L’ARTE DI CREARE MONDI

Il presidente di World SF Italia Donato Altomare e Franci Conforti alla consegna del Premio Vegetti – Impruneta, 25 Maggio 2019

Cos’è l’arte? L’arte è creazione. Se la letteratura è una forma d’arte dove raggiunge la sua massima espressione artistica: nella creazione.

Un autore crea personaggi, trame, ambientazioni.

Più questi sono nuovi, originali e diversi dal consueto, più lo scrittore realizza un’opera artistica. La letteratura, però, a differenza delle arti figurative e della musica, presuppone una certa forma di comprensione, di narrazione consequenziale, pur con le dovute eccezioni cui la poesia c’ha abituato.

In prosa, però, la più difficile prova per l’autore è trovare il giusto equilibrio tra la magia del mondo nuovo creato e la sua intelligibilità per il lettore.

Stormachine” di Franci Conforti è senz’altro opera creatrice. Immagina e descrive un mondo immaginario complesso e articolato, con grande dovizia di dettagli e abbondanza di neologismi. L’ambientazione, in particolare, è quanto mai originale.

Nella scelta tra l’immediata comprensione del lettore e la pedante spiegazione di ogni novità immaginata, Franci Conforti si colloca più vicina al primo estremo, mentre io, per esempio, con il mio “Via da Sparta” ho preferito l’inserimento di spiegazioni nella narrazione per facilitare la comprensione. Entrambe le scelte, così come quelle più estreme o intermedie, sono valide. Diversi sono, però, gli effetti. Franci Conforti decide di rimandare a un corposissimo vocabolario finale la spiegazione degli innumerevoli neologismi e delle situazioni ignote ai lettori.

L’effetto è di magico straniamento, quello di muoversi in uno spazio incognito tutto da scoprire ma in cui più ci si addentra e più ci si perde. A volte ho avuto sensazioni simili a quelle che avevo leggendo romanzi in lingue che ancora non padroneggiavo appieno: comprendevo ma mai del tutto.

L’alternativa potrebbe essere quella di annoiare il lettore, trasformando la lettura in una lezione. L’ardua sfida di chi segue questo secondo approccio è nell’evitare questo effetto o nel renderlo gradevole.

Di che cosa parla “Stormachine”? Difficile dirlo e forse non va fatto, a parte accennare al fatto che la vicenda si svolge in un lontano futuro in cui la Stormachinegeometria ha assunto una funzione oggi impensabile.

Ruberei qui una delle definizioni dal vocabolario finale che mi pare la più illuminante del contesto in cui i personaggi si muovono:

Le àshraba (pronunciate con l’accento sulla prima vocale) sono artefact utilizzati per entrare in contatto con il subuniverso geometrico bidimensionale ipertangente al nostro. Più esattamente, si tratta d’impianti contrazionali d’estrazione geom√ formati da lenti vibrazionali a base quadra. Le àshraba hanno tre funzioni principali.

  1. Deformare a cascata il nostro universo per avvicinarlo al subspazio. Le àshraba più grandi deformano il nostro universo permettendo alle àshraba di dimensioni inferiori l’accesso al subuniverso.
  2. Codificare e decodificare i dati in ingresso e in uscita scritti nel campo geometrico vibrazionale (geom√). In particolare: le griglie d’orientamento ortogonale, le linee energetiche e quelle dati.
  3. Scrivere e leggere le memorie di tutte le attività sociali e individuali che vi vengono depositate.

Da un punto di vista fisico le àshraba sono strutture per lo più rettangolari composte da griglie geometriche a base quadrata. Sono costruite in leganera, solenoidi inversi e piccoli specchi bivalvi che foderano gli spessori interni di ogni intarsio. Le dimensioni delle àshraba variano dai pochi millimetri di quelle inserite in oggetti d’uso comune, alle centinaia di metri delle grandi àshraba spaziali. Complessità e dimensioni ne determinano la potenza e le funzioni. La costruzione delle àshraba avviene in fabbriche spaziali particolari chiamate quadridonti, qui vengono assemblate e accese. Le àshraba non possono essere spente se non per esaurimento dei componenti e quelle inserite in oggetti dismessi vengono recuperate e riutilizzate.”

