MENZINGER IN OFFERTA SPECIALE

In tempi di pandemia non riusciamo più a incontrarci, fare presentazioni e partecipare a fiere e altri eventi, ma i nostri libri sono sempre lì che aspettano di trovare nuovi lettori.

Vorrei allora proporvene alcuni a prezzi speciali, sperando vi vada di leggerli o magari, visto che Natale si avvicina, di regalarli.

Sono libri che potete ordinare sui siti on-line, ai soliti prezzi, oppure ve li posso spedire io con piego-libro e, se volete, una dedica speciale.

Ecco i libri che vi propongo:

SPARTA OVUNQUE: sette racconti scritti da sette autori e ambientati nell’universo divergente della mia saga ucronica “VIA DA SPARTA”.

APOCALISSI FIORENTINE: una raccolta di racconti distopici che sembrano scritti apposta per questi giorni, sulle fragilità del mondo viste come fossero di una città. C’è persino un virus letale da debellare!

VIA DA SPARTA: romanzo ucronico che immagina le avventure di una schiava ilota in fuga in un mondo contemporaneo in cui la storia ha mutato corso facendoci vivere sotto il ferreo controllo dell’Impero di Sparta.

La saga comprende tre volumi: 

IL SOGNO DEL RAGNO

IL REGNO DEL RAGNO 

LA FIGLIA DEL RAGNO.

IL NARRATORE DI RIFREDI: alla scoperta del quartiere fiorentino di Rifredi e di uno dei suoi autori Massimo Acciai Baggiani, attraverso interviste, recensioni, racconti e poesie.

E veniamo alle offerte (comprese le spese di spedizione):

SPARTA OVUNQUE: € 10,00

APOCALISSI FIORENTINE: € 10,00

VIA DA SPARTA (un volume a scelta tra IL SOGNO DEL RAGNO, IL REGNO DEL RAGNO e LA FIGLIA DEL RAGNO): € 9,00

IL NARRATORE DI RIFREDI: € 5,00

LA BAMBINA DEI SOGNI: € 9,00

Questi sono già prezzi scontati, ma se comprerete più di un volume, voglio scontarli ancora:

2 volumi € 18

3 volumi: € 25

4 volumi: € 30

5 volumi: € 36

Per chi ordina almeno 3 volumi, in regalo IL NARRATORE DI RIFREDI.

Per me sono prezzi sotto-costo, come invito alla lettura. Spero che vorrete, poi, farmi sapere che cosa ne pensate con un commento o una recensione in rete.

Si può pagare con bonifico, paypal o ricarica telefonica (quest’ultimo sistema solo per alcuni importi).

Sono anche disponibile a fare scambi con libri scritti da voi e posso valutare di regalarvene una copia se mi promettete una recensione (sincera) su uno spazio con un po’ di visibilità.

Contattatemi qui o su facebook.

DIFENDERSI DAI CONTAGI OLTRE UN SECOLO FA

La mia bisnonna paterna, Teresita Ruata, è una sorta di mito familiare. Di lei si racconta che fu una delle prime donne italiane a laurearsi in medicina, pare addirittura la seconda. Nacque nel 1877 a Bergamo e morì a Roma nel 1968, a 91 anni. Nel 1906 sposò Guido Menzinger di Preussenthal, un militare che partecipò persino alla Guerra dei Boxer in Cina nel 1901, alla guerra italo-turca del 1911-12 e ad alcune battaglie in Libia e lasciò per sempre la moglie e i due figli Carlo (mio nonno) e Mario il 21 maggio del 1916, combattendo con il grado di tenente colonnello del regio esercito italiano nella battaglia di Costesin, mentre era al comando del II Battaglione del 156º Reggimento fanteria della Brigata “Alessandria”, meritandosi, alla memoria, la Medaglia d’oro al valor militare. A Napoli c’è ancora una via in suo onore.

Dott.ssa Teresita Ruata (Bergamo 1877, Roma 1968)

Teresita Ruata ha lasciato tracce della sua attività medica in alcuni volumi come, per esempio, il saggio da lei pubblicato nel 1901 “La crioscopia delle urine nelle malattie infettive: ricerche ed osservazioni” (Unione Tipografica Cooperativa), “Principi d’igiene per le scuole” o l’antologia divulgativa in materia d’igiene del 1906 “Insidie della vita” (U.T.E.) di cui vorrei parlare qui.

Con il matrimonio, nel 1906, credo che abbia abbandonato la medicina, ma non era certo tipo da far la casalinga. Suo padre l’aiutò a portare avanti la famiglia, ma lei, in qualche modo, entrò subito dopo la fine della Prima Guerra Mondiale in un’associazione per le vedove e gli orfani di guerra.

Dal 1936 fu presidente dell’ANFCDG, l’associazione nazionale delle famiglie dei caduti e dei feriti in guerra, un organismo preesistente al fascismo. Nel 1938, fu nominata ispettrice nazionale, il massimo grado cui una donna potesse ambire nel Partito Fascista Italiano (nel giugno 1941, lo ricoprivano solo 11 donne, tra cui lei).

Volendo scrivere un racconto su di lei, alla ricerca di maggiori informazioni, ho trovato in vendita in rete un testo da lei scritto e pubblicato nel lontano 1906. Si intitola “Insidie alla vita”, ed è edito da Unione Tipografico-Editrice di Torino.

Teresita Ruata vi compare definita come “Assistente alla cattedra di Materia Medica dell’Università di Perugia”.

Il volume ha per sottotitolo “Letture di igiene moderna per le famiglie e per la gioventù” che, come spiegato anche nell’introduzione, ci fa ben capire per chi sia stato scritto e perché abbia questa strana forma a metà tra un’antologia di racconti e un saggio di divulgazione medica.

Teresita Ruata inizia il volume con due racconti.

Ecco nel primo “Per un bicchier d’acqua!” una giovane coppia di sposi che dopo una passeggiata sulla Riviera Ligure, non resiste dal bere della limpidissima acqua di fonte, nonostante i consigli di un medico di passaggio che li avverte dei rischi del tifo in quelle zone. Il finale è drammatico.

