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CHI STA UCCIDENDO I TASSISTI DI FIRENZE?

Fabrizio De Sanctis
Fabrizio De Sanctis (uno degli autori del GSF – Gruppo Scrittori Firenze)

Uno dopo l’altro i tassisti di Firenze vengono uccisi. Stessa arma, una Calibro 22, stesso giorno della settimana, il venerdì. A volte, però, il serial killer si prende delle libertà e ammazza anche una prostituta e un travestito e colpisce in altri giorni. La polizia indaga. Questa, in sintesi, la trama del romanzo di Fabrizio De SanctisUna vendetta quasi perfetta” (Libromania, 2017).

Perché l’ho letto? Perché in molti mi avevano detto quanto De Sanctis scriva bene e ne avevo avuto piena conferma leggendo dei suoi racconti. Solo che Fabrizio De Sanctis scrive soprattutto gialli e di dimensioni notevoli (questo con le sue oltre 300 pagine è uno dei più brevi) e io non amo i gialli! Se uno scrive bene, però, i suoi libri vanno letti lo stesso, anche se il genere non ci convince.

In effetti, “Una vendetta quasi perfetta” scorre proprio alla grande e si legge con piacere, grazie a uno

Una vendetta quasi perfetta di Fabrizio De Sanctis | Libri | DeA Planeta  Libri

sviluppo dell’indagine che rivela poco per volta, prima pare andare in una direzione per poi scoprire altre possibilità. Inoltre, il colpevole non appare solo all’ultimo, senza una ragione, come in opere meno riuscite di altri, e i personaggi hanno il loro spessore e il loro perché. Insomma, un bel libro, intenso, con dialoghi efficaci e realistici.

Considerate che se c’è una cosa che mi piace poco leggere, oltre ai gialli in genere, sono le detective story con poliziotti o carabinieri e qui. ci sono entrambi, eppure la buona scrittura di Fabrizio De Sanctis mi fa passare sopra questa mia allergia. Sarà, perché pur inserendo la storia in una precisa ambientazione fiorentina (di cui ritrovo luoghi e atmosfere), non indulge a creare macchiette o a toni strapaesani. Buon segno, no?

FRAMMENTI DI STORIA RACCONTATI

Paolo Ciampi e la passione per l'ambiente ⋆ La Nuova EcologiaLeggo sempre con piacere i libri del prolifico autore fiorentino Paolo Ciampi, per la sua capacità di descrivere luoghi e persone reali con sguardo di osservatore acuto e tocco da poeta mai sdolcinato od ovvio, sia nei saggi che nei brani di narrativa. Sono ogni volta occasione di riflessione.

Spesso i nostri cammini si sono incrociati tra presentazioni, incontri e festival letterari. A volte i nostri nomi sono apparsi appaiati in qualche volume o iniziativa. Penso ovviamente al suo contributo alla mia biografia “Il sognatore divergente” (Porto Seguro Editore, 2018), scritta da Massimo Acciai Baggiani, ma anche alla più recente antologia “Fiorentini per sempre” (Edizioni della Sera, 2020) in cui figuriamo entrambi come autori.

Leggo ora la sua raccolta di racconti “Tra una storia e una birra” (Betti Editrice, 2019) che mi autografò in occasione del Pisa Book Festival 2019. Durante la presentazione mi aveva particolarmente incuriosito la presenza di una storia sul Cimitero degli Inglesi, luogo cui avevo da poco dedicato anche io un racconto in “Apocalissi fiorentine” (Tabula Fati, 2019).

Il volume parte con un interessante parallelo tra due persone di nome Felice, il primo uno sfortunato imprenditore amico dell’autore, l’altro Felice Brancacci, il mecenate che finanziò, indebitandosi, l’omonima cappella fiorentina realizzata da Masaccio e Masolino.

Di un’altra imprenditrice parla il racconto che segue, una donna in carriera, che a un certo punto mollò tutto e si ritrovò a declamar versi nel mercato di Sant’Ambrogio, tra zingari e mendicanti. Si chiamava Beatrice, come la poetessa analfabeta di Pian degli Ontani, qui rammentata, cui Ciampi dedicò un delizioso libello.

Di nuovo, poi, Ciampi, parlando di un vecchio amico, si trova a narrarci anche di Filippo Pananti, un poeta minore.Amazon.it: Tra una birra e una storia - Ciampi, Paolo - Libri

Eccomi, quindi, a “Florence Spoon River”, il racconto che attendevo di leggere sul cimitero degli acattolici fiorentini, assai diverso da quello da me scritto (non avevo dubbi) ma così denso di nomi e vite e opere di tanti artisti stranieri che popolarono Firenze nel XIX e ancora nel XX secolo, quando tedeschi, russi o svedesi erano definiti dai fiorentini tutti “inglesi”. Alcuni di questi “acattolici”, come si diceva allora, sono gli stessi personaggi del mio testo.