E a cosa allude il titolo “Stormachine”? “Nei Moniti di Superstixio di derivazione militare, si narra del ritorno del male. In una dell’epistole ammonitrici e divinatorie si paventa l’arrivo di una macchina infernale emersa da uno spazio-tempo profondo. Tale macchina aveva il potere di distruggere le àshraba e spazzare via l’intera civiltà umana. Il nome che le veniva dato era Stormachime. La macchina della tempesta.”

 

Chi è Franci Conforti? Leggo sulla descrizione del romanzo in Amazon “Cresciuta al Cairo, milanese di adozione, Franci Conforti è laureata in biologia, giornalista professionista, docente all’Accademia di Belle Arti. Nel 2016 ha vinto il Premio Odissea con Spettri e altre vittime di mia cugina Matilde (Delos Digital). Nel 2017 ha vinto il premio Kipple con il libro Carnivori (Kipple). È tra i finalisti del Premio Urania 2016 con il romanzo Stormachine (Delos Digital).

L’ho incontrata in occasione del Premio Vegetti dell’associazione degli operatori della fantascienza World SF Italia, cui entrambi concorrevano come finalisti nella sessione Romanzo (io con “Il regno del ragno” secondo volume della saga “Via da Sparta”), da lei vinta proprio con “Stormachine”.

IL COINVOLGIMENTO AMERICANO NEI CAMPI DI STERMINIO NAZISTI

La Storia la scrivono i vincitori, questo si sa. Nel farlo evidenziano alcuni aspetti e ne nascondono altri. La Seconda Guerra Mondiale è stata vinta dagli americani (e alleati) e persa dai tedeschi (e alleati). Noi si stava un po’ di qua un po’ di là, ma questa è un’altra questione. Durante la guerra, Tedeschi e Italiani hanno fatto cose orrende, ma Americani, Inglesi e Russi non sono certo stati dei santarelli. Di recente leggevo degli inutili bombardamenti contro la popolazione civile tedesca nel saggio “Storia naturale della distruzione” di Sebald. Analogamente, ci si può chiedere che senso avesse avuto lanciare due bombe atomiche sul Giappone a guerra sostanzialmente già vinta.

Carlo Menzinger e Pierfrancesco Prosperi, il 25 maggio 2019 durante il raduno nazionale degli autori di fantascienza World SF Italia

Carlo Menzinger e Pierfrancesco Prosperi, il 25 maggio 2019 durante il raduno nazionale degli autori di fantascienza World SF Italia

Leggo ora un romanzo (non un saggio, sia chiaro) di Pierfrancesco Prosperi (Arezzo, 21/07/1945) intitolato “Il processo numero 13” nel quale immagina che ci sia stato un tredicesimo processo dopo i dodici minori che seguirono quello di Norimberga e nei quali furono processate circa duecento figure con ruoli di rilievo nei crimini di guerra nazisti (pochissimi rispetto a tutti coloro che certo furono coinvolti, ma non si poteva processare un’intera nazione).

L’invenzione ucronica di questo autore è di immaginare che si sia tenuto il processo e che vi siano emersi i rapporti dell’americana IBM, tramite la consociata tedesca Dehomag nella gestione dei campi di sterminio nazisti. Non inventato, sembrerebbe invece, il contesto che tale processo indaga.

È, infatti, vero e storico che la Dehomag fosse una sussidiaria tedesca di IBM con monopolio nel mercato tedesco prima e durante la seconda guerra mondiale. La parola era un acronimo per Deutsche Hollerith-Maschinen Gesellschaft mbH. Il termine Hollerith si riferisce all’inventore della tecnologia delle carte perforate, Herman Hollerith. Insomma, questi primi computer americani avrebbero permesso ai tedeschi di censire, in tempi una volta impensabili per la loro rapidità e con una precisione di dettagli del tutto nuova, la popolazione ebraica in Germania e nei territori occupati, permettendo così di individuare gli individui da mandare nei campi, quelli da uccidere subito e quelli da sfruttare come forza lavoro. Insomma, senza le macchine della Dehomag non avremmo avuto i campi di concentramento. Il romanzo ne parla poco, ma queste macchine sembra che siano state utilizzate dai tedeschi anche in altri modi per gestire la loro guerra.