Nel secondo, “Storia triste”, assistiamo al ritorno di un giovane partito da casa per studiare legge e ammalatosi di tisi per aver preso una stanza d’affitto non opportunamente disinfettata. Colpisce la descrizione dei genitori come dei teneri vecchi canuti: se il figlio di anni ne aveva ventidue, considerato che la gente si sposava presto, magari non ne avevano neppure cinquanta. Ancora una volta leggendo testi del passato mi colpisce quanto giovani fossero i vecchi di un tempo! Penso, per esempio, al “vecchietto di quasi cinquant’anni” di Dostojevsky o alla signora quarantenne che ancora si atteggia come una ragazza in “Guerra e Pace” di Tolstoj. E dire che l’autrice supererà i novant’anni. Chissà cosa pensava, se li ricordava, di questi suoi anziani personaggi, quando era ormai la mia bisnonna.

Re Umberto II di Savoia e la baronessa Teresita Ruata Menzinger di Preussenthal

A leggere l’inizio di questo volume, mi è parso quasi una raccolta di racconti con l’intento di mettere in guardia dalle malattie e dai comportamenti che favoriscono il contagio, ma già il terzo capitolo “I nostri nemici invisibili” è un piccolo saggio divulgativo su virus e batteri, Continua a parlarci di microbi il successivo “Che cosa sono questi esseri viventi piccolissimi?”, con sotto-capitoli dedicati a “Micrococchi”, “Bacilli e spirilli” e “Sostanze velenose”.

Ci parla di “Malattie infettive in generale” il capitolo che segue, con i tempi di incubazione, così importanti nel diffondersi delle epidemie.

Ne “I danni delle malattie infettive” ne raffronta gli esiti letali con quelli delle grandi battaglie di quegli anni evidenziando come “le sole malattie infettive in Italia uccidono ogni anno circa 250.000 persone. Di fronte a questa cifra spaventosa, che cosa sono gli eccidi delle maggiori battaglie’”.

Ed ecco che con il capitolo “Che cosa sia l’igiene” Teresita Ruata ci mostra la grande rivoluzione di quegli anni: la consapevolezza che la diffusione delle malattie possono essere arrestate con il rispetto di norme igieniche. Definisce l’igiene “la scienza che studia le cause delle malattie ed i modi di combattere tali cause”.

Assai interessante e la carrellata delle malattie che affliggevano l’inizio del secolo scorso in “Le principali malattie infettive” in cui esamina non solo il modo in cui si diffonda il contagio per ciascuna, ma fornisce anche interessanti statistiche sui morti da esse causati negli anni dal 1887 al 1902, da cui si vede il netto declino di molte di queste, penso per effetto dell’applicazione crescente di norme igieniche. Ecco, per esempio, il vaiolo che nel 1888 faceva 18.110 morti e nel 1902 “solo” 2.385 o la difterite che da 28.206 morti nel 1887 passa a 4.575 nel 1902.

Ritroviamo qui alcuni brevi racconti, tra cui uno (preso da una storia vera) su come il vaiolo si sia diffuso nel 1887 per l’acquisto

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è 146882732_470538951001380_9051184286111111335_n-1.jpg

di abiti usati da un morto per la malattia e per l’uso di parenti e amici di far visita ai malati, mentre, scrive, “i medici ora, con sostanze adatte, disinfettano l’ammalato, tutti gli oggetti della sua camera, tutti coloro che debbono entrarvi e vi lasciano entrare solamente quelli che devono necessariamente prodigare le loro cure all’infermo” (pag. 43). “Prima di entrare i visitatori debbono lavarsi le mani e la faccia con un disinfettante e indossare una lunga veste di tela, che li copre da capo a piedi; e quindi seggono a qualche distanza dall’ammalato, senza toccarlo. Uscendo dall’ospedale devono nuovamente lavarsi, e la lunga veste, appena tolta, viene subito disinfettata” (pag. 45). Novità per quei tempi, ma quanto attuali in questi mesi di pandemia!

In tal proposito mi ha colpito particolarmente il paragrafo “Influenza” che narra del diffondersi di una versione di questa, forse proveniente dalla Manciuria, che nel 1889 da Pietroburgo a Parigi a tutta l’Europa, che dava “febbre, tosse, forte abbattimento, dolore alle estremità, e che lasciava l’individuo molto debole, dopo alcuni giorni di durata.” (pag. 69). Dal 1889 l’influenza ogni anno uccideva parecchie migliaia di persone.

La cura e la pulizia della pelle sono i temi de “L’importanza della pelle come difesa contro certe malattie”. Si parla qui anche della “trovata” del dottor Lister, ideatore della disinfezione degli strumenti chirurgici, che, dal 1877, fece diminuire drasticamente la mortalità in sala operatoria.

Nel capitolo non si parla solo delle malattie che attaccano la cute, di croste, insetti e tigna ma anche della malaria e di come si scoprì che non era provocata, come si era creduto per tanti secoli, dall’aria “cattiva” (donde il nome), ma dalla puntura delle zanzare (e spiega anche di quali e come riconoscerle). È questa occasione per narrarci la morte di Anita Garibaldi a causa di questo morbo, che tanti personaggi importanti si è portato via. Di recente ho scritto un racconto (“I canti perduti”) in merito alla morte di Dante Alighieri, che avvenne appunto per colpa della malaria. Parla poi di tubercolosi, tisi ed etisia e dell’importanza, quando il bacillo della tubercolosi attecchisce di evitare, respirando aria buona, che nell’organismo entrino microrganismi piogeni, il cui effetto combinato porta ai più gravi danni se non alla morte.

Dopo averci parlato di polmoniti, bronchiti, febbre tifoidea, tifo e vermi intestinali questo lungo capitolo si chiude e comincia quello detto “L’importanza del risanamento”, quanto mai interessante in quanto mostra come la maggior mortalità italiana rispetto a quella inglese dipendesse dal non aver risanato le proprie città, allargando le vie, abbattendo case fatiscenti e sovraffollate. Di nuovo, già allora, un tema di “distanziamento sociale” come prevenzione da ogni malattia infettiva. Parla, in particolare, della diffusione del colera.

Il capitolo “Alimentazione” affronta un tema più ampio di quanto potrebbe sembrare dal titolo. Teresita Ruata, infatti, scrive:

L’alimento necessario al lavoro ed alla vita delle cellule si introduce nel nostro corpo per due vie: per la via della bocca (…) e per la via del naso, che serve a introdurre un altro tipo di cibo nei polmoni, mediante la respirazione”. Insomma, invita a un’alimentazione igienica (evitando i cibi guasti), ancor più che sana in senso contemporaneo, ma soprattutto a respirare aria pulita e non viziata.

