FANTASCIENZA PER FISICI

Stella doppia 61 CygniSe cominci a leggere un romanzo che si chiama “Stella Doppia 61 Cygni”, può venirti il sospetto di essere davanti a vera fantascienza, di quella di vecchio stile, fatta da scienziati prestati alla letteratura. Se poi scopri che il titolo originale era “Mission of Gravity” non dovresti poi stupirti troppo di trovarvi all’interno non poche considerazioni che sembrano fatte apposta per il diletto di qualche fisico. L’autore statunitense Hal Clement (pseudonimo di Harry Clement Stubbs -Somerville, 30 maggio 1922 – Milton, 29 ottobre 2003 ), vanta, in effetti sia un bachelor in astronomia preso ad Harvard, sia studi in chimica.

Il romanzo poi è degli anni d’oro della fantascienza, pubblicato a puntate nel 1953 e in volume nel 1958.

Copio per comodità da wikipedia la descrizione, che mi pare corretta, del pianeta su cui è ambientata la storia: “Mesklin è un gigante gassoso in orbita attorno a 61 Cygni A. Ruota su sé stesso in 2 ore ed 8 minuti ed ha assunto la forma di un ellissoide molto schiacciato, «da far vergogna a Saturno». Gli elevati valori della velocità di rotazione e dello schiacciamento determinano marcate variazioni dell’accelerazione di gravità tra i poli e l’equatore. Nel romanzo Clement ipotizza che si registrino 3 g all’equatore e circa 700 g ai poli.”.

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Hal Clement

Dunque, le anomale caratteristiche del pianeta sono al centro della storia inventata da Clement, che immagina una spedizione umana sul pianeta, coadiuvata da una razza indigena del luogo, delle creature intelligenti simili a millepiedi, lunghe mezzo metro, che strisciano per resistere alle altissime gravità e non concepiscono la possibilità di volare. Sono esseri che respirano una miscela di idrogeno e metano e con una biologia del tutto diversa dalla nostra. Il pianeta, oltre ad avere le singolarissime differenze gravitazionali, ha anche elevate escursione termiche. Insomma, un ambiente davvero poco adatto all’uomo. Per fortuna gli indigeni si prestano ad aiutare la spedizione terrestre nel recuperare delle apparecchiature scientifiche abbandonate su un razzo, difficile da raggiungere e sono loro i veri protagonisti della storia, vera peculiarità di questo romanzo. Per certi aspetti ragionano forse in modo un po’ troppo umano, pur con le loro fobie dell’altezza, ma va reso onore a Clement per aver creato un mondo molto originale e delle creature  quanto meno per nulla antropomorfe, lontane anni luce dagli alieni stereotipati di Star Trek. Nell’insieme, comunque, un romanzo gradevole anche per chi non sia appassionato di fisica, astronomia o chimica, anche se costoro vi troveranno di sicuro un maggior godimento. Penso comunque che Clement con questo romanzo si sia guadagnato il titolo di “Creatore di Mondi”, che gli conferisco personalmente, categoria, per me tra le più pregiate di autori.

Nel 1970 Clement ne ha scritto un seguito (“Luce di stelle”) e nel 1973 ha realizzato un racconto collegato.

 

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AFFRONTARE LA GUERRA CON OTTIMISMO

Ho incontrato poche volte Adrian Jucker nella mia vita. Era il fratello minore di mia nonna Sylvia, l’ultimo di 5 fratelli, di cui il primo, Philip, morto nel 1937 durante una corsa automobilistica, se non erro. Mio padre, Filippo, nato alla fine dello stesso anno, ne ereditò il nome. Lo ricordo come una sorta di simpatico babbo natale, corpulento e con un gran barba candidissima. Una bella figura. Anche da giovane, a giudicare dalle foto mi pare si potesse definire un bell’uomo, dall’aria sportiva e signorile.

Zio Adrian era nato nel 1920 e morì nel 2001. Di recente ho scoperto su Facebook una sua autobiografia, in vendita su Amazon, dal titolo “Memories of a Desert Rat”, che scrisse all’età di 76 anni, dietro insistenza delle figlie Angie, Carolyn e Franky, che lo aiutarono nella stesura del volume.

