MENZINGER IN OFFERTA SPECIALE

In tempi di pandemia non riusciamo più a incontrarci, fare presentazioni e partecipare a fiere e altri eventi, ma i nostri libri sono sempre lì che aspettano di trovare nuovi lettori.

Vorrei allora proporvene alcuni a prezzi speciali, sperando vi vada di leggerli o magari, visto che Natale si avvicina, di regalarli.

Sono libri che potete ordinare sui siti on-line, ai soliti prezzi, oppure ve li posso spedire io con piego-libro e, se volete, una dedica speciale.

Ecco i libri che vi propongo:

SPARTA OVUNQUE: sette racconti scritti da sette autori e ambientati nell’universo divergente della mia saga ucronica “VIA DA SPARTA”.

APOCALISSI FIORENTINE: una raccolta di racconti distopici che sembrano scritti apposta per questi giorni, sulle fragilità del mondo viste come fossero di una città. C’è persino un virus letale da debellare!

VIA DA SPARTA: romanzo ucronico che immagina le avventure di una schiava ilota in fuga in un mondo contemporaneo in cui la storia ha mutato corso facendoci vivere sotto il ferreo controllo dell’Impero di Sparta.

La saga comprende tre volumi: 

IL SOGNO DEL RAGNO

IL REGNO DEL RAGNO 

LA FIGLIA DEL RAGNO.

IL NARRATORE DI RIFREDI: alla scoperta del quartiere fiorentino di Rifredi e di uno dei suoi autori Massimo Acciai Baggiani, attraverso interviste, recensioni, racconti e poesie.

E veniamo alle offerte (comprese le spese di spedizione):

SPARTA OVUNQUE: € 10,00

APOCALISSI FIORENTINE: € 10,00

VIA DA SPARTA (un volume a scelta tra IL SOGNO DEL RAGNO, IL REGNO DEL RAGNO e LA FIGLIA DEL RAGNO): € 9,00

IL NARRATORE DI RIFREDI: € 5,00

LA BAMBINA DEI SOGNI: € 9,00

Questi sono già prezzi scontati, ma se comprerete più di un volume, voglio scontarli ancora:

2 volumi € 18

3 volumi: € 25

4 volumi: € 30

5 volumi: € 36

Per chi ordina almeno 3 volumi, in regalo IL NARRATORE DI RIFREDI.

Per me sono prezzi sotto-costo, come invito alla lettura. Spero che vorrete, poi, farmi sapere che cosa ne pensate con un commento o una recensione in rete.

Si può pagare con bonifico, paypal o ricarica telefonica (quest’ultimo sistema solo per alcuni importi).

Sono anche disponibile a fare scambi con libri scritti da voi e posso valutare di regalarvene una copia se mi promettete una recensione (sincera) su uno spazio con un po’ di visibilità.

Contattatemi qui o su facebook.

DUE STUDENTI SCROCCONI IN GIRO PER IL SUDAMERICA

Un libro per pensare – Ernesto Guevara-Latinoamericana – OUT OF TIME

Latinoamericana” racconta il viaggio dell’autore all’età di 23-24 anni (compie gli anni nel corso della narrazione) nel 1951-52, assieme a un amico, argentino come lui. Partono in moto (a volte il volume si trova con il sottotitolo, un po’ ingannatore, “Un diario per un viaggio in motocicletta”) da Cordoba per girare il Sudamerica. Ben presto la moto li abbandona e proseguono scroccando passaggi, pasti e alloggi.

Insomma, un diario come tanti di due ragazzi partiti per una tipica avventura di scoperta giovanile.

Quello che rende particolare questo volumetto, però, è il nome del suo autore: Ernesto “Che” Guevara.

Ebbene costui, immagino lo sappiano tutti, è uno dei miti della sinistra internazionale, al punto che con la sua faccia barbuta sono state stampate numerose magliette e infiniti poster. Più che un uomo è stato un simbolo.

Merito di questo libro? Non credo, anche se può aver contribuito a darne un’immagine avventurosa e contro le regole.

Come si legge sul sito della Feltrinelli “Ernesto Guevara de la Serna, più noto come Che Guevara o semplicemente Che, nato in Argentina nel 1928 e morto in Bolivia nel 1967, è stato allergologo, viaggiatore, teorico del marxismo, e uno dei protagonisti centrali della rivoluzione cubana. Conquistata L’Avana, proseguì la lotta in Congo e tentò di accendere la guerriglia in Bolivia, dove trovò la morte.”

Eppure, in questo libricino che ho appena finito di leggere non c’è proprio nulla di politico, né di rivoluzionario (a meno che scroccare pasti e letti sia definibile come tale).

Nell’attraversare il continente non fa alcuna osservazione sociologica, salvo al massimo considerazioni del tipo che tutti i sudamericani si somigliano e dovrebbero far parte di una sola nazione. Annotazione che si può certo trovare in libri di autori per nulla politicizzati. Da medico collabora con alcuni lebbrosari, ma le sue descrizioni sono ben poca cosa, anche solo a raffrontarle con libri come “La città della gioia” di Lapierre. Più che altro lo colpisce l’amichevolezza e

Che Guevara | Pop art, Che guevara, Ritratti
Ernesto Che Guevara

gratitudine dei malati.