Quello che segue è forse il racconto migliore e certo il più istruttivo. Nulla, infatti, sapevo della tragica fine degli oltre quattromila passeggeri del piroscafo Oria, misteriosamente affondato l’11 febbraio del 1944, trasportando soprattutto soldati italiani che, dopo il voltafaccia del 1943, si opponevano al Duce e che i tedeschi stavano deportando.

Quasi surreale la vicenda dell’uomo che vende errori, ma in fondo è pur vero che gli errori danno il sapore alla vita e, come dicevano i latini, sbagliando si impara, dunque non tutto il male viene per nuocere. Perché, allora, non comprarsi degli errori belli e confezionati, come un corso di vita vissuta?

Si parla poi di Siena e dell’affresco del Buongoverno, anche per dire che “questo è il Buon Governo, la terra che si è fatta sicura per chi cammina”. Frase e idea suggestiva. Ciampi è autore di viaggio che ama camminare (come me) e posso capirlo. A volte, questa frase può preludere a un intero programma politico, anche se non trovo sia una priorità. Credo che la presunzione che chi parta debba anche arrivare, sia una delle grandi debolezze del nostro tempo, mentre il viaggiare dovrebbe essere prima di tutto avventura, con tutti i suoi rischi e le sue incertezze.

Il blues finale ci mostra come persino un pasto nella stazione di Milano possa dare qualche soddisfazione.

C’È ANCORA SPERANZA PER LA TERRA?

Premiazione 2018 – Premio Sergio MaldiniGianni Marucelli è stato dirigente nazionale della più antica associazione ambientalista italiana, Pro Natura, ed è tuttora presidente della sessione di Firenze. Nei suoi scritti traspare spesso questa sua passione e attenzione per l’ambiente, come ebbi modo di evidenziare anche commentando il suo romanzo “L’isola del muflone azzurro” (Betti, 2019).

Questa attenzione traspare anche nella precedente antologia “Undici novelle per l’ora del tè e altri racconti” (Liberodiscrivere, 2012) e Marucelli lo dichiara proprio all’inizio “la vera passione della mia vita: l’amore per la natura, per la Madre che accomuna tutti gli esseri viventi su questo piccolo pianeta, sperduto nel gran vortice della galassia”.

 

Colpisce, innanzitutto, l’uso del termine “novelle” nel titolo. Il volume è, infatti diviso in due parti, le “undici novelle per l’ora del tè” e i racconti di “Domani accadrà?”.

Ho trovato questa distinzione tra i due termini:

la novella è incentrata su un avvenimento o su un personaggio e presenta una struttura rigida (inizio-sviluppo-conclusione); il racconto è caratterizzato da uno sviluppo più libero e dà importanza, più che alla vicenda, all’ambiente in cui i personaggi agiscono e ai loro stati d’animo ed emozioni.

Non saprei dire se la differenza tra la prima e la seconda parte del volume coincida con questa e credo, anzi, che la differenza tra novella e racconto non sia comunemente nota e si tenda a usare indistintamente i due sostantivi, con la differenza che il termine “novella” appare più antico e forse desueto. Non per nulla Marucelli lo ha accostato a “l’ora del tè”, altro concetto che rimanda a tempi passati.Nessuna descrizione della foto disponibile.

Ebbene, in effetti, se la prima parte contiene storie spesso ai limiti della fiaba o su tematiche religiose, la seconda, quella dei racconti, appare più moderna, è puntata verso il futuro e ha spesso toni fantascientifici.

 

Si comincia con “Vangelo apocrifo”, che ci restituisce un quadretto familiare della famiglia di Gesù ancora tredicenne con al centro la sua capra, lanciando un messaggio quasi francescano di rispetto per gli animali.

Con “La luna e la rosa” ci si sposta a Granada, ai tempi dei mussulmani e si segue la vicenda di un’insolita rosa bianca.

Assai emozionante è la lunga novella “Giuliana”, in cui una seduta spiritica fatta per gioco da un gruppetto di amici, li segnerà per sempre.

La “Storia della pietra verde” è praticamente una fiaba e, nel contempo, una toccante storia d’amore.

In “Tre colpi di fucile” troviamo grande protagonista la natura, personificata in un astuto vecchio camoscio.

Ne “L’uomo di parola” il suggestivo incontro sulle montagne rivela una sorpresa paranormale.

In “Christmas’ cat” sarà una gatta a risolvere una difficile e pericolosa situazione.

In “Tutte quelle che ho posseduto” il protagonista nel confessionale si prende gioco del prete e, forse un po’, del lettore.

In “Faust a San Silvestro” sarà di nuovo un gatto, anche se di proporzioni immani, a risolvere un patto mefistofelico.

