UN FANTASY SABBIOSO TRAVESTITO DA FANTASCIENZA

Dune. Il ciclo di Dune. Vol. 1 - Frank Herbert - copertinaQuando lessi per la prima volta Dune (1965) di Frank Herbert da ragazzo, non mi piacque e non mi piacque neppure il film. Trattandosi di un romanzo (e di una saga) importante per la fantascienza, ho ritenuto di provare a rileggerlo ora, da adulto, per capire se riuscivo ad apprezzarlo maggiormente.

Sebbene sia un’opera che avrebbe le caratteristiche per piacermi, dato che inventa e descrive un intero mondo immaginario, attività che considero la più “meritoria” da parte di un autore, anche questa volta mi è parso troppo lungo e nel complesso noioso. Certo è pregevole l’invenzione di un mondo sabbioso, con poca acqua, con un’economia incentrata sulla spezia, con i grossi vermi delle sabbie. Sembra quasi una situazione migliorata rispetto a quella che troveranno gli astronauti su Marte. Meritevole anche la costruzione della religione e della cultura.

Essenzialmente, però, mi è parso un fantasy mascherato da fantascienza, con tutti questi nobili e le loro schiere che si fronteggiano. Non apprezzo, in particolare, che si immagini un mondo così diverso dal nostro e poi si incontrino, duchi, conti e re e che alcuni personaggi abbiamo persino nomi banali e comuni come Paul e Jessica. Ma questi sono solo peccati veniali. Ci sono fantasy che sono così e sono tutt’altro che noiosi.

Diciamo che, nonostante varie avventure, accade piuttosto poco in rapporto al numero di pagi

Frank Herbert

ne, e che non sono riuscito a entrare in empatia con i personaggi, troppo numerosi, di scarso spessore e poco caratterizzati. Tutto sommato ho apprezzato di più le appendici in cui si descrivono la religione o l’ambiente, che non la storia, la cui trama, pur articolata non mi è parsa sufficientemente spessa da sostenere una simile mole di pagine e parole. Non credo proprio che leggerò i volumi successivi, che sono, per la cronaca:

 

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Dune, il film

EMOZIONI DEL QUOTIDIANO

Difficile dire da quanto tempo conosco, almeno virtualmente Guido De Marchi. Probabilmente dal 2001, quando cominciai a frequentare il Laboratorio di Scrittura di Liberodiscrivere, che poco dopo si trasformò in casa editrice e pubblicò, tra i suoi primi 5 libri, il mio “Il Colombo divergente”.

Sicuramente sul sito di Liberodiscrivere molte volte ho incrociato e letto qualcosa di Guido De Marchi. Forse intorno al 2002-2003 cominciai a proporre ai membri del sito alcuni giochini letterari, del tipo “ora scriviamo tutti un racconto intitolato…”, oppure scriviamo un haiku, o scriviamo un’ucronia. Da quest’ultima idea nacque l’antologia “Ucronie per il terzo millennio”. Tra i titoli da me proposti c’era senz’altro “Sexy doll”. Un altro titolo su cui ricordo che in molti si cimentarono era “Gente di montagna”. In questo caso non sono sicuro di averlo proposto proprio io, ma vi partecipai.

Perché vi racconto tutto questo? Perché ho appena finito di leggere l’antologia “Piccole storie metropolitane”, scritto e autopubblicato da Guido De Marchi, e ho avuto la sorpresa e il piacere di scoprirvi, tra vari altri, due racconti intitolati proprio così e che sono pressoché certo furono scritti in quell’occasione.

Piccole storie metropolitane” di racconti ne contiene numerosi, tutti accomunati dalla voglia di descrivere personaggi e luoghi quotidiani, di tutti i giorni, ma carichi di una loro poesia. De Marchi del resto, oltre che narratore è poeta e pittore. Ricordo di aver letto di lui “Haiku per un mese” (con una mia introduzione), la silloge poetica “L’ombra del verso”, scritta assieme a Francesco Brunetti, e i versi “Non voglio essere poeta”.

Piccole storie metropolitane” è quasi poesia in prosa. De Marchi dice “tutto ciò non evoca la città, ma la vita che in questo luogo si agita”: vale per la copertina di cui parla ma anche per tutta la raccolta, in cui “ogni storia è una memoria che riporta in vita un evento”, ogni racconto ci regala la “consapevolezza della nostra fragilità” e le “emozioni del quotidiano”.

