IL TELEFILM NAZIONALPOPOLARE SUI MEDICI

Risultati immagini per I Medici - Una dinastia al potere” di StrukulNel 2016, Matteo Strukul, nato a Padova nel 1973, laureato in giurisprudenza e dottore di ricerca in diritto europeo, pubblica, per Newton Compton Editori, “I Medici – Una dinastia al potere”, primo volume di una tetralogia di romanzi storici dedicati alla famiglia fiorentina. Viene seguito, nello stesso anno, da “I Medici – Un uomo al potere” e, nel 2017, da “I Medici – Una regina al potere” e “I Medici – Decadenza di una famiglia.”

Il primo volume della serie vince nel 2017 il Premio Selezione Bancarella.

“I Medici” è anche il titolo della serie televisiva in otto episodi che ne è stata tratta, creata da Frank Spotnitz e Nicholas Meyer, diretta da Sergio Mimica-Gezzan andata in onda su Rai 1, arricchita da un cast di attori internazionali, tra i quali: Dustin Hoffman, Richard Madden nei panni di Cosimo de Medici, Stuart Martin, Sarah Felberbaum, Alessandro Preziosi, Guido Caprino e Miriam Leone.

Non ho visto la serie TV, che mi dicono rispetta solo in parte i romanzi, ma ho letto il primo volume di questa quadrilogia (“I Medici – Una dinastia al potere”) e, purtroppo, pare davvero di assistere a un modesto telefilm italiano, sia per la banalità dei dialoghi, sia per lo scarso spessore dei personaggi, sia per un insistere sulle descrizioni degli eventi storici e dei personaggi, mettendole persino in bocca a questi stessi, che parlano l’uno dell’altro chiamandosi con nome e cognome, per non far confondere il lettore, ma con ben poco realismo. Le vicende della famiglia fiorentina, che in questo primo volume riguardano soprattutto Cosimo e suo fratello Lorenzo, si riducono a una serie di intrighi mafiosi, scaramucce, tentati omicidi, amorazzi superficiali. L’obiettivo sembra essere quello di scrivere un testo facile e abbordabile e in questo Strukul pare essere riuscito, ma per un lettore non occasionale, il prodotto appare di livello modesto.

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Matteo Strukul

La ricostruzione storica, per quel poco che ne so, mi pare buona anche se già nelle prime pagine (62) leggendo “Baldassarre Cossa, poi salito al soglio romano con il nome di Giovanni XXIII” mi si erano rizzati i capelli, pensando che certo papa Roncalli non poteva esserci già ai tempi dei Medici, ma Cossa, divenne davvero pontefice con tale nome, venendo poi considerato antipapa. Forse, però, qualcosa andava detto al lettore comune cui un simile romanzo si rivolge, che certo ricorda Roncalli, ma difficilmente ricorda l’antico anti-papa. I commentatori della Serie TV, rilevano però alcuni errori.

Purtroppo, alcuni autori di romanzi storici sono talmente preoccupati di fare una buona ricostruzione storica che si dimenticano di scrivere un romanzo. Forse non è questo il caso di Strukul, perché tutto sommato c’è qui un buon tentativo di fare narrativa più che storia, ma quello che manca anche qui è l’inventiva, la fantasia, la magia della poesia. E la poesia in narrativa non si può ottenere con frasi a effetto. È una questione di atmosfere, che qui non percepisco.

Quello che disturba, nella lettura sono piuttosto certe descrizioni con metafore che suonano come non necessarie. Già nella prima pagina si legge, per esempio, “Cosimo sgusciò tra i ponteggi in legno: sembravano i denti neri e affilati di una creatura fantastica”. I ponteggi di Santa Maria del Fiore! Ma via! A pagina 30, troviamo, per fare un altro esempio, “vino più nero del peccato”.

E Brunelleschi, la pagina dopo, lo troviamo con “la mente assorta, quasi assente, e invece rapita da chissà quali e quanti calcoli”. Certo! Gli uomini di genio passano il tempo a far calcoli dentro di sé anche quando camminano tranquillamente! E cosa lo risveglia? Ma ovviamente “il canto dei martelli”!

E che dire delle iperboli inutili come, sempre nella seconda pagina, “blocchi di pietra dal peso infinito”? O delle pedane del cantiere di Santa Maria Nuova che “davano quasi l’impressione d’essere nidi d’uccello, come se gli uomini avessero chiesto aiuto alle cicogne per portare a termine quell’impresa titanica”? Purtroppo, in tanta enfasi non si coglie neanche un filo di ironia.

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I Medici – Serie TV

Che i Medici non fossero delle gran beltà, è qualcosa che considero una sorta di assioma, eppure Lorenzo il Vecchio, il fratello di Cosimo viene detto “di una bellezza che pareva in genere impermeabile alla fatica” e, in genere, mi pare di vedere un po’ troppa bella gente in giro, basti pensare alla sensuale Laura. Per esempio, Contessina, la moglie di Cosimo è descritta di una “bellezza guerriera” (pag. 140) e i suoi “ricci ribelli parevano le lame ricurve di mille alabarde”! Nell’immaginare questa novella medusa dal capo adorno di alabarde non posso che ghignare tristemente.

Poco dopo, questa virago prende persino a schiaffi il cognato Lorenzo e mi chiedo quanto, a quei tempi, una donna si sarebbe potuta permettere di farlo.

Non è il solo caso di atteggiamenti che mi sono parsi poco consoni. Mentre gli leggono le carte, per esempio, alla vista della carta del Diavolo (pag. 273) “il duca prese a tremare. Si alzò in piedi, traballante e perse l’equilibrio. Finì a terra, sul marmo freddo del pavimento. Scoppiò in lacrime. Le spalle scosse dai singhiozzi: la voce di un bimbo preso a schiaffi, soffocata dalla vergogna”. Sembra una parodia non voluta!

Se il linguaggio è, in genere, molto semplice se non addirittura banale, stona ogni tanto la ricerca di qualche termine un po’ più raffinato, come “surrettizia” nella frase “Sua moglie invece avrebbe forse considerato qualche manovra più sottile e surrettizia”. Un sinonimo più colloquiale, nel contesto, forse non avrebbe guastato, se non altro per mantenere il tono elementare di quasi tutto il testo.

Se si vuole conoscere qualcosa sulla famiglia Medici, meglio allora leggersi un bel saggio, magari persino “Ascesa e caduta di casa Medici” dell’inglese Cristopher Hibbert. Su quegli anni, dopo “I Medici – Una dinastia al potere” di Strukul, potrei persino rivalutare “Il tormento e l’estasi” di Irving Stone, che non mi aveva davvero entusiasmato.

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I Medici – Serie TV

INFORMAZIONE per tutti gli ingegneri

Sono appena rientrato a casa è ho trovato nella buca delle lettere la mia copia del numero 2 (Anno XI) della rivista dell’ordine degli ingegneri “ProgettandoIng”, che si apre con due miei contributi, l’articolo “La tecnologia nella galassia di Asimov” e il racconto “Il campione”. La rivista può essere liberamente scaricata dal sito www.ordineingegneri.fi.it.

 

IF GOTICO: L’ULTIMO NUMERO DI TABULA FATI

Risultati immagini per IF GoticoCon il numero 19 dedicato al “Gotico” si è chiusa la collaborazione tra la rivista “IF – Insolito & Fantastico e l’Editore Tabula Fati (Solfanelli). Dal numero 20 (già uscito) il nuovo editore è, infatti, Odoya (Meridiano Zero).

Il volume monografico esplora questa volta la letteratura gotica.

Dopo l’introduzione del direttore della rivista Carlo Bordoni (“Gotico, neogotico, eredi del passato”), l’articolo del 1998 dello scomparso Romolo Runcini parla de “L’orrore ben temperato del fantastico irlandese: Yeats, Wilde e Stoker”, in cui spiega le differenze tra il senso del soprannaturale tra culture cattoliche come la nostra e quella irlandese e culture protestanti “C’è, nel protestante, una responsabilità civile e religiosa dell’individuo che invece il cattolico non può mantenere, poiché il sacro è delegato ai signori della Chiesa”. Questo, per inciso, forse spiega anche in parte il minor senso civico degli italiani rispetto ai popoli del nord Europa! Il rapporto del protestante con le scritture è diretto e non mediato dalla Chiesa come nel cattolicesimo. “La Bibbia, come sappiamo, a partire dal concilio di Trento, è stato il primo libro posto all’Indice, come i libri di Giordano Bruno, Campanella, Savonarola, Calvino, tutti eretici da bruciare.” I protestanti leggono costantemente la Bibbia, i cattolici, ancora oggi, mai.

Il fedele cattolico tempera, smussa questi sentimenti di paura, di smarrimento e raggiunge sì l’inconscio, ma lo raggiunge attraverso le forme più morbide, più addolcite dell’irreale: infatti il fantastico di Yeats, di Wilde e in parte anche quello di Stoker, è un fantastico che in fondo si apparenta al meraviglioso”.

Interessante anche la visione di Yeats, per il quale “a poet… never speaks directly as to someone at the breakfast table, there is always a phantasmagoria”.

Runcini spiega poi la nascita della mitologia irlandese fatta di elfi e nani come quella di un popolo di “uomini e donne, più piccolo e incapaci di comprendere quella grande rivoluzione che è stata la rivoluzione agraria, cioè la ruota, l’aratro e così via”.

Sarà lo sviluppo tecnologico del XIX secolo a far morire alcune forme d’arte. Per esempio “la ritrattistica fotografica da Daguerre a Nadar, mette in ginocchio schiere di pittori, poiché anche la gente comune può permettersi una foto.” Cambia così in quegli anni il rapporto con l’arte e la letteratura e in questo clima si sviluppa il gotico.

