PSICOSI E PREGIUDIZI MARZIANI

Da ragazzo ho letto molta fantascienza, ma non ricordo di aver letto nulla di Philip K. Dick. Per vari anni non ho più frequentato il genere, cui mi sono riaffacciato solo in anni recenti. Tra gli autori fantascientifici che sto leggendo c’è ora anche questo autore americano, della cui produzione sinora ho affrontato solo “La svastica sul sole” (letto come classico dell’ucronia), “Tempo fuori luogo”, “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, “Ubik”.

Ho letto ora “Noi marziani” (Martian Time-Slip, 1964), una storia ambientata su Marte, ma assai lontana dagli stereotipi della fantascienza. Il romanzo cui, forse, per ambientazione, potrebbe essere maggiormente raffrontato è “Cronache marziane” di Ray Bradbury, se non altro per l’idea di una popolazione umana stabilmente impiantata sul pianeta rosso.

La visione del quarto mondo del nostro sistema, pubblicato l’anno della mia nascita, è ancora piuttosto legata alle conoscenze ridotte che se ne avevano a metà del secolo scorso. Innanzitutto, risente ancora dell’illusione dei canali marziani di Schiapparelli e ne fa derivare la presenza di acqua piuttosto abbondante (rispetto a quella risicatissima che il pianeta potrebbe forse ospitare), sebbene decisamente scarsa per le esigenze della popolazione terrestre colonizzatrice. Dall’idea dei canali deriva la considerazione che Marte un tempo potesse essere abitato da una cultura civilizzata che tali canali avrebbe costruito. Accanto ai terrestri vivono, infatti, i discendenti regrediti di tale civiltà, i cosiddetti Bleekman (ovvia l’assonanza con black man), comunemente detti “negri”. Sono esseri umanoidi lenti e inaffidabili, utilizzati per i lavori più pesanti. Parlando di loro, Dick denuncia il razzismo americano, qui trasposto su una nuova popolazione. Questi “negri” sono molto simili a esseri umani, al punto che qualcuno sul pianeta ipotizza che un milione di anni fa Terra e Marte siano state colonizzate da una razza aliena. Nonostante la somiglianza, il razzismo dei terrestri verso i Bleekman è forte. Li usano per lavori sottopagati, ne apprezzano poche doti (guarda caso hanno “buon orecchio” e ne vediamo uno intento ad accordare strumenti musicali), inorridiscono al pensiero di accoppiarsi con loro e alcuni vengono definiti “addomesticati”, come se fossero animali.

Entriamo qui nella sostanza dell’opera. Dick non ci descrive, in realtà, un mondo alieno, ma la Terra, direi anzi qualcosa che somiglia molto all’America degli anni attorno al 1960 e in particolare, immaginerei, a uno Stato come il Texas.

Il razzismo verso i “negri” alieni, ne è un esempio, ma gli extraterrestri, tutto sommato, sono solo ambientazione se non sfondo. Dick ci parla piuttosto dei pregiudizi e delle psicosi della provincia americana, di schizofrenia, autismo (visto ancora come malattia psichica determinata dall’ambiente familiare), suicidi. Ci mostra un sistema educativo basato su insegnanti e bidelli robotici, pronti a elargire un sapere standardizzato. Ci mostra egoismo, tirchierie e piccole meschinità dei rapporti tra vicini.

Su Marte troviamo colonie di origini diverse, che conservano le proprie connotazioni originarie, Nuova Israele, abitata da commercianti, la comunità degli italiani dai baffoni impomatati, la colonia del sindacato degli idraulici e quella del sindacato degli elettricisti. L’appartenenza a un sindacato è importante per avere un buon lavoro (lascio a voi pensare a cosa alluda Dick).

Philip K. Dick

Nonostante lo scorrere del tempo e il progresso tecnologico, le donne sono stimate persino meno che ai tempi in cui scriveva Dick, così la madre del bambino autistico Manfred Steiner è incolpata della malattia del figlio, a un’altra viene detto che il suo approccio è dilettantistico come quello di tutte le donne, le fidanzate possono essere in “comproprietà” e così via.