Assistendo per la prima volta in vita sua a una corrida, pur evidenziando la lunga agonia di un toro ucciso malamente, nessuna parola di indignazione verso simili spettacoli barbarici esce dalla sua penna, se non la considerazione che la corrida non lo aveva per nulla entusiasmato.

Forse l’aspetto sociologico-storico più interessante che emerge a leggerlo a tanti decenni di distanza è la cronaca, involontaria, della fragilità dei mezzi di trasporto utilizzati: perennemente guasti. Immagine che ci dà una buona misura di come da allora sia progredita la meccanica.

Insomma, siamo più che dalle parti di “On the road” di Jack Kerouac che non del “Capitale” di Karl Marx. Non per nulla, fu scritto proprio nel 1951 (ma pubblicato nel 1957). “Latinoamericana” fu pubblicato postumo a Cuba nel 1992.

Si scopre anche perché lo chiamassero “Che”: è un modo di rivolgersi alle persone argentino, traducibile forse con il nostro “Ehi” o “Ehi, tu”. Guevara lo usava così spesso, da far sì che divenne il suo soprannome.

Insomma, un ragazzo come tanti in viaggio, un diario piacevole e scritto in modo accattivante, ma privo sia di avventure significative, sia di uno sguardo speciale quale ci si potrebbe aspettare da un simile mito della politica. Probabilmente era ancora troppo giovane.

UN’ORFANA ANAFFETTIVA E LA FLORIGRAFIA

Ci sono lingue che nascono per l’uso, adattandosi generazione dopo generazione, mutando da lingue più antiche,

Vanessa Diffenbaugh – Mare di Libri
Vanessa Diffenbaugh

ibridandosi con altre. Così sono quasi tutte. Ce ne sono poi altre inventate da qualcuno o da un gruppo di persone per vari motivi. Si pensi all’esperanto o al volapük, ma anche a quelle create per esigenze narrative come il klingon.

In merito lessi tempo fa l’interessante saggio curato da Massimo Acciai Baggiani e Francesco Felici “Ghimìle Ghimilàma”, cui rimanderei per chi volesse saperne di più.

Il linguaggio segreto dei fiori” di Vanessa Diffenbaugh (San Francisco, 1978) fa riferimento alla più scomoda, inusuale, incompleta e folle di questa lingue inventate: il linguaggio dei fiori o florigrafia.

Chi non sa che rose rosse vogliono dire “amore” o “passione”? Ebbene, c’è chi ha scritto dei dizionari per attribuire a ogni fiore o pianta un analogo significato. Il linguaggio è un codice espressivo di antica origine orientale che attribuiva una connotazione sentimentale ai fiori che assurgevano così a emblemi dei moti del cuore ed ebbe particolare

Il linguaggio segreto dei fiori - Vanessa Diffenbaugh - copertina

successo durante il romanticismo. I giapponesi lo chiamano hanakotoba.

La protagonista de “Il linguaggio segreto dei fiori” è una ragazzina orfana piuttosto misantropa e anaffettiva, che non si relaziona con facilità ma che scopre attraverso i fiori un modo per comunicare. Difficile, però, è per lei trovare chi comprenda il suo linguaggio.

L’idea è buona e probabilmente alla base del successo del romanzo ma forse non sfruttata a pieno. Assumono, invece, centralità lo sviluppo dei difficili rapporti con le persone che la circondano, innanzitutto la madre adottiva, di cui seguiamo l’evoluzione verso l’età adulta. Il volume è anche corredato da un dizionario di florigrafia, ma perde l’occasione e l’opportunità di immaginare un dialogo veramente costretto dai limiti di questo linguaggio, così povero di termini e per il quale le parole non vanno cercate in testa ma dal fioraio, semmai bastasse. Il linguaggio dei fiori resta per Victoria solo una forma espressiva alternativa, non l’unica. Se lo fosse stata, anche il romanzo avrebbe assunto davvero una sua maggior originalità, senza diluire l’idea principale in comuni vicende affettive.

L’ALIENAZIONE DEI VIAGGI SPAZIALI

Joe Haldeman - Wikipedia
Joe William Haldeman (Oklahoma City9 giugno 1943) è un autore di fantascienza statunitense.

Guerra eterna”, il romanzo scritto da Joe Haldeman tra il 1971 e il 1974, vincitore dell’Hugo e del Nebula nel 1976, è considerato come una metafora della Guerra del Vietnam e certo lo era e forse lo è ancora.

Io l’ho letto più che altro come un buon esempio di space opera, la categoria della fantascienza che meno amo, in quanto costruita su viaggi spaziali, astronavi, armi e battaglie stellari. Per me la fantascienza è ben altro, innanzitutto speculazione sulle infinite possibilità dell’uomo, del tempo, dello spazio, dell’evoluzione e delle civiltà.

Guerra eterna”, però, è buona space opera, anche si in modo diverso da un classico come “Guerre stellari”, per la sua indagine sugli effetti dei viaggi nel tempo.

Siamo quindi, ben lontani da “Star Trek”, dove i mondi si raggiungono in un batter di ciglia, senza effetti collaterali.

In “Guerra eterna” ogni viaggio, che conduce a una battaglia con i poco definiti tauriani, comporta uno scostamento temporale dalla storia terrestre, per i ben noti effetti della relatività qualora si viaggi a velocità prossime a quella della luce.