Quello che il processo immaginario suppone è che l’IBM fosse del tutto consapevole dello scopo per il quale le sue macchine erano impiegate e ne percepisse i proventi. Invenzione?

Pierfrancesco Prosperi è autore dedito al genere fantastico e all’ucronia, vincitore di importanti riconoscimenti in questi campi. Questo stesso romanzo è stato finalista al Premio Vegetti della World SF Italia, in occasione della cui premiazione (cui partecipavo con il mio “Il regno del ragno”) ho avuto il piacere e l’onore di incontrarlo. Lo stesso giorno Prosperi ha ricevuto dall’associazione di fantascienza un premio alla carriera.

Anche se Prosperi eccelle nel genere fantastico, la sua analisi storica è accurata e dettagliata e il romanzo, avvincente e stimolante, induce importanti riflessioni sulla storia.

LA DECADENZA GIOVANILE IERI E OGGI

Risultati immagini per L'età della ragione SartreRomanzo scandaloso fu “L’età della ragione” (1945) del premio nobel (1964) Jean-Paul-Charles-Aymard Sartre (Parigi, 21 giugno 1905 – Parigi, 15 aprile 1980), quando uscì nel dopoguerra. Iniziato nel 1939, fu ultimato solo al termine del periodo di internamento del filosofo e scrittore francese in Germania. Non stupisce che all’epoca potesse destar scandalo parlare liberamente di aborti e omosessualità e oggi, che abbiamo visto ben altro, non possiamo rileggerlo senza calarlo nella realtà storica in cui nasce. Letti oggi questi giovani un po’ sbalestrati sembrerebbero anche troppo entrati nell’età della ragione, che Sartre ci mostra come ancora lontana. I tempi dell’adolescenza, infatti, in questo inizio di XXI secolo paiono essersi dilatati per decenni e giovani quarantenni che non si assumono ancora alcuna responsabilità familiare non ci stupiscono per nulla, figuriamoci i ragazzini di Sartre.

Del resto, credo sia proprio qui la grandezza di Sartre: nell’aver saputo anticipare la nostra decadenza sociale e il disincanto giovanile. Se oggi quanto scrive ci pare normale e persino “borghese” è anche perché tanta letteratura Risultati immagini per L'età della ragione Sartresuccessiva si è già abbeverata alla sua fonte. Chiamate questa decadenza “esistenzialismo” se preferite. Affermazioni come «Chi sono? Che ne ho fatto della mia vita?» quando ci paiono oggi consuete!

Da ragazzo avevo molto amato “La nausea” e ora dovrei rileggerlo. Alla fine dell’anno scorso ho ripreso in mano questo autore per leggere la sua silloge di racconti “Il muro”, che ho apprezzato per la profondità descrittiva di piccole abiezioni del carattere e del comportamento.

Se questo, era vero in un gruppo di racconti, lo è altrettanto in questo romanzo, anche se forse la dilatazione della narrazione fa percepire maggiormente l’assenza di una trama articolata che sorregga dei personaggi pur così ben caratterizzati. Certo la trama principale, facilmente riassumibile, è arricchita da alcuni episodi collegati, ma non trovo quell’equilibrio che sempre ricerco nei romanzi tra ambientazione, personaggi e trama.

Ma queste sono solo riflessioni di un lettore distratto e, forse, un po’… annoiato. Se volete una vera recensione sul senso e il significato dell’opera e del pensiero di Sartre, cercate altrove.

