AMORI SPEZZATI SOTTO LA TORRE ANTICA

Intorno al mistero di un orologio su una torre fermo da troppo tempo, Alfredo Betocchi snoda alcune storie in epoche diverse, dal 1288, al 1796, al 1957 (e anni poco precedenti o successivi) in cui alcune coppie di giovani amanti s’incontrano, conoscono, amano e perdono. Dal desiderio di Risultati immagini per l'orologio della torre antica Betocchivendetta e dall’odio vediamo nascere delle streghe (una che vuole vendicare l’amato assassinato e l’altra che cerca la vendetta per una violenza subita) e scaturire una serie di malefici. Dallo scontro tra queste forze magiche, tra la saggia Maga Tara e la strega Elodia, si arriva al finale e si scopre quindi il segreto de “L’orologio della torre antica”. Tale è il titolo di questo primo romanzo di una saga fantasy in tre volumi realizzata di questo simpatico e cordiale autore fiorentino, conosciuto con il GSF alle Serate Letterarie della Laurenziana. Il sottotitolo, assai esplicativo, è “Storia di streghe, di morte e d’amore”, Edizioni Il Campano.

La vita, a volte, pone l’incredulo di fronte a strane esperienze nelle quali le sue certezze si fanno più sfumate e nulla pare più essere quello che sembra” è l’incipit che ci prepara a questo romanzo in cui l’ambientazione storica fa da sfondo a vicende sovrannaturali.

Vi troviamo descrizioni di figure come questa:

Correva l’anno 1795 ed il ricchissimo Tegrimo II dei Conti Guidi, omonimo del capostipite della dinastia ma ormai non più Signore del territorio, era il proprietario dello storico immobile. Questi era un compassato signore di cinquant’anni, di statura medio alta con i capelli folti brizzolati, un viso aperto e volitivo sul quale gli occhi mostravano uno sguardo severo, ma giusto”.

O scene di cruenti scontri campali come questa:

Ad un tratto, un gigantesco guerriero arabo si parò innanzi al giovane.

Risultati immagini per l'orologio della torre antica Betocchi

Alfredo Betocchi

Impugnava un’affilata scimitarra rossa di sangue mentre, con l’altra mano, trascinava per i capelli una giovane donna, terrorizzata: la sua preda di guerra.”

Sarà lo stesso orologio a condurre a morte una delle streghe:

Senza una parola gli spettri spinsero con forza il pendolo che si trovava proprio dinanzi a loro e quello iniziò ad oscillare. Le ruote si mossero all’istante, stritolando tra i loro giganteschi denti Elodia, che emise dalla sua gola un urlo disumano”.

La ricetta per il fantasy del Betocchi ha, insomma, come ingredienti ambientazioni di varie epoche, amori giovanili, magia, mistero e vendetta.

Che cosa ci riserveranno le prossime avventure “La maga Tara” e “Selina, l’ultima strega”?

UN WEEKEND A STRANIMONDI 2019

Eccomi di ritorno a Firenze dopo un intero weekend passato al divertente e interessante festival del libro fantastico, weird e di fantascienza “Stranimondi” tenutosi a Milano.

Ero andato con l’idea di ascoltare alcuni dei numerosi incontri tematici presenti nel programma, ma alla fine la sala con gli stand delle case editrici si è rivelata molto più ricca di occasioni di incontro di quanto il numero degli operatori presenti potesse far supporre. Mi sono così fermato a parlare più del previsto con autori, ma anche critici e editori.

Fiorella Borin, Vittorio Piccirillo, Annarita Stella Petrino, Adriana Comaschi e Melania Fusconi allo stand di Tabula Fati

Ovviamente ho dedicato molto del mio tempo agli autori di Tabula Fati, la casa editrice del sempre attivo Marco Solfanelli, lì presente, con cui sono uscito, proprio in fiera, con il mio nuovo “Apocalissi fiorentine” (dopo aver collaborato per anni alla rivista “IF -Insolito & Fantastico” da loro edita, prima del passaggio a Odoya). Degli autori di Tabula Fati ho acquistato:

