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IL RE DELLA MENTE

Stagioni DiverseSono davvero pochi gli autori intensi come Stephen King. Di norma preferisco i romanzi ai racconti ma persino in un’antologia come “Stagioni diverse”, Stephen King dimostra la sua assoluta superiorità non solo rispetto ai contemporanei ma alla maggioranza dei romanzieri di ogni tempo. Va detto che questi quattro racconti sono così lunghi da potersi definire romanzi brevi (neanche poi tanto brevi a dir il vero) e questo certo aiuta l’autore a dare a personaggi e trama la grande profondità psicologica che sempre lo distingue come gran conoscitore degli aspetti più oscuri della mente umana.

 

Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank” è una magnifica storia carceraria di un bancario finito ingiustamente in carcere. L’ambiente del penitenziario crea in chi ci vive uno straniamento particolare e sembra quasi di leggere storie ambientati in altri mondi. Sorprende in King la capacità di inserire una gran quantità di dettagli mai inutili, ma sempre funzionali a una forte caratterizzazione della storia principale, senza diventare mai prolisso. Tutto è utile alla storia. Notevole la caratterizzazione sia del protagonista che del narratore, singolare la loro amicizia, affascinante la resistenza e la determinazione del protagonista.

 

Un ragazzo sveglio” ci racconta di un ragazzino che va a caccia, a metà degli anni ’70, di criminali nazisti, ne trova uno e ci instaura un rapporto speciale, dapprima riuscendo persino ad assoggettare psicologicamente il vecchio gerarca, ma poi sviluppando in modo coerente eppure sorprendente, questo rapporto in qualcosa che diventa amicizia e collaborazione. Forse parte un po’ lentamente e l’episodio del gatto bruciato nel forno mi è parso un po’ sopra le righe, ma King realizza, nella prima parte, un altro capolavoro psicologico. Nella seconda parte mi pare, invece, che si faccia prendere un po’ la mano con la vicenda dei barboni assassinati. Diciamo che il profilo psicologico di un nazista che dirige un campo di concentramento mi pare diverso da quello di un serial killer di barboni e non credo che l’uno possa diventare l’altro. Se non altro perché il primo si muove in un contesto gerarchico, sociale e di regole che lo supporta e lui rispetta, mentre il secondo si muove in autonomia e contro ogni regola. Se, però, accettiamo questo sviluppo, la storia è certo avvincente e si evolve con originalità, riprendendo più volte slancio anche quando si ha l’impressione che possa essere ormai conclusa.

 

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Stephen King

L’autunno dell’innocenza – Il corpo (stand by me)” ha ispirato il film “Stand by me” che, quando lo vidi molti anni fa da ragazzino, mi impressionò al punto da indurmi a scrivere la prima recensione cinematografica che osassi inviare a un quotidiano (che ovviamente neppure mi rispose). Non ricordo bene che cosa mi colpì, nè che cosa scrissi, ma di certo lo trovai geniale nel suo modo di raffigurare quella fine d’infanzia da cui io stesso mi ero allora allontanato da poco.

Il ritratto di questo gruppetto di ragazzini in viaggio lungo i binari del treno alla ricerca del cadavere di un altro ragazzo morto è un esempio della capacità di penetrazione psicologica di Stephen King, questo autore che ha magistralmente raccontato la schizofrenia della colossale saga della “Torre nera” e che qui, ancora una volta dimostra di essere un fine conoscitore della mente umana e dei suoi meccanismi, soprattutto quelli legati alla paura.

Eppure questo terzo racconto, leggendolo oggi, mi è parso più lento e meno efficace dei due che lo hanno preceduto. Non mi hanno convinto, in particolare, le descrizioni troppo lunghe delle vite familiari dei ragazzini (non credo che nel film fossero così marcate). Nonostante questo, rimane comunque un’opera di gran lunga superiore a tante cose che si leggono in giro e, forse, sì, tutto sommato, si potrebbe dire che è un piccolo capolavoro anche questo, sebbene la qualità del volume vada progressivamente decrescendo dal primo al quarto racconto.

 

“Una storia d’inverno – Il metodo di respirazione” che chiude la raccolta è un racconto che racchiude al suo interno un altro racconto. Nel primo si parla di uno strano club che forse non è un vero club. Nel racconto che contiene si racconta di un medico che segue una donna madre nella sua gravidanza e, infine, nel parto.

