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L’AMORE E L’INDIPENDENZA

Risultati immagini per lo sguardo e il risoLo sguardo e il riso” di Caterina Perrone è una storia d’amore ambientata in un non-tempo passato e in un non-luogo che ricorda l’Italia medievale ma che ha il sapore dei borghi fantasy. Non è comunque né ucronia, né utopia e neppure vero fantasy, ma canto sui rapporti umani, sulle pulsioni e i sentimenti d’amore, sul cercarsi e allontanarsi tipico degli amanti, sugli ostacoli che le famiglie e l’ambiente spesso frappongono a tali amori.

I protagonisti, in primis, la bella Viola sono vivaci e con un certo spessore. Viola non pensa solo al suo amato Matteo. È delineata come una ragazza forte e decisa, con una grande passione per lo studio dell’erboristeria e dei profumi. Appare, pur in questo tempo indeterminato, come una sorta di eroina anticipatrice di autonomie e indipendenze femminili. Pur ambendo all’amore del bel rubacuori Matteo, non vuole sposare né lui, né chi vorrebbe imporle il padre, dimostrando la sua brama di indipendenza.

Siamo dunque sì di fronte a una storia d’amore, ma anche alla raffigurazione di un anelito di emancipazione femminile. Viola ambisce realizzarsi nel proprio lavoro di profumiera, piuttosto che diventare moglie devota.

I personaggi si fanno amare e la storia scorre agevolmente verso l’atteso finale, lasciando presagire possibili sviluppi futuri, così come possibili scritture venture di Caterina Perrone che con questo volume edito da Porto Seguro è alla sua prima prova letteraria.

Corredano il volume i bei disegni in bianco e nero di Gianni Mannocci, assai attenti a cogliere i dettagli e i particolari delle scene raffigurate.

La copertina invece è un bel dipinto di J. W. Waterhouse.

 

Caterina Perrone – Auditorium del Duomo – Firenze 2/12/2017

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L’IMPORTANZA DI AMICIZIE E AMORI AI TEMPI DEL LICEO

La ragazza che non sapeva respirare le nuvoleLa ragazza che non sapeva respirare le nuvole” è un bel titolo. È il titolo del romanzo di Silvio Donà ed è il titolo di una canzone di una band musicale liceale con cui partecipano a un “contest” (così oggi chiamano le gare canore!). La canzone, a quanto si legge, deve essere bella, perché piace al pubblico, ma non c’è dato conoscerla. Il libro è un buon libro e questo posso dirlo avendolo letto. È un libro che ho letto tutto d’un fiato (e questo non mi capita quasi mai), sia perché è corto, sia perché si lascia leggere proprio bene e coinvolge, anche se non si hanno più sedici anni (o giù di lì) come i protagonisti.

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Silvio Donà

La ragazza che non sapeva respirare le nuvole” è una storia di amicizia e di amore adolescenziale ma anche una storia sulla difficoltà dei rapporti sociali, sulla difficoltà di vivere, così come può essere percepita da un adolescente, giacché è quella l’epoca e l’età in cui ci rendiamo conto che il mondo non è tutto rose e fiori e che non tutti sono nostri amici. È quella l’età in cui ci innamoriamo per la prima volta e questa sembra una cosa bella e grandissima ma può anche essere una cosa brutta e dolorosissima. E di questo ci parla, con voluta e giusta leggerezza, Silvio Donà, raccontandoci questa storia di musica, di ragazzi che s’incontrano e scontrano in band musicali che sono anche bande di amici e nemici, in cui da una parte stanno i “fighetti” e dall’altra gli “sfigati”, perché a quell’età queste sonio etichette che contano e a volte continuano a contare anche da adulti, quando non si è riusciti a crescere davvero, dato che molti, per lo e nostra sfortuna la maturità rimane solo una meta irraggiungibile ed è per questo che abbiamo ancora in giro tanti razzisti o gente con la puzza sotto il naso. Gente che non ha vissuto momenti come quelli descritti nel libro, che li abbia fatti crescere o che li ha vissuti ma non ha imparato nulla. Il protagonista invece impara e cresce e questo dunque è, con lievità, anche romanzo di formazione e crescita.