LA POESIA DELLA FANTASCIENZA

SagaQuale dei generi letterari è il più poetico? In pochi risponderebbero “la fantascienza”, eppure non è poetico parlare di stelle lontane, di viaggi impossibili, di mondi immaginari, di creature fantastiche, di illusioni e speranze, di avventure cavalleresche? Se, poi, l’arte è creazione, che cosa è più creativo dell’immaginare interi mondi nuovi?

Eppure i termini fantascienza e poesia, ben di rado li vedrete abbinati.  Eppure… Eppure… pensateci bene. Che cos’è l’Odissea di Omero, opera poetica primigenia, se non l’antenata della fantascienza, con le sue creature immaginifiche (ciclopi, lotofagi, lestrigoni, sirene, dei) con il suo viaggio attraverso mondi misteriosi e alieni.

E il nostro Dante? Se non fosse opera “religiosa”, la sua Divina Commedia potrebbe sembrare un viaggio su pianeti alieni.

La fantascienza, però, è considerata genere moderno e i suoi antenati si fanno magari risalire al greco Luciano di Samosata, al Cyrano di Bergerac, a “Le Avventure del Barone di Münchhausen”, all’Orlando Furioso e i suoi padri sono gli ottocenteschi Verne, Wells e Poe, ma è solo attorno alla metà del XX secolo che possiamo parla di “vera” fantascienza”.

La fantascienza in versi si potrebbe credere non ne esista. Invece, no! In America c’è persino un’associazione di autori di fantascienza in versi la SFPA, Science Fiction Poetry Associations, fondata in California nel 1978. Hanno persino un Premio e una rivista.

In Italia, però, a praticare il genere sono certo in pochi. Mi vengono in mente taluni versi di Massimo Acciai Baggiani, pubblicati in Esagramma 41, la mia “Terzultimo pianeta”, che dà il titolo all’omonima silloge (dai toni apocalittici seppur non direi, nell’insieme, fantascientifica), e l’antologia di più autori “Concetti spaziali, oltre” curata da Alex Tonelli, ma un’intera silloge poetica di fantascienza di un solo autore, ancora non mi è capitato di leggerla e neppure di vederla (se ne conoscete segnalatemele), a parte “Saga” di Roberto Balò, edita dalla vivace casa fiorentina PSE – Porto Seguro Editore.

Balò, già a sua volta editore con Isketziaie (tra gli altri ha pubblicato anche dei versi di Massimo Acciai Baggiani), dunque, pur con queste premesse, si pone come un arguto innovatore. Già basterebbe questo, a mio avviso, per aver voglia di leggere “Saga”, “l’epopea in versi di un uomo senza nome in viaggio nello spazio e nel tempo alla ricerca del senso dell’esistenza”, come recita la quarta di copertina. E non è di questo che spesso ci parla la poesia?

Saga” si riallaccia a vari precedenti culturali, ma, non a caso, centrali sono i riferimenti al già citato viaggio di Ulisse. La sua controparte femminile si chiama, appunto, Penny (vezzeggiativo di Penelope). E tra le odissee di riferimento non può certo mancare quella gloriosa di Kubrick/Clarke, ma ci sono anche l’antico Luciano di Samosata accanto al più visionario degli autori fantascientifici classici, Philip K. Dick e il mitico Asimov.Roberto Balò, Massimo Acciai Baggiani e Carlo Menzinger a una delle presentazioni di "Nessun altro"

E tutto questo, per regalarci versi di immediata efficacia e penetrazione come “inutile partire inutile restare”, allusioni a una “itaca morbida” (senza maiuscola), in un “navigare nel futuro / con l’astronave piena di ricordi”.

Eppure questo cosmo infinito è così pieno di tedioso spleen: “ogni galassia le stesse scene”, “è il solito cliché di donna”, “niente di nuovo dal fronte stellare/ ecco/ la banalità dell’universo”. Ma come Ulisse? Mi attraversi l’universo e non trovi neppure l’entusiasmo negativo dell’androide dickiano-scottiano quando proclama le eterne parole: “«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.» Volevate della poesia fantascientifica? Non lo è anche questa di Balde Runner?

