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GIGANTI, FATE, PITTORI E ASINI

Alberto Pestelli con la prima edizione de Il sogno del ragno.

Eccomi al terzo volume (Youcanprint, 2019) della saga di racconti lunghi “Un etrusco tra i nuraghes” di Alberto Pestelli, che narrano le indagini in Sardegna (ma non solo) del clan Fantini, una famiglia allargata che ruota attorno al ex-maresciallo fiorentino Cosimo Fantini, ormai in pensione.

Come elencato nell’introduzione, vi incontriamo sua moglie Carmen Mura, ex sergente maggiore della Sanità militare, sua figlia Laura Fantini, tenente dei carabinieri e molti altri parenti e personaggi con ruoli nell’esercito, nella magistratura o nel giornalismo.

Altrettanto vari sono i casi che la famiglia Fantini si trova ad indagare.

Ogni volume riunisce tre racconti. In questa terza antologia i titoli sono:

  • L’ombra dei Giganti e delle Fate,
  • La Sposa di Quirra,
  • La chiamavano Pinella.

In tutta la saga appaiono importanti l’ambientazione sarda, i riferimenti culinari ed enologici, gli sviluppi delle vicende familiari del clan. Le indagini si caratterizzano per la rapidità con cui i vari casi vengono risolti, sovente avvalendosi soprattutto di una sorta di sesto senso o del semplice intuito, spesso presentando sin da subito al lettore i colpevoli e a volte sorprende la facilità con cui gli investigatori associano fatti e persone apparentemente sconnessi.

L’ombra dei Giganti e delle Fate” parte con toni quasi alla Stephen King, mostrandoci il mondo con gli occhi di due ragazzini gemelli, imprigionati e violentati dal padre, che associano le persone a personaggi delle fiabe. I Fantini si trovano poi a indagare su un atto violenza, immaginandone subito la connessione a dei serial killer e alla vicenda dei due ragazzini, liberati molti anni prima.

La sposa di Quirra” gira attorno a un dipinto falso antico, un amore sfortunato, una lite tra un’artista e un critico.

Ne “La chiamavano Pinella” incontriamo un’asina che sa riconoscere le carte da gioco,  turisti tedeschi appassionatiUn etrusco tra i nuraghes. 3. - Alberto Pestelli - Libro ... del gioco della pinella o pinnacolo, faide familiari e rapimenti.

Arrivando a leggere i ringraziamenti finali ho scoperto che erano rivolti anche a me, per l’incoraggiamento e il sostegno. Non posso che cogliere l’occasione per ringraziare a mia volta Alberto Pestelli per essersi ricordato di me. I nostri cammini letterari, in effetti, si intrecciano ormai da vari anni, da quando alla fine del millennio scorso si frequentava entrambi il Laboratorio di Scrittura del nostro editore di allora, Liberodiscrivere, per il quale, tra le varie cose, abbiamo pubblicato assieme la raccolta di allostorie “Ucronie per il terzo millennio”, da me curata e che riuniva 17 autori, tra cui lo stesso Pestelli.

Ci troviamo ora a frequentare la medesima associazione ambientalista “Pro Natura Firenze” e sovente scrivo sulla rivista “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente” di cui Pestelli è coordinatore di redazione e webmaster. Ovviamente ho letto varie cose sue, dal contributo a “Il volo dello struffello”, ai precedenti volumi I e II di “Un etrusco tra i nuraghes”, al romanzo “Gli addormentatori di via del Cocomero” e anche lui credo si possa annoverare tra i miei più assidui lettori.

 

INDAGINE SU SE STESSA

Claudia Muscolino
Claudia Muscolino

Viaggi irregolari” (NeP Edizioni, 2018) di Claudia Muscolino, autrice del GSF – Gruppo Scrittori Firenze, è un romanzo che, con i toni della detective story, porta il lettore non solo a scoprire il mistero apparentemente banale che la giovane investigatrice cerca di scoprire indagando sul possibile tradimento del marito di una contessa, ma arrivando a scoprire vicende assai più gravi, che affondano le loro radici in un tempo in cui lei era ancora bambina e che riguardano la tragedia che l’ha resa orfana molti anni prima.

L’autrice sceglie un sapiente tecnica di forward e backward per collegare gli eventi del passato a quelli del presente e l’immedesimazione nella protagonista per creare empatia.

In una vicenda che sembrerebbe già chiara riesce a inserire elementi di

Viaggi irregolari - Claudia Muscolino - Libro - NeP edizioni - | IBS

sorpresa e un epilogo sorprendente (che però non chiude l’opera). Alcuni elementi paranormali danno maggior spessore alla vicenda, pur non costituendone il tessuto fondante. La protagonista assume spessore grazie ai suoi desideri e alle sue fobie.

La lettura di questo primo romanzo di Claudia Muscolino scorre veloce e coinvolgente e ci si sente spinti a meglio comprendere le vicende familiari della giovane detective.