De Marchi, nato a Genova nel 1940, di vita ne ha attraversata non poca, con sguardo attento e sensibile e di storie ne ha tante da raccontare, tanti amici da ricordare, veri o immaginari poco importa.

E così tra scorci cittadini di un tempo che fu, con “le vecchie lampade, col loro cappello smaltato (scuro sopra e bianco sotto) che creavano coni di luce

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Guido De Marchi

che piovevano sulla gente come quelle del palcoscenico”, con le antiche farmacie, con le osterie (poi soppiantate da bar e pub), scopriamo personaggi come il misantropo filantropo Lino, il piccolo Tino maestro delle cose della natura, Giovanni, maestro di fotografia, il fattorino Aldo che scopre la fine della solitaria signorina Clara, il fratellastro ritrovato, l’emigrato Marco, il solitario Mario che si spegne senza nessuno, l’amico aggregante Mattia, il determinato Luigi, i bambini che osservano le stelle, Antonio che vive libero dai telefoni, i piccoli contrabbandieri, l’amore di Franco e Gina, il tradimento virtuale con la bambola gonfiabile, l’amore quasi impossibile. Entriamo poi nelle case e scopriamo i segreti di un cassetto a lungo chiuso, il sogno di una libreria, il giardino in una bottiglia.

Questo è il mondo di Guido De Marchi, queste sono le sue “Piccole storie metropolitane”.

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IL RITO E IL RITORNO DI PERSEFONE

Risultati immagini per brumby BertolaniÈ passato poco più di un anno da quando lessi “Mariotta, la quarta bambina” di Nadia Bertolani, una delle migliori letture del 2017 (e quell’anno avevo letto oltre cinquanta libri) ed ecco che ho di nuovo tra le mani un volume di questa autrice.

Si tratta di “Brumby”, il suo terzo romanzo (come recita la quarta di copertina; “Mariotta, la quarta bambina” penso fosse il quarto). Ha anche un sottotitolo: “L’orizzonte degli eventi”.

Mariotta, la quarta bambina” mi aveva emozionato forse perché ci ritrovavo, conditi e presentati diversamente, alcuni degli ingredienti dei miei ultimi romanzi. Così non è stato subito con “Brumby” anche se qui, come nel mio “Via da Sparta” si parla di Grecia, moderna e talora antica. Nel mio romanzo si immagina un mondo che abbia annullato la cultura ateniese, in “Brumby” si parla dei riti misterici eleusini, ma Eleusi non è Atene e neppure Sparta. A volte parliamo di cultura greca, ma questa era tutt’altra che unitaria. Come oggi parlare di cultura europea, senza dividere francesi da russi o portoghesi o polacchi. Andando avanti, però, si notano affinità che a una lettura superficiale potevano sfuggire, come quando la Bertolani scrive “Tutto questo spreco d’acqua per un po’ di merda”: davvero una visione “spartana”!

Ma non vorrei confondere le idee a chi legge. “Brumby” non è un libro sull’antica Grecia. È una storia moderna di incontri e conoscenze, solo che i personaggi sembrano venire dritti da Eleusi. Persino i nomi sono un chiaro richiamo al mito di Persefone, rapita alla madre Demetra dal Dio degli Inferi Ade. E le grotte in cui si perdono i bambini paiono le porte del suo regno.

Brumby è un ragazzo in fuga dalla famiglia. Forse non è il solo in fuga:

tutti quelli che si mettono in viaggio lo fanno perché hanno un fantasma davanti a sé e allora lo inseguono con pervicacia, oppure ce l’hanno dietro alle spalle e con la stessa ostinazione lo vogliono dimenticare”.

Questo è un viaggio nel mediterraneo, tra Grecia e Spagna.

«Io amo la Spagna» le dissi «ma non il suo senso della morte. E odio l’occidente. È qui che il sole viene a morire.»

Ma non è solo un viaggiare fisico tra luoghi, perché come dice un personaggio:

«Io torno in Grecia: voi a ovest, là dove tutto muore e io a est, dove tutto ha origine”.

 

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Nadia Bertolani e Massimo Beccarelli (Foto Agitati) presentano Brumby

Brumby non è neppure il vero nome del protagonista Tazio (ovvero “figlio di uomo anziano”), ma un suo mascheramento, un altro suo modo di fuggire. Lo troviamo assieme a una ragazza giapponese di cui gli importa poco ma di cui non riesce a liberarsi. La definisce con vari abbinamenti alla parola “girl”, tipo “ridicola-girl”, “svitata-girl”, “stupid-girl”, “nippo-girl” e così via.