Ancora gatti troviamo in “Fata Dorina e i suoi angeli”, con una disgrazia vista attraverso gli occhi dei felini e anche questa volta, da loro stessi risolta.

In “Rondine d’autunno” sarà, invece, un bambino con la sua mamma a salvare una piccola rondine e forse qualcos’altro.

Con “Psiconatura” inizia la seconda parte del volume, quella futuristica. In questo racconto, scritto alla fine degli anni ’70, l’autore aveva già immaginato la realtà virtuale, come soluzione per vivere nella natura in un mondo distopico in cui questa è stata distrutta.

Ne “La querce e lo scultore” abbiamo il superamento, grazie agli alberi, di un’analoga distopia, che prima li aveva fatti sparire.

In “Stille nacht”, in un mondo devastato del futuro, sopravvive l’abitudine a fare un presepe, anche se non se ne ricorda più il senso e si cantano ancora, senza capirle, le parole di un’antica musica di Natale.Undici novelle per l'ora del tè e altri racconti - Gianni Marucelli - copertina

Ne “Il gatto” (ancora una volta questa bestiola è protagonista) l’umanità ventura vive sottoterra, in un mondo senza altri animali che i ratti. Una bambina sogna e deifica l’idea di Gatto, come difensore dagli imperanti ratti.

Infine, con una nuova nota di pessimismo, l’antologia si chiude con il volo di Anghelos, messaggero da mondi lontani de “La buona novella”, che non trova nessuno sulla Terra cui portare il proprio messaggio di speranza.

Nel complesso speranza e irritata rassegnazione si alternano in questa raccolta, ma la scelta di porre i mondi distopici alla fine non appare solo di tipo cronologico, descrivendo il futuro, quanto indice di un pessimismo, quanto mai giustificato, verso l’irresponsabilità dell’uomo verso il piccolo pianeta che abbiamo la ventura di abitare.

 

Di recente il volume è stato recensito anche da Massimo Acciai.

 

SAN FREDIANO COM’ERA

PressReader - Corriere Fiorentino: 2018-12-01 - «Altro che cool ...

Francesca Tofanari e  Matteo Poggi con Loriano Stagi

Sebbene io abbia ormai scritto più volte di Firenze e della sua storia, antica o più recente, ne sono un cittadino adottivo e sono quindi privo della memoria diretta delle sue vicende del secolo scorso.

La lettura di “Sassaiole e Capirotti” (scritto da Francesca TofanariMatteo Poggi, riordinando i ricordi di Loriano Stagi) è certo un bel modo per recuperare almeno parte di tale memoria.

Il volume parla di un solo quartiere della città voluta da Giulio Cesare: San Frediano. Un tempo il più povero e malfamato.

San Frediano il quartiere in cui era più facile morire in tenera, anzi tenerissima, età” scrivono gli autori, con i suoi “598 pregiudicati su un totale di 2617 abitanti”, in cui il santo più importante non era quello che gli dava il nome, ma San Rocco, il protettore dalle pestilenze, vero dramma della zona.

A Firenze, come in altre città italiane, “i confini del quartiere non erano solo una questione geografica, ma di benessere economico e di mentalità”. Il campanilismo italiano trova piena espressione nelle lotte tra quartieri. Basti pensare, per restare in Toscana, ai conflitti tra le Contrade senesi, che non sono solo una questione di Palio.

Non era solo la ferrovia a rendere due mondi diversi Rifredi da Firenze Nova.

Il volume ci racconta del quartiere soprattutto attraverso le memorie familiari di Loriano Stagi. Ci parla di una vita di povertà, in cui l’arte di arrangiarsi che pensiamo napoletana, appare una caratteristica che accomuna l’Italia intera, con tanti piccoli mestieri, fatti di poche cose, dai carradori, agli sceglitori, ai galardini, agli sveglini, agli spangeo ghineo.

In queste pagine scopriamo anche un modo di bere di mangiare, fatto di bettole, bar, osterie, minestre di cavolo, caffè mesciuti, trippe, sommommoli e persino pidocchi.

In poche pagine “Sassaiole e capirotti” ci rende un mondo antico e popolare ormai perduto e ci ricorda come fosse vivere a Firenze non poi molti decenni fa (c’è ancora chi serva ricordi personali di allora), quando i bambini a dieci anni già andavano a lavorare, le case si scaldavano malamente e si campava alla giornata.

GIGANTI, FATE, PITTORI E ASINI

Alberto Pestelli con la prima edizione de Il sogno del ragno.

Eccomi al terzo volume (Youcanprint, 2019) della saga di racconti lunghi “Un etrusco tra i nuraghes” di Alberto Pestelli, che narrano le indagini in Sardegna (ma non solo) del clan Fantini, una famiglia allargata che ruota attorno al ex-maresciallo fiorentino Cosimo Fantini, ormai in pensione.