Oggetto del libro sono le sue memorie personali della Seconda Guerra Mondiale.

A parte l’interesse personale nello scoprire meglio un parente attraverso le sue stesse parole, ho trovato questo libretto (si tratta di appena 64 pagine) davvero gradevole e interessante.

Come Adrian Jucker stesso dice fin dall’inizio, non ha alcuna pretesa di raccontare l’intera Guerra, il suo senso, le sue motivazioni o il suo reale svolgimento, ma di raffigurare il modo in cui l’ha vissuta lui stesso e in questo intento, a mio avviso, riesce assai bene, innanzitutto perché non manca di una buona dose di humour, ma, soprattutto perché la narrazione appare assai vivace.

La strana sensazione che mi ha lasciato, nonostante egli abbia affrontato alcune delle più cruente battaglie del secolo, quali due El Alamain e lo sbarco in Normandia e abbia combattuto su un gran numero di fronti, da quello italiano a vari fronti africani, alla Francia, è quella di un ragazzo che stia affrontando una vacanza piuttosto avventurosa e con parecchi inconvenienti. Sebbene egli sia più volte ferito, sembra conservare ogni volta intatto il suo ottimismo, la sua voglia di combattere, la sua curiosità, il suo amore per la vita.

Adrian Jucker nel 1938

E, tra una micidiale battaglia e l’altra riesce a trovare il tempo per cercare di migliorare la sua dieta, per rifornirsi di liquori, per farsi una bella cavalcata o per andarsene per mare su una barca, per il puro gusto di farlo. Del resto quando partì aveva solo 20 anni e la gioventù vede tutto in modo diverso. Eppure ci racconta che per 5 mesi di fila non si poté lavare, per tre anni non sentì la voce della moglie e vide la sua primogenita Angie solo dopo vari anni dalla sua nascita. Come avrete intuito, Adrian era inglese, sebbene la famiglia sia di origini svizzere, e avesse una nonna, Luisa Fontana, italiana. Nei suoi racconti si trova a combattere contro i tedeschi, ma come precisa a un certo punto, in realtà in battaglia aveva più spesso di fronte degli italiani. Una cosa che mi ha stupito è che nonostante le sue origini parzialmente italiane e il fatto che tutte e tre le sue sorelle, Sylvia, Nina e Angela, stessero con italiani e avessero già avuto alcuni figli altrettanto italiani, mi pare conservi un fiero patriottismo anglosassone  e anche quando gli italiani diventano alleati, continua a diffidarne. Ma questo è solo accennato, in realtà, perché alla fine nella narrazione prevale lo spirito di avventura e non si sente alcuna acredine o odio verso i nemici, sebbene sia fortissima la determinazione a combatterli.

Arruolandosi chiede di entrare in un corpo di sciatori e si ritrova in Africa nel deserto a fare lo sminatore, ma non per questo sembra demoralizzarsi. Dopo alcuni anni a togliere e mettere mine, costruire e far saltare ponti, decide di voler assaggiare la vera guerra (aveva già fatto due delle più sanguinose battaglie africane, ma pareva poca cosa per lui!) e chiede di arruolarsi nei paracadutisti. Pur di riuscirci rinuncia al grado di capitano e torna a fare il tenente. Tra l’altro, di lui si parlava a casa come di un capitano e mi ero sempre fatto, da bambino, l’idea che lo fosse di una nave!

E non si ferma lì. Torna tra i genieri e, a un certo punto divenne un “Desert Rat”, cioè un membro di un corpo speciale che operava nel deserto. Un altro “desert rat” compare nel volume ed è un vero topolino del deserto, Bert, da loro adottato, e cui davano da bere del gin, che l’animaletto pareva apprezzare molto. Oltre a un gran numero di ferite, Adrian  Jucker uscì dalla guerra con la decorazione di MC, titolo che nel libro non viene spiegato ma che leggo essere la Military Cross.

Oltre alle battaglie ci parla di avventure che potrebbero esser capitate anche in tempo di pace, come quanto si ritrova aggredito da numerose scimmie o quando costruisce un argano per tirar fuori il somaro di un contadino italiano da un pozzo e ci si cala nudo dentro per tirarlo fuori.

