NOIOSA TELENOVELA ONIRICA

Risultati immagini per laini taylor sognatoreSarà che in questi giorni è uscita la mia biografia scritta da Massimo Acciai Baggiani intitolata “Il sognatore divergente”, sarà che se Acciai mi ha definito così è perché nelle mie opere il sogno è molto presente e quindi trovare un titolo come “Il sognatore” mi ha incuriosito, fatto sta che ho iniziato e ora appena finito di leggere questo romanzo di Laini Taylor.

Il volume, distribuito in e-book gratuitamente secondo le regole del copyleft, è corposo con le sue oltre 500 pagine. Ho dovuto leggerne almeno la metà prima di entrare in sintonia con la storia e i personaggi, ma forse più che di sintonia si è trattato di assuefazione, per sfiancamento.

Si tratta di un fantasy che descrive un mondo alieno popolato da esseri del tutto antropomorfi ma con due cuori, cosa che dovrebbe insospettire da subito il lettore sul fatto che si parlerà in modo forse esagerato (doppio?) di faccende di cuore.

Credo che la massima espressione, in linea teorica, della capacità di un autore sia quella di creare dei mondi, degli universi letterari originali. Laini Taylor (11 dicembre 1971, Chico, California, Stati Uniti) non c’è dubbio che con “Il sognatore” abbia creato un suo mondo originale, con Dei blu, fantasmi, metalli misteriosi (il metarsio), strani poteri onirici, falene psichiche. Eppure per fare un buon romanzo, senza dubbio, non basta creare un nuovo mondo. Personalmente, poi, sono sempre un po’ scettico quando in fantascienza s’incontrano su mondi alieni creature antropomorfe. Questo è un fantasy e non fantascienza e di solito si accetta il fatto che gli elfi, gli gnomi, i troll, gli hobbit, gli orchi e altre creature siano tutti piuttosto antropomorfi, dunque sorvoliamo su questo, anche se immaginare esseri blu con due cuori ma così simili a noi mi disturba non poco. Insomma, l’evoluzione non può aver reso tutto uguale, ma poi aver infilato due cuori in un petto fatto per ospitarne uno.

Il problema di questa storia, almeno per me, è che attraeva la mia attenzione solo a tratti, lasciandomi poi per decine di pagine nella più totale assenza di interesse. Sarà stato per quell’amore onirico così inconcludente da risultarmi noioso, per certe descrizioni piuttosto inutili (se qualcosa in una storia fantastica potesse davvero dirsi tale).

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Laini Taylor

Va anche detto che il romanzo comincia bene, con uno splendido incipit, che viene ripreso poi anche nelle pagine finali.

Durante il secondo Sabba della Dodicesima Luna, nella città di Pianto, dal cielo cadde una ragazza.

La sua pelle era blu e il suo sangue era rosso.” Quante storie si possono immaginare con un inizio così!

Inoltre, parte da una gran bell’idea: sono i sogni che scelgono i sognatori.

E all’inizio ci sono anche altri concetti interessanti come “Ma da quando l’impossibilità impediva a un sognatore di sognare?

Sarai ricorda un po’ il mio “La bambina dei sogni”, con questa capacità di “materializzarsi” nei sogni altrui e di pilotarli. L’amore tra l’onirica Sarai e l’umano Lazlo potrebbe quasi far pensare alla remotissima vicinanza tra Giovanna D’Arco e la creatura che lei crede un angelo nel mio “Giovanna e l’angelo”. La determinazione del bibliotecario Lazlo nel cercare la Città di Pianto, potrebbe far pensare a quella della mia Aracne ne “Il sogno del ragno”. Eppure non sono riuscito ad appassionarmi alle vicende del bibliotecario orfano Lazlo Strange e della dea blu Sarai e, persino alla fine, facevo confusione tra mesathim e faranji.

Sarà che non ho mai amato le telenovela, ma scoprire che Sarai, la dea degli Incubi, è figlia di Isagol, la Dea della Disperazione e di Eril-Fane, il Massacratore degli Dei o che il trovatello Lazlo è un Dio e il solo in grado di scalfire l’incorruttibile metallo mesarzio, non sono stati sufficienti a scuotermi dal torpore, né ci sono riusciti i dettagliati e prolungati baci dei due protagonisti.

Nonostante la Taylor inventi varie divinità, non saprei se un’opera così possa essere considerata fantareligione.

Vedo che in rete il romanzo ha molti estimatori e penso che questo sia tutto sommato comprensibile, ma il target mi somiglia poco: presumibilmente si presta meglio a un pubblico femminile, magari composto da ragazze con i capelli rosa come quelli dell’autrice, appassionato di storie romantiche.

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TRE LIBRI E UNA PRESENTAZIONE L’8 NOVEMBRE

Finalmente ci siamo! Il 29 Settembre li ho presentati in anteprima, senza i volumi, ma ora sono stati stampati. Parlo del mio nuovo romanzo della saga “VIA DA SPARTA”, “IL REGNO DEL RAGNO”,  in cui si racconta le avventure di due ragazze in lotta contro l’impero distopico di Sparta in un presente alternativo, e della mia biografia letteraria “IL SOGNATORE DIVERGENTE” (il volume contiene anche alcuni miei racconti) che ha scritto Massimo Acciai Baggiani. Entrambi sono editi da Porto Seguro Editore.

