Archive for novembre 2015

VITA, DOLORE E MORTE IN RUSSIA DA STALIN A PUTIN

Eccomi ancora una volta a leggere un libro pubblicato da un premio nobel, nonostante spesso sia rimasto deluso da tali autori. Se alcuni non mi sono piaciuti o mi sono piaciuti poco, però, altri sono tra i miei autori preferiti. Spero quindi sempre che questo che penso si possa considerare il massimo premio in letteratura possa aiutarmi a scoprire autori interessanti.

Questa volta è stato il turno della giornalista bielorussa Svetlana Aleksievic (Stanislav, 31/05/1948), da poco insigniti del premio per il 2015. L’Accademia Svedese l’ha scelta “per la sua polifonica scrittura nel raccontare un monumento alla sofferenza e al coraggio dei nostri tempi”.

Se le mie letture di alcune opere di nobel come Pamuk (2006), Lessing (2007), Munro (2013) mi hanno deluso per i loro contenuti e per analoghi motivi alcuni autori non mi hanno convinto del tutto come Saul Bellow (1976), il principale dubbio che mi ha fatto venire la lettura di “Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo” (2013) di Svetlana Aleksievic è stato più formale: è questa letteratura?

Non intendo dire che il testo non sia interessante o ben scritto ed è senz’altro “polifonico” (come dice l’Accademia), ma, poiché si tratta di un’antologia di interviste fatte a cittadini dell’ex-Unione Sovietica, mi chiedo se una simile, pur meritevole opera, possa essere insignita di un premio letterario, quando forse sarebbe stata maggiormente degna di un premio per il giornalismo come il Pulitzer.

Svetlana Aleksievic

Certo, ho letto solo quest’opera di Aleksievic e potrebbe averne scritte di natura più squisitamente letteraria (e con ciò vorrei dire, in qualche modo “artistica”). In rete leggo, però, che i suoi principali lavori sono:

  • Preghiera per Černobyl’. Cronaca del futuro
  • Ragazzi di zinco
  • Incantati dalla morte. Romanzo documentario
  • Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo
  • La guerra non ha un volto di donna

Tutte opere, mi par di capire, analoghe e classificabili come giornalistiche. Oltretutto, in “Tempo di seconda mano” noto sì un notevole lavoro di raccolta di interviste, ma il contributo “letterario” dell’autrice mi parrebbe limitato (sarà magari un pregio), poiché lascia molto spazio agli intervistati, che fanno quasi dei piccoli monologhi. Si consideri poi che anche l’ordine delle interviste è un po’ opinabile e non particolarmente organizzato.

Gulag

Detto ciò, occorre dire che questa è senz’altro una lettura che consiglio a chiunque voglia rendersi conto di cosa sia stata l’Unione Sovietica, di quanto traumatica sia stata la sua dissoluzione e di quanto siano difficili i tempi moderni per il popolo di questi stati, ora in lotta tra loro, in una continua contrapposizione di nazionalità (russi, armeni, azeri, ceceni, ecc.).

La gente, proveniente da ogni parte della Russia, da ogni ruolo sociale, sesso, età, ci racconta la propria conoscenza, percezione e visione della vita sociale nel più grande paese del mondo, raccontando ora gli orrori dei gulag staliniani, ora quelli delle guerre passate o più recenti, ora i drammi dell’estrema povertà, ora il rimpianto per la perdita di un ordine, un modus vivendi, un tenore che si sono persi con la dissoluzione dei soviet, ora le speranze della perestrojka e della rivoluzione eltsiniana, ora il disagio per queste ultime, la perdita di riferimenti di un popolo che, spesso, non voleva uscire dal socialismo, ma solo avere un po’ più di libertà e che si è trovato proiettato in un capitalismo selvaggio, assai diverso da quello occidentale, nel quale agli oligarchi politici si sono sostituiti degli arricchiti violenti e spesso criminali.

Ne emerge più che un quadro, un mosaico o piuttosto un collage di storie, di vite, di visioni della Russia e degli altri stati che avevano un tempo costituito la seconda superpotenza mondiale. Manca forse una visione unitaria e forse un’attività di selezione da parte dell’autrice, che porta il volume a essere, mi parrebbe, un po’ troppo lungo, essendo, a mio vedere, forse stato sufficiente ridurlo di un terzo, per ottenere lo stesso effetto informativo ed emotivo, senza stancare inutilmente il lettore.

