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LE RIFLESSIONI ANCORA ATTUALI DI SHECKLEY

Risultati immagini per la decima vittima sheckleyLa Decima Vittima” di Robert Sheckley, sebbene non sia un romanzo, ma una raccolta di racconti, edita nel 1965, si è rivelata una lettura davvero avvincente e per nulla antiquata, nonostante questo libro abbia quasi la mia età, ovvero oltre mezzo secolo. Mancano, infatti, (quasi) certe ingenuità tipiche della fantascienza degli anni d’oro. I racconti sono tutti molto attuali e moderni e la lettura e ancora oggi assai coinvolgente e ricco di spunti di riflessione sull’amore, la morte, il gioco, la sicurezza, l’intelligenza, la sopravvivenza, il tempo.

 

Il primo racconto (“Il premio del pericolo”) è una sorta di anticipazione di “Hunger Games” e dei reality con un tale che partecipa a trasmissioni televisive con giochi sempre più pericolosi, in una sorta di avanzamento di livello da videogioco. Non c’è il circo mediatico immaginato nella trilogia di Suzanne Collins, ma l’ultima prova dura una settimana e vede il coinvolgimento oltre che di una squadra di sicari, della popolazione.

 

Il secondo racconto (“Il linguaggio dell’amore”) vede un simpatico protagonista incapace di esprimere i propri sentimenti in modo diretto, senza Risultati immagini per la decima vittima sheckleyperifrasi auto-contraddicenti. Costui si reca da uno studioso dell’antico Linguaggio dell’Amore che fu ideato dalla popolazione ormai estinta di un mondo lontano. Scoprirà così che i sentimenti non si possono studiare, ma solo vivere e che la causa dell’estinzione di questo popolo fu l’aver dedicato troppo tempo alla teoria, cessando di metterla in pratica.

 

Il terzo racconto (“Uccello da guardia”) affronta riflessioni analoghe a quelle portate avanti da Isaac Asimov con i suoi racconti e i suoi romanzi sui robot. A differenza di Asimov, che trova una soluzione ottimistica basata sulle celeberrime Leggi della Robotica, la risposta di Sheckley è pessimistica.

Le riflessioni concernono la possibilità di creare macchine intelligenti e in grado di imparare dalla propria esperienza e il rischio che queste possono creare dei danni agli uomini.

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Robert Sheckley (New York, 16 luglio 1928 – Poughkeepsie, 9 dicembre 2005) è stato un autore di fantascienza statunitense. Sheckley è stato insignito del titolo di Author Emeritus da parte della Science Fiction and Fantasy Writers of America nel 2001.

Sheckley immagina che siano creati degli Uccelli da Guardia robotizzati al fine di prevenire i crimini, tema che ricorda “Minority report” di Philip K. Dick (da cui fu tratto il film di Spielberg e una serie TV). La loro capacità di apprendimento dovrebbe servire a riconoscere sempre meglio gli intenti omicidi e a prevenirli. Anticipando il web, gli Uccelli da Guardia sono collegati mentalmente tra di loro e ciò che uno apprende lo trasmette a un altro.

Come i robot di Asimov s’interrogano su cosa sia un uomo, cosa sia il bene e se il bene di una comunità debba prevalere sul bene di un individuo, così gli Uccelli da Guardia di Sheckley elaborano una loro idea di morte e una loro idea di cosa sia la vita da preservare. Arrivano così a considerare l’interruzione di qualsiasi attività (sia la vita di un essere vivente, sia il moto di una macchina) come un omicidio e a cercare di impedire così che non solo un criminale uccida la sua vittima, ma anche che sia impedita la pena di morte, sia impedito a un chirurgo di operare, a un macellaio di uccidere, a una persona di schiacciare una mosca, a qualsiasi animale di uccidere la propria preda, a un erbivoro di nutrirsi, a un uomo di spegnere un’automobile o una radio, portando il mondo alla paralisi e interrompendo persino il normale ciclo di vita e morte tramite il quale la vita si perpetua.

 

Anche nel quarto racconto (“La scialuppa ammutinata”) i protagonisti si trovano alle prese con un’intelligenza artificiale che cerca di fare il loro bene, ma che avendo una concezione errata di cosa sia questo per l’uomo, tratta i due astronauti come se appartenessero a una razza aliena, con esigenze di temperatura, di alimentazione e sociali così diverse che il suo tentativo di aiutarli corrisponde al loro omicidio. L’artefice di questo errore è una scialuppa spaziale di salvataggio, acquistata di seconda mano dai due protagonisti, senza sapere che era stata tarata sulle esigenze di una razza non umana.