Lei non lo molla ma capisce che potrà ricavare poco da lui. Gli dice:

«Vuoi una ragazza e sei senza amore».

Incontra, però, un’altra giovane, Ombretta, che si fa chiamare anche Core e Persefone, come la protagonista del mito. Anche sua madre dichiara «Non mi chiamo solo Gaia».

Quale segreto nascondono? Sarà il caso di indagare?

Quando si scava non importa se lo si faccia per seppellire o riportare alla luce, è sempre un’azione violenta e sacrilega”.

Eppure “a volte si riesce a strappare qualcuno alla terra, anche se per poco tempo”.

C’è poi Remedio che dipinge ma, mente lo fa, deve andare spesso in bagno, “come se per riuscire a disegnare dovesse prima svuotare completamente gli intestini”. “Quasi che il peso della materia impedisse qualsiasi attività creativa”.

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Persefone

Anche Dora ha uno strano, difficile rapporto con la materia e il corpo anche se “solo il corpo testimonia la presenza viva di qualcuno” eppure le vien detto “tu disprezzi tutti i corpi”.

Interessante la riflessione sui corpi infantili che “solo per il fatto di esistere esprimono” a differenza di quelli degli adulti. Sarà la conquista della parola a togliere espressività ai corpi?

Sarà per questo che è facile amare i bambini, perché “l’amore non ha niente a che fare con le parole”?

C’è un altro corpo che ha un ruolo importante: il cadavere del poeta Garcia Lorca, la cui ricerca pare quasi quella di un Santo Graal.

Tutta questa pesantezza corporea appare in contrasto con la leggerezza di una fuga spirituale verso un mondo ultraterreno.

Insomma, “Brumby” non è un romanzo né semplice, né banale. È storia, soprattutto, di ricerca, anzi di ricerche, storia di rapporti, familiari più che amorosi, storia di misteri e Misteri.

IL POETA NEL PRESEPE

21.04.2015Federico Pipitone, autore della scuderia di Porto Seguro, cui da un po’ faccio parte anche io, ha pubblicato una silloge di poesie dal singolare titolo “21.04.2015”, sottotitolo “Sonetti per un anno”.

Va detto, però, che il volume non comprende solo sonetti e che questi non sono sempre in forma canonica e anche quando lo sono Pipitone pare quasi aver, a modo suo, rinnovato questa forma poetica.

Tutti sappiamo che cos’è un sonetto, ma tutti ricordiamo come si scrive?

Sono tanti anni che non scrivo poesie, ma qualche sonetto l’ho scritto e pubblicato anche io. Rinverdiamone dunque un attimo il ricordo.

Dovrebbe essere composto da quattordici versi endecasillabi raggruppati in due quartine a rima alternata o incrociata e in due terzine a rima varia.

Quello originario era composto da rime alternate ABAB ABAB sia nelle quartine che terzine CDC DCD, oppure con tre rime ripetute CDE CDE, o ancora con struttura ABAB ABAB CDC ECE.

Quello in vigore nel Dolce stil novo introduceva nelle quartine la rima incrociata: ABBA/ABBA.

Torniamo ora, però, al nostro Federico Pipitone di Salemi (“Da più di trent’anni, sono nato a Salemi” scrive in quarta di copertina). Si diceva del titolo del volume, che altro non è che la data della prima poesia. Del resto qui, Pipitone non dà un titolo alle sue composizioni e ci si può dunque riferire a loro usando proprio le date. Va aggiunto, però, che queste non sono sempre standard. Ne troviamo delle più disparate, come “Cippi gemini, ventiquattr’anni dopo, 23-V-2016”, “ai LassatilAbballari, 24-V-2015”, “festa della Repubblica, 2-VI-2015”, “Delia, 30-VI-2017”, “Trasfigurazione, 6-VIII-2015” o “in memoriam Alteri Spinelli, 31-VIII-2015” e così via.

Credo che già questo modo di contrassegnare i propri versi ci dia un indizio su chi sia Pipitone: non uno comune.

Ma entriamo nella sostanza. Anche i versi sono tutt’altro che banali. Ogni volta che prendo in mano un libro di poesie, la mia più grande paura è proprio questa, di trovarmi davanti una serie di melensaggini o di riflessioni sulla vita dell’autore, in forma più o meno poetica. Per fortuna, non è stata questa l’impressione leggendo “21.04.2015”.

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Federico Pipitone, da Salemi

Pipitone è un docente e questo traspare nella sua cultura, che emerge ovunque, ma con originalità.

