Posts Tagged ‘robot’

LA TECNOLOGIA NELLA GALASSIA DI ASIMOV

La visione di Isaac Asimov della storia futura dell’umanità è raccolta, in particolare, nei tre Cicli “Robot”, “Impero” e “Fondazione”, che, con alcune opere “fuori ciclo”, ci mostrano come, nei prossimi millenni l’umanità si espanderà nella Galassia, un grande spazio globalizzato, in cui le differenze culturali, economiche, organizzative e tecniche tra sistemi planetari lontani sono quanto mai ridotte, grazie alla diffusione omogenea del potere dell’Impero.

I romanzi (e alcuni racconti) di tali cicli, come noto sono:

 FUORI CICLO

*Tutti i miei robot (Io robot, Il secondo libro dei robot e racconti vari – Contiene 31 storie scritte fra il 1940 e il 1977) (The Complete Robot, 1982), per I Massimi della Fantascienza n.9, Mondadori, 1985

“Antologia del bicentenario” (The Bicentennial Man and Other Stories, 1976)
*Nemesis (Nemesis, 1989), Mondadori, 1990

*Madre Terra (Mother Earth, 1949) racconti incluso in “Asimov Story 4”

ROBOT

Isaac Asimov

Isaac Asimov – 1940

*Abissi d’acciaio o Metropoli sotterranea (The Caves of Steel, 1953), Urania n.55, 1954

*Il sole nudo (The Naked Sun, 1956), Urania n.161, 1957

*Immagine speculare – racconto – Immagine speculare (Mirror image, 1972), in Visioni di robot e in “Il meglio di Asimov

*I robot dell’alba (The Robots of Dawn, 1983), Urania n.1009, 1985

*I robot e l’Impero (Robots and Empire, 1985), Mondadori Altri Mondi n.1, 1986

IMPERO

*Il Tiranno dei Mondi o Stelle come polvere (The Stars, Like Dust, 1951), Urania n.3, 1953
*Le Correnti dello Spazio (The Currents of Space, 1952), Mondadori, 1955
*Paria dei Cieli (Pebble in the Sky, 1950), Urania n.20, 1953

FONDAZIONE

Isaac Asimov

Isaac Asimov

* Preludio alla Fondazione (Prelude to Foundation, 1988), Mondadori, 1989

* Fondazione anno zero (Forward the Foundation, 1993), Urania n.1287, 1996
* Fondazione o Cronache della galassia o Prima fondazione (Foundation, 1951), Urania n.317 bis, 1963
* Fondazione e Impero o Il crollo della galassia centrale (Foundation and Empire, 1952), Urania n.329 bis, 1964

* Seconda Fondazione o L’altra faccia della spirale (Foundation and Empire, 1952), Urania n.329 bis, 1964
* L’orlo della Fondazione (Foundation’s Edge, 1982), Mondadori Oscar Fantascienza, 1985

* Fondazione e Terra (Foundation and Earth, 1986), Mondadori, 1987

 

La tecnica e la scienza per Asimov si sviluppano soprattutto lungo i seguenti filoni:

  • viaggi interstellari, effettuati mediante salti nell’iperspazio, superando i limiti della velocità della luce;
  • robotica, regolata dalle famose Leggi;
  • controllo matematico della storia mediante la Psicostoria;
  • telepatia (sia come risultato tecnologico, sia come caratteristica naturale);
  • terraformazione dei pianeti fino a realizzare un pianeta come unico organismo pensante (Gaia);
  • clima controllato;
  • colture idroponiche;
  • telecomunicazioni tridimensionali (solo su Solaria);
  • mutazioni genetiche (che portano alla nascita del Mulo o solo ipotizzate dagli abitanti di Alfa, che sognano di trasformarsi in anfibi);
  • allungamento della durata della vita.

Sebbene l’arco temporale in cui si dipana la narrazione sia di migliaia di anni, si nota una certa costanza e stabilità della tecnologia, accompagnata da una discrepanza tra l’evoluzione tecnica in alcuni comparti e il mancato sviluppo di altri e alcuni improvvisi arretramenti, primo fra tutti la scomparsa quasi totale dei robot alla fine del Ciclo omonimo.

Lo sviluppo tecnologico non è pienamente coerente sia perché in origine i tre Cicli non erano collegati, sia perché rappresentano tre diverse fasi, tra loro successive, della storia della nostra specie, sia perché sono stati scritti a decenni di distanza.

Se nei racconti e nel ciclo dei Robot abbiamo un grande sviluppo di questi automi, un allungamento notevole della durata della vita umana e un’attività di colonizzazione spaziale piuttosto felice, con i primi 50 mondi colonizzati (i Mondi Spaziali o Esterni) poco popolati, ricchi e sereni, il quadro cambia con il ciclo dell’Impero, che vede la scomparsa dei robot, la vita tornare a durate simili alle attuali e un Impero galattico dominare i nuovi pianeti, mentre la Terra, sovrappopolata, regredisce e viene dimenticata. Con il ciclo della Fondazione, accanto all’utopia dell’espansione senza limiti dell’umanità in una Galassia senza nemici alieni, troviamo la nuova utopia della Psicostoria, ovvero il sogno di orientare mediante la matematica il futuro nel modo più benefico possibile per l’umanità. Con le opere di congiunzione scritte successivamente, Asimov ci mostra come questo processo sia in realtà stato favorito proprio da un robot, quel R. Daneel Olivaw, protagonista del ciclo dei Robot, sopravvissuto fino ai tempi dell’Impero, fingendosi umano, in un mondo ormai senza più robot. Una sorta di divinità robotica che veglia in segreto sulle sorti dell’umanità e che sopravvive alla scomparsa dei suoi simili.

Questo grazie alla Legge Zero, che lo stesso Daneel ha aggiunto alle prime tre celebri leggi, creando la serie che regola il comportamento degli automi:

  1. Un robot non può recare danno all’umanità, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, l’umanità riceva danno;
  2. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno. Purché questo non contrasti con la Legge Zero
  3. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Legge Zero e alla Prima Legge.
  4. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Legge Zero, la Prima Legge e la Seconda Legge.

Sebbene all’inizio non siano confondibili con gli esseri umani, i robot si dimostrano da subito molto evoluti e intelligenti, al punto che i racconti si basano soprattutto sui paradossi logici che derivano dall’applicazione delle Leggi nei loro cervelli positronici.

Il pre-ciclo dei racconti sui robot e il Ciclo dei Robot mostrano lo sviluppo di queste macchine verso forme sempre più avanzate e umanoidi, anche se gran parte del loro sviluppo è già avvenuto nei racconti, ambientati tra XX e XXI secolo.

 

La maggior parte dei racconti compresi in “Tutti i Miei Robot” furono realizzati negli anni ’40 e ’50 e alcuni descrivono un futuro che per noi è già passato. Asimov immaginava che già vent’anni fa ci potessero essere colonie sulla Luna e su Marte e che i robot umanoidi fossero in piena fase di sviluppo!

Se per certi aspetti Asimov vedeva per la fine del XX secolo un mondo ben più evoluto di quanto siamo riusciti a farlo diventare finora, per altri gli erano sfuggiti altri campi di crescita. Fa sorridere, per esempio, quando racconta di un robot dedicato alla correzione di bozze: non aveva immaginato né la videoscrittura, né internet, né gli scanner!

Analogamente, i suoi robot sfogliano i libri per raccogliere informazioni, anziché immetterle nei loro cervelli sotto forma di file elettronici.

Peraltro, mentre parla con largo anticipo di aspetti della tecnologia che si stanno sviluppando, come le colture idroponiche, dall’altra si basa su teorie che ci paiono ancora non realizzabili come i viaggi a velocità superiore a quella della luce (tramite i salti nell’iperspazio) o definisce i cervelli dei robot “positronici”, come se fosse possibile immaginare una tecnologia in grado di manipolare l’antimateria costituita dai positroni in modo così agevole da inserirla in “scatole” piccole come una testa meccanica senza provocarne l’annichilimento.

La coltivazione idroponica è una tecnica di coltivazione fuori suolo in cui la terra è sostituita da un substrato inerte. Asimov ne parla come la grande soluzione per sfamare una Terra sovrappopolata. La tecnica è oggi ben nota e sono ormai settant’anni che è studiata.

 

Abissi d’Acciaio”, con cui inizia il ciclo dei Robot  è ambientato un migliaio d’anni dopo l’inizio della colonizzazione dei Mondi Esterni. Mentre in mille anni anche la robotica non sembra aver fatto grandissimi progressi dai livelli già avanzati ipotizzati per la fine del secolo scorso, vediamo Elijah Baley che si reca a un telefono pubblico (senza immaginare quindi il moderno sviluppo delle telecomunicazioni).

Ancora futuribile appare l’efficiente sistema di trasporti mediante strade mobili, tapis roulant a velocità variabili, sui quali gli abitanti si spostano, saltando da un nastro a un altro più o meno veloce, fino a raggiungere la velocità di crociera o tornare a velocità che consentano di lasciare i nastri trasportatori.

Fa sorridere vedere come “catastrofica” la previsione di una Terra popolata, tra mille anni, solo da otto miliardi di abitanti quando l’ONU prevede che saremo 8,5 miliardi già nel vicino 2030. Una simile pressione demografica renderebbe indispensabile la colonizzazione di nuovi mondi, processo che la Terra aveva da tempo interrotto, delegandolo ai Mondi Esterni. L’umanità, se non troverà nuove frontiere, sarà condannata a una vita distopica da polli in batteria, con alimentazione artificiale e case ridotte all’essenziale. In “Abissi d’acciaio” ci sono bagni pubblici (i Diurni), non essendo più possibile sostenere il lusso di servizi igienici privati.

Mentre i terrestri vivono ammassati, rinchiusi in “abissi d’acciaio” senza osare uscire all’aria aperta e con pochissimi robot, che non accettano, al contrario, gli abitanti di Solaria sono solo ventimila, ma hanno migliaia di robot per ciascuno. Vivono sulla superficie del pianeta, sotto il “sole nudo”, ma non s’incontrano mai tra di loro, avendo una vera e propria fobia del contatto.

Terra e Solaria sono i due estremi sociologici dell’umanità asimoviana di questo periodo. Su Solaria le persone non si vedono mai di persona. Si “visionano”, ovvero si incontrano con sistemi di telecomunicazione tridimensionali.