Gorbacov ed Eltsin

Un ultimo appunto per quanto riguarda il titolo. La prima parte “Tempo di seconda mano” è stata quella che mi ha indotto a preferire la lettura di questo volume ad altri della stessa autrice, essendo sensibile alle tematiche “temporali”. Mi è parso, però, un tipico titolo “inganno per il lettore”. È vero che c’è una giustificazione per la sua scelta, dato che vuole evidenziare come in Russia si sia vissuto “male” il tempo, divenendo questo “di seconda mano” in quanto “tempo meno buono”, ma non ho trovato alcuna centralità per questo tema, se non nel fatto che quasi tutti gli intervistati si lamentavano di come fossero andate le loro vite o di come stessero andando. Il sottotitolo “La vita in Russia dopo il crollo del comunismo”, invece è più corretta, anche se molti dei ricordi degli intervistati riguardano l’epoca sovietica, ma è piuttosto banale e poco attrattivo.

Insomma, lettura da fare senz’altro, ma, per quanto riguardava la speranza di poter scoprire una nuova autrice cui appassionarmi, come è stato per premi nobel come Pirandello, Hesse, Marquez, Saramago, Yan, Golding, Camus e Mann o almeno da leggere con piacere come Grass, Vargas Llosa, Morrison, Böll, Beckett, Quasimodo, Neruda, Russell, Yeats, France, Kipling o Carducci l’esito è stato abbastanza negativo.

 

LA BAMBINA DEI SOGNI – 7 – SECONDA VISITA

7 – SECONDA VISITA

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal

Il sogno è l’infinita ombra del Vero

(Alexandros – Giovanni Pascoli)

 

Quella mattina, anche se era sabato, mi sentivo particolarmente insofferente. Aprii la lavapiatti e presi un cucchiaio per fare colazione. Ancora una volta Giovanna l’aveva montata male! C’era il coperchio di una pentola che ostruiva il getto dell’acqua. Era tutto da rilavare. Ero irritato. Mi trattenni a stento dal mollare un pugno sul coperchio della lavapiatti. Sbuffando presi un cucchiaio dal cassetto. Si cominciava male. In salotto c’era un gran disordine. Un plaid avvoltolato su una poltrona. Una tazza usata. Pantofole abbandonate. Riordinai di malumore. Possibile che Giovanna dovesse lasciare sempre tutto in giro? C’era qualcosa che affrontava con impegno? La vedevo sempre più distratta.

La nonna arrivò verso le dieci. Mia suocera, come al solito, era carica di sacchetti. Aveva sempre qualcosa da portare avanti e indietro da casa sua a casa nostra e viceversa, tipo verdure bollite e minestroni o golf e fazzoletti della bambina. Quella volta portava un paio di litri di passato di verdure. Già sapevo che sarebbe finito almeno per metà nel secchio della spazzatura. Laura, infatti, non ne mangiava, mentre io e mia moglie ne consumavamo pochissimo. Sarebbe certo andato a male prima che riuscissimo a finirlo. Come sempre. Il solito spreco! Erano anni che lo dovevo sopportare. La casa dovrebbe essere un luogo dove sentirsi rilassati, ma non era così per me.

Giovanna e io salutammo Laura e uscimmo con le solite raccomandazioni:

-Non guardare troppa TV e obbedisci alla nonna.

Rispose: – Va bene. – che nel suo gergo da figlia unica voleva dire: «La guarderò finché ne avrò voglia e obbedirò, se la nonna mi dirà di fare qualcosa che mi va».

Prendemmo la metropolitana, che era il mezzo più comodo per arrivare all’orfanotrofio. Sedevamo l’uno accanto all’altra. Davanti a noi un signore anziano leggeva “La vita è sogno” di Calderon de la Barca. Fissai per qualche istante la copertina rossa del libro e cominciai a interrogarmi, riflettendo su quel titolo. Mi chiesi se, piuttosto, non fosse il sogno a essere la vera vita. Non era forse vivere anche il nostro muoverci in sogno? Quando sogniamo non siamo a volte assai più noi stessi che quando ci muoviamo da svegli, non siamo più liberi da inibizioni e convenzioni?

Da bambino ricordavo che i sogni venivano da soli. Da adulto mi pareva di averne un maggior controllo. Di riuscire in parte a orientarli. Erano fantasticherie volute. Vite immaginarie. Eravamo in grado, in qualche modo, di controllarli? Quanto erano veramente spontanei? Che differenza c’era tra i sogni dei bambini e quelli degli adulti? Non tanto per i loro contenuti, le cui differenze sono note, quanto per la capacità degli uni e degli altri di gestirli. Quando una fantasticheria da dormiveglia (su cui abbiamo un certo controllo) si trasforma in un vero e proprio sogno (che dovrebbe essere controllato solo dal nostro inconscio)?

Mentre riflettevo così, l’anziano lettore alzò gli occhi dal libro, mi fissò per qualche istante, mosse le labbra come se volesse dirmi qualcosa, poi scosse la testa, riabbassò gli occhi e tornò a leggere, mentre la sua testa continuava a oscillare debolmente da destra a sinistra e viceversa, come in una reiterata negazione.

