LA CADUTA DELL’ULTIMO TITANO

Risultati immagini per la caduta di iperione keatsDopo aver letto “Hyperion” di Dan Simmons, un romanzo ispirato a John Keats e al suo Iperione e in cui Keats viene definito il più puro dei poeti, non ho potuto resistere un istante prima di leggere qualcosa di questo poeta ottocentesco. In un passato non troppo remoto, sulla scia della visione del film “Bright Star” avevo letto la raccolta “Poesie”, che non mi aveva entusiasmato quanto il film biografico faceva sperare.

Anche le lodi sperticate che Dan Simmons fa del poeta inglese, mi hanno preparato a qualcosa di meglio di quello che ho letto.

Dalla biografia di Keats ho visto che aveva pubblicato due opere con un titolo che faceva riferimento a Iperione: “Iperione” (1818) e “La caduta di Iperione” (1819), gli stessi titoli dei primi due romanzi del ciclo de “I Canti di Hyperion” di Simmons. A differenza dell’autore di fantascienza, però, a quanto mi pare di capire, Keats non ha scritto due opere di cui una sia il seguito dell’altra, ma con “La caduta di Iperione” ha voluto riscrivere “Iperione”, depurandolo delle parti troppo influenzate dalla poetica di Milton. Non sono ancora riuscito a trovare “Iperione”, ma ho letto “La caduta di Iperione”, opera incompleta (come la prima) che si ferma ai primi due capitoli e che vorrebbe narrare lo scontro tra gli antichi Dei di pietra, i Titani, e i nuovi Dei d’ambros

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John Keats

ia dell’Olimpo, mostrando la resistenza dell’ultimo Titano, Iperione, che in cielo assiste alla caduta dei suoi fratelli sulla Terra e che sarà infine sostituito da Apollo.

Di quest’opera si apprezza la potenza narrativa, la capacità di descrivere in versi una storia, la capacità di evocare uno scontro epico, ma anche di mostrare lo sgomento del poeta che si confronta nella sua umanità con la grandezza della violenza divina. Peraltro, la sua incompletezza impedisce di appassionarsi e lasciarsi trascinare dal fiume delle parole, che subito precipita in una cascata di cui non si vede il fondo.

IL POLIEDRICO E FANTASIOSO UNIVERSO KEATSIANO DI HYPERION

Risultati immagini per hyperion simmonsDa ragazzo ho letto varie centinaia di libri di fantascienza, poi, per alcuni decenni, sono passato a leggere altro. Negli ultimi anni, interrogandomi su quali aspetti dei libri amo maggiormente, mi sono reso conto che queste caratteristiche di trama, ambientazione, fantasia, azione si trovano assai più facilmente nella fantascienza che in altri generi e, così, ultimamente ho ripreso in mano romanzi che già avevo letto e cercato di scoprire cosa di nuovo fosse stato prodotto dal 1980 a oggi. Da poco, poi, mi sono imbattuto in un gruppo di lettori della piattaforma anobii, che sta tentando di realizzare una lista dei migliori romanzi di fantascienza di sempre. Si tratta della Fratellanza della Fantascienza, cui ho ora aderito.

Il romanzo con la media di voti più alta che compare, per ora, in tale Lista (ma è ancora in lenta evoluzione) è “Hyperion” di Dan Simmons. Pubblicato nel 1989, è il primo volume di un ciclo (“I Canti di Hyperion”). Oltre a essere il più amato dai miei Confratelli, ha anche vinto il prestigioso Premio Hugo nel 1990, forse il riconoscimento più importante nel mondo della Si-Fi e vari altri premi.

Parte un po’ lentamente, poi i vari personaggi, in attesa di raggiungere il pianeta Hyperion, raccontano ciascuno la propria storia e i propri rapporti con questo mondo. È una formula narrativa che non amo e che considero un po’ primitiva. Mi viene da pensare alle “Mille e una notte”, al “Decamerone” di Boccaccio, a “I racconti di Canterbury” di Geoffrey Chaucer o a “Il castello dei destini incrociati” di Italo Calvino. Il racconto contenitore appare poco rilevante e serve, almeno in questo primo volume, solo da collante, anche se si può immaginare che le sei storie qui raccontate costituiscano l’antefatto di quanto sarà narrato nei volumi successivi e il loro convergere è evidente già nel passato che i sei narratori siano già riuniti nel loro pellegrinaggio allo Shrike.