Ne “Il Sole Nudo” l’analisi del futuro non si ferma mai alla tecnologia, ma arriva ai rapporti degli uomini con questa e tra di loro. Le preoccupazioni di Asimov per un mondo, per lui decadente, in cui la “visione” (il virtuale) prevale sull’incontro personale (sui veri rapporti umani) anticipano (siamo nel 1956) le attuali preoccupazioni degli educatori per un mondo dominato dalla telefonia mobile, dalle community virtuali e dalle chat.

 

I Robot dell’Alba mostra l’inizio della seconda fase dell’esplorazione e colonizzazione spaziale della Galassia e i germi della Psicostoria.

 

I Robot e l’Imperospiega come una Galassia la cui colonizzazione è iniziata con l’ausilio determinante della robotica, si ritrovi poi a non aver più automi.

È ambientato 2 secoli dopo la trilogia originaria. La Galassia è divisa tra i terrestri, che vivono come noi al massimo per un secolo e gli Spaziali, che vivono 3 o 4 secoli. Con adeguate condizioni ambientali, Asimov ipotizza dunque un allungamento della durata della vita umana.

Il robot umanoide R. Daneel Olivaw e il robot telepatico R. Giskard Reventlov, intenti a salvare i mondi, elaborano la Legge Zero, una legge non presente nella loro programmazione ma che li porta a collocare il bene dell’umanità nel suo insieme davanti a ogni altra priorità.

 

Il Tiranno dei Mondi” è il primo del Ciclo dell’Impero e presenta una Galassia senza più robot. A parte l’ambientazione spaziale, il futuro descritto appare anche troppo simile al nostro presente, non tanto per alcuni aspetti tecnici, come le pellicole cinematografiche ancora in uso, ma soprattutto per i rapporti umani, assai poco mutati. Come se oggi noi si vivesse alla maniera del medio evo!

Trantor, la capitale dell’Impero, ha un clima controllato, essendo interamente chiusa sotto una calotta.

Ne “Le correnti dello spazio” la Terra è ormai quasi dimenticata e ridotta a semplice leggenda. Vi troviamo uno scienziato che è stato sottoposto a un trattamento che gli ha fatto perdere la memoria, mediante una tecnica di manipolazione della mente.

 

In “Paria dei cieli” si parla del conflitto tra l’Impero, che conta milioni di pianeti, e una Terra che un tempo era il centro dell’espansione dell’umanità, ma che ora è solo uno dei più poveri e dimenticati pianeti, con una superficie radioattiva e devastata. L’energia atomica, data pressoché per scontata in tutti i romanzi, qui si manifesta nei suoi aspetti più deteriori. Gli abitanti della Terra, i paria dell’Impero, nonostante la loro decadenza, conservano sogni di grandezza terroristica e stanno approntando un’arma batteriologica in grado di uccidere tutti gli abitanti della Galassia, eccetto loro. Su questa vicenda s’introduce l’arrivo di un uomo proveniente dal nostro presente, con un viaggio nel tempo (caso unico nella narrazione). Si tratta di un sarto in pensione, Joseph Schwarz, destinato a salvare la Galassia. Piuttosto improbabile il fatto che proprio lui, finisca a fare da cavia a un macchinario in via di sperimentazione, destinato a potenziare l’intelligenza umana, facendolo diventare un telepatico, capace di condizionare i movimenti delle persone con la forza del pensiero e persino di uccidere.

 

Preludio alla Fondazione”, conferma quanto letto nelle opere precedenti: l’uomo ha colonizzato milioni di mondi ma non si è mai imbattuto in nessun essere intelligente. Persino gli animali e le piante aliene sono assai poco citati e sembrano autentiche rarità. Come può essere che tra i milioni di mondi abitati nessuno abbia sviluppato forme di vita proprie degne di nota?

La Galassia che Asimov ha voluto disegnarci, così pulita, regolare e prevedibile (anche grazie alla Psicostoria) appare molto WASP (White Anglo Saxon Protestant), sebbene si parli della decadenza dell’Impero. Anche se il protagonista si cala nei quartieri più malfamati e affronta i delinquenti locali, la sensazione è sempre quella che, poco lontano, ci sia un mondo ordinato e sereno.

Con il ciclo della Fondazione aggiungiamo un nuovo elemento all’utopia asimoviana: la possibilità di prevedere e regolare i flussi della storia. Regolare la storia per creare un futuro a misura dell’uomo, mediante una scienza capace di prevedere e regolare le pulsioni delle folle sterminate della Galassia.

 

In “Fondazione anno zero” il robot telepatico umanoide R. Daneel Olivaw si conferma qui nel suo ruolo di semidio robotico, che veglia con i suoi poteri telepatici e la sua intelligenza superiore sulle sorti dell’umanità, elemento fondamentale dell’utopia atea asimoviana, dove non ci sono veri Dei ad assisterci ma in cui una macchina può supplire all’assenza divina, dandoci il conforto che la sua saggezza saprà guidarci meglio di quella di qualunque, imperfetto, essere umano. Le Leggi della Robotica e la Psicostoria si sostituiscono al Destino nel regolare e indirizzare l’umanità. La tecnologia, per quanto imperfetta, assume caratteri divini.

Oltre agli ampi riferimenti ai tre Cicli, in “Fondazione Anno Zero” c’è persino un accenno al romanzo “Nemesis”, che descrive la colonizzazione del primo pianeta fuori dal Sistema Solare e presenta un personaggio con doti assai simili a quelle di R. Daneel Olivaw, della nipote del matematico Wanda, del sarto Joseph Schwarz, per non parlare del Mulo, degli uomini della Seconda Fondazione o di Gaia, il pianeta pensante. In “Nemesis” la quindicenne Marlene ha, infatti, doti telepatiche. Se R. Daneel Olivaw è una macchina e Joseph Schwarz riceve i suoi poteri grazie a delle macchine, dunque per loro la telepatia è un prodotto tecnologico, il Mulo, Wanda e Marlene nascono con questa capacità, mentre gli uomini della Seconda Fondazione la sviluppano mediante l’esercizio mentale.

In “Cronache della Galassia” (o “Fondazione” o “Prima Fondazione”) la Fondazione, nella quale Seldon ha riunito un’importante comunità scientifica con il falso obiettivo di scrivere un’Enciclopedia Galattica e con il vero proposito di fornire una guida (formata da uomini di scienza e cultura) per la Galassia, nel momento in cui il potere centrale di Trantor fosse inevitabilmente crollato, come le sue previsioni psicostoriche mostravano, fa pensare ai saggi governanti della “Repubblica” platonica.

Se in “Fondazione” la Galassia era controllata dai calcoli matematici dell’inventore della Psicostoria, un universo cioè con un forte determinismo, in cui il volere dei singoli è annullato e tutto ciò che conta sono solo i movimenti delle masse umane, in “Fondazione e Impero”, Asimov “sospende” questa visione. La previsione psicostorica è qui sconfitta dall’individualismo. Assistiamo alla sconfitta di ogni modello. Muore come previsto l’Impero, è sconfitta la Fondazione e persino il Mulo, che era stato capace di realizzare un’unificazione della Galassia in tempi imprevedibili e impensabili, fallisce nel suo tentativo di individuare la Seconda Fondazione, comprendendo che il suo sogno di creare un nuovo impero rischia di naufragare.

L’altra faccia della spirale” o “Seconda Fondazione” è nel più classico stile asimoviano, con personaggi che si combattono sì con potenti poteri mentali (telecinetici) e fisici (armamenti nucleari), ma in cui le vere battaglie sono verbali, in cui qualcuno cerca di scoprire qualcosa o di convincere qualcuno che è stato sconfitto e che deve arrendersi. Scopriamo diverse versioni della verità, che ogni volta sono superate dalla successiva. Appare davvero “fantascientifico” immaginare che i problemi si possano risolvere solo discutendo!

Asimov fa spesso riferimento alla psicologia. Al centro del Ciclo della Fondazione c’è la Psicostoria, lo studio matematico e psicologico delle masse, Asimov presta attenzione all’emotività e persino i suoi robot la sviluppano, persino il Mulo controlla i suoi uomini mediante le emozioni, così come non mancano avventure e imprese fisiche, ma alla fine la razionalità della discussione rimane la componente più forte. La razionalità che tutto imbriglia.

In una Galassia in cui l’umanità è tanto evoluta da popolare milioni mondi, viaggiando con facilità da una stella all’altra, da avere un controllo sulle menti, alcune cose ricordano troppo l’America degli anni ’40! La quattordicenne Arcadia gira tenendo in tasca i soldi (ci sono ancora?) per comprarsi un biglietto per un volo interstellare, ma per andare allo spazioporto cerca una sorta di cabina telefonica (non ha neppure un rozzo telefonino!) per chiamare un taxi! Si vola da una stella all’altra in poche ore ma sulla superficie dei pianeti si prende il taxi? Anche l’apparecchio per il controllo mentale è dotato di bottoni e manopole, che fanno un po’ sorridere nell’era del touch screen. Se ai giorni nostri i libri cartacei sembrano essere in procinto di sparire, nei Cicli troviamo ancora oggetti definiti libri, anche se somigliano più che altro a videocassette o DVD. Insomma, la tecnologia asimoviana è molto evoluta in alcuni, pochi campi, ma ferma in altri e gli usi sono persino meno evoluti: su pianeti che non si ricordano più dell’esistenza della Terra, il tennis è sopravvissuto!

Ne “L’orlo della Fondazione” siamo a 500 anni dalla creazione delle due Fondazioni e qualcuno, nella Prima di nuovo sospetta che la Seconda Fondazione sia sopravvissuta, mentre nella Seconda c’è chi sospetta che vi sia una terza entità nella Galassia che controlla sia la Seconda che la Prima Fondazione, mentre la Seconda, segretamente controlla la Prima. Sorprende la facilità di comunicazione tra parti distanti della Galassia. Se si pensa alle migliaia di lingue parlate oggi, suona davvero strano che tutti i milioni di miliardi di abitanti parlino la medesima lingua, il Galattico Standard o al massimo una sua versione dialettale, e abbiano le medesime usanze e cultura. Eppure nessuno ricorda più che tutto ciò deriva da un unico pianeta madre comune, la Terra, del tutto dimenticato o, al massimo, considerato come una leggenda!

Le missioni delle due Fondazioni si ritroveranno su Gaia (un pianeta in cui tutto è connesso, creando un unico organismo senziente). Gaia ricorda in qualche modo Nemesis, che era, però, un prodotto naturale dell’evoluzione, mentre Gaia è un pianeta artificiale, frutto dell’opera dei robot, che vi hanno costruito il mondo ideale per l’umanità. Si tratta forse del prodotto tecnologico più avanzata di tutti i Cicli.