  • Un curiosissimo libretto scritto da Vittorio Piccirillo con testo a fronte in latino, “Legio Accipitris”, in cui racconta di un incontro tra antichi romani e alieni, che non vedo l’ora di leggere;
  • Un tentativo di terraformazione di un mondo alieno raccontato dall’inseparabile coppia Emiliano Mecati e Alessio Seganti in “Karma Avverso”;
  • Il fantasy di ambientazione atlantidea, che a quanto ho capito è stato in piccola parte ispirato dal mio “Il sogno del ragno – Via da Sparta”, scritto da Enrico Zini: “Esperia, la fuga”;
  • La fantascienza cyborg per young adult “Quando Borg posò lo sguardo su Eve” di Annarita Stella Petrino;
  • Un antichissimo mito ladino, riscritto dalla prolifica Adriana Comaschi:La Rajetta”;
  • Il primo volume della saga fantasy young adult con cui esordisce Melania Fusconi, “Le anime di Leggendra – I cimeli ancestrali”.

Molti di loro sono autori soci, come me, di World SF Italia, l’associazione degli operatori della fantascienza e lì avevo incontrati all’Impruneta all’ultimo raduno nazionale.

Edito da Edizioni Della Vigna (sempre Gruppo Tabula Fati) ho acquistato “Il tempo è come un fiume” di Franco Piccinini, in cui ho riscontrato temi che mi stanno particolarmente a cuore come l’alterazione del tempo.

Ho incontrato molti altri autori della casa editrice, come la mia editor Silva Ganzitti (che ringrazio per la meticolosa cura con cui ha revisionato “Apocalissi fiorentine”), Fiorella Borin, Annarita Guarnieri (traduttrice) e Francesco Brandoli, i cui volumi mi riprometto di leggere presto.

Di altre case editrici ho acquistato il primo romanzo della saga “Eternal war”, “Gli eserciti dei santi”, scritto da Livio Gambarini, in cui racconta la storia fiorentina ai tempi di guelfi e ghibellini, colorandola di una vena soprannaturale.

Ho, infine, preso l’ultima ucronia del maestro dell’allostoria Pierfrancesco ProsperiIl 9 maggio”, sottotitolo “Che cosa sarebbe successo se Hitler

Carmine Treanni, Pierfrancesco Prosperi e Aldo Putignano.

fosse morto a Firenze nel 1938?”.

Prosperi presentava il suo originale romanzo, edito da Homo scrivens, assieme all’editore Aldo Putignano e al critico letterario Carmine Treanni,.autore, tra le altre cose dell’antologia “Altri futuri” e finalista al Premio Vegetti 2019 con “Il futuro è adesso”.

 

Carlo Menzinger con Apocalissi fiorentine allo stand di Tabula Fati.

Durante il festival, è stata presentata in anteprima la mia antologia distopica “Apocalissi fiorentine” (24 racconti e 48 fotografie rielaborate che illustrano in modo fantastico momenti di crisi della città, passati o futuri, avvicinando ai lettori le tematiche delle fragilità ambientali, riportandole in un contesto urbano). Il volume è illustrato dagli studenti del Professor Marcello Scalzo della Facoltà di Architettura di Firenze. Sono stato presente in due spazi, sabato presso la rivista “Dimensione Cosmica” (anch’essa edita dal Gruppo Tabula Fati) e domenica presso un’altra casa editrice del gruppo, Le Edizioni della Vigna, diretta da Luigi Petruzzelli e ho avuto modo di rilasciare un paio di interviste.

Altri eventi cui ho partecipato sono stati gli interessanti:

  • “Michelangelo e la luna. Perché le arti hanno un ruolo così marginale nella fantascienza?”, tenuto da Franco Ricciardello. Credo, infatti, che quando si creano mondi immaginari sia giusto affrontare ogni aspetto, compreso lo sviluppo dell’arte, mentre, come spiegava Franco Ricciardello la fantascienza tende a concentrarsi sugli aspetti tecnici, fantascientifici o sociali ma spesso dimentica pittura, scultura, musica e, seppur meno frequentemente, architettura.
  • “Astrobiologia per fantascientisti” con Silviia Treves, Franci Conforti e Nino Martino. Ottima occasione per riflettere sulle possibili forme di vita che potremmo trovare su mondi alieni, partendo dallo studio delle creature estremofile, che sulla terra vivono in ambienti con condizioni estreme.
L'immagine può contenere: 8 persone, tra cui Silvio Sosio e Franco Forte, persone che sorridono, persone in piedi e spazio al chiuso