Non bastano certo le “robottine” sensuali (ripenso alle sexy dolly di certi mie racconti) e “sei aliene a sei tette 7 trentasei seni assieme” o le ninfe dalle “pelli ambrate da vere marziane” o la creatura al bistrot con “una velocità radiale tripla” ad allietare questo Ulisse orfano della sua Penny, in questa lunga “notte in un’oasi siderale / nel deserto d’antimateria”, dove, alfine, scopri persino che, in fondo, “le stelle non esistono” e sono troppi i mostri che “si vaporizzano e mi entrano nel naso” “per rodermi dentro / come rimorsi incattiviti” (eh sì, lo vedete, questo viaggio spaziale è in realtà un viaggio dell’anima) tra “scrosci di sangue verde e viscere nere”. Più che un viaggio diventa una “eterna lotta/ tra il dare l’avere”, in cui il nostro futuribile Ulisse nasce “troppo giovane / in un mondo troppo vecchio” e dubita di ciò che lo circonda (“sei sempre con me / eppure non sono sicuro / che tu esista”). C’è troppa differenza tra lui e le donne che incontra (“non sono come te/ per questo mi piaci /io tendo al volo / mi sollevo e tu mi trattieni”, l’eterna differenza tra femminino e mascolino!), ma non vorrebbe esser solo (“non lasciare che io scelga / i miei sbagli da solo”).

Difficile il rapporto con lo spazio (“in fuga da questo mondo / troppo conosciuto / verso il vuoto incolmabile/ di cui sono pieno”) e il tempo (“il tempo è un’illusione”, “si può viaggiare nel tempo / se ti beccano sei morto / ma è un vizio il tempo / che queste macchine inquinano”, “in uno dei futuri ci sono stato /…/ mancavo solo io / e nessuno se n’era accorto”).

È dunque così la poetica di Balò, fatta di eterne umane fragilità, proiettate in cosmi immaginari, quasi che questo viaggio bastasse a sdrammatizzarne la sostanza.

Con Roberto Balò, incontrato per la prima volta in occasione della presentazione di un’antologia di Massimo Acciai Baggiani,  condivido la partecipazione al volume “Nessun altro”, curato da quest’ultimo, cui ha partecipato con il racconto “L’altro mondo”.

LA SERIETÀ DELL’ESISTERE

libroLibro serio, questo di Antonella Cipriani, non per nulla l’ha intitolato “Qualcosa di molto serio e altri racconti”. Libro in cui si parla del mal di vivere, delle fragilità della mente, di altre malattie, di morte e lutti.

La scrittura scorre veloce e piana, senza intoppi o refusi (ed è tanto!) ma non per questo priva di piccoli giochi con le parole, di immagini che colorano le righe animandole e regalando un valore aggiunto di significato. Già nella prima pagina, per esempio, leggiamo “Tranquillità e calma regnano sovrane o sono prigioniere – sempre per un medesima questione di punto di vista”. Frase che mi pare emblematica dell’intero volume, dove la nave procede con calma e tranquillità, anche se il mare si presenta alquanto mosso.

Il primo racconto, che dà il nome alla raccolta, ci trascina subito in un’atmosfera in bilico tra reale e soprannaturale (“Da un po’ di tempo accadevano strane cose. Doveva essere Qualcosa di molto serio”) ed ecco che troviamo la protagonista travolta da una serie di piccoli complotti delle cose e delle persone, con tanto di passeri, piccioni e cavallette morte che compaiono ovunque.

Il secondo racconto “Stai dietro al leone” appare già più sereno, anche se la frase del titolo è pronunciata da un moribondo. Quel che scatena non sono, però, pensieri di morte, ma un desiderio di condividere e ricostruire un sogno altrui, impresa che si rivelerà, come ovvio, impossibile.

Non poteva mancare un racconto sugli incontri virtuali (“Chat”), che ne descrive la vacuità.

