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UN FANTASY CHE SI MUTA IN GIALLO

Risultati immagini per La maga di ReinkarPrendete una maga che combatte contro uno stregone, che agisce avvalendosi di poteri oscuri, poi contro una strega, la Signora del Silenzio, e poi, divenuta regina, resiste alle lusinghe di un re che vorrebbe sposarla, il tutto tra animali fantastici come chimere, lupi, unicorni e draghi parlanti (solo quelli di zaffiro, però!), folletti, spiriti e altre creature immaginarie, troni contesi, intrighi di palazzo, profezie, castelli di ghiaccio, paludi di veleno, il labirinto delle gole di pece, colonnati e foreste, sortilegi, specchi magici, sacrifici umani. Tutto questo e altro ancora lo troverete ne “La maga di Reinkar” di Alessia Francone, che con tanti e tali elementi non può che dirsi un fantasy, in cui non manca nessuno degli elementi del genere. Saremmo insomma dalli parti de “Il signore degli anelli”, de “Le cronache di Narnia”, de “Il trono di spade” e, magari un po’ dalle parti della saga di Harry Potter.

La scrittura, spesso indiretta, più raccontata che visiva, crea un distacco magico dalla realtà, rendendo gli eventi spesso distanti, come antiche leggende di cui si sono persi nel tempo i dettagli. Le vicende di Selene ripercorrono quasi un percorso di iniziazione e comunque di crescita, con l’eroina che impara la magia nell’incantata Foresta di Smeraldo, apprende cose inattese su di sé, diviene regina, affronta prove sempre nuove e difficili. Tutto ciò nella prima parte del romanzo.

Nella seconda troviamo un po’ più di azione che all’inizio e la storia diventa un piccolo giallo, con tanto di omicidio, di un presunto colpevole da scagionare e poi in fuga, di un re-giudice quanto mai parziale. Si tratta di una sorta di detective-story ma ambientata in una corte fantasy.

Certo, però, che leggendo le ultime pagine del volume, ci si dimentica un po’ di tutto quello che avevamo letto prima, perché la nostra maga e regina Selene indaga, con l’aiuto della cugina del re locale, ma senza l’ausilio né dei poteri e dell’autorità che le deriverebbero dall’essere la sovrana di un Risultati immagini per dragoPaese straniero, per giunta alleato, né, soprattutto, dei propri poteri magici e il colpevole, non credo di fare spoiler in questo, non è né un drago né un unicorno. Insomma, sebbene i personaggi siano gli stessi, all’inizio attraversiamo velocemente una serie di situazioni da fantasy e, alla fine, assistiamo a un’indagine che somiglia assai di più a quella di uno Sherlock Holmes in gonnella e corona, che a un Harry Potter o magari a un fantascientifico  Elijah Baley asimoviano.

Questo romanzo, a quel che capisco, è preparatorio ai due che seguono e dunque ora che sono stati introdotti l’ambientazione e i personaggi, immagino che i volumi successivi ci faranno affrontare nuove avventure con la regina-maga-investigatrice Selene e già mi chiedo in quali altre vesti la ritroveremo.

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IL SUCCESSO DEL RAGAZZINO E DELLA SUA SQUADRA

Leggo dal risvolto di copertina di “Eragon” che questo romanzo fantasy è stato scritto da Christopher Paolini quando aveva quindici anni. Se davvero l’avesse scritto da solo a quell’età, così com’è nella forma in cui è stato pubblicato, dovremmo ammettere che Paolini si presenta come un autore molto promettente e già piuttosto maturo. Bisogna, però, dire che il volume si conclude con tre pagine di ringraziamenti rivolti a un gran numero di collaboratori, innanzitutto i genitori, che, guarda caso hanno una casa editrice (Paolini International LLC), lo hanno revisionato e pubblicato. Ha poi avuto un’editor (Michelle Frey) per l’edizione Knopf Books, vari personaggi che hanno corretto il romanzo, un agente (Simon Lipskar), un consulente legale, uno marketing e non solo.

Christopher Paolini

Eragon” è un romanzo che ha riscosso un buon successo al punto di essere trasformato in film e di aver generato una serie di sequel. Libri così non nascono per caso. Sono il prodotto di squadre ben collaudate. Il ragazzino in gamba è certo importante, ma forse più come componente di marketing. Con questo non intendo condannare un metodo di produzione né il suo prodotto, nello specifico questo libro, che si legge con piacere, è scorrevole e avvincente. Certo l’avventura è la componente fondamentale e altri aspetti sono un po’ trascurati, ma è un romanzo che si rivolge a un pubblico giovane che in un libro cerca proprio questo e qui lo trova.