Risultati immagini per stephen king stand By me filmSinceramente la parte sul club mi ha persino annoiato, come se King viaggiasse in prima. Appena comincia il racconto della ragazza, ingrana subito la terza, ma comincia a farci una sorta di quadretto di come fosse difficile la vita per le ragazze madri negli anni ’30 del XX secolo e quanto arretrati i metodi medici per la preparazione al parto. Tutto molto interessante, ma poco “kinghiano”. Appena, però, si arriva al parto, King ingrana non la quarta, ma la sesta e ci troviamo davanti a un “seppur breve” momento di grandissima tensione emotiva, che forse ripaga di tutte le altre pagine.

 

Chiudono il volume le riflessioni di King (“Una parola di conclusione”) su come sia difficile pubblicare racconti come questi quattro perché troppo lunghi per un racconto e troppo corti per un romanzo.

Devo dirvelo: da venticinquemila a trentacinquemila parole sono cifre in grado di far rabbrividire fino nelle ossa il più intrepido scrittore di fiction. Non c’è una definizione semplice e concisa di quello che è un romanzo o un racconto… per lo meno non in termini di conteggio di parole, né dovrebbe esserci. Ma quando uno scrittore si avvicina al limite delle ventimila parole, sa di essere sul punto di sconfinare dal paese del racconto, e ugualmente, quando supera il limite delle quarantamila parole, penetra nel paese del romanzo” scrive.

Spiega così come è arrivato a pubblicarli assieme in un unico volume. Personalmente avrei preferito pubblicarli come singoli romanzi brevi, ma lui ha molta più esperienza di me.

In questo finale, King racconta come accadde che fu etichettato (ed accettò la cosa) come autore horror, sebbene il suo editor lo sconsigliasse di seguire quella strada, poco remunerativa (cosa ben smentita dalle notevoli vendite dei suoi libri).

 

King è comunemente noto come “re dell’horror”. Certo lo è ma questo titolo è quanto mai riduttivo per lui. In questi racconti non c’è nulla dell’horror come lo immaginiamo, con fantasmi, vampiri, zombie. C’è semmai, come spesso è in King, l’orrore dell’abiezione della mente umana.

Il direttore del carcere che si rifiuta di verificare l’innocenza del suo prigioniero o il ragazzino che si appassiona delle atrocità dei campi di sterminio e si trasforma in un assassino ci fanno orrore, ma non certo paura. È questo l’horror di cui King è davvero re.

Nella postfazione King stesso scrive:

Così sono stato etichettato e non me ne importa granché… dopotutto, scrivo per rappresentare qualcosa… per lo meno, quasi sempre. Ma è solo di orrore che scrivo? Se avete letto i precedenti racconti, saprete che non è così… eppure in tutte quelle storie sono riscontrabili elementi dell’orrore, non solo in Il metodo di respirazione… quella faccenda delle sanguisughe in Il corpo è piuttosto raccapricciante, come lo è l’immagine onirica in Un ragazzo sveglio. Prima o poi, Dio solo sa perché, sembra che la mia mente si volga sempre in quella direzione.

Insomma, leggete questi piccoli grandi romanzi brevi e capirete che anche qui, in queste piccole cose, più che un Re dell’Horror, King è un Re della Psiche.

I DUE LATI DI UNA LUNA SURREALE

Risultati immagini per hanno invaso la SvizzeraRieccomi a leggere uno dei libri surreali di Massimo Bernardi dopo “Mandala”. Il suo nuovo lavoro si chiama “Hanno invaso la Svizzera” e il titolo continua nel sottotitolo “e altri racconti brevi per letture notturne”. Se “Mandala” è un caleidoscopio che tutto mescola situazioni, citazioni, fiaba, fantascienza, paranormale, psicologia, tempo, vita reale, Italia, Emilia, Bologna, “Hanno invaso la Svizzera” si presenta più strutturato.

Innanzitutto, il volume è diviso in parti.

La prima, “The bright sight of the moon” si divide a sua volta in tre “Sogni d’oro. Quando la mente di notte viaggia libera”, “Scherzi del caso. Le curiose coincidenze della vita” e “Come sparire completamente”.

La seconda “The dark side of the moon” comprende “Con il favore della notte. Visioni ispirate ai dipinti di Sergio Padovani”, “Il dolce domani. Piccoli sogni d’oro e d’argento sotto la coltre di neve dell’inverno” e “Parole nello spazio. Liberi pensieri in libera stanza”.

Ciascuna di queste sei parti è composta da una miriade di micro-racconti, in qualche modo riuniti per genere.

Al di là dell’ovvio riferimento ai Pink Floyd, avrete capito che anche qui l’elemento onirico è fondamentale. Molti racconti hanno, infatti, la tipica successione degli eventi dei sogni, per mere associazioni mentali, direi, psicologiche.