Il protagonista in 1200 anni di guerre, non solo sopravvive, ma rimane giovane, semplicemente perché a forza di viaggiare ad altissime velocità, il suo tempo personale non è trascorso.

Ne deriva l’effetto “reduce” (evidenziato da chi legge questo romanzo in chiave “Vietnam”) e l’alienazione di chi trova

Guerra eterna

ogni volta il mondo nuovo e mutato.

Certo Haldeman non si sforza troppo nell’immaginare i nemici alieni, né l’evoluzione del mondo.

Con il primo salto temporale il protagonista si ritrova in anni a noi vicini, ma dal sapore utopico della fantascienza classica, con viaggi spaziali come realtà quotidiana, poi arriva in epoche in cui muta soprattutto la sessualità, con l’abolizione dell’eterossesualità prima e con la clonazione poi.

C’è la critica tipica degli anni in cui fu scritto contro il militarismo e l’insensatezza della guerra, ma i problemi del mondo d’oggi sono ben altri e l’interesse per simili temi non è più quello degli anni della Guerra Fredda.

Insomma, un romanzo discreto ma non direi uno dei capolavori della fantascienza.

FIRENZE CAPITALE, NASCITA DI UN’ANTOLOGIA

La città di Firenze fu capitale del Regno d’Italia per un breve periodo di sei anni, dal 3 febbraio 1865 al 3 febbraio 1871. Che non sarebbe durata oltre si capì già con la presa di Roma, il 20 settembre 1870.

L’anno scorso Cristina Gatti, la Presidentessa del GSF – Gruppo Scrittori Firenze, propose di predisporre un’antologia che ricordasse quegli anni, da presentare in occasione dei 150 anni dalla breccia di Porta Pia.

C’è stata poi l’epidemia di covid-19 e, vista l’impossibilità di presentare il volume in presenza, fu fatta scivolare l’uscita all’aprile 2021, che forse è anno anche più adeguato per celebrare la fine di questo periodo assai interessante per la nostra città.

Per preparare il volume, la pandemia ci diede ancora il tempo per uno degli Incontri letterari che presentavo in Laurenziana con Barbara Carraresi per il GSF, martedì 11 Febbraio 2021. Per l’occasione invitai il giallista Sergio Calamandrei, che ha un’autentica passione per quegli anni, sui quali ha raccolto, letto e studiato un’invidiabile biblioteca.

Il suo intervento piacque all’uditorio e lo aggregammo subito come consulente storico per l’antologia in preparazione.

Il grande impegno che subito mise nel collaborare alla stesura della raccolta, ha fatto sì che da consulente fu presto “promosso” a curatore, andando ad affiancare nel ruolo Cristina Gatti.

Personalmente ho avuto l’onore di figurare nel Comitato Editoriale assieme a Fabrizio De Sanctis, Maila Meini e Vincenzo Sacco.

Il volume ha così raccolto i racconti (in ordine di apparizione nel volume) di Fabrizio De Sanctis, Caterina Perrone, Vincenzo Sacco, Cristina Gatti, Gabriele Antonacci, Barbara Carraresi, il sottoscritto Carlo Menzinger di Preussenthal, Nicoletta Manetti, Renato Campinoti, Maila Meini, Roberto Mosi, Pierfrancesco Prosperi, Sergio Calamandrei. Chiude la serie il racconto-postfazione di Paolo Ciampi.

Il volume è arricchito anche da una parte saggistica con gli interventi di Pietro Tornabene, Giuseppe Matulli e Andrea Cantile e da un ricco corredo fotografico, comprensivo di tavole a colori.

Il pregio del volume è accentuato dall’insolito formato.

Diversi sono i toni e gli stili dei vari autori, così come i personaggi che si succedono in queste pagine intense e vivaci, da quelli più popolari ai frequentatori dei salotti, dai fiorentini ai torinesi, ai tanti stranieri, che in quegli anni rappresentavano ben due terzi della buona società fiorentina.

Ed ecco il celebre oste Gigi Porco nel racconto di De Sanctis, ecco Marie Bonaparte nei salotti descritti da Caterina Perrone, ecco l’ispettore di Vincenzo Maria Sacco che indaga nientemeno che sul furto del David di Donatello, ecco l’incontro tra un conte e un lustrascarpe nella narrazione di Cristina Gatti, ecco la meraviglia delle prime linee ferroviarie nel “volo dell’ippogrifo” di Gabriele Antonacci, ecco il mendicante Pipetta di Barbara Carraresi che assiste all’inaugurazione della statua di Dante, ecco nel mio racconto il dialogo tra la città di Firenze e il grande collezionista Frederick Stibbert che ci regalerà uno dei più suggestivi musei d’armature, ecco  Dostoevskij descritto da Nicoletta Manetti, ecco il patriota Beppe Dolfi dipinto da Renato Campinoti, ecco la domestica di Maila Meini, ecco gli abitanti delle case di ferro e legno di Roberto Mosi, ecco una Firenze rimasta capitale ancora oggi nella geniale immaginazione di quel re dell’ucronia italiana che è Pierfrancesco Prosperi, ecco la partecipazione alla presa di Roma di un predecessore (il giornalista Sabatino) del celebre ispettore Arturi di Sergio Calamandrei. Inutile evidenziare la consueta poeticità del racconto-postfazione del giornalista Paolo Ciampi, che ripercorre in una sorta di sintesi tutti i racconti precedenti.