Basti pensare al primo sonetto che esordisce con uno strizzar l’occhio a Dante stravolgendo il “Guido, i’ vorrei” in un modernizzato “Guido non da oggi su strade per colli”, dove, come nota anche il prefattore Ignazio Castiglia, il nome proprio si muta in verbo.

E già in questo primo verso si coglie il gusto modernizzatore di Pipitone nell’affrontare uno strumento che pare così antico e desueto come il sonetto. Un simile gioco lo ritroviamo, per esempio, anche nel verso “Biondo ero e bello al tuo gentile aspetto”.

Ed ecco che Pipitone cala il sonetto dallo Stil Novo nella nostra realtà politica e sociale, condendolo con un forte afflato religioso, che non suona mai come bigotta religiosità, ma come autentico e sentito anelito verso il sacro e il divino. Anche questo approccio che potrebbe sembrar antico, ma qui rivitalizzato.

 

Ed ecco accenni di vita sociale come “non pagana è la piazza a festa”, “nella speranza che alla lotta seguano i diritti”, “Chissà se s’involò una colomba / al colpo della boma!”, “donna che piangi un figlio o accendi un cero / mentre ne cade un altro nella guerra” o l’intenso “Bassa la terra regge i nostri passi / e ospita poi le ossa coi suoi sassi” o“il povero felice della sorte” e “il vizio mio è l’ira (contro l’ingiusto)”.

Ecco messaggi politici come “il cuore mesto / della Russia batte ancora, mia gloria”, “Di Sinistra io non sono, né a Destra / mi rimango, anzi dal Centro passo” e “aspettavano un governo / che giungesse dal Nord liberatore”.

 

Ecco il costante riferimento alla religiosità in “Gesù passò per i paesi”, “Altare apparecchiato per il rito”, “la Messa è lesta / eppure dura oltre la morte”, “marce non son mai le processioni”, “al meglio / rivolge Dio le cose al peggio pronte”, “la morte (…) quell’ora non si può prevedere” e quindi “Son la vita, la verità, la via / che s’invertono la serie”. Ecco ancora “l’infinito Dio / se le ricorda tutte” e addirittura “io mi prostro /al miracolo oggi più che ieri,” come a voler ribadire la modernità e attualità del divino persino in questo nostro tempo così materiale. Ed ecco, quindi ancora “dove sgorga il fonte / salubre del Verbo, su in Paradiso”, “cercando di scoprire  certo indizio / di Dio”.

Ma ecco poi che il sacro si mescola al profano in “Mala femmina conversa e lombrico”.

 

Ecco i riferimenti geografici e culturali in “E nacqui all’ospedale di Salemi / dall’acque ch’ebbe rotte un generale/ dei più baldi”, “poi in quella onde Cecco rimò al vascelo / di Firenze”, ritrovo la mia città anche in “Ora a piazza Dalmazia non m’attendi”.

Ed ecco l’Europa e la sua Unione in “L’euro è scontato”, “vuol far l’italiano / ma parla English”, o l’omaggio al grande europeista Altiero Spinelli  che “ogni vero Europeo sa come aberra / chi non unisce ma uniforma”, “Nazioni e fedi / intanto fanno il mondo più complesso”.

 

Ed ecco i riferimenti alla sua attività di docente in “Ragazzi affezionati della F”, “è una scuola che le ore prolunga / ad una classe che di bunga-bunga / e bilanci tra gli stati è esperta”.

 

Ecco la vita familiare in “E perdermi in com’eri da bambina”, “I bei capelli farsi fili argento” o nel delicato “finché sarai la nonna / che un figlio vuole per il figlio! Grazie / a te e papà non siamo stati cloni / o braccia da sfruttare o bocche sazie / bensì creature vere, veri doni”.

 

Gioca Pipitone con i versi, ci si diverte e lo dimostrano anche certe allitterazioni in cui quasi ci si perde come “moda modello modulo mondani” e dell’arte dice “Diventiamo tutti artisti al mattino / quando viene l’ora di vestirci, e poi / quando vien di denudarci” e si definisce “uomo poeta dell’attesa”.

 

C’è talora persino una certa sensibilità ambientale come in “Perdona, erba, se tappeto al passaggio / mio ti fai” sebbene condito di una visione spirituale o in “Tu farfalla (…) ti periti tuttavia qui e adesso / di esistere posandoti qua e là” sulla fragilità del mondo.

In “22-XII-2015, sebbene in forma di sonetto, l’attenzione alle stagioni e il gusto delle piccole cose ci fanno quasi pensare a un haiku “dilatato”.