Con “Introduzione al gothic novel” torna a scrivere il curatore Carlo Bordoni spiegandoci come l’ambientazione del gotico (letteratura tipicamente nord-europea) sia di norma nell’esotico (per loro) paesaggio mediterraneo (Italia, Spagna, Corsica), con i suoi castelli, conventi, rovine, labirinti, segrete, scale, cripte, da cui proviene un senso di mistero, nutrendosi di maledizioni, segni premonitori, profezie. Il grande capostipite del gotico è “Il Castello di Otranto” (1764) di Horace Walpole, ambientato, appunto, nel Salento italiano. Anche “I misteri di Udolfo” (1794) di Ann Radcliffe vede un’ambientazione italiana (l’Appennino). Bordoni ci parla anche del “Vathek” (1784) di William Beckford (che avrà più ampio spazio in altri articoli della rivista), de “Il monaco” (1796) di Matthew G. Lewis, di Frankestein (1818) di Mary Shelley (non solo gotico ma certo uno dei primissimi esempi di fantascienza, se non il primo), di “melmoth, l’uomo errante” (1820) di Charles R. Maturin e, persino del ben più recente “Il nome della rosa” (1980) di Umberto Eco.

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Carlo Bordoni

L’articolo di Giorgio Rimondi “Trasformazioni e sopravvivenze” analizza la visione del sublime in Sigmund Freud “Per Freud – come lo leggo io – il sublime è uno dei maggiori interessi rimossi”.

Riccardo Gramantieri ci parla di “Thomas Tryon e il gotico americano”, spiegandoci come il gotico classico, fino a Charles Brockden Brown, si caratterizza per una “spiegazione naturale dei fenomeni che, per tutto il romanzo, erano supposti soprannaturali”. Nel gotico moderno (novecentesco), soprattutto grazie al contributo di H.P. Lovecraft, “la spiegazione dell’intreccio romanzesco esulerà dal reale”.

Per quanto riguarda l’America, il gotico, da “la festa del raccolto” (1973) di Thomas Tryon, si sviluppa attorno a comunità chiuse.

Parlando di gotico, come non ricordare Stephen King? Del suo “Shinning” parla diffusamente Barbara Sanguineti in “Impronte gotiche in Shinning”.

Riccardo Rosati con “Vathek: quando l’occidente sapeva guardare all’esotico” ci fa notare come “nell’epoca contemporanea non si sia più capaci di porci in relazione con la cultura orientale a differenza dei secoli passati” e “l’Occidente abbia perso qualsivoglia capacità empatica verso le altre culture”, perdendo “quella passione per l’Oriente tipica del XVIII e XIX secolo”, così ben descritta dal “Vathek” di Beckford.

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Poe e Lovecraft

Per Borges l’inferno rappresentato da Beckford era il “primo realmente atroce della letteratura”. Per Rosati il “Vathek” potrebbe “essere descritto in vari modi: ridondante, falsamente morale, arabeggiante. Noi preferiamo giudicarlo attraverso le parole di un’amica personale di Beckford, Lady Craven, la quale così si espresse: <<Bello, orribilmente bello>>.

Carl Einstein, che pure lo critica, sostiene che questo testo abbia inaugurato “la serie di libri che ci hanno dato conoscenza ed esercizio di arte pura, che hanno sospinto l’arte nel campo di un’immaginazione conchiusa e le hanno conferito la forza di un organismo in sé perfetto”.

Giuseppe Panella ci parla di uno dei più geniali autori italiani in “L’inferno che stiamo attraversando. Dino Buzzati scrittore gotico” a proposito del suo “Il colombre”, in cui le porte dell’Inferno si aprono a Milano, un inferno che somiglia maledettamente al mondo in cui viviamo e del suo “Poema a fumetti”, una moderna versione del mito di Orfeo ed Euridice.

Molti sono stati gli emuli del maestro del gotico H.P. Lovecraft, ma in “Mondi e visioni della notte. Da Lovecraft ai gotici moderni” Walter Catalano individua come veri continuatori dello spirito lovecraftiano la triade Michel Houllebecq, Michele Mari e Thomas Ligotti.

Se Lovecraft è di certo un padre del gotico, cosa dire di Edgar Allan Poe? Ce ne parla Vito Tripi in “Poe oltre Poe” in cui indaga come questo maestro sia stato visto e reinterpretato da fumetti, TV e cinema.

Non avrei mai pensato che il Faust di Goethe potesse essere considerato una parodia del gotico, come farebbe pensare il titolo dell’articolo di Chiara Nejrotti e, in effetti, anche l’articolo sembra dirne altro.

Tim Burton, nella citazione iniziale dell’articolo di Max Gobbo “Le suggestioni gotiche del cinema di Tim Burton”, confessa di non aver letto molto, ma di sicuro deve aver visto molti film, dato che molte delle sue opere sono rifacimenti di film o loro rivisitazioni (da “La fabbrica di cioccolato” a “Il pianeta delle scimmie”). Innegabile, poi, è che molta della sua produzione abbia atmosfere gotiche, se non di più, dal corto “Frankenweenie” che si rifà al classico di Mary Shelley, al più tenebroso dei “Batman”, a “Edward Mani di Forbice”.

Sembra tratto direttamente dal precedente numero di “IF” sulla “Fantareligione”, l’articolo di Claudio Asciuti “Solo un dio ci può salvare”. Articolo che si riaggancia anche alla mia ultima lettura “Europa e Islam” con considerazioni come “Per l’occidente monoteista però religione è il culto che ha a che fare con una delle tre Religioni del Libro”; “l’hinduismo o il buddismo paiono credenze di seconda mano”; “la religione, quale essa sia ha un nucleo fondante che il mythos”. Ci parla, poi, di Dick, Lovecraft, Machen, Blackwood, Leiber, Hoffmann, Kafka, Tolkien e Borges (dimenticandosi però di Lewis!).

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Frankestein

E Dracula? Della creature di Bram Stoker parla Jole Ottazzi in “Conte Dracula: vittima o carnefice” che inizia con uno strano diagramma che mette in relazione vivi, morti, non-morti e non-vivi. Dracula nasce da “un’eliminazione delle possibilità: non può vivere, non può morire, non può risorgere, non può neppure andare all’inferno come malvagio punito e, in ogni caso, non può essere salvato”.

A Pierfrancesco Prosperi sono dedicati un’intervista e lo spazio per il racconto “Un vecchio diario” che ci parla delle più classiche apparizioni ossessive del gotico, con il loro trasferirsi da una vittima alla successiva.

Il racconto di S. Gaut vel Hartman si chiama “Lo scricchiolio del gelo” e comincia con l’inquietante ritorno di Adolf Hitler che si arrampica dal fondo di un pozzo. Scopriremo, però, una realtà più complessa, di cloni e imitazioni teatrali. Con toni che sfiorano più volte il surreale.

“Il portale” è un racconto di Alex Barcaro, che ci parla di angeli, della loro guerra con gli arcangeli e di Portali.

Andrea Ferrari con “L’incontro” ci parla della sottile linea tra la vita e la morte e di ciò che si trova nel mezzo.

Come non parlare di ville abbandonate? Lo fa Andrea Franzoni con “Il simulacro”, dove troviamo una figlia misteriosamente scomparsa, sospetti di stregoneria, “orribili uomini dalla faccia bianca”. Una storia che ci lascia con l’attesa di uno svolgimento ulteriore.

Di un’altra casa parla “L’ombra dei migratori” di Massimo Prandini, con un nono piano “etereo”.

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Thomas Tyron

Segue quindi un estratto del romanzo di Emilio Salgari “Le meraviglie del duemila”, in cui due viaggiatori del tempo, si risvegliano dopo cento anni, nel 2003, e scoprono come sia cambiato il mondo. Un mondo che solo in parte somiglia al nostro. Avevo già letto il romanzo in tempi recenti, essendomi incredibilmente sfuggito quando ero bambino e divoravo tutto ciò che questo autore avesse scritto. Da questo estratto noto un’insolita attenzione per l’epoca in cui fu scritto verso il consumo di carne: gli abiti e il cibo sono vegetali. “Stoffa vegetale. Già da sessant’anni abbiamo rinunciato a quella animale, troppo costosa e poco pulita in paragone a questa” e “Vi avverto che è un pranzo a base di vegetali: ma queste pietanze non sono meno nutrienti e non vi parranno meno saporite.

Donato Altomare riprende (“Ancora sulle biblioteche”) il suo progetto di segnalazione di biblioteche disponibili ad accogliere collezioni di libri fantastici.

Walter Catalano recensisce il nuovo romanzo di David Cronenberg “Divorati” in “Nel labirinto di Cronenberg”, dove, a quanto pare, questo regista e autore non ha abbandonato il gusto per certe rappresentazioni crude e violente della corporeità umana, quindi Catalano ci parla de “Il futuro di Urania”, la celebre rivista di fantascienza con cui io e tanti altri siamo cresciuti.

Seguono varie recensioni più brevi, tra cui vorrei ricordarmi dell’ucronia “Il richiamo del corno” di Sarban.

Chiude il numero l’articolo di Claudio Asciuti “Linus e il regressio ad uterum” da cui mi pare di capire che la rivista Linus non sia più, purtroppo, quella di una volta.