Insomma, una lettura, come dicevo vivace e mai truculenta o pessimista, che fornisce una visione della Guerra quanto meno inconsueta.

Adrian Jucker nel 1987

TEMPO DI CAMBIARE LA SCUOLA?

La nevicata e altri raccontiSi può dire che la raccolta di racconti “La nevicata e altri racconti” (2015) di Massimo Acciai (Firenze, 9 Aprile 1975), sia sostanzialmente un saggio sul sistema scolastico camuffato da romanzo breve (“La nevicata”) corredato di 4 racconti. Oltretutto il primo di questi riguarda espressamente il medesimo personaggio, Emanuele, altre due non lo nominano ma il protagonista potrebbe essere sempre lui e tutte e 5 le storie ruotano intorno alla scuola, intesa più come metodo di insegnamento che come edificio o luogo fisico. Lo spirito che aleggia in queste 140 pagine è, infatti, quello della critica al sistema scolastico nazionale.

Il racconto principale, in realtà, non si svolge neppure in una scuola. Ha tra i suoi personaggi alcuni docenti, ma il richiamo alla scuola è nei loro discorsi, nelle riflessioni e nei ricordi del protagonista Emanuele. “Più della metà dei presenti in sala si muovevano, per un verso o per l’altro, nel mondo della scuola”.

L’intera raccolta è, significativamente, dedicata «Ai miei molti “maestri” (quelli al di fuori della scuola».

Il protagonista non ama quel mondo (“Aveva attraversato gli anni di scuola come chi passa, un giorno di pioggia, per una strada che conosce bene, con gli occhi bassi, nascosti nell’ombra e il cuore rivolto a un giorno lontano: quello della libertà”).

Che scuola sogna questo Emanuele, che pare un alter ego dell’autore? “Niente esami, niente classi, niente compiti, niente voti e nessun programma ministeriale. Solo un maestro e un allievo, in assoluta parità, che insegnano l’uno all’altro, a turno, ciò che sanno”.

E come potrebbe funzionare una scuola simile? “Avrebbe aperto la nuova scuola solo a chi (fosse) davvero desideroso di imparare”. Del resto “l’ignoranza è un diritto”, afferma. E immagina di “ribaltare i ruoli: il professore diventa l’interrogato”. Quale sarebbe il ruolo dell’insegnante? “Dare la propria passione” suggerisce una certa Roberta Bonelli, insegnante a Los Angeles, ma Emanuele non concorda “E se l’altro non la vuole?”.

Ne “La nevicata” si parla anche di scrittura (“scrivere è sempre e comunque un azione benefica, prima di tutto per lo scrittore stesso. Scrivere era la vita, non se ne poteva fare a meno”, “scrivere è sempre un arricchimento, magari anche di poco, mai una diminuzione, ed è un dono preziosissimo che il poeta fa della propria interiorità…”) e di poesia (“apparteneva infatti a quella nutrita schiera di persone che scrivono versi ignorando quelli altrui”, “chi è davvero in grado di valutare oggettivamente una poesia?”). Nel parlare della scrittura le voci dei personaggi si moltiplicano e assumono posizioni contrastanti e ci si chiede dietro a chi di loro si celi l’autore, ma, forse, come spesso accade, è un po’ dietro ognuno anche perché “L’autore dovrebbe resistere alla tentazione di inserire un panegirico su una propria idea se non è funzionale alla storia” come afferma qualcuno, mentre qualcun altro dice “non sopporto quei romanzi in cui i personaggi parlano, parlano e non concludono nulla” (eppure in queste pagine le parole sono assai più delle azioni). Molte delle considerazioni appaiono condivisibili.

Massimo Acciai Baggiani e Carlo Menzinger di Preussenthal – Firenze, Aprile 2018

Si parla anche di fantascienza, genere amato da Massimo Acciai Baggiani ed Emanuele dice “è un vero peccato che in Italia la fantascienza sia così trascurata”. Parole sante, ma così è.

Quanto al comico leggiamo: “non c’è niente di peggio di un autore che cerca di far ridere senza esserci portato” (e anche qui come non esser d’accordo!).

Con il racconto “Numeri” ritroviamo Emanuele che davanti alla commissione per diventare insegnante di italiano ricorda la sua maturità e si interroga sul sistema dei voti scolastici.