 

Un po’ perché ero ancora indispettito dal caos in cui si trovava costantemente la nostra casa e dall’indifferenza con cui Giovanna affrontava la cosa, un po’ perché non mi fa piacere parlare in un ambiente pieno di estranei, mia moglie e io non parlammo quasi per tutto il tragitto e io continuai a cullarmi in simili riflessioni, un po’ patologiche. I nostri corpi erano vicini, ma non ci toccavamo. Eravamo entrambi coscienti di stare per fare qualcosa d’importante. Qualcosa che avrebbe cambiato le nostre vite. Mia moglie non lo disse, ma sapevo che anche lei provava simili sensazioni. Era solo una visita, ma era come se fosse qualcosa di più. I nostri rapporti non erano più quelli di una volta e lo sapevamo entrambi. In nessuno dei due c’era una precisa volontà di tornare al passato, però eravamo consapevoli di avere ancora un futuro da costruire assieme. Un futuro da cui nessuno dei due pensava di fuggire. Le scelte di vita sarebbero state scelte comuni.

Sebbene avessimo entrambi la sensazione di essere a un punto di svolta, a livello razionale e cosciente cercavamo entrambi di non dare peso alla cosa: stavamo solo andando a trovare una piccola orfana bisognosa d’affetto. Un piccolo gesto di generosità. Nulla di più.

Eppure, nel subconscio, l’idea dell’adozione lavorava. Era come se quella bambina mi fosse entrata nel cervello e si fosse messa lì a sedere, buona buona, ma nel contempo impossibile da ignorare. Ingombrante. Era una sensazione simile a quella che si potrebbe provare lavorando in ufficio, mentre una bambina, seduta immobile in un angolo, ti fissa ininterrottamente. Impossibile non rivolgerle almeno uno sguardo. Impossibile non sorriderle almeno una volta.

Gli ultimi sogni m’inquietavano. Le mie fantasie notturne con Maria non erano certo un problema. Ritenevo che alla luce del giorno non sarebbero riaffiorate. Mi illudevo fossero normali fantasie elaborate da una libido forse un po’ repressa, ma perfettamente sotto controllo. Quello che mi preoccupava era l’intrusione di Elena. Avevo la sensazione che la bambina davvero conoscesse le mie fantasie e che, per qualche strano motivo, le considerasse reali. Così come lei entrava nel sogno con una sua corporeità, così, immaginavo, forse leggeva i nostri sogni come qualcosa di vero, di appartenente a questo nostro mondo di carne e sangue. La sensazione era che riuscisse a leggere se non i miei pensieri, almeno i miei sogni. E forse anche quelli del resto della mia famiglia. Anzi, che addirittura in questi sogni ci vivesse! Pazzesco. Irrazionale!

Era come se Elena, intromettendosi nei miei sogni, volesse impedirmi di immaginare una possibile fuga extraconiugale, come se difendesse l’integrità di una famiglia, che non era neppure la sua, ma che, altrettanto stranamente, considerava propria. Forse erano solo mie fantasie. Forse lei non c’entrava per niente e la sua immagine era solo una strana forma di censura onirica, che la mia mente faceva sembrare dotata di eccezionale corporeità. Era qualcosa che stava succedendo solo nella mia testa?

 

Incontrare Maria, che ci accolse con grande gioia e simpatia, mi mise quindi a disagio, anche se non ne avevo motivo. Era come se quelle che erano solo fantasie notturne, fossero qualcosa di più. Ridussi al minimo la conversazione con l’assistente sociale e le chiesi subito di vedere la piccola.

Quando entrammo nella stanza dove giocavano i piccoli orfani, mia moglie fece un cenno con la testa per indicare una bambina che se ne stava seduta in un angolo con una bambola. La solita, direi. La sua Lolla, immagino. E, come l’altra volta, la reggeva in mano distrattamente, in orizzontale, come una donna potrebbe tenere una borsetta, non come una bambina con un giocattolo, non come se la bambola avesse per lei una sua vita immaginaria. Un oggetto inanimato.

– È lei? – mi chiese Giovanna. La sua mi parve più un’affermazione che una domanda.

– Sì – rantolai. Quasi non mi stupiva che fosse riuscita a riconoscerla, come una novella Giovanna D’Arco che riconosce il Delfino di Francia seppure mascherato. Vedere che la individuava così facilmente, però, mi tolse il respiro. Ognuno di questi particolari confermava in me la convinzione che ci fosse qualcosa di molto strano in Elena. Mi vennero in mente le teorie ottocentesche sul magnetismo e l’ipnotismo, di cui avevo letto recentemente in alcuni racconti di Guy de Maupassant, secondo cui alcune menti hanno il potere di influire su altre, determinandone i comportamenti o stabilendo comunicazioni a distanza. Se Giovanna l’aveva riconosciuta doveva essere perché l’aveva davvero già vista in sogno. Le mie descrizioni non avrebbero potuto esserle sufficienti. Eppure a volte riconosciamo una persona di cui abbiamo solo sentito vagamente parlare. Forse fu così, per esempio, anche per Giovanna D’Arco quando riconobbe Charles di Valois nascosto in mezzo ai dignitari della corte.