 

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Dan Simmos

Già con il primo racconto ci caliamo in una storia che di per sé è un romanzo breve e dei più affascinanti. Vi si narra del viaggio su Hyperion di un prete cattolico, Lenar Hoyt, che, partito alla ricerca di una misteriosa popolazione discendente da esseri umani naufragati generazioni prima sul pianeta, i Bikura, ha ora costituito una sua forma di civiltà tribale. Il prete rimane bloccato assieme a questi strani individui, scoprendo che sono divenuti assai diversi dai loro antenati e che custodiscono una misteriosa basilica sotterranea abitata da strane creature simili a stelle marine, che entrano in simbiosi con loro e con lo stesso prete. Nelle profondità della terra, vive poi una creatura malvagia e misteriosa, il leggendario Shrike, figura centrale del pianeta e del romanzo. Le implicazioni filosofiche e religiose ci permettono di considerare quest’opera come un significativo esempio di “fantareligione”. Già in questo primo romanzo breve sono forti i riferimenti a quanto scritto da Keat nel suo “La caduta di Iperione”.

Per esempio, il tempio e la scalinata fanno pensare ai versi:

«Questo tempio

triste e solitario è tutto ciò che

rimane dopo i lampi d’una guerra

che fu combattuta tanti anni fa

dalla gerarchia dei giganti contro

i ribelli, e questa vecchia immagine

i cui incisi tratti si corrugarono

nel mentre lui cadeva è di Saturno,

ed io sono Moneta, che rimango

unica e suprema sacerdotessa

della sua desolazione».

E questi versi di Keats, dalla stessa opera, non ricordano un passo del racconto?

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John Keats

E mentre ancora

bruciavano le foglie, all’improvviso

sentii il brivido d’una paralisi

salire da terra su per le gambe,

e tanto rapidamente che avrebbe

presto fatto presa su quelle vene

che palpitano vicino alla gola.

E le doppie morti dei Bikura non sono forse ispirate a questi versi de “La caduta di Iperione”?

Tu

hai assaporato che cosa significhi

morire e poi vivere nuovamente

prima dell’ora fatale.”

E la difficoltà del prete a salire l’immensa scalinata non nasce dai versi ottocenteschi:

Se non puoi salire

questi scalini è meglio che tu muoia

su quel marmo ove ora sei”.

 

Il secondo racconto è quello di un soldato, il colonnello Fedmahn Kassad. Attraverso una serie di simulazioni virtuali di battaglie reali del passato e immaginarie del nostro futuro, impariamo a conoscere l’universo in cui è inserita la storia. In ognuno di questi mondi virtuali il palestinese Kassad incontra una donna di cui s’innamora. Giunto poi su Hyperion, combatte contro i feroci Ouster e riceve oltre all’aiuto della misteriosa ragazza, Moneta, anche del perfido Shrike. Mentre Kassad e Moneta fanno l’amore, la ragazza si trasforma nello Shrike. Si noti che Moneta è il nome della sacerdotessa (reincarnazione di Mnemosyne) che compare ne “La caduta di Iperione” scritta dal vero John Keats.

Questo racconto appare ricchissimo di particolari e dettagli delle battaglie e non solo, con un vocabolario che inserisce neologismi a raffica, senza spiegarli più che tanto (ma non si sente il bisogno di capirli a fondo), per descrivere navi spaziali, armi, creature e apparati di vario tipo. Questi dettagli e questo vocabolario così ricco sono al contempo la bellezza e la debolezza di questo brano. Si rimane affascinati da questo fiume in piena di eventi e parole, ma se ne sente un po’ l’inutilità ai fini della sostanza della trama. Posso immaginare che andando avanti con la lettura si finisca per restare presi nella loro rete e non volerne più uscire, ma il primo approccio non è così scontato.