Questa visione della schizofrenia mi ricorda Schopenauer (“Saggio sulla visione degli spiriti”), immaginando che lo schizofrenico entri in contatto con una diversa conoscenza e che possa essere persino in grado di preveggenza e di intuizioni sul futuro.

La schizofrenia del piccolo Manfred (il confine con una malattia ben diversa come l’autismo è confuso) qui è spiegata come un diverso modo di vivere il tempo. Se è vero che il tempo non scorre, ma è lo spazio ad attraversarlo, Manfred ci si muove a una diversa velocità ed è capace di andare avanti e indietro, vedendo il proprio futuro di vecchio malato immobilizzato in ospedale, futuro che lo terrorizza e che forse è la causa del suo autismo.

Lo spregiudicato Arnie Kott cerca di avvalersi delle sue capacità per realizzare delle speculazioni immobiliari, ma gli esiti saranno ben diversi. Arnie Kott per cercare di comunicare con Manfred, che nel suo autismo non parla, ricorre alla collaborazione di un ex-schizofrenico Jack Bohlen, figlio di un altro speculatore.

Anche i Bleekman hanno un diverso modo di vivere il tempo e sarà solo con loro che Manfred riuscirà a entrare davvero in comunicazione.

Questo Marte, appare come un mondo disgregato, psicotico, nuovo eppure già in disfacimento, in cui le difficoltà relazionali non riguardano solo i personaggi malati ma anche gli altri.

Parrebbe che forse in origine la storia non fosse di carattere fantascientifico e poi Dick l’abbia trasformata ambientandola sul pianeta rosso.

Il mondo in disfacimento di cui ci parla, comunque, è il nostro.

SALOMONE NEL CAUCASO

La rappresentazione teatrale “Il cerchio di gesso del Caucaso” di Bertolt Brecht, pare fosse ispirata a una leggenda cinese. A me, ricorda, però, soprattutto il famoso giudizio di Salomone di fronte a due donne che si contendevano un bambino.

La storia narra di un neonato che, nella foga della rivoluzione russa, è abbandonato dalla ricca e nobile madre ed è raccolto da una sua serva, che lo salva e fugge con lui rischiando più volte la propria stessa vita. Quando la sguattera Gruša, infine, si è affezionata al bambino e per salvarlo ha persino sposato un uomo che non ama, rinunciando al fidanzato lontano in guerra, ricompare la madre naturale Natella e rivuole indietro il piccolo Michele. La sguattera non vuole lasciarlo andare, anche se con la padrona sa che sarebbe ricco.  “Se calzasse scarpe d’oro / crudele sarebbe, ahimé, / calpesterebbe il fratello / e riderebbe di me”.

Non manca di ironia Brecht quando descrive la ricchezza dei padroni, dicendo, tra le altre cose che “Nessun governatore in tutta la Georgia aveva (omissis) tanti mendicanti alla soglia”. Quasi che si possa essere ricchi e potenti in funzione di quanti poveri ti circondano.

La questione viene sottoposta a uno strano giudice improvvisato (le sue precedenti sentenze, con cui Brecht ce lo presenta, mi hanno un po’ annoiato), un tal Azdak, che propone la prova del cerchio di gesso. Il bambino, non più neonato, viene messo in mezzo al cerchio. Le due donne ne afferrano un braccio ciascuna e tirano. Quella che riesce a portarlo dalla sua parte potrà tenersi il bambino (o così pensa). Gruša, però, non ha cuore di tirare così il piccino e molla la presa. Il giudice riconosce in lei la vera madre e così le affida il piccolo.

Salomone proponeva, ancor più crudelmente, di tagliare in due il bambino.

Questa commedia è di nuovo occasione per Brecht per mostrare le angherie dei ricchi verso i poveri e le ingiustizie sociali.

Bertolt Brecht

 

L’EBBREZZA SCHIZOFRENICA DEL PADRONE

Bertolt Brecht con la commedia “Il Signor Puntilla e il suo servo Matti” affronta, come ne “L’anima buona del Sezuan”, il tema della schizofrenia sociale.