Saranno presentati entrambi (assieme ad altri libri), giovedì 8 Novembre 2018 alle ore 19,00 al Santarosa Bistrot, sul Lungarno Santarosa, in zona San Frediano, a Firenze.

Mi farebbe piacere incontrarvi lì.

Per chi non ce la facesse e volesse comunque una copia dei libri, potrei spedirle con autografo, basta chiedermelo con messaggio privato.Risultati immagini per SANTAROSA BISTROT

Ma non basta: è anche appena stata pubblicata la raccolta di racconti e articoli “Nessun altro”, edita nella collana L’Erudita da Giuseppe Perrone Editore e curata da Massimo Acciai Baggiani, per celebrare il quindicinale della rivista “I segreti di Pulcinella”, che contiene anche un mio racconto il cui titolo originale dà il nome alla raccolta, ma che l’editore ha cambiato in “Io è un altro. Nessun altro”. Il tema della raccolta è l’essere “altro” o “diverso”. Gli altri autori sono Massimo Acciai, Apostolos Apostolou, Roberto Balò, Andrea Cantucci, Rossana D’Angelo, Lucia Dragotescu, Alessandra Ferrari, Emanuela Ferrari, Erika Gherardotti, Francesco Guglielmino, Salvatore Gurrado, Emanuele Martinuzzi, Francesco Panizzo e Fabio Strinati.

 

        

 

 

 

POCHE ALTERNATIVE A HOGWARTS PER IMPARARE LA MAGIA

Risultati immagini per L'arte della magia PratchettDi Terry Pratchet avevo già letto “Tartarughe divine” e, scritto con Neil Gaiman, “Buon Apocalisse a tutti!”. Due libri egregi, ma che non mi avevano entusiasmato, in cui il fantasy (con forti connotazioni di fantareligione) assume toni ironici, sena però mai diventare veramente umoristici.

Sentendo una lettrice appassionata di Pratchet (e ce ne sono molti), le avevo chiesto quale potesse essere il suo libro migliore, per cercare di capire meglio che cosa appassionasse tanti fan. Mi ha indicato “L’arte della magia”, che, come gli altri due, mi è parso un buon libro ma non mi ha appassionato.

Questo romanzo, come molti altri dell’autore è ambientato nel Mondo Disco, anche se qui l’ambientazione appare meno rilevante che in “Tartarughe divine”.

In questi due romanzi, quasi tutte le religioni del mondo fantastico di Pratchet seguono la credenza della mitologia indù secondo la quale la Terra è piatta e poggia su quattro elefanti che poggiano sul dorso di una tartaruga. Per gli indù questa poggia su un serpente. Quando, in  “Tartarughe divine”, al Dio Om-Tartaruga viene chiesto su che cosa poggi la tartaruga, questo risponde seccato da una simile banalità che è ovvio che non poggia su nulla: la tartaruga nuota!

Ne “L’arte della magia” si parla di una bambina che nasce con i poteri di un mago, in un mondo in cui i maghi possono essere solo maschi e le streghe solo femmine.

La bambina è allevata e addestrata da una strega, ma ambisce essere educata da mago. Vorrebbe allora frequentare l’Università Invisibile di Ankh-Morpork, ma questa è difficile da trovare e, una volta trovata, non ammette donne.

Il romanzo racconta le avventure della bambina Eskarina Smith detta Esk per essere ammessa in tale scuola.

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Terry Pratchet

Devo dire che la scuola di magia di Hogwarts, inventata dalla Rowling, è assai più creativa, varia e interessante e lo stesso dicasi delle avventure di Harry Potter al suo interno. Va, però, detto che la sua pubblicazione precede di un decennio quella del primo volume del maghetto inglese.

L’arte della magia” (Titolo originale “Equal Rites” – 1987) è il terzo romanzo della serie del Mondo Disco. È anche il primo romanzo del “sottociclo” delle streghe. È definito “fantasy comico” ma di comico mi pare ci sia ben poco, a parte cose banali tipo chiamare “nonnina” la strega e il nome del villaggio della bambina “Cattivo Somaro”.

 

Sir Terence David John Pratchett, meglio conosciuto come Terry Pratchett, (Beaconsfield, 28 aprile 1948 – Broad Chalke, 12 marzo 2015), è stato l’autore più venduto degli anni novanta e al 2010 aveva venduto complessivamente 65 milioni di copie dei suoi libri, tradotti in 37 lingue. É stato nominato ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico (OBE) nel 1998 e ha ricevuto il titolo di cavaliere (Knight Bachelor) nel 2009 per i servizi resi alla letteratura. Nel 2002 gli è stata assegnata la Carnegie Medal per il suo romanzo per bambini “Il prodigioso Maurice e i suoi geniali roditori”. Nonostante tanti riconoscimenti, non riesco a considerarlo pari a grandi autori fantasy come Rowling, Lewis e Tolkien. Mi pare che persino la nostrana Licia Troisi abbia pubblicato cose più interessanti.