 

Sorretto dalla sua fede, Pipitone, pur osservando e criticando gli aspetti negativi del mondo ha sempre la forza di vederne il lato positivo: “Né per quanto pare o è fosco / questo tempo è il solo che riconosco”.

Massimo Acciai Baggiani, nello scrivere la mia biografia l’ha intitolata “Il sognatore divergente”. Di Pipitone ho letto solo questi versi, ma ruberei l’idea per il titolo di questo commento a “Epifania, 2015” che comincia con “Non manca mai il poeta nel presepe”. Ecco, sì, forse parrà strano, ma Pipitone mi è parso proprio questo “Il poeta nel presepe” e non c’è in questo alcun intento derisorio, anzi. Il presepe rappresenta il mondo di tutti i giorni, con i suoi pastori (i lavoratori) che vanno incontro a un bambino, a una famiglia, che cela in sé il miracolo del divino. Bene, Pipitone mi è parso come uno di questi personaggi, che si reca in devoto pellegrinaggio offrendo non agnelli, formaggi o frutti, ma la propria poesia, poesia che nasce come questi prodotti da un mondo reale e vivo, fatto di momenti sociali, politici e familiari.

Lasciatemi allora chiamarlo così, amichevolmente: il poeta nel presepe.

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PRESENTAZIONE SECONDA EDIZIONE DE “IL SOGNO DEL RAGNO”

Il 28 Settembre 2017 è stato pubblicato da Porto Seguro Editore il primo volume della saga VIA DA SPARTA, IL SOGNO DEL RAGNO.

Domani, sabato 9 Marzo 2019 uscirà la seconda edizione, con un corpo note aggiornato, alcune piccole correzioni e una nuova copertina realizzata da Lucrezia Neri, in sostituzione a quella realizzata da Angelo Condello.

Quale preferite, la prima (verde) o la seconda (nera)?

Il volume sarà presentato per la prima volta durante il Porto Seguro Show, che questa volta si terrà presso il Kome Sushi di via De Neci 41 R, a partire dalle ore 17,30 (IL SOGNO DEL RAGNO dovrebbe essere tra i primi volumi presentati).

Nel frattempo a Ottobre 2018 è uscito anche il secondo volume della saga, IL REGNO DEL RAGNO e presto vedremo anche il terzo  e ultimo volume della saga che racconta la fuga di una schiava e della sua padrona e amante attraverso il mondo ucronico e distopico di Sparta, LA FIGLIA DEL RAGNO.

I volumi sono in vendita in tutte le principali librerie on-line, ma domani sarà possibile avere copie autografate dall’autore, che fornirà anche le ultimissime coie super-scontate della prima edizione.

 

Non mancate! Vi aspetto al KOME SUSHI, Via De Benci 41 R (FIRENZE), sabato 9 Marzo 2019 ore 17,30.

Risultati immagini per amazon logoQuali libri più adatti di questi per riflettere in occasione della Festa della donna?

VIA DA SPARTA descrive un mondo feroce e maschilista in cui le donne, però, hanno un forte potere.

VIA DA SPARTA racconta la fuga di una giovane schiava che, violentata in strada per l’ennesima volta, incinta, fugge per non essere uccisa per la “colpa” di aspettare un figlio.

Mimosa e Via da Sparta

LA DISTOPIA PRIMA DI HUXLEY E ORWEL

Risultati immagini per tallone di ferro londonQuando ero un ragazzino divoravo i libri di Emilio Salgari e Jules Verne, ma accanto a loro c’erano altri autori che consideravo dei riferimenti per letture future, tra questi di sicuro c’era Jack London all’anagrafe John Griffith Chaney London (San Francisco, 12 gennaio 1876 – Glen Ellen, 22 novembre 1916).

Jack London era, però per me soprattutto l’autore di romanzi di avventura nella natura come “Il richiamo della foresta” e “Zanna bianca”. Ricordo di aver letto e apprezzato  anche “Martin Eden” e “Assassini S.p.A.”, non immaginavo, però, che la sua produzione comprendesse ben altro. London, infatti, ha scritto ben 50 opere in soli 40 anni di vita, la maggior parte dei quali passati a fare tutt’altro.

In età adulta ho letto poi “Il vagabondo delle stelle”, scoprendo un London, sì avventuroso, ma in modo ben diverso, essendo una storia con toni paranormali, che anticipa persino la fantascienza, immaginando viaggi onirici nel tempo.