Il sogno è centrale in questa silloge. Il racconto “Non c’è proprio nessuno” comincia proprio con la secca frase “Lei sognava” e ci trasporta poi in un mondo onirico che sembra strabordare e compenetrare quello della veglia.

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Antonella Cipriani (Gruppo Scrittori Firenze)

Altro tema importante è il ricordo e lo vediamo protagonista in “Fotografie” e ne “Il segreto della scatola di latta” dove l’infanzia si prolunga e trova un punto di incontro con l’età adulta, ma sempre legate da qualcosa che non è poi così diversa da un sogno.

La perdita e l’assenza danno sostanza ad “Aspettando il Natale”, che indaga l’animo di chi è rimasto solo in un giorno che non può che risvegliare memorie e usi ripetuti.

L’autrice arriva, però, a cogliere anche il lato ironico della morte e di questa perdita ne “Il funerale di Maria C.” o le strane coincidenze che spesso si abbinano anche agli eventi più tristi in “Vittoria”.

La malattia della mente, che aveva aperto la raccolta, trova una nuova e più dura raffigurazione in “Capisci tutto tu”, sul degrado da alcolismo, ancora una volta generato dal dolore di un lutto.

All’apparenza un po’ diverso dagli altri racconti è “Perdente ma vivo”, che ci fa vedere un uomo in fuga da personaggi pericolosi, ma di nuovoRisultati immagini per morte troviamo tematiche legate alla difficoltà del vivere, con un metaforico rinchiudersi in se stessi.

È una storia di malattia, “Sogno e realtà”,  a chiudere la silloge, mostrandoci che la cecità degli occhi nulla ha a che vedere con quella della mente e della fantasia, donandoci un pizzico di speranza.

QUALCOSA SI MUOVE A FIRENZE

libroQualcosa si muove a Firenze, in questa città che strenuamente resiste all’avanzata dei barbari dal nord, in quest’oasi che si oppone alla diffondersi del virus dell’ignoranza e dell’incomprensione.

Nel capoluogo toscano, alcuni anni fa, è nato un movimento di gente che ama i libri, la letteratura, la cultura e l’arte. È nata un’associazione che orgogliosamente e semplicemente si definisce GSF – Gruppo Scrittori Fiorentini, cui anch’io ho aderito, seppur con colpevole ritardo. Il Gruppo è attivissimo con un’agenda così piena che spesso più eventi si sovrappongono nella stessa giornata.

Nel GSF non ci sono solo scrittori o aspiranti tali, ma anche artisti di altro genere.

Nasce così l’idea di Chiara Novelli e Anna Pagani di mettere assieme arti visive e scrittura e realizzare così un “libro d’arte” che unisse le opere di cinque artisti (la stessa Chiara Novelli, con Nicoletta Manetti, Gianni L’Abate, Roberto Mosi e Raffaele Masiero) con degli scritti ispirati ai loro dipinti o fotografie, brevi racconti, pensieri in libertà e poesie. Gli autori abbinati a ciascun artista sono 5 e assieme costituiscono una sezione del volume (Nascita, Natura, Amore, Tempo e Viaggio), per un totale di 25 scrittori (Corinna Nigiani degl’Innocenti, Paola Vergari, Cristina Gatti, Giulietta Casadei, Massimo Maniezzi, Renato Campinoti, Claudio Raspollini, Benedetta Manetti, Daniele Locchi, Mirko Tondi, Michele Protopapas, Claudia Muscolino, Gabriella Campini, Maurizio Castellani, Eleonora Falchi, Fabrizio De Sanctis, Anna Crisci, Maila Meini, Margherita Pink, Nicola Ronchi, Antonella Cipriani, Francesca Pacchierini, Paolo Orsini, Vincenzo Maria Sacco).

La prefazione è di Giandomenico Semeraro, l’introduzione di Anna Pagani, la postfazione del presidente di ALA Marco Rodi, i ringraziamenti finali del presidente del GSF Vincenzo Maria Sacco.