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UNO DEI PIÙ AFFASCINANTI MUSEI ITALIANI, INGIUSTAMENTE IGNORATO

Risultati immagini per cavalieri mamelucchi e samuraiIl turista che passa per Firenze di solito è attratto dalle Gallerie degli Uffizi o dell’Accademia, da Palazzo Pitti o dai Musei del Bargello o di San Marco, solo a volte si ferma anche a quello dell’Opificio delle Pietre Dure o di Orsanmichele. Solo di rado, poi, si allontana dal centro, dalle zone di Ponte Vecchio o di Palazzo Vecchio e si avventura verso Rifredi, dove c’è, invece, un museo davvero unico nel suo genere e quanto mai interessante. Oltretutto, ora sarebbe ancor più facilmente accessibile, non essendo poi troppo distante dal percorso della nuova linea tranviaria che da Scandicci va all’Ospedale di Careggi, passando per la Stazione di Santa Maria Novella. Si tratta del Museo Stibbert, che si trova lungo l’omonima via, al numero 26, e che richiede un piccolo sforzo per chi lo raggiunga a piedi, essendo sul fianco di una piccola collina, il Poggetto, che domina la città, che può, di lassù essere ammirata nel suo complesso.

Nel XIX secolo a Firenze era presente una nutrita popolazione inglese, amante dell’Italia e della Toscana. Tra questi, vi era Frederick Stibbert, di padre inglese e madre toscana, che sul Poggetto, allora un po’ fuori città, vivevano in relativo isolamento. Stibbert restaurò e ingrandì Villa Montughi, già di proprietà della famiglia Davanzati, creando uno splendido esempio di eclettismo ottocentesco, tanto che la villa, con il suo giardino, meriterebbero da soli una visita, anche se non ospitassero al loro interno la favolosa raccolta di armi e armature europee, mediorientali e giapponesi, che ne fanno un luogo unico e impareggiabile. Alla sua realizzazione, del resto lavorarono personaggi come l’architetto Giuseppe Poggi, cui si deve il nuovo assetto urbanistico della Firenze capitale, i pittori Gaetano Bianchi e Annibale Gatti e lo scultore Augusto Passaglia.

In questa Villa, via via allargata per fare posto alla sempre crescente collezione, Stibbert raccolse, nel corso degli anni, un sempre crescente numero di reperti, che andava personalmente a cercare in giro per il mondo. Oltre a queste, il visitatore potrà anche ammirare importanti dipinti di Botticelli,Beccafumi, Brueghel, Lorenzetti e altri.

Abitando in zona, il parco di Villa Stibbert è sempre stato per me una metà abituale. Del resto confina con il Giardino Baden Powel, a sua volta quasi un tutt’uno con quello di Villa Fabbricotti. Basta poi attraversare poche strade e si arriva al Giardino del Parnaso e giù di lì, dopo aver ammirato la città e il Duomo dall’alto, si scende al Parco dell’Orticultura, rappresentando quasi un unico enorme parco cittadino, che, nel suo insieme rivaleggia per interesse, bellezza e dimensioni con quelli delle Cascine e di Boboli.

Il parco dello Stibbert, poi con il suo tempietto in finto stile egizio e il laghetto con le anatre e le tartarughe è una piccola attrazione per i bambini e gli adulti.

Quando vi portavo mia figlia piccola, ancor in età prescolare, la feci una volta entrare nel museo e ne rimase così folgorata che ogni volta che la portavo in quei giardini mi implorava di entrare anche nel museo.

Del resto tutti quei manichini, a volte così ben fatti, a piedi e persino a cavallo, sono di grandissima suggestione e anche gli oggetti riposti sugli scaffali attorno non possono che attrarre la curiosità di chiunque.

Erano alcuni anni che non vi entravo più, così accolsi l’opportunità di una visita guidata per farvi ritorno e all’uscita acquistai un volume che ne parla “Cavalieri, mamelucchi e samurai”, sottotitolo “Armature di guerrieri d’oriente e d’occidente dalla collezione del Museo Stibbert di Firenze”, curato da Enrico Colle, direttore del museo.

Il primo capitolo, opera dello stesso curatore “L’armeria Stibbert, Fonti storiche e iconografiche per il suo allestimento”, ci parla di analoghe installazioni ottocentesche, in primis l’Armeria Reale di Torino, e opere letterarie, quali quella di Walter Scott, che ispirarono Stibbert nell’organizzare la sua esposizione. Idea di fondo era di “far percepire ai visitatori, attraverso un’ambientazione coinvolgente, l’evoluzione della storia delle armature”. Il Museo ospita una delle raccolte di armature giapponesi più importanti del mondo. Stibbert risultava, infatti, affascinato dal “japonisme” che “iniziò all’incirca con l’Esposizione Universale di Parigi del 1867, dove fu presentata per la prima volta una gran quantità di oggetti della civiltà nipponica”.

Mario Epifani, nel secondo capitolo “La ‘Reale Armeria’ di Torino nella seconda metà dell’ottocento: formazione e promozione di una raccolta dinastica” approfondisce il legame tra Stibbert e questa Armeria, cui si recherà in visita numerose volte nel corso degli anni.

Martina Beccatini, nel terzo capitolo entra nel dettaglio de “La collezione Stibbert”.

Riccardo Franci, poi, esamina “Le armi e le armature in Europa”.

Assai interessante il capitolo di Francesco Civita, che illustra quanto sia diversa “l’armatura mediorientale” (questo il titolo del capitolo) da quella occidentale, essendovi “differenze culturali, geografiche e climatiche che hanno determinato la nascita di due sistemi di protezione del corpo così diversi tra loro”. Diverso era anche il modo di combattere e le rispettive cavallerie erano animate da “Due filosofie contrapposte: l’una, quella occidentale, con l’intento risolutivo, l’altra invece con uno fondamentalmente logorante”. Non si dimentichi poi che le armature islamiche erano adornate dai versi del Corano e dunque “l’armamento islamico non solo è esempio di grande capacità artigiana e bellezza artistica, ma anche mezzo di propagazione della Fede”.