Se nell’opera ambientata in Cina, la giovane Shen Te deve fingersi il cugino Shui Ta, per difendersi dalla sua stessa bontà, nella farsa ambientata in Finlandia, il proprietario terriero Puntilla appena beve un po’ d’alcol si trasforma in un uomo diverso, buono, sincero e generoso, che fa amicizia con i suoi servi e amoreggia con le contadine. Appena gli passa la sbornia torna a essere un vero padrone, severo e opportunista. Il suo chauffeur Matti ben ne conosce questi cambi d’umore e dimostra l’intelligenza di non lasciarsene illudere. Il Puntilla ebbro arriva a promettergli ricchezze e persino la figlia in sposa, ma Puntilla sobrio è pronto a denunciarlo per avergli trovato in tasca il portafoglio che lui stesso gli ha dato. Il mondo di Puntilla è uno in cui al padrone tutto è concesso. Può persino rimproverare il cameriere che gli dice che è sabato, come è, quando lui pensava fosse venerdì. Lo sa bene il servo Matti, che si bada dal controbattere, perché “I padroni non sopportano che i loro dipendenti abbiano delle opinioni”.

La commedia teatrale è un’altra occasione per Brecht per denunciare le differenze sociali tra padroni e servi e l’ipocrisia della borghesia. Si tratta di un mondo fragile, in cui basta una bottiglia a far diventare Puntilla comunista, a far sedere alla festa di fidanzamento della figlia assieme avvocati, giudici, pastori, vaccare e cuoche. “Sono diventato un essere umano! Bevete e diventerete esseri umani anche voi, non disperate!” esclama Puntilla.

Mostrandoci questa fragilità, Brecht sembra volerci indicare come lo stesso sistema sociale, diviso tra padroni e servi, sia ormai prossimo al collasso, giacché come esordisce nel Prologo “Signore e Signori, i tempi sono tristi: è saggio chi è in ansia, cretini i vanesi”.

Persino il saggio Matti, osserva che “Se le mucche potessero discutere tra loro, crede per esempio che esisterebbe ancora il macello?”

 

Bertolt Brecht

 

LA SCHIZOFRENIA DELLA BONTÀ

Tre Dei scendono sulla terra, alla ricerca di un’anima buona che possa dimostrare loro che non tutto tra gli uomini è perduto, che c’è almeno qualcuno che ancora rispetta i loro comandamenti. Visitano così il Sezuan (probabilmente il Sichuan cinese) e trovano nella prostituta Shen Te l’anima buona che cercavano. L’aiutano dandole del denaro, con il quale la giovane apre un negozio e cambia vita. Shen Te, però, è così buona che non può far a meno di aiutare tutti coloro che le chiedono aiuto. Il poco denaro lasciatole dagli Dei e i ricavi del piccolo negozio non le bastano per fare il bene che vorrebbe e subito un gran numero di sfruttatori si appoggiano a lei, mandandola in rovina.  La giovane allora chiama in aiuto il più pragmatico cugino Shui Ta, che rimette in riga gli sfruttatori e avvia una fiorente industria di lavorazione del tabacco, dando lavoro invece di carità ai medesimi sventurati che aiutava Shen Te. Questi, però, invece di apprezzare l’aiuto ricevuto si sentono sfruttati e attaccano Shui Ta, reclamando il ritorno della buona Shen Te. In realtà, Shui Ta altri non è che la medesima Shen Te travestita.

Questa è la trama della rappresentazione teatrale di Bertolt BrechtL’anima buona del Sezuan”.

Con quest’opera l’autore tedesco ha voluto rappresentare la schizofrenia provocata dal capitalismo.

Bertolt Brecht

La schizofrenia di Shen Te/ Shui Ta, però, non è vera malattia, ma estrema risorsa della donna in un mondo in cui solo la voce di un uomo riesce ad avere sufficiente autorità, in cui solo facendo la voce grossa ci si riesce a difendere. Come dice Shen Te agli Dei “il vostro antico comandamento di essere buona e di vivere bene mi ha squarciata in due parti. Non so come mi è accaduto. Ma mi era impossibile esser buona per gli altri e per me stessa.”