 

Il quinto racconto (“L’armatura di flanella grigia”) parla di una strana società che organizza incontri romantici, con l’ausilio di una radiolina a transistor che guida i potenziali innamorati verso incontri fatali e solo apparentemente casuali e preconizza una società futura in cui i sentimenti saranno pilotati da aziende specializzate.

 

Con il sesto racconto (“Potenziale”) Sheckley esplora i limiti della mente, prima mostrandoci un caso di amnesia e poi rivelandoci un incredibile progetto di colonizzazione mentale, da effettuarsi mediante trasferimento di coscienze dall’umanità in razze aliene, grazie al potenziale inespresso del cervello.

 

Il settimo racconto (“L’uomo impigliato”) si svolge su due piani, da una parte descrive una divertente trattativa commerciale tra un essere che ha appena creato un intero gruppo di Galassie (tra cui la nostra) e il suo committente che non ne è soddisfatto per una serie di difetti tra cui quello di contenere uno strappo nel tessuto dello spazio-tempo. Il secondo piano narrativo, vede un terrestre alle prese proprio con questa disfunzione, che dal suo appartamento di New York lo porta a entrare in un mondo preistorico o in alternativa in un futuro dall’atmosfera ormai irrespirabile.

 

Con l’ottava storia (“Se il rosso uccisore”) Sheckley s’interroga sulla morte, sul significato morale che possa avere la resurrezione quando è imposta. Il caso che ci sottopone è quello di un soldato che durante una guerra cruenta muore più volte e ogni volta è resuscitato contro la sua volontà espressa di restare morto.

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Yul Brinner nel film originale “Westworld”

Con il nono racconto (“Modello sperimentale”) troviamo un’ulteriore riflessione sui limiti “morali” dell’intelligenza artificiale e sull’incapacità delle macchine di definire un limite alla propria azione paternalistica. Sheckley ci mostra un viaggiatore spaziale dotato di un “modello sperimentale” di macchinario, il Protec, che dovrebbe proteggerlo da ogni sorta di attacco, ma che lo mette in difficoltà nel suo tentativo di fare amicizia con una popolazione aliena, rivelandosi una trappola mortale.

 

Il decimo (“Nugent Miller e le ragazze”) è una simpatica storia post-apocalittica con l’ultimo uomo rimasto sulla Terra, che, quando ormai dispera di trovare altri esseri umani s’imbatte in quattro ragazze, controllate però da una ferrea istitutrice che odia gli uomini e non lo vuol far avvicinare. È occasione, come molte altre opere del genere, per una riflessione sugli impulsi animali che possono riemergere nell’uomo quando la civiltà crolla.

 

L’undicesimo (“Stagione morta”) ci racconta di un sarto cui vengono commissionati degli abiti dalle dimensioni molto particolari e sposta i toni verso il paranormale più la che fantascienza.

 

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Westworld – serie TV

Il dodicesimo (“Pellegrinaggio alla Terra”) dipinge una Galassia in cui la Terra, ormai priva di risorse, è trasformata in una sorta di parco divertimenti, dove tutto è permesso. Le maggiori “attrazioni” del pianeta sono la guerra e l’amore, sconosciuti nel resto della Galassia. In particolare, ci sono società specializzate nel vendere il vero amore e l’omicidio è liberalizzato.

 

L’ultimo (“La decima vittima”), che dà il titolo alla raccolta, è un altro esempio di futuro immaginato da Sheckley in cui la morte è, limitatamente, legalizzata. Aderendo a una certa associazione le persone ricevono una sorta di licenza di uccidere secondo una regola abbastanza semplice, per dieci volte possono essere il cacciatore, poi devono diventare la vittima. La vittima non sa chi sia il suo cacciatore.

 

Il premio del pericolo”, “L’armatura di flanella grigia”, “Pellegrinaggio alla Terra” e “La decima vittima” sono tutti esempi di un mondo in cui amore e morte sono stati mercificati e trasformati in intrattenimenti a pagamento. In questo Sheckley appare un precursore non solo di “Hunger games”, ma anche del film di Crichton del 1973 da cui è stata tratta la serie TV omonima “Westworld”. Nel 1965, quando Sheckley pubblicò la raccolta, probabilmente queste storie potranno essere apparse come pure fantasie, ma oggi, nel 2016, sentiamo che queste visioni sono ormai non troppo lontane dalla nostra realtà, in cui tutto è spettacolo.