Come elencato nell’introduzione, vi incontriamo sua moglie Carmen Mura, ex sergente maggiore della Sanità militare, sua figlia Laura Fantini, tenente dei carabinieri e molti altri parenti e personaggi con ruoli nell’esercito, nella magistratura o nel giornalismo.

Altrettanto vari sono i casi che la famiglia Fantini si trova ad indagare.

Ogni volume riunisce tre racconti. In questa terza antologia i titoli sono:

  • L’ombra dei Giganti e delle Fate,
  • La Sposa di Quirra,
  • La chiamavano Pinella.

In tutta la saga appaiono importanti l’ambientazione sarda, i riferimenti culinari ed enologici, gli sviluppi delle vicende familiari del clan. Le indagini si caratterizzano per la rapidità con cui i vari casi vengono risolti, sovente avvalendosi soprattutto di una sorta di sesto senso o del semplice intuito, spesso presentando sin da subito al lettore i colpevoli e a volte sorprende la facilità con cui gli investigatori associano fatti e persone apparentemente sconnessi.

L’ombra dei Giganti e delle Fate” parte con toni quasi alla Stephen King, mostrandoci il mondo con gli occhi di due ragazzini gemelli, imprigionati e violentati dal padre, che associano le persone a personaggi delle fiabe. I Fantini si trovano poi a indagare su un atto violenza, immaginandone subito la connessione a dei serial killer e alla vicenda dei due ragazzini, liberati molti anni prima.

La sposa di Quirra” gira attorno a un dipinto falso antico, un amore sfortunato, una lite tra un’artista e un critico.

Ne “La chiamavano Pinella” incontriamo un’asina che sa riconoscere le carte da gioco,  turisti tedeschi appassionatiUn etrusco tra i nuraghes. 3. - Alberto Pestelli - Libro ... del gioco della pinella o pinnacolo, faide familiari e rapimenti.

Arrivando a leggere i ringraziamenti finali ho scoperto che erano rivolti anche a me, per l’incoraggiamento e il sostegno. Non posso che cogliere l’occasione per ringraziare a mia volta Alberto Pestelli per essersi ricordato di me. I nostri cammini letterari, in effetti, si intrecciano ormai da vari anni, da quando alla fine del millennio scorso si frequentava entrambi il Laboratorio di Scrittura del nostro editore di allora, Liberodiscrivere, per il quale, tra le varie cose, abbiamo pubblicato assieme la raccolta di allostorie “Ucronie per il terzo millennio”, da me curata e che riuniva 17 autori, tra cui lo stesso Pestelli.

Ci troviamo ora a frequentare la medesima associazione ambientalista “Pro Natura Firenze” e sovente scrivo sulla rivista “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente” di cui Pestelli è coordinatore di redazione e webmaster. Ovviamente ho letto varie cose sue, dal contributo a “Il volo dello struffello”, ai precedenti volumi I e II di “Un etrusco tra i nuraghes”, al romanzo “Gli addormentatori di via del Cocomero” e anche lui credo si possa annoverare tra i miei più assidui lettori.

 

INDAGINE SU SE STESSA

Viaggi irregolari” (NeP Edizioni, 2018) di Claudia Muscolino, autrice del

Il Giornale Di Roberto B.: Intervista a Claudia Muscolino, Autrice del  Libro "Il Drago E Le Nuvole", Edito da Rupe Mutevole Edizioni

GSF – Gruppo Scrittori Firenze, è un romanzo che, con i toni della detective story, porta il lettore non solo a scoprire il mistero apparentemente banale che la giovane investigatrice cerca di scoprire indagando sul possibile tradimento del marito di una contessa, ma arrivando a scoprire vicende assai più gravi, che affondano le loro radici in un tempo in cui lei era ancora bambina e che riguardano la tragedia che l’ha resa orfana molti anni prima.

L’autrice sceglie un sapiente tecnica di forward e backward per collegare gli eventi del passato a quelli del presente e l’immedesimazione nella protagonista per creare empatia.

In una vicenda che sembrerebbe già chiara riesce a inserire elementi di

Viaggi irregolari - Claudia Muscolino - Libro - NeP edizioni - | IBS

sorpresa e un epilogo sorprendente (che però non chiude l’opera). Alcuni elementi paranormali danno maggior spessore alla vicenda, pur non costituendone il tessuto fondante. La protagonista assume spessore grazie ai suoi desideri e alle sue fobie.

La lettura di questo primo romanzo di Claudia Muscolino scorre veloce e coinvolgente e ci si sente spinti a meglio comprendere le vicende familiari della giovane detective.