Dopo le prime 120 pagine che ruotano attorno a Emanuele, il terzo racconto, “Il cortile” non lo cita ma potrebbe averlo benissimo come protagonista. Vi si descrive un cortile claustrofobico che pare quello di un carcere ma si rivela quello di una scuola, a reiterare l’idea negativa dell’autore nei confronti dell’organizzazione didattica.

Anche “Compagno di scuola” non parla di Emanuele, ma di un ragazzo, Lucio alla sua seconda bocciatura. Chi ne parla, però, per carattere, potrebbe essere sempre il nostro Emanuele.

Il solo racconto che realmente si allontana dal mondo di Emanuele è l’ultimo, “Il complotto”, che ne descrive uno ordito contro la “Lingua Mondiale”, che è un’occasione per denunciare l’invadenza degli anglicismi e dell’inglese (si suppone, dato che la “Lingua Mondiale” non è meglio definita).

Chiude il volume un’accurata post-fazione di Valentina Meloni.

Dai molti temi trattati, qui solo in parte brevemente accennati, si capisce perché questa silloge, sia soprattutto una riflessione sul mondo scolastico, sui metodi di insegnamento, sui docenti. Del resto Massimo Acciai Baggiani è autore che spesso si diletta nella saggistica, con opere come “La metafora del giardino in letteratura”, “La comunicazione nella fantascienza”, l’antologia da lui curata “Ghimilé ghimilàma – breve panoramica su alcune lingue artificiali rivitalizzate o più o meno follemente manipolate”, “Radici” (un misto di storia familiare e locale e di racconto di viaggio) o, infine, “Il sognatore divergente – La produzione letteraria di Carlo Menzinger di Preussenthal tra ucronia, fantascienza e horror” di prossima uscita per i tipi di Porto Seguro Editore.

Questo non vuol dire che non pratichi la narrativa o la poesia.

Di lui ho, infatti, letto il romanzo fantasy “Sempre a est”, ma anche la raccolta di fantascienza “La compagnia dei viaggiatori nel tempo”, le poesie “25 – Antologia di un quarto di secolo”, il racconto ucronico “L’ultima regina d’Inghilterra” e il racconto “Domani”.

ENDER, IL PADRE DI HARRY POTTER

Risultati immagini per il gioco di enderLeggendo “Il Gioco di Ender” (1985) di Orson Scott Card la sensazione è stata di ritrovarmi nei medesimi meccanismi narrativi che hanno portato al successo la saga di Harry Potter della Rowling.

Ma non pensiate che Orson Scott Card abbia in qualche modo emulato le imprese del maghetto di Hogwarts. Si tratta, infatti, di un romanzo del 1985, che riprende un racconto addirittura del 1977, mentre la pubblicazione della saga della Rowling parte nel 1997 e si conclude nel 2007.

Che cosa hanno in comune queste due storie? Innanzitutto il protagonista. Ender, come Harry è un bambino che lascia la sua famiglia, dove viene maltrattato, per finire in una scuola molto speciale, dove, sebbene sia l’ultimo arrivato, si distingue subito come il migliore. Entrambi hanno il destino segnato, Harry da una profezia e una maledizione, Ender perché è già stato individuato, per le sue doti, come il potenziale comandante di tutta la flotta aerospaziale terrestre. Nessuno dei due riesce ad ammettere del tutto di essere eccezionale. Entrambi devono salvare il loro mondo da una minaccia che appare assai più grande di loro (Voldermort per Harry, gli Scorpioni alieni per Ender). Entrambi affrontano grandi difficoltà a scuola, con compagni e insegnanti ostili. Entrambi si fanno grandi amici in entrambe le categorie. E le somiglianze non finiscono qui. Le battaglie a gravità zero di Ender somigliano alle partite di Quidditch di Harry. Nella Scuola di Guerra i ragazzi sono divisi in orde con nomi di animali, a Hogwarts in Case con nomi di maghi famosi ma che ricordano quelli di animali. La competizione è centrale in entrambe le storie. La magia di Hogwarts è sostituita dalla tecnologia della Scuola di Guerra. La telepatia non è centrale ma ha la sua importanza.