Introduce il volume la prefazione del grande Dino Buzzati. Dino Buzzati? Ma come, direte voi, lo scrittore bellunese non è morto nel 1972, mentre il volume di Bernardi è del 2018?

Ovviamente, anche la prefazione è di Bernardi che ci gioca, raccontando di quanto sia difficile per un autore come lui emergere e si paragona al Drogo del suo capolavoro “Il deserto dei Tartari”, in perenne attesa di qualcosa (i Tartari o il successo o “la speranza del nuovo” – pag. 7) che non arriva mai.

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Massimo Bernardi

Lo stesso BuzzatiBernardi, ci spiega che “qui di sogni se ne trovano a bizzeffe”, “storie oniriche senza capo né coda che sembrano venire dalle tele di surrealisti; poi storie di gente che scompare all’improvviso senza lasciare traccia alcuna; infine storie su come il caso nella vita ci giochi strani scherzi” (pag. 8) ed ecco raccontato già il lato luminoso della luna.

Quanto a quello oscuro BuzzatiBernardi ci spiega come lì “le atmosfere virino decise verso l’arcano, il mistero e l’inquietudine”, “non solo, ma il Bernardi sembra voler fare un ulteriore tuffo carpiato con triplo salto mortale verso i territori profondi dell’inconscio, sempre più inesplorati” (pag. 9).

Oltre a Buzzati, tra i riferimenti letterari di Bernardi troviamo anche Stephen King, con il pagliaccio di IT che compare già nel primo racconto. Come basi culturali mi trovo perfettamente allineato a lui: due grandissimi autori.

Ed ecco già in questo primo mini racconto i palloncini che volano in cielo, che spesso ritornano nelle storie, per esempio a pag. 54 “un palloncino lasciato andare di proposito da una bambina a molti chilometri di distanza”.

Chi altro cita, oltre a loro e ai Pink Floyd? Ne dirò solo alcuni: Christo (l’artista), Cristo (il fondatore della setta ebraica ben nota), Madonna (la cantante), Van Gogh, Hugo Ball,  Francesco Guccini (“il macchinista anarchico guida La locomotiva”, Carmen Consoli, John Lennon, Francesco Totti, King Kong, Donkey Kong Jr., Sandokan (Guido e Maurizio De Angelis, più che Emilio Salgari), Bach, Wong Kar-Wai, Wagner, Leopardi, Dylan Dog, Guido Gozzano (“buone cose di pessimo gusto” – pag. 39) e chissà quanti altri che ora mi sono sfuggiti o non  ricordo.

Ora vorrei darvi giusto un accenno della sua prosa, prendendo un breve brano dal secondo capitolo:

Ai lati della strada vedo grandi pareti di rocce vulcaniche rosse e viola con incisi sopra dei disegni rupestri con scene di caccia, pesca e mercante in fiera. Qualche impronta di dinosauro, qualche dedica in stampatello a un amore perduto firmata con il sangue”.

O ancora, più avanti (pag. 55):

C’è una ragazza con un basco cremisi e una mantellina azzurra che sta dipingendo all’aperto, noncurante del forte veto che si sta alzando”, fin qui pare quasi normale, poi più avanti “man mano che lei procede a dipingere, il suo tatuaggio va scomparendo per riapparire poi esattamente  uguale sulla tela”.

Risultati immagini per guardia svizzeraColgo il riferimento alla pittura per ricordare che Bernardi è anche appassionato di fotografia. Fu proprio il suo contributo come fotografo al volume illustrato (“gallery novel”) “Il Settimo Plenilunio” (di cui fui un autore e il curatore) che abbiamo cominciato a conoscerci meglio.

Un altro esempio?

A quel punto il mostro rivela al bambino biondo un po’ di gossip in un orecchio: il terzo segreto di Fatima, la verità sulla nascita dell’universo e due o tre giochi di prestigio che gli serviranno da grande per fare colpo sulle ragazze”.

La natura onirica della narrazione emerge soprattutto in brani come “non è più il parco della mia infanzia ma una specie di grande baraccone, un mondo fittizio dato dalla somma di tanti luoghi immaginari visti nei film, che ci vengono incontro storti, di sbieco, sottosopra, a seconda dei folli movimenti della giostra”. Mondo sognato, dunque, ma anche mondo-citazione. Mi viene, allora, un po’ in mente quello che cercai di fare con il mio thriller “La bambina dei sogni” (qui però la narrazione è meno onirica), quando alle vicende dell’inquietante bambina adottiva con il potere di manipolare i sogni mescolavo citazioni letterarie.