 

STORIA DI UNA REMOTA VICINANZA

Risultati immagini per europa e islam franco cardiniCon “Europa e Islam – Storia di un malintesoFranco Cardini (Firenze, 5 agosto 1940, storico, saggista e blogger italiano, specializzato nello studio del Medioevo) sembrerebbe voler dimostrare che i rapporti tra il nostro continente e l’altra sponda del Mediterraneo abbia avuto alti e bassi, con, comunque un intenso scambio economico e culturale. Già nell’introduzione, infatti, scrive:

Nonostante crociate e guerricciole, scorrerie di pirati, saccheggi e tratta di schiavi, nonostante Lepanto e l’assedio di Vienna, la verità è che con l’Islam abbiamo sempre commerciato bene e avuto, in sostanza, buoni rapporti.”

Peraltro, in tutti questi secoli di scambio a volte militare, a volte pacifico, c’è quasi sempre stata una profonda incomprensione reciproca, nel senso di mancanza di conoscenza dell’altra cultura e la “cristianità” (così come il mondo che ne deriva oggi) è spesso stata, tra i due, quella che meno ha compreso quell’altro mondo.

Del resto, anche leggendo le pagine di Cardini, quando s’immerge nelle diatribe tra i vari popoli di quel variegato cosmo, si rimane sopraffatti da nomi di paesi, dinastie, stati (il concetto di stato, in realtà è piuttosto alieno per i mussulmani che si identificano piuttosto nella “umma”, la comunità dei credenti) di cui a volte, chi pur conosce la storia europea, stenta a orientarsi. Il fatto è che se è difficile definire l’Europa, così diversa nelle sue varie componenti e ancora così lontana da essere considerata Patria, ancor più è difficile definire l’Islam.

Basti immaginare la complessità dei rapporti dell’Italia comunale o anche solo rinascimentale, per comprendere come pure oltre mare vi fosse una varietà di poteri e posizioni che erroneamente accomuniamo sotto un unico nome o un’unica idea di Islam.

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Franco Cardini

Lo stesso concetto di Islam non può essere raffrontato correttamente a quello di cristianità o, come nel titolo del volume, di Europa.

L’Islam non è un luogo;” scrive Cardini “è una religione. Ma per i musulmani la parola «religione» non ha la stessa connotazione che ha per i cristiani o che aveva per i cristiani del medioevo […]. Per i musulmani l’Islam non è soltanto un sistema di fede e di culto […] Esso indica piuttosto il complesso della vita e le sue norme comprendono elementi di diritto civile, di diritto penale e persino di quello che noi chiameremmo diritto costituzionale.

In questo sarebbe, dunque, più unitario dell’Europa, dove l’esistenza di un Unione non cancella giurisprudenze, modi di vita, concetti di civiltà assai dissimili.

Quando s’immaginano i rapporti con l’Islam vengono in mente le crociate, le battaglie di Roncisvalle e di Lepanto, eppure questi avvenimenti cui tanto peso ha dato l’occidente, mitizzandoli, nell’ottica della storia dell’Islam sono poco più che scaramucce.

Le piccole vittorie delle crociate o quella più importante di Lepanto sono forse paragonabili a quelle di una squadra di calcio a rischio retrocessione e che una volta si trovi a battere la capolista. Qualcosa di cui gloriarsi a lungo, ma che non permette certo di vincere il campionato e magari non salva neppure dalla retrocessione.

A lungo l’Europa è stata in profonda inferiorità cultura, politica e militare nei confronti dell’Oriente. Le corti di Federico II in Sicilia e Alfonso di Castiglia in Spagna, erano fortemente intrise di cultura araba, di cui sentivano la superiorità. Fu attraverso l’opera dello Svevo che parte di questaRisultati immagini per turco cultura poté penetrare in Italia ponendo i semi per lo sviluppo del nostro Paese.

Sino ad allora la superiorità araba in quasi tutti i campi del sapere era innegabile, dalla matematica, ad astronomia, poesia, geografia, filosofia. Fu grazie a loro che l’occidente poté poi recuperare tanta parte del sapere greco-romano che si era perso nel medioevo europeo. Persino caffè e the ci sono arrivati dall’Islam.

Uno degli equivoci che Cardini cerca di sfatare è la presunta “malvagità” mussulmana. Dopo la battaglia di Lepanto, scrive, finire prigionieri degli eserciti cristiani significava per gli islamici trovarsi a marcire in qualche prigione, per un cristiano essere catturato da turchi poteva invece persino essere un’occasione per entrare nella vita di questo impero e farvi carriera. E tra gli esempi, cita persino la vicenda di Cervantes, l’autore del Don Chisciotte.

Le pagine di “Europa e Islam” sono pagine di storia, più che riflessioni sociologiche (come forse mi ero aspettato), che ripercorrono lunghi secoli, dall’Egira del 622 d.c. ai giorni nostri, passando per la spartizione del mondo tentata dall’Europa negli ultimi secoli, per arrivare ai flussi di migranti odierni, che, come spiega Cardini, sono i primi mussulmani a trovarsi fuori dal Dar al-Islam, in terre che non conoscono la shari’a come legge fondamentale. Per la prima volta si trova a vivere in posizione minoritaria tra gente con un’altra morale e altri costumi, subendo quindi anche la tensione dei cosiddetti gruppi “fondamentalisti”. Il “fondamentalismo”, però, spiega Cardiniesprime un’istanza di «ritorno alle origini» dell’Islam che non appartiene affatto alla tradizione musulmana, nemmeno a quella più rigorista, ma ch’è anzi esso stesso moderno e largamente ispirato a ideologie e a metodologie occidentali”.

Risultati immagini per ottomanoI musulmani che in Europa giungono, legalmente o meno, di solito in cerca di lavoro e di sistemazione personale e familiare, hanno spesso una cultura religiosa molto elementare: ma, al tempo stesso, tale cultura è il loro unico strumento d’identità e d’autocoscienza.

Riusciranno Europa e Islam a ritrovare occasioni e volontà di dialogo? Riuscirà l’Europa a liberarsi del giogo di un’America che cerca ancora di tenerla sotto controllo e a trovare opportunità di scambio con questi popoli cui siamo uniti da tanti secoli di storia ma divisi da così tanta e grande incomprensione?

Sarà possibile superare questo divario, magari non come si cercava di fare in passato, occidentalizzando o cristianizzando l’Islam, ma cercando di conoscersi e scambiandoci diverse visioni del mondo e della vita alla ricerca di un comune sentire?

Nel mio piccolo, cercherò di colmare questo vuoto leggendo, prima o poi, il Corano.

 

P.S.: ricordo di aver già letto di Franco Cardini “Giovanna D’Arco”, utilizzato per scrivere “Giovanna e l’angelo”, e “Il Barbarossa”, su cui forse un giorno riuscirò a scrivere qualcosa. Ho, inoltre, avuto occasione di incontrarlo a Firenze durante una gremita presentazione letteraria in piazza, cui partecipò persino il neo-sindaco Renzi, per due libri, uno di Riccardo Nencini e uno del giovane Berlincioni.Risultati immagini per Carta Islam

LA FAMIGLIA SENZA NOMI

Risultati immagini per la sposa giovane BariccoIn Italia pochi hanno la capacità di Alessandro Baricco di usare le parole. In passato ricordo di aver letto il suo affascinate saggio “I barbari” sulla profondità e la superficialità, la piacevole riscrittura del classico “Omero, Iliade”, il romanzo “Oceano mare”, l’intenso monologo “Novecento”. In tempi meno recenti avevo molto apprezzato “Seta” e “Castelli di rabbia” e gradito “City”. La mia ultima lettura risale al 2015, con il romanzo “Mr Gwyn”. Torno a leggerlo dopo qualche tempo dall’ultima volta affrontando il suo romanzo “La sposa giovane” in cui riesce a creare, da una storia tutto sommato semplice, un racconto denso di magia e di atmosfera.

La ricchezza della sua scrittura forse sarà tecnica consumata, ma certo la rende qualcosa di peculiare.

I due “trucchi” principali di queste pagine, facilmente riconoscibili e uno persino evidenziato dall’autore all’interno del testo, sono il sovrapporsi di diverse voci narranti e la spersonificazione dei protagonisti mediante la perdita del nome proprio, sostituito dal nome generico che ne svolge la funzione. Abbiamo, cioè, personaggi che si chiamano semplicemente La Sposa Giovane, La Madre, Il Padre, La Figlia, Il Figlio e Lo Zio.

L’accavallarsi quasi scomposto di punti di vista e voci narranti ha un certo effetto spiazzante, ma regala alla lettura una mobilità e una vitalità apprezzabili. Tra le voci narranti c’è quella dello scrittore, che qui però non è un autore terzo e impersonale ma quasi un personaggio egli stesso. Baricco realizza, infatti, quasi un metaromanzo, con la differenza, però, che qui la storia interna è assai più ampia e rilevante della storia esterna, quella dello scrittore narrante, le cui vicende, comunque non s’intrecciano con quelle dei propri personaggi che restano immaginari rispetto al suo piano narrativo. Qualcosa di diverso, per dire, dalla storia cornice di “Hyperion” di Dan Simmons, che, invece, confluisce nei sei racconti che contiene.

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Alessandro Baricco (Torino, 25 gennaio 1958) è uno scrittore, saggista, critico musicale e conduttore televisivo italiano, vincitore del Premio Viareggio nel 1993.

A proposito di questo uso della voce narrante l’autore-personaggio scrive:

Ad esempio avrei dovuto riferire al vecchio amico come scrivendo della Sposa giovane mi succeda di cambiare più o meno bruscamente la voce narrante, per ragioni che lì per lì mi sembrano squisitamente tecniche, e tutt’al più blandamente estetiche, con l’evidente risultato di complicare la vita al lettore, cosa di per sé trascurabile, ma anche con un fastidioso effetto di virtuosismo che in un primo momento ho perfino cercato di combattere, arrendendomi però poi all’evidenza che semplicemente io non riuscivo a sentire quelle frasi se non facendole scivolare in quel modo, come se il solido appoggio di una voce narrante chiara e distinta fosse qualcosa a cui non credevo più, o che era diventato per me impossibile apprezzare.

Questa voce narrante serve a Baricco anche per lanciare alcuni accenni sulla scrittura, tema a lui certo caro e ben più centrale in “Mr Gwyn”.

Tra le riflessioni dell’autore-personaggio riporterei quest’ interessante considerazione, in cui mi rispecchio:

tutto quello che scriviamo c’entra naturalmente con cosa siamo, o siamo stati, ma per quanto mi riguarda non ho mai pensato che il mestiere di scrivere si possa risolvere nel confezionare in modo letterario gli affari propri, col penoso stratagemma di modificare i nomi e talvolta la sequenza dei fatti, quando invece il senso più giusto di quello che possiamo fare mi è sempre parso mettere tra la nostra vita e quel che scriviamo una distanza magnifica che, prima prodotta dall’immaginazione poi colmata dal mestiere e dalla dedizione, ci porta in un altrove dove risultano mondi, prima inesistenti, in cui quanto c’è di intimamente nostro, inconfessabilmente nostro, torna ad esistere, ma a noi quasi ignoto, e toccato dalla grazia di forme delicatissime, come di fossili o farfalle”.

 

La storia è palesemente ambientata in Italia e vari luoghi geografici, per esempio l’Argentina o Marina di Massa, sono nominati espressamente, ma il luogo esatto delle vicende, come i nomi dei protagonisti rimane indeterminato, contribuendo a creare la sensazione di essere in una sorta di spazio magico che può essere qui come altrove.

A questo contribuisce senz’altro la stranezza della famiglia in cui approda la diciottenne Sposa Giovane per ottemperare a una promessa di matrimonio fatta al Figlio quando era ancora quindicenne. Il Figlio, però, è assente, e la ragazza resta a lungo nella casa ad attenderlo, scoprendone poco per volta i molti segreti, le ossessioni e le paure.

L’atmosfera della casa è misteriosa, con strane regole, come il divieto di leggere, ossessione di derivazione contadina, che considera perdita di tempo una simile attività, la paura della notte, essendo la famiglia convinta che ciascuno di loro dovrà morire tra il tramonto e l’alba; con il servitore Modesto (lui ha un nome, anche se è un aggettivo!) che comunica con una sorta di alfabeto morse fatto di colpi di tosse e che custodisce con eleganza inappuntabile i segreti della famiglia; con le lunghissime colazioni che durano fino al pomeriggio con il transito di innumerevoli visitatori, quasi postulanti in una reggia; con quello Zio, che non è parente di nessuno, che dorme senza posa eppure partecipa alla vita familiare; con quel Figlio, che tale non è, assente ed eternamente in arrivo, che fa consegnare in casa ogni giorno gli oggetti più strani; con la Figlia storpia ma bellissima; con il Padre affetto da una ”inesattezza del cuore” che lo costringe a una vita senza emozioni; con la Madre un tempo bellissima puttana.Risultati immagini per la sposa giovane Baricco

I personaggi, seppure senza nome, acquistano via via forma e spessore man mano che la Sposa Giovane ne scopre le storie e i segreti (e rivela i propri), mettendo alla luce aspetti imprevedibili delle loro personalità e da quest’atmosfera, che appare quasi rarefatta, emergono prepotenti e concreti. Nello scoprire quel piccolo mondo la Sposa Giovane muta e cresce e da vergine pura, finisce con lo scoprire le meraviglie del sesso e la ritroviamo persino a lavorare in un bordello. Eppure la vicenda fa sì che vi sia una strana leggerezza in questa sua attività così come nel suo primo masturbarsi con la Figlia, nel suo essere istruita concretamente al sesso dalla Madre, nell’essere condotta al bordello dal Padre per rivelarle i segreti di famiglia, nel risvegliare i sensi e l’anima dell’eternamente dormiente Zio.

KEATS E IL CROLLO DELLA GALASSIA VATICANA

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Hyperion” di Dan Simmons, pubblicato nel 1989, è il primo volume del ciclo “I Canti di Hyperion”. Molto amato dagli appassionati di fantascienza, ha vinto il prestigioso Premio Hugo nel 1990.

La saga comprende:

  1. Hyperion” (id., 1989)
  2. La caduta di Hyperion” (The Fall of Hyperion, 1990)
  3. Endymion” (id., 1995)
  4. Il risveglio di Endymion” (The Rise of Endymion, 1997).

Oltre ai quattro romanzi principali si possono, in realtà aggiungere anche il romanzo breve “Gli orfani di Helix” (1999, pubblicato nell’antologia “Universi lontani” curata da Silverberg) e, parrebbe, un paio di racconti (“Remembering Siri” e “The Death of the Centaur”, entrambi nell’antologia “Prayers to Broken Stones”, sempre che il primo non sia in realtà l’ultimo dei sei racconti che compongono “Hyperion”, ma non ho il testo per poter verificare).

 

Hyperion”, costruito come un contenitore di racconti, parte un po’ lentamente, poi i vari personaggi, in attesa di raggiungere il pianeta Hyperion, Risultati immagini per i canti di hyperion FILMraccontano ciascuno la propria storia, illustrando i propri rapporti con questo mondo, e l’interesse del lettore cresce progressivamente.

La scelta di avere una storia principale che faccia da cornice a dei racconti è una formula narrativa che non amo, sebbene abbia precedenti illustri come le “Mille e una notte”, il “Decamerone” di Boccaccio, “I racconti di Canterbury” di Geoffrey Chaucer o “Il castello dei destini incrociati” di Italo Calvino.

Se ci si limita a leggere solo “Hyperion”, il racconto-contenitore appare poco rilevante e sembra avere solo funzione di collante, ma le sei storie raccontate al suo interno costituiscono l’antefatto di quanto sarà narrato nei volumi successivi e il loro convergere è evidente già nel fatto che i sei narratori nel racconto-cornice siano riuniti nel loro pellegrinaggio allo Shrike.

 

Con il primo racconto ci caliamo in una storia che di per sé, come le successive, è un affascinante romanzo breve. Leggendo l’intero romanzo non ci si rende subito conto di quanto questa prima storia sarà poi rilevante per l’intera saga, con tutti i suoi riferimenti a elementi che si svilupperanno in altri romanzi. Vi si narra del viaggio su Hyperion di un prete cattolico, Lenar Hoyt, che, partito alla ricerca di una misteriosa popolazione discendente da esseri umani naufragati generazioni prima sul pianeta, i Bikura, ha ora costituito una sua forma di civiltà tribale. Il prete rimane bloccato assieme a questi strani individui, scoprendo che sono divenuti assai diversi dai loro antenati e che custodiscono una misteriosa basilica sotterranea abitata da strane creature simili a stelle marine (o, meglio, a delle croci), che entrano in simbiosi con loro e con lo stesso prete. Sono i crucimorfi, che avranno un ruolo assai importante in tutto il Ciclo. Nelle profondità della terra, vive poi una creatura malvagia e misteriosa, il leggendario Shrike, figura centrale del pianeta, del romanzo e del Ciclo.

Lenar Hoyt diverrà poi l’eternamente risorgente papa Giulio (ogni volta con un numero successivo fino al XIV) e infine quel papa Urbano XVI della nuova Chiesa Cattolica alleata al Tecno Nucleo, che dichiarerà l’inizio della crociata contro i mutanti Ouster.

 

Già in questo primo racconto sono forti i riferimenti a quanto scritto da Keat nel suo “La caduta di Iperione”.

Per esempio, il tempio e la scalinata fanno pensare ai versi:

«Questo tempio

triste e solitario è tutto ciò che

rimane dopo i lampi d’una guerra

che fu combattuta tanti anni fa

dalla gerarchia dei giganti contro

i ribelli, e questa vecchia immagine

i cui incisi tratti si corrugarono

nel mentre lui cadeva è di Saturno,

ed io sono Moneta, che rimango

unica e suprema sacerdotessa

della sua desolazione».

E questi versi di Keats, dalla stessa opera, non ricordano un passo del racconto?

E mentre ancora

bruciavano le foglie, all’improvviso

sentii il brivido d’una paralisi

salire da terra su per le gambe,

e tanto rapidamente che avrebbe

presto fatto presa su quelle vene

che palpitano vicino alla gola.

E le doppie morti dei Bikura non sono forse ispirate a questi versi de “La caduta di Iperione” di Keats?

Tu

hai assaporato che cosa significhi

morire e poi vivere nuovamente

prima dell’ora fatale.”

E la difficoltà del prete a salire l’immensa scalinata non nasce da questi versi ottocenteschi?

Se non puoi salire

questi scalini è meglio che tu muoia

su quel marmo ove ora sei

 

Il secondo racconto è quello di un soldato, il colonnello Fedmahn Kassad, che nel quarto romanzo scopriremo poi avere una seconda, crudele, identità. Attraverso una serie di simulazioni virtuali di battaglie reali del passato e immaginarie del nostro futuro, impariamo a conoscere l’universo in cui è inserita la storia. In ognuno di questi mondi virtuali il palestinese Kassad incontra una donna di cui s’innamora. Giunto poi su Hyperion, combatte contro i feroci Ouster e riceve oltre all’aiuto della misteriosa ragazza, Moneta, anche del perfido Shrike. Mentre Kassad e Moneta fanno l’amore, la ragazza si trasforma nello Shrike. Si noti che Moneta è il nome della sacerdotessa (reincarnazione di Mnemosyne) che compare ne “La caduta di Iperione” scritta dal vero John Keats. Scopriremo nelle opere successive che come Kassad, anche lei ha una doppia identità.

Questo racconto appare ricchissimo di particolari e dettagli delle battaglie e non solo, con un vocabolario che inserisce neologismi a raffica, senza spiegarli più che tanto (ma non si sente il bisogno di capirli a fondo), per descrivere navi spaziali, armi, creature e apparati di vario tipo. Questi dettagli e questo vocabolario così ricco sono al contempo la bellezza e la debolezza di questo brano. Si rimane affascinati da questo fiume in piena di eventi e parole, ma se ne sente un po’ l’inutilità ai fini della sostanza della trama. Peraltro, andando avanti con la lettura, si finisce per restare presi nella loro rete e non volerne più uscire.

 

Il terzo narratore è un poeta, Martin Sileno (“poi un vaporoso sopore/ mi colse e sprofondai come Sileno / su un antico vaso” scrive Keats ne “La caduta di Iperione”). Ci narra del suo grande successo letterario “I Canti di Hyperion” (tre miliardi di copie venduti nei vari mondi), della sua crisi successiva e della sua attività di autore commerciale con i sequel del primo libro (dal II al IX), fino alla sua venuta su Hyperion dove scopre l’incredibile legame tra la sua opera e il mostro Shrike e come questa progredisca nella misura in cui il mostro fa strage degli abitanti della Città dei Poeti.

A proposito di poeti, il nome dell’opera (“Hyperion”), così come parte dei nomi che si incontrano, è un omaggio al poeta ottocentesco John Keats, che nel 1818 pubblicò un’opera omonima. Keats è citato più volte in questo racconto e definito il più puro tra tutti i poeti di sempre. Più avanti incontreremo un altro alter ego di Keats, ma anche Sileno, in quanto poeta non è lui stesso Keats? Oltre a una città che ne porta il nome, ne troviamo un’altra che si chiama Endymion, come l’opera dell’inglese.

Iperione, peraltro, era un epiteto del Sole e in greco significa “Che si muove al di sopra”. Era anche uno dei dodici Titani, uno di quelli che si schierò con Crono (il Tempo, che qui ha molta importanza!) contro Zeus (che qui rappresenta forse Dio o l’ordine costituito). Sarà un caso che dal viaggio su Hyperion dei Sei Pellegrini, nascerà la rivolta contro la Chiesa Cattolica nel quarto volume della Saga? Keats nella sua opera “Iperione” ha voluto rappresentare lo scontro tra gli antichi Dei di pietra, i titani, e in nuovi Dei d’ambrosia e, in particolare, lo spodestamento di Iperione, sostituito da Apollo come divinità solare. Simmons ci mostra le lotte degli umani “tradizionali” (non mutanti) da una parte con gli Ouster (umani mutanti che si librano nello spazio come Dei) e dall’altra con l’entità semi-divina del Tecno Nucleo.

 

Il quarto narratore, lo studioso di filosofia Sol Weintraub, è un ebreo la cui figlia Rachel, in missione archeologica su Hyperion, all’interno di una sfinge, vicino alle Tombe del Tempo, contrae uno strano Morbo di Merlino, che ogni notte la fa ringiovanire di un giorno e perdere la memoria di un altro giorno, così che ogni mattina si sveglia come se fosse il giorno prima e non quello dopo. Il suo tempo soggettivo scorre al contrario. Si parla qui anche di maree del tempo e sacche temporali e mi viene allora da pensare agli anelli temporali di Ramson Riggs (“La casa dei bambini speciali di Miss Peregrine” – 2011) . La vicenda di Rachel, però, è piuttosto, qualcosa di simile al film del 2008 “Il curioso caso di Benjamin Button”, ispirato a un racconto di Francis Scott Fitzgerald del 1922.

Il padre cerca di guarirla prima in modo scientifico, poi si rivolge alla Chiesa dello Shrike. Padre e madre fanno di tutto per rendere meno traumatici i risvegli della figlia, che ogni mattina trova più vecchi genitori e amici, in un mondo in cui tutto è andato avanti, mentre solo lei sta tornando indietro. Anche qui il fatto che il padre sia ebreo e un filosofo ha la sua importanza, così come il ruolo del Vescovo e degli altri religiosi fedeli dello Shrike, perché il libro, tra le righe si presenta, man mano che si legge, sempre più come una riflessione sulla religione e la fede, ma anche sul significato del tempo. Sol, oltretutto, è tormentato da una voce che lo invita ad andare su Hyperion e lì sacrificare sua figlia, come Abramo con Isacco.

Ritroveremo Rachel, nei volumi successivi, accanto a Colei che Insegna e scopriremo una sua diversa identità.

 

Risultati immagini per Dan simmons

Dan Simmons

La quinta storia è raccontata da una donna, l’investigatrice Brawne Lamia e nel suo racconto compare un personaggio fondamentale: John Keats. Non proprio il poeta cui tutto il romanzo è dedicato e da cui è ispirato, ma il suo cibrido. Che cosa sia un cibrido non facile a dirsi, ma accontentiamoci di sapere che è una sorta di cyborg la cui personalità è stata costruita immaginando come potesse essere quella di una data persona, in questo caso il poeta ottocentesco John Keats. Il cibrido è il cliente della detective ma anche la vittima dell’omicidio su lui stesso cui le chiede di indagare. Come già nel racconto del prete avevamo affrontato il diverso concetto di morte dei Bikura, qui dovremo familiarizzarci con quella che un cibrido, pur ancora vivente, considera sia stata la propria morte. La vicenda ci porta su un pianeta in cui è stata ricostruita l’antica Terra, ormai distrutta, e in particolare in una riproduzione della Roma attuale, con Colosseo e Piazza di Spagna (luogo in cui visse il celebre poeta). Come nel racconto del colonnello Kassad anche qui certi dettagli di lotta, come lo scontro con Codino, Simmons ce li avrebbe anche potuti risparmiare.

Lamia è sempre nome che fa riferimento a Keats e al suo “Lamia, Isabella, La vigilia di S. Agnese e altre poesie” del 1820, volume che comprende anche il poema incompleto “Iperione”. Tale opera fu poi riscritta da Keats, cercando di spurgare le parti troppo influenzate da Milton e ne nacque così “La caduta di Iperione”. La stessa Lamia, infine, si trasforma nell’ennesimo alter ego di Keats, quando il cibrido trasferisce nella mente della donna la propria coscienza. Lamia e il cibrido Keats saranno i genitori della mitica Aenea, protagonista della seconda metà dei “Canti di Hyperion”.

 

La sesta storia mi è parsa la più debole, anche perché è divisa in due, prima il Console narra dei suoi nonni, i ribelli Siri e Merin, e poi parla di se stesso e di come sia arrivato su Hyperion per aiutare l’Egemonia a combattere gli Ouster, ma forse fa il doppio gioco. Più importante di lui, nel seguito della storia, si rivelerà la sua Nave interstellare.

 

Dopo il racconto del Colonnello, i Sei Pellegrini riprendono la loro marcia su Hyperion verso le Tombe del Tempo e probabilmente lo Shrike, ma il romanzo finisce qui e occorrerà leggere il resto del ciclo per capire cosa sarà di loro e, soprattutto, se le sei storie abbiano maggiori punti in comune tra loro a parte il pianeta Hyperion, lo Shrike e John Keats.

 

Affascinante è la commistione con la vita e le opere di Keats che contribuisce a rendere quest’opera complessa e articolata. Il suo senso si disvela poco per volta, mostrandoci un intreccio di storie ricche di riflessioni sulla religione e la filosofia, al punto di rappresentare certo uno dei lavori fantascientifici (e non solo) più interessanti degli ultimi anni, anche se essendo parte di un ciclo, appare incompleto oltre che privo della forma di autentico romanzo, essendo piuttosto un’antologia di romanzi brevi, per quanto connessi e collegati tra loro e propedeutici a una loro unificazione narrativa, che si realizzerà solo con l’ultimo volume “Il risveglio di Endymion”. Si potrebbe quasi dire che questo ciclo si componga di dieci storie: i sei romanzi brevi di “Hyperion” e i tre romanzi lunghi successivi (oltre agli spin-off citati all’inizio). La visionarietà dell’insieme e la qualità di racconti come quello del prete e del filosofo ebreo meritano comunque in pieno la lettura dell’intero volume e il suo complessivo apprezzamento persino slegati dalla saga.

 

Risultati immagini per i canti di hyperion FILMEppure le sei storie non riescono a trovare unità o spiegazione neanche nel secondo volume “La caduta di Hyperion”.

Non abbiamo qui più la struttura a racconti incastonati nella cornice generale, ma quest’ultima diviene la storia portante, riunendo per un po’ i sei personaggi, che, però, tornano presto a dividersi. Inoltre, una seconda storia si sviluppa in parallelo allo “sviluppo della cornice”, avendo come protagonista un nuovo cibrido collegato alla personalità artificiale di John Keats. La centralità del poeta e delle sue opere già riscontrata nel primo romanzo, qui acquista ancora maggior rilievo.

Il cibrido è un essere umano creato artificialmente e con una personalità ricostruita sulla base di quella del poeta morto alcuni secoli prima e presente in una sorta di rete internet evoluta. In uno dei sei racconti del primo libro, abbiamo visto come il cliente e amante della detective Brawne Lamia fosse un cibrido con la personalità (e il nome) di John (Johnny) Keats. Quando il cibrido viene distrutto, trasferisce la propria personalità nella mente della donna. Il suo corpo viene, invece “riciclato” per dare vita a un nuovo cibrido, che prenderà nome di Joseph Severn (nel mondo reale costui era un’artista amico del poeta inglese ottocentesco). Joseph Severn, che diviene il ritrattista di Meina Gladstone (primo funzionario dell’impero galattico chiamato Egemonia dell’Uomo) e una sorta di suo consigliere, conserva memorie della vecchia personalità del cibrido John Keats e “sogna” i sei pellegrini che sul pianeta Hyperion stanno per incontrare il mitico mostro tecnologico giunto dal futuro, noto come Shrike.

Questo romanzo conferma la ricchezza di contenuti del primo, sia per gli importanti riferimenti letterari, sia per l’intensa riflessione su Dio, la morte, il tempo, il dolore, la tecnologia e il futuro e trascinano ancor più il lettore nella galassia ventura immaginata da Simmos.

I riferimenti a religioni reali e immaginarie sono importanti e l’opera, che fa riferimento al keatsiano conflitto tra Titani e Dei olimpici, mostra qui il conflitto tra umani, nuovi umani (Ouster) e, soprattutto, intelligenze artificiali presenti in una rete che somiglia a un web iper-potenziato e autocosciente (il TecnoNucleo). Assistiamo a un conflitto tra tre fazioni di IA (intelligenze artificiali), Stabili, Volatili e Finali intorno alla generazione di un nuovo Dio (IF – Intelligenza Finale), da generare dalla Rete, con l’umanità ridotta a pedina di un gioco assai più grande. Non pensate, però, a nulla di simile all’adolescenziale “Divergent” di Veronica Roth con i suoi Divergenti, Candidi, Eruditi, Pacifici, Abneganti e Intrepidi; siamo in un altro genere di letteratura, ben più complesso e maturo, e nell’ultimo volume scopriremo che questa tripartizione è solo una falsa semplificazione dell’articolato conflitto interno alle IA. Quello tra religioni, preannunciato dal riferimento keatsiano, si paleserà nella seconda parte del ciclo.

Il fascino del primo volume era soprattutto nelle storie che parlavano dei misteriosi e primitivi Bikura o in quella della ragazza Rachel-Moneta per la quale il tempo ha preso a scorrere alla rovescia, facendola tornare bambina, ma questo secondo volume ricorda assai di più il racconto delle imprese belliche del colonnello Kassad e  porta il ciclo a somigliare a una “space opera”, assai di più di quanto si potesse immaginare leggendo il solo “Hyperion”, proiettandoci nel mezzo di un’epica ed estrema guerra interstellare.

 

Il terzo volume, s’intitola “Endymion”, nome che rimanda, come detto, a quello di una delle città già incontrate nella saga e che a sua volta, come Risultati immagini per endymion simmonsmolti nomi de “I Canti di Hyperion”, riprende nomenclature keatsiane (qui quello di un poema del poeta ottocentesco inglese).

Dal titolo, mi aspettavo quindi che Simmons avrebbe parlato di tale città hyperioniana, ma, nella narrazione, sono passati dei secoli e la città ha cambiato nome e aspetto. L’Endymion che presta il nome al romanzo è, invece, un combattente chiamato Raul Endymion e che ha preso il cognome dall’antica città del pianeta Hyperion e la scena, anziché restringersi dal pianeta Hyperion alla città Endymion, si allarga all’intera galassia.

Dan Simmons ci avverte subito che siamo in un altro luogo letterario rispetto ai primi due romanzi, iniziando l’opera con le parole:

Sono sicuro che leggi questo scritto per la ragione sbagliata.

Se lo leggi per imparare che cosa si prova a far l’amore con un messia, il nostro messia, allora non dovresti proseguire nella lettura, perché sei poco più d’un voyeur.

Se lo leggi perché sei un appassionato dei Canti del vecchio poeta e muori dalla voglia di sapere quale fine hanno poi fatto i pellegrini su Hyperion, rimarrai deluso. Non so che cosa sia accaduto alla maggior parte di loro: vissero e morirono quasi tre secoli prima della mia nascita.

Se leggi questo scritto per capire meglio il messaggio di Colei Che Insegna, anche in questo caso rimarrai forse deluso. Ero interessato a lei come donna, lo confesso, non come maestra o come messia.

Se lo leggi infine per scoprire il destino di lei, o addirittura il mio, leggi il documento sbagliato. Per quanto il suo e il mio destino sembrino inevitabili e prestabiliti come per qualsiasi persona, non ero con lei, quando si compì il suo, e il mio attende l’atto conclusivo proprio mentre scrivo queste parole.

Già mi sorprenderebbe il semplice fatto che tu legga questo scritto. Ma non sarebbe la prima volta che gli eventi mi sorprendono. Gli ultimi anni sono stati per me una successione di eventi improbabili, ciascuno più straordinario e, a quanto pare, inevitabile del precedente. Scrivo infatti per condividere con altri questi ricordi. Forse non proprio per condividerli (lo so, è molto poco probabile che qualcuno trovi i miei scritti) ma soltanto per mettere sulla carta la serie di eventi, in modo da darle nella mia mente forma compiuta.

Insomma, dall’incipit ci si potrebbe aspettare che questo romanzo non parli più dei Sei Pellegrini e del loro viaggio (avvenuto secoli prima) su Hyperion, ma, in realtà, il loro ricordo è fortemente presente e gli eventi che vi accadono, nonché l’ambientazione ne sono una derivazione.

Hyperion” mi aveva colpito per il ruolo, seppur ancora marginale, della Chiesa Cattolica, raramente presente in una space-opera ambientata su mondi remoti in futuri lontani, ma quella presenza, a ulteriore distanza di tempo nel piano narrativo, in “Endymion” trova il suo senso e diviene ancora più dominante.

In “Hyperion” la galassia era dominata dal potere laico dell’Egemonia, in lotta con il potere elettronico del Tecno Nucleo e contro i mutanti Ouster, abitatori dello spazio vuoto.

In “Endymion” la Chiesa ha vinto una guerra che ancora non stava combattendo nei romanzi precedenti e ora domina la galassia! Trovata già di per sé geniale, e, per me sufficiente a giustificare la lettura del romanzo. La sua arma vincente è stato un parassita alieno (ma è davvero un essere naturale o piuttosto qualcosa creato appositamente?), il crucimorfo, una creatura a forma di croce che in “Hyperion” rendeva il popolo dei Bikura, immortali ma anche sterili e dementi. Il Tecno Nucleo ha superato tali difetti del parassita custodito dal mostruoso Shrike dal corpo di lame mortali, e ha dato così alla Chiesa un nuovo sacramento, la Resurrezione, che può ora essere impartito a chiunque accetti su di sé il crucimorfo. Il parassita riesce a far risorgere da quasi ogni tipo di morte e dona all’impero galattico detto Pax ovvero al braccio temporale della Chiesa Cattolica e di Papa Giulio (il numero che lo identifica aumenta di un’unità a ogni sua resurrezione), la soluzione per rendere più veloci i viaggi spaziali: gli astronauti vengono uccisi in ogni spedizione dalle forti accelerazioni ma risorgono in tre giorni appena arrivati sui nuovi mondi, grazie anche ad apposite “culle di resurrezione”, che ne evitano il totale spappolamento e gestiscono le fasi di rivitalizzazione dei corpi. Il crucimorfo giustifica l’alleanza insana tra la Chiesa Cattolica e il Tecno Nucleo.

Le altre religioni, non sono scomparse, ma nei loro viaggi i protagonisti quando finiranno su pianeti abitati solo da ebrei o solo da mussulmani li troveranno misteriosamente deserti, sospettando recenti olocausti a opera della Pax e delle sue Guardie Svizzere, un corpo armato agguerritissimo, che somiglia assai più a super-marines che agli alabardieri dalle divise variopinte in posa per i turisti davanti al Vaticano.

Protagonisti assieme al citato Raul Endymion sono A. Bettik, un androide dalla pelle blu (quelli come lui la hanno di tale colore per non far confondere gli uomini artificiali con quelli veri) ed Aenea, una bambina che dovrà diventare “Colei che Insegna” ovvero il nuovo messia di cui parla l’incipit. Aenea è la figlia di Lamia, incontrata nel primo romanzo, e del cibrido John Keats e Raul la troverà, proveniente da un altro tempo, all’uscita della stessa sfinge che fece ammalare Rachel del Morbo di Merlino, che fa scorrere il tempo biologico alla rovescia.

La Chiesa, sebbene sia stata aiutata dall’ipertecnologico Tecno Nucleo nella sua ascesa, ha bandito ogni forma di intelligenza artificiale dal proprio impero e sopravvivono ormai solo pochissimi androidi come A. Bettik.

Il terzetto si riunisce per volontà di Martin Sileno, il poeta autore, secoli prima, de “I Canti di Hyperion” i cui si narrano le avventure dei Sei Pellegrini (lui compreso), che ha mandato Endymion e A. Bettik a salvare Aenea e a compiere altre imprese all’apparenza impossibili. Sileno, pur non avendo assunto il crucimorfo, è ancora vivo dopo secoli per effetto dei ritardi temporali dovuti ai suoi numerosi viaggi spaziali e grazie alle moderne tecniche di ringiovanimento.

Questo terzo volume è il più affascinante di una delle più belle serie fantascientifiche, innanzitutto per l’unitarietà della trama assente nei precedenti libri (la fuga di Aenea attraverso i mondi e i Portali risvegliati del Tecno Nucleo, che si credeva distrutto), ma anche per il continuo succedersi di avventure sorprendenti, con i nostri eroi che si trovano ogni volta invischiati nelle situazioni più difficili e sempre riescono a uscirne. Positivo è anche l’intreccio tra la storia del terzetto di fuggiaschi e quella del loro inseguitore, il Padre Capitano Federico De Soya (si noti che il comandante di vascello interstellare, qui investito dei massimi poteri da un diskey con salvacondotto papale, sia al contempo un sacerdote e un comandante militare). Grandiosa è anche qui la capacità creativa di Dan Simmons che, pur restando sul solco della fantascienza classica, riesce a creare una miriade di innovazioni e soluzioni tecniche che fanno di quest’opera del 1995 qualcosa di nuovo nel panorama della fantascienza. Opera nuova ma che sembra continuamente strizzare l’occhio ai classici del genere, in primis ai cicli di Asimov. Qui come lì abbiamo una Galassia pronta a essere dominata dall’umanità, anche se i mostri alieni, di norma non molto di più che allo stato animalesco, rappresentano un contorno appena più importante. Come nei cicli di Asimov assistiamo al declino (il “Crollo della Galassia Central”) di un grande impero galattico e alla sua sostituzione con un altro, ma qui si aggiunge il tema del conflitto tra religioni. Come per l’autore russo-americano, anche per Simmons verrà un tempo in cui l’umanità, pur arrivata a produrre automi e macchine intelligentissime, entrerà in conflitto con loro e le annienterà. Se per Asimov, alla fine degli automi sopravvive il robot telepatico Daneel R. Olivaw ed è lui a guidare segretamente l’umanità, per Simmons sembra che, dopo il bando dell’I.A., sia il Tecno Nucleo a guidare le sorti delle tre forze in lotta, Egemonia, Pax-Chiesa Cattolica e Ousters, ma occorrerà finire il ciclo per comprendere che questa è solo una verità parziale. La Galassia di Simmons è però assai più multietcnica di quella rigidamente anglosassone dei Cicli dell’Iimpero e della Fondazione.

Insomma, innovazione, ma vera e propria fantascienza. Una strada diversa dagli approcci di Stephen King o Haruki Murakami, per dire due degli autori maggiori che negli ultimi decenni hanno contaminato la fantascienza, creando generi fantastici che solo in parte si riescono ancora a riconoscere come Sci-Fi.

L’evoluzione della Chiesa e della fede per effetto dell’unione con il crucimorfo fanno, come detto, di questo libro e del ciclo uno dei maggiori esempi di fantareligione, anche se questa va intesa più come storia fantastica della religione, che non come invenzione di un nuovo credo, nonostante le profonde innovazioni create nel cattolicesimo dal nuovo sacramento della Resurrezione a opera del parassita. Da notare che la centralità del ruolo della Chiesa fa sì che il romanzo sia ricchissimo di riferimenti a Roma e all’Italia (oltre che, in misura minore, alla Spagna), cosa interessante e del tutto anomala nel panorama fantascientifico di lingua inglese.

Il volume si conclude con la risoluzione delle avventure del terzetto e con la previsione programmata di nuove imprese da realizzare.

Simmons, però, c’ha insegnato che tutto quello che poco prima c’ha mostrato come il sentiero inevitabile e scontato dal quale i nostri eroi mai potranno essere in grado di scostarsi, sempre si apre su nuovissime strade che difficilmente si potevano immaginare, dunque non vogliamo credere alle sue promesse altro che per pensare che riuscirà a stravolgerle. Questa grande creatività fa di Simmons un maestro tra gli autori creatori di universi e un narratore sempre capace di stupire il lettore con le sue imprevedibili svolte.

 

IRisultati immagini per endymion simmons risvegliol risveglio di Endymion” (1997) è l’ultimo della quadrilogia e il seguito di “Endymion” (1995), con cui costituisce quasi un mini-ciclo, avendo per protagonisti gli stessi Raul Endymion ed Aenea, invece assenti nei primi due volumi.

Questi (“Hyperion” – 1989 – e “La caduta di Hyperion” – 1990) sono ambientati alcuni secoli prima degli ultimi due, ma le due coppie di libri sono strettamente connesse e in “Il risveglio di Endymion” ritroviamo molti dei personaggi di “Hyperion” (e questo annulla la carente unitarietà iniziale del ciclo) e molti dei misteri che avevamo incontrato nelle centinaia di pagine precedenti si chiariscono.

 

Se “Endymion” ci trasporta in una galassia diversa da quella dominata dall’Egemonia e dal Tecno Nucleo che abbiamo conosciuto con “Hyperion”, ovvero in una galassia dominata da un Papa che risorge a ogni morte, dalla Chiesa Cattolica e dal suo braccio armato, la Pax, “Il risveglio di Endymion” ci spiega meglio questa rinascita della Chiesa Cattolica e i segreti del suo potere, ma ci porta anche attraverso mondi dominati da altre fedi e, in particolare, ci fa ritrovare la protagonista Aenea, ormai non più bambina, circondata da una comunità buddista, creando così l’occasione per un raffronto anche teologico-filosofico tra cristianesimo e buddismo.

Se il nuovo sacramento della Resurrezione ha reso potente la Chiesa e il suo braccio secolare, la Pax, come abbiamo già appreso nel precedente volume, qui scopriamo una nuova filosofia che parte dal concetto di Amore inteso come forza fisica, con le sue leggi, e lo estende a qualcosa che viene definito il Vuoto che Lega, che è il senso di tutte le fedi e superstizioni. Tramite il Vuoto che Lega, Aenea spiega persino la resurrezione originale, quella di Cristo. Scopriremo, infine, dall’ormai millenario Martin Sileno, che il Vuoto che Lega è la Sfera Dati dell’Universo. Sileno spiegherà tramite il Vuoto che lega anche l’attività degli scrittori: “È questo, ragazzo, ciò che fanno gli scrittori, gli artisti, i creatori. Ascoltano il Vuoto e cercano di udire i pensieri dei morti. Sentire il loro dolore. Il dolore dei vivi, anche. Trovare una musa è solo il modo di un artista o di un sant’uomo per mettere un piede nella porta principale del Vuoto che lega”. Il Vuoto che Lega è anche alla base del Teletrasporto, per non dire dell’armonia dell’universo.

 

I Canti di Hyperion”, nonostante l’insolito ruolo centrale della religione, oltre che fantareligione, sono anche una grande space opera, con viaggi e battaglie spaziali e vera fantascienza, con il tentativo di immaginare  vari sistemi per muoversi da una stella all’altra, dai Portali, alle navi Hawkings, agli Astrotel, al Tempo Veloce, con la descrizione di mondi incredibili come, tanto per citarne uno tra molti, il gigante gassoso su cui finisce Endymion e dove è possibile vivere (o sopravvivere) solo negli strati più altri dell’atmosfera o come i mondi ramificati nello spazio interplanetario degli Ouster, tutti mondi spesso popolati da creature frutto di una fervida fantasia razionale. A volte attraversando questi strani pianeti sembra quasi di essere in una moderna versione de “I viaggi di Gulliver”, altre volte si pensa, come si diceva, ai Cicli asimoviani, sia per la prevalenza di esseri umani su mondi lontani, sia per il rapporto/ conflitto tra intelligenza umana e artificiale, sia, infine, per la presenza di esseri umani provenienti da una Terra dimenticata in Asimov e scomparsa in Simmons.

Gioca, insomma, Simmons, a creare nuovi mondi, a viaggiare nel tempo e nello spazio, a immaginare diverse forme di intelligenza, a riflettere sull’uomo e la sua natura e il suo rapporto con il soprannaturale e la filosofia.

A volte certe descrizioni storiche o geografiche possono prolungarsi un po’, ma subito l’autore sa riprendersi e scaglia il lettore in nuove avventure dal ritmo mozzafiato, scontri, arrampicate, voli, scalate, nuotate negli ambienti più insoliti e spesso ostili, in una sfida continua non solo alla morte, ma alle leggi fisiche e logiche, pur ricercando (e trovando) sempre un filo conduttore, come solo un maestro della scrittura può fare.

Sebbene ne “Il risveglio di Endymion” siano passati secoli dagli eventi del primo romanzo, gli effetti distorsivi dei viaggi spaziali, gli spostamenti attraverso il tempo, la memoria, i trattamenti anti-invecchiamento, i flash-back ci fanno ritrovare personaggi dei romanzi precedenti in un rimescolio di eventi e vite da capogiro.

 

Se di norma un romanzo di fantascienza si accontenta di immaginare un sistema per viaggiare nello spazio, qui, come detto, ne troviamo numerosi diversi e alternativi, basati su differenti principi. Se di norma la fantascienza si limita a immaginare il conflitto con una razza aliena o un’intelligenza tecnologica, qui abbiamo lo scontro tra gli umani che mantengono il loro DNA originale e modificano l’ambiente (lo terraformano) e quelli (gli Ouster) che preferiscono adattarsi all’ambiente, arrivando persino a colonizzare gli spazi interplanetari, adattando il proprio genoma, ma abbiamo anche un conflitto con un’entità tecnologica onnipresente ed estesa quale il Tecno Nucleo, abbiamo la presenza di androidi, ciborg e cibridi e altre forme di intelligenza artificiale non necessariamente legate al Tecno Nucleo, abbiamo i crucimorfi, parassiti prodotti dal Tecno Nucleo per controllare l’umanità, trasformandola in una sorta di riserva di memoria, abbiamo, in questo quarto volume, la comparsa di creature aliene originali (tradendo la visione antropocentrica della galassia asimoviana da cui sembrava di essere partiti), abbiamo il conflitto tra la Pax e le altre religioni, che questa cerca di spazzar via mediante crociate al limite del genocidio (anche se le popolazioni non cattoliche vengono addormentate e sfruttate come banchi di memoria dal Tecno Nucleo, alleato-padrone della Pax). Abbiamo osservatori alieni dai grandi poteri, che potrebbero aver ispirato quelli della serie TV “Fringe” (2008-2013) ideata da J.J. Abrams, Alex Kurtzman e Roberto Orci, se non altro per la loro capacità di dominare il flusso del tempo. L’androide A. Bettik, peraltro, sembra la versione meno attiva del robot asimoviano R. Daneel Olivaw (vedi, in particolare, “Fondazione e Terra”, anche se è presente in tutti i Cicli asimoviani) per i rispettivi ruoli nelle sorti della Galassia.