“La piccola scialuppa di salvataggio va presto a fondo: troppe braccia di naufraghi”. Un’estrema generosità la stava portando alla rovina e le rendeva persino impossibile continuare a essere buona e aiutare chi aveva bisogno più di lei. “Sei perduto, se aiuti il perduto”.

Il suo lamento è “Perché la bontà è tanto duramente punita?”

Persino gli stessi Dei arrivano a interrogarsi se i propri comandamenti non siano troppo rigidi e non vadano mutati. Vogliono però metterla alla prova, perché “Più difficile sarà la sua situazione, più evidente sarà la sua bontà”. Gli Dei vogliono, infatti, “far cessare così la diceria che i buoni non possano più vivere su questa terra”.

Quello che descrive Brecht è, però, un mondo quasi senza speranza. Un personaggio (il Marito) dice “ho fatto un tentativo per l’obliquo sentiero, ma per gente come noi anche quello è scosceso”, risponde un altro (la Nipote) “A noi giovani invece la porta è spalancata, certo, così si dice, solo è aperta sul nulla”.

Il finale, sebbene, veda l’assoluzione da parte degli Dei di Shen Te e quindi dell’umanità intera, riscattata dalla bontà della ragazza (un po’ come il sacrificio del Cristo riscatta il mondo), non presenta un vero lieto fine. Nell’Epilogo ci si chiede ancora “Deve cambiare l’uomo? O il mondo va rifatto? Ci vogliono altri dèi? O nessun dio affatto?” E si conclude “Una fine migliore ci vuole, è indispensabile!”

In questi tempi di solidarietà internazionale, di profughi e migranti che bussano alle porte, l’opera di Brecht si presta a una riflessione sui limiti e le forme della bontà e dell’accoglienza. La carità vuota di contenuti, il dividere il poco riso o il piccolo alloggio tra molti provoca solo l’affondamento della “scialuppa” di Shen Te. L’aiuto organizzato e razionale di Shui Ta, che fornisce una paga ai bisognosi, ma in cambio del loro lavoro, si presenta come la soluzione per un’accoglienza che sia anche rispettosa della dignità di chi riceve aiuto, perché non è carità, che offende la dignità dell’uomo, ma inserimento in un contesto sociale e produttivo, reale integrazione.

 

 

Sichuan

LA DISILLUSIONE DI UNA NUOVA EPOCA DI PROGRESSO

Vita di Galileo” di Bertolt Brecht ci parla della difficoltà di affermazione della verità nei confronti dei pregiudizi, soprattutto se questi si basano sul potere costituito e se questo si avvale della forza irrazionale della fede.

In quest’opera teatrale assistiamo alle scoperte di Galileo Galilei, che confermano le teorie copernicane sul moto dei pianeti e sulla centralità (nel sistema solare) del Sole, in luogo della Terra, come sostenuto dal sistema tolemaico, sostenuto dalla Chiesa e alla sua abiura di tali scoperte per aver salva la vita. Ne consegue per lui la possibilità di continuare, più o meno segretamente, i propri studi, e per il mondo e la scienza una grande delusione e disillusione. Galileo, anche avendo scritto in volgare anziché in latino, aveva creato un gran coinvolgimento popolare. La sua abiura arresta il processo di liberazione sociale che, indirettamente, aveva innescato e toglie coraggio ad altri scienziati (si cita Cartesio) per proseguire nei propri studi.

Brecht, insomma, mette in evidenza l’importanza sociale delle scoperte galileane più che quella scientifica. Galileo ci appare come figura umana, viva e vivace, circondata da personaggi concreti come la domestica Sarti, il figlio di lei Andrea, che diverrà egli stesso astronomo, l’ingenua figlia dello scienziato, Virginia. Galileo si fa prendere dall’entusiasmo per le sue scoperte, ama le piccole cose della vita, il mangiare, il bere, sa andare oltre le convenzioni sociali pur di sostenere le proprie idee, mettendo persino a repentaglio il matrimonio della figlia, ma, infine, cede, e abiura. È un Galileo ben lontano dall’essere un eroe, non solo per la sua abiura, ma anche per il suo opportunismo, come quando spaccia per invenzione propria il telescopio, che aveva copiato da quanto raccontatogli dal futuro sposo della figlia, che ne aveva visti di simili ad Amsterdam.