Quali racconti ho preferito? Beh, la mia natura onirico-razionale (anche io amo il mondo dei sogni, non per nulla nella biografia che mi ha dedicato Massimo Acciai Baggiani mi ha definito “Il sognatore divergente”), mi porta a preferire storie fantastiche ma con sviluppi narrativi più concatenati, dunque per me “Le curiose coincidenze della vita” e “Come sparire completamente” sono le parti che raccolgono i racconti che ho apprezzato maggiormente.

LE MAPPE SONO POESIE

Sono sempre piacevoli e variamente poetici i libri del fiorentino Paolo Ciampi.Il Sogno delle mappe

Lo lessi per la prima volta nel 2009, con il suo saggio sull’esploratore Odoardo Beccari, cui si ispirò il romanziere d’avventura del titolo “Gli occhi di Salgari”.

Lo ritrovai nel poetico saggio su una scrittrice dell’appennino “Beatrice”. Più di recente, ho letto “Per le foreste sacre” e “L’aria ride”, per non parlare del suo intervento ne “Il sognatore divergente“. Tutti testi che in qualche modo hanno a che fare con i viaggi, ma anche con i libri, quasi che leggere e camminare fossero attività legate (così come lo sono per me, che sempre ascolto libri con il TTS del mio e-reader mentre cammino e leggo in viaggio). “C’è tanta letteratura, nelle librerie di viaggio” (pag. 9), scrive.

Era inevitabile, forse, che allora Paolo Ciampi prima o poi si soffermasse a parlarci dello strumento per eccezione di ogni viaggiatore: la mappa.

Lo fa nel brevissimo saggio “Il sogno delle mappe”, sottotitolo “Piccole annotazioni sui viaggi di carta”. Non è un saggio tradizionale, ma piuttosto la riflessione di chi le carte utilizza, colleziona e ama. Non per nulla nel titolo c’è il termine “sogno”, dato che quel che ci racconta è filtrato dalle sue emozioni verso questi oggetti, ormai quasi desueti con l’avvento di navigatori e GPS, come lo stesso Ciampi annota, ma evidenziando come la mappa ci faccia percepire in modo assai diverso la strada che percorriamo rispetto a un navigatore, invitandoci a guardarci attorno e non a seguire come pecore la voce del padrone elettronico. Il GPS ci pone al centro del mondo, alimentando folli, ingenui e deleteri egocentrismi. Internet ci rivela il nome dell’assassino prima di cominciare la lettura del giallo.Paolo Ciampi

Ciampi cita Paolo Rumiz “Le mappe non servono a orientarsi, ma a sognare il viaggio nei mesi che precedono il distacco” (pag. 11) e poi scrive “i sogni che sono i primi biglietti da staccare per la partenza” (pag. 13) e “ho fatto incetta di mappe: per alimentare i miei sogni” (pag. 13).

Tante sono le mappe. Ci sono “le mappe dei viaggi sfumati e le mappe dei viaggi compiuti” (pag. 17). Delle mappe dice “non ce n’è una che non sia anche fantasia” (pag. 26) e ognuna “mette insieme il sacro con il profano, la cartografia con la metafisica” come la Mappa Mundi di Hereford.

Oggi con google e street view vediamo tutto in anticipo, la mappa ci consente invece di sognare perché contiene una sorpresa. Cita Bruce Chatwin “Le mappe sono un modo di organizzare la sorpresa”.

E ancora, le mappe sono “narrazione del mondo” (pag. 70).

Come scriveva Giovanni Cenacchi “una mappa, un panorama di montagna, un libro di itinerari e uno di poesie si assomigliano un poco. Non sono mai del tutto completi, sono finiti a metà: e ciò che manca loro per concludere il senso siamo noi, il nostro percorso, il nostro sguardo, la nostra lettura…” (pag. 88).

E così le narrazioni di Ciampi sono sempre un po’ storia, un po’ natura e un po’ poesia.

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La Mappa Mundi di Hereford: Disegnata su un singolo foglio di vellum, misura 158 x 133 cm[1], ed è la più grande mappa medievale conosciuta finora. Fu dipinta fra il 1276 e il 1283 in Inghilterra da Richard di Haldingham e riproduce il mondo allora conosciuto fondando la propria rappresentazione sulla base di nozioni storiche, bibliche, classiche e mitologiche.

THE LOVE’S SERIAL KILLER

Il sentiero delle foglie caduteNon ricordo bene quando e come conobbi Maila Meini, ma fu in rete prima che di persona e credo che prima di averle mai parlato lessi il suo libro “A cavallo del tempo”, che recensii il 12 aprile 2018.

