie Maya.

Massimo di recente mi ha detto che forse non scriverà più poesie, ma già qui leggiamo un certo scoramento verso tale forma di espressione: “Sono forse stato io poeta?/ Certo è molto che non sento il ‘brivido’ / e mi pare che la poesia sia una terra remota /appartenente a un altro pianeta”.  Altrove scrive “Ma dov’è la poesia?”. Eppure chi diventa poeta, in qualche modo rimane tale. Cambia la forma, magari, ma la poesia continua a fluire, magari tra le righe di un romanzo.

C’è malinconia, a volte: “spazzar via / in un istante / questa noia infinita”, “ricordo di aver vissuto talvolta”, “A volte vorrei tornar invisibile” ma non ne si è mai sommersi. L’anelito verso il futuro e quindi la speranza pare più forte.

Risultati immagini per stella e pianetaRitrovo anche il tema de “La nevicata e altri racconti”, l’antologia-saggio in cui Acciai critica e vorrebbe cambiare il sistema scolastico “Attraversai gli anni di scuola / come chi passa, un giorno di pioggia /per una strada che conosce bene”, in cui c’è tutto il tedio dell’autore verso un sistema che non ha mai accettato in pieno.

A volte, poi, ci sono associazioni del tutto personali come “Nella gabbia uno scoiattolo impazzito / mi rammenta qualcosa / che ha a che fare con il cielo”.

Se molti sono i versi (soprattutto le canzoni) dedicati a varie donne (Maria Delfina Tetto, Roberta, Dulcinea, Natalya), non poteva mancare almeno una lirica dedicata alla madre morta di cancro, affetto certo tra i più cari all’autore.

Se Dulcinea non può che essere la donna amata da Don Chisciotte, cui forse l’autore sente di somigliare, come si comprende anche dall’allusione ai “miei mulini fragili”, mi chiedo chi davvero fosse Natalya, nome che Massimo ha riproposto anche in “Psicosfera”, nella variante Natasha. Grande appare l’incomprensione e la lontananza verso questa donna russa: “l’aria è gelo e pioggia, da lei sarà già neve” e “lei non comprende la mia lingua / ed io non trovo le parole / neanche nella mia”.

È, invece, una lingua, l’esperanto, una delle lingue artificiali di cui parla nel saggio “Ghimìle ghimilàma”, a unirlo a Maria Delfina Tettu “vivu vivu esperanto”, amicizia virtuale, di cui racconta l’incontro.

Versi, dunque, questi di “Esagramma 41”, sentiti e commossi, da scoprire con calma e attenzione.

 

[1] http://www.labirintoermetico.com/09iching/tabella_ricerca_esagrammi.htm

[2] http://www.labirintoermetico.com/09iching/testo_i_ching/esgrammi/esagramma41.htm

[3] Quartiere di Firenze

[4] Via romana.

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IL POETA BIFRONTE

Risultati immagini per a seconda di come volgo lo sguardoQuanto mi è difficile parlare di un libro di poesie. Certo anche io ne ho scritte, ne ho pubblicate persino varie antologie, talora ne leggo, ma la poesia è così soggettiva, che è difficile descriverla o commentarla Certo, ci sono la metrica, il ritmo, la sonorità, le figure retoriche, ma la sostanza della poesia è l’anima di chi scrive e di chi legge. Sì, se anche un romanzo, come dico sempre, si scrive sempre almeno in due, l’autore e il lettore, questo è ancor più vero per la poesia, perché il poeta allude, accenna, di rado descrive in modo preciso, e allora sta al lettore interpretare e reintepretare il pensiero e le immagini che il poeta gli offre. Ecco, credo quindi che una poesia letta da me o da un altro assuma una diversa consistenza, un diverso “gusto”. Mi è dunque difficile trasmettere impressioni di lettura.

Ho ora finito di leggere la silloge “A seconda di come volgo lo sguardo” (PoetiKanten Edizioni). Cercherò, nonostante quanto scritto poco sopra, di dirvene qualcosa. Quel che più di tutto mi ha colpito è… l’autore, una sorta di Giano bifronte. In che senso? L’autore qui non è uno ma sono due: Massimo Acciai e Matteo Nicodemo. Scrivere libri a quattro mani non è certo una cosa strana o rara, lo stesso Massimo Acciai ha scritto racconti (come quelli presenti ne “L’apologia del perduto”) e romanzi a quattro mani, come quello ancora inedito che abbiamo scritto assieme (“Psicosfera”) e spesso ha collaborato con altri autori in antologie e riviste, compresa quella che da anni dirige lui stesso (“I segreti di Pulcinella”). Ma scrivere poesie a quattro mani? Come è possibile?