La bambina se ne stava da sola, ma non pareva triste. Era come se avesse tutto un mondo dentro con cui giocare. Come se questo le bastasse e non avesse bisogno di giocare. Era un mondo, però, con un grande vuoto da colmare. Questo lo sapevo.

Ci vide subito e mi corse incontro. Pareva persino più contenta dell’altra volta.

Mi abbracciò. Poi guardò mia moglie.

– Sei la mia nuova mamma? – le chiese subito. Giovanna sussultò e vidi che gli occhi le s’inumidivano.

– Sono la moglie di Paolo – rispose, nel classico modo con cui un adulto cerca di non rispondere a una domanda diretta e imbarazzante di un bambino.

Perché quella bambina ci aveva adottati come famiglia? Perché proprio noi? Solo perché le ero capitato sottomano in un momento in cui aveva bisogno d’aiuto ed ero stato disponibile?

Dovevamo portarcela a casa come si porta a casa un gattino sperduto, che si sia messo a seguirti per strada? Una bambina non è un cucciolo. Eppure era quasi così. Era stata lei ad averci scelto.

– Quando lei è qui Elena diventa un’altra: sembra felice – osservò Maria. – La sua presenza le fa bene. Non dico sia una bambina triste, ma se ne sta sempre per conto suo. L’unica persona che le interessa, oltre sua madre, sembra sia lei.

Era tutta la mia fantasia o, davvero, negli occhi di Maria c’era stato una specie di lampo a sottolineare quell’ultima frase, quasi che volesse comunicarmi che anche lei era interessata a me? Si era davvero impercettibilmente protesa verso di me, come mi era parso?

Decisi che doveva essere solo l’immaginazione, probabilmente favorita dal sogno notturno, che mi aveva portato a vederla diversamente da come fosse. Cosa mi interessava del resto? Non ero certo più un ragazzino a caccia di conquiste.

Maria mi prese per il braccio e ci accompagnò fuori. Ancora una volta ebbi la sensazione che quel contatto fosse voluto, che sottintendesse altro, che riservasse in sé la promessa di altri contatti. Poco importava che con l’altra mano avesse preso anche il braccio di mia moglie. Poteva essere solo un gesto per dissimulare l’altro, per ingannare mia moglie e non farle notare il tentativo d’intimità.

Fantasie adolescenziali: lo sapevo. Maria era fatta così, mi dissi. Quel gesto per lei era del tutto normale e senza alcun sottinteso. La mia razionalità ne era perfettamente cosciente, anche se il mio cuore ignorava la logica e sembrava preferire la lettura di maliziosi sottintesi nei piccoli gesti.

Quando uscimmo da quella stanza, mia moglie disse solo:

– Va bene.

Avrei voluto chiederle: «Va bene cosa?» In quel momento avevo in testa più Maria di Elena e non afferrai subito l’oggetto della frase. In realtà, però, conoscevo già la risposta e, riprendendomi in tempo, riuscii a non farle domande inutili. Tornammo da Maria che ci accompagnò ad avviare la pratica per l’affido temporaneo.  Mi sentivo come stregato e mia moglie mi pareva in una condizione non dissimile. Non capivo bene quello che stavo facendo. Mi pareva fossimo in una sorta di trance. Non capivo l’improvvisa arrendevolezza di Giovanna.

– Quando starà da voi, verrò a trovarvi per vedere come sta la bambina – promise Maria alla fine e, ancora, mi parve di cogliere, nelle sue innocue parole, un’altra, diversa, promessa.

 

Nelle settimane seguenti fummo sottoposti ad alcuni controlli, presentammo i documenti richiesti e, dopo qualche tempo, ci arrivò la telefonata di Maria. Aveva la voce allegra. Mi pareva di vederla sorridere. Percepivo quasi le sue labbra carnose accanto al mio orecchio, oltre la cornetta. Fu un sollievo sentirla. Forse di più: devo dire che aspettavo con ansia di sentire la sua voce.

– È tutto a posto. Quando volete, potete venire a prenderla.

Era stato tutto, per certi versi, velocissimo e, per altri, interminabile. Fu velocissimo, perché quando arrivò quella telefonata, che ci catapultò nella nuova realtà, non avevamo ancora assimilato l’idea di avere Elena in casa con noi. Fu interminabile, perché ogni controllo, ogni documento da produrre ci pareva non arrivare mai, ci pareva allontanare la conclusione di quella storia. Eravamo quasi in ansia a lasciare ancora la bambina da sola in orfanotrofio, anche solo per poche ore. Cominciavamo a sentirla come nostra e ci pareva assurdo esserne tenuti lontani solo da lungaggini burocratiche. Fu interminabile anche perché avrei voluto rivedere prima Maria. A dir il vero un paio di volte avevo provato a cercarla, ma invano.