Ricordo poi di essermi trovato, a settembre 2018, durante la fiera Firenze Libro Aperto, assieme a Sergio Calamandrei davanti allo stand del GSF – Gruppo Scrittori Firenze, che ancora non conoscevo e aver indicato il volume sul banco indicandolo a Calamandrei che lo scambiò, giustamente visto il titolo, per un romanzo di fantascienza. Gli feci notare che non lo era ma che si trattava di una sorta di diario di una signora conosciuta in rete. Fu in quell’istante che Maila Meini si materializzò alle mie spalle dicendo “quella signora sono io”. Mi sentì colto con le mani nella marmellata, anche se non stavo facendo nulla di male. Da allora ho incontrato alcune volte Maila e fu, anzi, lei, assieme a Barbara Carraresi, a convincermi a iscrivermi al GSF.

Ora ho finito di leggere il suo “Il sentiero delle foglie cadute” e credo che la veloce definizione data al suo “A cavallo del tempo” ben si addica anche a questo romanzo/ raccolta di racconti, anche se qui correggerei in “quasi il diario di una ragazza”.

Rispetto all’altro volume qui siamo maggiormente dalla parte del romanzo, sebbene la successione cronologica degli anni dal 1958 al 1971, con un’introduzione e un finale nel 1982 (anno in cui potrebbe esser stato scritto, anche se la pubblicazione è successiva).

Vi si parla di una bambina, che vediamo crescere. Non è espressamente un’autobiografia, anche perché la piccola si chiama Lia e non Maila, ma credo che non vi manchino riferimenti alla vita dell’autrice.

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Maila Meini (a sinistra)

Penso che le ruberò per qualche mio libro la bella citazione iniziale di Nietzche “Il mondo è favola e non esistono fatti, ma solo interpretazioni”.

Sappiamo poco della protagonista dopo il 1982 ma l’incipit già ce la dipinge in modo affascinante:

Mangerò, quando avrò fame. Berrò, quando avrò sete. Dormirò, quando avrò sonno. Mi crogiolerò nel balsamo della solitudine. Questi sono i miei progetti per il futuro.

Questo è il risultato del mio passato”.

Non del futuro parla il libro, ma del passato.

Sempre nella prima pagina troviamo un importante indizio sul carattere di Lia, che dichiara che uno dei suoi più grandi errori è stato “essere come pensavo che gli altri volessero che fossi”. Ne nasce il ritratto di una figura sempre succube, dalle molte “maschere” (pag. 13), intenta a “costruire sorrisi” (pag. 17), “talmente scettica” che le “viene da ridere e da vomitare, contemporaneamente” (pag. 18).

La bambina e, poi, la ragazza, sono sempre alla ricerca dell’amore. Prima quello dei genitori, poi quello dell’altro sesso: “Avevo fame d’amore e tanta paura” (pag. 209). Ed è proprio questa ricerca costante che, forse, rende impossibile per Lia trovare il vero amore, perché non riesce a coglierlo quando le passa accanto, non riesce ad accontentarsi di quello che le viene offerto e, volendone di più e di diverso, lo perde.

Questo la porta a odiare, o quasi, fino a desiderare la morte degli oggetti del suo desiderio. Ed eccola ogni volta, alla fine di una nuova storia (non ne ha poche per essere un po’ “racchia”, come si definisce all’inizio: forse ha una percezione errata di se stessa), immaginare articoli di giornale in cui viene scoperta la fine tragica del suo ex-amato, fine che lei sogna di aver procurato lei stessa. I suoi amori sono come “foglie cadute” e Lia scrive:

Oggi

fossi non-io,

risalirei

il sentiero delle foglie cadute”.

Realtà e finzione si confondono: “Il mondo è favola” direbbe forse Nietsche. Lia, serial killer potenziale, ci fa quasi paura e viene persino da pensare a certi personaggi di Stephen King, dalla mente un po’ contorta, con quella sua amica immaginaria con cui si confida anche quando non più la bambina spaurita che nessuno vuole. Se anche si lamenta talora “Niente più amori per me, niente più amici” (pag. 228), le sue amate vittime, si susseguono una dietro l’altra o a volte alcune assieme (“Tre ragazzi cominciarono un corteggiamento che divenne assiduo – pag. 196) e Lia cerca “disperatamente di capire che cosa ho che non va” (pag. 204).

Il volume alterna alle predominanti parti in prosa, alcune in versi, che ben si inseriscono, grazie alla parte narrativa che le contestualizza, lasciando la lettura scorrere intensamente.

 

UNO STORICO FUORI DAL CORO

Quella strana coppia. L'ambiguo rapporto fra l'italiano Togliatti e il regime stalinistaHo conosciuto Mario Ragionieri durante uno dei Porto Seguro Show organizzati dalla nostra comune casa editrice in cui presentava il suo saggio “Quella strana coppia”, sottotitolo “L’ambiguo rapporto tra l’italiano Togliatti e il regime stalinista”.

Eravamo a fine 2017. Ricordo che l’editore Paolo Cammilli gli chiedeva “rivelaci la bomba dentro questo libro”, dato che se uno scrive un saggio del genere potresti aspettarti che contenga chissà quale rivelazione. Ragionieri, invece, proseguiva imperterrito a descrivere l’accurato lavoro sulle fonti da lui fatto, persino un po’ infastidito dalla domanda.

Acquistai il volume in un’occasione successiva, durante una presentazione presso l’Auditorium del Duomo, il 2 Dicembre 2017.

Ho impiegato un po’ prima di trovare il coraggio di leggerlo, spaventato dalla considerevole mole del tomo, con le sue 542 pagine.

Leggendolo ora in questo giugno 2019, sono piacevolmente colpito dalla grande serietà dell’autore che ha fatto un lavoro ampiamente documentato e quanto più possibile oggettivo, lascandosi andare solo di rado a considerazioni personali, a parte forse nelle conclusioni. Insomma, certo non un libro che vuole contenere qualche rivelazione “bomba” o fare uno scoop, ma un saggio accurato e meticoloso che cerca di ricostruire la figura de Il Migliore, anche detto Ercoli, ovvero il segretario del Partito Comunista Italiano Palmiro Togliatti e i suoi rapporti con Stalin e l’Unione Sovietica.

Dice Ragionieri (pag. 526): “L’intento che mi ero proposto in questo libro era quello di indagare sul tema a mio avviso ancora poco approfondito

Mario Ragionieri – Teatro del Duomo di Firenze – 2 Dicembre 2017 con in mano romanzo di Caterina Perrone

dell’intreccio tra stalinismo e PCI”.

Tra le rare valutazioni personali, evidenzio quando parlando delle considerazioni di Togliatti sul patto Ribbentrop – Molotov, Ragionieri sottolinea che:

lascia intendere che il nemico principale resta il nazismo, senza forse capire che i crimini commessi dai due regimi sono identici” (pag. 253).

Oppure quando scrive:

Questo è l’uomo nelle sue contraddizioni. Nasconderle, negarle e far finta di niente, renderlo un mito, considerarlo un padre della nostra Nazione, non serve a farlo apparire migliore (o, come era definito, il migliore).” (pag 188)

A parte queste e poche altre osservazioni, si stenta a capire la posizione di Ragionieri, che, con grande aplomb, si mantiene cronista distaccato e preciso, celando la propria posizione politica con dovuta professionalità.

Come si diceva solo nelle conclusioni appare più chiaro come Ragionieri la pensi su quelle vicende:

Per esempio si dice “profondamente convinto che il PCI ha seguito una via democratica perché era impossibile muoversi diversamente in Italia, ma conservando profondamente al suo interno una visione stalinista ben celata del pensiero” (pag. 525).

O più avanti (pag. 526) quando afferma “La liberazione dallo stalinismo non si può negare che ci sia stata, ma fino a quale punto e quale importanza ha avuto ed ha ancora l’eredità dello stalinismo in Italia sono domande che richiedono un ripensamento alla luce della documentazione a disposizione adesso e del profondo cambiamento dell’intero clima culturale dopo il crollo del regime sovietico e del mondo appoggiato su due poli”.

Ancor più si sbilancia a pagina 533: “l’eredità dello stalinismo rimane attiva e storicamente più pericolosa di quella nazista, perché nascondendosi dietro gli slogan di uguaglianza, libertà e fraternità, non ha fatto nascere quella istintiva repulsione che l’ideologia esclusiva della superiorità della razza ha provocato nella maggioranza della stessa presunta razza superiore”.

Il saggio non si limita a parlare di Togliatti, ma offre un ampio quadro sugli anni prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, su comunismo, nazismo e fascismo, sui rapporti internazionali tra i vari Paesi del mondo, su molti dei protagonisti di quel tempo, non poi così lontano, ma già tanto diverso dal nostro.

Chiude il volume un sorprendente documento del 1936, “L’appello del PCI ai fratelli in camicia nera”, firmato, tra gli altri, dallo stesso Togliatti, che vanta al suo interno perle come:

Popolo italiano!

Fascisti della vecchia guardia!

Giovani fascisti!

Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace e libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori, e vi diciamo:

lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma”.

Del resto Togliatti, come emerge da queste pagine, era personaggio da “compromessi storici” ante-litteram, ministro della Giustizia in un governo tripartito di democristiani, comunisti e socialisti, uomo che ricercava il consesso delle masse, oltre la loro precedente storia politica.

 

L’ARTE DI CREARE MONDI

Il presidente di World SF Italia Donato Altomare e Franci Conforti alla consegna del Premio Vegetti – Impruneta, 25 Maggio 2019

Cos’è l’arte? L’arte è creazione. Se la letteratura è una forma d’arte dove raggiunge la sua massima espressione artistica: nella creazione.

Un autore crea personaggi, trame, ambientazioni.

Più questi sono nuovi, originali e diversi dal consueto, più lo scrittore realizza un’opera artistica. La letteratura, però, a differenza delle arti figurative e della musica, presuppone una certa forma di comprensione, di narrazione consequenziale, pur con le dovute eccezioni cui la poesia c’ha abituato.

In prosa, però, la più difficile prova per l’autore è trovare il giusto equilibrio tra la magia del mondo nuovo creato e la sua intelligibilità per il lettore.

Stormachine” di Franci Conforti è senz’altro opera creatrice. Immagina e descrive un mondo immaginario complesso e articolato, con grande dovizia di dettagli e abbondanza di neologismi. L’ambientazione, in particolare, è quanto mai originale.

Nella scelta tra l’immediata comprensione del lettore e la pedante spiegazione di ogni novità immaginata, Franci Conforti si colloca più vicina al primo estremo, mentre io, per esempio, con il mio “Via da Sparta” ho preferito l’inserimento di spiegazioni nella narrazione per facilitare la comprensione. Entrambe le scelte, così come quelle più estreme o intermedie, sono valide. Diversi sono, però, gli effetti. Franci Conforti decide di rimandare a un corposissimo vocabolario finale la spiegazione degli innumerevoli neologismi e delle situazioni ignote ai lettori.

L’effetto è di magico straniamento, quello di muoversi in uno spazio incognito tutto da scoprire ma in cui più ci si addentra e più ci si perde. A volte ho avuto sensazioni simili a quelle che avevo leggendo romanzi in lingue che ancora non padroneggiavo appieno: comprendevo ma mai del tutto.

L’alternativa potrebbe essere quella di annoiare il lettore, trasformando la lettura in una lezione. L’ardua sfida di chi segue questo secondo approccio è nell’evitare questo effetto o nel renderlo gradevole.

Di che cosa parla “Stormachine”? Difficile dirlo e forse non va fatto, a parte accennare al fatto che la vicenda si svolge in un lontano futuro in cui la Stormachinegeometria ha assunto una funzione oggi impensabile.

Ruberei qui una delle definizioni dal vocabolario finale che mi pare la più illuminante del contesto in cui i personaggi si muovono:

Le àshraba (pronunciate con l’accento sulla prima vocale) sono artefact utilizzati per entrare in contatto con il subuniverso geometrico bidimensionale ipertangente al nostro. Più esattamente, si tratta d’impianti contrazionali d’estrazione geom√ formati da lenti vibrazionali a base quadra. Le àshraba hanno tre funzioni principali.

  1. Deformare a cascata il nostro universo per avvicinarlo al subspazio. Le àshraba più grandi deformano il nostro universo permettendo alle àshraba di dimensioni inferiori l’accesso al subuniverso.
  2. Codificare e decodificare i dati in ingresso e in uscita scritti nel campo geometrico vibrazionale (geom√). In particolare: le griglie d’orientamento ortogonale, le linee energetiche e quelle dati.
  3. Scrivere e leggere le memorie di tutte le attività sociali e individuali che vi vengono depositate.

Da un punto di vista fisico le àshraba sono strutture per lo più rettangolari composte da griglie geometriche a base quadrata. Sono costruite in leganera, solenoidi inversi e piccoli specchi bivalvi che foderano gli spessori interni di ogni intarsio. Le dimensioni delle àshraba variano dai pochi millimetri di quelle inserite in oggetti d’uso comune, alle centinaia di metri delle grandi àshraba spaziali. Complessità e dimensioni ne determinano la potenza e le funzioni. La costruzione delle àshraba avviene in fabbriche spaziali particolari chiamate quadridonti, qui vengono assemblate e accese. Le àshraba non possono essere spente se non per esaurimento dei componenti e quelle inserite in oggetti dismessi vengono recuperate e riutilizzate.”

E a cosa allude il titolo “Stormachine”? “Nei Moniti di Superstixio di derivazione militare, si narra del ritorno del male. In una dell’epistole ammonitrici e divinatorie si paventa l’arrivo di una macchina infernale emersa da uno spazio-tempo profondo. Tale macchina aveva il potere di distruggere le àshraba e spazzare via l’intera civiltà umana. Il nome che le veniva dato era Stormachime. La macchina della tempesta.”

 

Chi è Franci Conforti? Leggo sulla descrizione del romanzo in Amazon “Cresciuta al Cairo, milanese di adozione, Franci Conforti è laureata in biologia, giornalista professionista, docente all’Accademia di Belle Arti. Nel 2016 ha vinto il Premio Odissea con Spettri e altre vittime di mia cugina Matilde (Delos Digital). Nel 2017 ha vinto il premio Kipple con il libro Carnivori (Kipple). È tra i finalisti del Premio Urania 2016 con il romanzo Stormachine (Delos Digital).

L’ho incontrata in occasione del Premio Vegetti dell’associazione degli operatori della fantascienza World SF Italia, cui entrambi concorrevano come finalisti nella sessione Romanzo (io con “Il regno del ragno” secondo volume della saga “Via da Sparta”), da lei vinta proprio con “Stormachine”.

IL COINVOLGIMENTO AMERICANO NEI CAMPI DI STERMINIO NAZISTI

La Storia la scrivono i vincitori, questo si sa. Nel farlo evidenziano alcuni aspetti e ne nascondono altri. La Seconda Guerra Mondiale è stata vinta dagli americani (e alleati) e persa dai tedeschi (e alleati). Noi si stava un po’ di qua un po’ di là, ma questa è un’altra questione. Durante la guerra, Tedeschi e Italiani hanno fatto cose orrende, ma Americani, Inglesi e Russi non sono certo stati dei santarelli. Di recente leggevo degli inutili bombardamenti contro la popolazione civile tedesca nel saggio “Storia naturale della distruzione” di Sebald. Analogamente, ci si può chiedere che senso avesse avuto lanciare due bombe atomiche sul Giappone a guerra sostanzialmente già vinta.

Carlo Menzinger e Pierfrancesco Prosperi, il 25 maggio 2019 durante il raduno nazionale degli autori di fantascienza World SF Italia

Carlo Menzinger e Pierfrancesco Prosperi, il 25 maggio 2019 durante il raduno nazionale degli autori di fantascienza World SF Italia

Leggo ora un romanzo (non un saggio, sia chiaro) di Pierfrancesco Prosperi (Arezzo, 21/07/1945) intitolato “Il processo numero 13” nel quale immagina che ci sia stato un tredicesimo processo dopo i dodici minori che seguirono quello di Norimberga e nei quali furono processate circa duecento figure con ruoli di rilievo nei crimini di guerra nazisti (pochissimi rispetto a tutti coloro che certo furono coinvolti, ma non si poteva processare un’intera nazione).

L’invenzione ucronica di questo autore è di immaginare che si sia tenuto il processo e che vi siano emersi i rapporti dell’americana IBM, tramite la consociata tedesca Dehomag nella gestione dei campi di sterminio nazisti. Non inventato, sembrerebbe invece, il contesto che tale processo indaga.

È, infatti, vero e storico che la Dehomag fosse una sussidiaria tedesca di IBM con monopolio nel mercato tedesco prima e durante la seconda guerra mondiale. La parola era un acronimo per Deutsche Hollerith-Maschinen Gesellschaft mbH. Il termine Hollerith si riferisce all’inventore della tecnologia delle carte perforate, Herman Hollerith. Insomma, questi primi computer americani avrebbero permesso ai tedeschi di censire, in tempi una volta impensabili per la loro rapidità e con una precisione di dettagli del tutto nuova, la popolazione ebraica in Germania e nei territori occupati, permettendo così di individuare gli individui da mandare nei campi, quelli da uccidere subito e quelli da sfruttare come forza lavoro. Insomma, senza le macchine della Dehomag non avremmo avuto i campi di concentramento. Il romanzo ne parla poco, ma queste macchine sembra che siano state utilizzate dai tedeschi anche in altri modi per gestire la loro guerra.

Quello che il processo immaginario suppone è che l’IBM fosse del tutto consapevole dello scopo per il quale le sue macchine erano impiegate e ne percepisse i proventi. Invenzione?

Pierfrancesco Prosperi è autore dedito al genere fantastico e all’ucronia, vincitore di importanti riconoscimenti in questi campi. Questo stesso romanzo è stato finalista al Premio Vegetti della World SF Italia, in occasione della cui premiazione (cui partecipavo con il mio “Il regno del ragno”) ho avuto il piacere e l’onore di incontrarlo. Lo stesso giorno Prosperi ha ricevuto dall’associazione di fantascienza un premio alla carriera.

Anche se Prosperi eccelle nel genere fantastico, la sua analisi storica è accurata e dettagliata e il romanzo, avvincente e stimolante, induce importanti riflessioni sulla storia.

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