 

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Il titano Iperione

Il terzo narratore è un poeta, Martin Sileno (“poi un vaporoso sopore/ mi colse e sprofondai come Sileno / su un antico vaso” scrive Keats ne “La caduta di Iperione”). Ci narra del suo grande successo letterario “I Canti di Hyperion” (tre miliardi di copie venduti nei vari mondi), della sua crisi successiva e della sua attività di autore commerciale con i sequel del primo libro (dal II al IX), fino alla sua venuta su Hyperion dove scopre l’incredibile legame tra la sua opera e il mostro Shrike e come questa progredisca nella misura in cui il mostro fa strage degli abitanti della Città dei Poeti. A proposito di poeti, il nome dell’opera (“Hyperion”), così come parte dei nomi che si incontrano, è un omaggio al poeta ottocentesco John Keats, che nel 1818 pubblicò un’opera omonima. Keats è citato più volte in questo racconto e definito il più puro tra tutti i poeti di sempre. Più avanti incontreremo un altro alter ego di Keats, ma anche Sileno, in quanto poeta non è lui stesso Keats? Oltre a una città che ne porta il nome, ne troviamo un’altra che si chiama Endymion, come l’opera dell’inglese. Grande è, a questo punto, la voglia di leggere di nuovo qualcosa del poeta dell’”Ode a un usignolo”.

Iperione, peraltro, era un epiteto del Sole e in greco significa “Che si muove al di sopra”. Era anche uno dei dodici Titani, uno di quelli che si schierò con Crono (il Tempo, che qui ha molta importanza!) contro Zeus (che qui rappresenta forse Dio o l’ordine costituito). Il titano Iperione è padre di Elio (il Sole), Eos (l’Aurora) e Selene (la Luna) generati da Teia, sua sorella e moglie. Keats nella sua opera “Iperione” ha voluto rappresentare lo scontro tra gli antichi Dei di pietra, i titani, e in nuovi Dei d’ambrosia e, in particolare, lo spodestamento di Iperione, sostituito da Apollo come divinità solare.

Risultati immagini per Hyperion SimmonsIl quarto narratore, lo studioso di filosofia Sol Weintraub, è un ebreo la cui figlia Rachel, in missione archeologica su Hyperion, all’interno di una sfinge, vicino alle Tombe del Tempo, contrae uno strano Morbo di Merlino che ogni notte la fa ringiovanire di un giorno e perdere la memoria di un altro giorno, così che ogni mattina si sveglia come se fosse il giorno prima e non quello dopo. Il suo tempo soggettivo scorre al contrario. Si parla anche di maree del tempo e sacche temporali. La vicenda di Rachel è qualcosa di simile al film del 2008 “Il curioso caso di Benjamin Button”, ispirato a un racconto di Francis Scott Fitzgerald del 1922. Il padre cerca di guarirla prima in modo scientifico, poi si rivolge alla Chiesa dello Shrike. Padre e madre fanno di tutto per rendere meno traumatici i risvegli della figlia che ogni mattina trova più vecchi genitori e amici, in un mondo in cui tutto è andato avanti, mentre solo lei sta tornando indietro. Anche qui il fatto che il padre sia ebreo e un filosofo ha la sua importanza, così come il ruolo del Vescovo e degli altri religiosi fedeli dello Shrike, perché il libro, tra le righe si presenta, man mano che si legge, sempre più come una riflessione sulla religione e la fede, ma anche sul significato del tempo. Sol, oltretutto, è tormentato da una voce che lo invita ad andare su Hyperion e lì sacrificare sua figlia, come Abramo con Isacco.

 

La quinta storia è raccontata da una donna, l’investigatrice Brawne Lamia, ma nel suo racconto compare un personaggio fondamentale: John Keats. Non proprio il poeta cui tutto il romanzo è dedicato e da cui è ispirato, ma il suo cibrido. Che cosa sia un cibrido non facile a dirsi, ma accontentiamoci di sapere che è una sorta di cyborg la cui personalità è stata costruita immaginando come potesse essere quella di una data persona, in questo caso il poeta ottocentesco John Keats. Il cibrido è il cliente della detective ma anche la vittima dell’omicidio su cui le chiede di indagare. Come già nel racconto del prete avevamo affrontato il diverso concetto di morte dei Bikura, qui dovremo familiarizzarci con quella che un cibrido vivente considera la propria morte. La vicenda ci porta su un pianeta in cui è stata ricostruita l’antica Terra, ormai distrutta, e in particolare in una riproduzione della Roma attuale, con Colosseo e Piazza di Spagna (luogo in cui visse il celebre poeta). Come nel racconto del colonnello Kassad anche qui certi dettagli di lotta, come lo scontro con Codino, Simmons ce li avrebbe anche potuti risparmiare.