Non è la prima volta che leggo qualcosa di Silvio Donà. Anni fa lessi la sua distopia “Pinocchio 2112” che ci parlava dell’importanza dei libri e dell’amicizia. Un altro bel libro, perché Donà è davvero uno che sa scrivere. Da uno dei suoi libri, scritto assieme allo sceneggiatore Antonio De Santis è persino stato tratto il film “Mi rifaccio il trullo”.

Carlo Menzinger con due libri di Silvio Donà

L’AMORE, LA MEMORIA E IL FANTASY DEL NOBEL

Risultati immagini per il gigante sepolto di kazuo ishiguroIl gigante sepolto” di Kazuo Ishiguro, autore da poco premiato con il premio nobel di cui avevo già letto la splendida ucronia “Non lasciarmi”, è un fantasy che parte con un passo diverso dagli altri, non saprei se con passo da gigante, ma pur sapendo di leggere una storia del genere, ci si comincia a muovere in un mondo in cui la magia sembra esserci, ma non essere poi così evidente. Non ci corrono, insomma, subito incontro, folletti, gnomi e giganti. Quanto a presenza di magia e creature fantastiche, siamo più dalle parti de “Il trono di spade”, che de “Il signore degli anelli” o di “Harry Potter”. Mentre i modesti emuli di Tolkien e Lewis spesso scrivono solo avventure per bambini cresciuti di principesse da salvare e draghi da uccidere, Ishiguro utilizza il fantasy come uno strumento per narrarci di altro. Ci parla, dunque, soprattutto della memoria, della sua mancanza, del suo ruolo nelle cose del mondo e nei rapporti tra le persone e, soprattutto, nell’amore. E di amore, in fondo, questo romanzo parla, pur non essendo certo una storia d’amore nel senso classico, con due giovani che si amano tra mille peripezie. Qui si parla soprattutto di amore senile. Di come muti in una coppia che si avvicina alla fine dei propri giorni assieme, di come le cose belle e brutte che sono capitate loro abbiano contribuito a creare un legame forte, diverso dalla semplice passione, dal colpo di fulmine, che all’improvviso può legare due giovani.

Per parlarci di questo Ishiguro usa un drago, che non vediamo quasi mai, ma il cui fiato ha sparso sul mondo e sulla nostra coppia di vecchi la dimenticanza. C’è insomma nel romanzo un drago, come ci sono orchi e qualche altra creatura magica, ma, se ci fa caso, l’autore ci ha messo qualcosa di diverso da quello che avrebbe potuto metterci un autore totalmente occidentale. Il drago non è solo una creatura aliena, un mostro da combattere con spada e lancia. Si sente qualcosa dello spirito animista dell’antico Giappone. Il Risultati immagini per il gigante sepolto di kazuo ishigurodrago qui è una sorta di divinità minore, anche se la sua magia è mossa da un sortilegio dell’antico, mitico Merlino, qui ormai morto. Come in varie culture asiatiche, spesso i draghi giapponesi sono divinità dell’acqua, associate alle precipitazioni e ai fiumi, tipicamente rappresentati come grandi creature serpentine senza ali ma con lunghi artigli. Anche di questo drago (una femmina) si dice che “sembra un verme” e lo troviamo in fondo a una grotta e lì sarà affrontato, non in una battaglia aerea come quelle, per esempio, de “Il trono di spade”.

Ci muoviamo, allora, assieme ai due vecchi dalla memoria corta. Eppure la loro è ben più lunga di quella di tanti giovani delle loro terre.  Non sono solo loro, in effetti, ad avere poca memoria, ma tutto il mondo, da quando vi è calata quella che i vecchi chiamano “La Nebbia”, un qualcosa che nasconde i ricordi.