Riadatta anche il detto socratico:

“Conosci te stesso: conosci la tua anima, per vincere i tuoi difetti, e saper perdonare quelli degli altri; conosci il tuo corpo, perché tu non commetta mai quei grossolani errori che talvolta sono causa di malattia e forse anche di morte”.

La bisnonna Teresita Ruata con il pronipote Carlo Menzinger

Il capitolo finale “Redenzione” è di nuovo un racconto, che ci mette in guardia contro l’uso smodato di alcolici.

Questa lettura che non solo mi ha aiutato a conoscere meglio quest’antenata (scoprendo sia la sua particolare attenzione verso la prevenzione dalle malattie infettive, così attuale oggi, ma anche una sua vena letteraria di cui mai avevo sentito parlare), ma mi ha fornito un interessantissima panoramica sullo stato delle malattie infettive oltre un secolo fa e sui progressi fondamentali avvenuti proprio allora nella difesa da questi “nostri nemici invisibili”: una lettura particolarmente istruttiva in questi tempi di pandemia.

Da notare che fu scritto prima della pandemia di spagnola che fra il 1918 e il 1920 uccise forse cinquanta milioni di persone nel mondo (con stime che vanno dai 15 milioni ai 100 milioni di morti), contagiandone mezzo miliardo, in un pianeta che aveva al massimo due miliardi di abitanti e in cui la gente e le merci viaggiavano assai meno di ora. Come se il covid-19 oggi uccidesse 196.000.000 di persone (il conteggio a fine febbraio 2021 è di 2,5 milioni di decessi). Allora, come oggi, non mancava chi mettesse, invano, in guardia dai pericoli.

Fonti

CINQUE MIEI RACCONTI IN TRE RIVISTE

Mi sono arrivati, tutti assieme, un numero della rivista Dimensione Cosmica e due di Prospettive.Ing, che contengono, complessivamente, cinque miei racconti. A dir il vero, sarebbero usciti nel 2020, e ne avevo segnalato la pubblicazione qui. Si tratta di:

  1.  Prospettive.Ing – Judgment and Decision Making – “Sulle ceneri di Atene” – Settembre 2020
  2. Prospettive.Ing – Judgment and Decision Making – “Le manticore del Lago Yoshimoto” – Settembre 2020
  3. Prospettive.Ing – Service Orientation – I Tritoni di Fruchtbar”- Dicembre 2020
  4. Prospettive.Ing – Service Orientation – La scelta” – Dicembre 2020
  5. Dimensione CosmicaAutunno 2020 – “Le pietre di Marte”.

Il quinto racconto è il primo del 2021 e il primo che pubblico su Dimensione Cosmica (Tabula Fati). È uscito anche questo in un numero dell’anno scorso, quello dell’Autunno 2020. Sarebbe quindi la mia 58esima pubblicazione del 2020, il 39 racconto pubblicato e il 19 racconto uscito l’anno scorso su carta (riviste o antologie).

Si tratta de “Le pietre di Marte”, una storia fantascientifica su forme alternativa di vita, che scrissi il 20 novembre 2016 e che penso di aver inviato alla rivista forse già nel 2019.

Sulle ceneri di Atene” e “La scelta” sono due racconti ambientati nel mondo ucronico della saga “Via da Sparta” che immagina un mondo in cui Sparta abbia sconfitto Tebe a Leuttra, distrutto Atene, preso possesso dell’impero macedone e assoggettato Roma. I due racconti sono cronologicamente molto lontani, poiché il primo descrive i momenti dopo la distruzione di Atene e il secondo ci mostra Lucius, il figlio di Aracne, la protagonista dei tre romanzi della saga, in un tempo alternativo a noi contemporaneo.

Le manticore del Lago Yoshimoto” e “I Tritoni di Fruchtbar” sono, invece, ambientati sul pianeta Fruchtbar, su cui ho già ambientato varie storie, dove un’umanità orfana di una Terra morente, si rifugia adattandosi a mescolare il proprio DNA con quello di varie razze di questo mondo alieno.

Una curiosità è che questi quattro racconti sono usciti invertiti sui numeri di Prospettive.Ing rispetto a quelli per i quali li avevo pensati, ovvero “La scelta” e “I Tritoni di Fruchtbar” parlano di Decision making, mentre “Sulle ceneri di Atene”  e “Le manticore del Lago Yoshimoto” erano scritti in merito al Service orientation, ma per un errore di redazione sono finiti nei numeri sbagliati.

I racconti di Prospettive.Ing sono usciti su rivista cartacea (come quello su Dimensione cosmica), ma possono anche essere letti gratuitamente on-line. Basta seguire i link.

RACCONTI DI VITA E DI SPORT

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è artu.jpg

L’Ing. Bruno o Brunetto Magaldi è autore che, come me, scrive sulla rivista “Prospettive.Ing” e che con suoi scritti è stato ospitato sul blog del GSF, in occasione del WEN, il Week-End del Narratore.

Alcuni dei racconti pubblicati nella simpatica e piacevole antologia “Artù, il gatto di Montecitorio e altri racconti” li avevo, dunque, già letti, a partire da quello che presta il proprio titolo alla silloge.

Sono racconti vivaci e quanto mai vari, che spesso parlano di sport e, in particolare, di ciclismo, ma anche di molto altro. La sensazione è che siano volentieri piccole lezioni di vita, dietro cui s’intravedono fatti così realistici da sembrare davvero vissuti in qualche modo dall’autore. Personaggi spesso “secondari” nello sport e forse nella vita, trovano qui il loro spazio e l’occasione, magari, per evidenziare qualche successo, frutto di tanto impegno e tanta perseveranza.

Il primo racconto, quello del titolo, ci porta indietro di molti anni, ai tempi del regno d’Italia, in una Roma forse ancor più ricca di ora di gatti onnipresenti, persino nelle sedi istituzionali, come Montecitorio.

“Il fantasma” ci parla delle premonizioni paranormali di un giornalista sportivo.

“Educazione sessuale” ci racconta di tempi passati, senza web e con poca o niente TV, in cui per sapere qualcosa del sesso, un ragazzino può solo ricorrere a un dizionario, per nulla esplicito e alquanto frustrante.