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Iperione, la luna di Saturno

Lamia è sempre nome che fa riferimento a Keats e al suo “Lamia, Isabella, La vigilia di S. Agnese e altre poesie” del 1820, volume che comprende anche il poema incompleto “Iperione”. Tale opera fu poi riscritta da Keats, cercando di spurgare le parti troppo influenzate da Milton e ne nacque così “La caduta di Iperione”. La stessa Lamia, infine, si trasforma nell’ennesimo alter ego di Keats, quando il cibrido trasferisce nella mente della donna la propria coscienza.

 

La sesta storia mi è parsa la più debole, anche perché è divisa in due, prima il Console narra dei suoi nonni, i ribelli Siri e Merin, e poi parla di se stesso e di come sia arrivato su Hyperion per aiutare l’Egemonia a combattere gli Ouster, ma forse fa il doppio gioco.

 

Dopo il racconto del Colonnello, i sei pellegrini riprendono la loro marcia su Hyperion verso le Tombe Risultati immagini per hyperion simmonsdel Tempo e probabilmente lo Shrike, ma il romanzo finisce qui e occorrerà leggere il resto del ciclo per capire cosa sarà di loro e, soprattutto, se le sei storie abbiano maggiori punti in comune tra loro a parte il pianeta Hyperion, lo Shrike e John Keats.

 

Affascinante è la commistione con la vita e le opere di Keats che contribuisce a rendere quest’opera
complessa e articolata. Il suo senso si disvela poco per volta, mostrandoci un intreccio di storie ricche di riflessioni sulla religione e la filosofia, al punto di rappresentare certo uno dei lavori fantascientifici (e non solo) più interessanti degli ultimi anni, anche se purtroppo risente del difetto di essere un romanzo incompleto, in quanto parte di un ciclo e di non essere in sé un vero romanzo, quanto piuttosto un’antologia di romanzi brevi, per quanto connessi e collegati tra loro e propedeutici a una loro probabile unificazione narrativa. La visionarietà dell’insieme e la qualità di racconti come quello del prete e del filosofo ebreo meritano comunque in pieno la lettura dell’intero volume e il suo complessivo apprezzamento.

RICORDATE IL TELEFILM DELLE SETTE E VENTI?

Alberto Manzi

Alberto Manzi

Risultati immagini per orzoweiChi come me è nato intorno al 1964 ricorderà di certo la rivoluzione culturale che stravolse le abitudini delle famiglie italiane introducendo alle ore 19,20, sulla RAI, l’abitudine di trasmettere un breve telefilm per ragazzini. Queste trasmissioni mutarono innanzitutto l’orario della nostra cena, spostandola dalle 19,30 alle 20,00, ma, soprattutto crearono per la nostra generazione una cultura comune che difficilmente le nuove generazioni, bombardate da miriadi di programmi televisivi diversi oltre a tutto ciò che può essere liberamente reperito in rete, non potrà mai avere. Si comincio, negli anni ’70 con la serie “Amore in soffitta” cui seguirono altre serie mitiche come “Tre nipoti e un maggiordomo”, “Una casa nella prateria”, “Furia”, “Paul e Virginie”, “Mamma a quattro ruote”, “Le avventure di Rin Tin Tin”, “Lassie” e, soprattutto l’indimenticabile “Happy Days”. Quando si incontravano gli amici se ne parlava, si cantavano le sigle, si imitavano i gesti (soprattutto quelli di “Happy Days”). Erano la base di una vera cultura comune giovanile. Qui ho trovato un elenco abbastanza esaustivo di questi telefilm, che comprende anche le date di programmazione: http://www.tv-pedia.com/zapzaptv/viewtopic.php?f=2&t=1183

Tra questi telefilm c’era anche “Orzowei” (trasmesso giornalmente dal 28 aprile 1977 al 12 maggio 1977, di cui ricordo soprattutto questo ragazzo bianco che non faceva altro che correre attraverso l’Africa, mentre tutti, bianchi e africani, gli davano addosso e la sigla, un vero tormentone, cantata dai mitici Oliver Onions (cui si deve anche un’altra fortunata sigla, quella di Sandokan, quella di “Spazio 1999” e molto altro che i ragazzini degli anni ’70 certo ricordano).