Si potrebbe pensare che l’antologia raccolga versi ora firmati da Acciai (Firenze 9/4/1975), ora da Nicodemo (Bergamo, 1980), ma non è così. I versi qui presenti sono tutti di entrambi. Mi riferisce Massimo Acciai che a volte uno cominciava a scrivere la poesia e l’altro la completava. A volte lo facevano assieme, nello stesso luogo, altre volte lo facevano a distanza.

La tecnica non mi sorprende. Mi stupisce, invece, il risultato. Anche io, con Simonetta Bumbi, scrissi in versi “Cybernetic love” ma era una sorta di poemetto satirico tragico-comico. Altra cosa è scrivere “vere” poesie, versi che ci parlano di sentimenti e sensazioni, emozioni e riflessioni personali. Eppure è questo che Acciai e Nicodemo hanno fatto, fondendo, così pare le loro anime in una e realizzando un volumetto in cui si sente una voce unitaria, in cui traspare un unico sentimento, un’unitaria visione del mondo.

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Mssimo Acciai

Il volume si apre con una citazione del pungente Oscar Wilde “Siamo tutti nati nel fango/ ma alcuni di noi guardano le stelle”) e, sì, Acciai e Nicodemo sanno volgere lo sguardo nelle profondità del cosmo.

Abbiamo quindi una prefazione firmata da Paolo Ragni che ci racconta come il modo di scrivere dei due poeti ricordi molto il mondo della musica, non per nulla entrambi suonano, cantano e compongono canzoni. I loro sono dunque versi “in bilico tra poesia e canzone”.

Lo stesso Ragni mette in evidenza la singolare scelta di datare le poesie usando il calendario della rivoluzione francese. Vezzo che, sono certo, nasce dall’anima di Massimo Acciai, che anche altrove vi ricorre con frequenza, a voler ricordare il suo apprezzamento per i grandi ideali di allora.

Ragni evidenzia come “l’elemento atmosferico, ambientale, sia proprio una caratteristica delle poesie di Acciai e Nicodemo”.

Ragni osserva che “in questo trascolorare di colori, di stagioni, di sorrisi e inquietudini, resta sempre il dubbio sulle possibilità di indagare l’anima”.

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Matteo Nicodemo

Il volume è poi diviso in due parti, la prima che riprende il titolo dell’antologia “A seconda di come volgo lo sguardo” e la seconda denominata, con superflua modestia “Frattaglie”. Ventiquattro sono le opere della prima parte, “come le ore di una giornata, è un numero che ricorda lo scandire del tempo” ci ricorda nella Postfazione Ballecca.

Più che darvi le mie sensazioni, vorrei lanciarvi sul foglio alcuni versi, affinché possiate assaporarli come in una degustazione, che possa prepararvi al vero pasto, che potrete fare solo leggendo l’opera per intero.

Sono un viaggiatore con i capelli bianchi”: il viaggio è un tema che Acciai ama particolarmente e qui è quasi la chiave di apertura per questo piccolo grande mondo che è “A seconda di come volgo lo sguardo”.

Chiudo il viso nella barba folta / lo chiudo tra la sciarpa e il berretto”: c’è tanta fisicità in quest’immagine, ma anche la descrizione di un modo di sentirsi e affrontare il mondo. E il rapportarsi agli altri, già nella poesia seguente cambia: “Siamo in treno e ci guardiamo negli occhi”, magari gli occhi chiusi tra barba, sciarpa e berretto, ma che restano finestre aperte sul mondo, attraverso cui il poeta-Giano volge lo sguardo attorno a sé. E avanza/no in questo suo/loro viaggio e il viaggiare è apprezzare il fascino del mondo, perché “Vi sono luoghi così, dove semplicemente/ vorresti aver vissuto…”.