Galileo dice, a sua scusa “l’ho perfezionato” e Ludovico replica, non senza ironia “Sì, Signore, l’ho visto. Gli avete fatto un fodero rosso. In Olanda era verde”.

Galileo è mostrato persino come un leccapiedi, che afferma “Uno come me, se vuole trovare un impiego appena decente, ha da strisciare come un verme”.

Quando l’allievo Andrea Sarti lo attacca per la sua abiura dicendo: “Sventurata la terra che non ha eroi!”, pragmaticamente Galileo risponde “No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”.

Emoziona l’entusiasmo per questo sapere la Terra non più al centro dell’universo, le reazioni di derisione, di meraviglia o di scandalo di chi ne sente parlare.

L’opera si conclude con le parole “siamo appena al principio” e davvero ancora oggi siamo ancora al principio, oggi che sappiamo che la nostra Terra si trova su braccio secondario di una dei miliardi di galassie, ruotando attorno a una dei miliardi di stelle di questa galassia, oggi che continuiamo a scoprire continuamente nuovi pianeti, esplorando come Galileo lo spazio con strumenti sempre più potenti, al punto di poter sospettare che nell’universo esistano miliardi di terre simili alla nostra, oggi che sappiamo quanto piccola sia la nostra Terra rispetto ad altri corpi celesti, al sistema solare, alla galassia, all’universo.

Bertolt Brecht

Eppure, siamo ancora al principio perché siamo ancora così sciocchi da credere che la razza umana sia importante nel “creato”, siamo così sciocchi da credere che tutto esista in funzione nostra, siamo così sciocchi da pensare che se davvero esiste un Dio onnipotente, possa curarsi davvero delle nostre esistenze insignificanti.

Siamo ancora al principio, perché molto, troppo, dobbiamo ancora scoprire. Siamo ancora al principio perché ancora ragioniamo come se fosse il tempo a scorrere e non noi a muoverci in esso. Siamo ancora al principio, perché la fisica quantistica ha ancora troppe incognite, perché non comprendiamo appieno la multidimensionalità dell’universo, perché ancora non abbiamo una vera teoria unificatrice che sappia anche spiegare il senso della vita. Siamo ancora al principio, perché non comprendiamo e non sappiamo se la vita sia un unicum della Terra o se sia la norma nell’universo. Siamo ancora al principio, perché ancora non abbiamo prove per confutare chi crede che l’intelligenza umana sia la sola nell’universo (ammesso che quelle degli altri animali non si possano considerare nostre pari).

Siamo ancora al principio, data, come dice il Galileo brechtiano “l’enorme quantità di problemi che restano da chiarire nel nostro tempo”.

L’opera di Brecht ci parla della difficoltà di opporsi al potere costituito, qualunque esso sia. Come dice Priuli, parlando con Galileo:

“A che scopo formulare nuove leggi sulla caduta dei gravi, là dove la sola legge che importa è quella di cadere in ginocchio?”

Galileo Galilei

Vita di Galileo” ci parla della speranza delusa di un’epoca nuova. Il suo tempo somiglia, dunque, tristemente al nostro, in cui ci eravamo illusi, nella seconda metà del XX secolo, che la tecnica, le grandi organizzazioni internazionali, le conquistate libertà, i neo-acquisiti diritti sociali, la fine delle grandi guerre, stessero aprendo nuove, grandi frontiere e che ora ci stiamo già arrendendo e siamo sull’orlo di un nuovo medioevo. Ci sono ancora forze che spingono avanti, verso le stelle indicate da Galileo, ma ci sono anche troppe forze oscure che ci spingono con insistenza nella tenebra da cui ci pareva di essere usciti.

La “Vita di Galileo” è un’opera teatrale, dunque, per sua natura, il testo si presenta particolarmente essenziale, essendo ridotto ai soli dialoghi, demandando alla rappresentazione e alla recitazione ciò che in un romanzo è espresso direttamente. La semplicità e l’immediatezza appaiono, in ogni caso, come uno dei massimi pregi di quest’opera, che, pur affrontando temi importanti quali il potere, la libertà, la scienza, la conoscenza, la dignità, riesce a mantenersi su un registro di lettura immediata e accessibile, in cui persino le teorie fisiche sono presentate con facilità e snellezza, anche grazie a personaggi molto concreti e diretti.