Ecco così che, da questa nebbia, poco a poco i personaggi prendono forma, il paesaggio si delinea, la storia si svela e compaiono persino le prime creature fantastiche e, in particolare, si comincia a parlare di questo mitico drago, i cui poteri sembra vadano al di là di quel che i più credono e che assume via via un ruolo sempre più centrale nella storia.

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Kazuo Ishiguro (カズオ・イシグロ? o 石黒 一雄 Nagasaki, 8 novembre 1954) è uno scrittore giapponese naturalizzato britannico, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 2017

All’inizio del romanzo si parla, come si diceva, soprattutto dell’importanza della memoria, di come l’amore si nutra di ricordi e di quanto sia difficile un amore senza memoria di sé. La vicenda si muove con il passo lieve delle fiabe in questo mondo incantato più per la mancanza di passato che per la magia. Mancanza di passato che non vuol dire però sua reale assenza, perché lo spazio della narrazione è spazio storico o pseudo-storico. Siamo in Gran Bretagna, tra britanni e sassoni e Artù non è morto da molto. Incontriamo persino uno dei suoi mitici cavalieri, il suo nipote Galvano, ormai molto anziano, ma sempre bardato nella sua antica armatura e pronto a esser paladino dei deboli ed eroe nelle imprese più ardue e la magia di Merlino ancora permea ogni cosa. Sembrerebbe un classico fantasy di derivazione arturiana, ma le origini anglo-nipponiche dell’autore si fanno sentire e, soprattutto, si fa sentire la penna di un uomo che sa scrivere e che è solito farlo anche con storie di altro genere. All’apparenza, dunque, ci regala un fantasy dei più classici, ma nella sostanza la storia è ben altro.

LE RIFLESSIONI ANCORA ATTUALI DI SHECKLEY

Risultati immagini per la decima vittima sheckleyLa Decima Vittima” di Robert Sheckley, sebbene non sia un romanzo, ma una raccolta di racconti, edita nel 1965, si è rivelata una lettura davvero avvincente e per nulla antiquata, nonostante questo libro abbia quasi la mia età, ovvero oltre mezzo secolo. Mancano, infatti, (quasi) certe ingenuità tipiche della fantascienza degli anni d’oro. I racconti sono tutti molto attuali e moderni e la lettura e ancora oggi assai coinvolgente e ricco di spunti di riflessione sull’amore, la morte, il gioco, la sicurezza, l’intelligenza, la sopravvivenza, il tempo.

 

Il primo racconto (“Il premio del pericolo”) è una sorta di anticipazione di “Hunger Games” e dei reality con un tale che partecipa a trasmissioni televisive con giochi sempre più pericolosi, in una sorta di avanzamento di livello da videogioco. Non c’è il circo mediatico immaginato nella trilogia di Suzanne Collins, ma l’ultima prova dura una settimana e vede il coinvolgimento oltre che di una squadra di sicari, della popolazione.

 

Il secondo racconto (“Il linguaggio dell’amore”) vede un simpatico protagonista incapace di esprimere i propri sentimenti in modo diretto, senza Risultati immagini per la decima vittima sheckleyperifrasi auto-contraddicenti. Costui si reca da uno studioso dell’antico Linguaggio dell’Amore che fu ideato dalla popolazione ormai estinta di un mondo lontano. Scoprirà così che i sentimenti non si possono studiare, ma solo vivere e che la causa dell’estinzione di questo popolo fu l’aver dedicato troppo tempo alla teoria, cessando di metterla in pratica.

 

Il terzo racconto (“Uccello da guardia”) affronta riflessioni analoghe a quelle portate avanti da Isaac Asimov con i suoi racconti e i suoi romanzi sui robot. A differenza di Asimov, che trova una soluzione ottimistica basata sulle celeberrime Leggi della Robotica, la risposta di Sheckley è pessimistica.

Le riflessioni concernono la possibilità di creare macchine intelligenti e in grado di imparare dalla propria esperienza e il rischio che queste possono creare dei danni agli uomini.