Ed ecco che i versi successivi si intitolano “Sguardi” e ci parlano di “Sguardi tristi, / occhi da cerbiatta, occhi di gatta, / cornee di donne in cui leggo vite anguste”. Sguardi, occhi e ancora sguardi. È tutto un vedere, osservare, scrutare, questo libro, e gli occhi sono, come non mai, porte per penetrare nell’essere di chi ci è accanto.

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Massimo Acciai (Baggiani)

E chi viaggia, viaggia e ancora viaggia non può che affermare “sento l’infinito come vero / sì, lo sento come materiale”.

Ma si può viaggiare e, nel contempo, trovare qualcuno che ci faccia arrestare e dire “in te mi dico di continuare / ad amare la routine”, si può “saper trovare la primavera nell’inverno”. Come non fermarsi allora almeno un po’? Come non rallentare il passo del nostro incessante andare? Del resto “non servirà l’autunno della poesia / a ricordarmi di essere normale”. Eppure potremmo cadere nella trappola della modernità e allora ecco che “un computer ti spiega chi sei”, come se non fossimo in grado di trovare noi stessi la nostra anima e il senso del nostro andare.

Nel fermarci sentiamo allora il bisogno di fare il punto, di capire chi siamo davvero e allora “impugno la penna come una spada / che ferisce se stessa di sangue nero” (e qui mi ritrovo, non per nulla una mia antologia di versi si chiama proprio “Spada di inchiostro”). Ci fermiamo a scrivere, perché “ho qualcosa da dimenticare perché sono un buffone / ho qualcosa da ricordare perché l’ho costruito”.

Eppure anche questo poeta bifronte sente la solitudine o il suo bisogno, ed ecco che vuole “Restare in disparte / mentre crolla lentamente / anche l’ultimo entusiasmo”. “Quanta nostalgia / nelle piogge di pratile” (pratile è uno dei mesi del calendario rivoluzionario francese). E questa prima parte, iniziata con una partenza piena di entusiasmo e voglia di scoprire, si chiude con un senso di stanchezza, forse logico, alla fine di tanto camminare “il tempo ha fatto il suo corso / inesorabile mi ha sfinito”.

Si entra così nella parte del volume definita “Frattaglie” e gli autori ci spiegano che è “l’epoca della rivalutazione delle interiora, di ciò che doveva restare nelle case del produttore e che, invece, trova uno spazio visibile”.

Mostrare le frattaglie è allora, forse, un mostrare la parte più intima di sé e al contempo, magari, più meschina? Chissà, ma la raccolta si apre con visioni di paesaggi montani in cui “Quest’aria nordica mi rinfranca” e siamo a Sappada, sulle Alpi friulane, luogo cui Acciai ha dedicato una racconta di racconti “Un fiorentino a Sappada”.  Più avanti ritroviamo il Poggetto, quel colle che adorna Rifredi, il quartiere di Acciai, ma anche il mio (“due passi al Poggetto / nel pomeriggio dorato”). Anche in questa parte il camminare è una costante e “Il pensiero passeggia basso / Al ritmo dei piedi gonfi” e “Si srotolano i nostri passi / Sulle vie di una piccola città”. “Ieri ascoltavo in un buio silenzio / nessun ‘tutto d’un tratto’ improvviso / soltanto il silenzio, la campagna, il buio e le fusa”.

Ancora, più avanti si parla di luoghi che potrebbero essere di Rifredi con la poesia “Il Romito” eppure poco comprendo il suo incipit “Ricordi di quanto ragionavamo / di allevamenti di vitelli al Romito?” Allevamenti al Romito, nel cuore di Firenze? Evidentemente qui il poeta-Giano pensava ad altri romiti.Risultati immagini per Camminare

POETA NONOSTANTE TUTTO

Guido De Marchi dichiara nel titolo della sua recente silloge di versi “Non voglio essere poeta” e prosegue nel sottotitolo “ma voce/ voce dell’individuo / che vive in me / nella scomposta scorza / della mia pelle”, eppure c’è poesia in queste pagine. Poesia che non vuole “usare parole / adorne di sete orientali / e scintillanti broccati / ornati di perle / e pietre preziose” ma che uso un linguaggio quotidiano e diretto, nel descrivere una realtà non meno quotidiana e umana, in cui persino la “banalità / di un pomeriggio / al mare” può essere occasione per osservare e scrutare un mondo fatto di persone vive che si perde nelle proprie attività e pare ignorare “lo stormire / di fronde senza nome, / il gorgogliare delle fonti / e il canto … il canto allegro / degli ignoti / abitanti dell’aria / e i mille colori / della loro livrea”. Tutto ciò non sfugge, invece, ai sensi del poeta, che sembra amare più la compagnia della natura o nel paesaggio, che sia la sua amata Liguria, Lisbona, la Bretagna o una misteriosa “city”, al vano chiacchiericcio della gente “tra distratte / strette di mano / e stampati sorrisi / da orecchio a orecchio / (chiusi all’ascolto) /”.