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CERCANDO IL GRANDE FORSE E L’USCITA DAL LABIRINTO

Cercando Alaska” è un romanzo d’iniziazione e crescita che parte con la ricerca di una Grande Forse, passa per la scoperta dell’amicizia, dell’amore e del sesso, si trasforma nella scoperta di una ragazza dallo strano nome, Alaska, si muta in una ricerca del senso del dolore e delle vie d’uscita da questo, diviene indagine sull’inattesa morte della giovane studentesca Alaska da parte dei suoi compagni di scuola e migliori amici, per diventare un’interrogazione sul senso di colpa, sul significato della vita e della morte.

Tutto si muove tra due citazioni, quella di Rabelais “Vado a cercare un Grande Forse” e le parole di Simon Bolivar né “Il generale nel suo labirinto” di Gabriel Garcia Marquez: “Come farò a uscire da questo labirinto?

Cercando Alaska” (“Looking for Alaska” – 2005), opera prima di John Green, racconta dello studente Miles Halter, appassionato delle ultime parole dette dai personaggi famosi, che parte per il collegio alla ricerca del suo rabelaisiano Grande Forse, per incontrare il fascino della strana compagna Alaska Young e l’amicizia del “Colonnello” Chip Martin, suo compagno di stanza. Appassionati di scherzi, creano un gruppetto di amici assieme a Takumi e Lara.

John Michael Green (Indianapolis, 24 agosto 1977) scrittore e blogger statunitense

L’improvvisa morte di Alaska, in un incidente che ha sapore di suicidio, genera i loro sensi di colpa e li lascia inquieti per oltre un anno, alla ricerca del perché di quella morte prematura e ingiusta e del senso della vita.

Può sembrare un semplice romanzo per adolescenti, ma ha la profondità lieve delle grandi opere, quella che ai lettori più distratti spesso sfugge.

Ne nasce un romanzo coinvolgente e intenso, che ha ben meritato il riconoscimento  nel 2006 del Micheal L. Printz dall’American Library Association e che lo ha portato al decimo posto nel 2012 nella classifica dei bestseller per ragazzi del New York Times.

Mi ha messo una gran voglia di rileggere “Il generale nel suo labirinto di Marquez”, lettura preferita di Alaska.

IL CONFLITTO EDIPICO IN AGOTA KRISTOF COME IN “GUERRE STELLARI”

Di Agota Kristof, l’autrice ungherese naturalizzata svizzera scomparsa nel 2011 avevo letto l’affascinante romanzo schizofrenico “La Trilogia della Città di K.” (1998). Leggo ora “Ieri” (2002), opera certo inferiore, ma comunque notevole e degnissima di lettura. La trama si basa sul classico tema edipico del figlio che uccide il padre (o quasi) e, qui, s’innamora della sorella (piuttosto che della madre). Il tema è stato così sfruttato che potremmo quasi considerarlo un cliché e mi fa, tristemente, venire in mente tante telenovelas, nonché la rediviva saga di “Star Wars”. Ebbene sì, seppure in contesto del tutto diverso, anche qui abbiamo un figlio Tobias (come Luke Skywalker) che uccide il padre e maestro e si innamora della sorella Line (come Leia). Abbiamo persino un mutamento di nome del protagonista Tobias che diventa Sandor come Anakin diventa Darth Vader in “Guerre Stellari”.

Perché questi mutamenti di nome? Forse la cosa ha a che fare con il potere biblico dato all’Uomo di “dare un nome”? Dando un nome alle cose, l’Uomo le ricrea. Mutando il proprio nome, l’uomo diventa diverso da se stesso e può dire: non sono stato io, Sandor, a uccidere mio padre, ma Tobias, Line che io amo non è mia sorella ma sorella di un Tobias che non esiste più. Non c’è peccato, non c’è colpa, perché io non sono più lo stesso.

Agota Kristof

Se “Guerre Stellari”, con la terza serie, abusa del cliché della parentela e delle coincidenze improbabili, questo breve romanzo della Kristof ha il pregio di trattarlo con maggior delicatezza e profondità, creando una storia che parte da un’infanzia difficile, con una madre prostituta e un padre menzognero, che vorrebbe aiutare il figlio illegittimo (portandolo dal suo “Lato della Forza”, ovvero tra le persone che studiano), ma non osa abbandonare o tradire la famiglia ufficiale, per arrivare a un nuovo amore impossibile tra i due fratellastri, in cui Line, per quanto innamorata e per quanto ignara della parentela (che Tobias invece conosce) rifiuta l’amore del Tobias divenuto Sandor per la differenza sociale che li separa, lei insegnante, lui operaio, lei di buona famiglia, lui figlio di prostituta.