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Robert Sheckley (New York, 16 luglio 1928 – Poughkeepsie, 9 dicembre 2005) è stato un autore di fantascienza statunitense. Sheckley è stato insignito del titolo di Author Emeritus da parte della Science Fiction and Fantasy Writers of America nel 2001.

Sheckley immagina che siano creati degli Uccelli da Guardia robotizzati al fine di prevenire i crimini, tema che ricorda “Minority report” di Philip K. Dick (da cui fu tratto il film di Spielberg e una serie TV). La loro capacità di apprendimento dovrebbe servire a riconoscere sempre meglio gli intenti omicidi e a prevenirli. Anticipando il web, gli Uccelli da Guardia sono collegati mentalmente tra di loro e ciò che uno apprende lo trasmette a un altro.

Come i robot di Asimov s’interrogano su cosa sia un uomo, cosa sia il bene e se il bene di una comunità debba prevalere sul bene di un individuo, così gli Uccelli da Guardia di Sheckley elaborano una loro idea di morte e una loro idea di cosa sia la vita da preservare. Arrivano così a considerare l’interruzione di qualsiasi attività (sia la vita di un essere vivente, sia il moto di una macchina) come un omicidio e a cercare di impedire così che non solo un criminale uccida la sua vittima, ma anche che sia impedita la pena di morte, sia impedito a un chirurgo di operare, a un macellaio di uccidere, a una persona di schiacciare una mosca, a qualsiasi animale di uccidere la propria preda, a un erbivoro di nutrirsi, a un uomo di spegnere un’automobile o una radio, portando il mondo alla paralisi e interrompendo persino il normale ciclo di vita e morte tramite il quale la vita si perpetua.

 

Anche nel quarto racconto (“La scialuppa ammutinata”) i protagonisti si trovano alle prese con un’intelligenza artificiale che cerca di fare il loro bene, ma che avendo una concezione errata di cosa sia questo per l’uomo, tratta i due astronauti come se appartenessero a una razza aliena, con esigenze di temperatura, di alimentazione e sociali così diverse che il suo tentativo di aiutarli corrisponde al loro omicidio. L’artefice di questo errore è una scialuppa spaziale di salvataggio, acquistata di seconda mano dai due protagonisti, senza sapere che era stata tarata sulle esigenze di una razza non umana.

 

Il quinto racconto (“L’armatura di flanella grigia”) parla di una strana società che organizza incontri romantici, con l’ausilio di una radiolina a transistor che guida i potenziali innamorati verso incontri fatali e solo apparentemente casuali e preconizza una società futura in cui i sentimenti saranno pilotati da aziende specializzate.

 

Con il sesto racconto (“Potenziale”) Sheckley esplora i limiti della mente, prima mostrandoci un caso di amnesia e poi rivelandoci un incredibile progetto di colonizzazione mentale, da effettuarsi mediante trasferimento di coscienze dall’umanità in razze aliene, grazie al potenziale inespresso del cervello.

 

Il settimo racconto (“L’uomo impigliato”) si svolge su due piani, da una parte descrive una divertente trattativa commerciale tra un essere che ha appena creato un intero gruppo di Galassie (tra cui la nostra) e il suo committente che non ne è soddisfatto per una serie di difetti tra cui quello di contenere uno strappo nel tessuto dello spazio-tempo. Il secondo piano narrativo, vede un terrestre alle prese proprio con questa disfunzione, che dal suo appartamento di New York lo porta a entrare in un mondo preistorico o in alternativa in un futuro dall’atmosfera ormai irrespirabile.

 

Con l’ottava storia (“Se il rosso uccisore”) Sheckley s’interroga sulla morte, sul significato morale che possa avere la resurrezione quando è imposta. Il caso che ci sottopone è quello di un soldato che durante una guerra cruenta muore più volte e ogni volta è resuscitato contro la sua volontà espressa di restare morto.