Silvio Sosio, Franco Forte, Mauro Gaffo, Mario Sumiraschi, Claudio Battaglini, Valter Maggi, Marco Crespiatico, Sandro Bani

Mi sono, invece, perso “Il presente invisibile: come la letteratura cura la cecità climatica” con Fabio Deotto, Chiara Reali e Giorgio Raffaelli, che mi sarebbe piaciuto sentire visto che ultimamente mi sto dedicando al climate fiction (“Apocalissi fiorentine” ne è un esempio), così come l’antologia Urania “Stranimondi”.

Di sicuro meritevoli devono essere stati gli incontri con Tullio Avoledo, Cecilia Randall,

Jasper Fforde, Anders Fager, Leonardo Patrignani, Franco Brambilla, Claude Lalumière, Ran Zhang, Maurizio Nichetti (nomi di spicco in locandina) nonché Silvio Sosio, Franco Forte, Lukha B. Kremo, John Vance, Roberto Paura, Elena di Fazio. Non mi pare fossero in cartellone ma ho incontrato anche i critici letterari Walter Catalano e Gian Filippo Pizzo, l’autore multidisciplinare (nonché fotografo) Angelo Tondini Quarenghi e, infine, Sergio Calamandrei, mio coautore in alcune opere, che mi ha accompagnato in questo tour nella letteratura fantastica.

Dal punto di vista organizzativo, ho trovato poco pratica la necessità di uscire in strada per spostarsi da una sala all’altra (per fortuna il tempo era buono), ma la location è stata cambiata all’ultimo momento per problemi autorizzativi. Per fortuna è stata trovata perfettamente adiacente alla Casa dei Giochi che finora ospitava l’evento. Non ci sarebbe, poi, stato male un punto ristoro all’interno. I locali nei dintorni erano comunque vicini e sono stati presi d’assalto.

Nel complesso è stata un’esperienza positiva e piacevole, in un contesto estremamente vivace ed effervescente.

Complimenti agli organizzatori e a tutti i partecipanti.

 

Leggi anche:

Incontro World SF Italia 2019

Firenze Rivista 2019

Incontri Letterari della Laurenziana 2019

Stranimondi 2019

 

Vedi:

Il breve video del mio intervento di domenica su “Apocalissi fiorentine”

LA VITA, LA SCRITTURA, LA BELLEZZA E I RAPPPORTI IRRISOLTI CON IL PADRE

Risultati immagini per nelle case della gente tondiAvevo già incontrato nelle mie letture varie volte Mirko Tondi, presente con suoi racconti nelle antologie “La gioia di vivere”, “Nero urlante” e “Nelle fauci del mostro”, prima di leggere un intero suo romanzo, questo “Nelle case della gente”, che ci parla, tra le altre cose, dei difficili rapporti di un trentaseienne con il proprio padre sessantenne, in una Firenze che ben si riconosce.

Analogamente ci siamo incrociati alcune volte, senza mai conoscerci davvero, poi, durante l’inaugurazione della nuova libreria a Firenze (via Pisana 100R) del nostro comune editore Porto Seguro, mi sono fermato per un po’ a parlare con lui e alla fine ho acquistato “Nelle case della gente”.

Incuriosito da questo autore, che mi avevano indicato come uno dei migliori del GSF – Gruppo Scrittori Firenze, cui entrambi apparteniamo, ho così letto presto il suo romanzo, nonostante abbia ampie pile di libri ancora da aprire, scompaginando come sempre l’ordine di lettura che mi ero prefisso.

Mirko Tondi è uno che la scrittura la conosce, tanto è vero che la insegna in appositi corsi, alcuni anche organizzati dallo stesso GSF. Questo lo sapevo dai racconti e ne ho avuto conferma dal romanzo.

Forse prende modelli un po’ troppo elevati e seri. “Nelle case della gente” cita Proust, Joyce, Kafka, Conrad, Nothomb, Turgenev, Calvino, Poe, Balzac, Malloch, Jackson, Fitzgerald, Dostojevskij, Mann, Roth, McCarthy e non so quanti altri.