Brunetto mi aveva annunciato che in questo volume avrei trovato un racconto che ha qualcosa in comune con il mio “Apocalissi fiorentine”, anche se con toni diversi: l’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966.

La piccola TGX4 sembra pronta a lavorare senza orari e fino ai limiti de “Il sacrificio”. Il finale ci farà capire perché.

Ed eccoci a parlare di ciclismo con la storia del corridore che dominando la tappa, si concede una pausa presso una vecchina… troppo ospitale.

Ci parla, poi, Magaldi, di un gregario, quelle figure che accompagnano e aiutano i campioni del ciclismo, e del suo momento di gloria, nel racconto che segue.

Chi non si è mai chiesto che cosa succederebbe se l’ascensore si guastasse in una casa deserta? Ce ne offre un bell’esempio il nostro Magaldi.

La storia della carta carbone ci riporta a usi e memorie di tempi passati. Chissà quanti tra coloro che leggeranno quest’antologia o queste righe l’hanno mai usata. Io sì, ma pare un tempo così lontano!

Non seguo il ciclismo e quest’antologia mi è stata molto utile per capire meglio la figura de “Il gregario”, cui è dedicato anche il racconto omonimo.

“La penultima cena” si discosta dalle altre storie e pare quasi un capitolo di una sorta di Vangelo secondo Brunetto.

Come non dedicare almeno un racconto all’amore giovanile? Ed eccoci a una storia di esami e primi contatti tra ragazzi in “Quel grazioso faccino”.

Ne “Il secondo portiere” troviamo ancora una figura secondaria dello sport, questa volta del calcio. Difficile ruolo quello di queste spalle sportive, fatto di tanta fatica e poche soddisfazioni personali.

Può un prete di paese permettersi di indulgere nella sua passione per le auto sportive? Lo scoprirete leggendo “La rinuncia”.

Di nuovo uno sportivo che, nel passato, ha faticato a trovare i suoi momenti di successo in “Una curiosa vittoria”.

Quasi uno sliding-doors, una piccola ucronia personale, il racconto finale “Quella pallina da tennis”: se fosse caduta dal lato giusto della rete il protagonista, nell’euforia della vittoria, avrebbe dichiarato il proprio amore alla sua compagna di doppio a tennis. Cadendo dall’altra parte le loro vita sarebbero procedute separate.

È possibile che una pallina da tennis possa aver condizionato il futuro di due persone?” si chiede nell’ultima riga l’autore. La domanda dovrebbe restare senza risposta, ma non posso non proclamare: certo che sì. Bastano piccolissimi eventi a mutare per sempre le nostre vite. La storia passata (come il futuro) non sono incise nella dura pietra del destino, ma in balia del caso e della nostra volontà.

UNA SPLENDIDA AMBIENTAZIONE MA TUTTA DA SFRUTTARE

Risultato immagini per ursula le guin
Ursula Le Guin

Della pluripremiata autrice di fantasy e fantascienza Ursula Le Guin (Berkeley il 21/10/1929 – Portland, 22/01/2018) ho letto di recente “La mano sinistra delle tenebre” (1969), restandone piuttosto deluso. Non per questo, considerata la rinomanza dell’autrice, ho rinunciato a leggere altro di suo.

Eccomi, quindi, a leggere I reietti dell’altro pianeta(1974 – Premio Hugo e Premio Nebula) e, perbacco, l’inizio è eccezionale! Caspita, mi sono detto: questa Le Guin è una creatrice di mondi, la categoria di autori che maggiormente stimo e stavo per etichettarla come un’autrice da non leggere. In effetti, ripensandoci, anche ne “La mano sinistra delle tenebre” ci sono razze umane mutanti, un pianeta sempre ghiacciato e un popolo di ermafroditi.

Bene, ne “I reietti dell’altro pianeta” un’umanità futura vive su due pianeti dello stesso sistema solare, Urras e Anarres. L’occasione è quella per descrivere due modelli sociali contrapposti, derivanti dall’adattamento su un pianeta ricco e fertile e su uno arido e povero. Ne emergono modi di vedere la proprietà, il sesso, la famiglia, i rapporti tra le persone assai diversi. Qualcosa di simile a quanto ho cercato di fare con la saga “Via da Sparta”, ma realizzato in modo speculare, anziché contrapponendo un mondo alternativo al nostro. Penso a “Via da Sparta” perché la vita spartana di Anarres mi ha ricordata proprio quella di questo mondo ucronico. Si tratta essenzialmente della contrapposizione tra un mondo capitalistico e uno collettivistico, che riflette in qualche modo quella tra i due grandi protagonisti della Guerra Fredda di quegli anni (USA e URSS).

Fin qui tutto bene. Mi sono appassionato a scoprire questi mondi. Peccato che come protagonista la Le Guin abbia scelto un fisico

Risultato immagini per i reietti dell'altro pianeta

di Anarres, Shevek, migrato su Urras e che, come in un classico sui viaggi nel tempo, ci fa vedere l’altro mondo con i propri occhi, scelta direi un po’ superata anche per il 1974, anno in cui il romanzo è stato pubblicato, ma in sé accettabile, se non fosse che mi pare venga lasciato troppo spazio non tanto alle teorie di questo fisico sulla possibilità di comunicare simultaneamente con pianeti distanti anni luce, quanto sulle sue perplessità di divulgare le sue scoperte. Il romanzo si appesantisce così di riflessioni filosofiche e moraleggianti che lo rendono assai meno entusiasmante di quanto promettesse. Le riflessioni sul concetto di Tempo mi affascinano ma qui non sembrano portar lontano.

Ci si aggiunga poi che anche la trama alla fine ruota tutta attorno all’adattamento di quest’uomo al nuovo mondo, mancando di un’adeguata dose d’azione per vivacizzarlo. Insomma, come per “La mano sinistra delle tenebre”, anche per “I reietti dell’altro pianeta” la sensazione, un po’ triste, è di avere avuto tra le mani due splendide ambientazioni, con un immenso potenziale, ma prive di sviluppi all’altezza. Peccato. L’autrice mi ha, però, incuriosito e potrei tornare a leggerla, sperando di cogliere l’opera giusta, perché una così deve averla pur scritta. Del resto, questi stessi romanzi fanno parte di una saga “Il Ciclo dell’Ecumene” e può essere che altri volumi sfruttino meglio il potenziale. Sebbene scritti in ordine diverso, “I reietti dell’altro pianeta” è il primo della serie per gli eventi narrati. In ordine cronologico è seguito da “Il mondo della foresta” (1976).