GLI JUCKER, UNA FAMIGLIA DI COLLEZIONISTI D’ARTE

L'incanto dei MacchiaioliNei mesi scorsi, a Milano, il Museo Poldi Pezzoli ha riunito la collezione di pittori macchiaioli (Fattori, Lega, Signorini, Costa, Borrani, Cabianca, Abbati, Banti, Ranzoni, Segantini, Reycend, Fontanesi, Favretto, Gigante e altri) realizzata da Giacomo Jucker (all’anagrafe Hans Jakob Jucker).

Già prima di visitare l’interessante mostra, ne ho acquistato il catalogoL’incanto dei macchiaioli nella collezione di Giacomo e Ida Jucker” curato da Andrea Di Lorenzo e Fernando Mazzocca per la SilvanaEditoriale.

Il bel volume illustrato e di ampio formato, comprende i capitoli:

  • Dialogo tra collezionisti – di Annalisa Zanni;
  • I macchiaioli a Milano. Enrico Somaré, Lamberto Vitali, Luchino Visconti e la collezione di Giacomo Jucker – di Fernando Mazzocca
  • Un “Gran Lombardo” innamorato dei macchiaioli – di Giuliano Matteucci
  • Jucker: una famiglia di imprenditori, mecenati e collezionisti – di Andrea Di Lorenzo
  • Giacomo Jucker (Ricordi di un nipote) – di Augusto Mercandino
  • Il Catalogo (con foto e descrizione delle opere in mostra)
  • Appendice
  • Bibliografia

Devo confessare che il mio interesse per il volume e la mostra riguardava più la famiglia Jucker che non i Macchiaioli. La famiglia, infatti, è quella di mia nonna Sylvia.

Sylvia Jucker

Sylvia Jucker Menzinger

Ho, dunque, trovato di particolare interesse il capitolo dedicato alla famiglia, ma anche altri che, più indirettamente ne parlano.

Nel capitolo e, in genere, nel volume, si parla, infatti, non solo di Giacomo, ma anche di altri membri della famiglia, collezionisti o meno.

 

Mia nonna era “inglese” essendo nata a Manchester, di lingua inglese e cittadina britannica, ma la sua famiglia (materna e paterna, dato che era figlia di due cugini Jucker) veniva dalla Svizzera tedesca.

Gli Jucker nel XIX secolo da periti tessili si trasformarono in industriali, avviando imprese in Italia e Inghilterra, pur mantenendo la cittadinanza svizzera.

Lo zio di Giacomo, J. Jacob Jucker, sposò la scozzese Selina Anderson e si trasferì in Inghilterra a Manchester, rilevando la ditta di produzione ed esportazione di macchinari tessili J.Felber & Co., poi Felber, Jucker & Co., ampliando l’attività al montaggio di campi di gara, allo sfruttamento delle foreste del Sud Africa, al finanziamento di linee di navigazione, alla fabbricazione di tegole e fogli in amianto, importazione di prodotti coloniali, commercio di legname e cellulosa. La figlia di Jakob era la madre di mia nonna, Dora Selina Jucker (1880-1961).

Giacomo Jucker con la moglie Ida

Alla morte di Jakob (1908) la ditta passò nelle mani del nipote di Jakob, Enrico Fontana Jucker (1878-1935), che sposò appunto la cugina Dora. Enrico sviluppò ulteriormente l’impresa familiare, entrando anche nel commercio del cemento e divenendo amministratore delegato di varie aziende inglesi come la British Everite and Asbestilit (amianto) o la British Rayopane Ltd (cellulosa) e divenendo nel 1920 console onorario di Manchester.

Morì prematuramente nel 1935, avendo ingoiato un’ostrica, lasciando cinque figli, Philip, Sylvia (mia nonna), Nina, Angela e Adrian. Alla sua morte le imprese familiari passarono sotto la direzione del fratello di Jakob, Albert, essendo anche il primogenito di Enrico (Philip) morto prematuramente nel 1937 mentre si allenava su un’auto da corsa nell’isola di Mann.