Sempre Francesco Civita ci parla, infine di “Armi e armature in Giappone”, la parte forse più originale e suggestiva del museo. “L’armatura giapponese” esordisce “è sempre stato un mirabile esempio del connubio tra eleganza e funzionalità”. Ci parla poi dell’importanza di due elementi assenti nelle armature occidentali: la seta e la lacca. Gli artigiani che se ne occupavano erano quelli tenuti in maggior considerazione. La lacca, infatti, con le sue “qualità impermeabili e di resistenza, può anche essere usata per proteggere i metalli”.

Prima della parte dedicata alla specifica descrizione degli oggetti esposti, chiude il volume l’analisi fatta da Gian Carlo Calza di due importanti opere pittoriche orientali presenti nel museo, nel capitolo “Cortigiane, mercanti e cavalieri nel Giappone del Seicento e Settecento in due rotoli del Museo Stibbert”.

Inutili dire che il volume è corredato da splendide foto, che offrono una buona panoramica di quanto esposto nelle sale.

STALKER, QUANDO I FILM SONO MEGLIO DEI LIBRI

Risultati immagini per stalker  Strugackij,Molti anni fa, dopo aver ammirato il film di Andrej Arsen’evič Tarkovskij “Solaris”, decisi di vedere anche il suo “Stalker”. Che si trattasse di vari anni fa, me lo conferma il fatto che ricordo di aver registrato “Stalker” su una videocassetta VHS, cosa che non faccio ormai da moltissimo tempo. Alla fine del film, mi chiesi “ma che cosa ho visto?” e con un gesto un po’ di disgusto, cancellai all’istante la cassetta, per poi pentirmene subito dopo e rendermi conto, come per una folgorazione, di aver appena visto un autentico capolavoro e di non averlo compreso subito. La cosa mi è mai capitata in altre occasioni, dunque il film e l’episodio mi sono rimasti impressi sinora.

Finalmente mi è capitata ora l’occasione di leggere il romanzo da cui era stato tratto il film. In precedenza avevo anche letto il bel romanzo di Lem da cui Andrej Arsen’evič Tarkovskij aveva tratto il suo “Solaris” e non ne ero stato per nulla deluso.

Dunque ho approcciato “Picnic sul ciglio della strada” (in russo Пикник на обочинеPikník na obóčine), anche noto come “Stalker”, dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij (pubblicato nel 1972) con uno spirito del tipo “non voglio commettere lo stesso errore che ho commesso con il film, so che il romanzo potrebbe deludermi alla prima lettura, ma devo cercare di capirlo”.

Ci sono grandi autori, osannati da critica e lettori, che non riesco ad apprezzare e allora continuo a leggerli cercando di capire dov’è che non riesco a entrare in sintonia e coglierne il genio. In alcuni casi, in questa ricerca continuo a fallire.

Non avevo mai letto nulla prima dei fratelli Strugackij, dunque non si trattava di cercare di farmeli piacere perché un’altra loro opera non mi aveva soddisfatto, ma l’approccio è stato simile.

Ebbene, del film ricordo soprattutto un gruppo di persone che si aggira alla ricerca di qualcosa in una zona dove non c’è nessuno. Alla fine ne sono uscito con la convinzione che “Stalker” fosse un film che si poneva dalle parti di capolavori sull’attesa vana come “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati.

Il libro non mi ha dato questa sensazione. Peraltro, risulta più complesso e articolato del film per come lo ricordo a distanza di anni, ma questo seRisultati immagini per pic nic  Strugackij, rende la lettura più piena, dall’altro non mi lascia quella sensazione angosciante di vuoto che il film tuttora mi dà.

Il film potrebbe anche non essere qualificato come fantascienza, mentre non avrei dubbi in proposito per il romanzo.

Si comincia con uno strano “bombardamento” della terra, avvenuto da una stella lontana. Si presume che la Zona sia un frutto di tale sorta di bombardamento, detto “visitazione”.

Nella Zona ci sono resti incomprensibili di una civiltà aliena. Gli stalker entrano nella Zona, a loro rischio e pericolo, per recuperarli. Grazie a essi l’umanità scopre cose del tutto nuove non solo di tecnologia, ma anche di fisica e altre scienze naturali.

Tutto è descritto in modo vago e non dettagliato.

Ci sono, innanzitutto, i “vuoti” (che a volte sono “pieni”), che gli stalker cercano di recuperare (è come trasportare dieci litri d’acqua senza un secchio, viene detto). Poi ci sono i bracciali, le “zanzare rognose” (dei punti con gravità diversa), i “così così”, la “gelatina”, le trappole magnetiche superstabili, gli “spruzzatori di nero” che hanno strani effetti sulla luce, i k-23, i “fazzoletti a sonagli”. Uno stalker divide questi oggetti (che non si capisce bene cosa siano) in tre categorie. Dice che, poi, ci sono anche gli “effetti” della Zona, tipo gli “emigranti”, che lasciano la Zona e nei posti dove vanno provocano disastri naturali di ogni genere, gli “zombie”, gente morta che torna in vita anche dopo trent’anni, con dei corpi che sono tipo delle repliche. Se perdono un arto, questo continua a vivere per conto suo. Un altro degli effetti sono i “fattori mutageni” che si determinano senza radiazioni. Si vede, per esempio, una bambina pelosa. In effetti, all’inizio, per le mutazioni genetiche che colpiscono i figli degli stalker, ci sarebbe da pensare che la Zona sia radioattiva, ma poi viene detto che non lo è.