Il progetto è stato realizzato dalla casa editrice consociativa livornese A.L.A. – Associazione Liberi Autori, in un album a colori di dimensioni A4, che raccoglie dunque 25 immagini e 25 scritti, in cui la compenetrazione reciproca è tale sia visivamente, sia con sfondi dei testi che riprendono le immagini descritte, sia con il ricorso, talora, a forme di scrittura visuale, sia per la natura quasi pittorica di molti testi. Ci troviamo, infatti, spesso di fronte a elaborati, in prosa come in poesia, che somigliano a quadri descrittivi, più che a narrazione di eventi.

Il volume, intitolato “La gioia di vivere” (quale sempre esprime questo vivace gruppo), rimane così davvero come un album di ricordi da conservare in libreria. La collana in cui compare e che è da questo volume inaugurata, si chiama appunto “Gli album”.

La lettura scorre veloce e facile sugli ampi caratteri scelti per rendere al meglio l’impatto visivo desiderato. Questa commistione di immagini e testi non può che ricordarmi la realizzazione delle due “gallery novel” (“Il Settimo Plenilunio” e “Jacopo Flammer nella terra dei suricati“) da me curate, facendo, però, realizzare le immagini in funzione dei testi e non viceversa come ne “La gioia di vivere”.

In bocca al lupo a tutti gli amici del GSF, con l’augurio di poter presto affrontare nuove avventure culturali.

LA DIFFICOLTÀ DEI RAPPORTI

La silloge “La grande rivelazione” è l’opera prima di Paolo Orsini, uno dei soci fondatori del GSF – Gruppo Scrittori Fiorentini. Prende il nome da uno dei racconti e si articola in 15 storie, una prefazione di Chiara Myriam Novelli e una postfazione di Mirko Tondi, maestro di scrittura di Paolo Orsini.

Sono storie che parlano del nostro vivere quotidiano, che spesso toccano il tema dei rapporti con l’altro sesso. Spesso si tratta di incontri o amori mancati, come a voler evidenziare una certa difficoltà di rapportarsi tra uomini e donne.

Già nel primo racconto (“La finestra aperta”), per esempio si legge “la sua bellezza era destabilizzante”. A volte il contatto proprio non si realizza, come ne “La buttadentro” o ne “La porta”.

Altre volte i rapporti sono “convergenze divergenti” (termini che sono solito associare alle ucronie, ma che qui non c’entrano per nulla anche se vi si cita uno dei principi cardini del genere “Fu come la teoria del caos, un frusciare d’ali di farfalla che provoca un uragano all’altro capo del mondo”). Altre volte, penso a “Direttissima o panoramica?”, l’incontro si rivela solo un sogno. Altre volte le vite sembrano fluire su binari paralleli (“Il cinghiale”) che non possono incontrarsi.

Quando l’avvicinamento si realizza (“Due ore” o “Il gatto”) è destinato a concludersi con una separazione. Altre volte (“La grande rivelazione”) Orsini ci parla della difficoltà di comunicare i sentimenti.

Si arriva a estendere questa “analisi” dei rapporti interpersonali a quelli interraziali come con il racconto “capodanno persiano”.

Paolo Orsini – marzo 2019

Vi è, talora, persino, un’incapacità dei personaggi di controllare le situazioni (“Sapevano quello chestavano facendo, ma al contempo fingevano di non saperlo”), che possono persino sfuggire di mano come nel racconto finale, dai toni surreali “Epilogoesemplare”.

A volte, la difficoltà di rapportarsi, chiave dell’antologia, ha come controparte degli oggetti come in “Gentile ospite” o “Il gemito dell’orchidea”.

Orsini ci descrive, insomma, la difficoltà di rapportarsi di questo nostro mondo contemporaneo e l’insoddisfazione che ne deriva (“Spesso mi chiedo se sono soddisfatto della mia vita”).

Una chiave umoristica e autoironica è quasi sempre presente a stemperare o caricaturizzare situazioni che possono anche avere una loro drammaticità e che, in ogni caso, sono espressione di un intenso mal di vivere.

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