Leggo ora “Il tallone di ferro” (“The Hiron Heel”, 1908), altra opera in qualche modo anticipatrice di tale genere e, in particolare, della distopia.

La struttura del romanzo è quella di una sorta di “matrioska temporale”, ambientato prevalentemente in un futuro abbastanza prossimo al momento in cui fu scritto (il 1907), direi circa il 1936, ha come protagonista un rivoluzionario socialista; viene raccontato qualche tempo dopo dalla moglie; si immagina poi che il diario di questa sia commentato con una serie di note a fine capitolo da un autore di sei secoli dopo.Risultati immagini per tallone di ferro london

Sia per la presenza del consistente corpo di note, alcune che fanno riferimento a informazioni storiche e vere, altre del tutto inventate, sia per quella di lunghi e complessi dibattiti socio-politici tra i personaggi, il volume appare quasi più come un saggio politico che come un romanzo, sebbene si assista ai tentativi di rivolta dei socialisti che cercano di resistere all’avvento di un’oligarchia plutocratica detta “Tallone di ferro”.

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Jack London

La descrizione del futuro, rende l’opera un testo di anticipazione futurologica, che lo farebbe connotare come fantascientifico, sebbene sia qui quasi del tutto assente l’attenzione verso l’evoluzione tecnologica e la crescente presenza delle macchine è analizzata soprattutto in chiave sociologica. Siamo, insomma, in quell’area della fantascienza che possiamo dire fantapolitica. L’analisi socio-politica, sebbene vista oggi presenti alcune debolezze e ingenuità, ha una sua consistenza, che fa sì che l’autore riesca con essa ad anticipare alcuni fenomeni politici, che, secondo il ragionamento sviluppato nei discorsi dei personaggi, sembrano la logica conseguenza della situazione descritta e, soprattutto, di ovvie regole socio-economiche: London così anticipa la rivoluzione russa e cinese e, in qualche misura, anche l’avvento dei totalitarismi tedesco, italiano e spagnolo. I suoi “errori” sono soprattutto “geografici”. Non parla, per esempio, di una rivoluzione russa, ma ne immagina l’equivalente in America.

Altra singolare anticipazione è l’idea che tra la classe dei “plutocrati” e quella dei piccoli industriali, destinati a essere schiacciati dalla plutocrazia (oggi diremmo le “multinazionali”), nonché i lavoratori, compaia, per necessità storica, una classe di artisti strapagati, cosa che mi fa pensare agli stipendi miliardari di calciatori, cantanti e attori di successo.

Certo, va detto, che anticipare la rivoluzione russa non deve aver comportato un grosso sforzo immaginativo. Eravamo nel 1907, solo a dieci anni dal fatidico ottobre e i germi della rivoluzione erano nell’aria da tempo. Basti, del resto, pensare a quanto scriveva già nel 1873 (assai meno bene di London) il troppo lodato Dostoevskij ne “I demoni”, o nel 1877 Turgenev con “Terra vergine” (ambientato nel 1874) o, meglio di tutti, Puskin, già nel 1836  con “La figlia del capitano” parlando del settecentesco Pugacov.

Peccato che, appunto, London, non ci parli della Russia, che peraltro doveva conoscere abbastanza bene avendo fatto, tra le sue tante attività, il corrispondente della guerra russo-giapponese (anche se in Corea).

Peraltro, il ragionamento che porta all’anticipazione è qui particolarmente lucido, connotando l’opera come un saggio politico-economico mascherato da fantapolitica. Tale componente mi pare prevalente su quella distopica, giacché la dominazione del “Tallone di ferro” è qui solo preconizzata ed è il commentatore del futuro che ce ne parla, mentre gli eventi descritti hanno sì una forte connotazione negativa, ma ancora la società non presenta quelle forme di degenerazione strutturata che troveremo in “Noi” (1921) di Zamjatin, ne “Il mondo nuovo” (1932) di Huxley o in “1984” (1949) di Orwel.

La grande differenza rispetto a queste opere, poi, è che queste ultime nascono dopo la rivoluzione russa e hanno come bersaglio proprio l’Unione Sovietica, mentre London vede una rivoluzione socialista come lo strumento per avverare un’utopia e vede come un pericolo distopico il potere delle multinazionali (“plutocrazia”).