IL FANTASMA DI MARY SHELLEY

Risultato immagini per Patrizia TOrsini
Patrizia Torsini

Mary Shelley, nata Mary Wollstonecraft Godwin (Londra, 30 agosto 1797 – Londra, 1º febbraio 1851), è stata una scrittrice, saggista e filosofa britannica. È celebre per aver scritto il romanzo gotico Frankenstein (Frankenstein: or, The Modern Prometheus), pubblicato nel 1818, una delle opere precorritrici della moderna fantascienza. Assieme al marito Percy Bysshe Shelley, poeta romantico e filosofo, Lord Byron, Polidori, e la sua sorellastra (nonché amante di Byron) Claire Clairmont, una sera di giugno del 1816, nel salotto di Villa Diodati, vicino Ginevra, inventarono il romanzo gotico, che tanto successo riscuote ancora oggi. Era, inoltre, figlia della filosofa Mary Wollstonecraft, antesignana del femminismo, e del filosofo e politico William Godwin. A Mary Shelley dobbiamo anche uno dei primi esempi di romanzo apocalittico “L’ultimo uomo”.

Si tratta, dunque, non solo di una grande precorritrice della letteratura moderna, ma in quanto donna, una figura di rilievo nel campo dell’emancipazione femminile. Non sorprende quindi che il suo fascino sia ancora forte.

Deve averlo subito, in qualche misura, anche Patrizia Torsini, la moderna autrice di “L’importanza di chiamarsi Bloody Mary” (Edizioni Jolly Roger, Luglio 2020), che in questo romanzo dal titolo da aperitivo wildiano, pur non eleggendo la nostra romanziera a protagonista, le fa avere un ruolo centrale, in una vicenda di morti sospette e simulazioni di apparizioni di fantasmi, un thriller contemporaneo che ha poco del gotico, ma che vede l’amica di Lord Byron al centro di una sorta di venerazione da parte di una coppia di librai e lo

Risultato immagini per l'importanza di chiamarsi bloody mary

spunto per un camuffamento, con conseguenze nefaste e imprevedibili.

La narrazione si dipana tra storie di amicizie e amori, piccoli viaggi e piccole avventure, indagini attorno a questa misteriosa serie di “morti di paura”. C’è una connessione tra loro o solo la casualità?

Questo corposo e denso romanzo, di ben 400 pagine, è la terza prova di quest’autrice, di recente approdata nel GSF – Gruppo Scrittori Firenze, dopo “Acqua alla gola” (2015) e “Killer on the road” (Porto Seguro, 2017). Con quest’ultimo romanzo, che me l’ha fatta scoprire in occasione di un Porto Seguro Show, “L’importanza di chiamarsi Bloody Mary” ha in comune oltre ai toni da thriller, l’amore per la scoperta di luoghi impervi della nostra Toscana e una volontà, che condivido, di metterci in guardia contro i drammatici danni che stiamo provocando all’ambiente.

LE ISPETTRICI NAZIONALI DEL PARTITO FASCISTA

Nel fare delle ricerche sulla mia bisnonna Teresita Ruata, spesso indicata in rete con il cognome da sposata Menzinger di Preussenthal, ho trovato un interessante saggio di Perry Wilson intitolato “Group Portrait: the Ispettrici Nazionali of the Italian Fascist Party 1937-1943.” Saggio pubblicato nell’Historical Journal University of Dundee (2018) (61(2), 431-451. https://doi.org/10.1017/S0018246X17000206

L’Ispettrice Teresita Ruata arriva al Mercadante

https://discovery.dundee.ac.uk/ws/portalfiles/portal/13121343/Group_Portrait._The_Ispettrici_Nazionali_of_the_Italian_Fascist_Party_1937_1943_for_Discovery_website_1_.pdf).

Il volume, che parla in varie occasioni della mia bisnonna, evidenzia come “The highest rank that was ever open to women in the Italian fascist party was that of ispettrice nazionale (National Inspectress). From 1937 onwards, the ispettrici provided a group leadership for the party’s rapidly expanding women’s section. They were not, of course, the only women to play a political role in the fascist ventennio. There were others who exercised more behind-the-scenes influence, but the ispettrici were different since they held high-ranking, official positions.”.

Il saggio evidenzia il ruolo rilevante di tali figure nella politica fascista, spesso sottovalutato in quanto “This historiographical neglect of the ispettrici is doubtless primarily because, as prominent female fascists, they constitute a rather unpalatable topic for the feminist historian.”

Teresita Ruata Menzinger con Umberto di Savoia

La figura politica nasce nel 1937 come equivalente femminile degli Ispettori Nazionali, seppur poste in un ordine gerarchico separato. Avevano un ruolo sia amministrativo che politico anche se concentrato sulle organizzazioni femminili (“The ispettrici were appointed to look after the women’s organisations, effectively a female ghetto within the party”).

Nel 1941 fu creata la Consulta dei Fasci Femminili che, sebbene presidiata da uomini vedeva al suo interno delle donne tra cui le Ispettrici Nazionali. Il ruolo di Ispettrice Nazionale fu ricoperto da 26 donne.

La mia bisnonna assurse al ruolo nel 1937 “A further appointment came on 5 November: the war widow Teresita Menzinger di Preussenthal Ruata – fiduciary in Perugia.18 None of these four moved to Rome but combined their new role with continuing service as provincial fiduciaries.” Nel 1941 le Ispettrici erano 11, tra cui ancora Teresita Menzinger.

Molte di loro, come la mia bisnonna, appartenevano all’aristocrazia (“Some had married into, rather than being born into, the aristocracy: intermarriage between aristocrats and wealthy members of the middle class was increasingly common in this period of declining revenue and status for the nobility. Marchioness Olga Medici del Vascello, for example, who was the daughter of Napoleone Leumann, a wealthy, paternalist textile entrepreneur, owed her title to her husband,35 as did Baroness Teresita Menzinger”.

Teresita Ruata sul palco in occasione di cerimonia di celebrazione caduti di guerra.