L’obiettività, però, non è qualcosa che riguardi questa storia: la pratica, in realtà, si svolse con una discreta celerità. L’affido non è, infatti, una vera adozione. La bambina aveva ancora dei nonni, per quanto invalidi, che erano la sua vera famiglia e dai quali l’avremmo portata periodicamente in visita.

Mi chiesi se avrei ora avuto pace nei miei sogni, ma già qualcosa dentro di me mi diceva che non sarebbe stato così e ne ebbi prova la notte stessa.

 

Eccomi quindi in sella a un grande cavallo dal manto scuro. In lontananza, vicino a una torre antica, un uomo in nero si allontanava galoppando.

Mentre cavalcavo il mio stallone nero attraverso la prateria, che si estendeva da est a ovest per vuote incommensurabili miglia, scorsi una mandria sconfinata di bufali, più numerosi delle stelle della galassia di Andromeda. Lanciai il cavallo al galoppo e raggiunsi gli animali, che si spostavano in corsa da un pascolo all’altro, sollevando nugoli di polvere cosmica, che si sollevava fino a oscurare il cielo. Il sole dardeggiava allo zenit. I pianeti rotolavano invisibili lungo le loro ellissi. Raccolsi la mandria e la guidai verso un recinto lontano, che avevo predisposto appositamente. Lunghe staccionate d’abete costruite con legna discesa dal grande nord su lente chiatte solitarie. Una giovane squaw richiuse il cancello e lasciò la mandria a roteare su se stessa in quel nuovo universo, tanto più ristretto per loro. Smontai e l’abbracciai.

La ragazza mi sorrise e mi gettò le braccia al collo. La possedetti con impeto e, pochi attimi dopo, partorì una nidiata di bambini, che stentavamo a contare e presero a correre per tutta la fattoria, sciamando incessantemente dal centro delle sue gambe scure e forti.

Non riuscivo a vederli in volto. Avrei voluto capire se mi somigliavano, se erano davvero figli miei. Ne rincorsi uno e l’afferrai, sollevandolo da terra. Lo rigirai per guardarlo in volto e vidi con orrore che aveva un viso da bisonte. Sconvolto, lo lasciai cadere al suolo e subito fuggì via muggendo. Provai con un altro bambino e ancora una volta scorsi sul suo viso gli stessi lineamenti belluini.

E così ogni volta, con crescente raccapriccio, in un moto che avrei voluto arrestare, ma che non potevo interrompere, finché sollevai l’ultima bambina e, finalmente, aveva tratti umani. Fu però quest’ultima a spaventarmi più di tutti gli altri. Non mi somigliava e non somigliava alla giovane squaw, di cui, m’accorsi, peraltro, di non ricordare i tratti. Aveva un volto che ben conoscevo. Feci cadere anche lei a terra, ma questa bambina non fuggì raspando il terreno come avevano fatto gli altri. Aveva l’aspetto di una bambina di quattro anni, sebbene sapessi fosse stata appena concepita e partorita. Aveva dei capelli biondi ondulati. Era Elena. Cadde al suolo diritta come un fuso. Dritta sulle sue gambe. Rimase a fissarmi senza parlare o allontanarsi.

Mi guardai attorno e non vidi più gli altri bambini dal volto di bisonte, non c’erano più neppure i bisonti nel recinto. Ero, invece, circondato dagli indiani fasulli dell’Isola che Non C’è. Uno di loro, il più piccolo, aveva la testa d’asino.

Sentivo il bisogno di destarmi, ma non mi riusciva.

– Voglio svegliarmi – urlai, ma Elena mi rispose che non potevo.

– Perché?

– Perché il sogno non è finito. Perché non vieni a prendermi?

– È complicato da spiegare, ma stiamo venendo. Ho dovuto chiedere dei permessi. Verremo presto a prenderti e potrai stare con noi.

– Domani?

– Presto quanto?

– Non lo so. Non ti preoccupare. Non venirmi a dis… non visitarmi in sogno.

– Perché?

– Perché non è bene. Ognuno deve stare nei suoi sogni. Non si deve far fare i propri sogni agli altri.

– Fatta in sogno, quella conversazione mi pareva quasi razionale.

La bambina non aggiunse altro. Il sogno si riempì di bambini in pelliccia, i Bambini Perduti, che presero a sciamare ovunque, scacciando gli indiani a calci e pizzichi.

Poi la terra tremò, come sottoposta dal basso a una pressione insopportabile, un’energia che non era quella della lava o dei moti tettonici, un’energia che immaginai appartenere alle creature lì imprigionate, esuli da un tempo indefinito, lontano ere da noi. A quel sommovimento Elena sparì e, finalmente, riuscii a svegliarmi.

 

 

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LA CHIMICA DEL THRILLER

Leggendo “Concerto per archi e canguro” di Jonatham Lethem e  “Il richiamo del cuculo” di Robert Galbraith ho cominciato a interrogarmi su cosa ci sia nei gialli che fa sì che non riesca ad amare questo genere letterario. La lettura de “La chimica della morte” mi offre l’occasione per approfondire la riflessione.

Credo che sia abbastanza corretto dire che la principale differenza tra un giallo e un thriller sia che un giallo ruota attorno a un delitto già avvenuto, non deve spaventare e si concentra soprattutto su come risolvere un dato mistero, mentre un thriller crea un’atmosfera di paura e angoscia, senza riguardare necessariamente un delitto.

La chimica della morte” è stato a volte definito un giallo e il suo autore Simon Beckett è stato definito un giallista.

Dell’autore non ho letto altro, ma direi che la definizione di giallo per “La chimica della morte” non è scorretta, dato che vi compaiono dei delitti e un’indagine di polizia. Si potrebbe persino dire che è un poliziesco, anche se il principale investigatore non fa parte di tale corpo, pur aiutando i poliziotti.

Di solito io, però, non amo i gialli, mentre questo mi è piaciuto. Mi sono dovuto interrogare sul perché.

La risposta credo sia nel fatto che oltre a essere un giallo, questo romanzo è, soprattutto, un thriller.

I delitti, infatti, avvengono nel corso della storia e, già in questo, ci discostiamo dalla definizione appena data di giallo. L’atmosfera, poi, direi che si può in effetti definire angosciante, se non addirittura paurosa (almeno per protagonisti).

Sono punti a favore di questo romanzo:

  • il succedersi incalzante degli eventi;
  • il coinvolgimento personale del protagonista, un medico antropologo forense, che aiuta la polizia nell’indagine, ma è anche collegato alle vittime;
  • l’ambiente ristretto (il villaggio della periferia londinese Manham), che rende il lettore più partecipe delle vicende degli abitanti;

    Simon Beckett (Sheffield, 1968) Scrittore e giornalista inglese, prevalentemente di gialli.

  • i precisi riferimenti ai processi di decomposizione, con interessanti annotazioni scientifiche.

Caratteristiche che corrispondono più a quelle di un thriller che di un giallo.

Quello che non amo nei gialli è, soprattutto:

  • la ricostruzione a posteriori degli eventi, che finiscono per essere raccontati e non vissuti;
  • il distacco emotivo dell’investigatore dalle vicende personali della vittima.

Caratteristiche assenti ne “La chimica della morte” e ulteriori punti a suo vantaggio.

Perché mi ostino a leggere libri classificati come gialli, se non amo il genere? In realtà, se li leggo, è spesso per altri motivi. Nel caso de “Il nido del cuculo” è stato per l’apprezzamento dell’autore (la Rowling che si nasconde dietro lo pseudonimo di Galbraith), per “Concerto per archi e canguro” per l’ambientazione fantastica e, per “La chimica della morte” per le buone recensioni e il bell’incipit, oltre al fatto che non avevo focalizzato che potesse essere un giallo. Mi aspettavo piuttosto qualcosa sul filosofico.

L’attenta analisi del processo di decomposizione su cui si basano soprattutto le indagini di David Hunter mi hanno fatto riflettere su quanto poco accurati siano invece altri romanzi, film o telefilm in merito. In particolare penso ai tanti telefilm sugli zombie ora in circolazione .

Avete mai visto le orde di morti viventi di, pur apprezzabili serie televisive come “Walking Dead”, “Nation Z” o “The strain”. Dove sono gli insetti? Dove sono i vermi? E, soprattutto, dove sono finite le mosche? Se uno suda in campagna, mosche e moscerini si precipitano. Se un corpo va in putrefazione, si riempie subito di una miriade di insetti. Perché gli zombie, con tutta quella carne in decomposizione, quelle ferite aperte, non ne sono circondati.

La prossima volta che fanno un film sugli zombie dovrebbero prima leggere un romanzo di Simon Beckett o consultarlo. Chissà come sarebbe un suo romanzo gotico!

Insomma, un bel thriller, scritto con cura e attenzione a dettagli spesso trascurati, coinvolgente e intelligente.

 

 

P.S. “La chimica della morte” è il primo romanzo di una serie con protagonista il medico forense David Hunter.

La serie comprende:

AUTORI PER IL TERZO MILLENNIO: SERGIO CALAMANDREI

Sergio CalamandreiAvendo letto varie opere di Sergio Calamandrei e avendone scritto in varie occasioni, mi farebbe piacere ora riunire in un unico post i link ai principali post da me scritti su questo interessante autore, ancora troppo poco conosciuto e che meriterebbe una maggior distribuzione.

Conosco ormai da vari anni Sergio Calamandrei, di cui mi considero amico e con cui ho collaborato, con mia grande soddisfazione e piacere, in alcune iniziative editoriali quali:

Per quanto riguarda la sua biografia e la sua produzione letteraria, che comprende, romanzi, saggi, racconti e recensioni, credo che la cosa migliore sia rimandare direttamente al suo sito www.calamandrei.it.

Per un’informazione più “dinamica” sulla sua attività letteraria, rimanderei invece al blog https://sergiocalamandrei.wordpress.com/

Per le sue letture un riferimento, credo incompleto, può essere la sua Libreria su anobii: http://www.anobii.com/calamandrei/books

Il suo profilo professionale si può leggere su Linkedin.

A proposito di Sergio Calamandrei, lettore attento, recensore acuto, autore poliedrico e meticoloso, ho scritto in varie occasioni e anche se non credo di ricordarle tutte, ne vorrei menzionare alcune:

LA CULTURA DELLA CONDIVISIONE

Vi è mai capitato di voler interrompere la lettura di un libro? Per me abbandonarne uno a metà è peggio che lasciare un cane sull’autostrada, eppure da quando ci sono gli e-book mi ero detto che dovevo convincermi a questa pratica barbara (abbandonare i libri, non certo i cani!). Una cosa era lasciare a metà un costoso volume cartaceo, altra cosa, mi sembrava, era lasciare a metà un “etereo” file. Ho migliaia di libri da leggere e mi fa un po’ rabbia perder tempo su qualcosa che non merita. Da quando mi sono dato questo crudele proposito, però, rarissimamente mi è riuscito di metterlo in atto. Ogni libro merita di essere letto (o scritto). Ogni libro può darci qualcosa, se non altro far capire come non si scrive un libro.

Se in tutta la mia vita di lettore di cartacei, ricordo di aver fatto abortire solo la lettura di Mistres Branican di Jules Verne (ero a quelle che allora si chiamavano elementari), da quando mi sono ripromesso di praticare l’aborto degli e-book, l’ho esercitato solo con “Donne che corrono con i lupi” di Clarissa Pinkola Estés. E stiamo parlando, di uno che legge almeno una cinquantina di libri all’anno (ai tempi dell’infanzia non li contavo, ma ero oltre i cento)!

Questo per far capire quanto mi ripugni il gesto. Eppure leggendo le prime cento pagine de “L’Impero di Azad” (“The player of Games” – 1988) di Iain M. Banks, più volte sono stato tentato di dire “basta, lo mollo qui”.

La mia repulsione per l’aborto letterario è stata questa volta ampiamente ricompensata: tanto mi avevano annoiato le prime cento pagine, tanto mi hanno coinvolto e appassionato quelle successive.

Il romanzo l’avevo scelto seguendo i consigli di lettura di Mark Zuckerberg (il fondatore di Facebook). Sebbene il personaggio sia importante, non ha molto a che fare con la letteratura o la saggistica, ma i titoli suggeriti erano tutti interessanti e me ne sono procurato alcuni. Tra questi c’era “Rational ritual”, che ho letto qualche tempo fa e che non mi aveva entusiasmato particolarmente. Leggendo dunque le prime pagine de “L’Impero di Azad”, mi dicevo: “ma cosa segui a fare i consigli di uno che di libri non ne sa nulla?” Per fortuna che l’ho fatto, perché la storia è, nel complesso, interessante e avvincente.

Iain M. Banks

La prima parte (da bruciare) ci mostra una galassia popolata da umanoidi che vivono secondo le regole della cosiddetta Cultura. Gente che vive in pace, non ha più bisogno di leggi, non si serve di denaro e passa il tempo a fare giochi di società. Uno dei migliori giocatori, viene reclutato per andare a giocare una strana partita in un Impero interstellare ai confini dei mondi della Cultura. Da questo punto si cambia del tutto ritmo e il romanzo decolla. Sarebbe bastato cancellare o ridurre a 5-10 pagine le cento precedenti per farne un gran libro!

L’Impero è una struttura gerarchica, militarizzata e piena di regole, che decide le carriere e la politica mediante un gioco detto Azad, termine dai molteplici significati. In base al piazzamento nel gioco, viene deciso il ruolo sociale di ciascuno e persino la carica di Imperatore, che, ovviamente, è il giocatore migliore.

I dettagli del gioco non vengono esplicitati nel romanzo, ma se ne comprende abbastanza da venirne coinvolti. Piuttosto sviluppata è anche la caratterizzazione dei due popoli, quello della Cultura che cambia sesso come si cambia vestito, quello dell’Impero, diviso in tre sessi, con ruoli sociali ben diversi tra loro. Completamente diversa è la visione delle cose per la Cultura e l’Impero.

Posso immaginare che ciò che può aver incuriosito l’inventore di Facebook sia il fatto che la Cultura si basa sul libero scambio delle conoscenze, sulla collaborazione e la condivisione, vero spirito di internet, in contrapposizione al mondo delle accademie, della cultura chiusa e autorefenziale. Nell’Impero i migliori giocatori sono quelli che hanno frequentato scuole speciali, accessibili solo a élite del terzo sesso, gli apici.

Mi è piaciuta anche l’ambientazione dell’ultima partita, sul Pianeta di Fuoco: un mondo con un forte rigonfiamento equatoriale, per cui ci sono due grandi oceani, non comunicanti, uno a nord e uno a sud. Ipotesi assai plausibile, che porterebbe creare due ecosistemi marini paralleli ma diversissimi: un esperimento evolutivo affascinante. Un po’ meno plausibile è l’idea che l’anello di terraferma sia percorso da un’onda di fuoco che, perennemente fa il giro dell’equatore, permettendo a piante e animali di risorgere ogni volta dalle ceneri. Un mondo di fenici! Altro interessante adattamento evolutivo.

Strano romanzo di fantascienza sociologica, insomma, in qualche modo imparentato con “Hunger games”, se non altro per la centralità del gioco nella vita sociale, e ricco di riflessioni sociologiche ed evolutive. Peccato solo che l’onda di fuoco non sia riuscita a bruciare le prime pagine!

 

E ora?

Ora cercherò di leggere qualcun altro dei libri suggeriti da Mark Zuckerberg:

1) Ibn Khaldun, La Muqaddimah

2) Yuval Noah Harari, Sapiens

3) Michelle Alexander, Il nuovo Jim Crow

4) Moisés Naìm, La fine del potere

5) Ed Catmull, Creatività, Inc

6) Steven Pinker, The better angels of our nature

7) Eula Biss, Sull’immunità

8) Iain M. Banks, L’Impero di Azad

9) Sudhir Venkatesh, Leader di una gang per un giorno

10) Thomas S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche

11) Peter Huber, Orwell’s Revenge

12) Vaclav Smill, Energy

13) Henry M. Paulson, Dealing with China

14) Michael Suk Young Chwe, Rational Ritual

15) Eula Biss, On immunity

O magari potrei leggere qualche altro romanzo del Ciclo della Cultura di Banks:

 

L’ISOLA DEL CORSARO INGLESE

L’isola dei pirati” è un romanzo di Michael Crichton (Chicago 23/10/1982-Chiacago 4/11/2008)  pubblicato postumo, dopo che è stato rinvenuto all’interno del suo computer.

Ricorrendo proprio ieri il settimo anno dalla morte dell’autore, sono lieto di segnalarlo come ricordo di questo maestro di bestseller, noto soprattutto per opere come “Jurassic Park”.

Si tratta di un gradevolissimo romanzo di avventura ambientato in Giamaica nel 1665, con una discreta ricostruzione storica della pirateria in quel periodo, che, per esempio, chiarisce la differenza tra pirati e corsari e i rapporti di questi con le corone europee.

Si presenta come una storia incalzante e vivace, in cui continui colpi di scena si susseguono e vediamo in azione personaggi ben caratterizzati. Insomma, una versione più moderna e scattante degli amati romanzi di Emilio Salgari, con tesori da conquistare, fanciulle da salvare, intrighi, tradimenti, agguati, battaglie navali. Una scrittura fluida e gradevole, che non fa pensare a un romanzo solo abbozzato, ma un’opera ormai conclusa (non ho idea quanto abbia però dovuto lavorarci sopra l’editor).

Michael Crichton

Imperdibile per chi ama il genere.

 

P.S. Una curiosità personale: mentre finivo di leggere questo romanzo ho cominciato a leggere “La chimica della morte” di Simon Becket e mi sono trovato, come in una misteriosa trasposizione a leggere in entrambi le avventure di un protagonista di nome “Hunter”. Qui è il corsaro Charles Hunter, lì è l’anatomapatologo forense David Hunter. Parenti?!

 

P.P.S.: Ormai leggo sempre più con il sintetizzatore vocale: questo libro, letto su carta, ho impiegato oltre due mesi a finirlo, mentre se fosse stato un e-book probabilmente l’avrei finito in meno di dieci giorni. La lentezza non dipende certo da quanto fosse avvincente la storia (lo era) ma dallo strumento di lettura (cartaceo). Con il TTS dell’ebook riesco a trovare molte più occasioni di lettura.

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