Quel che vorrei sottolineare, ancora una volta, è che noi “autori autonomi”, noi cioè che i libri ce li costruiamo a mano, parola per parola, immagine per immagine, idea per idea, noi che ce li revisioniamo da soli o con l’aiuto di pochi amici volenterosi, noi che ci cerchiamo da soli un editore, che spesso si limita a stampare quel che gli offriamo, noi che ci promuoviamo da soli, noi partiamo sempre parecchi giri indietro ai vari Paolini del mercato editoriale che vende e la corsa a volte pare quasi impossibile.

Il marketing ci insegna, però, che per vendere la prima cosa è avere un buon prodotto. “Eragon” non avrebbe avuto il successo che ha avuto se non fosse tale. Perché lo è? Perché tocca le corde che la letteratura per ragazzi dovrebbe toccare: un protagonista giovane che si scopre dotato di inaspettati poteri (un po’ come Harry Potter), che ha un alleato magico potente, il drago, la cui forza va crescendo progressivamente, dato che Eragon lo trova che è ancora nell’uovo. Il drago è una sorta di cucciolo che cresce in fretta, un cucciolo parlante e intelligente, dotato di conoscenze che non è chiaro da dove gli vengano. Eragon ha anche un maestro e degli amici: si ricrea un contesto in cui i ragazzi si riconoscono, ma trasposto in un ambiente magico (di nuovo la ricetta di Harry Potter). Ci sono nemici pericolosi e potenti, dunque pericoli, rischi e, quindi, avventura, che il nostro eroe, in cui il giovane lettore s’immedesima, riesce ad affrontare se non a sconfiggere. Ci sono le difficoltà e i tradimenti che si accompagnano a molte amicizie. Ci sono le difficoltà e i momenti che caratterizzano un processo di crescita e di passaggio all’età adulta. Tutti elementi non nuovi e che, come abbiamo visto, il fantasy sa ben utilizzare e su cui la Rowling ha saputo costruire un impero.

ROMANZO STORICO DAL SAPORE FANTASY

Qualche mese fa mi è capitato di leggere il bel romanzo “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” (2009) di Jonas Jonasson e avevo avuto l’impressione di trovarmi di fronte a un nuovo modo, più leggero, di scrivere un romanzo storico. Lo svedese, però, pur avendo scritto una storia che ruota intorno a un personaggio improbabile, non è però giunto a mescolare il romanzo storico con il racconto di fantasia come fa Günter Grass (Danzica, 16/10/1927). Il premio nobel (1999) tedesco-polacco con “Il tamburo di latta” (1959), realizza, decenni prima di Jonasson, uno sviluppo fantastico del romanzo storico, che va oltre la delineazione di un protagonista peculiare e di fantasia, intorno al quale snodare la storia di un intero secolo. Il tedesco (in realtà nato a Danzica in Polonia), inserisce nella storia della Polonia e della Germania nazista e post-bellica un protagonista e voce narrante (sebbene alternativamente parli di sé in prima e terza persona) del tutto fantastico, una sorta di peter pan, un bambino che giunto all’età di tre anni, appena ricevuto un tamburo di latta, smette di crescere, non può vivere senza il suo tamburo, che suona a tutto spiano e che, se privatone, lancia urla che rompono vetri con precisione mirata.

Il bambino rimane un treenne fino al suo ventunesimo compleanno e da quel momento si trasforma in un nano deforme e gobbo.

È una novità mescolare fantasia e realtà storica? In realtà, non lo è affatto, basti pensare alle opere omeriche, dove accanto a fatti storici compaiono divinità e mostri, ma diversissimo
era allora il senso della storia e le meraviglie descritte non venivano percepite come qualcosa di diverso dai fatti reali. Era il mito. Un diverso spirito della narrazione, che rende improbabile un raffronto.

Pensiamo invece al romanzo storico nella sua forma moderna. Indubbiamente prevede sempre l’inserimento di personaggi o, addirittura di protagonisti di fantasia, ma questi cercano comunque di mantenere una presunzione di realismo e plausibilità storica.

Dobbiamo pensare all’ucronia per avere, in tempi moderni, una deformazione voluta della realtà storica in un mondo fantastico.