Risultati immagini per pic nic strada  Strugackij,Gli autori, insomma, non si preoccupano né di farci vedere tutte queste cose (ne parlano gli stalker), né di darci una qualche spiegazione definitiva, anche se vengono fatte alcune ipotesi tipo che la “visitazione”, che ha creato la Zona e lasciato tutte queste cose aliene, sia un modo per dare all’umanità l’opportunità di progredire, oppure che sia l’inizio di un’invasione, facendo prima ammalare la gente mediante le mutazioni, ma alla fine l’ipotesi più suggestiva e che dà il titolo al romanzo è che gli alieni si siano fermati per poco sulla Terra a fare una sorta di pic-nic e che quello che la gente trova nella Zona siano solo gli avanzi della loro sosta!

A chi fa quest’ipotesi viene replicato che gli scienziati che pensano così non fanno altro che denigrare l’umanità, mostrando quanto sia poco importante, al punto che degli alieni di passaggio, non ci avrebbero neppure considerato.

Il volume si chiude con un’intervista a uno dei due autori, nella quale spiega che l’idea venne a entrambi vedendo in una radura, i resti di un pic-nic e domandandosi chissà cosa avrebbero pensato gli animali del bosco se fossero stati in grado di ragionare su quegli oggetti.

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fratelli Arkadij e Boris Strugackij

Gli uomini, insomma, sarebbero rispetto a questi oggetti alieni, qualcosa come degli insetti che trovassero una scatoletta di cibo vuota e la usassero come casa. Anche l’umanità non riesce a capire che cosa siano queste cose, ma riesce a trovare l’uso per qualcuna di queste, probabilmente adoperandole in modo del tutto diverso dagli alieni.

Insomma, se il film mi parlava della vanità dell’attesa, della ricerca e della speranza, il romanzo mi parla ora soprattutto della pochezza dell’umanità: in fondo siamo solo poco più che formiche su un granello di sabbia, la Terra, che ruota attorno a una piccola stella, una tra miliardi della galassia, galassia che è una tra altri miliardi. Siamo nulla eppure continuiamo ad affannarci, anche attorno ai resti di un pic-nic di creature enormemente più evolute e intelligenti di noi.

Un capolavoro come il film? Forse no. È un libro che ha i suoi momenti di “vuota pesantezza”, ma nel complesso è un discreto romanzo di fantascienza. Mi ha ricordato, senza il suo umorismo, “Guida galattica per autostoppisti” di Douglas Adams, che è un romanzo divertente, ma non certo un must della fantascienza.

 

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VERSI, CANZONI E UN ESAGRAMMA

Risultati immagini per Esagramma 41 AcciaiLo sapete che cos’è un esagramma? Leggendo il titolo della silloge poetica di Massimo Acciai (Baggiani)Esagramma 41”, mi è venuto qualche dubbio in proposito. Per me era soprattutto una figura geometrica!

Wikipedia non sarà infallibile ma questo dice: “Un esagramma (dal greco ἑξάγραμμα) è un poligono stellato a sei punti con notazione di Schläfli {6|2}, 2{3}, or {{3}}. È l’unione di due triangoli equilateri. L’intersezione è un esagono regolare. È usato storicamente in contesti culturali e religiosi, come ad esempio la Stella di Davide, Induismo, Occultismo e Islamismo.”

Ormai conosco abbastanza Massimo Acciai da immaginare che il termine per lui deve richiamare proprio le simbologie orientali piuttosto che la geometria.

Nei ringraziamenti a fine volume, l’autore ringrazia, tra gli altri, Andrea Verza “che ha calcolato per me il mio esagramma de I Ching”. Dunque qui si parla di un altro tipo di esagramma, in cui il suo essere poligono poco interessa al poeta.

Il volume, poi, si apre proprio con una citazione da “I Ching, esagramma 41”.

Per I Ching, ogni esagramma è considerato come costituito da due trigrammi, il trigramma inferiore e il trigramma superiore. In tutto abbiamo 8 trigrammi possibili: cielo, lago, fuoco, tuono, vento acqua, monte, terra. Gli 8 trigrammi, con la loro combinazione, generano i 64 esagrammi (8 x 8).[1]

Ho ritrovato su internet, anche l’esagramma 41, con un testo simile a quello riportato nel volume.[2]

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Massimo Acciai Baggiani

Che cosa sono I Ching? Qualcosa ricordo, ma di nuovo ricorro a Wikipedia, per essere più preciso: “Il Libro dei Mutamenti (易經T, 易经S, YìjīngP, I ChingW), conosciuto anche come Zhou Yi 周易 o I Mutamenti (della dinastia) Zhou, è ritenuto il primo dei testi classici cinesi sin da prima della nascita dell’impero cinese. È sopravvissuto alla distruzione delle biblioteche operata dal Primo imperatore, Qin Shi Huang Di.” “Considerato da Confucio libro di saggezza, è utilizzato a livello popolare a scopo divinatorio, e dagli studiosi per approfondire aspetti matematici, filosofici e fisici.” Scopo divinatorio? Sarà forse a questo che allude qui il poeta?