Non mancano nel volume le occasioni per raffigurare le difficoltà derivanti dal veloce trasferimento della burocrazia torinese nel capoluogo toscano, che alterò i prezzi e creò non pochi disagi alla popolazione, sia per gli imponenti lavori di trasformazione urbana, sia per l’alterazione demografica avvenuta in breve tempo su una città di medie dimensioni qual’era Firenze allora.

Volume, dunque, ricco ed elegante, piacevole da leggere, istruttivo e ottimo da conservare nella propria libreria per riletture future, che si aggiunge alle altre antologie pubblicate dall’associazione e cui presto farà seguito la silloge dedicata ai settecento anni dalla scomparsa dell’Alighieri “Gente di Dante”, che sto curando con Caterina Perrone per il GSF.

LA DISTOPIA FEMMINILE

margaret-atwood

Ho letto per la Fratellanza della Fantascienza “Il racconto dell’ancella” (1985) della canadese Margaret Atwood (Ottawa, 18 novembre 1939). Mi attendevo, dunque, un’opera di tal genere.

Non vi è dubbio che sia ambientato un distopico mondo immaginario, ma ha fortissimi toni narrativi da mainstream, che mi hanno fatto dubitare, soprattutto all’inizio della fantascientificità del romanzo. Inoltre, la Atwood non indulge per nulla ai tipici vezzi degli autori del genere verso la tecnologia e la scienza, che qui non vi compaiono in alcun modo.

Si tratta di un mondo futuro, ma mutato quasi solo sociologicamente. Tali mutamenti non sono però di poco conto, dato che ci troviamo immersi in un ambiente femminile, composto da donne soggiogate se non imprigionate, soggette a esigenze riproduttive, private di ogni libertà anche culturale e di pensiero.

Distopia sociologica, dunque, come spesso può essere la distopia dai classici “Noi”, “Il mondo nuovo”, “Il tallone di ferro” e “1984” a seguire, passando per “Il giorno dei trifidi” di Wyndham, “L’ombra dello scorpione” di King, “Il gregge alza la testa” di Brunner, tanto per citare solo gli ultimi che ho letto.

Gli Stati Uniti si sono mutati in una strana teocrazia oscurantista e si chiamano ora “Repubblica di Gilead”. L’organizzazione è classista, con le donne divise in Ancelle, Nondonne, Marte, Zie, Mogli dei Comandanti, Economogli e prostitute (di cui si nega l’esistenza).

A dare la dimensione fantascientifica del romanzo è soprattutto l’epilogo finale, ambientato circa due secoli dopo nel

Il racconto dell'ancella

2195, in un simposio in cui si analizza “Il racconto dell’ancella”, un antico documento ritrovato su musicassette, in cui la protagonista racconta la propria vita.

Questo romanzo rappresenta per me una nuova lettura di fantascienza distopica di qualità realizzata da un’autrice femminile dopo “La mano sinistra delle tenebre” della Le Guin. Le sensazioni sono diverse, qui di eccessivo realismo, lì di potenziale non sfruttato. La sensazione è quella di cogliere un modo di fare fantascienza di queste autrici che si discosta dai canoni maschili, con effetti non necessariamente migliorativi per i miei gusti.

Ne “Il racconto dell’ancella” ci sono tutti gli elementi delle classiche distopie, dal regime oscurantista, a una parte della popolazione oppressa, alla perdita delle libertà. Quello che la rende diversa è il calarsi nella normale quotidianità della vita, in una serie di gesti ed esigenze tipicamente femminili a discapito non solo della speculazione scientifica e tecnologica, che anche nelle distopie “maschili” può mancare, ma del senso di avventura e di sfida, sostituita da una sostanziale assuefazione alle imposizioni e alla ricerca di piccole soddisfazioni per tirare avanti.

Un paio di storie di Firenze Capitale

Segreti di Pulcinella

Di Massimo Acciai Baggiani

Nel 2021 ricorrono i settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, com’è universalmente noto. Appena un po’ meno noto al comune passante è un’altra ricorrenza di quest’anno: i 150 anni dal trasferimento della capitale d’Italia da Firenze a Roma. L’evento non è passato inosservato al consiglio direttivo del GSF (Gruppo Scrittori Firenze) che ha voluto celebrarlo con un’interessante antologia a carattere storico-narrativo: Accadeva in Firenze Capitale. Per inciso, lo stesso GSF si è ricordato anche di Dante con un’altra antologia, di prossima uscita: Gente di Dante, in cui figura, tra gli altri, un mio racconto, uno di Pierfrancesco Prosperi e uno di Carlo Menzinger.

La mia città è stata capitale per poco più di cinque anni, dal 1865 al 1871, ma è stato un periodo importante anche dal punto di vista architettonico e urbanistico. L’antologia ha un taglio principalmente storico, realistico, ma non mancano…

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LA TECNOLOGIA COME ERRORE EVOLUTIVO E IL SILENZIO DELLE STELLE

Il polacco Stanislw Lem ha scritto forse il miglior romanzo di fantascienza di sempre o comunque uno dei più intelligenti e stimolanti: “Solaris” (1961), opera ben resa al cinema da Tarkowsky e rovinata dagli americani nel loro

Biografia di Stanislaw Lem
Stanislaw Lem

remake.