Entrambi sono romanzi di formazione. Entrambi creano una fortissima empatia con il lettore.

Orson Scott Card

Le ambientazioni della Rowling sono forse più ricche, ma le battaglie spaziali di Scott Card, pur non essendo allo stesso livello, hanno una buona dose di spettacolarità.

Come in Harry Potter, anche ne “Il Gioco di Ender” assistiamo a una lotta tra Bene e Male, ma scopriamo che quel che pare Bene ha in sé un po’ di male e viceversa.

In entrambe le storie troviamo la morte, la paura, il dolore, il rimorso. In entrambe c’è un po’ di introspezione e psicoanalisi (ma senza esagerare, senza disturbare l’avventura).

In entrambi ci sono certe ripetitività degli eventi, che rivelano però sempre delle sorprese. In entrambi ci mistero e scoperta. In entrambi ci sono ribaltamenti dei caratteri di alcuni personaggi.

Anche il “Il Gioco di Ender” fa parte di un ciclo (di cui non ho ancora letto i volumi successivi). È il primo volume, ma fu scritto in funzione del secondo, come romanzo in cui si presenta il personaggio Ender Wiggin, protagonista de “Il riscatto di Ender”.

La Rowiling avrà letto “Il Gioco di Ender”? Lo avrà amato. Io credo proprio di sì.

 

Ultimamente avevo letto due o tre romanzi di fantascienza che mi stavano quasi facendo perdere l’amore per il genere. “Il Gioco di Ender” è, invece, uno di quei romanzi che ti ravviva l’amore per la fantascienza e per la lettura in genere.

Una storia tutto sommato semplice, ma sempre piena di sorprese e rivolgimenti, abbinamento quanto mai raro e prezioso. Come “La mano sinistra delle tenebre” della Le Guin, che ho appena letto e mi ha profondamente deluso, anche “Il Gioco di Ender” ha vinto sia il premio Hugo che il Premio Nebula, scelta che, questa volta condivido in pieno. Dunque, se non sempre i premi letterari sono assegnati a opere che apprezzo, altre volte riescono a rispettare i miei gusti.

In conclusione, direi che questo forse è il miglior romanzo che ho letto in questa prima metà del 2018 e di certo potrò immaginare di collocarlo piuttosto in alto nella classifica dei miei romanzi preferiti.

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IL VICINO TI GUARDA

Risultati immagini per strade perse LangianniCredo che la giovane casa editrice fiorentina Porto Seguro, in qualche modo abbia un certo fiuto per scovare autori promettenti.

Ho acquistato vari volumi da loro pubblicati e devo dire di essere rimasto più volte colpito dalla lettura di opere che non avrebbero sfigurato presso marchi più noti, cosa che mi conferma di non aver scelto poi troppo male quando decisi di pubblicare con loro “Il sogno del ragno”.

Ho ora appena ultimato la lettura di “Strade perse” un romanzo di Francesco Langianni, pubblicato a dicembre 2017, seconda opera di questo autore e sono stato piacevolmente trascinato in un insolito rapporto di vicinato tra due famiglie, in una strada senza sfondo.

Colpisce, innanzitutto, la scelta di dedicare ogni capitolo a un anno, partendo dal 1978, anno della nascita di Stefano e Davide, per finire nel 1996, con un breve ritorno al 1978 e quindi un epilogo conclusivo.

Francesco Langianni (Classe 1965)

A parte l’insolito sviluppo temporale della narrazione, quella che stupisce è soprattutto la tensione che si respira nei rapporti tra i due nuclei familiari. Appare subito evidente che qualcosa deve essere successo prima dei fatti narrati, a turbare le relazioni tra queste due famiglie che, pur vivendo isolate dal resto del mondo, una di fronte all’altra, e pur conoscendosi da tempo, con ricordi d’infanzia dei genitori di Stefano e Davide che si snodano in quella stessa via, nascondo qualche segreto che tali rapporti ha turbato. E se Andrea, il padre di Davide sembra preferire a ogni altra attività lo scrutare le attività dei vicini (“Con tutto il tempo che hai dedicato ai vicini” dice spazientita la moglie Angela “potevi vivere un’altra vita!”), si fa presto a immaginare che qualcosa di sessuale deve esserci stato tra lui e Marta, la madre di Stefano, di cui era amico sin da bambino. E se più che spiare la donna, Andrea spia suo figlio Stefano, si fa presto a supporre perché, anche se non viene mai detto apertamente, sino alla fine, quando si svelerà come stanno davvero le cose (e non mancherà una sorpresa).