Il tenente colonnello Guido Menzinger di Preussenthal, marito di Teresita Ruata, morì in battaglia nel 1916 durante la Prima Guerra Mondiale e l’autore giustamente indica che “Menzinger and Eramo Gozzi were both war widows”. Quanto all’età di Teresita Ruata, Wilson scrive che fu nominata Ispettrice nel 1937, all’età di 59 anni, informazione abbastanza plausibile dato che nel mio padre Filippo Menzinger è nato l’11 dicembre 1937 e ricorda che sua nonna, alla sua nascita, aveva 60 anni più di lui, stessa età che avevano mio padre e mia madre alla nascita di mia figlia Federica – se la distanza tra generazioni con il tempo tende ad allungarsi, in questo caso è rimasta immutata, ma la mia bisnonna, seconda donna a laurearsi in medicina, aveva avuto un percorso di studi che l’aveva portata a sposarsi più tardi delle sue contemporanee.

In questo Teresita Ruata si presenta come una figura eccezionale anche tra queste donne dalla carriera di per sé fuori dall’ordinario: “Levels of education were mostly good for women of their day. Quite a few were graduates. Menzinger (born in 1878 in Bergamo to a family of well-known doctors), for example, was one of the first female medical graduates at Siena University” (qui l’autore cita Petra Terhoeven, “Oro alla patria. Donne, guerra e propaganda nella giornata della Fede fascista”, Bologna, 2006, p.241.).

Il volume esamina, oltre alle famiglie di provenienza e lo stato civile, anche i precedenti di carriera delle Ispettrici. Della madre del mio nonno Carlo Menzinger scrive “Menzinger was, from 1936, president of ANFCDG (the National Fascist Association for the War Dead). This organisation, which pre-dated the rise of fascism, was progressively subordinated to the politics of the regime until, in 1941, it was absorbed into the PNF”. Secondo mio padre entrò in tale associazione o in altra similare sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Se alcune di queste donne erano di chiara fede fascista, della mia bisnonna Wilson scrive “Similarly, for the war widow Teresita Menzinger (her husband, the much decorated Guido Menzinger, had fallen at Costesin in May 1916), fascism quite simply made sense. As her grandson (similarly named Guido[1]) commented: ‘As a war widow, she felt that only the Right appreciated and recognised those in her particular situation’. He also recalled that: ‘She always used to talk about the respectful attitude early fascists had to relatives of the war dead they met on the street. All her life she saw herself as a widow, she always wore a veil and dressed in black’.”

Una lettura, dunque, molto interessante non solo per chi come me aveva piacere di scoprire maggiori notizie sulla propria famiglia ma per chi voglia esaminare la crescita del ruolo sociale delle donne nel XX secolo o studiare l’organizzazione del partito fascista.

Devo dire che questo ruolo della mia bisnonna e la sua vicinanza al fascismo in famiglia deve essere stata considerata come una sorta di macchia sull’onore di una figura peraltro leggendaria, di cui si è sempre, invece, ricordato il suolo di seconda donna laureata in medicina e di tenace vedova di guerra sin da quando mio nonno Carlo (il suo figlio maggiore) aveva appena sette anni e il secondogenito Mario era più piccolo. In questa mia piccola indagine ho persino scoperto che, sebbene con il matrimonio e la vedovanza abbia dovuto abbandonare la professione medica, di lei restano alcune pubblicazioni scientifiche (ho ritrovato “La crioscopia delle urine nelle malattie infettive: ricerche ed osservazioni” – Unione Tipografica Cooperativa e “Principi d’igiene per le scuole”) e persino una raccolta di racconti (“Insidie alla vita”, Unione Tipografico – Editrice, 1906).


[1] 69 Guido Menzinger, interviewed by Petra Terhoeven in 1999 (Petra Terhoeven, “Oro alla patria. Donne, guerra e propaganda nella giornata della Fede fascista”, Bologna, 2006., p.241 e 242.)

RAIMONDO DI SANGRO E LA SPEDIZIONE SU MARTE

Risultato immagini per Maurizio J bruno
Maurizio J. Bruno (Pinerolo, 1964)

Ed eccomi alla lettura di un terzo romanzo dell’interessante autore Maurizio J. Bruno: “Veli”. Già avevo molto apprezzato “Eden” ((Edizioni Creativa, 2008; Tabula Fati, 2016), un romanzo di fantascienza che parla del ritrovamento di manufatti umani su pianeti appena scoperti, e gradito la lettura della spy-story fantascientifica “Ralf” (Taurus Editore,1999; UNI Service. 2008; Tabula Fati, 2020), ma credo che “Veli” (Solfanelli, 2017) sia il migliore dei tre.

Questo romanzo mescola sapientemente tre storie, funzionali tra loro: la prima missione umana su Marte, la ricerca di documenti perduti relativi a Raimondo di Sangro e la storia d’amore tra i due protagonisti, lui ingegnere dell’ESA, impegnato a risolvere i problemi dell’astronave in una corsa contro il tempo per consentire agli europei di arrivare sul pianeta rosso prima dei cinesi, lei una storiografa alle prese con un segreto ritrovato scientifico del celebre studioso napoletano.

A farmelo apprezzare forse c’è anche un interesse soggettivo e personale, sia verso i tentativi di colonizzazione dello spazio, sia verso la figura di Raimondo di Sangro di San Severo, uno dei miei antenati

Risultato immagini per veli bruno

dalla biografia più suggestiva.

Al di là di questo, però, credo che si debba oggettivamente apprezzare questo romanzo per la cura con cui le tre storie, in apparenza inconciliabili, siano fatte convergere, in un intreccio avvincente, mai scontato e quanto mai articolato, ulteriormente arricchito da episodi di spionaggio e tradimenti.

Se a metà romanzo, sospettavo che l’autore avrebbe fatto sì che il protagonista trovasse la soluzione ai problemi di tenuta termica dell’astronave ricorrendo alla scienza settecentesca del principe di San Severo, più ardua mi appariva la sua impresa di trovare un modo per consentire alla recente storia d’amore tra i protagonisti di sopravvivere a tante vicissitudini, ma Maurizio J. Bruno riesce a sviluppare per ogni cosa una soluzione brillante. Così brillante che mi sono quasi chiesto se la risolutiva invenzione di Raimondo di Sangro non fosse del tutto frutto della fantasia, sebbene non ne avessi avuto notizia, ma, almeno da una ricerca veloce che ho appena fatto, temo che la tecnica descritta non possa essere un merito da attribuire a questo antenato, già celebre per aver inventato, tra le altre cose, la tela impermeabile, anche se, comunque, considerarlo solo un alchimista sarebbe riduttivo e i suoi meriti restano tanti. Se mai riuscirò a scrivere la storia della mia famiglia, penso che non potrò non citare questa mia lettura, così come “L’uguaglianza delle ossa” di Vincenzo Sacco, che pure parla di questa figura innovatrice.