Il processo realizzato da Grass è dunque più simile a quello degli autori ucronici che la descrizione di terre e luoghi leggendari dei narratori antichi e medievali, con i loro viaggi in terre popolate da grifoni, sciapodi, astomi, unicorni, giganti, ciclopi e altri mostri, narrazioni in cui la mescolanza di realtà e finzione è involontaria o se volontaria ha finalità simboliche. Il percorso narrativo di Grass è diverso. La Storia non muta il suo corso, ma su di essa si innesta il fantastico, uno gnomo dai poteri quasi magici, un Oskar che si muove nella Storia come un Harry Potter per la Gran Bretagna. Il fantasy contamina il romanzo storico.

Ne nasce un’opera indubbiamente originale, il cui successo ha certo contribuito a far ottenere al suo autore il riconoscimento del premio nobel. Se non sempre riesco ad apprezzare gli autori insigniti dall’accademia di Stoccolma, il Grass de “Il tamburo di latta” mi trova concorde con i giudici svedesi.

Günter Grass

L’opera non ha certo la leggerezza de “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve”, né l’umorismo de “La vita è bella”, il film di Roberto Benigni, ma i racconti dal manicomio del nano ex-treenne danno una levità ai fatti della Seconda Guerra Mondiale che, pur non togliendo nulla alla loro gravità, li condiscono di una magia che diventa anche magia narrativa e pur leggendo un autore tedesco-polacco, pare a volte di leggere qualche sudamericano, Marquez, Amado o, addirittura Borges.

E il romanzo non è fatto solo da un Oskar dai molteplici cognomi, perché hanno un bello spessore fantastico-leggendario anche gli altri personaggi, spesso fellinianamente deformi, i nonni del bambino, l’amico oblomoviano del Oskar adulto, il nano Bebra e la micro-bellezza Raguna, per non parlare della coppia di padri (anche questa di sapore sudamericano), del fratellastro-presunto figlio, dell’amore per le infermiere e per la matrigna Maria.

Anche la trama non è da meno e si dipana tra le innumerevoli morti, mai causate direttamente da Oskar, ma da lui determinate in una sorta di materializzazione di desideri freudiani, gli amori impossibili, i lavori alternativi di Oskar e le vicende della sua famiglia in un succedersi fantasmagorico e surreale di eventi, vero sale della narrazione, mentre la Polonia sta per cadere, cade, è caduta ma non è caduta e camice brune e partigiani sfilano sullo sfondo.

 

Cinquale, 21/08/2014

Il tamburo di latta – film

MICHELE CIARDELLI E IL SUO SOLDATINO

Di Michele Ciardelli avevo già letto il giallo-noir (arancione?) “16 rose arancioni”. Leggo ora la sua fiaba “Michele e il soldatino”, prodotto del tutto diverso dal precedente, sospeso a metà tra la fiaba, il sogno e, forse, il romanzo di formazione.

Come ogni favola è un racconto che vuole regalarci una morale, ma lascio a voi scoprire quale. Ci parla di un bambino con problemi di comunicazione, che non sono solo le difficoltà di linguaggio, che lo portano a esprimersi nel balbettio della sillaba “mi”, ma anche difficoltà di farsi capire dai genitori e dal mondo che lo circonda, da cui si isola, restando a giocare con il suo soldatino preferito, il suo vero amico, un amico immaginario, cui dà la voce che lui stesso non riesce ad avere, rendendolo canale di sfogo.

Michele Ciardelli

Michele Ciardelli

Fin qui ci sarebbero state le basi per un romanzo psicologico, ma Ciardelli sceglie di portare il suo omonimo in un mondo onirico, in cui il bambino diviene onnipotente e si lascia cullare, facendo passare gli anni, finché non è più bambino. Solo allora scoprirà che ogni medaglia a due facce e che se una ti fa vincere, l’altra ti fa perdere, se tu vinci, qualcuno perde.Michele Ciardelli

Ma è tutto un sogno, un sogno però che lo aiuta e lo fa crescere. O forse no, forse, quella bambina che ritrova alla fine è la prova che è stato tutto vero. Chissà!

Scrittura veloce, questa, che si consuma in una settantina di pagine leggere. Una rilettura, forse ci avrebbe risparmiato qualche refuso. Si ricorda che parte dei proventi vanno in beneficienza. L’editore è Stravagario.

Firenze, 15/10/2013

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