Guido De Marchi oltre che poeta e persona sensibile è pittore e lo sguardo attento al dettaglio si nota anche in questi versi. Sguardo attento che però non traduce l’immagine in pedante descrizione, ma la coglie con veloci linee, rapidi tratteggi, come nella sua pittura, che predilige l’astratto.

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Guido De Marchi

Il volume è illustrato da numerosi disegni di non meno numerosi artisti, quasi una trentina, direi. Se fosse un romanzo, direi che potrebbe quasi essere una “gallery novel” sulla scorta delle due da me curate cui Guido De Marchi partecipò. Chissà se gli ha dato una definizione. “Poetic gallery”? Strano che con tante immagini all’interno, la copertina non ne abbia alcuna.

Conosco, infatti, De Marchi ormai da quasi vent’anni, da quando frequentavo Liberodiscrivere, e ci si leggeva reciprocamente in rete. Ricordo in particolare la sua partecipazione all’opera collettiva “Tr@mare” nata nel Laboratorio di Liberodiscrivere assieme ad altri 11 autori. Nel 2007 fu tra gli illustratori de “Il Settimo Plenilunio” e nel 2013 tra quelli della gallery novel “Jacopo Flammer nella terra dei suricati”.

Nel 2008 lessi la sua antologia di foto e poesie “L’ombra del verso”, scritta con Francesco Brunetti. Sempre ricevo con piacere le copie della sua rivista “Banchina”. L’introduzione del suo volumetto “Haiku per un mese” la scrissi io e la prima versione di “Cybernetic love”, che scrissi con Simonetta Bumbi e che poi Liberodiscrivere pubblicò nella raccolta “Parole nel web”, ce la stampò in casa lo stesso De Marchi, che anche questo volumetto lo ha prodotto in proprio. Un poeta, un artista, una persona gentile e un amico, seppure virtuale (rarissime le occasioni in cui ci siamo incontrati di persona).

 

Carlo Menzinger con il volume di De Marchi

LA POESIA DEL CAMMINARE

Risultati immagini per l'aria ride CiampiPuò capitare (raramente) di leggere un racconto o magari persino un romanzo scritto in prosa ma che quando lo leggi ti sembra sia poesia. Può capitare. Pensereste possa succedere anche con un saggio, una biografia, la narrazione di un viaggio, di un cammino? Immagino che riteniate questo improbabile. Se lo pensate, è perché non avete mai letto un libro del fiorentino Paolo Ciampi.

Di Ciampi avevo già letto “Gli occhi Salgari” e “Beatrice”. Il primo narra dell’esploratore Odoardo Beccari, ai cui scritti si ispirò Emilio Salgari, l’autore de “I misteri della giungla nera”. Il secondo parla di una poetessa analfabeta vissuta nell’appennino tosco-emiliano.

Se, in particolare, leggendo “Beatrice” ero rimasto incantato non solo dalla descrizione di quei monti accanto all’Abetone che conosco abbastanza, ma anche e soprattutto dalla poesia che Paolo Ciampi aveva saputo mettere in questa biografia che biografia non è. Non solo almeno. Non esattamente.

Leggo ora il volume “L’aria ride”, scritto da Ciampi assieme a Elisabetta Mari. In realtà Ciampi scrive la prima parte (circa 100 pagine) e Mari la seconda (altre 24 pagine). Ci sono poi un paio di pagine che sono, più che bibliografia, un utile guida ai quei monti e un invito a nuove letture.

Che cos’è questo libro? Difficile definirlo.