Le due Fondazioni vogliono realizzare il Secondo Impero, ma ognuno a modo suo. Gaia ha una terza visione del futuro, una “Galassia integrata” (Galaxia), in cui ogni essere sia legato agli altri in una comunione galattica.

 

Fondazione e Terra” è il volume conclusivo della storia plurimillenaria dell’umanità ventura. Trevize e Pelorat, cercano la Terra ormai dimenticata, sperando di trovare una spiegazione alla scelta tra la Psicostoria, con le sue Fondazioni, e Galaxia. Dopo varie tappe su alcuni dei mondi che abbiamo incontrato nelle opere precedenti, arrivano sulla stella più vicina alla Terra, Alpha Centauri e scoprono che un suo pianeta, ricoperto di acqua, è stato terraformato dall’Impero per consentire agli ultimi abitanti della Terra di emigrarvi per abbandonare il pianeta d’origine dell’umanità ormai morente. Anche se Asimov non ne parla in dettaglio in altri libri, la terraformazione è il presupposto della colonizzazione della Galassia: dove l’uomo incontra mondi poco adatti a essere abitati, li trasforma rendendoli simili alla Terra e quindi abitabili.

Alfa, ricoperto da un immenso oceano, ha una sola grande isola artificiale, su cui vivono circa 25.000 persone in un misto di ritorno ai vecchi tempi andati (vivono di pesca e agricoltura) e di tecnologia evoluta che consente loro di controllare la pioggia e il clima e di aspirare alla trasformazione in anfibi. La possibilità di trasformare geneticamente l’uomo in un essere adatto all’ambiente, piuttosto che mutare quest’ultimo (terraformare) per renderlo adatto all’uomo è accennato solo come proposito e non trova concretizzazione in nessun’altra parte dei Cicli.

I personaggi giungono infine nei dintorni della Terra ma scoprono che le leggende sono vere e il pianeta è ormai abbandonato e inabitabile per le radiazioni. Eppure se tutte le sue tracce sono state cancellate in modo da non far trovare la Terra, ci deve essere un motivo. Che cosa nasconde la Terra? I viaggiatori avranno allora l’intuizione di scendere sulla Luna e lì troveranno R. Daneel Olivaw, questo automa autorigenerato e vecchio ormai di oltre 20.000 anni, secondo il quale la Psicostoria non sarebbe sufficiente a creare una Galassia pacifica e sana. Daneel ha dunque ideato Gaia e il Progetto Galaxia: un’intera Galassia in collegamento telepatico, in cui ogni parte si muova per il bene comune, sia essa umana, animale, vegetale o minerale. R. Daneel Olivaw è esso stesso parte dell’utopia: un robot telepate divenuto sempre più intelligente, guidato dalle Leggi della Robotica che lo spingono a fare il bene e che veglia per decine di migliaia di anni sulle sorti dell’umanità!

Si conclude così questa imponente raccolta di avventure che ci raccontano, non senza ottimismo, come potremmo essere nei prossimi millenni.

ASIMOV E LE UTOPIE A SCADENZA

Il termine Utopia deriva dal greco ο (“non”) e τόπος (“luogo”) e significa “non luogo”, anche se l’ο viene facilmente confuso con “ευ” (“buono”) e si parla quindi di utopia, pensando piuttosto a un “eutopia”, a un “buon posto”. Il termine fu coniato da Tommaso Moro e giocava proprio su questo doppio significato: descrivere un buon luogo per vivere, ma che non esiste.

Tra tutti gli autori fantascientifici emersi dopo la Seconda Guerra Mondiale e che hanno descritto mondi utopici, spicca Isaac Asimov. La sua visione ottimistica della storia futura dell’umanità emerge, in particolare, nella sua storia futura della Galassia, raccontata attraverso le seguenti opere:

 

FUORI CICLO

“Tutti i miei robot” (“Io robot” (1950), “Il secondo libro dei robot” (1964), “L’uomo bicentenario e racconti vari”) (The Complete Robot, 1982)

“Antologia del bicentenario” (The Bicentennial Man and Other Stories, 1976)

“Madre Terra” (Mother Earth, 1949) – racconto in “Asimov Story” (The Early Asimov, 1972)
“Nemesis” (Nemesis, 1989)

ROBOT

“Abissi d’acciaio” o “Metropoli sotterranea” (The Caves of Steel, 1953)

“Il sole nudo” (The Naked Sun, 1956)

“Immagine speculare” (Mirror image, 1972) – racconto in “Visioni di robot” e in “Il meglio di Asimov”

“I robot dell’alba” (The Robots of Dawn, 1983)

“I robot e l’Impero” (Robots and Empire, 1985)

IMPERO

“Il Tiranno dei Mondi” o “Stelle come polvere” (The Stars, Like Dust, 1951)
“Le Correnti dello Spazio” (The Currents of Space, 1952)
“Paria dei Cieli” (Pebble in the Sky, 1950)

FONDAZIONE

“Preludio alla Fondazione” (Prelude to Foundation, 1988)

“Fondazione anno zero” (Forward the Foundation, 1993)
“Fondazione” o “Cronache della galassia” o “Prima fondazione” (Foundation, 1951)
“Fondazione e Impero” o “Il crollo della galassia centrale” (Foundation and Empire, 1952)

“Seconda Fondazione” o “L’altra faccia della spirale” (Foundation and Empire, 1952)
“L’orlo della Fondazione” (Foundation’s Edge, 1982)

“Fondazione e Terra” (Foundation and Earth, 1986)

 

L’utopia asimoviana si basa su alcuni assunti:

  • viaggi interstellari;
  • milioni di pianeti raggiungibili, abitabili e privi di alieni a livello tecnologico;
  • robot regolati da leggi che li spingono ad aiutare l’umanità;
  • il potere vincente della ragione;
  • la possibilità di controllare il flusso della storia;
  • la possibilità di guidare l’umanità per la strada migliore.

 

Le visioni utopiche di Asimov nel corso dei millenni di storia galattica descritta cambiano non solo per il semplice scorrere del tempo e per il succedersi di diverse fasi storiche, ma anche perché in origine i tre Cicli non erano collegati tra loro e quindi descrivono realtà diverse, collegate solo in un secondo momento. Le utopie appaiano, dunque, come “a scadenza”. Un modello si succede a un altro.

Se, per esempio, nei racconti e nel ciclo dei Robot abbiamo un grande sviluppo di questi automi, un allungamento notevole della durata della vita umana e un’attività di colonizzazione spaziale piuttosto felice, con i primi 50 mondi colonizzati (i Mondi Spaziali o Esterni) poco popolati, ricchi e sereni, il quadro cambia con il ciclo dell’Impero, che vede la scomparsa dei robot, la vita tornare a durate simili alle attuali e una tirannia galattica dominare i nuovi pianeti, mentre la Terra regredisce e viene dimenticata. Con il ciclo della Fondazione accanto all’utopia dell’espansione senza limiti dell’umanità in una Galassia senza nemici alieni che caratterizza anche i precedenti Cicli ma che qui trova piena realizzazione, troviamo la nuova utopia della Psicostoria, ovvero il sogno di orientare il futuro a beneficio dell’umanità.

Come si può vedere sfogliando il precedente elenco, alcuni romanzi furono scritti decenni dopo gli altri, allo scopo di collegare tra loro i vari Cicli.

 

La maggior parte dei racconti compresi in “Tutti i Miei Robot” descrivono un futuro che per noi è già passato. Asimov immaginava che già vent’anni fa ci potessero essere colonie sulla Luna e su Marte e che i robot umanoidi fossero in piena fase di sviluppo!

Se per certi aspetti vedeva per la fine del XX secolo un mondo ben più evoluto di quanto siamo riusciti a farlo diventare finora, per altri gli erano sfuggiti altri campi di crescita. Fa sorridere, per esempio, quando racconta di robot dedicati alla correzione di bozze o che sfogliano i libri per raccogliere informazioni.

 

Abissi d’Acciaio”, con cui inizia il ciclo dei Robot  è ambientato un migliaio d’anni dopo l’inizio della colonizzazione dei Mondi Esterni.

Sebbene la robotica e i viaggi spaziali siano tanto avanzati, lo scrittore russo-americano non ha saputo immaginare gli sviluppi recenti della telefonia e manda il protagonista Elijah Baley a chiamare da un telefono pubblico, così come farà, in “Seconda Fondazione”, migliaia di anni dopo, persino una quattordicenne come Arcadia, che gira con in tasca i soldi per comprarsi un biglietto per un volo interstellare, eppure per andare allo spazioporto cerca una sorta di cabina telefonica (non ha neppure un rozzo telefonino!) per chiamare un taxi! Nel Ciclo dei Robot, almeno, troviamo un sistema di nastri trasportatori a velocità variabile. Anche alcuni usi e oggetti quotidiani risultano stranamente persistenti. Su pianeti che non si ricordano più dell’esistenza della Terra, per esempio, il tennis è sopravvissuto!

Si può dire che questa sia una distopia, dato che immagina una Terra sovrappopolata e condizioni di vita non ottimali, ma l’ottimismo asimoviano e la sua costante fiducia nel futuro, ne fanno una distopia troppo “felice” per essere raffrontata con altre ben più cupe. Basti pensare all’efficienza delle strade mobili, alla serenità dell’utopica Astropoli. Ci fa sorridere persino la “catastrofica” previsione di una Terra popolata da otto miliardi di abitanti. Magari tra mille anni potessimo davvero non essere di più!

Una simile pressione demografica rende indispensabile la colonizzazione di nuovi mondi, processo che la Terra, vittima di una sorta di agorafobia collettiva, aveva da tempo interrotto, delegandolo ai Mondi Esterni.

I terrestri vivono ammassati in otto miliardi, rinchiusi in “abissi d’acciaio” senza osare uscire all’aria aperta o vedere il “sole nudo” e stanno rinunciando ai robot.

Al contrario, i solariani sono solo ventimila, ma hanno migliaia di robot per ciascuno. Vivono sulla superficie del pianeta, ma non s’incontrano mai tra di loro, avendo una vera e propria fobia del contatto.

Terra e Solaria sono i due estremi sociologici dell’umanità.

 

Il Sole Nudo” è un bell’esempio della capacità di Asimov di creare nuovi mondi e di immaginare il futuro. La sua analisi arriva ai rapporti degli uomini con la tecnologia e interpersonali.

Le sue preoccupazioni per un mondo, per lui decadente, in cui la “visione” (il virtuale) prevale sull’incontro personale (sui veri rapporti umani) anticipano (siamo nel 1956) le attuali preoccupazioni degli educatori per un mondo dominato dalla telefonia mobile, dalle community virtuali e dalle chat.