L’utopia londoniana vede i tentativi dei rivoluzionari di coinvolgere nella propria lotta al nascente “Tallone di Ferro” persino quella che oggi chiameremmo “Piccola e media impresa” e la Chiesa. Peculiare la figura del vescovo convertito al un ritorno ai principi di povertà e servizio del prossimo, che richiamano sviluppi che solo di recente stiamo cominciando a vedere ma sono ancora ben futuribili.

L’opera non è per nulla un capolavoro, ma è un documento interessante e meritevole di lettura come tale. Di sicuro la sua lettura ha stimolato in me la curiosità verso questo autore che forse ho sottovalutato (e non solo io). Mi piacerebbe ora sia rileggere, con gli occhi di un cinquantenne, i romanzi della mia infanzia, sia scoprire opere con titoli che sembrano promettenti, come “La figlia delle nevi”, “Prima di Adamo”, “Il bruto delle caverne”, “Le morti concentriche”, “La valle della Luna” o “Pronto soccorso per autori esordienti”.

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DIECI ANNI DI IF

IF Insolito & Fantastico n. 22Corpo & computer” è il terzo numero monografico della rivista IF – insolito & Fantastico da quando la rivista è passata dall’editore Tabula Fati (Solfanelli) a Odoya (Meridiano Zero).  Nel passaggio non ha perso i suoi principali collaboratori, tra cui il sottoscritto, che ci scrive sin dai primi numeri. Come ricorda il direttore della rivista Carlo Bordoni nell’editoriale d’apertura, con questo numero 22, IF celebra dieci anni di attività, rivelandosi una delle più longeve riviste di critica letteraria nel campo del fantastico. Si festeggia anche un importante riconoscimento. L’ANVUR- Agenzia nazionale di Valutazione del Sistema Universitario ha riconosciuto IF “rivista di carattere scientifico per l’area 10, Settore F4, Critica letteraria e letterature comparate”, rendendo la rivista utilizzabile  nei concorsi universitari e in ogni altra occasione per attestare la propria produzione scientifica e letteraria.

Ho il piacere di essere presente in questo numero non con un saggio (come spesso in passato), ma con il racconto fantascientifico “Corputer” in cui si immaginano computer integrati nei corpi umani e un social network estremamente pervasivo, detto “Mindnation”.

L’intero volume tratta, infatti, del rapporto tra corpo umano e sistemi di intelligenza artificiale, ma anche di cyborg.

Curatore del numero è Domenico Gallo, che apre con il saggio “Cantare corpi elettrici” in cui ci mostra come “una delle caratteristiche fondamentali della fantascienza” sia “quella di essere una letteratura capace di leggere il presente con estrema profondità”. “Forse la fantascienza è il modo che ha la letteratura di affrontare la realtà quando ogni strumento di analisi si è esaurito, quando la buona e vecchia narrativa non riesce ad agguantare quanto c’è di sfuggente nel mondo davanti ai nostri sensi e noi ne siamo costantemente perturbati”. Non basterebbe questo pensiero a sdoganare la fantascienza e il fantastico e a dargli una dignità pari, se non superiore al mainstream! Ottimo che concetti simili siano affermati in riviste di genere, ma quanto dovremo attendere per ritrovare queste frasi in volumi di storia della letteratura?

Quando ammetteremo, tutti, che “la fantascienza è stata la letteratura del XX secolo”? Quando capiremo che “le tecnologie sono il marchio indelebileRisultati immagini per Cyborg dell’umano”? Che sono esse a caratterizzarci davvero?

Segue il saggio di Riccardo Gramantieri “Uomini e macchine: la fantascienza delle creature artificiali”, dove, tra le altre cose, parlandoci di cyborg, cita, Hook C.C. “la specie umana non rappresenta la fine di un processo evolutivo, bensì il suo inizio”, l’uomo come primo gradino verso una creatura nata dalla fusione con la tecnologia e la genetica, capace di colonizzare spazi nuovi. Parlandoci di virtuale ci racconta, anche, come Vernor Vinge “ritrae un futuro prossimo ove non sarà possibile distinguere la realtà dal virtuale: questo perché il mondo virtuale sarà visibile altrettanto bene del mondo reale”, l’uomo si andrà a confondere sempre più con la macchina e i suoi prodotti.

Interessanti, poi, le considerazioni di Alessandro Fambrini in “L’evoluzione e la macchina – Considerazioni sulle metamorfosi del corpo”, per esempio, quando parla di “Giganti” di Doblin in cui è messa “in scena un’umanità che si serve dapprima della macchina per espandere il proprio dominio sulla natura e finisce poi per violentarla e indurla alla ribellione”.