Tobias rifiuta il padre e il suo mondo, tenta di uccidere lui e la madre e fugge, perdendosi in un mondo in cui non sarà mai come la sorella (Line non diventa una principessa come Leia di Guerre Stellari, ma comunque sarà un’insegnante, mentre Tobias resterà un operaio, due mondi sociali diversi).

La storia si gioca sui disvelamenti delle identità e su piccole schizofrenie derivanti dal ricorso a questi cambi di nome, sul senso di straniamento di gente fuggita dal proprio Paese, sugli amori impossibili. Il risultato è una storia che emana calore da ogni pagina, pur celando un gelo interiore che si percepisce, un gelo che nasce dall’amarezza della vita, che non sembra concedere speranze.

Luke Skywalker combatte con Darth Vader in Guerre Stellari

LA BAMBINA DEI SOGNI – 6 – LO SCONOSCIUTO ONIRICO

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal

6 – LO SCONOSCIUTO ONIRICO

Demetrio: «Ma siete proprio certi d’esser svegli?
O forse siamo ancora addormentati,
e quello che vediamo è tutto un sogno?»
(Sogno di una notte di mezza estate – William Shakespeare)

 
Eccomi salire in cima a una collina. C’era un vento fresco che agitava l’erba tutto attorno, come un mare verde in salita. Mi sentivo tranquillo e rilassato. Il cielo era limpido e azzurro. In lontananza scorsi una piccola nuvola nera. Mi voltai a guardarla, cercando di capire se si avvicinasse la pioggia. Veniva velocemente nella mia direzione. Non portava acqua e non era smog. Erano uccelli. Uno stormo di uccelli dalle lunghe ali nere. Forse corvi. Sì, mi parevano corvi. Riempirono l’aria con il loro gracchiare. Erano tanti. Tantissimi. Oscurarono il cielo. Volteggiavano ovunque senza scendere mai verso terra. Inquieto, presi a camminare in direzione del sentiero, deciso ad allontanarmi da lì. Lo raggiunsi. Era una stradina di sassi bianchi, che correva in mezzo ai prati. Sembrava condurre a una torre lontana. Scura contro il cielo. Il vento era aumentato e ora soffiava con forza, mentre i corvi volteggiavano da ogni parte. Non c’erano alberi o montagne in vista. Vedevo solo prati, corvi in cielo e ghiaia sotto di me. Verde, nero, azzurro e bianco.
Continuavo a camminare. In fondo alla strada scorsi una piccola sagoma. Era ferma nel mezzo. Non avanzava. Mi avvicinai più rapidamente di quanto pensassi fosse possibile e la riconobbi. Era Elena.
– Non devi sognare Maria − mi disse e subito i corvi presero a volteggiarmi più vicino. Uno dopo l’altro mi passarono davanti al viso, fissandomi con i vuoti occhi neri e minacciandomi con i becchi acuminati, mentre il frullare delle loro ali mi riempiva le orecchie.
– Non sono io a decidere i miei sogni – protestai, cercando di difendermi con le braccia da quel volteggiare minaccioso.

– Perché? − chiese la bambina e il suo stupore sembrava sincero e dolorosamente profondo.
– Perché le persone non possono decidere i propri sogni.
– Non è vero. Non sognare la donna cattiva.
I corvi s’avventarono su di me in un vorticare tempestoso di affilate penne nere, artigli acuminati e becchi aguzzi. Mi parve che alcuni fossero cavalcati da minuscole fate dagli occhi infuocati e dallo sguardo tagliente. Sentii una risata che derideva la mia ignoranza dell’eterno e dell’infinito. Intuii la presenza di creature ancestrali nelle viscere della terra. Esseri dalle forme inimmaginabili che premevano dagli abissi di pietra e magma sotto i miei piedi per emergere e tornare a dominare il tempo. Sentii la nullità del mio passaggio mortale nel mondo degli uomini. I corvi mi avvolgevano. Mi svegliai prima di essere travolto.

Paul Delvaux – Shadows-1965

Titania, Queen of Faeries by TheIronRing

Quando sopraffatto dalla stanchezza finalmente mi riaddormentai, tornai a sognare la ragazza mora, quella che citava “Sogno di una notte di mezza estate”. Era ancora in compagnia del tipo che l’aveva abbordata nel sogno precedente. Erano in un bar e chiacchieravano. Non avevano lasciato la stazione e si sentiva il rumore dei treni che arrivavano e partivano. Alle loro spalle un piccolo LCD trasmetteva una partita di campionato, ma non lo guardavano. I loro boccali avevano solo un residuo schiumoso di birra. Evidentemente non c’era stato nessun caffè oppure il suo tempo era già scivolato via, per cedere il passo a bibite più impegnative.
– Come ti chiami? – stava chiedendo lei.
– Oberon – insistette lui.
– Il tuo vero nome, intendo. Quello è il nome che ti ho dato io. Lascia stare Shakespeare. Come ti chiamava tua madre… per esempio? – scherzò senza allegria.
– Mia madre? Non ne ho mai avuta una – la gelò – sono figlio di una stella e del magma o forse di un demone e di una fata.
Lei abbassò lo sguardo confusa, forse persino un po’ offesa da quella risposta all’apparenza improbabile.
– Quell’uomo non ti meritava – cambiò argomento lui, confondendola ancor più.
– Di quale uomo parli?
– Di quello per cui stavi piangendo.
– Non piangevo… − tentò di difendersi.
– Un uomo senza carattere − insistette − che non ha neppure avuto la forza di trattenerti quando l’hai lasciato e che si è perso una simile fortuna: una ragazza bella, sensibile e intelligente.
– Non volevo… non volevo essere trattenuta… ma cosa dico? Di cosa parlo? Cosa ne sai tu? Perché parlo con te? Non so neppure chi tu sia, figlio delle stelle.
– Io conosco tutti i tuoi sogni e anche i tuoi incubi.
– Sei uno sbruffone! – protestò – Non conosci nulla.
– Io conosco anche il tuo futuro.
– L’hai letto in un sogno? Pensi forse che i sogni possano predire il futuro?
– Lo conosco perché il tuo futuro sono io – la placcò romantico.
– Tu? Cosa pensi di avere a che fare, tu, con la mia vita?
– Tutto. La tua vita mi appartiene. La mia vita ti appartiene.
– Sembra una proposta…
– È una certezza.
– Lo sarà per te. Io neppure ti conosco.
– E lui lo conoscevi bene?
– Sì, certo… − esitò. Un frullo d’ali le fece alzare per un istante lo sguardo.
– Eppure alla fine era diverso da come credevi. Io non potrò essere diverso. Io sono così. Sarò sempre così.
Un corvo volò dietro di loro.
– Così? Così come? Non so nulla di te. Neppure il tuo vero nome. E magari ora mi dirai anche che mi ami?
– Certo: ti amo e anche tu mi ami. Ti amo come si ama il proprio destino. O forse ti odio così tanto da non poter fare a meno di te. Questo è l’amore più grande e sincero. Non c’è sincerità tra gli amanti. Solo tra chi si odia.
– Mi ami? Bella presunzione, detta da uno sconosciuto a una sconosciuta. Mi odi? Perché allora non mi lasci stare? Cosa vuoi da me? Non sai neppure chi sono.
– Abbiamo tutto un futuro davanti per conoscerci. Io di te però ho già sognato tutto.
– Tutto? Conosci tutto di me? Sei proprio un buffone. Dimmi almeno il tuo nome. Pretendi di sapere ogni cosa di me e non vuoi che io sappia nulla di te. Come potrà mai esserci qualcosa tra di noi? Come potrà esserci un futuro, se non hai un passato e neppure un presente?
– Il mio nome è quello che mi hai dato tu: Oberon. Io sarò sempre quello che tu vorrai io sia. Sarò il re dei tuoi sogni.
– Allora torna dalla tua Titania.

Risvegliandomi mi chiesi come mai fossi tornato a sognare l’incontro tra questi due sconosciuti. Non mi pareva un sogno come gli altri. Sembrava troppo vero. Un piccolo film. Doveva avere qualcosa a che fare con Elena, ma ancora non capivo cosa. Di sicuro, per un motivo inspiegabile, mi avevano messo addosso il desiderio di rivederla. Erano sogni che sempre mi riconducevano con la mente verso di lei. Erano sogni che non mi davano riposo. Un’altra notte come quella e i miei nervi ne sarebbero usciti a pezzi.
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TUTTI GLI AMANTI DI ESMERALDA

Ci sono libri che pur non avendoli mai letti abbiamo l’impressione di averlo fatto, tanto ci è nota la loro trama, familiari i loro personaggi, consueta la loro ambientazione. Uno di questi è per me senz’altro “Notre-Dame de Paris” di Victor Hugo. Molte ne sono state, infatti, le trasposizioni cinematografiche e teatrali e persino musicali. Quella che maggiormente ho in mente è