L’amore per l’oriente traspare anche altrove in questo volumetto. Si pensi a “Cinque haiku”. Strana, a proposito, l’idea di unirli in un’unica poesia, gli haiku, infatti, di norma sarebbero formati da solo tre versi, colmi di grande profondità, come ho avuto modo di imparare anche io scrivendone un’intera raccolta (“Rossi di sangue sono dell’uomo l’alba e il tramonto”), di cui Acciai ha parlato nel suo “Il sognatore divergente”.

Di cosa parla, dunque, “Esagramma 41”? La sapienza orientale ne è solo uno dei tanti elementi. Sono versi e canzoni che parlano di emozioni e sensazioni e di vivere quotidiano. Sì, ci sono anche canzoni, perché Acciai scrive musica e testi.

Sono versi scritti spesso nella Firenze in cui Acciai vive, ma anche in molti altri luoghi. Riconosco, innanzitutto, la Sappada cui Acciai ha dedicato la raccolta di racconti “Un fiorentino a Sappada”, ma che ho visto apparire anche nella silloge “A seconda di come volgo lo sguardo”. Non sempre sotto i versi compare il luogo di stesura, ma spesso sì e leggo così nomi come Oldenfiord, Prato, Auronzo, Senigallia, Praga, Berna, Arezzo, Lavaredo.

Acciai, da esperantista (e qui compare qualche verso in questa lingua artificiale), ama viaggiare e il mescolarsi con altre culture, ma sempre resta legato alla sua terra e quando lo troviamo a Praga ecco che scrive “Parole al neon per me ancora senza suono / mi dicono che non sono a Novoli[3] o sulla Casilina[4]”.

E le date in cui sono stati scritti questi versi? Quando compaiono non sono di immediata comprensione, perché qui, come in “A seconda di come volgo lo sguardo”, Acciai ama usare il calendario della rivoluzione francese, in ossequio ai suoi ideali. A volte, però, anche queste date sono del tutto immaginarie come nel caso di “Spiaggia verde” che sarebbe stata scritta a “Sappada, 29 messidoro dell’anno 7514”, chiaramente una data di un lontano futuro, dato che gli anni per tale calendario si contano proprio dalla rivoluzione.

Traspare, infatti, persino in questi versi, l’amore di Acciai per il fantastico e la fantascienza, non per nulla ha scritto un saggio intitolato “La comunicazione nella fantascienza” e la raccolta “La compagnia dei viaggiatori nel tempo”. Persino “Un fiorentino a Sappada”, che potrebbe sembrare una raccolta di racconti di montagna, si rivela ricco di spunti fantastici.

Qui abbiamo versi come “Era il maggio del 2033” e “dovremo andarcene / su una stella” (“Maggio”) o “combacia il mio respiro notturno / col lato silenzioso del Cosmo” che ci richiamano immagini quasi fantascientifiche. C’è una poesia intitolata persino “Valles Marineris”, che sarebbe poi il luogo dove Acciai ha collocato all’inizio del romanzo anche uno dei personaggi, Wen, del nostro “Psicosfera”, la storia fantascientifica che abbiamo scritto assieme. Ce n’è un’altra che s’intitola “La teoria d’Adhlemar (La Fine del Mondo)”, quasi fosse un piccolo racconto apocalittico. In “Riva al lago, ore 14,30” proclama “A quest’ora sembra la vita scomparsa dal Pianeta”, versi scritti in un immaginario post-apocalittico “2 termidoro dell’anno 7514”.

Sogna spesso altri mondi, dunque, Acciai e lo scrive, in versi senza titolo (non tutte queste poesie ne hanno uno), “Chiudo gli occhi, sì / ma per aprirli / su un altro cosmo”. La tensione verso il futuro si confonde in “2012” con le profezie Maya.

Massimo di recente mi ha detto che forse non scriverà più poesie, ma già qui leggiamo un certo scoramento verso tale forma di espressione: “Sono forse stato io poeta?/ Certo è molto che non sento il ‘brivido’ / e mi pare che la poesia sia una terra remota /appartenente a un altro pianeta”.  Altrove scrive “Ma dov’è la poesia?”. Eppure chi diventa poeta, in qualche modo rimane tale. Cambia la forma, magari, ma la poesia continua a fluire, magari tra le righe di un romanzo.

C’è malinconia, a volte: “spazzar via / in un istante / questa noia infinita”, “ricordo di aver vissuto talvolta”, “A volte vorrei tornar invisibile” ma non ne si è mai sommersi. L’anelito verso il futuro e quindi la speranza pare più forte.

Risultati immagini per stella e pianetaRitrovo anche il tema de “La nevicata e altri racconti”, l’antologia-saggio in cui Acciai critica e vorrebbe cambiare il sistema scolastico “Attraversai gli anni di scuola / come chi passa, un giorno di pioggia /per una strada che conosce bene”, in cui c’è tutto il tedio dell’autore verso un sistema che non ha mai accettato in pieno.

A volte, poi, ci sono associazioni del tutto personali come “Nella gabbia uno scoiattolo impazzito / mi rammenta qualcosa / che ha a che fare con il cielo”.