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Yul Brinner nel film originale “Westworld”

Con il nono racconto (“Modello sperimentale”) troviamo un’ulteriore riflessione sui limiti “morali” dell’intelligenza artificiale e sull’incapacità delle macchine di definire un limite alla propria azione paternalistica. Sheckley ci mostra un viaggiatore spaziale dotato di un “modello sperimentale” di macchinario, il Protec, che dovrebbe proteggerlo da ogni sorta di attacco, ma che lo mette in difficoltà nel suo tentativo di fare amicizia con una popolazione aliena, rivelandosi una trappola mortale.

 

Il decimo (“Nugent Miller e le ragazze”) è una simpatica storia post-apocalittica con l’ultimo uomo rimasto sulla Terra, che, quando ormai dispera di trovare altri esseri umani s’imbatte in quattro ragazze, controllate però da una ferrea istitutrice che odia gli uomini e non lo vuol far avvicinare. È occasione, come molte altre opere del genere, per una riflessione sugli impulsi animali che possono riemergere nell’uomo quando la civiltà crolla.

 

L’undicesimo (“Stagione morta”) ci racconta di un sarto cui vengono commissionati degli abiti dalle dimensioni molto particolari e sposta i toni verso il paranormale più la che fantascienza.

 

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Westworld – serie TV

Il dodicesimo (“Pellegrinaggio alla Terra”) dipinge una Galassia in cui la Terra, ormai priva di risorse, è trasformata in una sorta di parco divertimenti, dove tutto è permesso. Le maggiori “attrazioni” del pianeta sono la guerra e l’amore, sconosciuti nel resto della Galassia. In particolare, ci sono società specializzate nel vendere il vero amore e l’omicidio è liberalizzato.

 

L’ultimo (“La decima vittima”), che dà il titolo alla raccolta, è un altro esempio di futuro immaginato da Sheckley in cui la morte è, limitatamente, legalizzata. Aderendo a una certa associazione le persone ricevono una sorta di licenza di uccidere secondo una regola abbastanza semplice, per dieci volte possono essere il cacciatore, poi devono diventare la vittima. La vittima non sa chi sia il suo cacciatore.

 

Il premio del pericolo”, “L’armatura di flanella grigia”, “Pellegrinaggio alla Terra” e “La decima vittima” sono tutti esempi di un mondo in cui amore e morte sono stati mercificati e trasformati in intrattenimenti a pagamento. In questo Sheckley appare un precursore non solo di “Hunger games”, ma anche del film di Crichton del 1973 da cui è stata tratta la serie TV omonima “Westworld”. Nel 1965, quando Sheckley pubblicò la raccolta, probabilmente queste storie potranno essere apparse come pure fantasie, ma oggi, nel 2016, sentiamo che queste visioni sono ormai non troppo lontane dalla nostra realtà, in cui tutto è spettacolo.

CERCANDO IL GRANDE FORSE E L’USCITA DAL LABIRINTO

Cercando Alaska” è un romanzo d’iniziazione e crescita che parte con la ricerca di una Grande Forse, passa per la scoperta dell’amicizia, dell’amore e del sesso, si trasforma nella scoperta di una ragazza dallo strano nome, Alaska, si muta in una ricerca del senso del dolore e delle vie d’uscita da questo, diviene indagine sull’inattesa morte della giovane studentesca Alaska da parte dei suoi compagni di scuola e migliori amici, per diventare un’interrogazione sul senso di colpa, sul significato della vita e della morte.

Tutto si muove tra due citazioni, quella di Rabelais “Vado a cercare un Grande Forse” e le parole di Simon Bolivar né “Il generale nel suo labirinto” di Gabriel Garcia Marquez: “Come farò a uscire da questo labirinto?

Cercando Alaska” (“Looking for Alaska” – 2005), opera prima di John Green, racconta dello studente Miles Halter, appassionato delle ultime parole dette dai personaggi famosi, che parte per il collegio alla ricerca del suo rabelaisiano Grande Forse, per incontrare il fascino della strana compagna Alaska Young e l’amicizia del “Colonnello” Chip Martin, suo compagno di stanza. Appassionati di scherzi, creano un gruppetto di amici assieme a Takumi e Lara.