 

La seconda parte, scritta da Elisabetta Mari, ci narra di una località trai monti a nord di Firenze, Casetta di Tiara, e di tre poeti a essa legati, ovvero Dino Campana, Sibilla Aleramo e Primo Vanni. Più che vera biografia è, soprattutto, narrazione del loro rapporto con questo luogo e i suoi dintorni. Ci sarebbe, scrive, anche un certo Dante Alighieri, tra quelli passati per questi monti, che, si narra, una volta lanciò un gallo nell’orrido “per veder come volano i diavoli” in quella che da allora si chiamerà la Valle dell’Inferno. Campana e Vanni sono accomunati oltre che dall’amore per casetta dai lunghi anni trascorsi in manicomio. Di Campana parla diffusamente Ciampi. La Mari vi aggiunge un ritratto di Vanni, questo semplice uomo dei monti, che amava scrivere.

 

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Paolo Ciampi

È soprattutto la prima parte di questo libro, quella scritta da Paolo Ciampi, che è difficile definire. Non è un vero romanzo… ma, perché no? Forse lo è. È anche un romanzo. Ne hai i toni della narrazione. Parla molto di Dino Campana, di cui ripercorre i passi nei boschi attorno a Marradi eppure non ne è vera biografia, pur dicendo di questo poeta sfortunato assai di più di quanto alcune biografie potrebbero dire.

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Elisabetta Mari

Parla di un cammino tra i monti, attraverso i luoghi vissuti da Campana, ed è quindi libro di viaggio, di quelli che ora Ciampi ama scrivere. Perché “i libri sono viaggi”. Ma non solo. Neanche questa definizione ci basta. Neanche questa definizione soddisfa una simile lettura. Parla di un poeta e, come quando parlava di Beatrice, anche raccontandoci di Dino (così, affettuosamente, lo chiama) diventa lui stesso, l’autore, poeta, diventa quasi anche lui quel Dino Campana, ma anche tanti altri poeti che spesso cita con un verso introduttivo ricorrente “Perché io oggi, tuo amico, sono” e segue il nome dello scrittore o poeta che subito dopo sarà citato. Incontriamo così Walt Whitman, Iosif Brodskij, Camilllo Sbarbaro, Antonio Machado, Emily Brontë, Raymond Carver, Giacomo Leopardi, Wislawa Szymborska, José Saramago, Robert Frost, Fernando Pessoa, Franco Arminio, Vladimir Majakowskij e, soprattutto, loro, i due poeti amanti di Casetta di Tiara, Sibilla Aleramo e Dino Campana. Perché citare tutti questi poeti? Perché “nel cammino, ha detto qualcuno, si cercano i nomi”:

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Dino Campana e Sibilla Aleramo

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Casetta di Tiara

E dunque questo volume diventa anche piccola antologia poetica, seppur solo di fugaci citazioni. Si muove da solo Paolo Ciampi tra questi monti? Forse, sembrerebbe, ma di certo solo non è. Lo accompagna a ogni passo Dino Campana e tutta la poesia che permea le montagne e di cui Ciampi ci rende partecipi, tutta la poesia che deriva dai libri che l’autore ha letto. Chi legge non è mai solo. Questo è uno di quei libri che davvero “fa compagnia”, perché è così pieno di vita e di senso estasiato, di percezione poetica del mondo che pur non essendo opera di poesia in senso stretto, a questa ci avvicina. Come non andare allora, finita questa lettura, a cercarci una copia de “I Canti orfici” di Dino Campana e sprofondarci dentro, con una nuova chiave di lettura che questo libro ci ha regalato? Come non cercare di leggere qualcosa della sua amata Sibilla Aleramo? Come non desiderare recarsi tra questi monti, così vicini eppure così lontani dalla nostra Firenze, tra questi alberi che sono “tronchi come monumenti scolpiti dal tempo. Tronchi come vita immobilizzata in un istante”? Mentre “il sentiero si fa di sasso e ancora sale” vorremmo esser lì, “sulla montagna che gli è tana, ma anche cura”, come scrive Ciampi di Campana. E allora, con l’autore, forse ci domanderemo, pensando al poeta che fu: “perché non gli sono bastati questi monti?” A noi basterebbero?