 

I Robot dell’Alba (1983) mostra l’inizio della seconda fase dell’esplorazione e colonizzazione spaziale della Galassia e i germi della Psicostoria.

 

Ne “I Robot e l’Impero” sono passati 2 secoli dagli avvenimenti iniziali (“20 decadi” dicono gli Spaziali). Il protagonista principale del Ciclo dei Robot, Elijah Baley, è morto da tempo. La Galassia è divisa tra i terrestri, che vivono al massimo per una decina di “decadi” e gli Spaziali, esseri umani che anni prima hanno colonizzato 50 pianeti e che ora vivono dalle trenta alle quaranta decadi. La lunga vita è utopia e nel contempo distopia, perché rende gli Spaziali meno pronti a rischiarla per avventurarsi nello spazio e colonizzare nuovi mondi, vero scopo dell’umanità.

Ritroviamo qui il grande co-protagonista e compagno di indagini dell’investigatore Elijah Baley, il robot umanoide R. Daneel Olivaw, nonché il robot metallico R. Giskard Reventlov.

I due robot per salvare la Galassia elaborano la Legge Zero, che permette agli automi di mettere la salvezza dell’umanità davanti a ogni altro dovere. Colonizzare l’intera Galassia e tenerla unita: questi sono i veri obiettivi dell’utopia asimoviana e lo scopo dell’esistenza dei suoi robot per effetto della Legge Zero.

 

Il Tiranno dei Mondi” (1951) è il primo romanzo del Ciclo dell’Impero. Si presenta molto “asimoviano”: ottimista, scientifico, ragionato, ricco di intrighi ben congegnati, con un ruolo importante della politica (con un sostegno un po’ scontato agli ideali di libertà e democrazia, utopia americana più che tipicamente asimoviana).

Se ripulito da alcuni elementi caratterizzanti, come le ambientazioni aliene, il futuro appare troppo simile, a mio avviso, al nostro presente (non penso solo ad alcuni aspetti tecnici, come le pellicole cinematografiche ancora in uso nel romanzo, ma soprattutto ai rapporti umani: dal 1950 a oggi sono mutati di più che nei secoli che dovrebbero separarci dall’avvento dell’Impero asimoviano).

 

Ne “Le correnti dello spazio” la Terra è ormai quasi dimenticata e ridotta a semplice leggenda.

 

In “Paria dei cieli” si parla del conflitto tra una Terra, con una superficie radioattiva e devastata, che ora è solo uno dei più poveri e dimenticati pianeti di un Impero che conta milioni di pianeti. Eppure gli abitanti della Terra, i paria dell’Impero, conservano sogni di grandezza terroristica e stanno approntando un’arma batteriologica in grado di uccidere tutti gli altri abitanti della Galassia. Vi compare, con un viaggio nel tempo di migliaia di anni, un uomo proveniente dal nostro presente, il sarto in pensione Joseph Schwarz, destinato a salvare la Galassia. Piuttosto improbabile il fatto che proprio lui finisca a fare da cavia a un macchinario in via di sperimentazione, destinato a potenziare l’intelligenza umana, facendolo diventare un telepatico, capace di condizionare i movimenti delle persone con la forza del pensiero e persino di uccidere. Il viaggio nel tempo appare un unicum in questa storia della Galassia e forse un po’ fuori contesto.

Perché parlare di utopia per questo Ciclo in cui vediamo una Terra ridotta ai margini dell’Impero, i suoi abitanti considerati dei nuovi paria, con la Galassia dominata da un impero tirannico, una tecnologia progredita solo in alcuni campi? Perché anche qui continua a prevalere una visione di progresso, espansione e sviluppo per l’umanità.

Persino qui i forti elementi distopici sono solo ombre che evidenziano le luci di una visione ottimistica per la quale l’umanità è la razza eletta, senza alcuna specie aliena a ostacolarla nella sua conquista della Galassia, limitata e rallentata solo da se stessa nel raggiungimento del grande obiettivo.

Preludio alla Fondazione” spiega la nascita della Psicostoria e vede come protagonista il suo creatore, Hari Seldon, impegnato in una serie di avventure che lo fanno sembrare l’Indiana Jones della matematica.

La visione utopica di una Galassia organizzata in un impero composto da milioni di mondi, popolati solo da esseri umani (di origine terrestre), mi lascia alquanto perplesso, sia per la rapidità (20.000 anni) in cui l’umanità sarebbe passata dai 50 mondi abitati del ciclo dei robot ai milioni di pianeti con miliardi di abitanti; sia perché pare inconcepibile che su miliardi di mondi l’uomo non si sia mai imbattuto in nessun essere intelligente. Persino gli animali e le piante aliene sono assai poco citati e sembrano autentiche rarità. Eppure ci sono miliardi di mondi pronti per essere abitati! Come può essere che nessuno abbia sviluppato forme di vita proprie?

Come già sui Mondi Spaziali del Ciclo dei Robot, il mondo in cui è ambientata la storia, la capitale dell’Impero, Trantor ha un clima controllato, essendo interamente chiuso sotto una calotta, che lo difende dall’ambiente esterno, che la sovrappopolazione (40 miliardi di abitanti) ha reso instabile e inabitabile.

La Galassia che Asimov ha voluto disegnarci, così pulita, regolare e prevedibile (grazie alla Psicostoria), appare molto WASP (White Anglo Saxon Protestant), sebbene si parli della decadenza dell’Impero. Anche se il protagonista si cala nei quartieri più malfamati e affronta i delinquenti locali, la sensazione è sempre quella che, poco lontano, ci sia il mondo ordinato e sereno dell’Impero. L’Impero sarà pure una tirannide, ma è il modello da cui partire per creare un nuovo, migliore, Secondo Impero.

Con il ciclo della Fondazione aggiungiamo un nuovo elemento all’utopia asimoviana: la possibilità di prevedere e regolare i flussi della storia. Regolare la storia per creare un futuro a misura dell’uomo e una Galassia pacificata sotto un nuovo Impero.

 

Fondazione anno zero” continua a raccontare la vita di Hari Seldon. Vi è ricomparso dopo millenni A. Daneel Olivaw, il partner robotico dell’investigatore Elijah Baley, protagonista del Ciclo dei Robot, fingendosi umano, con il ruolo di saggio Primo Ministro. Funzione nella quale, grazie alle sue doti telepatiche e al suo desiderio di aiutare l’umanità, assisterà due Imperatori e aiuterà lo stesso Hari Seldon, a realizzare la Psicostoria. A. Daneel Olivaw, conosciuto come un semplice investigatore, si trasforma qui in una sorta di semidio robotico che veglia sulle sorti dell’umanità, elemento fondamentale dell’utopia atea asimoviana, dove non ci sono veri Dei ad assisterci ma in cui una macchina può supplire, confortandoci con il pensiero che la sua saggezza saprà guidarci meglio di quella di qualunque, imperfetto, essere umano.

Isaac Asimov, nel delineare la sua visione della storia futura dell’umanità, in “Fondazione”, sembra rifarsi in parte all’utopia platonica (“La Repubblica”, 390-360 a.c.) di una società guidata da saggi filosofi.

Per contrastare la decadenza dell’Impero di Trantor, il matematico Hari Seldon ha, infatti, ideato, mediante la teoria della Psicostoria una Fondazione, nella quale, divenuto Primo Ministro, ha riunito un’importante comunità scientifica con il proposito di fornire una guida (formata da uomini di scienza e cultura) per la Galassia, nel momento in cui il potere centrale di Trantor fosse inevitabilmente crollato.

La Fondazione, grazie alle conoscenze accumulate, sviluppa così una potente tecnologia e afferma il suo potere sulla periferia della Galassia, travestendo le proprie conoscenze scientifiche e tecnologiche in potere spirituale e religioso (anche se mi pare poco plausibile che un simile passaggio avvenga in appena trent’anni, come immaginato qui).

Come in Platone, vediamo quindi l’arrivo dei Mercanti e l’affermarsi del loro potere, in attesa che nuovi filosofi (i “mentalici” della Seconda Fondazione?) prendano il sopravvento.

 

In “Fondazione e Impero” compare il Mulo, un mutante in grado di controllare le emozioni delle persone, (variabile non prevista dai calcoli di Seldon). Il Mulo si rivela un comandante in grado di annientare la Fondazione e accelerare la fine dell’Impero.

La previsione psicostorica, con il calcolo matematico delle azioni delle masse, è qui sconfitta dall’individualismo. Muore come previsto l’Impero, è sconfitta la Fondazione e persino il Mulo, che era stato capace di realizzare un’unificazione della Galassia in tempi imprevedibili e impensabili, fallisce nel suo tentativo di individuare la Seconda Fondazione, comprendendo così che il suo sogno di creare un nuovo impero rischia ora di naufragare.

 

Seconda Fondazione” è nel più classico stile asimoviano, con personaggi che si combattono sì con potenti poteri mentali (telecinetici come in altri romanzi) e fisici (armamenti nucleari), ma in cui le vere battaglie sono verbali, scontri di visioni, incontri dialettici in cui qualcuno cerca di scoprire qualcosa o di convincere qualcuno che è stato sconfitto e che deve arrendersi. Risolvere i problemi discutendo è un’altra utopia asimoviana: una Galassia in cui la razionalità sia così potente da regolare i comportamenti umani.

Nel Ciclo della Fondazione percepiamo una globalizzazione totale. Si dice che nei mondi della Galassia centrale ci sono usi più raffinati, che i mondi della periferia sono meno evoluti, che alcuni mondi sono più o meno industrializzati o armati, ma quello che si percepisce è una grande somiglianza tra tutti i milioni di mondi della Galassia, quello spazio utopico così stranamente privo non solo di diversità, ma anche di alieni. Una Galassia che somiglia a un infinito deserto far west pronta a essere dominata da milioni di miliardi di americanissimi cowboy, senza neppure un apache a creare un po’ di disagio!

In questo volume, la Prima Fondazione pensa di aver sconfitto sia il suo inatteso nemico, il mutante detto Il Mulo, sia la Seconda Fondazione, sia, indirettamente, per opera del Mulo, l’Impero. I lettori sanno però che non è così e che la Seconda Fondazione continua a esistere, sebbene nascosta come sempre.