John Michael Green (Indianapolis, 24 agosto 1977) scrittore e blogger statunitense

L’improvvisa morte di Alaska, in un incidente che ha sapore di suicidio, genera i loro sensi di colpa e li lascia inquieti per oltre un anno, alla ricerca del perché di quella morte prematura e ingiusta e del senso della vita.

Può sembrare un semplice romanzo per adolescenti, ma ha la profondità lieve delle grandi opere, quella che ai lettori più distratti spesso sfugge.

Ne nasce un romanzo coinvolgente e intenso, che ha ben meritato il riconoscimento  nel 2006 del Micheal L. Printz dall’American Library Association e che lo ha portato al decimo posto nel 2012 nella classifica dei bestseller per ragazzi del New York Times.

Mi ha messo una gran voglia di rileggere “Il generale nel suo labirinto di Marquez”, lettura preferita di Alaska.

IL CONFLITTO EDIPICO IN AGOTA KRISTOF COME IN “GUERRE STELLARI”

Di Agota Kristof, l’autrice ungherese naturalizzata svizzera scomparsa nel 2011 avevo letto l’affascinante romanzo schizofrenico “La Trilogia della Città di K.” (1998). Leggo ora “Ieri” (2002), opera certo inferiore, ma comunque notevole e degnissima di lettura. La trama si basa sul classico tema edipico del figlio che uccide il padre (o quasi) e, qui, s’innamora della sorella (piuttosto che della madre). Il tema è stato così sfruttato che potremmo quasi considerarlo un cliché e mi fa, tristemente, venire in mente tante telenovelas, nonché la rediviva saga di “Star Wars”. Ebbene sì, seppure in contesto del tutto diverso, anche qui abbiamo un figlio Tobias (come Luke Skywalker) che uccide il padre e maestro e si innamora della sorella Line (come Leia). Abbiamo persino un mutamento di nome del protagonista Tobias che diventa Sandor come Anakin diventa Darth Vader in “Guerre Stellari”.

Perché questi mutamenti di nome? Forse la cosa ha a che fare con il potere biblico dato all’Uomo di “dare un nome”? Dando un nome alle cose, l’Uomo le ricrea. Mutando il proprio nome, l’uomo diventa diverso da se stesso e può dire: non sono stato io, Sandor, a uccidere mio padre, ma Tobias, Line che io amo non è mia sorella ma sorella di un Tobias che non esiste più. Non c’è peccato, non c’è colpa, perché io non sono più lo stesso.

Agota Kristof

Se “Guerre Stellari”, con la terza serie, abusa del cliché della parentela e delle coincidenze improbabili, questo breve romanzo della Kristof ha il pregio di trattarlo con maggior delicatezza e profondità, creando una storia che parte da un’infanzia difficile, con una madre prostituta e un padre menzognero, che vorrebbe aiutare il figlio illegittimo (portandolo dal suo “Lato della Forza”, ovvero tra le persone che studiano), ma non osa abbandonare o tradire la famiglia ufficiale, per arrivare a un nuovo amore impossibile tra i due fratellastri, in cui Line, per quanto innamorata e per quanto ignara della parentela (che Tobias invece conosce) rifiuta l’amore del Tobias divenuto Sandor per la differenza sociale che li separa, lei insegnante, lui operaio, lei di buona famiglia, lui figlio di prostituta.

Tobias rifiuta il padre e il suo mondo, tenta di uccidere lui e la madre e fugge, perdendosi in un mondo in cui non sarà mai come la sorella (Line non diventa una principessa come Leia di Guerre Stellari, ma comunque sarà un’insegnante, mentre Tobias resterà un operaio, due mondi sociali diversi).

La storia si gioca sui disvelamenti delle identità e su piccole schizofrenie derivanti dal ricorso a questi cambi di nome, sul senso di straniamento di gente fuggita dal proprio Paese, sugli amori impossibili. Il risultato è una storia che emana calore da ogni pagina, pur celando un gelo interiore che si percepisce, un gelo che nasce dall’amarezza della vita, che non sembra concedere speranze.