Risultati immagini per orzoweiAvendo dunque trovato una vecchia copia del romanzo da cui fu tratta la serie televisiva, ho voluto leggerlo. Il romanzo, anch’esso intitolato “Orzowei” fu scritto da Alberto Manzi e si presenta un po’ datato come impostazione letteraria ma ancora interessante.

Non si può non notare una componente, che oggi diremmo “buonista”, piuttosto marcata. La volontà è chiaramente quella di voler lasciare un messaggio antirazzista (“Forse è un Swazi, o un bianco, o uno del piccolo popolo. È tutti e tre, o forse nessuno dei tre. Eppure io ho visto: boscimani, negri, bianchi sono stati capaci di amarlo e di sacrificarsi per lui quando lo hanno conosciuto. Ed egli ha amato tutti. Ecco: quando ci conosciamo, anche se la nostra pelle è di un altro colore, ci amiamo.”), ma i “negri” (ancora ripetutamente chiamati così), per quanto umani, sono visti come selvaggi. Non si mette in risalto una presunta superiorità dell’uomo bianco, presente nell’Africa descritta con piccoli deboli insediamenti che poco si discostano dai villaggi indigeni, ma si sente una certa vena di condiscendenza verso i popoli “primitivi”, di cui peraltro si esaltano le virtù. Insomma, il romanzo contiene buone intenzioni antirazziste, ma parla come un missionario del secolo scorso.

Lasciando da parte queste considerazioni, che a tredici anni, quando vidi il telefilm, certo ben poco mi interessavano, rimane il fascino dell’avventura di questo orfano bianco, allevato dagli Swazi (un gruppo Bantù) ma trattato da loro più o meno come un cane e infine scacciato, accolto come un figlio dal Piccolo Popolo dei Boscimani, in fuga per cercare le sue vere origini tra i boeri, in lotta con gli inglesi e le popolazioni locali. Troverà amici e nemici in tutti i popoli, sarà parte di tutti e di nessuno, eterno apolide in eterna fuga, come canta la sigla iniziale del telefilm, scritta da Susan Duncan Smith e Cesare De Natale, su musica di Guido e Maurizio De Angelis:

Corri ragazzo vai e non fermarti mai

la notte scenderà

il freddo arriverà

ma non pensare che

tutto sia contro di teRisultati immagini per orzowei

c’è l’amore

il sole giallo sorriderà

Orzowei na na na na na na na na na na na na na na naaa

lotta per la tua vita

Orzowei na na na na na na na na na na na na na na naaa

prima che sia finita

Parteciperà a caccie e battaglie e sarà sempre in corsa.Risultati immagini per orzowei

L’Africa in cui si muove è selvaggia e violenta, le zagaglie, le lance indigene, spesso colpiscono e il sangue scorre. Da bambino disprezzato (come indica il suo soprannome “Orzowei”, che vuol dire “Trovato”, ma che indica anche la sua non appartenenza al popolo degli Swazi), imparerà a difendersi e a farsi rispettare. Affronterà una prova tribale di iniziazione, ma tutta la sua giovane vita sarà una continua iniziazione, un continuo superare prove attraverso cui crescere. Ed è questo il grande fascino di questa storia, è di questo che parla ai ragazzi: la vita è difficile, ma puoi affrontarla, puoi attraversarla, puoi diventare qualcuno. Sebbene opera diversissima, si basa, in fondo, sullo stesso messaggio di “Harry Potter” e fu questo, io credo, a farcelo amare allora, come oggi i ragazzi amano le storie della Rowling.

 

L’UOMO CONFUSO

Risultati immagini per l'uomo disintegratoLa lettura de “L’uomo disintegrato” di Alfred Bester ha suscitato in me, man mano che procedevo, differenti sensazioni, in prevalenza non positive, anche se forse il finale tutto spiega e ti riconcilia in parte con il romanzo.

La prima sensazione è stata di caos. Non mi era affatto chiaro, per varie pagine, dove andasse a parare questa storia, in cui l’umanità ha colonizzato i vari pianeti del sistema solare, che ancora si immaginano come abitabili, e su ognuno ha impiantato varie attività imprenditoriali. La società è regolata dalla presenza di telepati (qui detti Esper, dall’inglese ESP – Extra-Sensory Perception) che ricoprono soprattutto ruoli di psicologi e poliziotti. Gli Esper sono divisi in vari gradi, a seconda della loro capacità telepatica.