L’apporto della genetica alla mutazione dell’uomo nel post-uomo è qui evidenziata parlando de “La disorigine della specie” di Dietmar Dath.

Come dimenticarci del nostrano Italo Calvino parlando del difficile rapporto uomo-macchina?

Se ne occupa Jacopo Berti in “L’umanità superflua di Italo Calvino”. Particolare è lo sguardo di questo autore: “la conclusione delle Cosmicomiche è amara, la specie umana, che avrebbe potuto essere lo strumento attraverso cui l’universo prende consapevolezza di se stesso e si dà una storia, sembra essere invece una strada senz’uscita dell’evoluzione”.

In “Ti con Zero” si chiede “avremo così macchine capaci di ideare e comporre poesie e romanzi?” e afferma “è con animo sereno e senza rimpianti che constato come il mio posto potrà essere occupato da un congegno meccanico”. Il lavoro può essere affidato a un computer e “all’uomo resta il piacere della lettura e, più in generale, di percepire e interpretare il mondo” (sempre che anche questo un giorno lo sappiano fare meglio le macchine, dico io!). “L’uomo può diventare di fatto obsoleto” è la grande intuizione di Calvino, che si pone un passo avanti nell’analisi dei rapporti tra uomo e macchine.

Le macchine da tempo sapevano di poter fare a meno degli uomini, finalmente li hanno cacciati”. “Perché il mondo riceva informazioni dal mondo e ne goda bastano ormai i calcolatori e le farfalle” conclude poeticamente Calvino.

Roberto Paura in “Vite simulate ed escatologie tecnognostiche” parla della confusione tra creatori e creature: viviamo in un mondo artificiale creato da qualcun altro? Viviamo in mondi artificiali matrioska, l’uno dentro l’altro? “Per gli gnostici, la realtà fisica in cui viviamo non è che un’illusione creata da un demiurgo malvagio”.

Ignazio Sanna in “Uncanny valley” ci racconta il robot tra arte e ricerca scientifica.

Tomasz Skocki ci racconta “Le visioni postumane di Jacek Dukai” il maestro polacco del world building, autore anche di ucronie come “Ghiaccio”.Risultati immagini per Cyborg

Giuseppe Panella ne “Il corpo esteso” ci parla di cyborg.

Francesco Verso descrive una “Umanità geo-tecno distribuita”, ispirandosi a William Gibson “il futuro è già qui, solo che non è equamente distribuito”, mostrando come questo sia in corso di superamento.

È un’interessante analisi storica quella di Domenico Gallo in “Computer umani e computazione” sulle persone che, in passato, prima dell’informatica, erano impiegate per effettuare calcoli matematici complessi.

Completata la parte monografica della rivista “Corpo & computer”, troviamo un saggio di Giulia Iannuzzi sul fandom italiano, una recensione di Roberto Risso della distopia “L’uomo verticale” di Davide Longo, un’analisi della fantascienza a fumetti di Daniele Barbieri, una riflessione sul rischio di obsolescenza del fantastico scritta da Alessandro Scarsella.

La parte narrativa della rivista comprende i racconti:

  • “Giardino di inferno” di Silvina Ocampo, versione al femminile della fiaba di Barbablù, a sua volta ispirata alle efferatezze pederastiche del Maresciallo Gilles de Rais (di cui scrissi nel mio romanzo “Giovanna e l’angelo”);
  • “Corputer” del sottoscritto Carlo Menzinger di Preussenthal in cui un piccolo gruppo di persone cerca di ribellarsi allo strapotere del social network Mindnation;
  • “Mondo a misura d’uomo” di Dario Marcucci, che descrive una devastante invasione aliena e un’umanità trasformata in attrazione zoologica.

Chiudono il volume  la rassegna sulla fantascienza del 2017, fatta da Riccardo Gramantieri, la recensione di Francesco Galluzzi del saggio sulle “Figures pisantes” di Jean-Claude Lebensztejn, quella di Walter Catalano del saggio “Io sono Burroughs” di Barry Miles, in cui Catalano esprime la diffidenza, che condivido, verso questo autore, quella di Stefano Rizzo al saggio “Le meraviglie dell’impossibile” di Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco, quella di Carlo Bordoni al volume di Umbero Eco e Jean-Clude Carrière “Non sperate di liberarvi dei libri” in cui i due autori si preoccupano del dilagare della digitalizzazione dei testi e della fine che possono fare le librerie alla morte dei loro proprietari.

Si finisce con il raccontino fulminante di Luigi Annibaldi “Il cuore della terra”.

 

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