LA FORMAZIONE DI UN’INDOMITA GUERRIERA FANTASY

Edizioni Tabula fati - Melania Fusconi: Bio-Bibliografia
Melania Fusconi

I Cimeli Ancestrali” (Tabula Fati, 2019) è il primo romanzo della saga fantasy di Melania FusconiLe anime di Leggendra”. L’opera inizia con un prologo da space opera: “Dall’oblò della navicella assistettero alla serie di esplosioni che di fatto cancellavano Honua dalla galassia” e, più avanti, “i Creatori li avevano salvati dal disastro e il pianeta Alnair li aveva accolti come una seconda casa”. Il prologo contiene anche una bella morale da ricordare “E questo era la vita, la capacità di reinventarsi nonostante le avversità”.

I toni fantascientifici, però, finiscono qui e il romanzo prosegue in chiave

I cimeli ancestrali. Le anime di Leggendra - Melania Fusconi - copertina

decisamente fantasy.

Incontriamo così la bella, giovane e indomita orfana Alhena, un’eroina destinata, come una sorta di Harry Potter femminile a scoprire poco per volta la storia della propria famiglia e i propri poteri, passando da lezioni tra i Cadetti della Guardia Reale ad avventure contro misteriose Bestie Infernali e altri pericoli, che affronterà uscendo dal mondo protetto e segreto del Villaggio Celato. Scoprirà così di essere una Gifter Latente, una Cercatrice di Cimeli Ancestrali (che di nuovo mi fanno pensare al maghetto della Rowlings e ai suoi Horcrux) e, nientemeno che una Predestinata. Le magie non abbondano in questa storia e non sono particolarmente eclatanti, ma non mancano e sono contorno del percorso di scoperta e formazione della giovane Alhena e dei suoi amici.

Le 245 pagine del volume, la cui copertina è stata realizzata dalla stessa autrice, ci lasciano con la promessa di nuove e ancor più impegnative imprese, che siamo certi sapranno coinvolgere il lettore e Alhena saprà superare con abilità.

NEL PAESE DEI CIECHI CHI VEDE È UN MOSTRO

Il Blog di Urania » Blog Archive » Daniel F. Galouye
Danile F. Galouye

Probabilmente fu il motto latino “Beati monoculi in terra caecorum” con le sue varianti successive tipo “nel paese dei ciechi l’orbo è re” ad aver ispirato il racconto di H.G. Wells del 1903 “Il paese dei ciechi”. Di certo Daniel F. Galouye (New Orleans, 11/02/1920 – New Orleans, 07/09/1976)  non poteva ignorare un simile classico quando scrisse “Universo senza luce” (1961) o il racconto che lo ha ispirato “Rebirth” (1952), come non lo hanno ignorato gli autori successivi che hanno immaginato mondi popolati solo da ciechi, fino a “Cecità” di José Saramago o al recentissimo racconto “Lo scisma” di Massimo Acciai Baggiani, in uscita tra breve nell’antologia “Sparta ovunque” (Tabula Fati, 2020).

Sebbene l’ispirazione storica sia importante ed evidente, “Universo senza luce” rimane uno dei più luminosi esempi di fantascienza. Con il termine “speculative fiction” gli inglesi intendono il fantastico in generale ovvero “qualsiasi finzione con elementi soprannaturali, fantastici o futuristici”, ma il termine speculativo riguarda l’analisi teorica e filosofica di qualche fenomeno. Mi verrebbe allora da definire “Universo senza lucefantascienza speculativa o forse filosofica, nel senso che appartiene a quel gruppo di storie che indagano il mondo del possibile, partendo da un’ipotesi e immaginandone gli sviluppi. Dovrebbe essere quello che fa tutta la sci-fi, ma non sempre è così, purtroppo. Questo romanzo di Galouye, in particolare, potrebbe dirsi sci-fi sociologica o antropologica, giacché descrive il diverso modo di percepire le cose che avrebbe una popolazione di ciechi, che non immaginano neppure l’esistenza di un senso come la vista.

È ovviamente pure occasione per riflettere sul diverso e le discriminazioni sociali di ogni tempo.

L’avventura (perché quanto ho scritto sopra non vi deve ingannare, poiché anche di questo si tratta) porta all’incontro di questa popolazione sotterranea prima con i veggenti, capaci di percepire solo gli infrarossi, poi, con i mostri che vivono in superficie e non hanno perso l’uso degli occhi.

Leggendo si scopre che la situazione è stata determinata da una guerra atomica, che ha portato la popolazione a rifugiarsi nelle tenebre del sottosuolo, dove, esaurita l’energia per avere la luce, si sono adattati, anche per effetto di mutazioni dovute alle radiazioni, al nuovo mondo di tenebra, sviluppando l’udito per percepire l’ambiente come fossero pipistrelli. Danno anche vita a una religione basata sul Buio e la Luce e demoni con il nome di sostanze radioattive.