Mentre finivo di leggere "Notre-Dame de Paris", visitando lo Stadelsches Kunstinstitut di Francoforte, vedo questa statua la dietro e dico scherzando "ecco Esmeralda", ma era proprio lei:

Mentre finivo di leggere “Notre-Dame de Paris”, visitando lo Stadelsches Kunstinstitut di Francoforte, vedo questa statua la dietro e dico scherzando “ecco Esmeralda”, ma era proprio lei: Si tratta di una scultura di Antonio Rossetti del 1856.

la versione disneyana “Il gobbo di Notre-Dame” (1996), uno dei cartoni animati preferiti da mia figlia quando era piccina. Il bel Phoebus e il gobbo Quasimodo spiccavano tra le sue barbie e molte volte mi è capitato di rivedere assieme a lei la videocassetta. Penso poi anche al musical teatrale di Riccardo Cocciante (1998). Qualche immagine ricordo anche del vecchio film di Lon Chaney (1923) o di quello con Charles Laughton (1939).

Vittima delle suggestioni disneyane tendevo dunque a immaginare Quasimodo, il campanaro gobbo, guercio e sordo, come il protagonista, ma la vera protagonista è la giovane e bella egiziana Esmeralda, una ragazzina sedicenne intorno al quale ruotano molti amanti. Già allora si confondevano genti forestiera senza fissa dimora con gli zingari e spesso Esmeralda viene, scorrettamente definita “zingara”.

Notre-Dame de Paris”, il primo grande successo (1831) del francese Victor Hugo, è, in effetti, un romanzo sull’amore, in molte delle sue forme. Se Esmeralda è l’amata, gli altri personaggi ne sono, in diverso modo gli amanti.

Il prete Claude Frollo rappresenta l’amore folle e perverso. Il campanaro Quasimodo l’amore devoto, appassionato e pronto al sacrificio. Il filosofo saltimbanco è l’amore maritale, pigro e distratto, oltretutto giunto al matrimonio per pura opportunità e necessità di salvezza personale e non per amore. La madre (che prima la odiava la fanciulla credendola una delle zingare che quindici anni prima le aveva rapito la figlia e che poi scopre essere Esmeralda proprio la figlia perduta) la ama e difende con la forza di una leonessa ferita ed è, ovviamente, la rappresentazione dell’amore materno. Il bel capitano Phoebus de Chateaupers, il solo che Esmeralda ami, è l’amore lieve e passeggero, l’amore distratto, l’uomo che a ogni donna dichiara di vedere in lei il solo amore. Lui solo avrebbe agevolmente potuto salvare la giovane condannata al rogo per il presunto assassinio del capitano
stesso. Gli sarebbe bastato mostrarsi e dichiararsi vivo, ma Phoebus pensa ad altro, ha altri amori, anche se Esmeralda ha solo lui in testa. Infine c’è Djiali, la capretta che sempre accompagna la ballerina egiziana, che le profonde il suo affetto disinteressato eWP_20150711_10_37_56_Pro fedele, quale solo gli animali sanno dare.

Nella splendida cornice gotica della cattedrale parigina, dipinta sul finire del medioevo, quando la luce del Rinascimento era ancora lieve anche oltralpe, in un tempo di processi sommari, di stregonerie, di popoli ribelli ma incapaci di rivoluzioni, tra feste goliardiche, fustigazioni e impiccagioni, Hugo ci regala un’avventura epica che giustamente è diventata un classico e che resterà accanto alle grandi tragedie greche o shakesperiane a testimonianza del carattere immutabile dell’essere umano.

Gio’ Di Tonno nel musical di Cocciante

Leggendo “I miserabili” avevo già notato, peraltro, una certa sovrabbondanza di digressioni che anche qui minano l’unitarietà dell’opera.

Se leggendo “I miserabili”, poi, mi aveva colpito la presenza di Dio solo come Coscienza, qui, in una storia ambientata in una cattedrale, l’assenza di Dio appare ancora più evidente. Uno dei personaggi è un prete innamorato, il suo amore lo tormenta ma il suo voto di castità non pare farlo più di tanto. Non lo vediamo mai interrogare quel Dio di cui dovrebbe essere, indegnamente, ministro. Anche Quasimodo, da campanaro che vive nella chiesa, parla con le statue di pietra, le gargoille (che riconosce come sue simili), o con le sue campane ma mai con Dio. Dio è assente. Manca persino nella sua negazione. La sua assenza è rimarcata dall’indifferenza dei personaggi nei suoi confronti, mentre la più umana delle tragedie, quella degli amori feriti, si svolge nella sua casa.