Sembrerebbe che persino un’opera cinematografica di grande impatto come “Matrix” (il film di Larry e Andy Wachowski del 1999), possa essere debitrice di Simmons per gli umani addormentati e collegati a delle macchine intelligenti, così come per il moto in Tempo Veloce dello Shrike, di Nemes e dei suoi tre cloni.

Ad arricchire ulteriormente quest’opera, già fin troppo ricca, c’è il messaggio di Colei Che insegna, Aenea, che lei stessa riassume con due parole “Scegli ancora” e che proveremo a semplificare dicendo che nessuna scelta deve mai essere definitiva, che tutto deve sempre essere rimesso in discussione, cosa che Simmons fa continuamente anche all’interno di questo ciclo, dove appena ti pare di essere alla risoluzione di un’avventura o di un problema, subito l’autore ci regala uno sviluppo o un’alternativa inattesa. Aenea conosce il futuro, ma come un sogno, come un ricordo di qualcosa che dovrebbe avvenire, che potrebbe avvenire, ma il futuro è solo un’ipotesi e può sempre cambiare. Il futuro sembra scritto, sembra segnato dal Destino, eppure non lo è, può prendere diverse strade, per effetto di questo libero arbitrio (“Scegli ancora”). I personaggi attraversano lo spazio a distanza astronomiche, ma anche il tempo, in avanti e indietro, in modi e con mezzi sempre diversi, dalla Rachel che ridiventa bambina e che qui ritroviamo adulta, ma diversa dalla Moneta che era diventata, allo Shrike, che viene dal futuro e ci torna quando vuole e altera il ritmo del tempo attorno a sé, alle capsule di criofuga, che congelano lo scorrere degli anni per i protagonisti, alle tecniche antinvecchiamento.

Il poema “Endymion” è il primo lavoro in cui Keats (quello reale) esplicita uno dei principi base della sua filosofia: la necessità di accettare la mortalità e le sofferenze per trascenderli e raggiungere una bellezza superiore. Aenea qui, novello messia, si sacrifica per donare all’umanità il potere del Vuoto che Lega.

Come scritto più sopra, “Endymion” si apriva avvertendo il lettore che quella che stava per leggere era una storia diversa quella raccontata in “Hyperion” e che il volume non avrebbe risposto alle domande aperte dal pellegrinaggio sul pianeta dei sei protagonisti originali. Il terzo volume del Ciclo, in effetti, non dà queste risposte. A farlo, ci pensa, invece, “Il risveglio di Endymion”.

 

In conclusione, “I Canti di Hyperion” si confermano con questo quarto volume, come una delle più grandiose, ricche e creative opere di fantascienza e della letteratura di fine XX secolo. “Il risveglio di Endymion” è parte ineliminabile di tale saga e contribuisce alla quadratura del cerchio, o se meglio preferite alla “chiusura del ciclo”, fornendo le spiegazioni e gli sviluppi di tutto ciò che i precedenti tre libri avevano lasciato aperto.

In questo, però, forse, Dan Simmons si dimostra meno innovativo che in molti altri aspetti della sua narrativa: questo è un altro punto in cui sembra seguire la scuola di Isaac Asimov, che spesso scriveva fantascienza come se stesse scrivendo un giallo. Nell’opera del grande autore della Si-Fi classica abbondano, infatti, le spiegazioni, al limite del pedante, di ogni evento e mistero.

Simmons sa essere molto più leggero di quello che mi pare si possa considerare il suo maestro, e, soprattutto, evita il difetto di inserire le spiegazioni in dialoghi-monologhi tra i protagonisti. Anche lui, però, non sa resistere alla tentazione di fornire una spiegazione.

La letteratura deve porci le domande, deve farci riflettere, ragionare, sognare, deve darci la magia del mistero. Le risposte le deve dare il lettore, dentro di sé, ogni lettore a modo suo. Non è compito degli autori. Non si deve valutare un’opera per la sua capacità di giustificare tutto ciò che contiene. È giusto fornire delle risposte ai lettori?  I misteri sono spesso il motore delle storie e la loro soluzione può sempre deludere qualcuno. Io stesso, peraltro, leggendo i primi volumi, cercavo queste risposte. Non sarebbe, però stato più affascinante trovare una soluzione aperta? Eppure il giudizio complessivo sull’opera rimane largamente positivo, anche perché le risposte fornite alla storia e ai lettori funzionano.

Simmons, come il citato  Asimov, è un maestro nel dare risposte e svelare misteri, anche se magari non è questo che vorremmo da loro.

Dateci il mistero e lasciateci crogiolare e fantasticare in esso. Lasciateci cercare, magari per il resto dei nostri miseri giorni, la soluzione ai vostri dilemmi. “Essere o non essere?” si chiedeva l’Amleto shakespeariano. Qual è la risposta? Non è molto più importante la domanda? Non è la domanda ciò che ricordiamo?

Del resto, lo stesso Keats riteneva che per creare vera poesia fosse necessario rimanere in uno stato di dubbio e scriveva: “All’improvviso capii quale qualità è necessaria per un Uomo di Successo, almeno in campo letterario, e che è tanto forte in Shakespeare – intendo la Capacità Negativa, ovvero quando un uomo è in grado di convivere con le incertezze, i misteri, i dubbi, senza alcun deplorevole tentativo di cercare la logica o la verità.

Per inciso, noto che la Capacità Negativa per Keats era una forma estrema di empatia. Il Vuoto che lega di Aenea non è forse anch’esso una forma di empatia totale? Simmons non si richiama anche a questa visione di Keats?

Perché allora Simmons, che tanto sembra amare Keats, vuole offrirci tutte le risposte?

Le domande possono essere grandiose, le risposte possono essere banali.

Come insegna ironicamente Douglas in “Guida galattica per gli autostoppisti”, la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto, finalmente trovata da un supercomputer chiamato Pensiero Profondo, dopo un’elaborazione durata sette milioni e mezzo di anni, è “42”. Ma qual è la domanda? Vogliamo la domanda. Ci basta quella.

Anche le risposte più geniali, in letteratura, rischiano di non essere all’altezza dei dubbi che le hanno generate.

Ma queste sono solo considerazioni generali, come detto, il finale offerto da Simmons è notevole come tutto il ciclo.

UNO SBANDATO TRA I FREAK

Risultati immagini per freddo nell'anima lansdaleChe Bill Roberts non sia uno proprio normale lo si capisce subito dal fatto che vive in casa con la madre morta e in decomposizione per incassarne la pensione, un po’ come Norman Bates di “Psyco”, un po’ come “Anna” nel romanzo di Ammaniti.

Per raccattare qualche soldo, decide di rapinare una bancarella di fuochi artificiali assieme ad altri balordi, ma le cose vanno decisamente male e si trova a fuggire nella paludi (ambientazione ricorrente in Lansdale, basti pensare a “In fondo alla palude”), dove incontra uno strano circo di mostri, e sembra di essere proiettati nel vecchio film “Freaks” del 1932, con una donna barbuta, un uomo-cane, nani, microcefali e macrocefali e altre stranezze, tra cui un misterioso uomo surgelato. Creature assai più sfortunate degli strani fanciulli de “La casa per bambini speciali di Miss Peregrine” di Ramson Riggs.

Bill viene accolto nella comitiva da un “vecchio”, che non sembra un mostro, ma è in realtà il superstite di un parto siamese trigemino e conserva ancora la mano di uno dei fratelli che gli spunta avvizzita dal petto.

Bill s’innamora della sua bella e capricciosa moglie, ficcandosi in una nuova serie di guai.

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Joe R. Lansdale

Questa è la trama di “Freddo nell’anima”, un romanzo del grande Joe R. Lansdale che come al suo solito scorre con forte e crudo realismo, di avventura in avventura, senza annoiare mai, in una scrittura diretta e visiva, che non ha neppure un paragrafo inutile.

Il mondo che descrive è quello di un’umanità alla deriva, dove la deformità fisica è, in fondo minore di quella psichica e dove proprio chi all’apparenza sembra più normale è il vero mostro.

Come ne “La foresta” o in “Cielo di sabbia” tutte le avventure partono da un disastro familiare (qui la morte della madre) che scatena gli eventi.

Siamo sempre nella rozza e violenta provincia americana di “In fondo alla palude”, “Acqua buia”, “La foresta”, “Cielo di sabbia” e persino dei surreali “La notte del Drive-in” e “Deadman’s road”, come nei romanzi del suo conterraneo McCarthy, ma, rispetto a questo autore, i toni di Lansdale sono più surreali e quasi grotteschi, ma non per questo meno gelidi e lasciano sempre un po’ di “Freddo nell’anima”.

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Freaks, un film del 1932 diretto da Tod Browning.

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