Lettura affascinante oggi come quando fu pubblicata e tutt’altro che

universo senza luce

invecchiata, come capita ad altre opere di fantascienza più legate a presunti sviluppi tecnologici mai avvenuti o superati dalla stessa realtà. Qui l’interrogativo sull’importanza dei sensi rimane invece sempre attuale e suggestivo. Come sempre attuale rimane il quesito su come sia il mondo visto con sensi che non abbiamo e non conosciamo. Nasce, per esempio, in me anche il quesito se potrebbero esistere sensi in grado di percepire il multiverso?

Universo senza luce” è anche uno splendido esempio di creazione di mondi immaginari, altra cosa che apprezzo grandemente in qualsiasi autore.

MISTERI, CODICI E ANTICHE RUNE

Il 28 giugno si presenta ad Altopascio l'ultimo thriller di Carlo ...
Carlo Legaluppi

Carlo Legaluppi (1957), oltre a essere uno scrittore membro di un’associazione letteraria grossetana “Letteratura e dintorni”,  gemellata con il GSF – Gruppo Scrittori Firenze di cui faccio parte, è anche un collega, essendo stato, prima della pensione, un dirigente centrale della mia stessa banca, il semi-millennario Monte dei Paschi di Siena.

Il suo romanzo “La ottava croce celtica” (2016) è un thriller ambientato tra Italia e Irlanda, con richiami ai duri anni della guerra civile e degli attentati di quest’isola, che si snoda intorno a omicidi e misteri legati a simboli runici, codici crittografati connessi con un “complotto omicida di vastissime proporzioni” (pag. 71) “la cui prossima realizzazione causerà molte vittime innocenti e sconvolgerà gli equilibri democratici e il vivere pacifico di tante nazioni” (pag. 71). I protagonisti cercano dunque di “fermare la congrega di pazzi assassini che sta per realizzare un piano dai contorni apocalittici” (pag.72), ma ugualmente assisteremo a una “catena di morti violente che sta insanguinando gli Stati Uniti e l’Italia” (pag. 154).

Un complotto internazionale in cui “Nulla è come sembra”, come recita il

La ottava croce celtica - Alter Ego Edizioni

sottotitolo, e in cui le religioni vengono usate “come paravento per giustificare i delitti più efferati commessi dall’umanità” (pag. 169) e il terrorismo, di qualunque matrice viene utilizzato dalle “componenti più retrive e conservatrici del Paese” (pag. 109) per suscitare “un’ondata di sdegno emotivo e di panico nell’opinione pubblica che porterà, nel giro di pochi giorni, all’abolizione delle libertà fondamentali” (pag. 109).

Se “La ottava croce celtica” (scritto proprio così, senza apostrofo) è soprattutto un romanzo di avventura, di indagine e di tensione, la presenza di questo messaggio lo rende anche strumento per metterci in guardia dalla complessità di certi complotti volti a disinformare l’opinione pubblica e canalizzare le emozioni collettive in modo da favorire determinate parti politiche che, proprio perché usano simili mezzi violenti e segreti, sono quelle da cui stare maggiormente attenti.

Il romanzo, articolato, documentato e coinvolgente, ha già avuto due seguiti usciti nel 2017 e 2019.

CHIAROVEGGENZA E PREVEGGENZA

maila4 ritaglio – ALA Libri
Maila Meini

Dopo aver letto “A cavallo del tempo” e “Il sentiero delle foglie cadute” di Maila Meini, autrice del GSF, leggo ora il romanzo ESP “Strani ospiti in solaio” (A.l.a. Libri, 2019).

Seguiamo la protagonista, di nome Malena, attraverso tutta la sua vita, dal 1958 a oggi, scoprendo le strane coincidenze, che sempre più frequenti, sembrano dimostrare che è dotata di poteri ESP di chiaroveggenza e preveggenza.

Interessante la digressione sull’origine e l’evoluzione del nome Malena, che a me, peraltro, aveva quasi fatto pensare a un mezzo anagramma del nome dell’autrice. Dopo aver letto “A cavallo del tempo”, mi è capitato di incontrare Maila Meini a una fiera del libro e lei e Barbara Carraresi mi convinsero ad associarmi al GSF. Da allora ci siamo frequentati in varie occasioni. Non posso dire di conoscerla a fondo, ma in questa Malena mi è parso di rivedere molto di Maila. Non per nulla ogni capitolo è completato de una poesia che ne riprende i temi e le atmosfere e che riporta una data corrispondete al periodo dei fatti narrati, come se la Meini le avesse scritte nel corso della vita poi avesse adattato il romanzo a queste.

Sentire a distanza che qualcuno sta morendo, immaginare i voti degli esami universitari prima di uscire di casa, riconoscere la malattia non diagnosticata nelle persone incontrate, prevedere incidenti mortali, provocare malattie in persone odiate sono alcune delle sensazioni che

Strani ospiti in solaio - Maila Meini - Libro - Mondadori Store

guidano Malena attraverso la vita. Poteri ESP? Difficile dirlo. Certo non sono poche le strane coincidenze per pensare solo al caso. Certo sono tutte occasioni per “incursioni nel mondo interiore degli altri” (pag. 238).

Il romanzo, come già gli altri due che avevo letto è una sorta di biografia della protagonista dall’infanzia alla maturità avanzata, approccio narrativo che l’autrice pare prediligere, così come la ricchezza di riferimenti che paiono autobiografici.

Il volume è anche occasione per lasciare un messaggio ecologista che non posso non condividere. Anzi, vi ho colto persino lo stesso spirito del mio “Apocalissi fiorentine” là dove scrive “Certo, nel piccolo spazio in cui viviamo abitualmente è difficile cogliere i sintomi della malattia  gravissima  che minaccia la nostra esistenza. Se ci limitiamo a gettare attorno a no uno sgardo distratto ci pare che nulla cambi da un giorno all’altro”: occorre far capire che non è vero che “Qui da noi non succede!” (pag. 231) e occorre riportare nelle nostre città le sensibilità  verso problemi di “crescita demografica”, “dell’effetto serra, del buco dell’ozono, delle piogge acide, dell’inquinamento sonoro, del fatto che le nostre risorse non sono rinnovabili all’infinito” (pag.232).

Seguire la vita di Malena coinvolge e fa scorrere veloce la lettura, caratterizzata da una scrittura lineare, ordinata e piana, che ritroviamo sia nella parte in prosa, sia nelle poesie, caratterizzate da spontaneità  e immediatezza.

PSICOTICI ILLUSI

Elias Canetti - Wikipedia
Elias Canetti

In questi ultimi tempi mi è capitato di leggere alcuni autori austriaci, che non si può dire dipingano il loro Paese e i propri connazionali nel migliore dei modi possibili. Il primo fu Peter Handke, letto in occasione della sua vittoria del Premio Nobel, che mi rese una visione piuttosto piatta e grigia ne “Il grande evento” o alquanto fredda in “La montagna di sale”.

Sono poi approdato a “Gli esclusi” (1980) di Elfriede Jelinek (altro Nobel), un romanzo che parla dei difficili rapporti nella famiglia di un ex-gerarca nazista mutilato e privo di uno scopo nella vita. Ingredienti esplosivi che deflagheranno in un finale di estrema crudeltà. Una storia di apparente vita quotidiana, se non fosse malata da prevaricazioni, istinti incestuosi, desideri di rivalsa, invidie, debolezze, che vede al centro le difficoltà dell’adolescenza in un ambiente tutt’altro che protetto.

Come se non bastasse, per puro caso, ho letto “Estinzione. Uno sfacelo” (1986) di Thomas Bernhard, in cui il protagonista manifesta tutto il proprio disprezzo per l’Austria, cui contrappone nientemeno Roma (e mi pare tutto dire!). Un’Austria post-bellica, che definisce cattolico-nazional-socialista. Dei personaggi meschini, incapaci di veri rapporti umani.

Ho appena concluso la lettura di “Auto da fé” (1935), primo libro e unico romanzo di Elias Canetti (Ruse, 25 luglio 1905 – Zurigo, 14 agosto 1994),

Elias Canetti = AUTO DA FÉ Ed. Garzanti

bulgaro ebreo di origini spagnole, naturalizzato britannico, cresciuto parlando ladino e passato poi alla lingua tedesca, vissuto in Austria, Germania Gran Bretagna e Francia, morto in Svizzera e con un cognome italiano. Un altro premio nobel. “Auto da fé” è ambientato a Vienna tra il 1921 e il 1927. I suoi personaggi sono stereotipi umani che potrebbero appartenere a qualunque nazione, essere austriaci, come italiani, inglesi o russi, ma il fatto che siano proprio austriaci, alla luce delle precedenti letture, mi fa riflettere sulla salute sociale, morale e mentale di questo Paese.

Sono tutti personaggi egocentrici, illusi, egoisti, arroganti e che vivono quel che gli accade rielaborandolo nella propria testa a modo loro, quasi stravolgendo il cartesiano “cogito, ergo sum” in uno psicotico “se lo penso, è vero”.

C’è un professoruncolo che studia a tutto spiano e si considera il più grande sinologo del mondo, un nano gobbo mantenuto da una moglie prostituta che si crede di poter divenire il campione mondiale di scacchi o di imparare una lingua in un giorno, la domestica che sposa il professore spiantato sperando di ereditarne una fortuna immaginaria, il portiere ex-poliziotto che schiavizza la figlia, tenendola segregata in casa per farsi aiutare a fare la posta a mendicanti e venditori ambulanti, il fratello del sinologo, un arrogante ginecologo divenuto psichiatra, che tratta i pazienti “come se fossero persone”.

Ciascuno immagina che gli altri facciano e pensino cose che non fanno e non pensano per nulla e si sente al centro del mondo, come se ogni cosa ruotasse attorno a lui. Ne nascono equivoci a non finire, che la totale cecità mentale nata dall’illusione e dalla supponenza fa protrarre all’infinito. Ecco la domestica-moglie che redige un falso testamento del marito, intestandosi un patrimonio favoloso che quello spiantato non ha davvero e questo lo trova credendo che lei stia per ereditare un’enorme cifra da qualcun altro. Ecco il professore che crede di aver lasciato morire la moglie chiusa in casa, mentre questa lo accusa di averla derubata, creando una serie di equivoci e una gran confusione in chi indaga. Ecco il nano che cerca di truffare il professore e già si immagina ricco e famoso, arrivare in America accolto da una folla festante. Eccolo ancora illudersi che basti un vestito di buona foggia a non farlo sembrare lo storpio che è. Misantropi e, ancor più, misogini, come solo gli egocentrici possono davvero essere.

Personaggi tutti molto vividi, che si imprimono nella memoria e appaiono affascinanti per quanto sono surreali e grotteschi. Purtroppo, Canetti gioca troppo a lungo con loro e il romanzo si protrae così tanto da farci stufare di questa rappresentazione, trasformando quelli che nella prima metà del romanzo parevano personaggi esemplari, in macchiette esagerate nella seconda parte, non perché cambi il registro o il modo di raffigurarli, ma proprio perché non muta e, come si suole dire, “il troppo stroppia”. Il grottesco per essere efficace deve essere veloce e pungente. Quando diventa ossessivo, forse crea un’atmosfera angosciante, ma certo rende una lettura partita come assai piacevole, altra cosa.

Il pensiero di Canetti forse traspare maggiormente nel personaggio del ginecologo-psichiatra che “senza volerlo, trattava le signore come se ne fosse innamorato”: “pazzi diventano coloro che pensano sempre e soltanto a se stessi. La demenza è una punizione per l’eccessivo egoismo. Per questo nelle cliniche si raduna la peggior canaglia del paese.” È questa, in fondo la psicosi dei personaggi di Canetti.

Georges Kein asseconda la follia egocentrica dei propri pazienti: “A un re si rivolgeva ossequiosamente con l’appellativo di Vostra Maestà, davanti a un dio cadeva in ginocchio e giungeva le mani. Così le più eminenti personalità s’abbassavano fino a lui e lo mettevano a parte delle loro questioni personali.” E nel contempo considera tutti pazzi, arrivando a rinchiudere la moglie “nella sua clinica come egoista inguaribile”. I personaggi di questo romanzo, in quanto egoisti, vi andrebbero rinchiusi tutti. In quanti dovrebbero far loro compagnia?

FRAGILITÀ URBANE E TERRITORIALI

foto

Pierparide Tedeschi

Appare ogni giorno più evidente la necessità di arrestare il degrado ambientale in tutte le sue forme e mi pare doveroso dedicare a questo problema devastante tutta l’attenzione possibile.

Credo sia dunque lodevole l’opera di chi, nelle forme a lui più congeniali, contribuisce a combattere questa estrema battaglia di sopravvivenza.

Un volume che dà un importante contributo è La mutazione”, sottotitolo “Paesaggio, società, cultura – com’è cambiata l’identità italiana” di Pierparide Tedeschi (Edizioni Solfanelli, 2019).

Se io, nel mio piccolo, con “Apocalissi fiorentine” ho, tra le altre cose, cercato di avvicinare al lettore i grandi problemi del pianeta, limitandomi a mostrare con dei racconti la fragilità urbana, Tedeschi, invece, affronta con un vero e proprio saggio tale fragilità, enucleandola nelle sue caratteristiche e sviscerandone le contraddizioni e i pericoli, parlando di “trasformazione del paesaggio, degrado ambientale e del patrimonio storico e artistico, espansione incontrollata dei luoghi abitati, consumo irresponsabile del suolo, inquinamento, discariche a cielo aperto, dissesto idrogeologico con conseguenti frane, inondazioni, incendi, incuria, indifferenza, spopolamento delle zone interne e delle montagne, perdita di identità, mutazione antropologica e culturale” (pag. 5) e non manca di accusare duramente i danni portati ai centri abitati dal turismo di massa. Se questa dell’Introduzione a un lettore distratto potrebbe parere un semplice elenco, soffermandoci su ogni parola, ci rendiamo conto di come sia una summa dei mali del nostro tempo.

Una crescita irresponsabile legata a un abnorme degrado ambientale è il segno principale che connota attualmente le nostre città e i nostri centri abitati” (pag. 12) mentre “la diminuzione progressiva e irrimediabile del suolo, risorsa fondamentale, limitata e non rinnovabile” (pag. 13) connota l’intero territorio nazionale: “da novembre 2015 a maggio 2016” per esempio “l’Italia ha consumato quasi trenta ettari di suolo al giorno” (pag. 13). A Roma “le abitazioni crescono ancor più degli abitanti” (pag. 14). “Come sottolinea il rapporto Ispra 2017, ventitremila chilometri quadrati del territorio italiano sono ricoperti  da fabbricati e vie di comunicazione”, “una superficie pari alla somma di Campania, Molise e Liguria” (pag. 15). La cementificazione non risparmia neppure le zone sismiche e si costruisce in aree a rischio di frane. L’88,3% dei comuni italiani sono a rischio frane o alluvioni (pag. 17). Insomma, fragilità urbane e fragilità del territorio minano le nostre esistenze e il futuro non dei nostri nipoti e figli, ma già il nostro. Il problema è oggi.

Sembra che ci si dimentichi che “il suolo è una risorsa preziosa e limitata che insieme all’aria e all’acqua assicura la vita sulla terra” (pag. 22). La desertificazione, uno dei più gravi problemi ambientali, è un rischio e una realtà anche per l’Italia.

Dalla fine degli anni Cinquanta ogni cittadino lombardo ha perso metà della sua quota di prati e aree coltivate” (pag. 29)! In Italia in 25 anni abbiamo perso il 28% della terra coltivata, fenomeno che si accompagna alla “dissoluzione della civiltà contadina”, basata su parsimonia, morigeratezza e rispetto del territorio.

Le città con la diffusione dell’urban sprawl (la città sparpagliata), si sviluppano disordinatamente, senza piani urbanistici, vanificando la distinzione tra centri e periferie.

L’inurbamento, invece di unire armonicamente due differenti visioni del mondo (campagna e città)” “ha agito come una forza negativa che ha annullato il loro diverso dinamismo” (pag. 43).

Non tutte le problematiche sollevate forse sono altrettanto gravi. Personalmente, per esempio, avevo sempre visto La mutazionecome un importante miglioramento della viabilità e una forma di civilizzazione l’adozione agli incroci delle rotonde. Tedeschi evidenzia, invece, come “impediscono la vista prospettica di viali e strade e creano delle barriere artificiali, le quali modificano non solo la capacità di orientamento  ma anche la nostra sensibilità e spezzano l’ordito secolare su cui si basano i nostri centri abitati” (pag. 45).

Quel che danneggia le città è soprattutto il turismo di massa con la trasformazione delle abitazioni in Bed & Breakfast, lo svuotamento dei centri storici, la gentrificazione, le navi da crociera che invadono città come Venezia, la ristrutturazione degli interni di case storiche, la creazione di gated community (ambienti chiusi per residenti).

L’Italia si urbanizza, non cresce, invecchia ed è sempre più concentrata  al nord, nelle città più vicine all’Europa, mentre le aree interne e il sud del paese perderanno progressivamente abitanti” (pag. 96).

Eppure io credo si possa essere giunti alla fine di questo processo. Il covid-19 ci ha insegnato lo smart-working, la possibilità di lavorare a distanza, di evitare inutili pendolarismi e di cercare casa vicino al luogo di lavoro, ovvero in città. Se sapremo conservare questa spinta, le campagne potrebbero tornare a popolarsi se non di contadini almeno di impiegati che lavorano da casa, senza subire e provocare inquinamento.

Si deve restare nei paesi  e nelle campagne. “Restare non è un fatto di pigrizia, di debolezza, deve essere considerato un fatto di coraggio” (pag. 97).

Oltre allo smart-working dovremo semmai favorire le smart-cities “le città intelligenti e digitali che dovrebbero trasformarsi in senseable cities, cioè in luoghi sempre più inclusivi con al centro i bisogni delle persone, i loro diritti umani fondamentali e la salvaguardia delle caratteristiche formali e strutturali dei centri abitati per ritrovare una nuova armonia tra città, natura e innovazione tecnologica” (pag.105).

 

Sono meno convinto, invece, della dannosità per il paesaggio delle pale eoliche. Nessuno la ha mai contestato a un mulino a vento, che architettonicamente non era certo meglio. Semmai andrebbero realizzate con criteri non solo funzionali ma anche artistico-paesaggistici.I Verdi: "si vieti subito il passaggio delle navi da crociera ...

Se le tematiche di degrado urbano sono importanti, Tedeschi non trascura quello che per me è il tema nodale della nostra epoca, l’antropocene: i comportamenti umani “stanno provocando mutamenti simili a quelli che hanno causato l’avvicendamento delle epoche geologiche fino all’olocene, il periodo che ci ha preceduto e che risale a 11700 anni fa” (pag. 147). “A più di sessantacinquemilioni di anni dalla scomparsa dei dinosauri siamo sull’orlo della sesta estinzione di massa causata dalla progressiva e sempre più veloce perdita della biodiversità” (pag.47 e 48).

L’inquinamento è uno dei fattori che contribuiscono a questo dramma anche perché “influisce direttamente sul nostro dna e lo condiziona in misura maggiore della discendenza genetica” (pag. 49).

Leggete, meditate e agite. È tempo di cambiare le cose o la prossima crisi non verrà da un virus e sarà ancora più pesante.

LA CURA DI TAMAGOTCHI EVOLUTI

Amazon.it: Il ciclo di vita degli oggetti software - Chiang, Ted ...Ricordate il Tamagotchi, il gioco elettronico portatile inventato nel 1996 da Aki Maita e Akihiro Yokoi?

Come ricorda wikipedia:

L’obiettivo del gioco è quello di prendersi cura sin dalla nascita di una specie aliena chiamata Tamagotchi e dargli il necessario per farlo crescere ed essere suo amico, inoltre bisogna farlo vivere il più a lungo possibile e curarlo in caso di malattia”.

Il ciclo di vita degli oggetti software” (The Lifecycle of Software Objects) è un romanzo di fantascienza di Ted Chiang del 2011 che sembrerebbe prendere spunto da tale gioco, sebbene non lo nomini mai. Ovviamente ci sono nel mondo dei giochi anche altri riferimenti a piattaforme in cui sviluppare personaggi come, per esempio, Second Life, cui probabilmente l’autore pensava, anche perché, come in Second Life, le sue creature si muovono in veri e propri ambienti, mentre il Tamagotchi si limitava ad interagire con il proprietario.

Sebbene dal nome orientale, Ted Chiang (Port Jefferson, 1967) è uno scrittore statunitense.

Ted Chiang - Wikipedia

Ted Chiang

Sebbene di solito la fantascienza che si occupa di informatica non mi attragga molto, forse perché è, paradossalmente, nel contempo, troppo irreale e troppo vicina a noi. Irreale quando descrive mondi virtuali privi delle logiche fisiche e sociali, troppo vicina a noi, perché tutti i giorni abbiamo a che fare con i computer e questo li priva di ogni mistero e poesia. Peraltro, il cyberpunk ha inventato cyberspazi e metaversi difficili da ignorare in letteratura e nel cinema dai tempi di Philip K. Dick (quale genere del fantastico non ha iniziato?) e, ovviamente William Gibson.

Va detto, però, che il romanzo di Ted Chiang, con questi “digienti”, le sue creature virtuali, che cercano di crearsi una personalità e persino uno status giuridico, e con i loro addestratori, che ci si affezionano come a degli animali o a dei bambini, riesce a essere coinvolgente e suggestivo. Interessante è il loro passaggio in corpi robotici e la scoperta di un nuovo ambiente, quello fisico, che, persino attraverso i loro sensi elettronici, ha una diversa consistenza rispetto a quello meno dettagliato delle piattaforme digitali. Quasi altrettanto suggestivo il tema del superamento e della morte delle vecchie piattaforme in cui si muovevano i “digienti” e il tentativo di adattarli a nuovi habitat digitali o quello di utilizzarli come lavoratori o oggetti sessuali e la riflessione se sia meglio addestrarli, facendo loro acquisire esperienze o programmarli già esperti.

Un futuro che in gran parte è già presente.Tamagotchi: il pocket pet ritorna dopo una pausa di 21 anni ...

Dal punto di vista narrativo il rapporto tra i “digienti” e gli addestratori contribuisce a creare personaggi e trama adeguati.

Forse non una pietra miliare della fantascienza o del cyberpunk, ma certo una lettura piacevole e non priva di spunti di una certa originalità.

CONOSCERE LA FANTASCIENZA ITALIANA

Filippo Radogna

Non capita spesso di leggere un libro di interviste con così tanti intervistati ed è ancora più difficile trovarne uno tra i cui tanti nomi ce ne siano così numerosi conosciuti e non parlo solo di nomi noti, ma di persone incontrate di persona o, quanto meno nel web, alcuni dei quali potrei persino definire amici.

Il volume in questione è “Conversando tra le stelle” curato da Filippo Radogna.

I quarantacinque autori intervistati sono Sandro Battisti,  Vanni Mongini,  Renato Pestriniero, Franco Piccinini, Paolo  Prevosto,  Monica Serra, Francesco Grasso, Carmine Villani, Claudia Mongini, Francesco La Manno, Marina Alberghini, Adriano Monti-Buzzetti, Gloria Barberi, Maurizio Manzieri, Valeria Barbera, Tullio Bologna, Maddalena Antonini, Francesco Brandoli, Anna Maria Bonavoglia, Paola Cartoceti, Luca  Ortino, Alexa Cesaroni, Pierfrancesco Prosperi, Nicoletta Vallorani, Annarita Guarnieri, Marco Di Giaimo, Stefania Mainelli, Adalberto Cersosimo, Marina Perrotta, Luigi De Pascalis, Loredana Pietrafesa, Vittorio Piccirillo, Ezio Amadini, Maurizio J. Bruno, Roberta Guardascione, Sergio Giuffrida, Luca Oleastri, Giorgio Sangiorgi, Luigi Cozzi, Davide Longoni, Annarita Stella Petrino, Lukha B. Kremo, Max Gobbo, Mauro Antonio Miglieruolo, Andrea Gualchierotti. La copertina è di Luca Oleastri (che, tra l’altro, anni fa realizzò per me quella de “Il Settimo plenilunio” e molte delle 117 illustrazioni interne. Altre immagini sono di Giorgio Sangiorgi.

Le prefazioni sono nientemeno che di Donato Altomare, presidente della World SF Italia, e del guru della fantascienza italiana Gianfranco De Turris.

Chi sono costoro e che cos’hanno in comune? Sono, come me, tutti soci della World SF Italia, la più rilevante associazione di “operatori professionali” della fantascienza del Paese e, leggendo queste interviste, ci si rende conto dell’importanza e del ruolo rivestito da tutti loro nel definire e concretizzare il fantastico italiano (alcuni si occupano non solo di Sci-fi, ma anche delle altre forme del fantastico o di altri generi letterari).

Scrive nella prefazione il nostro Presidente Donato AltomareUna volta ci si conosceva tutti. Una volta si passavano giornate (e nottate) insieme a chiacchierare. Rammento una notte ad ascoltare Ugo Malaguti, spesso ore e ore a parlare con chiunque ti capitasse a tiro di quel libro o quel film, a pendere dalla bocca dei vari de Turris e Curtoni e Vegetti, Valla, Lippi, a carpire qualche segnale positivo da Viviani… insomma la gente la conoscevi.

Oggi il lavoro dei pochi coraggiosi appassionati di un tempo lontano si è concretizzato e gli autori di fantascienza sono diventati tanti, visto che tanti sono diventati gli editori che accettano opere del fantastico. Senza dubbio un grande esaltante successo per il panorama fantascientifico italiano.

Eppure c’è il risvolto della medaglia. Molti soci World non li ho mai incontrati di persona. Non ho idea se siano giovani o anziani, se scrivono fantascienza o fantastico, se sono saggisti o illustratori. Così, tempo fa, lanciai l’idea di intervistarli. Filippo Radogna ne fu subito entusiasta e predispose una serie di interviste”.

Ottima idea, credo, perché davvero questo volume permette a tutti noi di comprendere meglio con chi ha a che fare e credo che tutti i membri dell’associazione dovrebbero avere e leggere questo volume, ma questo vale anche per chiunque legga fantascienza o si occupi in genere di letteratura italiana.

Credo anche che questo testo possa aiutare chi non frequenta il genere a meglio capirne le innumerevoli possibilità o almeno a rendersi conto come questa letteratura sia, contrariamente a quanto in troppi in Italia ancora ignorantemente si ostinano a credere, letteratura a tutto tondo e spesso persino superiore al mainstream, se non altro, io dico, per lo sforzo creativo che comporta.

Radogna inizia la sua introduzione con la definizione data dall’attore William Shatner (il leggendario interprete del Capitano Kirk): “grande esercizio di immaginazione teso a ideare il futuro”. All’interno del libro troviamo altre splendide definizioni della SF. La migliore la ricorda ancora lo stesso Radognala fantascienza è letteratura di idee come sosteneva Umberto Eco”. Sì, credo sia proprio così. Tutta la letteratura porta avanti delle idee, ma la SF si basa su di esse e di queste soprattutto parla: idee del futuro, del mondo, della vita, della società, della fisica, del tempo, dello spazio, della storia, dell’uomo, del pensiero e di una lista interminabile che tutto ricomprende.

Io dico se l’arte è creazione, quale forma di letteratura è più artistica di quella che crea? Quale genere crea più di tutti? Il fantastico crea mondi. Quando lo fa assurgere alle sue massime vette.

Come può essere letteratura di serie B? Il fantastico è la quintessenza della letteratura.

Ringrazio quindi la World SF Italia per sostenerlo, anche con iniziative come questa raccolta di interviste, voluta e sostenuta dall’associazione.

Il volume merita di essere letto anche da chi si affaccia per la prima volta come “operatore” in questo mondo e voglia comprendere i percorsi, per non dire le carriere, di chi lo ha preceduto, le riviste su cui ha scritto, le case editrici che più di altre hanno sostenuto e sostengono questo genere e trarne utili spunti.

Personalmente, da autore che scrive di tutto ma soprattutto ucronia, ho avuto il piacere di scoprire che anche altri autori dell’associazione, che non sapevo, si sono interessati alla storia alternativa o fantastica, oltre a me e, ovviamente, a Pierfrancesco Prosperi, che da decenni pratica con successo il genere: Roberto Grasso con “Jesse James delle Due Sicilie”, Tullio Bologna e la sua storia alternativa  del fascismo ma anche lo stesso Tullio Bologna con Michele Martino, che affrontano la storia in chiave fantastica con “La Dea del Lago”, la sword & sorcery di Francesco Lo Manno, l’attenzione per la storia di Carmine Villani o quella per storia e mito di Marina Alberghini, l’attività di giornalista storico di Adriano Monti-Buzzetti (che già conoscevo come curatore di Dimensione Cosmica), Valeria Barbera, che avevo incontrato quando mi ritrovai tra i finalisti del Premio al Lettore, che lei vinse con una recensione di un’ucronia scritta da Davide del Popolo Riolo.

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