Intanto, volenti o nolenti i genitori, si sviluppa l’amicizia tra Davide e Lorenzo, ma il tarlo familiare rode e lo stesso la natura tanto diversa delle due case.

Senza aggiungere altro, per non rivelare troppo della trama, va detto che è un libro che ti invoglia ad andare avanti, a esplorare il mistero di questa “strada persa”, a capire quali strade queste persone si siano perse nel corso della propria esistenza e, se anche non ci sono clamorosi colpi di scena (che l’autore lascia volentieri alle soap opera) né episodi da thriller, questo non allenta la suspense, né l’attenzione del lettore e non ci resta che complimentarci con Francesco Langianni e sperare di leggere presto ancora qualcos’altro di suo.

UN NOIOSO FANTASY MASCHERATO DA FANTASCIENZA

Risultati immagini per la mano sinistra delle tenebreIl 22 gennaio di quest’anno è morta Ursula Kroeber Le Guin, una scrittrice di fantascienza e fantasy statunitense (nata a Berkeley il 21/10/1929). Non ne avevo ancora letto nulla, così, incuriosito dagli articoli apparsi con l’occasione, mi ero messo da parte uno dei suoi romanzi per leggerlo. Più di recente è stato indetto un concorso (“Oltre la soglia”) a lei dedicato e così mi sono deciso a leggere “La mano sinistra delle tenebre” (1969).

Stiamo parlando di un’autrice che ha vinto 5 premi Hugo e 6 premi Nebula, insomma, una molto apprezzata almeno nell’ambiente dei premi per la letteratura di genere fantastico. Il romanzo, uno dei suoi principali, le ha fruttato 1 dei premi Hugo e 1 dei premi Nebula. Mi è parso, dunque, un buon punto d’inizio per conoscerla.

Purtroppo devo dire che la lettura mi ha molto deluso, confermando la mia scarsa fiducia nelle giurie dei premi.

La mano sinistra delle tenebre” è un (brutto) romanzo fantasy mascherato da fantascienza e con un titolo da romanzo horror o gotico.

Ursula Le Guin

Nulla mi disturba di più in un romanzo della vaghezza e delle chiacchiere vane. La sensazione è stata che la maggior parte di questo volume si basasse proprio su un simile materiale.

Per carità, non tutto è da buttare. Innanzitutto è apprezzabile l’idea di queste razze umane mutanti, e, in particolare, che possa esserci un popolo in cui tutti sono nel corso della propria vita sia maschi che femmine, divenendo l’uno o l’altro solo in certi periodi. Tra i pesci questo è piuttosto comune, vedi per esempio la cernia, il pesce pappagallo, il pesce napoleone e lo stesso tra i molluschi. In biologia si parla di proterandria e proteroginia, come forme dell’ermafroditismo.

Nel romanzo si parla peraltro di androginia. I Getheniani sono “neutri” per la maggior parte del tempo. Ma per 2 giorni ogni 26 entrano in kemmer (diciamo pure “calore”), diventando maschi o femmine. Questo ermafroditismo deriva, pare da antiche manipolazioni genetiche sperimentali.

Altro aspetto affascinante è il pianeta Gethen, nome che significa “Inverno”, che è perennemente ghiacciato.

Il romanzo è un’occasione per delle riflessioni sulla sessualità, i rapporti tra sessi diversi e tra popoli diversi, ma è un’occasione perduta perché alla fin fine succede ben poco, a parte intrighi politici, macchinazioni noiose e discussioni ed elucubrazioni. In sostanza manca una storia coinvolgente.

I nomi esotici, spesso sovrabbondanti, se non inseriti in inutili elenchi, e l’ambientazione glaciale che abbiamo conosciuto in una storia ben più affascinate come “Il trono di spade” di Martin, danno un’aria da fantasy mancato al romanzo, con gli alieni che somigliano più ai popoli della Terra di Mezzo tolkeniana che non a delle creature di altri mondi.