Solo dopo varie pagine, assistiamo alla preparazione e alla messa in atto di un delitto da parte di Ben Reich, che assassina il suo concorrente imprenditoriale Craye D’Courtney.

La seconda sensazione è stata quella di trovarmi in una brutta copia dei romanzi del Ciclo dei Robot di Isaac Asimov. Per Asimov le indagini sono legate ai poteri dei robot, regolati da leggi, qui al posto degli automi abbiamo i telepati, con le loro regole. Oltretutto gli ultimi robot di Asimov sono pure telepatici. Occorre dire che “L’uomo disintegrato” è del 1952, mentre i romanzi di Asimov sono del 1953, 1957, senza contare i sequel scritti nel 1985 e 1986, dunque Bester era arrivato prima, anche se meno felicemente a mio parere. Parere personale, del resto, dato che “L’uomo disintegrato” nel 1953 vinse persino il Premio Hugo.

Avendo io, però, letto prima i romanzi del russo-americano, ho avuto la sensazione che le cose qui girassero meno bene. Innanzitutto, l’indagine si risolve in poca cosa, e subito riprendono azioni varie, solo in parte poi riconducibili all’indagine.

Compare sin dall’inizio la figura di un Uomo Senza Volto, ma questo acquista consistenza narrativa soprattutto nel finale e ho avuto l’impressione dell’uso di un deus ex-machina, di una figura inserita a posteriori.

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Alfred Bester (New York, 18 dicembre 1913 – Doylestown, 30 settembre 1987) è stato un autore di fantascienza statunitense.

Comincia poi una parte spiazzante in cui l’assassino Ben Reich si accorge prima che le stelle sono scomparse, poi la luna, poi persone che conosceva, fino a un totale annichilimento di tutto il mondo attorno a lui. Rimangono solo lui e l’Uomo Senza Volto. Si capisce che è impazzito, ma il perché non è ancora chiaro e sembra solo un brusco cambio di registro narrativo. Siamo alle ultime pagine e assistiamo a un predicozzo morale dell’Uomo Senza Volto a Ben Reich, nel quale, tra l’altro gli rivela, che loro due sono la stessa persona. Per fortuna questo che sembrava il finale, non lo è, ma scopriamo che tutto ha un senso (evito di dire di più per non togliere il gusto della sorpresa a chi non l’avesse ancora letto).

Come già scritto sopra, il finale, spiegandoci le motivazioni di certi salti narrativi ci riconcilia con la lettura, ma bisogna aver avuto la costanza e la Risultati immagini per l'uomo disintegratoperseveranza di non mollare prima il libro e arrivare fino in fondo.

Nel finale si capirà anche il senso del titolo del romanzo, che, dalle prime righe invece sembrava dovesse essere ben altra cosa (il che mi pare un piccolo tradimento del “patto con il lettore”).

 

SOPRAVVIVERE IN UN MONDO OSTILE

Risultati immagini per Tom Godwin RagnarokCi sono libri importanti, libri ricchi di contenuti, libri che ti insegnano qualche cosa e libri che si leggono con piacere.

I superstiti di Ragnarok” forse non sarà un libro importante o ricco di contenuti e non credo m’abbia insegnato molto, a meno che non mi capiti un giorno di vivere su un pianeta ostile ad alta gravità, forte escursione termica e predatori ferocissimi, ma è senz’altro un libro che ho letto con piacere, con grande piacere, e questa forse è la cosa più importante.

Il romanzo di Tom Godwin racconta di una spedizione di colonizzazione terrestre diretta verso il pianeta Athena, che viene assaltata da una razza aliena che schiavizza metà di loro e lascia gli altri a morire sul mondo inospitale di cui scrivevo sopra. Un luogo in cui vivere è impossibile, sopravvivere difficilissimo. Un piccolo gruppo di umani ci riesce e lo fa per alcune generazioni e dopo duecento anni tende una trappola agli alieni per conquistare una loro astronave e vendicare i loro Risultati immagini per Tom Godwin Ragnarokantenati.

Adoro le storie di sopravvivenza, di lotta con la natura e di ingegnosità e, da questo punto di vista il romanzo è valido. La scrittura è buona e gran parte della storia appare credibile. Forse l’accelerata del finale (in effetti, si parla proprio di “accelerazione”) è un po’ troppo fantasiosa, ma è anche vero che molto del futuro dei reietti di Ragnarok rimane nei loro sogni e non sappiamo se si realizzeranno veramente. Godwin poteva lasciare, magari, un finale più aperto.

Un buon autore che ancora non conoscevo e scoperto grazie alla “Fratellanza della Fantascienza”. Peccato che abbia scritto ben poco d’altro! La storia è ben equilibrata e coinvolgente, nonostante il succedersi delle generazioni, che potrebbe disorientare, dato che i protagonisti cambiano spesso, ma seguiamo comunque l’evoluzione delle famiglie di sopravvissuti e il vero protagonista è tutto il gruppo, che persegue con costanza il proprio scopo e la propria lotta. Molto bello anche il rapporto che si instaura con gli animali selvaggi del pianeta.

C’è anche un sequel: “I reietti dello spazio”.

 

PSICOSI E PREGIUDIZI MARZIANI

Da ragazzo ho letto molta fantascienza, ma non ricordo di aver letto nulla di Philip K. Dick. Per vari anni non ho più frequentato il genere, cui mi sono riaffacciato solo in anni recenti. Tra gli autori fantascientifici che sto leggendo c’è ora anche questo autore americano, della cui produzione sinora ho affrontato solo “La svastica sul sole” (letto come classico dell’ucronia), “Tempo fuori luogo”, “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, “Ubik”.

Ho letto ora “Noi marziani” (Martian Time-Slip, 1964), una storia ambientata su Marte, ma assai lontana dagli stereotipi della fantascienza. Il romanzo cui, forse, per ambientazione, potrebbe essere maggiormente raffrontato è “Cronache marziane” di Ray Bradbury, se non altro per l’idea di una popolazione umana stabilmente impiantata sul pianeta rosso.

La visione del quarto mondo del nostro sistema, pubblicato l’anno della mia nascita, è ancora piuttosto legata alle conoscenze ridotte che se ne avevano a metà del secolo scorso. Innanzitutto, risente ancora dell’illusione dei canali marziani di Schiapparelli e ne fa derivare la presenza di acqua piuttosto abbondante (rispetto a quella risicatissima che il pianeta potrebbe forse ospitare), sebbene decisamente scarsa per le esigenze della popolazione terrestre colonizzatrice. Dall’idea dei canali deriva la considerazione che Marte un tempo potesse essere abitato da una cultura civilizzata che tali canali avrebbe costruito. Accanto ai terrestri vivono, infatti, i discendenti regrediti di tale civiltà, i cosiddetti Bleekman (ovvia l’assonanza con black man), comunemente detti “negri”. Sono esseri umanoidi lenti e inaffidabili, utilizzati per i lavori più pesanti. Parlando di loro, Dick denuncia il razzismo americano, qui trasposto su una nuova popolazione. Questi “negri” sono molto simili a esseri umani, al punto che qualcuno sul pianeta ipotizza che un milione di anni fa Terra e Marte siano state colonizzate da una razza aliena. Nonostante la somiglianza, il razzismo dei terrestri verso i Bleekman è forte. Li usano per lavori sottopagati, ne apprezzano poche doti (guarda caso hanno “buon orecchio” e ne vediamo uno intento ad accordare strumenti musicali), inorridiscono al pensiero di accoppiarsi con loro e alcuni vengono definiti “addomesticati”, come se fossero animali.

Entriamo qui nella sostanza dell’opera. Dick non ci descrive, in realtà, un mondo alieno, ma la Terra, direi anzi qualcosa che somiglia molto all’America degli anni attorno al 1960 e in particolare, immaginerei, a uno Stato come il Texas.

Il razzismo verso i “negri” alieni, ne è un esempio, ma gli extraterrestri, tutto sommato, sono solo ambientazione se non sfondo. Dick ci parla piuttosto dei pregiudizi e delle psicosi della provincia americana, di schizofrenia, autismo (visto ancora come malattia psichica determinata dall’ambiente familiare), suicidi. Ci mostra un sistema educativo basato su insegnanti e bidelli robotici, pronti a elargire un sapere standardizzato. Ci mostra egoismo, tirchierie e piccole meschinità dei rapporti tra vicini.

Su Marte troviamo colonie di origini diverse, che conservano le proprie connotazioni originarie, Nuova Israele, abitata da commercianti, la comunità degli italiani dai baffoni impomatati, la colonia del sindacato degli idraulici e quella del sindacato degli elettricisti. L’appartenenza a un sindacato è importante per avere un buon lavoro (lascio a voi pensare a cosa alluda Dick).