Con “L’orlo della Fondazione” siamo a metà del progetto Seldon, a 500 anni dalla creazione delle due Fondazioni e qualcuno, nella Prima Fondazione, di nuovo sospetta che la Seconda Fondazione sia sopravvissuta, mentre nella Seconda c’è chi sospetta che vi sia una terza entità nella Galassia che dirige il Piano Seldon, controllando quindi sia la Seconda che la Prima Fondazione, mentre la Seconda, segretamente controlla la Prima.

Parte, dunque, una spedizione ufficiosa della Prima Fondazione alla ricerca della Seconda, mascherando la missione in una ricerca della Terra. Vi partecipa il consigliere Golan Trevize, assistito dal professore di storia Pelorat. Dalla Seconda Fondazione parte invece l’Oratore Stor Gendibal, alla ricerca di un’altra entità che, come la Seconda Fondazione, sembra avere dei poteri telepatici (“mentalici”).

Si ritroveranno tutti su Gaia, che ciascuno di loro crede possa essere l’oggetto della propria ricerca. Su Gaia ogni essere, vivente e non vivente, animale, vegetale o minerale e persino umano partecipa all’unità del pianeta, rendendolo un unico organismo pensante.

Gaia è un pianeta artificiale, frutto dell’opera dei robot, che vi hanno costruito il mondo ideale per l’umanità (una nuova utopia asimoviana), un pianeta in cui tutto è equilibrato, senza sprechi, senza morti inutili, senza malattie, con tutti gli esseri in collegamento mentale tra loro.

Le due Fondazioni vogliono realizzare il Secondo Impero, ma ognuno a modo suo. Gaia, una sorta di Terza Fondazione non prevista da Hari Seldon, ha una terza visione del futuro, una “Galassia integrata” (Galaxia), in cui ogni essere sia legato agli altri in una comunione galattica.

Cos’hanno in comune tutte le utopie asimoviane? Soprattutto il controllo, la possibilità di avere angeli custodi artificiali che vegliano sull’umanità e la sua storia. Robot, matematica, Fondazioni e Imperi vegliano (e controllano) l’umanità. Galaxia è controllo totale. Saranno anche utopie, ma sono al contempo anche distopie e Asimov ci mostra spesso personaggi che combattono, di volta in volta, contro ciascuna di queste forme di controllo. È questa anche la perplessità del protagonista Trevize: aver scelto un modello sociale troppo vincolante.

 

In queste pagine, Asimov cita anche un altro romanzo “fuori ciclo”, “La fine dell’eternità”, spiegando la caratteristica più insolita della sua Galassia: l’assenza di alieni evoluti, se non addirittura civilizzati. Secondo una leggenda gli Eterni che vivevano sul pianeta d’origine erano in grado di scegliere tra tanti possibili corsi del tempo e scelsero la linea temporale in cui la civiltà si era sviluppata solo e soltanto sulla Terra. Una spiegazione, direi, un po’ debole, per la più persistente utopia asimoviana: l’umanità è la razza più importante, intelligente ed evoluta della Galassia!

 

Con “Fondazione e Terra” si conclude la storia della Galassia e si incontrano di nuovo, a ritroso, alcuni dei mondi che abbiamo conosciuto nelle opere precedenti.

Trevize e Pelorat sono qui intenti nella ricerca della Terra, grazie alla cui scoperta Trevize spera di giustificare la scelta da lui già fatta nel precedente romanzo, senza esserne del tutto convinto, a favore di Galaxia e contro il modello fornito dalla Psicostoria, con le sue Fondazioni e il suo Secondo Impero.

Cerca di risalire alle origini dell’umanità, forse sperando che, conoscendone l’inizio, possa poi scoprire in quale direzione debba orientarsi.

Si parte così da Terminus, sede della Prima Fondazione, per sfiorare Trantor, che fu capitale del Primo Impero, per arrivare su Baleyworld, su Aurora, ormai abitato solo da cani selvaggi, e su Solaria, l’ultimo dei 50 Mondi Spaziali, il solo di questi ancora abitato, con una piccola popolazione di mutanti ermafroditi e misantropi, discendenti dal primo gruppo di coloni della Terra.

Solaria è un altro dei mondi utopico / distopici descritti da Asimov. Utopico almeno dal punto di vista dei suoi abitanti che vivono con grande ricchezza ma anche in totale isolamento gli uni dagli altri, al punto di essersi trasformati in ermafroditi per non avere neppure più rapporti sessuali, tanto temono il contatto umano.

Dopo una tappa su Melpomenia, arrivano così su Alpha Centauri e scoprono che vi sono emigrati gli ultimi abitanti della vicina Terra morente.

Anche Alfa rappresenta un’utopia imperfetta. Ricoperto da un immenso oceano, ha una sola grande isola artificiale, su cui vivono circa 25.000 persone, in semplice abbondanza, in un misto di ritorno ai vecchi tempi andati (vivono di pesca e agricoltura) e di tecnologia evoluta che consente loro di controllare la pioggia e di aspirare alla trasformazione in anfibi. Per quanto piccolo e isolato, il loro mondo ha una vita spontanea e serena. L’accoglienza cordiale dei suoi pochi abitanti nasconderà però un’insidia che costringerà i protagonisti a fuggirne in fretta.

Giungono infine nei dintorni della Terra ma scoprono che le leggende sono vere e il pianeta è ormai abbandonato e inabitabile per le radiazioni. Eppure se tutte le sue tracce sono state cancellate in modo da non farlo trovare, ci deve essere un motivo. Chi o cosa nasconde la Terra? I viaggiatori avranno allora l’intuizione di scendere sulla Luna e lì troveremo la risposta a tutti i quesiti. Come nei prequel della Fondazione avevamo scoperto che la Psicostoria era guidata da A. Daneel Olivaw, il robot telepate, a sua volta diretto dalla Legge Zero della Robotica, così, in quest’opera conclusiva, comprendiamo come per A. Daneel Olivaw, questo automa autorigenerato e vecchio ormai di oltre 20.000 anni, la Psicostoria non sia sufficiente a creare una Galassia pacifica e sana e che il nuovo e superiore modello sia quello preconizzato dal pianeta pensante Gaia (da lui creato) e quindi dal Progetto Galaxia, la più grande delle utopie asimoviane: un’intera Galassia in collegamento telepatico, in cui ogni parte, sia essa umana, animale, vegetale o minerale, si muova per il bene comune. A. Daneel Olivaw è esso stesso parte di questa utopia: un robot telepate ultraintelligente e autorigenerante, guidato da leggi che lo spingono solo fare il bene e che veglia per decine di migliaia di anni sulle sorti dell’umanità!

I MONDI ASIMOVIANI A RITROSO VERSO LA GRANDE UTOPIA

Con “Fondazione e Terra” si conclude l’esalogia del Ciclo della Fondazione, il terzo e ultimo dei cicli asimoviani che descrivono la storia della Galassia e dunque anche tale insieme di romanzi e racconti. Si tratta del sequel pubblicato nel 1986, vari decenni dopo la trilogia originale della Fondazione, e dato che purtroppo ormai Isaac Asimov (Petroviči, 2 gennaio 1920 – New York, 6 aprile 1992) non potrà scriverne altri, “Fondazione e Terra” è davvero il volume conclusivo di questi cicli che coprono due o tre decine di migliaia di anni di vicende.

Con “Fondazione e Terra” lo scrittore russo-americano Isaac Asimov ci fa rivedere, a ritroso, alcuni dei mondi che abbiamo incontrato nelle opere precedenti.

In questo romanzo incontriamo Golan Trevize e il professor Pelorat, già conosciuti nel precedente “L’Orlo della Fondazione” intenti nella ricerca della Terra, grazie alla cui scoperta Golan Trevize spera di trovare una spiegazione alla scelta da lui fatta nel precedente romanzo, tra il modello di Galassia fornito dalla psicostoria di Hari Seldon, con le sue Fondazioni, e il modello (Galaxia) preconizzato dal pianeta senziente Gaia: una Galassia in cui tutti i milioni di mondi popolati dall’umanità siano uniti come in un unico organismo autocosciente, dove ogni individuo, animale, pianta o minerale sia una cellula di un immenso organismo. Trevize, nel precedente volume, ha scelto il modello Galaxia al Secondo Impero verso cui tendono le Fondazioni e la psicostoria, eppure non si dà pace, incerto sulla validità della propria scelta.

Con l’aiuto del mitologo Pelorat cercano di risalire alle origini dell’umanità, forse sperando che, conoscendone l’inizio, possano poi scoprire in quale direzione debba orientarsi.

Si parte così da Terminus, sede della Prima Fondazione e centro del Secondo Impero in formazione (visti nel Ciclo della Fondazione) in un viaggio a ritroso per i luoghi già conosciuti nelle opere precedenti, per sfiorare Trantor, il pianeta d’acciaio ormai decaduto, che fu capitale del Primo Impero ed è la sede segreta della Seconda Fondazione (conosciuto nel Ciclo dell’Impero), per arrivare a Baleyworld (ora ridenominato Comporellen), il primo pianeta di Coloni della Seconda Ondata, fondato da Ben Baley, il figlio di Elijah Baley (conosciuto ne “I robot e l’Impero” romanzo di congiunzione dei primi due Cicli), quindi su Aurora, ormai un mondo abitato solo da cani selvaggi, e su Solaria, l’ultimo dei 50 Mondi Spaziali (quelli che furono colonizzati dalla Prima Ondata), il solo ancora abitato, con una piccola popolazione di mutanti ermafroditi e misantropi, discendenti dal primo gruppo di coloni della Terra (mondi entrambi incontrati nel Ciclo dei Robot). Grazie alle informazioni raccolte i due amici, accompagnati da Bliss, un’abitante di Gaia, in continuo collegamento telepatico con il mondo pensante di cui è parte integrante e (dopo l’atterraggio su Solaria) da Fallon, un/a bambino/a ermafrodita solariano.

Isaac Asimov

Solaria è un altro dei mondi utopico / distopici descritti da Asimov. Utopico almeno dal punto di vista dei suoi abitanti che lo considerano il mondo ideale e vivono in totale isolamento gli uni dagli altri, al punto di essersi trasformati in ermafroditi per non avere neppure più contatti sessuali, sono assistiti da centinaia di robot e dispongono di enormi appezzamenti di terreno. Il loro isolazionismo e la loro totale mancanza di altruismo sono l’aspetto distopico.

Dopo una tappa sul desertico mondo spaziale Melpomenia, dove saranno aggrediti dalla forma di vita locale più evoluta, le muffe arrivano così sulla stella più vicina alla Terra, Alpha Centauri e scoprono che un suo pianeta ricoperto di acqua è stato terraformato dall’Impero per consentire agli ultimi abitanti della Terra di emigrarvi per abbandonare il pianeta d’origine dell’umanità ormai morente.

Alfa rappresenta, come altri pianeti asimoviani, un’utopia imperfetta. Ricoperto da un immenso oceano ha una sola grande isola artificiale, su cui vivono circa 25.000 persone in un misto di ritorno ai vecchi tempi andati (vivono di pesca e agricoltura) e di tecnologia evoluta che consente loro di controllare la pioggia e il clima e di aspirare alla trasformazione in anfibi. Per quanto piccolo e isolato, il loro mondo ha una vita semplice e serena. L’accoglienza cordiale dei suoi pochi abitanti nasconderà però un’insidia che costringerà i protagonisti a fuggirne in fretta. Giungono infine nei dintorni della Terra ma scoprono che le leggende sono vere e il pianeta è ormai abbandonato e inabitabile per le radiazioni. Eppure se tutte le sue tracce sono state cancellate in modo da non farlo trovare ci deve essere un motivo. I viaggiatori avranno allora l’intuizione di scendere sulla Luna e lì troveremo l’anello mancante dei tre cicli asimoviani e la risposta a tutti i quesiti. (CHI NON VUOL CONOSCERE IL FINALE SI FERMI QUI.) Per l’appunto mentre leggevo e commentavo “L’Orlo della Fondazione” mi ero chiesto se nella creazione di Gaia, il “pianeta pensante” da cui viene Bliss, che si dice creato dai robot, non ci fosse per caso lo zampino di quel A. Daniel Olivaw che era scomparso così repentinamente, cedendo il ruolo di consigliere dell’Imperatore della Galassia a Hari Seldon in “Fondazione Anno Zero”. Da allora ne attendevo la ricomparsa, pur sapendo che nella Trilogia originale difficilmente sarebbe potuto comparire essendo l’idea di collegare i tre Cicli successiva e non prevedendo, all’inizio, i due Cicli finali la presenza di alcun robot. Come nei prequel della Fondazione avevamo scoperto che la psicostoria era guidata da questo robot telepate, a sua volta diretto dalla Legge Zero della Robotica che gli impone di fare il bene dell’umanità e come nei due prequel della Fondazione lo abbiamo visto fingersi umano, con altro nome e guidare l’Impero come consigliere dell’imperatore, così, in quest’opera conclusiva, comprendiamo come per A. Daniel Olivaw, questo automa autorigenerato e vecchio ormai di oltre 20.000 anni, la psicostoria non sia sufficiente a creare una Galassia pacifica e sana e che il nuovo e superiore modello sia quello preconizzato dal pianeta pensante Gaia (da lui creato) e quindi dal Progetto Galaxia, la più grande delle utopie asimoviane: un’intera Galassia in collegamento telepatico, in cui ogni parte si muova per il bene comune, sia essa umana, animale, vegetale o minerale. A. Daniel Olivaw è esso stesso parte dell’utopia: un robot telepate ultraintelligente, guidato da delle leggi che lo spingono solo fare il bene e che veglia per decine di migliaia di anni sulle sorti dell’umanità!

Fondazione e Terra”, come alcuni dei romanzi scritti da Asimov nella seconda fase (quando, negli anni 1980-90 cioè creava delle storie di collegamento tra i vari cicli scritti negli anni 1940-50) si presenta più spigliato e unitario dei romanzi “classici”. Occorre dire che la mancata unitarietà delle storie originarie nasceva dal fatto di essere state concepite per le pubblicazioni a puntate sulle riviste di fantascienza dell’epoca sotto forma di racconti e solo in seguito riunite in romanzi, mentre i nuovi romanzi nascono già come tali e forti di un progetto ormai chiaro e delineato.

Come tutti i romanzi e i racconti della storia della galassia anche “Fondazione e Terra” è leggibile autonomamente dalle altre opere, ma caratterizzandosi come opera conclusiva ed esplicativa, è quella che maggiormente aiuta a comprendere la visione di Asimov della storia dell’umanità nei prossimi 20-30.000 anni. Troppi sono i presupposti (salti nell’iperspazio che fanno superare il limite della velocità della luce, una Galassia piena di pianeti abitabili ma priva di altre razze intelligenti, telepatia) su cui si basa che ci fanno capire che le cose non andranno mai come il grande maestro della fantascienza le ha sognate, ma fa comunque piacere che esista un’opera così ampia che tenti di raccontare il futuro come una grande avventura o meglio come un’imponente raccolta di avventure.

L’UTOPIA DELLA COMUNIONE GALATTICA

Se Isaac Asimov ha impiegato circa 40 anni a completare la stesura della sua storia futura della Galassia (dal 1948 quando cominciò a pubblicare a puntate i primi racconti che furono poi riuniti nella Trilogia della Fondazione, al 1986, quando ha pubblicato “Fondazione e Terra”), temevo di impiegare più o meno altrettanto tempo a rileggere tutti i romanzi e i racconti che lo compongono, quando nel settembre del 2010 lessi “La fine dell’eternità” o quando, nel novembre del 2012, decisi di proseguire nella lettura in ordine cronologico di tutte queste opere e, in particolare, dei tre cicli dei Robot, dell’Impero e della Fondazione in cui la maggior parte di queste storie sono raccolte. In effetti, con i primi volumi me la sono presa comoda, ma ora ho deciso di accelerare e così negli ultimi giorni ho letto gran parte del Ciclo della Fondazione e ora ho appena completato il penultimo libro di questo ciclo “L’orlo della Fondazione” (“Foundation’s Edge).

L’orlo della Fondazione” fu pubblicato nel 1982, ben tre decenni dopo l’ultimo volume della Trilogia della Fondazione originaria (“Seconda Fondazione” – 1952) e rappresenta il primo dei quattro nuovi volumi aggiunti da Isaac Asimov per formare il nuovo Ciclo della Fondazione e collegarlo ai precedenti due cicli, quello dei Robot e quello dell’Impero.

Nel precedente volume la Prima Fondazione pensava di aver sconfitto sia il suo inatteso nemico, il mutante detto Il Mulo, sia la Seconda Fondazione, sia, indirettamente, per opera del Mulo, l’Impero. I lettori sanno però che non è così e che la Seconda Fondazione continua a esistere, sebbene nascosta come sempre, e quindi il progetto psicostorico di Hari Seldon per fondare un Secondo Impero nel giro di mille anni, continua ad andare avanti.

Ne “L’orlo della Fondazione” siamo a metà del progetto Seldon, a 500 anni dalla creazione delle due Fondazioni e qualcuno, nella Prima di nuovo sospetta che la Seconda Fondazione sia sopravvissuta, mentre nella Seconda c’è chi sospetta che vi sia una terza entità nella Galassia che dirige il Piano Seldon, controllando quindi sia la Seconda che la Prima Fondazione, mentre la Seconda, segretamente controlla la Prima.

Parte, dunque, una spedizione ufficiosa della Prima Fondazione alla ricerca della Seconda, mascherando la missione in una ricerca della Terra.

Il Ciclo della Fondazione, infatti, come molti sanno bene, è ambientato in una Galassia in cui l’umanità si è espansa popolando, in circa 22.000 anni di viaggi spaziali, centinaia di milioni di mondi.

La cosa assurda è che su nessuno di questi mondi è mai stata trovata alcuna civiltà o intelligenza aliena (a parte quella “fuori ciclo” di Nemesis)! L’altra cosa strana è che tutti i milioni di miliardi di abitanti parlano la medesima lingua, il Galattico Standard e hanno le medesime usanze e cultura, eppure nessuno ricorda più che tutto ciò deriva da un unico pianeta madre comune, la Terra, del tutto dimenticato o, al massimo, considerato come una leggenda.

Anche qui notiamo alcune incongruenze, come lo storico che sale per la prima volta su una nave spaziale e si fa spiegare come sia in grado di fare i suoi salti nell’iperspazio: dopo 22.000 anni di viaggi spaziali, in una Galassia in cui abbiamo persino visto una ragazzina di 14 anni viaggiare da un sistema solare all’altro comprando i biglietti per il volo da una macchinetta automatica. Pare strano che una persona di discreta cultura, come un accademico, sebbene non di formazione tecnica, abbia bisogno di simili spiegazioni (che sembrano messe lì più che altro per il lettore). Sarebbe come se oggi, dopo migliaia di anni che navighiamo per mare, un professore di storia (che forse dovrebbe sapere qualcosa di battaglie navali e storia della navigazione!) si mettesse a chiedere se davvero quella barca non andrà a fondo e come farà mai a tracciare la rotta!

In questo romanzo, assai più integrato e omogeneo dei volumi della trilogia originaria, assistiamo alla missione di un consigliere della Prima Fondazione, Golan Trevize, alla ricerca della Seconda Fondazione, alla cui scomparsa non crede, assistito dal professore di storia Pelorat, che a sua volta è alla ricerca del mitico pianeta d’origine dell’umanità. Dalla Seconda Fondazione parte invece l’Oratore (una sorta di equivalente politico su Trantor, sede di questa organizzazione, del titolo di consigliere di Trevize) Stor Gendibal, alla ricerca, invece, di un’altra entità che come la Seconda Fondazione, sembra avere dei poteri telepatici (“mentalici”).

Isaac Asimov

Si ritroveranno tutti su Gaia, un pianeta non privo di sorprese, che ciascuno di loro crede possa essere l’oggetto della propria ricerca, ma che si rivelerà altro. Non vorrei togliere la sorpresa a chi non l’abbia ancora letto (se siete tra costoro interrompete qui la lettura), ma quello che Gaia si rivela essere è qualcosa che ricorda in qualche modo quel che abbiamo letto essere Nemesis. Il romanzo che porta lo stesso nome del pianeta si colloca temporalmente agli inizi della storia galattica, narrando della colonizzazione del primo pianeta al di fuori del sistema solare. Sebbene ci siano alcuni richiami reciproci tra Nemesis e il Ciclo della Fondazione, Asimov pare abbia detto che questo romanzo non è parte della sua storia futura. Eppure, se su Nemesis troviamo dei microrganismi connessi tra loro, a costituire un grande cervello planetario (tipo Solaris di Lem), su Gaia ogni essere, vivente e non vivente, animale, vegetale o minerale e persino umano partecipa all’unità di Gaia.

Nemesis era, però, un prodotto naturale dell’evoluzione, Gaia, invece, è un pianeta artificiale, frutto dell’opera dei robot, che vi hanno costruito il mondo ideale per l’umanità, una nuova utopia asimoviana, un pianeta in cui tutto è equilibrato, senza sprechi, senza morti inutili, senza malattie, con tutti gli esseri in collegamento mentale tra loro. Eppure, scopriamo, fu da Gaia che partì Il Mulo, il grande mutante nemico delle Fondazioni e distruttore del Primo Impero, la più grande minaccia alla psicostoria, la scienza inventata da Hari Seldon, usata per preparare l’avvento del Secondo Impero, grazie all’opera delle due Fondazioni.

Se furono i robot a plasmare Gaia, con poteri telepatici simili agli ultimi modelli realizzati prima che l’umanità decidesse di fare a meno di loro, se in “Preludio alla Fondazione” e “Fondazione Anno Zero” Hari Seldon fu aiutato nel suo progetto di realizzazione delle due Fondazioni dal robot telepate A. Daniel Olivaw, lo stesso protagonista decenni prima del Ciclo dei Robot, sopravvissuto all’avvento e alla decadenza dell’Impero, se A. Daniel Olivaw a un certo punto rinuncia al suo ruolo di consigliere dell’Imperatore della Galassia per andare a fare altro, ci si chiede se Gaia non sia, almeno in parte opera sua, anche se Gaia sembra più antica dell’Impero.

Le due Fondazioni vogliono realizzare il Secondo Impero, ma ognuno a modo suo. Gaia, questo pianeta intelligente, una sorta di Terza Fondazione non prevista da Hari Seldon e nata prima di lui, ha una terza visione del futuro, una “Galassia integrata”, una sorta di “Gaia interstellare”, una Galassia in cui ogni essere sia legato agli altri in una comunione universale (o quantomeno galattica).

In queste pagine, Asimov cita, oltre a Nemesis, un altro romanzo “fuori ciclo”, “La fine dell’eternità”, spiegando la caratteristica più insolita della sua Galassia: l’assenza di alieni evoluti, se non addirittura civilizzati. Racconta cioè una leggenda secondo cui sul pianeta d’origine vivevano gli Eterni, esseri umani in grado di scegliere tra tanti possibili corsi del tempo, tra tanti “universi divergenti” (come li definisco nei miei romanzi). In ognuno di essi tutto era possibile. In alcuno la civiltà si era sviluppata sulla Terra, in altri su Gaia, in altri su Terminus o altrove. Gli Eterni scelsero la linea temporale in cui la civiltà si era sviluppata solo e soltanto sulla Terra e per questo l’umanità vive in una Galassia dove tutti i pianeti abitabili non sono abitati da esseri intelligenti! Una spiegazione, direi, un po’ debole, ma plausibile, per la più persistente utopia asimoviana: l’umanità è la razza più importante, intelligente ed evoluta della Galassia!

Se nelle opere precedenti abbiamo visto nascere e morire varie utopie, da un’umanità assistita da robot simili ad angeli custodi, dalle colonie spaziali ultracontrollate, da una storia regolata dalla matematica della psicostoria, qui scopriamo un altro sogno, un altro modello sociale, ma già nelle ultime pagine del romanzo intuiamo che Asimov non crede veramente neanche in quest’utopia, come non sembra davvero credere che il sogno dell’umanità sia un Impero Galattico. Certo, scrive che il Secondo Impero sarà migliore del Primo e qualcosa di simile a un Unione di mondi, qualcosa che ricorda troppo alla versione galattica degli Stati Uniti d’America, eppure lo stesso Trevize, che alla fine sceglierà il futuro migliore per l’umanità, nel momento stesso in cui sceglie, già teme di aver sbagliato. Anche quest’utopia sta già morendo nel momento stesso in cui nasce. Cos’hanno in comune tutte le utopia asimoviane? Soprattutto il controllo, la possibilità di avere angeli custodi artificiali che vegliano sull’umanità e la sua storia. Robot, matematica, Fondazioni e Imperi sono tutti entità che vegliano (e controllano) l’umanità. Saranno anche utopie, ma Asimov ci mostra spesso personaggi che combattono, di volta in volta, contro ciascuna di queste forme di controllo. Non vediamo Dei, non vediamo nulla di soprannaturale, ma la Galassia è piena di miti e di entità dai grandi poteri, come se Asimov sentisse l’esigenza di colmare questa sua Galassia atea con qualcosa di sovrumano che facesse, almeno in parte, le veci del suo Dio latitante. Sono però angeli custodi a tempo, utopie a scadenza, che si annullano secolo dopo secolo, romanzo dopo romanzo.

IL “SOTTO CICLO” DELLA PSICOSTORIA

I romanzi “Preludio alla Fondazione” (Prelude to Foundation, 1988) e “Fondazione anno zero” (Forward the Foundation, 1993) raccontano la vita di Hari Seldon, l’ideatore della Psicostoria e l’ispiratore delle Fondazioni. S’inseriscono nella successione cronologica dei romanzi che narrano la storia della Galassia immaginata dallo scrittore americano di origine russa Isaac Asimov, tra il Ciclo dell’Impero e il Ciclo della Fondazione e vengono considerati parte del secondo. Scritti 35 e 39 anni dopo l’ultimo romanzo di tale Ciclo (1953) nella sua conformazione originaria e dopo  un numero simile di anni dal Ciclo dell’Impero (1950-52) fanno parte del progetto asimoviano di collegare tra loro questi Cicli e quello dei Robot, descrivendo una storia globale della Galassia.

I due romanzi si presentano però con una loro dignità letteraria e con una certa autonomia narrativa, dando spazio a un nuovo personaggio, Hari Seldon, descritto solo indirettamente nei romanzi cronologicamente successivi, e mostrando i suoi sforzi per realizzare le basi di quella dottrina nota come Psicostoria con la quale tenta di prevedere matematicamente il flusso della Storia e, per quanto possibile, orientarlo e la sua trovata per preservare la civiltà mediante la creazione delle Fondazioni.

Asimov riesce comunque in pieno a realizzare il proposito di collegamento dei tre Cicli, facendo persino comparire due robot umanoidi (tipici del Ciclo dei Robot), nonostante che nell’epoca dell’Impero la loro presenza sia stata quasi del tutto cancellata e uno dei due è niente meno che A. Daniel Olivaw, il partner robotico dell’investigatore Elijah Baley protagonista del Ciclo dei Robot, che compare, fingendosi umano, con il nome di Eto Demerzel e il ruolo di saggio Primo Ministro, funzione nella quale, grazie alle sue doti telepatiche e al suo desiderio di aiutare l’umanità (come richiesto dalla Legge Zero della Robotica per la quale il bene dell’umanità prevale su ogni altro dovere), assisterà due Imperatori e aiuterà lo stesso Hari Seldon, mettendolo in condizione di proseguire i suoi studi di Psicostoria e lasciandogli, infine, il posto di Primo Ministro di un Impero di cui il grande matematico intuisce la decadenza, che vorrebbe arrestare con la sua Psicostoria e le Fondazioni.

Oltre agli ampi riferimenti ai tre Cicli, in “Fondazione Anno Zero” c’è persino un accenno al romanzo “Nemesis”, che narra fatti antecedenti,
sebbene in altra occasione Asimov, credo abbia dichiarato che questo romanzo non faccia parte della storia della Galassia. “Nemesis” descrive la colonizzazione del primo pianeta fuori dal Sistema Solare e presenta un personaggio con doti assai simili a quelle di A. Daniel Olivaw, della nipote del matematico Wanda, per non parlare del Mulo, il mutante di “L’altra faccia della spirale”. In “Nemesis” (1989) la quindicenne Marlene ha, infatti, doti telepatiche simili alle loro.

Se in “Preludio alla Fondazione” incontriamo un Hari Seldon giovane, riscopriamo il robot A. Daniel Olivaw nei suoi doppi panni di Eto Demerzel e Chetter Hummin, e la futura moglie robotica del matematico Dors Venabili, il figlio adottivo della coppia Raych e il futuro collaboratore alla Psicostoria Yugo Amaril, in “Fondazione Anno Zero” tutti questi personaggi trovano lo spazio per essere sviluppati e descritti con maggiore profondità psicologica e temporale.

Isaac Asimov

Nonostante l’ampio numero di anni in cui si dispiega il romanzo, Asimov non rinuncia né al suo amore per le indagini di ispirazione poliziesca, né alle avventure rocambolesche, tra assassini e attentatori vari, creando un romanzo non solo utile al suo progetto narrativo, ma comunque vivace e appassionante, pur con una certa ripetitività, probabilmente segno della poca fiducia dell’autore nella memoria o costanza dei suoi lettori, cui troppo spesso ricorda fatti già narrati in altri libri se non nello stesso che si sta leggendo.

Nei Cicli dei Robot e dell’Impero le grandi utopie asimoviane sono sviluppo della robotica, i viaggi spaziali, mondi dal clima e dalla criminalità controllata. In “Fondazione Anno Zero”, in un Impero in decadenza, in cui non solo il governo centrale non riesce più a controllare le province esterne, ma addirittura nello stesso pianeta Trantor, sede dell’Imperatore, questo è assassinato, in cui la cupola che regola il clima si va deteriorando, la criminalità cresce, il sogno di Hari Seldon di risolvere con la matematica questa crisi e di preservare la civiltà mediante le Fondazioni costituisce la preconizzazione di un universo utopico, confermando l’ottimismo asimoviano che anche in presenza di situazioni distopiche conserva una visione progressiva dell’umanità.

LA NASCITA DELLA PSICOSTORIA

Isaac Asimov ha collegato solo in un secondo momento i vari cicli di romanzi che narrano la storia futura della nostra Galassia. I primi romanzi furono, infatti, scritti soprattutto negli anni tra il 1953 e il 1964. “Preludio alla Fondazione”, invece, è del 1989, un altro importante romanzo di collegamento come “I robot e l’Impero” è del 1986 e, analogamente, le opere che “completano” i cicli sono degli anni ’80.

Se “I robot e l’Impero” unisce, appunto, i cicli dei Robot e dell’Impero, “Preludio alla Fondazione”, non è solo il prequel del ciclo della Fondazione, ma richiama anche i temi dei due cicli precedenti. Rappresenta, quindi, più di tutti, un’opera “artificiale”, creata per unire storie distanti tra loro migliaia di anni e con diversità notevoli, seppur giustificate e spiegate dall’autore nelle nuove opere. Dunque, una simile lettura dovrebbe lasciar ben poco sperare come qualità. Eppure Asimov è riuscito a farne un romanzo piacevole e interessante almeno quanto alcuni dei migliori delle serie che unisce, sicuramente più del citato “I robot e l’Impero”, innanzitutto perché ha un’impostazione meno “didattica”, dato che “Preludio alla Fondazione” non ha più l’esigenza, complessa, di spiegare come i robot siano scomparsi nell’Impero, compito assolto da “I robot e l’Impero”.