Alberto o Albert (all’anagrafe Hans Heinrich Albert, nato a Wila nel 1849, non lontano da Juckern, cittadina da cui potrebbe derivare il cognome) sposò il 04/10/1877 Luigi Antonia Regina Fontana (nata a Fagnano Olona il 12/10/1851).

Alberto ebbe sei figli:

Enrico (1878-1935 – mio bisnonno), Anna (1880-1962), Giacomo (Nese, oggi Alzano Lombardo 30/03/1883 – il collezionista cui è dedicata la mostra), Lina (morta bambina nel 1898), Alberto, detto Albertino (1889-1979), Carlo Amedeo (1893-1984).

Mostra Macchiaioli Jucker

Un altro collezionista della famiglia fu Carlo Jucker (1878-1971), discendente da Hans Ulrich, zio di Alberto e suo fratello Jakob, che venne in Italia per lavorare con il cugino Alberto. Anche Carlo sposò una (seppur lontana) cugina, Anna Jucker, figlia di Alberto e sorella di Giacomo. Diresse gli stabilimenti di Castellanza e Legnano del cotonificio Cantoni, come presidente, divenendo poi anche presidente del cotonificio Bresciano Ottolini, della Banca di Legnano e della Società del Gas di Legnano e Saronno. Fu promotore di importanti istituti filantropici e sociali e committente di realizzazioni architettoniche di avanguardia quali la Colonia Elioterapica di Legnano, capolavoro dell’architettura razionalista italiana. Carlo fu collezionista di opere d’arte dal Rinascimento al XX secolo.

 

Collezionista di maggior rilievo, però, fu suo figlio Riccardo Jucker (1909-1987) che raccolse numerose opere delle avanguardie storiche attive nei primi anni del Novecento, in particolare, del Futurismo. Tra gli artisti di cui raccolse i dipinti, ricordiamo Braque, Picasso, Carrà, Mondrian, Léger, Boccioni, Balla, Severini, Soffici, Simoni, Rosai, De Pisis, Morandi, Modigliani, Matisse, Klee e Kandinskji. Opere cedute, dopo la sua morte, al Comune di Milano.

 

Il volume riporta anche fotografie di vari membri della famiglia, Giacomo, Jakob, Enrico e altri.

 

Jucker 2.BMP

 

 

I VANGELI CHE IGNORIAMO

Dopo aver letto le “Apocalissi gnostiche”, ho affrontato ora la lettura de “I Vangeli gnostici” di Tommaso, Maria, Verità e Filippo.

Come le “Apocalissi gnostiche”, anche questi Vangeli ci sono stati restituiti nel 1945 grazie ai ritrovamenti avvenuti in Egitto, in un cimitero di Nag Hammadi. In una giara furono, infatti, rinvenuti tredici codici, contenenti a loro volta cinquantatré  testi gnostici, sino ad allora sconosciuti, in traduzione copta.

Il volume, oltre alla traduzione italiana degli antichissimi testi sacri, contiene un commento e le note dell’esperto Luigi Moraldi.

Si tratta di testi che aprono nuova luce non solo sulla gnosi, ma sulle parole di Gesù e sulle fonti dei Vangeli sinottici, scelti e accolti dalla Chiesa Cattolica come libri sacri. Sono, infatti, coevi, di poco posteriori, se non anteriori ai Vangeli di Luca, Marco, Matteo e Giovanni (datati tra il I e II secolo). Possono dunque rappresentare sia materiale per questi, sia aver attinto a simile o diverso materiale. Prima di arrivare alla stesura dei Vangeli, infatti, parrebbe che i discorsi e le azioni di Gesù siano state comunque documentate e riportate per scritto.

Per esempio, nello scritto apocrifo gnostico “Pistis Sophia” del III-IV secolo, Gesù dice:

“Ascolta Filippo. Tu sei beato, perciò ti voglio parlare. A te, a Tommaso e a Matteo, il primo mistero ha assegnato il compito di scrivere tutti i discorsi che pronuncerò e farò e tutte le cose che voi vedrete”. Gli evangelisti originari potrebbero dunque essere proprio Filippo, Tommaso e Matteo e a loro essersi rifatti gli altri evangelisti.