In questo libro si interroga sul rapporto con il padre e lo racconta dal punto di vista di un figlio (non saprei dire quanto autobiograficamente), ma anche sul mestiere di scrivere.

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Mirko Tondi

Nei “Ringraziamenti” finali esordisce con un “Non è il libro che ho sempre voluto scrivere. È sta un’opera faticosa dettata dalla necessità di voler raccontare” e si sente che c’è del vissuto che pesa nelle parole che compongono il romanzo.

Rispetto allo scrivere, il suo personaggio ha dei momenti di scoramento: “non ci pensare nemmeno a fare lo scrittore”, si dice. Qua e là emergono suggerimenti da docente di scrittura creativa, alcuni da segnarsi come “ribadisce quanto sia importante scrivere ogni giorno per trovare continuità”.

Quando scrive “Per lungo tempo ha creduto che per lui scrivere volesse dire non essere qui, andarsene in qualche modo e da qualche parte, andarsene per ritornare sempre ma intanto allontanarsi da se stesso. Adesso, invece, sa che per lui scrivere è l’esatto opposto, una maniera per rimanere, per andare verso il suo vero Io, e se ci pensa bene, scrivere altro non è che questo appunto, la ricerca della verità” (pag. 72), non riesco, invece, a immedesimarmi nel personaggio, perché per me scrivere è altro, è gioco, è invenzione, è creazione di mondi nuovi e nulla ha a che fare con cercare o fuggire se stesso e men che mai con la ricerca della verità, che non è materia per la narrativa, che dovrebbe occuparsi proprio del suo opposto, perché non può che essere finzione e simulazione e mai sarà copia della realtà, che non potrà che uscire mediata dalle mani dello scrittore.

Il protagonista pensa che “scrivendo, mai si finisce di cercare il miglioramento, ed è questo uno dei motivi che spinge a continuare pure senza gloria alcuna”, ma io credo che si scriva e si scriva ancora perché le storie si accavallano nella nostra mente e scalpitano per uscire fuori, bene o male, brutte o belle che siano, e poco importa la gloria, mentre il desiderio di miglioramento può esserci ma non è quello a spingere l’autore.

 

Quanto al padre, vero co-protagonista di questo volume, è “un padre non tagliato per il ruolo di padre”, che “non parla altro che di lavoro” (pag. 138), che “non era il tipo che non ti portava mai al cinema per risparmiare”. Il protagonista “non vuole credere che suo padre possa mai essere considerato il migliore dei padri” (pag. 140).

In questo continuo raffrontarsi con un padre quasi assente c’è una sorta di sindrome di Peter Pan e “pur invecchiando rimaniamo i bimbi che sempre siamo stati” (pag. 141).

Per parlare di questo padre usa uno strano inizio di paragrafo “La storia finisce” che prosegue in vari modi come “nel bagno di un cinema”, “con una televisione accesa”, “con un viaggio nei ricordi”, “con un incontro casuale” e così via, quasi a rimarcare questo desiderio di troncare un rapporto psicologicamente doloroso.

 

Nelle case della gente” non parla solo di scrittura e rapporti filiali, ma della vita in genere, della bellezza, delle cose che ci circondano:

Crede che nella vita ci siano vuoti di varia dimensione che vadano riempiti” (pag. 9),

a lui le feste non piacciono affatto”,

Servillo ha detto una cosa che l’ha colpito a proposito della bellezza ovvero che è anonima, non ce ne accorgiamo, anzi svanisce nel momento in cui la cogliamo” (pag. 53),

la bellezza (la sua personale forma di epifania?) è questa quotidiana rivelazione a contatto con la sua casa” (pag. 45),

gli piace osservare le cose mentre si rovinano sotto i suoi occhi” (pag. 51),

più a lungo guardate un oggetto e più mondo ci vedete dentro” (pag. 45) eRisultati immagini per padre e figlio

C’è un’unica cosa che può guarirci dalla malattia di essere ciò che siamo: seguire il sogno, seguire il sogno, e così, eternamente” (pag. 44).

Emerge poi vigoroso il personaggio di Giada che “vuole affermare a tutti i costi la propria identità di donna, vuole essere riconosciuta come tale e non un trans” (pag. 80).

Romanzo, dunque, con poca trama e ancor meno dialoghi, costruito sui pensieri del protagonista e sulla sua visione di ciò che gli sta a cuore. Opera, in fondo, introspettiva, che fa ragionare e riflettere su come siamo e cosa facciamo.

I COMPLOTTI UCRONICI DI SHAKESPEARE

Risultati immagini per per il trono d'inghilterraNel 1588 la flotta spagnola tentò per la seconda volta di invadere l’Inghilterra, ma, soprattutto a causa di una bufera, dovette rifugiarsi nel porto di La Coruña per riparare i danni subiti.

Harry Tutledove nella sua ucronia “Per il trono d’Inghilterra”, immagina che venti favorevoli abbiano permesso a Filippo II di Spagna di conquistare il regno britannico.

La storia vede protagonista, una decina d’anni dopo, in questa Gran Bretagna spagnolizzata, William Shakespeare (Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1564– Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1616) che è contattato in contemporanea dai dominatori spagnoli per predisporre un dramma celebrativo di Filippo II di Spagna, ormai sul letto di morte, e dall’altra dai ribelli inglesi, che vorrebbero liberare dalla Torre di Londra la detronizzata Elisabetta I e riportarla alla guida del regno.

Il drammaturgo, temendo per la propria vita, si trova così a predisporre assieme due opere di opposto orientamento politico, nascondendo ciascuno all’altra parte, il “Filippo II” e la “Boudica”.

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Harry Turtledove

Lo affiancano personaggi storici come i suoi attori Richard Burbage e William Kempe o i drammaturghi Christopher Marlowe (Canterbury, febbraio 1564 – Londra, 30 maggio 1593) e Lope de Vega ((Madrid, 25 novembre 1562 – Madrid, 27 agosto 1635).

Quello che viene da chiedersi è se davvero l’arte e, nello specifico, il teatro abbiano il potere di muovere gli animi al punto da generare rivolte o guerre, come immagina Turtledove.

L’autore, che ho molto apprezzato in quel grandioso affresco ucronico globale dai numerosi punti di vista che è la saga “Invasione” (in cui immagina che un’invasione aliena interrompa la Seconda Guerra Mondiale”), in “Per il trono d’Inghilterra” si diletta a smontare le opere shakespaeriane e a rimontarle a modo suo, infarcendo il romanzo di numerose citazioni dal drammaturgo inglese, in un gioco che certo chi ben conosce le opere del bardo potrà meglio apprezzare.

 

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William Shakespeare

 

FRAGILITÁ URBANE

Il nostro pianeta è sempre più a rischio. Tensioni demografiche e sociali, un clima fuori controllo, la perdita della biodiversità, tecnologie dagli effetti imprevedibili, deforestazione, inquinamento dell’aria e dell’acqua, lavori alienanti minano il nostro mondo. Gli ecologisti sono tornati quanto mai attivi, ma forti interessi economici cercano di far passare per falso il loro grido d’allarme. Eppure, il degrado del pianeta, per colpa dell’uomo, è quanto mai evidente. Forse il surriscaldamento sembra un tema troppo lontano, qualcosa che riguarda solo gli orsi bianchi, la deforestazione sembra un problema del Brasile, l’inquinamento riguarda mari lontani, la perdita di biodiversità sembra una questione da zoologi. Come si può fare per far capire che questi sono problemi che ci riguardano da vicino? Come nella storia di Maometto e della montagna, credo si tratti di portare il problema vicino alla gente, di portarlo nelle nostre città, per capire quanto queste siano fragili, persino più fragili dell’intero ecosistema. Ho scritto così “Apocalissi fiorentine” (Carlo Menzinger di Preussenthal – Edizioni Tabula Fati – 12 Ottobre 2019).

Apocalissi fiorentine”, spesso con ironia, a volte in modo surreale, narra come Firenze, nel passato, abbia rischiato di scomparire e come, in futuro, potrebbe trovarsi a cessare di esistere. Non aspettatevi cataclismi ecologici in ciascun racconto. A volte la fragilità urbana emerge da scontri politici, guerre o altri fattori che sembrano non avere nulla a che fare con i problemi di cui dicevamo. “Apocalissi fiorentine” vuole però dirci quanto sia fragile la storia e l’esistenza di una città. Parla di Firenze, ma potrebbe trattare di qualunque altra città. Credo che se capiremo questo, saremo più pronti a comprendere la fragilità di tutto il mondo che ci circonda e il nostro dovere di preservarlo.

Illustrazione di Gianluca Chiostri per “Apocalissi fiorentine”

Apocalissi fiorentine” è dunque una raccolta di racconti distopici di fantascienza, climate fiction e ucronia, ambientati a Firenze, che ci parla di fragilità urbane e ambientali.

 

Il volume è corredato da 48 illustrazioni realizzate dal Professor Marcello Scalzo della Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze e dai suoi studenti, eseguite dall’A.A. 2008 al 2012, che le ha messe a disposizione per questo libro. La copertina, a cura dell’editore, è di Vincenzo Bosica. Le immagini presentano una Firenze desertificata, sommersa dalle acque, congelata, aggredita dalla vegetazione, trasformata da nuovi sviluppi urbani.

Apocalissi fiorentine” può già essere ordinato nel sito del Gruppo Editoriale Tabula Fati al prezzo speciale di € 14,45 o richiesto all’autore (per chi volesse la dedica).

L’antologia sarà presentato al festival di Milano “Stranimondi” il 12 e 13 Ottobre 2019.

La potrete trovare allo stand del Gruppo Editoriale Tabula Fati e sarà presentata brevemente dall’autore, sempre in Sala Presentazioni, sabato 12 alle ore 12,00 nello spazio della rivista Dimensione Cosmica e domenica 13 alle ore 14,00 nello spazio “Il tempo è come un fiume” (Edizioni Della Vigna).

Illustrazione di Silva João per “Apocalissi fiorentine”

 

RIDERE PER NON PIANGERE

Ho conosciuto il Professor Marco Scaldini solo pochi giorni fa, il 26/09/19, durante l’inaugurazione della libreria di Porto Seguro in via Pisana 100 R (Firenze). Paolo Cammilli (editore di Porto Seguro) me l’ha presentato e mi ha subito segnalato il suo libro “Botte ai professori”, lodandolo. Ovviamente l’ho acquistato.

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Marco Scaldini

Ho poi invitato Scaldini a partecipare al recente incontro sull’editoria del GSF alla Laurenziana, dove ha raccontato le sue esperienze editoriali.

Complice un’influenza ho preso subito in mano il suo volumetto, piuttosto snello, e l’ho divorato in circa un’ora e mezzo.

Il volume parte un po’ piano, con la prefazione di Gianmarco Perboni, autore del best-seller Rizzoli “Perle ai porci”, che altri non è se non lo stesso Scaldini nascosto sotto alias.

Segue una premessa e a questa un’introduzione. Detto così parrebbe una cosa verbosa e arrotolata su se stessa, ma già in queste prime pagine si comincia a respirare un’atmosfera a metà tra la cosa seria e il comico.

Gli aspetti seri riguardano una critica “empirica” (pag. 13) e spietata alla scuola italiana, o meglio a coloro che ne hanno permesso il degrado.

In primis, se la prende con “l’obbligo a promuovere” (pag. 8) e il concetto di inclusione (“tutti, ma proprio tutti, devono essere in grado di conseguire gli stessi risultati scolastici” – pag. 11), denunciando come non vi sia “un’accoppiata più invisa all’italiano medio di quella rappresentata da scuola e libroRisultati immagini per arrivederci professore(pag. 9).

Segue tutta una serie di capitoli denominati “Esclusione” con un numero a corredo, nei quali elenca, con ironia ciò che andrebbe eliminato dalle scuole e mi pare quasi di rivedere il docente interpretato da Johnny Deep in “Arrivederci professore” di Wayne Roberts, quando caccia dalla classe, con criteri piuttosto arbitrari, intere categorie di studenti.

Così, ironicamente (lo ripeto, perché Scaldini sembra non volersi far prendere troppo sul serio) vorrebbe cacciare quelli che non comprano i libri scolastici ma hanno smartphone costosi, alcune istituzioni, la mindfulness, il politicamente corretto, i genitori che interferiscono con l’insegnamento senza sostenere i docenti, quelli che disprezzano gli insegnanti, la mitezza, la politica, i maniaci dell’insegnamento, gli scioperi, gli insegnanti troppo buoni, le riflessioni, la concorrenza tra scuole, gli insegnanti cretini, i riformatori della scuola e degli esami, i dirigenti scolastici, le gite scolastiche, i Promessi Sposi (una donna in libreria per il figlio non ricorda il titolo del volume da acquistare “deve essere proprio un libro poco conosciuto… ah, eccolo qui! I promessi sposi”, se siamo a questo a che serve studiare Manzoni?), i corsi di recupero, i ricorsi contro le sanzioni disciplinari. Giustamente propone di togliere il passaporto a chi non conosce la geografia. Forse gli andrebbe tolto anche qualcos’altro, se no, si rischia di ritrovarcelo, prima o poi, ministro degli esteri.

A pagina 44 Scaldini mente affermando: “non me ne frega niente di far riflettere. Io scrivo libri divertenti (spero) che hanno come unico scopo quello di divertire”. In realtà, il suo umorismo fa riflettere amaramente e lui lo sa.

Certo, la parte riflessiva è più intensa nei capitoli delle esclusioni, ma l’umorismo cresce in quelli denominato “Reclusione”, in cui applica una sorta di contrappasso (“contrabbasso” direbbe uno dei suoi studenti) verso varie categorie che rovinano la scuola, proponendo la reclusione degli studenti scalmanati in biblioteca, i docenti dei corsi di formazione, i pedagogisti e i dipendenti di strani enti scolastici in aula con i ragazzi.

Si passa poi alle inclusioni, alle cose che non dovrebbero mancare: la memoria storica, la negazione del voto ad alcune categorie, gli insegnanti tra i martiri dei luoghi comuni, il populismo come materia scolastica (inutile che ripeta che sta satireggiando, vero?), le verità antipatiche, le punizioni corporali, le paghe per gli specializzandi.

Si passa poi alla comicità più scatenata nella parte intitolata “Perle nere e perle rare”, umorismo involontario di chi l’ha generato e riportato con sagacia da Scaldini, come in certi libretti di tanti anni fa, in cui erano raccolti gli strafalcioni dei cartelli pubblicitari. Ecco allora una serie di sfondoni clamorosi di docenti, alunni e genitori di questi ultimi.

Una serie interminabile di risate, da non riuscire ad andare avanti per le lacrime agli occhi, ma, alla fine, una tristezza sconfinata, perché so bene che Botte ai professoriScaldini non si è inventato nulla in questo libro, che è stato solo un cronista di una situazione nazionale di ignoranza cronica. E allora mi viene da chiedermi, ma io che cosa scrivo a fare ucronie, se la gente dice certe idiozie? Come posso pensare che capiscano l’ironia di riscrivere la storia in modo diverso, se la storia proprio non la conoscono?

Vorrei riportare qualche esempio, per dare l’idea, ma non saprei quale scegliere, perché ogni frase di questa parte del volume è spietatamente esilarante ed è la lettura nel loro insieme a rendere questa serie di strafalcioni sempre più comica, come un solletico che non vuole smettere e che ti prende ogni frase di più. Forse sono così divertenti, proprio perché ci si arriva dentro un po’ per volta, introdotti dalla parte iniziale più recriminatoria e riflessiva. In “Perle nere e perle rare” si può solo ridere, perché se ci fermiamo a riflettere dovremmo piangere, piangere per quest’Italia, che vista così, sembra proprio senza speranza. Che futuro può, infatti, avere un Paese con dei ragazzi così e una scuola così?

L’ATTESA DEL DESTINO

Risultati immagini per porta rossa CarraresiLa vita è fatta di svolte, alcune importanti, altre meno. Ogni istante il corso può mutare. Questo, riportato su scala globale, è il senso dell’ucronia.

C’è tanti modi per affrontare le svolte. Spesso arrivano inattese e improvvise. A volte le attendiamo a lungo.

Qualche volta questi bivi sono tra la vita e la morte. Di questo ci parla “La porta rossa” di Barbara Carraresi: “La sua vita era sempre stata un’attesa davanti a una porta oltre la quale non sapeva mai cosa aspettarsi” (pag. 77). “Quella porta rossa è uno spartiacque, capisci?” (pag. 65).

Ci sono allora tanti modi per aspettare la morte che prima o poi arriva per tutti. A volte pensiamo che l’appuntamento possa essere vicino, ci pare di conoscere la data. È un po’ l’angoscia dei personaggi del mio mondo ucronico di “Via da Sparta”, in cui tutti devono morire a 55 anni. Si può morire prima ma non dopo. Come ci si sente quando la scadenza si avvicina o quando si scopre che una malattia ci sta logorando e presto sarà tutto finito?

Io dico che il destino non esiste e che tutto può essere cambiato. Non così sembra pensarlo Marta, la protagonista de “La porta rossa”: “la mattina ti puoi alzare prestissimo, anche prima dell’alba, ma il tuo destino si alzerà sempre molto prima di te”.

Meno pessimista appare la sua controparte Camilla che le dice: “Esiste sempre una via di fuga per tutto, credimi” (pag. 42), sebbene delle due quella davvero malata, davvero condannata dal cancro, sia proprio Camilla. Per Camilla “la vita stessa è un miracolo” (pag. 37).

Tutto il romanzo si svolge in due ore di attesa davanti a una simbolica porta rossa d’ospedale, un rosso sangue che difficilmente troverete in uno reale, ma che qui simboleggia il luogo del giudizio, in cui chi entra riceve il suo verdetto, scoprirà se il male che lo tormenta è più o meno grave. Certo non è la spettrale porta rossa di “The Haunting of Hill House” (la serie TV tratta da “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson), che nasconde ben altri misteri, ma quando dietro una porta si cela il destino questa può apparire ancor più rossa.

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Barbara Carraresi

In realtà, la sola a vivere quel luogo così, sembra sia Marta, che ancora non sa se è davvero malata. Molti altri, compresa Camilla, vengono lì spesso e quella porta ormai è per loro solo una triste routine.

Marta, invece, si sente come i burattini del film musicale “The Wall”, che anziché cadere inevitabilmente nel tritacarne, camminano in fila indiana su una stretta cresta montuosa, alcuni cadono da un lato verso la rovina, altri cadono dall’altro, verso un prato morbido, pieno di margherite. Lei si sente ancora sulla cresta, incerta della propria sorte.

Vivere nell’attesa di qualcosa non può che far pensare al capolavoro assoluto di Dino Buzzati “Il deserto dei tartari”. Lì un’intera vita spesa ad attendere un attacco e una gloria in battaglia che mai arriverà, qui due ore in attesa di un referto medico. Lì un’attesa colma di speranza, qui una colma di ansia, ma anche con la speranza di poter ricominciare.

Tra le due donne nasce un’empatia, perché “fra le persone che sono nella stessa barca si crea uno strano clima di complicità e condivisione” (pag. 69).

Camilla capisce che quest’attesa fa bene a Marta. L’aiuta a confrontarsi con se stessa. Un po’ la conforta, ma un po’ la lascia nel “suo brodo”, a maturare (“doveva arrivare da sola a certe conclusioni” – pag. 50). Il dolore è sempre un momento di crescita. Il confronto con la morte lo è anche più.

Non si parla solo di tumore, le donne parlano delle loro vite, Marta della sua storia con Stefano, da poco fallita, ma forse recuperabile, anche se Stefano è uno che comunica con i silenzi (“il silenzio era il suo modo di reagire a tutto” – pag. 66) ma che è anche capace di dirle “vivi con più leggerezza e impara ad apprezzare la parte buona del mondo” (pag. 56).

Di Barbara Carraresi, membra del GSF Gruppo Scrittori Firenze e organizzatrice, con me, delle serate letterarie di quest’associazione alla Laurenziana, ho letto un altro confronto tra donne, una ragazza e la nonna in “Del mare soltanto l’eco”.

Permane in entrambe le opere il sensibile raffronto generazionale tra diversi gradi di esperienza.

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