Victor Hugo (Besançon, 26 febbraio 1802 – Parigi, 22 maggio 1885) è stato un poeta, drammaturgo, saggista, scrittore, aforista, artista visivo, statista, politico e attivista per i diritti umani francese, considerato il padre del Romanticismo in Francia.

La cattedrale qui rappresenta più che il regno di Dio il simbolo della fine di un’epoca. Come scrive Hugo l’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutemberg ha ucciso il libro di pietra. Le chiese erano i libri di pietra, su cui per secoli la cristianità aveva inciso e dipinto le sue storie, attraverso le quali la Chiesa e gli artisti parlavano al popolo. Ora c’è il libro e non occorrono più chiese. Si direbbe quasi che Hugo voglia intendere che con il libro e la diffusione della conoscenza non occorra più neanche Dio (“la stampa ucciderà la chiesa” – Libro Quinto – Capitolo II).

E oggi che il digitale sta uccidendo il libro di carta, cos’altro morirà con lui?

 

Dijali, Phoebus, Quasimodo e Esmeralda nel film Disney “Il Gobbo di Notre-Dame”

 

L’AMORE AI TEMPI DEI SIMPOSI

A volte facciamo fatica a renderci davvero conto di quanto diversamente siano percepite alcune cose da altre civiltà o in altri tempi. Il razzismo deriva anche da questo (o forse ne è solo una scusa): non capiamo gli altri e li consideriamo barbari. In realtà, è solo per ignoranza e pigrizia intellettuale che consideriamo una morale superiore ad altre o addirittura come l’unica possibile.

Diciamo che la nostra cultura deriva da quella greco-romana e da quella ebraica, eppure di queste abbiamo preso solo alcuni aspetti e alcune idee e dimenticato molti altri. Se quelle erano le nostre radici, ce ne siamo a volte allontanati molto.

Persino un concetto generale come quello dell’Amore oggi è concepito in modo totalmente diverso che nella Grecia antica.

Se oggi un adulto “adesca” un ragazzino per motivi sessuali, ci scandalizziamo, mentre per i Greci era uno dei modi per far crescere ed educare i ragazzi.

Platone

Solo negli ultimi decenni la nostra cultura sta imparando ad accettare l’omosessualità, che per i greci era invece la forma più normale e pura dell’amore.

Per renderci conto di come fosse diversa la società greca dalla nostra, ben si presta la lettura del piccolo classico che va sotto il nome di “Simposio”, attribuito a Platone (forse è il più celebre dei suoi Dialoghi), in cui ci mostra un convivio di menti greche (tra cui persino Socrate, di cui, deviando dal tema principale, uno dei commensali, Alcibiade, tesse l’elogio) disquisire su cosa sia l’amore, sia facendo riferimento alle teorie religiose, sia aspetti sociali, sia a temi più strettamente filosofici.

Per Fedro, Eros è il più antico di tutti gli Dei. Per il padrone di casa Agatone, Amore è il Dio più bello e nobile.

Diotima di Mantinea sostiene invece che Eros sia un demone, figlio di Poros – ricchezza – e Penia – povertà. Aristofane racconta di come gli uomini un tempo fossero sfere con quattro braccia e quattro gambe e di come furono divisi in due e da allora l’una parte ricerca l’altra, anche se non necessariamente un uomo cerca una donna e viceversa ma sono possibili anche altre combinazioni.

Per Pausania c’è un amore celeste e un amore terreno, il primo ama le anime e il secondo i corpi.

Il medico Erissimaco lo vede come un fenomeno naturale.

La discussione non è scomposta, ma ogni tema viene analizzato e affrontato nella sua interezza dai partecipanti al simposio, alcune delle menti più vivaci dell’Atene del tempo, ma come si addice a un simposio, aspetti e visioni assai diversi dell’Amore si alternano in modo non sistematico e talora la conversazioni devia anche su altri argomenti.

VITA, AMORE E MORTE NELLA PROVINCIA AMERICANA

Il riferimento alla Contea di Aberdeen mi aveva fatto pensare che il romanzo di Tiffany BakerLa ragazza gigante della Contea di Aberdeen” ” (The Little giant of Aberdeen County) potesse essere ambientato nella cara e vecchia Gran Bretagna e più specificatamente che fosse la cosiddetta Città d’Argento della Scozia. Il riferimento al gigantismo, forse, mi faceva pensare all’antico “Bestiario di Aberdeen”, un manoscritto miniato del XII secolo.