La visione del cristianesimo degli gnostici si differenzia per molti aspetti da quella cattolica.

Si presenta, innanzitutto, come fede misterica, esoterica e per iniziati. Importante è la divisione della progenie di Adamo in tre: irrazionali, razionali e pneumatici, dove la gran moltitudine degli irrazionali (iliaci) non ha alcuna speranza di conoscere la Parola di Dio, i razionali rischiano di avere la stessa sorte degli irrazionali, mentre solo i rarissimi pneumatici, qualora ben istruiti, possono ambire alla perfezione e quindi alla conoscenza di Dio.

Importante è il riferimento al Pleroma, l’insieme degli eoni, la pienezza o totalità dei poteri divini, la scoperta della luce di verità.

Ricostruzione del volto di Gesù di Nazareth

Diversa appare la concezione dell’unità divina, dato che dall’Essere Supremo, il Padre, sono generati gli eoni, come il Demiurgo, Sophia e Gesù. È il Demiurgo ad aver generato il mondo e con esso il male. La generazione del Cristo viene a compensare ciò.

I Vangeli gnostici si presentano diversi da quelli canonici non solo come visione religiosa, ma anche come forma e contenuto. Non raccontano la vita, le azioni e i discorsi di Gesù in modo organico o cronologico, ma sono spesso raccolte di singole affermazioni del Nazzareno, di aforismi, di brevi narrazioni che fanno pensare più che altro ai pensieri dei monaci zen, scritti nella forma “il maestro disse, l’allievo rispose” (vedi soprattutto il Vangelo di Maria o anche quello di Tomaso).

La natura misterica di questi testi, fa sì che a volte (vedi il Vangelo di Verità) sembrino più un commento o una riflessione su un Vangelo, che non una narrazione.

Alcune affermazioni sono degne di essere qui ricordate, per dare un’idea dei pensieri espressi.

Nel Vangelo di Verità leggiamo: “Per la pecora ritrovata, caduta in un pozzo, egli lavorò anche di sabato, e le diede vita”.

Sempre in Filippo leggiamo:

“Tre persone camminavano sempre con il Signore: Maria, sua madre, la sorella di lei, e la Maddalena, detta la sua compagna. Maria infatti (si chiamava) sua sorella, sua madre, e sua compagna”.

“Nel Regno dei Cieli i vestiti sono migliori di coloro che li indossano”.

“In ebraico ‘Gesù’ significa ‘Redenzione’; ‘Nazara’ la ‘verità’: il Nazzareno è dunque (quello della) ‘verità’”.

“Dio è un mangiatore d’uomini; per questo l’uomo gli è immolato”.

“Gesù, infatti, venne per crocifiggere il mondo”.

“La Sophia, chiamata ‘sterile’, è la madre degli angeli; la compagna del Figlio è Maria Maddalena. Il Signore amava Maria più di tutti i discepoli, e spesso la baciava sulla bocca”.

“Non avere paura della carne, e non amarla. Se tu ne hai paura essa ti dominerà. Se tu l’ami essa ti divorerà e inghiottirà”.

“Ma, dopo di questo mondo, c’è qualcosa di veramente cattivo, ed è il luogo di mezzo. Esso è la morte.”

“Nei giorni in cui Eva si trovava in Adamo, la morte non c’era”.

“Il letto nuziale non è per gli animali, né per gli schiavi, né per le donne impure, ma per gli uomini liberi e per le vergini”.

“Adamo fu prodotto da due vergini: dallo spirito e dalla terra vergine. Il Cristo, perciò, nacque da una vergine, per correggere il passo falso verificatosi all’inizio”.

“Il mondo ebbe origine da una trasgressione. Colui, infatti, che lo ha creato voleva farlo incorruttibile e immortale; ma fallì”.

“Anche l’agricoltura di Dio abbisogna di quattro elementi: la fede, la speranza, l’amore e la gnosi”.

“È la gnosi per mezzo della quale maturiamo”.

“Quando un matrimonio è senza veli, diventa prostituzione”.

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