Dopo “Spedizione Sundiver” di Brin e “Il sole dei soli” di Schroeder, mi sono così trovato ancora una volta, nel giro di poco, a leggere romanzi di fantascienza con un ottimo potenziale ma con uno sviluppo che se fossero i primi del genere che leggo mi dissuaderebbero dal provarci ancora. Per fortuna so che la fantascienza ha prodotto opere decisamente migliori.

La mano sinistra delle tenebre”, purtroppo, mi ha ricordato i romanzi di un’altra autrice di fantascienza, premiata addirittura con il nobel, che mi pare caratterizzata da un’analoga vacuità narrativa: Doris Lessing.

Per la cronaca “La mano sinistra delle tenebre” fa parte di un ciclo di 7 romanzi denominato “Ciclo dell’Ecumene”, ma dubito che tenterò di leggere gli altri.

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AVVENTURE UCRONICHE IN GEORGIA

Risultati immagini per l'ultimo paleologo RizzardiLeggo su wikipedia: “Costantino XI (Costantinopoli, 8 febbraio 1405 – Costantinopoli, 29 maggio 1453) è stato un imperatore bizantino. Fu l’ultimo Imperatore dei Romei (βασιλεύς) dell’Impero romano, poiché i Bizantini si chiamavano Romei, cioè Romani, essendo gli unici diretti discendenti giuridici dell’antico Impero romano.

Regnò dal 6 gennaio 1449 fino alla morte, avvenuta durante le fasi finali dell’Assedio di Costantinopoli da parte dei Turchi Ottomani. La conquista della città e la morte dell’imperatore posero fine all’impero bizantino dopo 1058 anni di esistenza.

Dunque, si potrebbe dire che Costantino XI fu “L’ultimo Paleologo”, ma il romanzo omonimo di Emanuele Rizzardi parla di lui e della caduta di Costantinopoli a mano dei Turchi solo nelle prime pagine, essendo le altre dedicate a suo cugino Alessio Paleologo che, nel romanzo gli sopravvisse e combatte accanto al re di Imerezia contro il re della Georgia. L’Imerezia (o Imereti Mxare, in georgiano) è una regione della stessa Georgia. Leggo ancora su wikipedia che “Dal 975 al 1466 Imereti fece parte del regno georgiano unito. Alla sua dissoluzione nel XV secolo, Imereti fu un regno indipendente.”

Le vicende narrate nel romanzo partono dal 1453.

Occorre distinguere gli eventi storici da quelli presenti nel libro, perché “L’ultimo Paolologo” non è un semplice romanzo storico (sebbene, per chi non conosca bene le vicende della fine dell’Impero Bizantino e della Georgia, possa sembrarlo) bensì un’ucronia, che descrive cioè vicende immaginarie, alternative alla storia reale. Non ho fatto approfondimenti storici oltre a quelli citati, ma posso immaginare che forse lo stesso Alessio Paleologo sia una figura inventata.

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Emanuele Rizzardi

Se l’aspetto ucronico del romanzo è apprezzabile soprattutto da storici, la vicenda narrata è comunque una bella avventura, ricchissima di battaglie, scontri e imprese eroiche, con personaggi cui man mano ci si affeziona, nel corso delle non poche pagine del volume (424). Da qualche parte mi sarei aspettato una nota che spiegasse ai profani le “divergenze” ucroniche, ma non l’ho trovata. Dovrò chiedere all’autore quali sono.

La scrittura è piacevole e scorrevole, peccato però per i tantissimi refusi presenti nel testo. Il volume è, infatti, autopubblicato con Pubme e risente della mancanza di una rilettura professionale accurata.

L’ultimo Paleologo” è l’opera prima di Emanuele Rizzardi, autore giovane (Legnano, 22/02/1990) che certo ha davanti a sé tutto il tempo per ripubblicare una versione revisionata di questo romanzo e per scrivere altre cose che potrebbero stupirci. Il genere scelto, l’ucronia, poi è uno di quelli che offre le maggiori opportunità narrative, avendo davanti a sé tutte le variazioni possibili sul corso della Storia ed essendo un genere ancora poco frequentato.

 

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Costantino XI Paleologo

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