Leggo ora un altro suo romanzo, “Il pianeta del Silenzio” (1986), provando sensazioni contrastanti.

Affronta quattro temi, uno più interessante dell’altro:

  1. la colonizzazione di Titano,
  2. la possibilità di risorgere,
  3. l’assenza di contatti con civiltà aliene e
  4. la difficoltà di entrare in contatto con altre culture.

La ricchezza e l’importanza di tali questioni lo rendono un’opera imperdibile.

A differenza che in “Solaris”, qui, però, l’autore indulge un po’ troppo in spiegazioni tecniche, scientifiche e persino filosofiche, alzando forse la qualità culturale dell’opera ma abbassando la qualità narrativa, rendendo la storia meno scorrevole di quanto avrebbe potuto essere.

L’esplorazione di Titano costituisce solo un antefatto per presentarci il protagonista che muore ma viene conservato (e qui lascio ai lettori di scoprire gli aspetti innovativi proposti da Lem in merito) per essere poi fatto risorgere molto tempo dopo, ma l’argomento mi pare d’interesse non essendo ancora pienamente sfruttato dalla letteratura come ambientazione.

Cresce, però, l’attenzione quando Lem analizza le possibilità della resurrezione, tema da sempre caro al fantastico sin da ben prima della nascita della fantascienza, basti pensare all’immaginario delle fiabe, alle fonti dell’eterna giovinezza, se non alle mitologie di molte religioni. Argomento, per l’appunto spesso centrale nella fantareligione, si pensi al grandioso ciclo di dei Canti di Hyperion (1989-1999) di Dan Simmons.

Quando, però, leggo Lem fare considerazioni assai simili a quelle già da me fatte sull’impossibilità di trovare alieni intelligenti nello spazio, mi si rizzano le antenne.

La vita sorgeva su innumerevoli pianeti, ma produceva creature intelligenti solo per una rarissima concatenazione di eventi assai improbabili.”

La scintilla dell’intelligenza compariva in molte forme, ma era di breve durata. Lo sviluppo della vita richiedeva miliardi di anni, ma solo per le fasi che precedevano l’intelligenza.

“Nonostante questo, l’intelligenza poteva maturare sotto trilioni di soli. Poteva seguire lo stesso percorso della sua varietà terrestre e in tal caso il biglietto vincente della lotteria stellare, dopo mille o duemila anni, rischiava di trasformarsi in catastrofe, perché il campo della tecnologia era pieno di trappole mortali e chiunque entrava in esso aveva grandi probabilità di fare una brutta fine.

Le creature intelligenti erano in grado di vedere questo rischio, ma solo quando era ormai troppo tardi.

Il pianeta del silenzio (Fiasko)

Insomma, come scrivevo qualche tempo fa, non riusciamo a trovare segnali di vita aliena nello spazio, perché la tecnologia è una strategia evolutiva perdente, che porta all’estinzione in fretta le specie che la sviluppano.

L’argomento centrale è, però, il quarto tema, che giustifica anche il titolo “Il pianeta del silenzio”: l’umanità, constatata l’estrema difficoltà di incontrare altre intelligenze, vista l’estrema brevità delle loro esistenza, parte in un viaggio interstellare verso un pianeta dove, in base a certi studi, l’intelligenza dovrebbe avere buone probabilità di svilupparsi. Vista la lunga durata dei viaggi spaziali, gli umani sperano di arrivare prima dell’estinzione di tale razza.

Arrivati scoprono che davvero si è sviluppata a livelli tecnologici, ma non riescono a comunicare. Sono così costretti a studiare gli alieni a distanza, senza scendere sul loro pianeta, scoprendo o deducendo l’esistenza di un conflitto che prevede un delicato equilibrio da guerra fredda (non per nulla il romanzo precede la caduta del muro di Berlino e pare anche una metafora del conflitto russo-americano).

Ogni tentativo di comunicazione pare trasformarsi in sempre più gravi dichiarazioni di guerra, come a dire che tra diversi non ci può essere alcuna speranza di comunicazione.

La visione cinica delle ultime due tematiche è purtroppo colma di intenso realismo e fa di questo romanzo un importantissimo spunto di riflessione su chi siamo e dove stiamo andando, anche se il quadro che ne esce è tutt’altro che incoraggiante.

Come scrivevo, traspare troppo la volontà dell’autore di giustificare con ragionamenti logici e spiegazioni scientifiche le sue posizioni per rendere pienamente godibile questo che potrebbe essere un’opera imperdibile e da inserire nelle antologie scolastiche.

PREMIO ITALIA – COME VOTARE

Il Premio Italia è un importante riconoscimento per gli autori del fantastico.

Il Premio Italia rappresenta la celebrazione dell’apprezzamento dalla comunità degli appassionati di fantascienza e fantastico italiani per la produzione italiana dell’anno precedente. Il premio è assegnato durante Italcon, il convegno nazionale del settore; è la comunità dei partecipanti dell’Italcon e alla loro assemblea che assegna il premio e ne determina il regolamento.