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Il Rovigo

MICRO-POESIA E FANTASCIENZA A RIFREDI

Risultati immaginiQuando il 28 Settembre 2017 ho incontrato per la prima volta Massimo Acciai Baggiani, era già da tempo tra i miei contatti facebook, ma non c’eravamo mai visti di persona. Il 28 ci siamo visti al convegno di Porto Seguro al Westin Excelsior, dove presentava un libro scritto a 6 mani con suo cugino Pino Baggiani, memoria storica della famiglia, e Italo Magnelli, illustratore del volume “Radici” sulla storia del Mugello e della famiglia Baggiani.

Roberto Balo e Massimo Acciai Baggiani con le signore del circolo SMS di Rifredi

Ho visto che il 16 Ottobre, cioè oggi, avrebbe presentato un altro libro al SMS di Rifredi e visto che ero in zona sono passato a trovarlo e sentire la presentazione fatta da due signore Clara Velia e Arrighetta Casini che gestiscono il circolo letterario del SMS che si riunisce ogni lunedì alle 17,00. Massimo Acciai Baggiani presentava un’antologia di racconti strutturata come il Decamerone, cioè con dodici amici che si raccontano una storia per uno, facendo due giri, per un totale di 24 racconti dal titolo “La compagnia dei viaggiatori del tempo” giacché i racconti di fantascienza sono ambientati in varie epoche del passato e del futuro. Massimo Acciai Baggiani, però, non si limita a scrivere storie di famiglia e racconti fantascientifici, ma oggi ha presentato anche una raccolta di sue poesie scritte negli ultimi 25 anni “25 – Antologia di un quarto di secolo”. La cosa particolare di quest’antologia è che non è un libro ma l’editore Isketziae l’ha stampata su un unico foglio A4, ripiegato poi nelle dimensioni di un biglietto da visita.

Durante la presentazione ci sono state lette alcune di queste poesie e un racconto dell’antologia. Era presente anche l’editore di Isketziae Edizioni Roberto Balò, anche lui un poeta.

Ho acquistato entrambi e ricevuto in omaggio anche il volume “Antologia del 3° Concorso Letterario Segreti di Pulcinella”. Quando li avrò letti, vi farò sapere qualcosa di più.

 

Massimo Acciai Baggiani

LA CADUTA DELL’ULTIMO TITANO

Risultati immagini per la caduta di iperione keatsDopo aver letto “Hyperion” di Dan Simmons, un romanzo ispirato a John Keats e al suo Iperione e in cui Keats viene definito il più puro dei poeti, non ho potuto resistere un istante prima di leggere qualcosa di questo poeta ottocentesco. In un passato non troppo remoto, sulla scia della visione del film “Bright Star” avevo letto la raccolta “Poesie”, che non mi aveva entusiasmato quanto il film biografico faceva sperare.

Anche le lodi sperticate che Dan Simmons fa del poeta inglese, mi hanno preparato a qualcosa di meglio di quello che ho letto.

Dalla biografia di Keats ho visto che aveva pubblicato due opere con un titolo che faceva riferimento a Iperione: “Iperione” (1818) e “La caduta di Iperione” (1819), gli stessi titoli dei primi due romanzi del ciclo de “I Canti di Hyperion” di Simmons. A differenza dell’autore di fantascienza, però, a quanto mi pare di capire, Keats non ha scritto due opere di cui una sia il seguito dell’altra, ma con “La caduta di Iperione” ha voluto riscrivere “Iperione”, depurandolo delle parti troppo influenzate dalla poetica di Milton. Non sono ancora riuscito a trovare “Iperione”, ma ho letto “La caduta di Iperione”, opera incompleta (come la prima) che si ferma ai primi due capitoli e che vorrebbe narrare lo scontro tra gli antichi Dei di pietra, i Titani, e i nuovi Dei d’ambros

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John Keats

ia dell’Olimpo, mostrando la resistenza dell’ultimo Titano, Iperione, che in cielo assiste alla caduta dei suoi fratelli sulla Terra e che sarà infine sostituito da Apollo.

Di quest’opera si apprezza la potenza narrativa, la capacità di descrivere in versi una storia, la capacità di evocare uno scontro epico, ma anche di mostrare lo sgomento del poeta che si confronta nella sua umanità con la grandezza della violenza divina. Peraltro, la sua incompletezza impedisce di appassionarsi e lasciarsi trascinare dal fiume delle parole, che subito precipita in una cascata di cui non si vede il fondo.

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