LA PANDEMIA RENDE CIECHI

Il giorno dei trifidi” dell’inglese John Wyndham, sebbene sia un romanzo pubblicato nel 1951, è forse uno dei più moderni tra i grandi classici della fantascienza dei primi decenni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, che appariva spesso utopistica e sognatrice, mostrando un mondo e, in particolare, l’America, pronto a viaggiare verso un futuro radioso di costante sviluppo e crescita, in cui le stelle erano dietro l’angolo e presto le nostre astronavi le avrebbero raggiunte.

Il giorno dei trifidi” si pone invece nel filone della fantascienza ben più obiettivo e moderno noto come distopia, quello dei capolavori che partendo da opere anticipatrici come “Il tallone di ferro” (1908) di Jack London, “Noi” (1911) di Zamjatin e “Il mondo nuovo” (1932) di Huxley, ci porta, in quegli anni, a capolavori come “1984” (1949) di George Orwell e “Fahrenheit 451” di Raymond Bradbury, che, però, rappresentavano un’eccezione nel panorama generale dominato dall’ottimismo asimoviano.

Il giorno dei trifidi” è un’altra di queste prime anti-utopie, sebbene i suoi personaggi mantengano l’atteggiamento costruttivo e indagatore tipico dell’homo americanus. Una delle cause scatenanti della tragedia è qui, poi, proprio il progresso, di cui Wyndham evidenzia i rischi.

La narrazione nasce da due catastrofi concomitanti.

Risultato immagini per john Wyndham
John Wyndham, pseudonimo di John Wyndham Parkes Lucas Beynon Harris (Knowle10 luglio 1903 – Londra11 marzo 1969), è stato uno scrittore inglese di romanzi di fantascienza. Usò il suo chilometrico nome per trarne anche altri pseudonimi letterari, quali John Beynon e J. B. Harris.

Innanzitutto, qualcosa succede nel cielo di tutto il mondo, una sorta di colossale fuoco d’artificio, che tutti si precipitano a guardare, restando dopo poco ciechi. Di che cosa si è trattato? Non lo sapremo mai, ma i protagonisti sospettano qualche esperimento spaziale, con radiazioni nuove e pericolose, finito male. Un collasso generato da un uso sconsiderato della tecnologia.

L’altro aspetto che caratterizza l’ambientazione è lo sviluppo su scala planetaria delle coltivazioni di trifidi, piante create dall’uomo, semoventi, capaci di camminare sulle proprie radici e velenose, in grado di sparare il proprio succo letale. Finché l’umanità conservava il dono della vista, i trifidi non costituivano un pericolo. Quando quasi tutti cominciano a brancolare senza vedere, i trifidi lasciano le coltivazioni e divengono una minaccia insuperabile.

Ci troviamo così immersi in un mondo quanto mai distopico, in cui la prospettiva migliore appare quella di ricominciare quasi da zero la ricostruzione della civiltà, magari con l’opportunità di creare un mondo migliore (e anche qui riaffiora l’ottimismo di quegli anni).

Anche il ritmo si mantiene modernamente veloce, con molta azione, senza particolari ingenuità come in tante altre opere del passato. Una storia sempre attuale e uno dei migliori esempi di pandemie che la fantascienza abbia saputo regalarci, anticipatrice di romanzi come “The stand” (1978) di Stephen King, e a sua volta anticipata da “La peste scarlatta” (1912) di Jack London che immagina una letale epidemia in un futuristico 2015, “La peste” (1947) di Albert Camus, “L’ultimo uomo” (1826) di Mary Shelley o, addirittura  “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni. In questi giorni di covid-19 ci sembra quasi di scoprire l’esistenza delle epidemie, ma hanno sempre accompagnato l’umanità, che molto ne ha scritto.

Lo scenario oltre che distopico è post-apocalittico come in opere ben più recenti, di cui è anticipatrice, come  “Ultima genesi” (1987) di Octavia Butler, “L’unico sesso” di Linda Lercari, “Hunger games” (2008) di Suzanne Collins, “Maze Runner” (2009) di James Dashner.

Quest’umanità brancolante nelle tenebre della cecità ci ricorda altri capolavori come “Nel paese dei ciechi” (1904) di H.G. Wells (che cosa non ha saputo anticipare della fantascienza questo autore?), “Cecità” del premio nobel portoghese Saramago e “Universo senza luce” (1961, ma ispirato dal racconto “Rebirth del 1952) di Daniel F. Galouye, ma anche il racconto di Massimo Acciai Baggiani “Lo scisma” (contenuto in “Sparta ovunque”, Tabula Fati, 2020).

Sebbene i trifidi siano il frutto “terrestre” dell’ingegneria genetica (nel volume si parla solo di biologia, essendo la genetica una scienza forse ancora poco conosciuta – il DNA fu isolato per la prima volta nel 1944), si possono anche vedere come un atipico esempio di alieni vegetali, altra trovata che rende onore a John Wyndham per la sua creatività. Tutt’ora restano delle vere rarità. Un esempio lo troviamo in “Il fuoco e il silenzio” (Perseo Libri, 2005) di Donato Altomare o nel mio racconto “I Costruttori” (Progettando.Ing, 2016).

Insomma, difficile comprendere tanta fantascienza distopico-apocalittica senza aver letto una pietra miliare come “Il giorno dei trifidi”, romanzo che avevo amato da ragazzino e che ho riscoperto con piacere oggi.

John-Wyndham-Il-giorno-dei-Trifidi-Classici-Urania-44

POTER TORNARE NEL 1985

Massimo Acciai Baggiani | Segreti di Pulcinella
Massimo Acciai Baggiani (Firenze, 9 Aprile 1975)

Mi sembra strano pensare che “La straordinaria nevicata del ‘85”, pubblicato in questo inizio di 2021 sia solo il secondo romanzo di un autore con al suo attivo decine di pubblicazioni, eppure è così: Massimo Acciai Baggiani, pur avendo pubblicato moltissimi libri, da solo o con altri autori, si è cimentato poche volte con i romanzi, prediligendo opere saggistiche, racconti e poesie. Inoltre, questo romanzo, sebbene edito solo ora, Massimo Acciai lo conservava da tempo nel suo cassetto.