Se molti sono i versi (soprattutto le canzoni) dedicati a varie donne (Maria Delfina Tetto, Roberta, Dulcinea, Natalya), non poteva mancare almeno una lirica dedicata alla madre morta di cancro, affetto certo tra i più cari all’autore.

Se Dulcinea non può che essere la donna amata da Don Chisciotte, cui forse l’autore sente di somigliare, come si comprende anche dall’allusione ai “miei mulini fragili”, mi chiedo chi davvero fosse Natalya, nome che Massimo ha riproposto anche in “Psicosfera”, nella variante Natasha. Grande appare l’incomprensione e la lontananza verso questa donna russa: “l’aria è gelo e pioggia, da lei sarà già neve” e “lei non comprende la mia lingua / ed io non trovo le parole / neanche nella mia”.

È, invece, una lingua, l’esperanto, una delle lingue artificiali di cui parla nel saggio “Ghimìle ghimilàma”, a unirlo a Maria Delfina Tettu “vivu vivu esperanto”, amicizia virtuale, di cui racconta l’incontro.

Versi, dunque, questi di “Esagramma 41”, sentiti e commossi, da scoprire con calma e attenzione.

 

[1] http://www.labirintoermetico.com/09iching/tabella_ricerca_esagrammi.htm

[2] http://www.labirintoermetico.com/09iching/testo_i_ching/esgrammi/esagramma41.htm

[3] Quartiere di Firenze

[4] Via romana.

IL POETA BIFRONTE

Risultati immagini per a seconda di come volgo lo sguardoQuanto mi è difficile parlare di un libro di poesie. Certo anche io ne ho scritte, ne ho pubblicate persino varie antologie, talora ne leggo, ma la poesia è così soggettiva, che è difficile descriverla o commentarla Certo, ci sono la metrica, il ritmo, la sonorità, le figure retoriche, ma la sostanza della poesia è l’anima di chi scrive e di chi legge. Sì, se anche un romanzo, come dico sempre, si scrive sempre almeno in due, l’autore e il lettore, questo è ancor più vero per la poesia, perché il poeta allude, accenna, di rado descrive in modo preciso, e allora sta al lettore interpretare e reintepretare il pensiero e le immagini che il poeta gli offre. Ecco, credo quindi che una poesia letta da me o da un altro assuma una diversa consistenza, un diverso “gusto”. Mi è dunque difficile trasmettere impressioni di lettura.

Ho ora finito di leggere la silloge “A seconda di come volgo lo sguardo” (PoetiKanten Edizioni). Cercherò, nonostante quanto scritto poco sopra, di dirvene qualcosa. Quel che più di tutto mi ha colpito è… l’autore, una sorta di Giano bifronte. In che senso? L’autore qui non è uno ma sono due: Massimo Acciai e Matteo Nicodemo. Scrivere libri a quattro mani non è certo una cosa strana o rara, lo stesso Massimo Acciai ha scritto racconti (come quelli presenti ne “L’apologia del perduto”) e romanzi a quattro mani, come quello ancora inedito che abbiamo scritto assieme (“Psicosfera”) e spesso ha collaborato con altri autori in antologie e riviste, compresa quella che da anni dirige lui stesso (“I segreti di Pulcinella”). Ma scrivere poesie a quattro mani? Come è possibile?

Si potrebbe pensare che l’antologia raccolga versi ora firmati da Acciai (Firenze 9/4/1975), ora da Nicodemo (Bergamo, 1980), ma non è così. I versi qui presenti sono tutti di entrambi. Mi riferisce Massimo Acciai che a volte uno cominciava a scrivere la poesia e l’altro la completava. A volte lo facevano assieme, nello stesso luogo, altre volte lo facevano a distanza.

La tecnica non mi sorprende. Mi stupisce, invece, il risultato. Anche io, con Simonetta Bumbi, scrissi in versi “Cybernetic love” ma era una sorta di poemetto satirico tragico-comico. Altra cosa è scrivere “vere” poesie, versi che ci parlano di sentimenti e sensazioni, emozioni e riflessioni personali. Eppure è questo che Acciai e Nicodemo hanno fatto, fondendo, così pare le loro anime in una e realizzando un volumetto in cui si sente una voce unitaria, in cui traspare un unico sentimento, un’unitaria visione del mondo.

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Mssimo Acciai

Il volume si apre con una citazione del pungente Oscar Wilde “Siamo tutti nati nel fango/ ma alcuni di noi guardano le stelle”) e, sì, Acciai e Nicodemo sanno volgere lo sguardo nelle profondità del cosmo.

Abbiamo quindi una prefazione firmata da Paolo Ragni che ci racconta come il modo di scrivere dei due poeti ricordi molto il mondo della musica, non per nulla entrambi suonano, cantano e compongono canzoni. I loro sono dunque versi “in bilico tra poesia e canzone”.

Lo stesso Ragni mette in evidenza la singolare scelta di datare le poesie usando il calendario della rivoluzione francese. Vezzo che, sono certo, nasce dall’anima di Massimo Acciai, che anche altrove vi ricorre con frequenza, a voler ricordare il suo apprezzamento per i grandi ideali di allora.

Ragni evidenzia come “l’elemento atmosferico, ambientale, sia proprio una caratteristica delle poesie di Acciai e Nicodemo”.

Ragni osserva che “in questo trascolorare di colori, di stagioni, di sorrisi e inquietudini, resta sempre il dubbio sulle possibilità di indagare l’anima”.

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Matteo Nicodemo

Il volume è poi diviso in due parti, la prima che riprende il titolo dell’antologia “A seconda di come volgo lo sguardo” e la seconda denominata, con superflua modestia “Frattaglie”. Ventiquattro sono le opere della prima parte, “come le ore di una giornata, è un numero che ricorda lo scandire del tempo” ci ricorda nella Postfazione Ballecca.

Più che darvi le mie sensazioni, vorrei lanciarvi sul foglio alcuni versi, affinché possiate assaporarli come in una degustazione, che possa prepararvi al vero pasto, che potrete fare solo leggendo l’opera per intero.

Sono un viaggiatore con i capelli bianchi”: il viaggio è un tema che Acciai ama particolarmente e qui è quasi la chiave di apertura per questo piccolo grande mondo che è “A seconda di come volgo lo sguardo”.

Chiudo il viso nella barba folta / lo chiudo tra la sciarpa e il berretto”: c’è tanta fisicità in quest’immagine, ma anche la descrizione di un modo di sentirsi e affrontare il mondo. E il rapportarsi agli altri, già nella poesia seguente cambia: “Siamo in treno e ci guardiamo negli occhi”, magari gli occhi chiusi tra barba, sciarpa e berretto, ma che restano finestre aperte sul mondo, attraverso cui il poeta-Giano volge lo sguardo attorno a sé. E avanza/no in questo suo/loro viaggio e il viaggiare è apprezzare il fascino del mondo, perché “Vi sono luoghi così, dove semplicemente/ vorresti aver vissuto…”.

Ed ecco che i versi successivi si intitolano “Sguardi” e ci parlano di “Sguardi tristi, / occhi da cerbiatta, occhi di gatta, / cornee di donne in cui leggo vite anguste”. Sguardi, occhi e ancora sguardi. È tutto un vedere, osservare, scrutare, questo libro, e gli occhi sono, come non mai, porte per penetrare nell’essere di chi ci è accanto.

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Massimo Acciai (Baggiani)

E chi viaggia, viaggia e ancora viaggia non può che affermare “sento l’infinito come vero / sì, lo sento come materiale”.

Ma si può viaggiare e, nel contempo, trovare qualcuno che ci faccia arrestare e dire “in te mi dico di continuare / ad amare la routine”, si può “saper trovare la primavera nell’inverno”. Come non fermarsi allora almeno un po’? Come non rallentare il passo del nostro incessante andare? Del resto “non servirà l’autunno della poesia / a ricordarmi di essere normale”. Eppure potremmo cadere nella trappola della modernità e allora ecco che “un computer ti spiega chi sei”, come se non fossimo in grado di trovare noi stessi la nostra anima e il senso del nostro andare.

Nel fermarci sentiamo allora il bisogno di fare il punto, di capire chi siamo davvero e allora “impugno la penna come una spada / che ferisce se stessa di sangue nero” (e qui mi ritrovo, non per nulla una mia antologia di versi si chiama proprio “Spada di inchiostro”). Ci fermiamo a scrivere, perché “ho qualcosa da dimenticare perché sono un buffone / ho qualcosa da ricordare perché l’ho costruito”.

Eppure anche questo poeta bifronte sente la solitudine o il suo bisogno, ed ecco che vuole “Restare in disparte / mentre crolla lentamente / anche l’ultimo entusiasmo”. “Quanta nostalgia / nelle piogge di pratile” (pratile è uno dei mesi del calendario rivoluzionario francese). E questa prima parte, iniziata con una partenza piena di entusiasmo e voglia di scoprire, si chiude con un senso di stanchezza, forse logico, alla fine di tanto camminare “il tempo ha fatto il suo corso / inesorabile mi ha sfinito”.

Si entra così nella parte del volume definita “Frattaglie” e gli autori ci spiegano che è “l’epoca della rivalutazione delle interiora, di ciò che doveva restare nelle case del produttore e che, invece, trova uno spazio visibile”.

Mostrare le frattaglie è allora, forse, un mostrare la parte più intima di sé e al contempo, magari, più meschina? Chissà, ma la raccolta si apre con visioni di paesaggi montani in cui “Quest’aria nordica mi rinfranca” e siamo a Sappada, sulle Alpi friulane, luogo cui Acciai ha dedicato una racconta di racconti “Un fiorentino a Sappada”.  Più avanti ritroviamo il Poggetto, quel colle che adorna Rifredi, il quartiere di Acciai, ma anche il mio (“due passi al Poggetto / nel pomeriggio dorato”). Anche in questa parte il camminare è una costante e “Il pensiero passeggia basso / Al ritmo dei piedi gonfi” e “Si srotolano i nostri passi / Sulle vie di una piccola città”. “Ieri ascoltavo in un buio silenzio / nessun ‘tutto d’un tratto’ improvviso / soltanto il silenzio, la campagna, il buio e le fusa”.

Ancora, più avanti si parla di luoghi che potrebbero essere di Rifredi con la poesia “Il Romito” eppure poco comprendo il suo incipit “Ricordi di quanto ragionavamo / di allevamenti di vitelli al Romito?” Allevamenti al Romito, nel cuore di Firenze? Evidentemente qui il poeta-Giano pensava ad altri romiti.Risultati immagini per Camminare

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