Leggendo appare invece chiaro che si tratta di una cittadina americana.

Nel tentativo di individuarla, scopro che solo negli Stati Uniti si possono trovare almeno 8 Aberdeen, per non parlare di quella in Canada e di quelle in Botswana, Cina, Sri Lanka e Sudafrica!

Nel volume forse ci sono riferimenti sufficienti per capire a quale di queste l’autrice si riferisca, ma lascio ad altri il compito di individuarla con maggior precisione sulla carta geografica. Mi basta sapere che è provincia americana. Perché questo è un libro sulla vita di provincia come possono esserlo la “Antologia di Spoon River” di Edgard Lee Masters o “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee o “Il seggio vacante” di J.K. Rowlings (ma in quest’ultimo siamo davvero in Gran Bretagna!). Lo è con i suoi personaggi come il dottore, l’unico del villaggio, figlio del precedente medico e di una lunga serie di medici di paese, tutti con il medesimo nome e cognome, fino a risalire a una leggendaria guaritrice, Tabhita, sposata da un suo antenato, e che pare abbia nascosto il suo “libro delle ombre”, che contiene il segreto delle sue antiche pozioni; personaggi come il contadino ricoperto di debiti ma dal cuore buono e che sopravvive grazie alle corse dei suoi cavalli perdenti, personaggi come la maestra acida e zitella, come il ragazzo piccolo e intelligente rovinato dalla guerra e tanti altri.

È però un romanzo di provincia diverso, non solo perché parlandoci della gente di Aberdeen ci parla di grandi temi come la Vita, la Morte, l’Amore, il Sesso, la Malattia, la Famiglia, l’Amicizia, ma anche perché tra i suoi personaggi spicca la protagonista Truly Place. Spicca anche per la sua mole. Di lei sappiamo che è più alta di tutti gli uomini del villaggio, che è robusta più che grassa, quasi un gigante, insomma. Tale la considera la sua maestra fin da quando la conosce bambina, tale la reputa il medico del paese che vuole studiarla (la stessa persona che da bambina la tormentava con i suoi beffeggiamenti, da adulta la tormenta con le sue cure). Lei non vuole sapere quanto è alta o quanto pesa e così anche a noi lettori non è dato saperlo. Dobbiamo limitarci a constatare che è davvero grande e che non smette di crescere neppure da adulta.
Il suo miglior amico è invece il ragazzino più intelligente e piccolo della scuola, quello che partirà per il Vietnam e tornerà menomato e trasformato.

Tiffany Baker

Per essere una storia sulla provincia americana ha insomma una protagonista un po’ troppo eccessiva, un po’ troppo evidente per luoghi in cui tutto tende a essere nella norma. Eppure, si sa (e i volumi che citavo lo confermano) che la provincia nasconde cose inconfessabili sotto la sua patina di normalità. Truly non è certo la sola “pecca” di Aberdeen.

È un libro che ci parla di magia e di leggende, con questo crescere inarrestabile di Truly e con il misterioso “libro delle ombre” che rifarà la sua comparsa, ma poco indulge, in realtà, al fantastico. Le cure prodigiose di Thabita si rivelano solo frutto di miscele di erbe, il gigantismo di Truly non supera mai certi limiti.

Prevale la descrizione dei rapporti umani: il difficile amore tra la grande Truly e il piccolo reduce del Vietnam, la morte dei genitori di Truly, la gravidanza inattesa della sorella Serena Jane, il suo matrimonio con l’odioso medico Robert Morgan e la sua fuga alla ricerca di fortuna, abbandonando il figlio omonimo di Robert Morgan, il primo della famiglia a rifiutarsi di divenire medico e a rivelarsi omosessuale, l’amicizia con la taciturna sorella adottiva Amelia e i rapporti con la famiglia che ha accolto Truly alla morte del padre (la madre se ne era andata mettendola al mondo).

Piccoli segreti tenuti nascosti in un ambiente troppo ristretto per nascondere una falsa morte, un’eutanasia, un omosessualità, una fuga, un’anormalità.

Un romanzo che scorre veloce, con personaggi che si fanno amare e alcuni che si farebbero odiare se la loro umana debolezza alla fine non li rendesse solo oggetto di pietà. Un romanzo che con lievità ci fa pensare ai grandi temi della vita. Un romanzo da leggere.

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