Philip K. Dick

Nonostante lo scorrere del tempo e il progresso tecnologico, le donne sono stimate persino meno che ai tempi in cui scriveva Dick, così la madre del bambino autistico Manfred Steiner è incolpata della malattia del figlio, a un’altra viene detto che il suo approccio è dilettantistico come quello di tutte le donne, le fidanzate possono essere in “comproprietà” e così via.

Questa visione della schizofrenia mi ricorda Schopenauer (“Saggio sulla visione degli spiriti”), immaginando che lo schizofrenico entri in contatto con una diversa conoscenza e che possa essere persino in grado di preveggenza e di intuizioni sul futuro.

La schizofrenia del piccolo Manfred (il confine con una malattia ben diversa come l’autismo è confuso) qui è spiegata come un diverso modo di vivere il tempo. Se è vero che il tempo non scorre, ma è lo spazio ad attraversarlo, Manfred ci si muove a una diversa velocità ed è capace di andare avanti e indietro, vedendo il proprio futuro di vecchio malato immobilizzato in ospedale, futuro che lo terrorizza e che forse è la causa del suo autismo.

Lo spregiudicato Arnie Kott cerca di avvalersi delle sue capacità per realizzare delle speculazioni immobiliari, ma gli esiti saranno ben diversi. Arnie Kott per cercare di comunicare con Manfred, che nel suo autismo non parla, ricorre alla collaborazione di un ex-schizofrenico Jack Bohlen, figlio di un altro speculatore.

Anche i Bleekman hanno un diverso modo di vivere il tempo e sarà solo con loro che Manfred riuscirà a entrare davvero in comunicazione.

Questo Marte, appare come un mondo disgregato, psicotico, nuovo eppure già in disfacimento, in cui le difficoltà relazionali non riguardano solo i personaggi malati ma anche gli altri.

Parrebbe che forse in origine la storia non fosse di carattere fantascientifico e poi Dick l’abbia trasformata ambientandola sul pianeta rosso.

Il mondo in disfacimento di cui ci parla, comunque, è il nostro.

SALOMONE NEL CAUCASO

La rappresentazione teatrale “Il cerchio di gesso del Caucaso” di Bertolt Brecht, pare fosse ispirata a una leggenda cinese. A me, ricorda, però, soprattutto il famoso giudizio di Salomone di fronte a due donne che si contendevano un bambino.

La storia narra di un neonato che, nella foga della rivoluzione russa, è abbandonato dalla ricca e nobile madre ed è raccolto da una sua serva, che lo salva e fugge con lui rischiando più volte la propria stessa vita. Quando la sguattera Gruša, infine, si è affezionata al bambino e per salvarlo ha persino sposato un uomo che non ama, rinunciando al fidanzato lontano in guerra, ricompare la madre naturale Natella e rivuole indietro il piccolo Michele. La sguattera non vuole lasciarlo andare, anche se con la padrona sa che sarebbe ricco.  “Se calzasse scarpe d’oro / crudele sarebbe, ahimé, / calpesterebbe il fratello / e riderebbe di me”.

Non manca di ironia Brecht quando descrive la ricchezza dei padroni, dicendo, tra le altre cose che “Nessun governatore in tutta la Georgia aveva (omissis) tanti mendicanti alla soglia”. Quasi che si possa essere ricchi e potenti in funzione di quanti poveri ti circondano.

La questione viene sottoposta a uno strano giudice improvvisato (le sue precedenti sentenze, con cui Brecht ce lo presenta, mi hanno un po’ annoiato), un tal Azdak, che propone la prova del cerchio di gesso. Il bambino, non più neonato, viene messo in mezzo al cerchio. Le due donne ne afferrano un braccio ciascuna e tirano. Quella che riesce a portarlo dalla sua parte potrà tenersi il bambino (o così pensa). Gruša, però, non ha cuore di tirare così il piccino e molla la presa. Il giudice riconosce in lei la vera madre e così le affida il piccolo.

Salomone proponeva, ancor più crudelmente, di tagliare in due il bambino.

Questa commedia è di nuovo occasione per Brecht per mostrare le angherie dei ricchi verso i poveri e le ingiustizie sociali.

Bertolt Brecht

 

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