Uno dei maggiori difetti de “I robot e l’Impero” era l’uso del metodo investigativo inteso come:

  1. Mostra un evento;
  2. Fallo raccontare di nuovo a un personaggio che lo analizza per scoprirne i segreti;
  3. Eventualmente ripeti il punto 2.

Questo approccio, tipico della serie dei robot, viene utilizzato anche in “Preludio alla Fondazione”, ma per fortuna solo brevemente e, se non ci fossero i precedenti citati, quasi non si noterebbe.

Nonostante la sua funzione di congiunzione, che porta il romanzo a riprendere alcuni temi tipici degli altri romanzi, dalle leggi della robotica, alla psicostoria, alla struttura e nascita dell’Impero (si cita il conflitto tra la Terra e Aurora), riesce a essere innovativo e a regalarci dei momenti coinvolgenti.

La funzione di quest’opera è soprattutto di spiegare la nascita della psicostoria e vede come protagonista il suo creatore, Hari Seldon, impegnato in una serie di avventure che lo fanno sembrare l’Indiana Jones della matematica, ma che comunque rendono vivace la lettura.

Devo dire che la visione asimoviana di una Galassia organizzata in un impero composto da milioni di mondi, popolati solo da esseri umani (di origine terrestre), mi lascia alquanto perplesso, sia per la rapidità (20.000 anni) in cui l’umanità sarebbe passata dai 50 mondi abitati del ciclo dei robot ai milioni di pianeti con miliardi di abitanti, che mi fa pensare a tassi di natalità incredibili; sia perché mi pare inconcepibile che su miliardi di mondi l’uomo non si sia mai imbattuto in nessun essere intelligente. Persino gli animali e le piante aliene sono assai poco citati e sembrano autentiche rarità. Eppure ci sono miliardi di mondi pronti per essere abitati! Come può essere che nessuno abbia sviluppato forme di vita proprie? Tutto ciò, ovviamente, prendendo per buona la possibilità di muoversi a velocità ben superiori a quella della luce per andare da una stella all’altra.

L’altra cosa che non mi convince di queste ricostruzioni e che troppe cose siano rimaste simili a come erano negli anni ’50-’80 del secolo scorso.

Solo in “Preludio alla Fondazione” leggiamo, per esempio, di computer, ascensori (di solito normali a parte uno “gravitazionale” definito come raro), panini, mense e, incredibile, persino tennis!

Ma dico io, come può essere che l’umanità non si ricordi più della Terra (in merito indaga lo stesso Seldon) eppure esista ancora un gioco come il tennis? Come può essere che in decine di migliaia di anni l’umanità abbia continuato a consumare panini! Quanto poi ai computer, già ora hanno fatto progressi assai maggiori che non quelli prospettati da Asimov. Nel romanzo compaiono anche dei supporti video per la lettura, forse più vicini a un tablet che a un e-reader, ma con capacità di memoria quanto mai modesta. Internet, pur essendo al momento della pubblicazione, prossimi alla sua esplosione non esiste, anche se si accenna a un accesso diffuso di informazioni. Quanto alla telefonia mobile, per gli uomini del futuro sembra essere… fantascienza.

Isaac Asimov

Peraltro, tra le visioni di Asimov non ancora realizzate, oltre ai robot antropomorfi, segnalerei che il mondo in cui è ambientata la storia, la capitale dell’Impero, Trantor ha un clima controllato, essendo interamente chiuso sotto una calotta, che lo difende dall’ambiente esterno, che la sovrappopolazione (40 miliardi di abitanti) ha reso instabile e inabitabile.

Comunque penso sia giusto accogliere e accettare per quello che è questa Galassia che Asimov ha voluto disegnarci, pulita, regolare e prevedibile (grazie alla psicostoria), molto WASP (White Anglo Saxon Protestant), assai lontana dai cliché della distopia, sebbene in “Preludio alla Fondazione” si parli della decadenza dell’Impero. Anche se il protagonista si cala nei quartieri più malfamati e affronta i delinquenti locali, la sensazione è sempre quella che, poco lontano, ci sia il mondo ordinato e sereno dell’Impero.

Insomma, prevale anche qui il tipico ottimismo futuristico asimoviano, che è la sua più tipica caratteristica.

Un ultimo appunto: il finale, forse in parte prevedibile, può comunque stupire e dona un tocco, positivo, in più al romanzo, dando un senso a molte cose.

LA CULTURA DELLA CONDIVISIONE

Vi è mai capitato di voler interrompere la lettura di un libro? Per me abbandonarne uno a metà è peggio che lasciare un cane sull’autostrada, eppure da quando ci sono gli e-book mi ero detto che dovevo convincermi a questa pratica barbara (abbandonare i libri, non certo i cani!). Una cosa era lasciare a metà un costoso volume cartaceo, altra cosa, mi sembrava, era lasciare a metà un “etereo” file. Ho migliaia di libri da leggere e mi fa un po’ rabbia perder tempo su qualcosa che non merita. Da quando mi sono dato questo crudele proposito, però, rarissimamente mi è riuscito di metterlo in atto. Ogni libro merita di essere letto (o scritto). Ogni libro può darci qualcosa, se non altro far capire come non si scrive un libro.

Se in tutta la mia vita di lettore di cartacei, ricordo di aver fatto abortire solo la lettura di Mistres Branican di Jules Verne (ero a quelle che allora si chiamavano elementari), da quando mi sono ripromesso di praticare l’aborto degli e-book, l’ho esercitato solo con “Donne che corrono con i lupi” di Clarissa Pinkola Estés. E stiamo parlando, di uno che legge almeno una cinquantina di libri all’anno (ai tempi dell’infanzia non li contavo, ma ero oltre i cento)!

Questo per far capire quanto mi ripugni il gesto. Eppure leggendo le prime cento pagine de “L’Impero di Azad” (“The player of Games” – 1988) di Iain M. Banks, più volte sono stato tentato di dire “basta, lo mollo qui”.

La mia repulsione per l’aborto letterario è stata questa volta ampiamente ricompensata: tanto mi avevano annoiato le prime cento pagine, tanto mi hanno coinvolto e appassionato quelle successive.

Il romanzo l’avevo scelto seguendo i consigli di lettura di Mark Zuckerberg (il fondatore di Facebook). Sebbene il personaggio sia importante, non ha molto a che fare con la letteratura o la saggistica, ma i titoli suggeriti erano tutti interessanti e me ne sono procurato alcuni. Tra questi c’era “Rational ritual”, che ho letto qualche tempo fa e che non mi aveva entusiasmato particolarmente. Leggendo dunque le prime pagine de “L’Impero di Azad”, mi dicevo: “ma cosa segui a fare i consigli di uno che di libri non ne sa nulla?” Per fortuna che l’ho fatto, perché la storia è, nel complesso, interessante e avvincente.

Iain M. Banks

La prima parte (da bruciare) ci mostra una galassia popolata da umanoidi che vivono secondo le regole della cosiddetta Cultura. Gente che vive in pace, non ha più bisogno di leggi, non si serve di denaro e passa il tempo a fare giochi di società. Uno dei migliori giocatori, viene reclutato per andare a giocare una strana partita in un Impero interstellare ai confini dei mondi della Cultura. Da questo punto si cambia del tutto ritmo e il romanzo decolla. Sarebbe bastato cancellare o ridurre a 5-10 pagine le cento precedenti per farne un gran libro!

L’Impero è una struttura gerarchica, militarizzata e piena di regole, che decide le carriere e la politica mediante un gioco detto Azad, termine dai molteplici significati. In base al piazzamento nel gioco, viene deciso il ruolo sociale di ciascuno e persino la carica di Imperatore, che, ovviamente, è il giocatore migliore.

I dettagli del gioco non vengono esplicitati nel romanzo, ma se ne comprende abbastanza da venirne coinvolti. Piuttosto sviluppata è anche la caratterizzazione dei due popoli, quello della Cultura che cambia sesso come si cambia vestito, quello dell’Impero, diviso in tre sessi, con ruoli sociali ben diversi tra loro. Completamente diversa è la visione delle cose per la Cultura e l’Impero.

Posso immaginare che ciò che può aver incuriosito l’inventore di Facebook sia il fatto che la Cultura si basa sul libero scambio delle conoscenze, sulla collaborazione e la condivisione, vero spirito di internet, in contrapposizione al mondo delle accademie, della cultura chiusa e autorefenziale. Nell’Impero i migliori giocatori sono quelli che hanno frequentato scuole speciali, accessibili solo a élite del terzo sesso, gli apici.

Mi è piaciuta anche l’ambientazione dell’ultima partita, sul Pianeta di Fuoco: un mondo con un forte rigonfiamento equatoriale, per cui ci sono due grandi oceani, non comunicanti, uno a nord e uno a sud. Ipotesi assai plausibile, che porterebbe creare due ecosistemi marini paralleli ma diversissimi: un esperimento evolutivo affascinante. Un po’ meno plausibile è l’idea che l’anello di terraferma sia percorso da un’onda di fuoco che, perennemente fa il giro dell’equatore, permettendo a piante e animali di risorgere ogni volta dalle ceneri. Un mondo di fenici! Altro interessante adattamento evolutivo.

Strano romanzo di fantascienza sociologica, insomma, in qualche modo imparentato con “Hunger games”, se non altro per la centralità del gioco nella vita sociale, e ricco di riflessioni sociologiche ed evolutive. Peccato solo che l’onda di fuoco non sia riuscita a bruciare le prime pagine!

 

E ora?

Ora cercherò di leggere qualcun altro dei libri suggeriti da Mark Zuckerberg:

1) Ibn Khaldun, La Muqaddimah

2) Yuval Noah Harari, Sapiens

3) Michelle Alexander, Il nuovo Jim Crow

4) Moisés Naìm, La fine del potere

5) Ed Catmull, Creatività, Inc

6) Steven Pinker, The better angels of our nature

7) Eula Biss, Sull’immunità

8) Iain M. Banks, L’Impero di Azad

9) Sudhir Venkatesh, Leader di una gang per un giorno

10) Thomas S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche

11) Peter Huber, Orwell’s Revenge

12) Vaclav Smill, Energy

13) Henry M. Paulson, Dealing with China

14) Michael Suk Young Chwe, Rational Ritual

15) Eula Biss, On immunity

O magari potrei leggere qualche altro romanzo del Ciclo della Cultura di Banks:

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: