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UNA RUTILANTE CACCIA AL TESORO VIRTUALE

Risultati immagini per player one libroNel 2018 Steven Spielberg ha realizzato un bel film di fantascienza distopica intitolato “Ready Player One”. Di solito dopo aver visto un film, anche se mi è piaciuto, mi sento poco invogliato a leggere il romanzo da cui è tratto, perché temo che la lettura mi aggiunga poco a quanto dato dalla visione. Ciononostante, a volte, soprattutto quando (come in questo caso) ho apprezzato il film, mi lascio attirare dal libro.

 

Ho così letto ora “Player One” (2011) di Ernest Cline (Ashland, 29 marzo 1972), un lungo ma appassionante romanzo che ci trasporta in un non troppo lontano futuro distopico in cui la devastazione antropica del clima e la sovrappopolazione hanno creato un mondo di miseria. Solo sollievo per la popolazione è l’immersione nel mondo virtuale di Oasis, una sorta di mix tra Facebook e Second Life, cui tutti partecipano. Oasis è stato creato da un genio dei videogiochi e dell’informatica, James Halliday, un patito degli anni ’80. Il suo mondo virtuale, dunque, è una citazione continua di videogiochi, film e alcuni romanzi di quel decennio del secolo scorso, che Cline dimostra di conoscere davvero bene, così come (per quanto io sia in grado di giudicare da profano) l’informatica che regola i funzionamenti di un social network. Non per nulla Cline è proprio un informatico appassionato di internet e cultura pop.

Player One” ha la classica struttura narrativa che definisco “caccia al tesoro”: il protagonista affronta una serie di prove, risolve una serie di enigmi, affronta numerosi e potenti nemici per arrivare al suo tesoro. Nello specifico si tratta di un Easter Egg (uovo di Pasqua) virtuale che contiene in premio l’eredità di James Halliday, ovvero una ricchezza sconfinata e la proprietà della più potente società del mondo, quella che controlla Oasis.

Il protagonista Wade Watts, che usa l’avatar Parzival, affronta le sue avventure da solo, ma si scontra presto con alcuni Gunter (sono detti così i cercatori dell’Easter Egg), con cui stringe amicizia e con la potente organizzazione IOI, il grande “cattivo” di questa storia.

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Ernest Cline

Alcuni meccanismi narrativi sono, dunque, quelli della saga di Harry Potter: il ragazzino sfigato (che qui vive in una periferia degradata ed è orfano) che riesce a risolvere situazioni complesse fino a raggiungere la celebrità, lottando con nemici che sembrano molto più potenti di lui, ma anche con avversari alla sua portata, che stringe amicizia con una squadra di sfigati che diventano assieme a lui dei vincenti. Se il personaggio della Rowling si avvale di poteri magici, Parzival usa quelli virtuali del mondo in cui si muove. Anche qui Parzival rappresenta il Bene e, con gli altri Gunter, è un paladino dell’Oasis originaria, come immaginata e creata dal suo fondatore, e combatte contro la IOI, che vuole “snaturare” Oasis.

Se ci pensate anche la saga di Harry Potter è una caccia al tesoro, anche se più articolata ancora, con gli Horcrux al posto dell’Easter Egg di Halliday e una serie di prove da superare prima, un po’ come Parzival nel conquistare le sue tre chiavi.

Come la Rowling, anche Cline ci offre una trama complessa e appassionante, personaggi che si fanno amare o odiare, un mondo immaginario/virtuale che viaggia in parallelo a quello reale e in cui i protagonisti si rifugiano per sfuggirne, suspence e avventure a raffica. Anche qui non manca la spettacolarità che ha fatto sì che se ne potesse trarre un film ricco di effetti speciali.

Sebbene l’ambientazione “reale” sia in un mondo distopico, prevalgono le ambientazioni virtuali nel rutilante mondo dei videogiochi anni’80. Il romanzo si colloca allora più che dalle parti delle distopie, da quelle di quei film che hanno al loro centro il gioco come i classici film “Tron” (1982) di Steven Lisberger e il citato da Cline “Wargames” (1983) di John Badham, “Jumanji” (1995) di Joe Johnston, “Il gioco di Ender” (1985) di Orson Scott Card, “Maze Runner” (2014) di Wes Ball (tratto dall’omonimo romanzo del 2009 di James Dashner), “Hunger games” (2012) di Gary Ross (trattato dall’omonimo romanzo -2008- di Suzanne Collins). E parlando di nuovo di Harry Potter, non c’è anche lì il Qidditch? Tra gli ultimissimi romanzi di gioco, citerei anche “L’unico sesso” della toscana Linda Lercari, che ho letto in parallelo a “Player One”, notandone le somiglianze.

Ora, spero che non mi si fraintenda. Anche quando commentai “Il gioco di Ender” notai che aveva molte caratteristiche in comune con la saga della Rowling e fui attaccato dai fan di Orson Scott Card come se avessi detto un’eresia. Non sto accusando nessuno di questi autori di plagio. Ciascuno si muove per vie autonome e con assoluta originalità. Leggendo i sette volumi della saga del mago di Hogwarth avevo cercato di capire che cosa rendesse affascinante la storia al punto di ottenere il grande successo che ha ottenuto. Ebbene, ho ritrovato buona parte di quegli stessi elementi sia ne “Il gioco di Ender”, sia in “Player One”. I fan di Scott Card mi accusarono di non vedere che erano opere del tutto diverse: non cercavo di dire che sono simili, dico che usano gli stessi meccanismi per raggiungere l’attenzione e il cuore del lettore. Così come possono farlo, con altre leve, delle storie d’amore o di altro genere.

Forse questi elementi non funzionano allo stesso modo con tutti i lettori e non bastano questi a farci amare una storia. Posso amare Harry Potter perché amo la magia o l’Inghilterra e odiare “Player One” perché non sopporto i videogiochi e la realtà virtuale o viceversa.  In questo e molto altro sono libri diversi.

Comunque, per quanto mi riguarda, sono componenti che mi fanno restare attaccato al libro con attenzione e partecipazione fino alla fine. Visto il successo mondiale di queste opere, non mi considero un caso unico e strano.

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I MONDI UCRONICI

L’ambientazione è uno degli aspetti più importanti quando si scrive un romanzo.

Ci sono generi, in cui l’ambientazione è pura creazione. Crearla è un’autentica espressione artistica. Se l’arte è creare, la letteratura raggiunge i massimi livelli di creatività quando crea mondi immaginari e lo fa tanto più quando è originale e si distacca dai precedenti.

L’ambientazione è fondamentale per il fantastico, che sia fantascienza, fantasy, ucronia, utopia, distopia, gotico.

É importante creare mondi verosimili e coerenti, che partendo da premesse immaginarie, mantengano però una logica precisa.

Ecco allora modi alieni, scenari post-apocalittici, futuri utopici, presenti alternativi, mondi paralleli, universi divergenti, mondi segreti e nascosti.

Ognuno di questi deve e può avere un’estrema caratterizzazione e una grande ricchezza di dettagli.

La difficoltà sta nel bilanciare il tentativo di rendere vivo e presente un mondo inesistente con quello di spiegarlo a chi non lo conosce, senza entrare in minuziosi dettagli tecnici, che nulla aggiungono alla trama. Perché a guidare deve essere questa, la trama.

L’ambientazione deve trasparire attraverso le sue maglie.

 

Assai caratteristica è la situazione per l’ucronia.

L’ucronia, che si pone a metà strada tra la fantascienza e il romanzo storico, mediante eventi immaginari o scelte mai fatte, modifica la Storia, rendendola diversa. Ne presenta dunque al lettore una versione alternativa. Non una sua diversa interpretazione, ma proprio un diverso svolgimento delle vicende storiche. Crea dunque un mondo nuovo in cui ambientare la trama della narrazione, un universo divergente in cui gli eventi hanno preso una diversa piega.

L’ucronia è narrazione del “se”, del “what if”. Descrive come sarebbe stato il mondo se qualcosa nel passato si fosse svolto diversamente. Racconta, per esempio, come sarebbe stata l’Italia se non ci fosse stata la Seconda Guerra Mondiale, oppure come sarebbe stata la Francia se Napoleone non fosse andato in esilio o Giovanna D’Arco non fosse morta sul rogo (come in “Giovanna e l’angelo”) o come sarebbe stato il mondo se Cristoforo Colombo fosse sbarcato in Messico e fosse stato fatto prigioniero degli aztechi (come ne “Il Colombo divergente”).

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Charles Renouvier

Secondo Wikipedia:

“L’ucronìa è una forma di narrativa che tratta di un mondo la cui Storia si è differenziata dalla Storia comunemente conosciuta, sostituendo a degli eventi storicamente avvenuti degli eventi ipoteticamente possibili.

Il termine deriva dal greco e significa letteralmente “nessun tempo” (da ou = non e chronos = tempo), per analogia con utopia che significa nessun luogo, e indica la narrazione letteraria, grafica o cinematografica di quel che sarebbe potuto succedere se un preciso avvenimento storico fosse andato diversamente. Il termine è stato coniato dallo scrittore francese Charles Renouvier in un testo apparso nel 1857 che intendeva ricostruire la storia europea quale avrebbe potuto essere e non è stata” (“Uchronie, l’utopie dans l’histoire”).”

Suoi sinonimi possono essere “allostoria” e “storia alternativa” e, direi io, anche “fantastoria”.

Ebbene, il narratore di ucronie nel descrivere il proprio mondo immaginario deve seguire nel contempo la propria fantasia, il proprio universo divergente, e dall’altra la Storia, gli eventi reali come si sono svolti fino alla divergenza storica e come si sono svolti nel tempo reale. Può e deve discostarsi del mondo vero, ma facendo attenzione che le variazioni siano plausibili e connesse con la portata della divergenza.

Se immagino che Hitler abbia vinto la Seconda Guerra Mondiale, poi, per esempio, non sarebbe molto logico che un personaggio in Germania negli anni ’70 legga Topolino e beva coca-cola. Se lo fa, deve esserci una spiegazione fornita dal romanzo.

Con l’ucronia possiamo narrare degli eventi nel momento stesso in cui divergono dalla storia reale. È quello che ho fatto, per esempio con “Il Colombo divergente” e “Giovanna e l’angelo”, in cui mostro la vita di Cristoforo Colombo nel momento in cui fallisce nella sua scoperta dell’America e di Giovanna D’Arco quando sopravvive al rogo.

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Winston Churchill

In un racconto pubblicato in “Ucronie per il terzo millennio”, invece, immagino il mondo contemporaneo come sarebbe stato per effetto di quanto narrato ne “Il Colombo divergente”.

È questo il secondo modo di scrivere ucronie, ovvero descrivere un mondo successivo alla divergenza storica. Gli eventi narrati possono essere variamente distanti dalla divergenza.

Con la saga “Via da Sparta” ho voluto portare la cosa all’estremo, immaginando gli effetti di una divergenza (la vittoria di Sparta su Tebe e la successiva distruzione di Atene e della sua cultura) ben 2400 anni dopo.

Quello che ho dovuto fare è stato ricostruire un intero mondo: economia, cultura, modi di vivere, classi sociali, rapporti uomo-donna, concetto di famiglia, forme politiche, tecnologia, scienza, filosofia, alimentazione, ecologia…  Tutto diverso!

In “Jacopo Flammer e il popolo delle amigdale”, ho immaginato una divergenza nella preistoria ai tempi dei dinosauri, mostrandone gli effetti in un mondo preistorico più recente.

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Philip K. Dick

Qualcosa del genere, ma con una più ampia ricostruzione ambientale lo ha fatto Harry Harrison con “Il Libro degli Yilané”: immagina una razza di dinosauri che si sia evoluta e che conviva con gli uomini preistorici. Descrive una civiltà del tutto diversa dalla nostra.

Un altro esempio di mondo ucronico interamente ricostruito è la raccolta di racconti di Robert Silverberg “Roma eterna”, che si snodano dal 1203 al 2723 ab Urbe Condita, ovvero per ben 1520 anni, dal 450 al 1970 Dopo Cristo, in cui mostra come l’Impero Romano sia sopravvissuto sino ai giorni d’oggi.

Lo stesso tema lo tratta Sophia McDougall, con i romanzi della saga “Romanitas”, che andrebbero letti proprio per capire come non si dovrebbe mai scrivere un’ucronia (o un romanzo in genere).

Come possiamo immaginare un mondo trasformato da 1.500 anni di storia alternativa? Secondo me dovrebbe essere un mondo diversissimo e le differenze non possono certo limitarsi a quelle della premessa, cioè all’esistenza di un impero, di un imperatore, di una lingua comune (ancora il latino? Le lingue non evolvono?), di un esercito formato da centurioni e alla diffusione del sesterzio come valuta, eppure è questo che l’autrice immagina, con uno sforzo di fantasia davvero modesto.

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Stephen King

Certo, McDougall si inventa tre o quattro neologismi per descrivere oggetti comuni, per esempio parla di longdictor per indicare il telefono, di longvision per la televisione e di spiroali per gli elicotteri, ma tanto valeva che avesse lasciato loro i nomi originali, dato che avevano già origini greco-latine e quindi plausibili. Quello che non si capisce è come questi possano esistere in un mondo divergente. Come possiamo immaginare la rivoluzione industriale senza l’impero inglese? Accanto a longvision e longdictor poi troviamo tutto l’apparato tecnologico, sociale e organizzativo moderno: automobili, autostrade, fotografie, telecomandi, casseforti, autisti, barche da diporto, valige, motovedette, fucili, motori vari, infermiere, processi e prigioni. Assolutamente non coerente con le premesse!

 

L’ucronia è un genere che vede i suoi primi esempi in tempi antichissimi, persino Tito Livio ne ha scritta una, ma è un genere tutto sommato ancora poco praticato e quindi con un immenso potenziale narrativo ancora inespresso. Sarà, forse, perché non è facile scriverne. Oltre a conoscere la storia, bisogna capirne i meccanismi, rendersi conto di quali siano le conseguenze possibili di ogni evento.

Fatto sta che se abbiamo ucronie scritte da grandi autori come Tito Livio, Dick, Saramago, Verne, Conan Doyle, Churchill, Twain, King, Roth, Harrison, Turtledove, Silverberg, Asimov, Kazantzakis, Harris e persino da italiani come Brizzi, Stocco, Farneti, Prosperi, Morselli, Masali e Malaparte, peraltro quelle che cercano davvero di ricostruire interamente un mondo immaginario sono ancora davvero pochissime, anche per questo ho cercato di colmare questo vuoto con la trilogia di “Via da Sparta” (“Il sogno del ragno”, “Il regno del ragno” e “La figlia del ragno”).

Quasi sempre, infatti, le opere di questi autori si limitano a descrivere gli eventi nel momento in cui mutano o un mondo di poco successivo.

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Harry Turtledove

Altri esempi di mondi immaginari sono quelli germanizzati de “La svastica sul sole” di Dick, “Fatherland” di Harris, “Il complotto contro l’America” di Roth e “Se Hitler avesse vinto la guerra” di Winston Churchil, le Italie ancora fasciste de “L’inattesa piega degli eventi” di Brizzi, “Nero italiano” di Stocco, “Occidente” di Farneti.

Più originale è semmai la produzione di Turtledove, che oltre a immaginare l’interruzione della Seconda Guerra Mondiale per effetto di un invasione aliena nei cicli “Invasione” e Colonizzazione”, ha scritto “Per il trono d’Inghilterra” (2002), dove l’invincibile armata ha sconfitto gli inglesi, la regina Elisabetta è prigioniera e un pugno di uomini cercano di restaurare la monarchia protestante, “Basil Argyros” (2006), in cui l’impero bizantino non è mai caduto (Maometto si è convertito al cristianesimo) ed è ancora una potenza mondiale nel quattordicesimo secolo.

Ne “Gli anni del riso e del sale” (2007) di Kim Stanley Robinson, l`Europa è stata messo in ginocchio dalla peste nera; con il vuoto formatesi le due potenze in ascesa sono state la Cina e l’Islam.

Questi sono solo alcuni degli esempi delle storie inventate sinora, ma molte altre possono ancora essere scritte, perché, in fondo, l’ucronia altro non è che la storia sognata da ciascuno di noi e c’è sempre spazio per un nuovo sogno.

 

Di tutto questo parleremo assieme giovedì 19 Aprile 2019 alle ore 18,00 assieme agli amici del GSF – Gruppo Scrittori Firenze presso l’ASD Laurenziana di via Magellano 13 R – Firenze Nova, durante l’incontro “Creare mondi immaginari”.

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L’importanza di un’ambientazione originale

I costruttiori di universi

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L’IMPORTANZA DI UN’AMBIENTAZIONE ORIGINALE

Quali sono i principali elementi costitutivi di un romanzo?

In genere credo si indichino questi cinque (vedi per esempio qui o qui):

  1. Trama
  2. Personaggi
  3. Ambiente
  4. Dialoghi
  5. Stile

Questi elementi sono tutti importanti, ma nessuno è indispensabile. Ci sono opere di narrativa che fanno a meno di alcuno o tutti questi elementi.

Personalmente, come lettore, ho notato che i romanzi che mi sono piaciuti di più hanno sempre trama, personaggi e ambientazione assai ben sviluppati e in equilibrio tra loro.

Da bambino quando leggevo tendevo a saltare le parti non scritte in forma di dialogo. Da adulto, invece, posso benissimo leggere senza incontrare mai dialoghi, ma i bambini sanno andare alla sostanza delle cose. Come esseri umani siamo abituati a dialogare e ci piace quindi che i personaggi di un libro parlino tra loro e lo facciano in modo verosimile e comprensibile.

Lo stile serve a farci riconoscere un autore, a renderlo unico, a volte a stupirci, ma non credo sia un elemento così importante per i lettori, che vogliono soprattutto storie che li prendano e, a volte, uno stile pretenzioso allontana dal modo reale di esprimersi e rende il libro poco fruibile, anche se magari fa andare in visibilio i critici letterari.

La trama è così importante che alcuni cercano all’interno di essi gli elementi che la rendono affascinante (vedi per esempio qui).

Io credo che le componenti che rendono un romanzo un best-seller o, comunque, un’opera indimenticabile siano molto più numerosi e ne ho scritto già varie volte, per esempio elencando quelli che avevo definito i “magici ingredienti della Rowling”.

Per Harry Potter, opera dal successo indiscutibile, avevo individuato i seguenti:

– trama;Risultati immagini per hogwarts

– strutturazione;

– ambientazione costante;

– ripetitività e ritualità;

– magia come estraneamento dalla realtà;

– mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia;

– linguaggio inventato;

– amicizia;

– lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto;

– compenetrazione tra il Bene e il Male;

– tanti nemici, grandi e piccoli;

– un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale;

– spettacolarità;

– competizione;

– mistero;

– suspense;

– paura;

– avventura;

– iniziazione e crescita verso l’età adulta;

– morte.

 

Ma torniamo all’elenco più essenziale indicato all’inizio.

Lasciando da parte l’importanza innegabile di trama e buona connotazione dei personaggi, qui vorrei parlare dell’ambientazione, che come dicevo, contribuisce in modo essenziale a rendere un’opera peculiare, verosimile e affascinante.

Ci sono storie poverissime in questo, in cui non comprendiamo neppure dove si trovino i personaggi e in quale epoca. In un racconto, questo può anche funzionare: ci concentriamo sulla trama o sul ritratto del personaggio, il resto non conta.

Più la nostra narrazione si estende, più diventa però importante che sia chiaro dove si muovono i personaggi. In che epoca siamo? In che Paese? Gli oggetti che appaiono sono coerenti con periodo e luogo? Abbiamo la sensazione che il personaggio si stia muovendo contro uno sfondo bianco o scorgiamo i dettagli attorno a lui?

 

Se scriviamo un romanzo mainstream, ambientato nella città in cui viviamo e nei giorni in cui scriviamo, rivolto ai nostri stessi concittadini, possono bastare pochi accenni perché il lettore riesca a immaginare il resto. Certo, non stiamo scrivendo un’opera immortale! Se ve ne sono. Tra pochi anni ogni riferimento sarà incomprensibile e lo stesso sarà per un lettore straniero.

Anche in un’opera contemporanea, può essere bene cercare di dettagliare l’ambiente, anche senza, ovviamente, spiegare cose che sono ovvie per il lettore. Se, per esempio, devo descrivere uno smartphone a un lettore di oggi può persino bastare che ne citi la marca, senza neppure dire di che cosa si tratti. Un lettore dell’ottocento non capirebbe e forse neppure uno del 2100. Se oggi mi mettesti a dedicare dieci righe per spiegare che cosa sia, il lettore mi prenderebbe per idiota.

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Le cose si complicano se scriviamo letteratura di genere, ingiustamente da alcuni considerata di serie B, ma in realtà assai più ricca, sotto tanti aspetti. In primis per l’ambientazione.

 

Partiamo dal romanzo storico. Se scrivo una storia ambientata nel XV secolo, ci saranno numerosi oggetti per nulla familiari al lettore moderno. Dovrò fare in modo che ne comprenda la funzione e l’aspetto, senza gingillarmi in complesse descrizioni tecniche. Dovrò stare attento a far parlare la gente come si faceva allora. E non dico solo della terminologia in uso. Mi riferisco, per esempio, al modo in cui si approccia, una persona.

Devo assolutamente evitare di fare riferimento a modi di pensare moderni. Devo evitare l’uso di oggetti di altre epoche o altri luoghi. Per esempio, oggi mangiamo cibi che prima della scoperta dell’America non esistevano.

L’ambiente per il romanzo storico è ricostruzione e verosimiglianza con un mondo del passato.

 

Ci sono, però, generi, in cui l’ambientazione è pura creazione. Creare l’ambientazione diventa un’autentica espressione artistica. Se l’arte è creare, la letteratura raggiunge i massimi livelli di creatività quando crea mondi immaginari e lo fa tanto più quando è originale e si distacca dai precedenti.

Trovo assurdo che ci sia chi consideri la letteratura fantastica come secondaria. È semmai l’inverso.Risultati immagini per la svastica sul sole

Il fantastico è associato con la nascita stessa della narrazione.

Pensate alle opere fondanti della letteratura mondiale: Iliade e, soprattutto, Odissea.

Certo, i riferimenti omerici erano a una mitologia preesistente che aveva la valenza di una fede e quindi si vuol fingere che queste opere non siano di genere fantastico, ma quando incontriamo giganti, sirene, maghe, divinità che si materializzano dal nulla e altri portenti, vi pare sia realismo?

E parlando di religione, forse che la Bibbia non contiene un’enormità di creazioni fantastiche? Mari che si aprono, Giona che vive dentro un pesce come Pinocchio (altra opera fantastica), diluvi, sogni divinatori, cataclismi. Persino nel Vangelo abbiamo gente che risorge, Gesù che cammina sull’acqua, che moltiplica pani e pesci, che guarisce malati, per non parlare di quel complicato insieme di creature aliene che è l’Apocalisse.

E così altri libri sacri antichi di altre culture.

Non è questo lo spazio per elencarli tutti o discuterne.

 

Dunque, eccoci al fantastico moderno: fantascienza, fantasy, ucronia, utopia, distopia, gotico.

Qui l’ambientazione diventa fondamentale ed importante è creare mondi verosimili e coerenti, che partendo da premesse immaginarie, mantengano però una logica precisa.

Ecco allora modi alieni, scenari post-apocalittici, futuri utopici, presenti alternativi, mondi paralleli, universi divergenti, mondi segreti e nascosti.

Ognuno di questi deve e può avere un’estrema caratterizzazione e una grande ricchezza di dettagli.

La difficoltà sta nel bilanciare il tentativo di rendere vivo e presente un mondo inesistente con quello di spiegarlo a chi non lo conosce, senza entrare in minuziosi dettagli tecnici che nulla aggiungono alla trama. Perché a guidare deve essere questa, la trama.

L’ambientazione deve trasparire attraverso le sue maglie.

 

Di tutto questo parleremo assieme giovedì 19 Aprile 2019 alle ore 18,00 assieme agli amici del GSF – Gruppo Scrittori Firenze presso l’ASD Laurenziana di via Magellano 13 R – Firenze Nova, durante l’incontro “Creare mondi immaginari”.

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IL PELLEGRINO DEL TEMPO E IL TURISTA VISCHIOSO

Leggendo il titolo “La società dell’incertezza” la prima cosa cui ho pensato è questo nostro mondo sommerso da una miriade di informazioni e di La società dell'incertezza - Zygmunt Bauman - copertinasegnali contrastanti in cui l’incertezza non può che dominare. Eppure questo non è negativo, perché è segno di una società multiculturale, in cui opinioni diverse corrono in rete, senza controllo, è vero, ma con la massima libertà, lasciando il modo persino a sostenitori delle tesi più assurde (pensate per esempio ai terrapiattisti o ai respiriani) di avere un loro seguito e una loro credibilità. È il bello e il difficile assieme della libertà di questo nostro tempo ebbro di informazioni.

Zigmunt Bauman pubblica “La società dell’incertezza” nel 1999 e dunque alla fine del passato millennio, forse un po’ troppo presto per essere già stato travolto dall’ondata del web dilagante.

Nell’introduzione si legge “Con lo spirito del patologo chino al suo lavoro, Bauman ci mostra una società che respinge la stabilità e la durata, preferisce l’apparenza alla sostanza, sceglie come parola chiave ‘riciclaggio’ e come ‘medium’ per eccellenza il videotape; una società dove il tempo si frammenta in episodi, la salute diventa ‘Fitness’, la massima espressione di libertà è lo ‘zapping’. Dalle macerie del vecchio ordine politico bipolare sembra emergere solo un nuovo disordine mondiale, mentre l’economia invoca e ottiene la deregulation universale. Le figure emblematiche che abitano questo traballante universo sono il giocatore e il turista. Ma forse più di ogni altro lo straniero.”

Che i vent’anni trascorsi siano un’era lo dicono parole come “videotape” e “zapping” che appartengono già alla nostra preistoria tecnologica. Non per questo l’analisi della fine dell’epoca moderna e del suo passaggio al post-moderno effettuata da Baumann è già superata. Tutt’altro. Il saggio si legge con interesse ed è ricchissimo di spunti.

Innanzitutto, il conflitto tra libertà e sicurezza, che va oltre quanto già sopra accennato sulla libertà di circolazione delle informazioni che ci toglie la sicurezza della loro veridicità. È il vero grande conflitto politico di questi nostri anni di destre razziste riemergenti. Su questo tema la posizione della religione non è indifferente “se Dio c’è, non c’è crudeltà, anche atroce ed efferata, che non si possa commettere nel Suo nome.

 

La nostra società è marcata da una folle ricerca della felicità ma è incapace di comprendere come questa sia solo temporanea. “Il segreto per ottenere la felicità nella vita in città consiste nel saper vivere intensamente l’avventura generata dalla incerta definizione della propria mèta e del proprio itinerario”.

Difficile essere felici nel nostro tempo privo di certezze: “la fonte più profonda della loro infelicità era l’incertezza”. “La felicità è una fuga dall’insoddisfazione.” “Poiché la felicità è lenta ad arrivare, e, una volta arrivata non si può mai sapere quanto a lungo si fermerà, la ricerca non ha mai fine, e necessita di obiettivi sempre nuovi.”

Se nel mondo moderno si faceva di tutto per costruirsi un’identità forte e riconoscibile, che ci forniva stabilità e sicurezza, nel mondo post-moderno, fatto di avatar e nickname, di situazioni in continua evoluzione, l’obiettivo è il superamento dell’identità, forse spinti da una spasmodica ricerca della privacy in un mondo che è sempre più una piazza informatica globale.

Siamo nel tempo dell’identità biodegradabile: “La postmodernità in plastica biodegradabile.

 

Si sofferma, poi, Bauman sulla differenza tra pellegrino e turista, per dire che è finito il tempo dei primi e siamo in quello dei turisti.

Rimuginava Sant’Agostino, i Cristiani vagabondano «come in pellegrinaggio nel tempo, cercando il regno dell’eternità» . Pellegrini del tempo, che splendida espressione! Se si crede in un aldilà quanto è vera: attraversiamo il nostro tempo mortale come in un viaggio, ma la nostra vera vita è altrove.

La definizione, però, è affascinante anche per un ateo: che cosa facciamo se non attraversare il tempo dalla nostra nascita alla nostra morte? Crediamo di vivere in un luogo, ma siamo anche in continuo movimento nel tempo.

“Per i pellegrini nel tempo, la verità è altrove; il vero luogo è sempre a una certa distanza, lontano nel tempo. Dovunque il pellegrino sia ora, non è il luogo dove dovrebbe essere o dove sogna di essere.” Chi viaggia è sempre a metà strada. Viaggiare è realizzare un sogno, muoversi verso una meta agognata e immaginata, che potrà anche rivelarsi del tutto diversa (o almeno così era in tempi precedenti google e streetview). “La vita terrena non è se non una breve “ouverture” all’eterna durata dell’anima.

II mondo non è più ospitale verso i pellegrini. I pellegrini hanno perso la loro battaglia vincendola. Si sono dati da fare per rendere il mondo solido rendendolo flessibile, in modo che l’identità potesse essere costruita secondo la propria volontà, ma costruita sistematicamente, piano dopo piano e mattone dopo mattone. Hanno incominciato con il trasformare lo spazio in cui bisognava costruire l’identità in un deserto. Si sono resi conto che il deserto, anche se confortevolmente privo di qualsiasi configurazione per coloro che intendono lasciare il proprio segno, non trattiene bene i segni. Più è facile lasciare un’orma, più è facile cancellarla. Basta un soffio di vento. E i deserti sono posti ventosi.

Divenne presto evidente che il vero problema non era tanto come costruire un’identità, ma come preservarla”.

Zygmunt Bauman (Poznań, 19 novembre 1925 – Leeds, 9 gennaio 2017) è stato un sociologo, filosofo e accademico polacco.

Viviamo in un grande deserto in cui non solo “verba volant” ma anche gli scritti e ogni manifestazione del nostro essere, travolti dalle onde di piena del web, su cui ormai anche i migliori surfer non riescono ad allontanarsi dalla spiaggia.

Il flâneur è un gentiluomo che vagabonda senza meta, godendosi la vita.

Walter Benjamin trasformò “flâneur” in una parola comune dell’analisi culturale, figura centrale e simbolica della città moderna. Tutte le sponde della vita moderna sembravano incontrarsi e legarsi nel passato e nell’esperienza del bighellone: andare a passeggio come uno va a teatro, trovandosi tra estranei ed essendo per loro un estraneo (nella folla ma senza appartenervi)”.

“I malls hanno dato inizio alla promozione postmoderna del flâneur”. Il vagabondare è diventato forza propulsiva dell’economia moderna, è stato canalizzato nei corridoi dei centri commerciali, indirizzato dalle tentazioni dello shopping, fisico o virtuale.

“Il vagabondo. Il vagabondo era il flagello della prima modernità, il germe che portava governanti e filosofi alla frenesia di ordinare e normare. Il vagabondo era senza padroni, e l’essere senza padroni (fuori controllo, disordinato, libero) era una situazione che la modernità non riusciva a tollerare e contro la quale lottò fino alla fine.”

“Ciò che faceva del vagabondo una figura terrificante era la sua apparente libertà di muoversi e quindi di sfuggire alla rete di controllo locale.”

Ora, invece, il vagabondo è stato irreggimentato. Ogni suo movimento è controllato e canalizzato verso il consumo.

“Come il vagabondo, il turista era solito occupare i margini dell’azione «propriamente sociale» (anche se il vagabondo era un uomo marginale, mentre il turismo era un’attività marginale), e si è ora spostato verso il centro (in entrambi i sensi). Come il vagabondo, il turista è in movimento. Come il vagabondo, egli è dovunque egli vada, ma non è mai del posto.”

Il mondo del turista è interamente ed esclusivamente strutturato in base a criteri estetici (sempre più numerosi autori che notano l’«estetizzazione» del postmoderno a sfavore della sua altra dimensione, anche morale, descrivono -senza accorgersene – il mondo visto dai turisti; il mondo «estetizzato» è il mondo abitato dai turisti)”.

Siamo turisti per tutta la vita in costante ricerca di una felicità fatta di nuove scoperte che possano meravigliarci ogni volta di più, perché la meraviglia funziona così, c’è solo verso qualcosa di totalmente nuovo. Si procede in un crescendo di emozioni. Diveniamo avidi di novità, di nuove esperienze.

Eppure… Eppure in questo mondo di perenni turisti, di gente in continuo movimento e quindi eternamente straniera rispetto a chi gli è attorno, non più parte di una comunità fisica ristretta ma semmai di mega comunità distribuite e virtuali, in questo mondo temiamo ancora lo straniero, l’estraneo, il diverso. Perché ci fa paura? Perché ci somiglia. Se siamo tutti turisti in casa nostra, siamo anche un po’ stranieri. Bauman lo spiega con la vischiosità. Se ci immergiamo nell’acqua non proviamo orrore perché resta separata da noi, ma se ci immergiamo in qualcosa di vischioso, questo ci resta addosso perché ha una consistenza simile a noi. Lo straniero (il migrante, direi oggi) ci fa tanto più paura quanto più ci somiglia (o magari somiglia al nostro passato rimosso). Più gli siamo vicini, come condizione economico-sociale per esempio, più ci disturba. “Entrare in contatto con il vischioso significa rischiare di dissolversi in esso”. “Ognuno rappresenta per l’altro l’elemento vischioso, ma ciascuno combatte la vischiosità dell’altro in nome della propria purezza.

Ed ecco che la paura del diverso diviene strumento di controllo politico per i potenti. Mezzo di propaganda. Sistema per spostare l’attenzione dai problemi reali.

Bauman passa, quindi, a parlare del sistema di controllo politico panottico del mondo moderno, basato sia su fabbriche di ordine come scuole, caserme, carceri, ma anche e, soprattutto, sulla famiglia, “fu probabilmente l’impiego della famiglia come agenzia di sorveglianza complementare che spinse Foucault a descrivere il potere panottico come capillare”.

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Il panopticon o panottico è un carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham.Il concetto della progettazione è di permettere a un unico sorvegliante di osservare (opticon) tutti (pan) i soggetti di una istituzione carceraria senza permettere a questi di capire se siano in quel momento controllati o no. Siamo tutti prigionieri di un sistema in cui ogni nostro movimento è controllato dal web grazie alla nostra attiva collaborazione, ai nostri sistemi GPS, ai nostri post in cui comunichiamo costantemente dove siamo e che cosa siamo al mondo intero che pare indifferente ma registra ogni cosa.

Il mondo moderno era uno in cui ordine ed efficienza erano fondamentali e implicavano anche la salute dei propri membri, salute intesa come fitness, la sola forma che consenta di essere sempre reattivi agli stimoli promozionali che ci trasformano in consumatori partecipi.

In un modo o nell’altro, i «disordini» più diffusi e preoccupanti sono i «disordini» del “consumo”.”

Si combatte contro la morte, ma poiché non può essere sconfitta la si divide in miriadi di patologie da combattere separatamente. Ecco allora l’esigenza di isolare i malati. Ecco l’eugenetica. Ecco il suo degenerare nel razzismo. Le azioni della comunità si concentrano contro ciò che minaccia la salute. Lo straniero ne minaccia l’integrità e va isolato, allontanato o assimilato. La diversità appare come un male, anziché come una ricchezza della società. L’assimilazione dello straniero può darci l’illusione di non essere un approccio razzista, ma lo è come gli altri due, in quanto nega la convivenza con la diversità.

Non sempre Bauman sembra assumere una posizione precisa, di approvazione o disapprovazione, in quanto descrive, ma il volume si presenta ricco di temi di riflessione per analizzare e comprendere il nostro tempo o, meglio, il nostro recente passato.

 

COME PUBBLICARE CON UN GRANDE EDITORE

Giovedì 5 Settembre 2019 il GSF – Gruppo Scrittori Firenze ha ospitato presso la Laurenziana un accurato, meticoloso e molto illuminante intervento dello scrittore ed editor toscano Vanni Santoni sul tema:Come pubblicare con un grande editore.

Vanni Santoni – Firenze, 5.9.2019 presso ASD Laurenziana

Vanni Santoni, poliedrico autore la cui produzione spazia dal mainstream al fantastico, all’umoristico, passando per l’esperienza giornalistica, ha pubblicato con numerose case editrici di tutte le dimensioni (Mondadori, Feltrinelli, La Terza, Minimum Fax, Voland, Mattioli, Duepunti, GAMM), è editor per Tunuè (responsabile della narrativa), autore di articoli, saggi e interviste per Il Corriere della Sera, Internazionale, Linus, Il manifesto, Mucchio Selvaggio, Vice, Orwell, Le parole e le cose, Nazione Indiana, Carmilla, Nuovi Argomenti, Alfabeta2, minima&moralia, GAMMM, Rolling Stone, pagina99, docente di importanti scuole di scrittura creativa come la Scuola Holden, finalista del Premio Strega.

È insomma persona che ben conosce il mondo dell’editoria in tutti i suoi aspetti.

 

Il GSF è stato dunque onorato di averlo ospitato nella serie di incontri letterari organizzati da Barbara Carraresi e Carlo Menzinger presso l’ASD Laurenziana di Firenze.

Dopo che Barbara Carraresi ha illustrato questa serie di eventi e il Presidente dell’associazione Vincenzo Sacco ha raccontato le molteplici attività portate avanti dal GSF (concorsi letterari, corsi di scrittura, presentazioni letterarie, libri collettivi e libri d’arte…), Carlo Menzinger ha introdotto Vanni Santoni.

 

L’intervento di Vanni Santoni è partito dalla definizione di casa editrice “importante”, illustrando innanzitutto la composizione dei principali gruppi editoriali italiani (Mondadori, GEMS, Feltrinelli, Giunti), elencando e descrivendo le altre principali realtà editoriali (Adelphi, Nave di Teseo, Newton, Sellerio, Fazi, Neri Pozza, E/O, Minimum Fax, marcos y marcos, Add, Suv, Voland, Tunué, Keller, Nutrimenti…).

La serata è diventata particolarmente interessante quando Santoni ha spiegato quali siano le case editrici con cui merita pubblicare. Limitandosi a un accenno a quelle a pagamento, che non sono neanche da prendere in considerazione se si vuole puntare a raggiungere, prima o poi, la grande editoria, ha evidenziato che le sole case editrici che possono dare qualche speranza di successo sono quelle che distribuiscono in modo capillare i propri libri nelle librerie di tutto il territorio nazionale. Tra queste ci sono ovviamente i grandi editori, ma anche alcuni editori medi. Santoni ha spiegato come la mancanza di una massa critica di volumi in libreria decreti il pressoché sicuro flop di vendite del libro.

Avevo presente la suddivisione delle case editrici in piccole, medie e grandi in base al numero di volumi pubblicati e venduti, ma in questo modo ritroviamo come medie case editrici che pubblicano molti libri ma non li distribuiscono, limitandosi ad attendere che siano ordinati.

Per un autore, dunque, è più importante sapere quanto e come distribuisca una casa editrice piuttosto che quanti libri pubblichi.

In merito alle case editrici che hanno una buona distribuzione, mi è parso di poter dedurre che queste siano anche quelle che non solo non chiedono contributi agli autori (orrore!) ma (a qualcuno forse parrà incredibile), pagano degli anticipi, come nelle storie di autori americani. E questo in Italia!

Ebbene, nota Santoni, tanto maggiore è l’anticipo che l’editore paga per un libro, tanto più ci crede e tanto più ci investe.

Verrebbe, dunque, da dire: evitiamo di pubblicare se non riceviamo un anticipo, perché questo è sintomo che non ci sarà sul nostro libro alcuna campagna promozionale.

Quando ha dovuto spiegare come si faccia a farsi pubblicare da un grande editore, Santoni è partito con dire che cosa non si deve fare.

Mi permetterei di riportare la simpatica metafora calcistica che ha usato per illustrare il più classico degli errori di approccio in cui temo molti di noi siano caduti: inviare il nostro romanzo all’editore!

Farlo, spiega Santoni, è come se volessimo giocare nel Milan e per farlo ci mettessimo in calzoncini con una palla in mano davanti a San Siro aspettando che qualcuno ci noti. Anche palleggiare un po’, aggiungo io, sarebbe del tutto inutile!

Una casa editrice che si vede recapitare un dattiloscritto da uno sconosciuto lo guarderà allo stesso modo, ovvero come uno sciocco che non ha capito nulla dell’editoria.

Altro classico errore in cui molti di noi incorrono, incluso il sottoscritto, è quello di credere che pubblicare con un piccolo editore sia un primo passo verso uno più grande.

Non solo non è vero (contrariamente a quanto ho comunemente sentito sostenere da tali piccoli editori), ma è addirittura deleterio, perché crea un curriculum negativo.

Se siamo esordienti, la casa editrice può solo valutare il nostro testo e come ci presentiamo come autore (aspetto forse più importante). Se, invece, malauguratamente, abbiamo già pubblicato due o tre libri (o peggio una ventina) con piccoli editori senza distribuzione (e che quindi non hanno piazzato almeno 2, 3 copie in ogni libreria che conta del nostro libro e quindi -logica conseguenza- abbiamo venduto solo qualche centinaio di copie o magari meno e, per giunta, per canali non ufficiali (le copie, per esempio, che vendiamo direttamente), ecco che quando e qualora l’editore importante ci prendesse in considerazione, prima ancora di guardare il nostro testo, andrà a vedere chi siamo e scoprirà, ahimè,  che pur avendo pubblicato, non siamo mai finiti nelle classifiche di vendita, ecco che sul nostro nome metterà una bella croce e il libro neppure lo aprirà.

Fin qui, quello che non si deve fare, ovvero:

  • mandare i testi al grande editore e
  • pubblicare con editori senza vera distribuzione (il fatto che i volumi, come per il self-pubblishing siano ordinabili in ogni libreria fisica o elettronica, non conta nulla: i volumi devono essere presenti in libreria).

 

Come fare, allora, per raggiungere i principali editori, quelli che contano davvero?

La cosa positiva è che, a sentire Santoni, questo non è impossibile, del resto lui, per esempio, c’è riuscito.

Di nuovo una metafora calcistica: invece, di palleggiare davanti San Siro, cominciamo a giocare in una piccola squadra locale, passiamo alle giovanili, arriviamo in serie C, in serie B e, infine, all’agognata serie A. Se saremo molto bravi, magari salteremo un po’ di passaggi, ma la gavetta, cari signori, va fatta! A meno che non siate nati dal lato giusto della barricata. Se siete già famosi, per esempio, potete anche puntare dritti a meta.

Fin qui, tutto ovvio, direte voi. Già. E la traduzione nel mondo editoriale parrebbe banale: prima pubblico con un editore piccolo, poi con uno più grande, fino ad arrivare dove voglio (a patto di valere, perché il nostro è un mondo meritocratico; qualcuno ne dubita forse?).

Troppo facile! Come detto, pubblicare con un editore così piccolo da non avere reale distribuzione e non dare anticipi, è peggio che non farlo.

Le nostre “giovanili”, infatti, non sono i piccoli editori, ma le riviste letterarie.

C’avevate pensato? Avete pensato che invece di sfornare subito un bel romanzo di mille pagine, forse prima occorre apparire sulle riviste che contano o pensavate che ci sareste finiti dopo, per effetto del vostro meritato e agognato successo?

 

Dobbiamo allora pubblicare sulle riviste. Qualunque rivista? Certo che no. Solo quelle che vengono lette. Lette da chi? Lette dagli addetti ai lavori. E questi chi sarebbero? Le case editrici che fanno scouting, che cercano “talenti”. Magari piccole case editrici (ma abbastanza grandi da aver distribuzione, va ripetuto. È un concetto basilare). Magari ti pubblicheranno. Se avrai successo, case editrici più grandi ti cercheranno e così via. Immaginerei, però, non troppi passaggi, forse dai due ai quattro, se si vuole aver successo.

E che libri pubblicano poi le case editrici? Altra sorpresa: non necessariamente libri già scritti. Individuato il nuovo autore, gli editori preferiscono dargli da scrivere qualcosa piuttosto che prendere un testo preconfezionato. Con le dovute eccezioni, sia chiaro.

Ma torniamo all’inizio del nostro percorso: le riviste.

Quali sarebbero queste riviste? Per esempio, l’Indice, Nazione Indiana, Il Rifugio del Ircoocervo, Le parole e le cose, GAMMM, Minima & Moralia, L’Indiscreto, Doppio Zero, Carmilla, Alfabeta 2, Poetarum silva, Nuovi argomenti, Zest, Crapula, Il tascabile, Il primo amore, Finzioni, Colla. A Firenze c’è Street Book Magazine, ma non ha rilevanza nazionale.

E che cosa dovremmo pubblicare nelle riviste? Verrebbe da dire: estratti del nostro romanzo, nostri racconti. Meglio di no. Si devono pubblicare invece recensioni di altri libri, se possibile libri su cui l’editoria punta ma poco recensiti. E come dovrebbero essere fatte? Non una paginetta e via. Belle corpose. Autentiche analisi di qualche testo, autori o nuova tendenza, cosa da una ventina di pagine (mi sembrano tante per essere letti).

Sembra una strada tortuosa per chi voglia farsi notare per la narrativa che scrive e non per come commenta quella degli altri, ma è così che si entra nel giro, pare. Prima qualche recensione sulle riviste, poi qualche racconto e poi, chissà, magari qualcuno ci nota. Un vero lavoro, non certo attività da dilettanti allo sbaraglio.

 

Sarà questa la ricetta per il successo letterario? Forse sì o forse è solo una delle possibili.

Di recente ho sentito lo scrittore Franco Forte, editor Mondadori per Urania che diceva che i testi, invece, vanno mandati alle case editrici e che l’importante è come lo si fa e, soprattutto a chi si mandano. Dobbiamo individuare, diceva Forte, l’editor della collana in cui riteniamo il nostro libro vada pubblicato e scrivere direttamente a lui. Secondo Forte, questo aumenterebbe molto le probabilità di essere letti, rispetto a invii generici che fanno fare lunghi giri al dattiloscritto.

Del resto, anche la storia di Vanni Santoni, farebbe pensare che l’immagine del tipo a San Siro sia un po’ esagerata, offerta più che altro per rendere il concetto. “Gli interessi in comune” di Santoni, infatti, fu pubblicato da Feltrinelli proprio mediante l’invio di un manoscritto. Qual’era la differenza tra lui e l’aspirante giocatore del Milan? Non da poco.  Santoni non era sconosciuto: aveva pubblicato già “Personaggi precari”, aveva vinto due concorsi nazionali ed era apparso su Nazione Indiana, GAMMM e altre riviste.

 

Insomma, gli editori importanti se gli mandiamo i nostri testi ci guardano davvero come dei tipi fuori dal mondo o ci prendono in considerazione?

Sinceramente, tendo a credere di più alla versione di Santoni, se non altro perché immagino che più grande sia una casa editrice, più sia sommersa di testi e, dato che le redazioni non sono mai immense, leggerli tutti è impossibile. Penso sia già tanto se ricevono un’occhiata generica alla scheda di accompagnamento. Pubblicare, distribuire e promuovere costa. È un investimento. I libri da pubblicare e seguire vanno scelti con cura. Immagino che Forte, quando diceva che gli editor leggono i manoscritti si riferiva, forse, a quelli di gente come Santoni e non di perfetti sconosciuti.

 

E le agenzie letterarie? Se è vero che nel mondo anglosassone, spiega Vanni Santoni, si arriva agli editori tramite loro, questo in Italia è assai meno vero e, soprattutto, occorre stare attenti agli pseudo-agenti che chiedono soldi per rappresentare gli autori: la rappresentanza si paga ma in percentuale sui proventi dell’autore sulle vendite future (circa il 10%), non in importi predeterminati e anticipati. Altra cosa è la predisposizione di una scheda di presentazione del libro o un lavoro di editing. Inoltre, aggiungo io, alcuni agenti non lo sono per nulla, nel senso che non offrono il servizio fondamentale che è la rappresentanza dell’autore. Per raggiungere gli editori maggiori, direi poi che occorre farsi rappresentare dagli agenti maggiori e questi sono solo pochi nomi, altrettanto irraggiungibili delle grandi case editrici. Farsi rappresentare da un agente senza mercato (senza un track-record di autori pubblicati presso editori rilevanti) è, a mio avviso, una semplice perdita di denaro (a meno che non ci si ritenga totalmente incapaci di raggiungere un editore da soli, ma se avete contattato l’agente potete anche contattare l’editore, no?).

Per quanto riguarda i Premi Letterari che non siano di rilevanza nazionale, la mia impressione personale, è che siano del tutto inutili sia per farsi notare dalle case importanti, sia per incrementare le vendite dei libri.

Talora possono servire per raggiungere un editore.

Santoni, per gli esordienti, ha segnalato il Premio Italo Calvino e il Premio Neri Pozza. In particolare, dal Premio Calvino sono emersi alcuni importanti autori.

Credo che un altro concorso interessante sia quello del Gruppo Mauri-Spagnol IoScrittore. Chi vince viene pubblicato dalla casa editrice. A parte questo, trovo che meriti come esperienza, perché ogni autore oltre a essere giudicato, giudica i testi degli altri partecipanti in forma anonima. Si ricevono così giudizi sinceri e taglienti che sui social neppure i nickname riescono a rendere tanto espliciti.

Tra i concorsi minori, possono forse meritare quelli di genere.

 

E le scuole di scrittura servono? Più che per imparare a scrivere (cosa che si impara soprattutto leggendo e scrivendo molto) sono utili per conoscere altri autori e addetti ai lavori.

 

Per chi volesse approfondire ulteriormente Vanni Santoni consiglia il suo articolo “Guida dell’aspirante scrittore: tutti i segreti e retroscena dell’editoria per l’esordio”, pubblicato su “Il Rifugio dell’Ircocervo”.

 

Gli incontri letterari del GSF presso la Laurenziana, via Magellano 13 Rosso (Firenze Nova), continuano giovedì 19 Settembre 2019 alle ore 18,00 sul tema “Creare mondi immaginari”, un confronto tra autori su fantascienza, fantasy e ucronia. Introducono la tavola rotonda Barbara Carraresi, Carlo Menzinger, Massimo Acciai e Barbara Mancini.