Il titolo potrebbe creare confusione con un’altra sua opera, l’antologia “La nevicata e altri racconti”, ma sono libri ben diversi. L’antologia mi era parsa sostanzialmente un saggio sul sistema scolastico camuffato da romanzo breve (“La nevicata”) corredato di 4 racconti.

La straordinaria nevicata del ‘85” è, invece, un romanzo di fantascienza autobiografico. Già! Parrebbe quasi un ossimoro: che cosa può avere a che fare un romanzo di fantascienza con un’autobiografia, un’opera di pura fantasia con una delle più realistiche. Questo autore, del resto, ama mescolare generi diversi. Per esempio i suoi volumi “Radici” e “Cercatori di storie e di misteri” uniscono la ricostruzione quasi autobiografica delle radici familiari con storie di viaggio attraverso Mugello e Casentino, con storie e leggende locali, divenendo quasi delle guide turistiche.

Ne “La straordinaria nevicata del ‘85” troviamo due temi assai cari alla narrativa dell’Acciai, il viaggio nel tempo e i poteri paranormali, ma anche il suo amore per la famiglia di provenienza, sua madre soprattutto, il suo attaccamento a Firenze e, in particolare, al quartiere di Rifredi. Tema quest’ultimo così centrale che quando ne scrissi la biografia pensai di chiamarla (definendo così Massimo) “Il narratore di Rifredi” (Porto Seguro Editore, 2019).

Non vorrei anticipare troppo, ma credo di poter accennare che “La straordinaria nevicata del ‘85” è, dunque, la storia di un viaggio nel tempo, effettuato nella mente, da un recente 2015 al 1985, anno in cui il protagonista, come l’autore, aveva solo dieci anni. Lì avviene il delicato incontro-confronto tra il protagonista adulto e il se stesso bambino.

Per quanto mi è dato conoscere Massimo Acciai, dalla lettura di tante sue opere e dalla conoscenza personale, seppure risalente solo alla fine del 2017, ritrovo davvero molto di lui in questo personaggio senza nome, che racconta le proprie avventure in prima persona, al punto da chiedersi davvero dove cominci la finzione e dove finisca la realtà, arrivando magari persino a domandarsi se davvero Massimo Acciainel 2015 possa esser tornato indietro nel tempo di trent’anni!

La grande nevicata del 1985 - Gli anni 80 Il sito dedicato a noi degli anni  ottanta

Il viaggio è anche occasione per raffrontare due modi diversi di vivere, oggi e ieri; due diversi sguardi sul mondo, dell’adulto e del bambino; il sogno infantile di un futuro ipertecnologico con la realtà di un mondo attuale che appare assai meno fantastico di come lo immaginava la fantascienza. La lettura innesca subito una profonda riflessione sul sogno infranto di un futuro di progresso che avevamo noi nati negli anni ’50 e ’60 del XX secolo e, a quanto pare anche qualcuno nato negli anni ’70. Le grandi utopie futuriste della fantascienza di quegli anni ci aveva, infatti, insegnato a sognare un XXI secolo di auto volanti, viaggi spaziali, incontri alieni, progressi tecnologici inarrestabili. La delusione del piccolo protagonista di questo romanzo, quando si ritrova nel 2015 è, in fondo, quella di tutta una generazione, che sognava mondi lontani e si ritrova tra le mani solo smartphone, tablets e TV digitali.

Qui, come altrove, Massimo Acciai ama disseminare la narrazione con citazioni di libri e canzoni che hanno

La straordinaria nevicata dell'85

contribuito alla sua crescita e formazione e che fanno da contorno e ambientazione a quest’avventura.

Oltre all’Io Sdoppiato, vi compaiono vari altri personaggi, maschili e femminili, a fornire l’occasione per parlare anche di amicizia e amore.

Un romanzo, dunque, ricco e articolato, che potrà piacere sia agli appassionati di fantascienza, sia a chi questo genere non pratica e preferisce il mainstrem, dato che la vita di tutti i giorni, del passato e del presente, crea un’ambientazione che farebbe ben collocare il libro in questa più ampia e apprezzata categoria.

Inutile dire che fa da sfondo alla storia un evento meteorologico reale, quella nevicata che molti di noi certo ricordano bene e che paralizzò in modo assai più allegro dell’attuale covid-19 l’Italia intera.

Un’ottima prova per Massimo Acciai, che dimostra ancora una volta di sapersi destreggiare con ogni genere di scrittura.

LEGGENDE DELLE ISOLE ORCADI

Ho letto il volumetto digitale “Spade sull’oceano” (Delos Digital) di Giorgio Smojver, che riunisce due racconti che parlano di leggende celtiche e norrene ambientate sull’Oceano Atlantico. Smojver aveva già affrontato il tema con Alessandro Iascy nell’antologia “Sui mari di acciaio”.

Il primo racconto “La leggenda di Ys” è ambientato ai tempi della caduta dell’Impero Romano in Gallia e utilizza come trama una leggenda bretone medievale, popolarizzata in Francia dal romanticismo. È storia di battaglie e scontri, con mostri e magia, in un crescendo di avventure eroiche.

Spade sull'oceano eBook: Giorgio Smojver, Andrea Abilio Quarti: Amazon.it:  Kindle Store

Il bracciale di Ran”, il secondo racconto, si ispira allo sword & sorcery classico, utilizzando elementi della mitologia delle Orcadi come i Finfolk, popolo marino capace di mutare forma per rapire gli umani, e il mostruoso Nuckelavee. Renaud di Montauban e Astulf di Anglia sono eroi delle chansons de geste del XII secolo.

In entrambi i racconti incontriamo una moltitudine di personaggi appartenenti a diversi popoli antichi, norreni, angli, bretoni, galli e mostri mitologici, che si scontrano in battaglie e avventure di mare e di terra. L’amore per la storia di questo autore, nato a Padova da esuli giuliani e laureato in lettere classiche traspare anche in racconti di genere fantastico come questi, dove il mito è veicolo per narrare lo spirito dei popoli.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: