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GIOCARE PER SOPRAVVIVERE

Risultati immagini per l'unico sessoSe scrivere narrativa è in fondo (per molti) un gioco, non stupisce che ci siano non pochi libri che parlano di giochi. Ogni storia d’avventura un po’ lo è.

Molte storie ne seguono le regole: cacce al tesoro, labirinti, partite varie. I gialli spesso sono cacce al tesoro. Le storie d’amore sono partite a due. I racconti di guerra sono wargame ma spesso anche quelli di politica o di affari.

Ci sono, però, romanzi e film che hanno al loro centro veri e propri giochi. Si pensi ai classici film “Tron” (1982) di Steven Lisberger e “Wargames” (1983) di John Badham, a “Jumanji” (1995) di Joe Johnston, a “Il gioco di Ender” (1985) di Orson Scott Card, a “Ready Player One” (2108) di Steven Spielberg (tratto dal notevole “Player One” di Ernst Cline – 2010), a “Maze Runner” (2014) di Wes Ball (tratto dall’omonimo romanzo del 2009 di James Dashner), a “Hunger games” (2012) di Gary Ross (trattato dall’omonimo romanzo (2008) di Suzanne Collins. Persino la saga di Harry Potter ha uno spazio importante per un gioco inventato, il Qidditch.

Ebbene, Linda Lercari ha da poco pubblicato un romanzo, “L’unico sesso” che si inserisce in questo filone, oltre che in quello, ancor più nutrito, della letteratura distopica e in quello della fantascienza postapocalittica.

Quest’autrice toscana immagina un mondo futuro in cui una guerra termonucleare ha invertito drammaticamente il surriscaldamento in atto, congelando il nostro pianeta.

Siamo dalle parti del 2215 e gli agi del nostro mondo contemporaneo sono solo un ricordo. La gente si “consola” praticando una versione omicida dell’hockey su ghiaccio in cui “l’uccisione di un giocatore equivale a un tiro in porta”.

Il romanzo ci racconta la vita e le imprese di due campioni di questo sport micidiale, il loro gelido mondo fatto di sofferenza e violenza, in cui la consapevolezza per andare avanti suona come “Capisco che d’ora in poi la carriera che voglio costruirmi sarà fatta di tanti mattoni umani”.

Ovunque c’è una gran “voglia di morte”.

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Linda Lercari

Un po’ come in “1984” (1948) di Orwell o in “Farhenheit 451” (1953) di Bradbury, “lo Stato regala i televisori a chi non ne possiede. Tutti devono averne uno nella propria abitazione”. Sono strumenti di controllo.

Come in “Hunger games” si gioca/ combatte per sopravvivere ma il gioco è comunque uno spettacolo con il suo pubblico. Si va avanti, anche se “Tutto questo uccidere sta diventando pesante”.

Di solito leggo in contemporanea un libro su carta e uno in e-book. Il caso vuole che mentre leggevo “L’unico sesso” di Linda Lercari stessi anche leggendo “Player one” di Ernst Cline e passando dall’uno all’altro mi pareva quasi di restare nella stessa storia: due mondi degradati, anche se in modo diverso, un ragazzo e una ragazza che giocano/ combattono l’uno contro l’altra, arrivando ad ammirarsi e apprezzarsi reciprocamente, fino a innamorarsi.

Il resto è diverso, diversi i giochi, sebbene comunque letali, diverso il mondo ricostruito, diversi i  personaggi, ma lo spirito è lo stesso. Se avete amato “Hunger games” o “Player One” o le avventure dei ragazzi imprigionati nel labirinto di “Maze Runner” è tempo di leggere “L’unico sesso”.

Quanto a Linda Lercari, tenetela d’occhio, perché un’autrice capace di spaziare dal romanzo d’ambientazione giapponese come “Kaijin” alla distopia postapocalittica come ne “L’unico sesso” potrebbe riservarci altre sorprese.

 

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LA SALVEZZA DELLA SCIENZA È NELLA CHIESA

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Un cantico per Leibowitz

Non so se Dan Simmons scrivendo la sua quadrilogia di “I Canti di Hiperyon” (1989-1997) avesse in mente “Un cantico per Leibowitz” (1959) di Walter M. Miller Jr. (New Smyrna Beach, Florida 23/01/1923 –Daytona Beach, Florida 9/1/1996), ma le due opere condividono l’idea di una Chiesa sopravvissuta allo scorrere del tempo, mantenendo un ruolo centrale nelle vicende umane. In un certo senso Simmons sviluppa e porta avanti l’idea di Miller immaginando che la Chiesa si muti in una vero potenza temporale e militare. Il fatto che in entrambi i titoli ci sia il termine “canto”/ “cantico” farebbe pensare a un riferimento da parte di Simmons all’opera del suo predecessore.

Nell’opera di Miller, suddivisa in tre parti (in sostanza una trilogia in un unico volume), la Chiesa, come già nel medioevo, si fa da tramite della cultura contemporanea, attraverso una buia epoca post-apocalittica succeduta a una devastante guerra atomica. L’ordine dei frati di Leibowitz, in particolare, ha come missione quello di contrabbandare libri (proibiti in quei tempi) e impararne il contenuto a memoria, un po’ come già visto in “Fahrenheit 451” (1953) di Ray Bradbury. Evolvendo, l’ordine si fa custode dei cosiddetti “memorabilia”, ricordi del tempo antecedente la guerra, di cui non comprende più il significato, ma che conserva per generazioni future capaci di decifrarli.

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Walter M. Miller Jr. (New Smyrna Beach, Florida 23/01/1923 –Daytona Beach, Florida 9/1/1996)

Nella prima parte, decisamente la migliore, siamo ancora vicini ai tempi dell’apocalisse e assistiamo al ritrovamento da parte di un novizio di alcuni importanti “memorabilia” e al processo di santificazione del beato Leibowitz, fondatore dell’ordine. Le due parti successive, progressivamente meno interessanti, ci portano sempre più avanti nel tempo, fino a un futuro in cui l’umanità riscopre finalmente la scienza e la tecnologia e si avvia a conquistare le stelle, anche se di nuovo, incombe la minaccia di una guerra distruttrice che sembra prossima ad azzerare ogni cosa. Come a dire che per l’umanità non c’è speranz. Alla fine, però, la scoperta da parte dell’abate protagonista della terza parte, di una creatura mutante che sembra priva del peccato originale, dona un briciolo di speranza.

Attraverso i secoli appare, per brevi attimi, la figura di uno strano viandante, a volte confuso (?) con San Leibowitz, che sembrerebbe sempre la stessa persona o forse no. Una volta è chiamato Lazzaro, quasi fosse lo stesso che fu resuscitato dal Cristo. Idea suggestiva, qui solo vaghissimamente accennata, ma che mi piacerebbe sviluppare in un mio romanzo e che ho appena introdotto in una storia apocalittica che sto scrivendo e cui ho, per effetto di quanto sopra, cambiato il titolo in “Vergine del peccato”.

Affascinante anche il passaggio tempo descritto attraverso il volo delle poiane.

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poiana

Un cantico per Leibowitz” si presenta, insomma, come un interessante esempio di fantareligione, anche se con una tensione narrativa non sempre ai massimi livelli.

L’APOCALISSE DEI BAMBINI SICILIANI

Risultati immagini per anna ammanniti romanzoAnna” è il settimo romanzo del cannibale Niccolò Ammanniti. La prima volta che sentii parlare di lui fu ai tempi dell’antologia “Gioventù cannibale” cui partecipò diventando forse il più noto di quel gruppo di autori definiti “Cannibali”.

Questo romanzo del 2015 è una storia ambientata in un mondo post-apocalittico. Rispetto a molte altre opere del genere, presenta due novità fondamentali: è ambientato in Sicilia e i sopravvissuti, nonché i protagonisti, sono dei bambini.

L’ipotesi è che l’umanità sia stata sterminata da un virus che si sviluppa solo negli adulti, per cui in Sicilia (e si immagina sia così anche nel resto del mondo) sono rimasti solo bambini, con i più grandi che hanno quattordici anni, perché appena diventano adulti la “rossa” (come chiamano il virus) li attacca e uccide.

Ammanniti ci racconta di una tredicenne, Anna, in viaggio con il suo fratellino piccolo, nella speranza di arrivare sul continente e trovare degli adulti che possano curarli. Come in un “Dead man walking” in miniatura dovranno affrontare bande e intere orde di bambini inselvatichiti, con l’aiuto di un “quaderno delle cose importanti” su cui la madre morente aveva scritto i suoi consigli di sopravvivenza per loro.

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Niccolò Ammanniti

I protagonisti sono bambini, ma non per questo sono privi di spessore. Hanno un loro passato, un loro carattere e loro sogni e sono capaci di grandi gesti di solidarietà.

Li accompagnerà, tra gli altri, anche uno strano cane, prima ferocissimo, poi amichevole.

Vedere tanti bambini marciare verso la rovina fa pensare anche a “La Crociata dei Bambini” del francese Marcel Schwob (1896). Il loro tentativo di organizzarsi rimanda, invece, a “Il signore delle mosche” del nobel Golding.

Forse, questa non è la migliore delle storie post-apocalittiche, debitrici del pionieristico “La peste scarlatta” (The Scarlet Plague, 1912) di Jack London, e non può reggere il confronto, per esempio, con altre storie di sopravvissuti solitari come “Io sono leggenda” di Matheson, “Sulla strada” di McCarthy o con il citato telefilm “Dead man walking”, ma di certo è meglio di “Memorie di una sopravvissuta” della nobel Doris Lessing e si può considerare uno dei migliori esempi di apocalissi italiane, genere non certo molto ben rappresentato nel Bel Paese.

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