È stato istituito nel 1972, in occasione della prima grande convention italiana, l’Eurocon di Trieste. In quella occasione venne assegnato per la prima volta il Premio Europa (oggi chiamato ESFS Award) con alcune categorie dedicate alla produzione italiana; questa premiazione viene considerata la prima edizione del Premio Italia, anche se questo nome sarebbe arrivato solo dopo diversi anni.

Il regolamento si può leggere qui.

CANDIDATURE DI CARLO MENZINGER DI PREUSSENTHAL

Quest’anno mi vorrei candidare solo per le seguenti categorie:

5.3.1.3. Racconto su pubblicazione amatoriale:

Carlo Menzinger di Preussenthal – I simbionti di Fruchtbar – Rivista “Prospettive.Ing – Rivista dell’Ordine degli Ingegneri di Firenze” – Marzo 2020

5.3.1.4. Racconto su pubblicazione professionale:

Carlo Menzinger di Preussenthal Le pietre di Marte – Rivista “Dimensione Cosmica” (Tabula Fati, Autunno 2020)

5.3.1.7. Antologia. Raccolta di racconti, di un solo autore o di più autori:

Massimo Acciai, Donato Altomare, Sergio Calamandrei, Linda Lercari, Carlo Menzinger, Paolo Ninzatti, Pierfrancesco Prosperi – “Sparta ovunque” –– Tabula Fati, 2020

Chi può votare? I votanti hanno ricevuto una comunicazione personale, come indicato qui.

Per farsi accreditare è necessario scrivere a staff@premioitalia.org, l’iscrizione al voto e allegando un qualche tipo di prova (per esempio, la foto del badge di partecipazione alla convention).

Una volta iscritti si riceverà l’invito al voto ogni anno senza dover fare altro.

Votazione aperta da 29 marzo a 22 aprile 2021.

Se puoi votare, la mia preghiera e di usare uno dei tuoi voti per le tre opere indicate sopra. Grazie.

L’INVASIONE PIEMONTESE E IL PROVINCIALISMO NOBILIARE

Antonio Caprarica nel saggio “C’era una volta in Italia” ci parla degli anni dell’unificazione, non tanto raccontandoci

Chi è Antonio Caprarica: età, carriera, figli, moglie, lavoro e vita privata
Antonio Caprarica

dei moti risorgimentali, delle idee sottostanti, delle guerre e battaglie, ma piuttosto di come fosse allora la società italiana, di quali fossero le differenze tra nord e sud e tra l’Italia e il resto del mondo, di come si vivesse e chi muovesse le leve del potere. Ci mostra anche l’unificazione come un processo ben diverso dalla felice iconografia scolastica che immagina una nazione acclamante l’agognata unità d’Italia.

Si scopre allora un Paese in stato di grande arretratezza economica e industriale rispetto alle grandi nazioni europee, in cui c’erano sì differenze tra nord e sud ma assai meno marcate che rispetto al resto d’Europa:

Di fronte a 3.772.000 tonnellate di ghisa prodotte nel 1861 dall’Inghilterra, alle 967.000 della Francia, alle 592.000 della Germania, alle 312.000 del Belgio e alle 230.000 dell’Austria, viene fatto di chiedersi se il Norditalia con le sue circa 17.500 tonnellate o la Toscana con le sue circa 8.000 fossero poi tanto meno arretrati del Mezzogiorno con le sue circa 1.500 tonnellate”.

Di fronte ai 30 milioni e passa di fusi dell’industria cotoniera in Inghilterra, i 250.000 del Nord Italia sono davvero tanti di più dei 70.000 del Sud? E che dire delle 34.000 tonnellate di carbone estratte in tutta Italia nel 1861 contro i 3,3 milioni dell’Austria, i 9,5 della Francia, i 18,7 della Germania e i lunari 85 milioni di tonnellate dell’Inghilterra?”

Era un Paese in cui il sud aveva una ricchezza e un potenziale che non ancora non erano stati depredati.

Francesco Saverio Nitti, serio studioso meridionalista oltre che futuro primo ministro, calcolerà a 443 milioni di lire-oro il tesoro borbonico: all’incirca la metà dello spaventoso deficit accumulato dal Piemonte.”

Era un Paese in cui l’unità appariva una priorità solo per pochi e che ben poco interessava alle masse contadine. Se i garibaldini nel risalire lo stivale raccoglievano sì rinforzi dai locali, si scopre però che poi i piemontesi si troveranno a dover combattere una sanguinosa guerra civile per sterminare, letteralmente, quelli che venivano definiti briganti del sud. Talora erano davvero delinquenti, ma spesso erano patrioti filoborbonici che consideravano quella piemontese un’invasione straniera. Ecco allora interi paesi cancellati dalla geografia meridionale, con gli abitanti sterminati e le case distrutte. Ecco, poi, i garibaldini, che chiedono un riconoscimento economico, attaccati dai militari sabaudi, perché il solo esercito doveva essere quello regolare, piemontese, in cui appare sconsigliabile arruolare garibaldini (salvo pochi ufficiali) o, peggio, meridionali, potenziali disertori. Ecco Torino ricorrere alla leva forzata al sud, alimentando così le file del “brigantaggio”. Insomma, un Paese per lo più indifferente alla forma di governo, locale o nazionale, ma in parte significativa contraria al nuovo stato delle cose.

Era un Paese con un’aristocrazia localistica, poco coesa e distante dalle tre capitali che si sono succedute.

Il fatto è che i nobili italiani non sono gli eredi di una tradizione militare e statuale plurisecolare, com’è il caso inglese e, in misura minore, di Francia o Germania. Nella penisola sono soprattutto i grandi proprietari terrieri che hanno approfittato del nepotismo dei principi locali. È un’aristocrazia provinciale, in senso letterale. Il Regno d’Italia nasce sulle ceneri di una miriade di Staterelli regionali, ognuno con i suoi ordinamenti e il suo sovrano, con il suo esercito e la sua burocrazia, ognuno insomma con la sua élite di privilegiati carichi di titoli e terre. È una nobiltà localistica, che non ha molto da fare – criticano gli stranieri sin dal Settecento – se non sprecare il tempo «nelle passeggiate giornaliere per il Corso» o in «galanterie affettate, se non licenziose»”.

Mentre nel resto d’Europa i nobili si legavano alla corte centrale, in quest’Italia da poco unita, continuavano a

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frequentarsi e sposarsi solo localmente.

“Le grandi famiglie di Milano continuano a imparentarsi tra di loro, così come fanno quelle di Torino, Napoli, Roma, Firenze”.

Caprarica ci racconta di come l’assenza del maggiorascato, che nelle grandi monarchie assegnava in eredità i beni al figlio maschio, abbia portato alla dispersione delle ricchezze nobiliari e alla rapida perdita di rilevanza dell’aristocrazia, come si vede dalle basse percentuali in cui era rappresentata in Parlamento rispetto a quanto avveniva, per esempio, in Gran Bretagna e Prussia dove i nobili avevano un autentico potere.

La vera politica, peraltro, in Europa si fa nei salotti, luogo in cui hanno spazio anche le donne, in quanto consorti, ma in Italia anche questo ruolo non è da loro ricoperto con altrettanta importanza.

Il potere si esprime con la sontuosità delle abitazioni, che si rivela solo a chi ha l’onore di entrarvi:

Un po’ come a Londra, le facciate non sono lussuose. Si usano i laterizi locali e si punta a dare più che altro un’impressione di sobria solidità. Il solo tocco di importanza architettonica è conferito dalle balconate, sorrette da colonne o mensole, che sovrastano l’androne. Ma, superato il portale d’accesso, fasto e ricchezza si rovesciano sul visitatore: «Ciò che mi piace di più», si entusiasma ancora Stendhal, «sono i cortili all’interno degli edifici. Come nell’antica Grecia, sono circondati da bellissime colonne di granito. Ci sono forse a Milano ventimila colonne di marmo, estratto a Baveno».

Era un’Italia unita il cui primo re si fa chiamare Vittorio Emanuele II, aprendo una diatriba politica su questo suo essere “Secondo” e nel contempo Primo re d’Italia o magari degli italiani, come se in queste parole fosse la sostanza delle cose.

Ci parla Caprarica dei sovrani spodestati del Regno di Napoli e del Granducato di Toscana, salutati forse con più calore nel loro andar via che Vittorio Emanuele nell’insediarsi. Ci parla dei cattolici che non si recavano a votare spinti dall’opposizione papalina.

Ci parla di un’Italia povera e sporca, persino in maniera maggiore delle zone più misere popolate dal sottoproletariato britannico nato dall’industrializzazione.

Infine, un’annotazione personale (per un futuro possibile libro sulla storia familiare): tra le pagine noto un paio di capitoli, in cui si cita un mio antenato il Senatore Carlo Calenda, fratello di Costanza Calenda, moglie di Enrico Menzinger di Preussenthal e madre del mio bisnonno Guido. Ne parlo qui.

Il volume si chiude con un interessante appendice di brevi biografie dei maggiori personaggi dei primi anni dell’Italia unita.

LA FAMIGLIA DELLA TRISNONNA COSTANZA CALENDA

Leggendo il saggio “Avveniva in Italia” di Antonio Caprarica, ho trovato citato, relativamente a un paio di episodi un mio antenato, il Senatore Andrea Calenda di Tavani, di cui scrive:

Il matrimonio è ovviamente combinato, e ci si rivolge di preferenza alle famiglie dei conterranei. Ricordate quel simpatico scavezzacollo del prefetto Calenda, originario di Nocera? Be’, a quarantadue anni mette finalmente la testa a

Calenda famiglia araldica genealogia stemma Calenda

partito e sposa una giovane che ha la metà dei suoi anni, Carolina Giovanardi: «Me l’ha scelta la mia buona mamma laggiù in Napoli, che già l’amava come una sua figliuola».