FIRENZE VISTA DAI FIORENTINI

Alla fine di febbraio 2020 è stata pubblicata dalle Edizioni della Sera l’antologia di racconti “Fiorentini per sempre”, curata da Paolo Mugnai e che vede la partecipazione di molti autori attivi sulla piazza cittadina, tra cui il sottoscritto con il racconto distopico “Il mare a Firenze”.

Purtroppo, l’esplosione della pandemia di covid-19 e la conseguente quarantena hanno impedito sia la realizzazione di incontri di presentazione, che speriamo si possano fare quanto prima, sia persino a me di incontrare il curatore e ritirare le mie copie. Solo all’inizio di maggio sono così riuscito a riceverle e a iniziarne la lettura.

Il volume è corredato di una prefazione, scritta dall’importante giallista Marco Vichi e di una postafazione dell’esperto di storia fiorentina Luciano Artusi. Si inserisce in una collana dedicata a varie città e regioni d’Italia, partita con “Napoletani per sempre” e che ha visto di recente anche il volume “Toscani per sempre“.

Vichi, giustamente, nota nelle prime righe che gli piace pensare che “i fiorentini sappiano essere anche italiani ed europei”, affermazione che condivido, anche se tendo a rovesciare l’ordine, dicendomi prima europeo, poi italiano e, infine, cittadino adottivo di questa Firenze, cui ormai, dopo quasi tre decenni, sono forse persino più legato che a Roma che mi ha dato i natali. Nota Vichi che “i fiorentini si vantano un po’ troppo di avere nelle vene il sangue dei grandi del passato”, vezzo, direi, più che un vizio, del resto comune a molte città italiane, a partire dalla Roma da cui vengo, che ancora si crede caput mundi. Analogamente, molti italiani, ma i fiorentini in primis, considerano la propria la “città più bella del mondo” e questo concetto lo ritroviamo alcune volte in questi stessi racconti. Da questo ne deriva, come scrive Vichi, che “i fiorentini, tendenzialmente me compreso, sono persone chiuse, inospitali, incapaci di aprirsi agli altri”.

Vichi, infine evidenzia il gusto fiorentino per l’ironia, i giochi di parole, i doppi sensi, l’arguzia, che troppo spesso rendono l’umorismo fiorentino incomprensibile se non offensivo per chi non ne conosce lo spirito.

I racconti sono in ordine alfabetico secondo il cognome dell’autore.

Si comincia così con Luca Anichini che ci racconta, in chiave storico-antropologica, gli anni dopo la seconda guerra mondiale di una famiglia di mezzadri, attraverso le profonde trasformazioni seguite alla legge del 1964 che aboliva i contratti che regolavano questa forma di coltivazione, con la protagonista Emma che abbandona così la campagna per un lavoro in fabbrica dove “non era più circondata dai familiari ma dai colleghi” (in questi giorni di quarantena e smart working stiamo vivendo il processo alla rovescia!) e dove può finalmente avere con la busta paga dei soldi che siano suoi e non della famiglia. Se l’amore per Firenze è forte, però, Emma, presto subirà il sogno di una vita diversa e raggiungerà a Parigi l’amica Anna, partita assieme a uno studente francese.

Anche Lapo Baglini fa dire al suo protagonista “Firenze la amo e mi è sempre piaciuta ma nello stesso tempo sento il bisogno di scappare, almeno un paio di volte l’anno”, perché “la voglia di evadere la si può provare anche nella città più bella del mondo”. Sarà per il clima caldo estivo, ma i fiorentini mi pare sentano più di altri il bisogno di vacanze quando arrivano luglio e agosto. Del resto, come conclude Baglini il suo racconto di amore tradito, furto e omicidio,  “il cielo è azzurro come può esserlo qui a Firenze. Niente a che vedere con quello dei Caraibi”.

Carlo Menzinger, autore di uno dei racconti di “Fiorentini per sempre”

Anche Serena Bedini ci mostra un certo disagio verso questa città, con la protagonista “cieca alla perfetta simmetria del Vasari, allo scorcio che si apriva davanti del Palazzo Vecchio e delle statue antistanti”, sconvolta dalla crisi del turismo del 2008, che preconizzava quella ben più grave di questo 2020 e che l’aveva lasciata senza lavoro: “il modo di fare turismo sarebbe cambiato, era evidente che il mio posto di lavoro, un anno prima così ricco di prospettive, adesso era oltremodo precario”. Riuscirà Firenze a reiventarsi senza il turismo?

Jacopo Berti ci presenta una “lettera mai scritta di un fiorentino di altri tempi, uno dei primi botanici e naturalisti” per il quale nelle strade del proprio “quartiere c’era un’aria speciale che spingeva verso paesi lontani”: ritroviamo uno spirito non molto diverso da quello di Baglini.

In questo racconto si coglie un’altra caratteristica tipica dei fiorentini: la ritrosia verso il nuovo, così ben rappresentata dalle reazioni al Risanamento avvenuto nel periodo di Firenze Capitale, che trasformò in pochi anni la città come non lo era mai stata dai tempi del Rinascimento: “il risanamento dell’architetto Poggi che noi fiorentini abbiamo mal digerito”, che fa il paio con il disprezzo attuale verso il Tribunale Nuovo, che ha portato un po’ di novità urbanistica in una città immobile.

Come nei brani di altri autori di questa raccolta, troviamo il protagonista affermare che “dopo esser stato girovago, Firenze è sempre stata la mia meta finale: rivedere l’Arno così mite rispetto alle acque limacciose dei fiumi di Sumatra”, perché “nel mio cuore c’è sempre stata la cupola del Brunelleschi, come il bocciolo di un fiore non ancora dischiuso”.

Nel racconto di Alessandro Bini assistiamo a un invasione aliena dal centro della città e, in particolare, da Ponte Vecchio. A dir il vero, gli extraterrestri non li vediamo, ma è un’occasione per attraversare con il protagonista la zona vicino all’Arno. Se si diceva un tempi che “un disco volante non può atterrare a Lucca” (Carlo Fruttero), credo sia meritevole cercare di fare comunque fantascienza italiana e, come in questo racconto, connotarla per la sua peculiarità territoriale.

Roberta Capanni ci parla dell’alluvione del 1966, focalizzandosi sulla resistenza di una cagnetta bloccata dalle acque con la sua cucciolata.

Assai singolare il personaggio smemorato o forse con troppi ricordi del racconto di Giacomo Cialdi che “tutti gli anni, il 7 dicembre” si reca in una scuola.

Segue il racconto di quel grande poeta dei luoghi che è Paolo Ciampi, di cui ho già scritto tante volte, che ci parla di una Firenze che non c’è più, fatta di venditori ambulanti come il mitico Lachera e vista attraverso gli occhi di un cronista di strada.

Interessante l’annotazione storico-linguistica riguardo la “Loggia del Mercato Nuovo, accanto al Porcellino” dove “a pochi metri dalla pietra dell’acculata, quella in cui le natiche dei debitori insolventi, a braghe calate, venivano ripetutamente sbattute. Una raffinatezza della Firenze medievale, per inciso, da cui si intende l’espressione col culo per terra”.

Camilla Cosi ci parla dell’attentato mafioso all’Accademia dei Georgofili con la perdita, tra le altre cose, di un dipinto di Landseer, ma anche della grande alluvione del ’66 e della leggenda sul volto inciso sul fronte di Palazzo Vecchio da Michelangelo.

Livia Fabruccini ambienta in Piazza della Passera, l’antico centro di case chiuse, la sua storia di ricerca di indipendenza giovanile.

È un salto nel passato del giornalismo sportivo e della Fiorentina il racconto di Nadia Fondelli.

Quello di Andrea Claudio Galluzzo, invece, è una dichiarazione d’amore verso la propria città: “Firenze è la mia donna e io la amo follemente”, seguita subito dopo dal racconto di Andrea Gamannossi che parte come la storia di un innamoramento, “era così bella che tutta la gente che le stava attorno sembrava sbiadita”, per poi mutarsi quasi in horror, con la donna divenuta vecchia e brutta, e collegarsi infine alla vicenda storica della scultura detta “Berta”, che si scorge sulla torre campanaria  della chiesa di Santa Maria Maggiore.

Sceglie Alessandro Lazzeri di focalizzarsi sullo storico Hotel Mayflower e sulla misteriosa ospite della camera 325, la Signora Odescalchi della Nave, che mai esce da questo albergo che negli anni “più che invecchiare” “pareva decomporsi”, che da “scintillante era diventato trasandato”. Sarà mai esistito? Su Google non è trovato traccia.

Giovanni, il pensionato protagonista di Luca Lunghini, ama “passeggiare per la sua amata Firenze”, per “conoscere meglio la sua splendida città” e ripercorrendo le rive dell’Arno ricorda dell’alluvione del ’66 e della nevicata del ’85.

Per raccontare di un ritorno a Firenze, Francesco Luti, sceglie un vocabolario tutto suo in cui si susseguono termini ed espressioni come “appetto”, “si serenò”, “duo”, “intormentiti”, “rinsanguamento”, “principiare”, “fuori sceneggiava il verde”, “discacciare”, “scattoso e spasmodico”, “fremebonda”, “grifagna”, “desinare”, “diacere”, “aleggiava”, “carambolò”, “svisò gli occhiali”, rendendo così l’idea della lontananza che da fisica si fa linguistica. Anche lui, come tanti in quest’antologia, non manca di definire Firenze “la città più bella del mondo”.

Giulia Mastromartino ci parla della magia di questa città, attraverso la coincidenza degli incontri umani.

Francesco Matteini descrive una singolare maratona per le vie del capoluogo toscano, con due podisti che si scopriranno, alla fine, avere uno sguardo davvero particolare.

Carlo Menzinger, presente in “Fiorentini per sempre” con una delle sue distopie toscane.

Ed eccoci al racconto “Il mare a Firenze”, del sottoscritto Carlo Menzinger, che mostra una città futura, assediata daun mare troppo alto, per effetto del surriscaldamento, protetta da un muro, che la difende anche dai “migranti climatici” fuggiti dalle città della costa, e in cui la gente si rifugia nella realtà virtuale, per negare il presente.

Il racconto fa parte di un gruppo di cinquantuno storie da me scritte per mostrare la fragilità del nostro ambiente, focalizzandola sull’ambito a noi più vicino, la nostra città. I primi ventiquattro sono usciti nell’antologia “Apocalissi fiorentine” (Tabula Fati, Ottobre 2019) e gli altri ventisei usciranno in “Quel che resta di Firenze”.

Tommaso Meozzi ci parla di nuovo di chi ha dovuto lasciare la propria città (“la sua voglia di casa, pari solo alla sua voglia di partenze”), che vive all’estero come “venditore ambulante d’italiano”, insegnate precario, perché “insegnare italiano lo aiuta a rimanere in contatto con le proprie radici”. Ed eccolo aggirarsi di nuovo per Firenze nell’impossibile ricerca di acquistare lacci per scarpe, in una città che vende alta moda, ma si dimentica delle piccole cose.

Viene da Milano, la protagonista di Pier Vincenzo Monaci, “una truccatrice freelance”, che assieme a delle amiche aiuta il suo ex-allenatore di volley a far chiarezza sull’omicidio del figlio con “una schiacciata da una seconda linea lontanissima, oltre l’Arno, oltre il Po, oltre il Ticino, dalle sponde del Naviglio Grande!”.

Torna a Firenze anche Dante, dopo ben cinquanta anni, il protagonista ideato dal curatore Paolo Mugnai, dopo essersene andato “da quel presente fiorentino per me divenuto irrespirabile”. Torna dalla figlia Beatrice (nome non casuale) ma dice “Questa non è più la mia Firenze”. Frequenta un corso di cultura toscana per la terza età che lo porta a riscoprire la città.

Quasi un saggio sul Risanamento fiorentino dei tempi di Firenze Capitale è il racconto di Marco Salucci, a seguito del quale “le città restano due” “una sulla riva sinistra e una sulla destra”. Se i grandi spazi dei Viali, di piazzale Michelangelo, di piazza D’Azeglio erano finalizzati trasformare la città medicea in una capitale nazionale, la loro importanza la ebbero anche “Tifo, tubercolosi, scrofola, colera”: “si cercava un rimedio a queste malattie con l’abbondanza d’aria, i bagni di sole” e “il controllo delle acque”.

Eppure, come sempre accade a Firenze, “questa nuova città sulle prime non fu apprezzata”.

Quello di Enrico Zoi è un lungo interrogarsi su perché uscire di casa, attratti dalle bellezze della città.

Chiude il volume la postfazione di Luciano Artusi per il quale questo libro di “novelle per adulti” si contraddistingue per l’amore per Firenze. Come abbiamo visto, però, è un amore-odio, come sovente avviene, che porta spesso i personaggi ad allontanarsi magari poi per fare ritorno in questa città, che i fiorentini continuano a sentire come “la più bella del mondo” e a restare, seppure lontani, “Fiorentini per sempre”.

Si dice da più parti che sulla nostra meravigliosa città sia già stato detto e scritto tutto;” scrive Artusi non sono affatto in sintonia con questa linea di pensiero che, seppur prevalente, non mi convince affatto”. Come non esser d’accordo? Questa stessa antologia è la prova che c’è ancora qualcosa da raccontare.

ROMANCE AVVENTUROSO TRA LE SABBIE

Caterina Perrone | La legenda di Carlo Menzinger

Caterina Perrone con Lo sguardo e il riso

Danza nel deserto” (Dicembre 2018) è il sequel del romanzo di Caterina PerroneLo sguardo e il riso” (2017), entrambi editi da Porto Seguro, la più vivace delle case editrici fiorentine e non solo.

Peraltro, “Danza nel deserto” si legge in maniera del tutto autonoma rispetto al primo volume, con cui condivide i protagonisti Viola e Matteo, ma se ne “Lo sguardo e il riso” avevamo una storia d’amore ambientata in un non-tempo passato e in un non-luogo che ricordava l’Italia medievale ma con il sapore dei borghi fantasy, come ne scrissi leggendolo, in “Danza nel deserto” siamo invece in un vicino oriente più moderno forse non fortemente connotato, ma che è comunque un luogo fisico e temporale assai più preciso. Rimane il tema forte dei profumi, ma qui non è più così centrale. Il primo volume era soprattutto storia d’amore, questo secondo è un romance d’amore, con passioni non corrisposte o difficili, ma anche di avventura, assai più denso di eventi, con viaggi, rapimenti, ricatti, inganni, travestimenti, assalti. Forse dipende dal mio occhio, ora più allenato alla scrittura dai tratti poetici della Perrone, ma questo seguito mi è parso più maturo e intenso.

Sempre belli e ricchi di particolari i disegni in bianco e nero che accompagnano numerosi entrambe le storie, opereDanza nel deserto - Porto Seguro Editore del marito della Perrone, Gianni Mannocci, spesso caratterizzati dal moltiplicarsi di piccole presenze di contorno. Abbiamo così, per esempio, l’immagine di cammelli che si abbeverano a una pozza e sullo sfondo una donna orientale che porta una brocca d’acqua e un suricato in primo piano, oppure un vecchio che legge seduto in terra contro un’elaborata parete in maiolica e davanti a lui una pila di libri, colombe in volo e un piccolo topo o ancora un veliero che naviga tra gabbiani e delfini.

Caterina Perrone è ora membro del GSF – Gruppo Scrittori Firenze.

INDAGINI NELLA NAPOLI DI OLTRE DUE SECOLI FA

fot_per_libro – ALA Libri

Vincenzo Maria Sacco

L’uguaglianza delle ossa” (a.l.a. Libri, 2018) è il secondo volume edito da Vincenzo Maria Sacco, attuale presidente del Premio La Città sul Ponte, organizzato dal GSF – Gruppo Scrittori Firenze (di cui è membro attivo), dopo il romanzo storico “Come la sabbia del deserto” (Porto Seguro Editore) e alcuni racconti sparsi.GSF

L’uguaglianza delle ossa” è anche di ambientazione storica, Napoli alla fine del XVIII secolo. Sebbene sia una raccolta di quattro racconti lunghi, può quasi dirsi un romanzo, dato che i luoghi e i personaggi, in primis il Giudice Commissario Francesco Filangeri. L’impianto è quello del giallo, con alcuni misteri da risolvere.

Vi compaiono vari personaggi illustri dell’epoca, tra cui non posso dimenticare uno dei miei antenati, Raimondo di Sangro di San Severo, che vi fa ben più che una comparsata. Ho anche apprezzato la ricostruzione della figura della marchesa Eleonora de Fonseca Pimentel, non priva di una certa L' uguaglianza delle ossa - Vincenzo Maria Sacco - Libro - ALA ...sensualità, presente nell’ultimo racconto. Ecco, poi Luigi de’ Medici di Ottajano, re Ferdinando IV di Napoli, Lord John Acton e altri personaggi della nostra storia, che qui si mescolano con quelli inventati da Sacco.

Si cerca di far luce su false accuse, su traffici di sepolcri, intrighi rivoluzionari, in questi anni in cui la Rivoluzione francese faceva sorgere anche in Italia nuove forme repubblicane in alcuni degli Stati in cui era divisa la Repubblica.

I racconti, vivaci e scorrevoli, alternano ai testi descrittivi in italiano, dei dialoghi spesso in napoletano, corredati di note con la traduzione (per me forse superflue, in quanto sebbene le mie origini napoletane siano piuttosto antiche, quello partenopeo mi è sempre parso uno dei dialetti più facilmente comprensibili).

UN TRIANGOLO DAI MOLTI LATI

Risultato immagini per marco cibecchiniEccomi alla lettura del secondo romanzo di Marco Cibecchini, autore self-publishing del GSF Gruppo Scrittori Firenze, che si cimenta ancora una volta con una storia erotica senza pudori.

Se con “Oltre la scelta” eravamo dalle parti della sottomissione sessuale e del sado-maso, con “Altea” (You-can-print 2018) siamo in zona “triangolo”, come si intuisce bene anche dal sottotitolo “L’altra donna”. Non si parla di tradimenti, o meglio questi sono solo lo spunto iniziale, ma di un uomo che crea un rapporto a tre con la moglie e l’amante, divenute anche loro amanti.

Cibecchini non si ferma qui: il triangolo è aperto a nuove esperienze e condivisioni verso l’esterno, in un crescendo Risultato immagini per altea cibecchinidi sensualità ed erotismo, che l’autore rende con una scrittura chiara, lineare, efficace e, soprattutto senza pruriginosità represse e falsi pudori che possono rendere testi come questi né carne, né pesce.

Certo, la tematica è per soli adulti e non per tutti i palati, ma la qualità del testo merita la lettura.

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