Luke Skywalker combatte con Darth Vader in Guerre Stellari

LA BAMBINA DEI SOGNI – 6 – LO SCONOSCIUTO ONIRICO

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal

6 – LO SCONOSCIUTO ONIRICO

Demetrio: «Ma siete proprio certi d’esser svegli?
O forse siamo ancora addormentati,
e quello che vediamo è tutto un sogno?»
(Sogno di una notte di mezza estate – William Shakespeare)

 
Eccomi salire in cima a una collina. C’era un vento fresco che agitava l’erba tutto attorno, come un mare verde in salita. Mi sentivo tranquillo e rilassato. Il cielo era limpido e azzurro. In lontananza scorsi una piccola nuvola nera. Mi voltai a guardarla, cercando di capire se si avvicinasse la pioggia. Veniva velocemente nella mia direzione. Non portava acqua e non era smog. Erano uccelli. Uno stormo di uccelli dalle lunghe ali nere. Forse corvi. Sì, mi parevano corvi. Riempirono l’aria con il loro gracchiare. Erano tanti. Tantissimi. Oscurarono il cielo. Volteggiavano ovunque senza scendere mai verso terra. Inquieto, presi a camminare in direzione del sentiero, deciso ad allontanarmi da lì. Lo raggiunsi. Era una stradina di sassi bianchi, che correva in mezzo ai prati. Sembrava condurre a una torre lontana. Scura contro il cielo. Il vento era aumentato e ora soffiava con forza, mentre i corvi volteggiavano da ogni parte. Non c’erano alberi o montagne in vista. Vedevo solo prati, corvi in cielo e ghiaia sotto di me. Verde, nero, azzurro e bianco.
Continuavo a camminare. In fondo alla strada scorsi una piccola sagoma. Era ferma nel mezzo. Non avanzava. Mi avvicinai più rapidamente di quanto pensassi fosse possibile e la riconobbi. Era Elena.
– Non devi sognare Maria − mi disse e subito i corvi presero a volteggiarmi più vicino. Uno dopo l’altro mi passarono davanti al viso, fissandomi con i vuoti occhi neri e minacciandomi con i becchi acuminati, mentre il frullare delle loro ali mi riempiva le orecchie.
– Non sono io a decidere i miei sogni – protestai, cercando di difendermi con le braccia da quel volteggiare minaccioso.

– Perché? − chiese la bambina e il suo stupore sembrava sincero e dolorosamente profondo.
– Perché le persone non possono decidere i propri sogni.
– Non è vero. Non sognare la donna cattiva.
I corvi s’avventarono su di me in un vorticare tempestoso di affilate penne nere, artigli acuminati e becchi aguzzi. Mi parve che alcuni fossero cavalcati da minuscole fate dagli occhi infuocati e dallo sguardo tagliente. Sentii una risata che derideva la mia ignoranza dell’eterno e dell’infinito. Intuii la presenza di creature ancestrali nelle viscere della terra. Esseri dalle forme inimmaginabili che premevano dagli abissi di pietra e magma sotto i miei piedi per emergere e tornare a dominare il tempo. Sentii la nullità del mio passaggio mortale nel mondo degli uomini. I corvi mi avvolgevano. Mi svegliai prima di essere travolto.