Di Calenda[1] aveva scritto qualche pagina prima:

RIUSCITE a immaginare nell’Italia del XXI secolo un cipiglioso prefetto repubblicano che si abbandona a pubbliche effusioni amorose con fioriste e sartine? Be’, in quest’anno di grazia 1861, a dispetto di una morale ufficialmente sessuofobica, il nobile Andrea Calenda di Tavani prende alla lettera l’indicazione governativa di guadagnarsi il favore delle popolazioni amministrate. Lo spensierato Calenda sarà pure prefetto ma è in primo luogo un autentico «farfallone amoroso», notorio e confesso, che non rifugge nemmeno dal mettere nero su bianco il nome delle sue molteplici conquiste. E, peggio di Don Giovanni, non risparmia marchese e cameriere, contesse e contadine, senza che mai nessuno lo richiami all’ordine. Fino all’incidente che gli fa temere per la propria carriera. Lì, proprio sulla soglia del ministero dell’Interno, a Torino, l’inveterato rubacuori non sa trattenersi dallo scambiare un bacio con una «totina», una giovanissima venditrice di giornali: quand’ecco che sul più bello alza lo sguardo, e chi ti vede scendere per lo scalone dell’austero palazzo? Il ministro in persona, Giovanni Lanza.”

Andrea Calenda di Tavani[2] (Nocera Inferiore, 7 giugno 1831 – Roma, 4 agosto 1904) è stato un politico e prefetto

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Il Senatoe Andrea Calenda di Tavani

italiano. Fu senatore del Regno d’Italia dalla XVII legislatura, prefetto in numerose città e nobile dei baroni di Tavani (titolo riconosciuto con decreto ministeriale del 15 luglio 1881). Fu inoltre scrittore erudito ed intelligente di discipline storiche e nobiliari. Una delle sue opere più importanti è il romanzo storico “Raimondello Orsino: storia napoletana del trecento”.

La mia parentela con i Calenda di Lazone e Tavani non è vicinissima. Sua sorella[3] Costanza Calenda, moglie di Enrico Menzinger di Preussenthal, era la madre del mio bisnonno Guido Menzinger di Preussenthal (Napoli, 1868 – Monte Costesin 21/05/1916). Andrea, Vincenzo (altro senatore), Costanza ed Eugenio erano figli di Gregorio Calenda e di Artemisia De Vincentiis. Enrico (ufficiale dell’esercito) e Costanza morirono in giovane età.[4] Credo che mia cugina Costanza debba il suo nome a questa nostra trisnonna.

Vincenzo Calenda nacque a Nocera Inferiore nel 1830, sposò la signora Enrica Anelli. Nel corso della sua brillante

Vincenzo Calenda di Tavani - Wikipedia
Il Senatore VIncenzo Calenda di Tavani

carriera lavorativa fu magistrato chiarissimo, nonché Senatore del Regno d’Italia e Ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti (15 dicembre 1893-9 marzo 1896) sotto il governo Crispi. Rese l’anima a Dio nel 1910. Il Comune di Napoli ha intitolato una piazza, detta anche delle Mura Greche, in ricordo del giureconsulto Vincenzo Calenda, apponendovi una lapide nel 1914.

Il padre dei due senatori e della mia trisnonna Costanza, Gregorio Calenda, nato nel 1797, era figlio di Scipione e nipote di Carlantonio.

Carlantonio Calenda, il nonno di Gregorio, aveva come figli Domenico, Giuseppe, Scipione e altri che intrapresero la strada ecclesiastica, mentre le donne vennero monacate. Tutti in conventi napoletani. Domenico passò gli anni giovanili viaggiando per l’Europa poiché ai mezzi provvedeva il maggiorasco. Aspra lite sorse tra costui ed i fratelli che pretendevano parte dei beni. Al ritorno da un suo viaggio Domenico fu assassinato e alcuni sospetti ricaddero sui parenti stessi. Giuseppe subentrò allora nel maggiorasco. Scipione, tuttavia, abate del beneficio Calenda in Roccapiemonte, per evitare che i beni della famiglia passassero ai figli del fratello Giuseppe, si spogliò degli abiti talari e contrasse matrimonio con Dorotea Primicerio del villaggio Pareti della città di Nocera de Pagani.

La famiglia Calenda[5] è, secondo alcuni autori, di origine longobarda, secondo altri normanna. Di sicuro la loro sede più antica conosciuta è la città di Amalfi, dove si apprende che nel 966 Sergio, figlio di Stefano, qui appellatur Kalendola, compare innanzi a Pietro, Vescovo di Salerno, per togliere delle terre in enfiteusi. Lo stesso figura altresì in atti del 973 e del 976.

Dalla città natale, i Calenda intorno all’anno 1000 si trasferirono nella vicina Salerno, dove furono ascritti al primo seggio cittadino del Campo dei Longobardi.

La famiglia Calenda ha goduto di Nobiltà, oltre che a Salerno, a Napoli nel seggio di Capuana, in Benevento, a Lucera e nella città di Nocera de Pagani e posseduto numerosi feudi, tra i quali San Pantaleone, Petruro, la baronia di Monteleone, Casale e Santa Maria di Zambella e la baronia di Tavani.


[1] Andrea Calenda di Tavani, O tempora o mores, l’Angora, Nocera Inferiore 1898.

[2] https://treccani.it/enciclopedia/calenda-di-tavani-andrea_%28Dizionario-Biografico%29/

https://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_Calenda_di_Tavani

[3] http://notes9.senato.it/Web/senregno.NSF/1574bd814f1ff77dc12571140059a42d/7b3ce209efcb27474125646f005985a4

[4] http://www.nobili-napoletani.it/Calenda.htm

[5] http://www.nobili-napoletani.it/Calenda.htm

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