Ingresso libero anche per i non iscritti. Vi aspettiamo.

 

5/9 /2019: INCONTRO DEL GSF CON VANNI SANTONI PER PARLARE DI EDITORIA

Domani, 5 Settembre 2019, alle ore 18,00 il GSF – Gruppo Scrittori Firenze ospiterà presso l’ASD Laurenziana  di Firenze Nova in via Magellano 13 Rosso, il poliedrico scrittore toscano Vanni Santoni, che racconterà le sue esperienze di pubblicazione con numerosi editori, tra cui Mondadori, La Terza e Minimum Fax.

Vanni Santoni (Montevarchi, 30 settembre 1978), come si legge su wikipedia (quanto segue viene tutto da lì), laureato in scienze politiche, comincia a scrivere nel 2004 sulle pagine della rivista Mostro; nel 2005 vince il concorso “Fuoriclasse” della casa editrice Vallecchi con il testo “Vasilij e la morte”. Nel 2006 vince il concorso “Scrittomisto” della casa editrice indipendente RGB ed esordisce con “Personaggi precari”, un libro sperimentale, dove sono presentati centinaia di personaggi,  la ricostruzione della cui storia è affidata al lettore, con una tecnica di introspezione psicologica “momentista”, in cui il precariato è anzitutto condizione esistenziale. I suoi “Personaggi precari” sono tradotti in inglese(dal poeta Linh Dinh), in francese e in spagnolo. Personaggi precari esce per la seconda volta, in versione ampliata, nel 2013, per Voland e una terza volta, con ulteriori ampliamenti, nel 2017.

Nel 2007 fonda il progetto di scrittura collettiva SIC, il cui romanzo storico “In territorio nemico” esce poi nell’aprile 2013 per minimum fax.

Nel 2008 pubblica il suo secondo libro, e primo romanzo, “Gli interessi in comune” per Feltrinelli, “un romanzo corale sull’impossibilità di raccontarsi nella società contemporanea”, in cui si narrano dieci anni di scorribande di un gruppo di giovani di provincia alla ricerca di un proprio mito di fondazione. Il romanzo vince il premio selezione “Scrittore toscano dell’anno”.

Il suo terzo libro è il romanzo “Se fossi fuoco arderei Firenze”, che utilizza una struttura corale a “ronda”,è uscito nell’ottobre 2011 per la collana Contromano di Laterza.

Sempre nel 2011 pubblica il romanzo “L’ascensione di Roberto Baggio” (Mattioli 1885), scritto a quattro mani col drammaturgo Matteo Salimbeni.

Nel 2012 pubblica il romanzo breve Tutti i ragni (:duepunti), per la collana “ZOO”, diretta da Giorgio Vasta e Dario Voltolini, tradotto in tedesco nel 2014.

Nel 2013, oltre a In territorio nemico, pubblica la versione definitiva di “Personaggi precari” per Voland e il romanzo fantastico ”Terra ignota” per Mondadori, a cui segue “Terra ignota 2 – Le figlie del rito” nel 2014. Quando, come in questi casi, firma testi fantastici, aggiunge alla firma la sigla HG per sottolineare che si tratta di un percorso parallelo a quello principale; tale sigla sarebbe un omaggio a Guido Morselli.

Nel 2015 pubblica il romanzo “Muro di casse” che apre la collana Solaris di Laterza. Sempre nel 2015 è incluso nell’antologia minimum fax “L’età della febbre dei migliori scrittori italiani under-40”.

Nel 2017 pubblica, sempre per Laterza, il romanzo “La stanza profonda”, che costituisce la prima partecipazione al Premio Strega della storia dell’editore. Il libro conosce un immediato successo di pubblico. Sempre nel 2017 esce per Mondadori “L’impero del sogno”, concepito per essere allo stesso tempo un romanzo fantastico “stand-alone” ma anche il prequel di “Terra Ignota”.

Nel 2019 pubblica per Mondadori “I fratelli Michelangelo”.

Santoni scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e su altri giornali e riviste.

L’ingresso all’incontro è libero e sono gradite domande all’autore.

ROSSO DI SANGUE

libro

Ho incontrato Vincenzo Gualano durante una presentazione collettiva di sette autori di Porto Seguro Editore presso la Laurenziana di Firenze Nova, dove ora organizzo alcuni incontri letterari.

Il suo “Lacrime rosse” è un libricino esile di poesie e aforismi. Durante quell’incontro Roberto Balò presentava il suo “Saga”, una raccolta di poesie fantascientifiche. Ed ecco che leggendo i primi versi di “Lacrime rosse” ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a un altro singolare esempio di poesia di genere: “poesia horror”. Abbondavano, infatti, espressioni come “Il mio amore è un cranio”, “la mia solitudine è formata /dalla compagnia della mia parte malvagia”, “il mio stato d’animo sempre più macabro”, “come un cuore macabro che sorride per ironia”, “rivoltante come la mia bellezza che cammina sui / morti”, “i cuori marci che ha creato per odiare”, “farmi resuscitare da un viscido sepolcro”, “non aver paura, / dei fiori marci che ti regaleranno /e della tua giovane carne / che pian piano si sgretola”, “la lacrima rossa incomincia a sbiadire”, “La notte lugubre sovrasta le foglie”, “in agguato come la morte” e qui mi fermo ma potrei proseguire.

Andando avanti con la lettura, ho visto però che il tema della morte e del macabro non erano i soli di questi versi. Forte è anche quello dell’amore (ed ecco che torniamo su un terreno più consono alla poesia) (“dolce è il tuo sorriso avvolto da stelle”), della perdita dell’altro (“il vero amico della mia vita infantile”, “oh mio caro nonno / un tuo sorriso mi è mancato”, “rimembro subito il tuo volto pieno di luce”, “le tue ali mi sfiorano il volto”, “Dove sei? Dove sei?”) e forse di sé, del rapporto con il divino (“ogni mio dipinto è una preghiera”), dell’identità (“Voglio essere solo ciò che sono e non apparenza”), dell’arte (“Vorrei poter trasformare in Arte anche chi mi sta accanto”).

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Vincenzo Gualano

Nella sua prefazione Massimo Acciai Baggiani ci ricorda come Gualano non sia solo un poeta, ma un’artista eclettico, dedito soprattutto alle arti visive. Singolare è come Gualano ne parla in “Come Re Mida”: “dovrò riuscire a trovare il modo / che tutto ciò che tocco diventi Arte e diventi denaro!”, “poter trasformare la mia passione in Arte / e di conseguenza in denaro!” Beata illusione, mi verrebbe da dire! Come se arte e denaro vadano a braccetto e non piuttosto si sfuggano. Sarà che per me l’arte (e la scrittura nello specifico) è l’opposto del lavoro e quindi della creazione di ricchezza, ma quest’idea di far soldi con l’arte mi ha fatto un po’ sorridere tristemente, pensando a quanto abbiano a penare gli artisti solo per rifarsi delle spese.

Un’opera di Vincenzo Gualano

Mi riconosco, invece, quando dichiara “per essere me dovete già nascere droga”, “Non c’è bisogno che mi droghi perché sono già io droga” o “sono in questo mondo solo per regalare emozioni” o, narcisisticamente, “Non seguo mai una moda perché sono già io la moda”.

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