Paul Delvaux – Shadows-1965

Titania, Queen of Faeries by TheIronRing

Quando sopraffatto dalla stanchezza finalmente mi riaddormentai, tornai a sognare la ragazza mora, quella che citava “Sogno di una notte di mezza estate”. Era ancora in compagnia del tipo che l’aveva abbordata nel sogno precedente. Erano in un bar e chiacchieravano. Non avevano lasciato la stazione e si sentiva il rumore dei treni che arrivavano e partivano. Alle loro spalle un piccolo LCD trasmetteva una partita di campionato, ma non lo guardavano. I loro boccali avevano solo un residuo schiumoso di birra. Evidentemente non c’era stato nessun caffè oppure il suo tempo era già scivolato via, per cedere il passo a bibite più impegnative.
– Come ti chiami? – stava chiedendo lei.
– Oberon – insistette lui.
– Il tuo vero nome, intendo. Quello è il nome che ti ho dato io. Lascia stare Shakespeare. Come ti chiamava tua madre… per esempio? – scherzò senza allegria.
– Mia madre? Non ne ho mai avuta una – la gelò – sono figlio di una stella e del magma o forse di un demone e di una fata.
Lei abbassò lo sguardo confusa, forse persino un po’ offesa da quella risposta all’apparenza improbabile.
– Quell’uomo non ti meritava – cambiò argomento lui, confondendola ancor più.
– Di quale uomo parli?
– Di quello per cui stavi piangendo.
– Non piangevo… − tentò di difendersi.
– Un uomo senza carattere − insistette − che non ha neppure avuto la forza di trattenerti quando l’hai lasciato e che si è perso una simile fortuna: una ragazza bella, sensibile e intelligente.
– Non volevo… non volevo essere trattenuta… ma cosa dico? Di cosa parlo? Cosa ne sai tu? Perché parlo con te? Non so neppure chi tu sia, figlio delle stelle.
– Io conosco tutti i tuoi sogni e anche i tuoi incubi.
– Sei uno sbruffone! – protestò – Non conosci nulla.
– Io conosco anche il tuo futuro.
– L’hai letto in un sogno? Pensi forse che i sogni possano predire il futuro?
– Lo conosco perché il tuo futuro sono io – la placcò romantico.
– Tu? Cosa pensi di avere a che fare, tu, con la mia vita?
– Tutto. La tua vita mi appartiene. La mia vita ti appartiene.
– Sembra una proposta…
– È una certezza.
– Lo sarà per te. Io neppure ti conosco.
– E lui lo conoscevi bene?
– Sì, certo… − esitò. Un frullo d’ali le fece alzare per un istante lo sguardo.
– Eppure alla fine era diverso da come credevi. Io non potrò essere diverso. Io sono così. Sarò sempre così.
Un corvo volò dietro di loro.
– Così? Così come? Non so nulla di te. Neppure il tuo vero nome. E magari ora mi dirai anche che mi ami?
– Certo: ti amo e anche tu mi ami. Ti amo come si ama il proprio destino. O forse ti odio così tanto da non poter fare a meno di te. Questo è l’amore più grande e sincero. Non c’è sincerità tra gli amanti. Solo tra chi si odia.
– Mi ami? Bella presunzione, detta da uno sconosciuto a una sconosciuta. Mi odi? Perché allora non mi lasci stare? Cosa vuoi da me? Non sai neppure chi sono.
– Abbiamo tutto un futuro davanti per conoscerci. Io di te però ho già sognato tutto.
– Tutto? Conosci tutto di me? Sei proprio un buffone. Dimmi almeno il tuo nome. Pretendi di sapere ogni cosa di me e non vuoi che io sappia nulla di te. Come potrà mai esserci qualcosa tra di noi? Come potrà esserci un futuro, se non hai un passato e neppure un presente?
– Il mio nome è quello che mi hai dato tu: Oberon. Io sarò sempre quello che tu vorrai io sia. Sarò il re dei tuoi sogni.
– Allora torna dalla tua Titania.

Risvegliandomi mi chiesi come mai fossi tornato a sognare l’incontro tra questi due sconosciuti. Non mi pareva un sogno come gli altri. Sembrava troppo vero. Un piccolo film. Doveva avere qualcosa a che fare con Elena, ma ancora non capivo cosa. Di sicuro, per un motivo inspiegabile, mi avevano messo addosso il desiderio di rivederla. Erano sogni che sempre mi riconducevano con la mente verso di lei. Erano sogni che non mi davano riposo. Un’altra notte come quella e i miei nervi ne sarebbero usciti a pezzi.
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