Archive for giugno 2014

LA VOCE E GLI OCCHI DEL MARE

Sono vari anni che non leggo un romanzo di Alessandro Baricco. L’ultima sua opera che ho apprezzato, parecchio tempo fa, è infatti un saggio (“I barbari”), che lessi quando uscì a puntate con La Repubblica e che trovai pieno di intuizioni interessanti se non geniali. Anche i romanzi letti in precedenza mi erano piaciuti molto, sebbene la mia sensibilità letteraria all’epoca fosse certo diversa da adesso.

Ho affrontato dunque ora la lettura di “Oceano Mare”, romanzo che credevo di aver già letto ma che ho scoperto essere per me ancora nuovo. Come spesso mi accade quando leggo un romanzo da cui mi aspetto molto (in questo caso apprezzandone l’autore), anche questa volta sono rimasto un po’ deluso.

L’incipit mi ha incuiriosito, rafforzando le mie ottimistiche attese.

“Sabbia a perdita d’occhio, tra le ultime colline e il mare il mare nell’aria fredda di un pomeriggio quasi passato, e benedetto dal vento che sempre soffia da nord. La spiaggia. E il mare.

Potrebbe essere la perfezione immagine per occhi divini mondo che accade e basta, il muto esistere di acqua e terra, opera finita ed esatta, verità verità ma ancora una volta é il salvifico granello dell’uomo che inceppa il meccanismo di quel paradiso, un’inezia che basta da sola a sospendere tutto il grande apparato di inesorabile verità, una cosa da nulla, ma piantata nella sabbia, impercettibile strappo nella superficie di quella santa icona, minuscola eccezione posatasi sulla perfezione della spiaggia sterminata. A vederlo da lontano non sarebbe che un punto nero: nel nulla, il niente di un uomo e di un cavalletto da pittore.”

Nella prefazione c’è una discreta sintesi del tema di questo romanzo:

“Molti anni fa, sulla riva di un qualche oceano, arrivò un uomo. L’aveva portato lì una promessa. La locanda in cui si fermò si chiamava Almayer. Sette stanze. Degli strani bambini, un pittore, una donna bellissima, un professore dal nome strano, un uomo misterioso, una ragazza che non voleva morire, un prete buffo. Tutti lì, a cercare qualcosa, in bilico sull’oceano. Molti anni fa, questi e altri destini incontrarono il mare e ne tornarono segnati. Questo libro li racconta perché, ad ascoltarli, si sente la voce del mare.”

In questo abbozzo di trama si legge il fascino della storia, ma anche il suo limite: troppi personaggi e, forse, un obiettivo un po’ troppo pretenzioso: far sentire nelle storie di alcune persone la voce del mare. Che sia obiettivo arduo lo deve sapere anche Baricco, tanto è vero che quello che definirei il personaggio principale è un pittore, ex-ritrattista, che per anni cerca invano di dipingere il mare, firmando ogni volta tele bianche o quasi. Da ritrattista, cerca gli occhi del mare e non li trova, come forse l’autore cerca la voce del mare e la trova solo a tratti.

Alessandro Baricco

Il risultato è un romanzo intrigante, con personaggi singolari, ma privo di unitarietà e, appunto, forse un po’ troppo lontano dalla sua stessa anima. Una storia che lì per lì incuriosisce ma che tende a svanire veloce nella memoria, al punto che finito il libro, senza aver trovato reminiscenze in alcun passo, mi chiedo ora se davvero non l’avessi già letto, come pensavo, e poi dimenticato, come rischio di fare di nuovo.

LA FINE DELLE CIVILTÀ PASSATE E PRESENTI

Si dice che lo studio della Storia possa essere uno strumento per imparare dal passato e cercare di non ripetere gli stessi errori, eppure i popoli, anche quando conoscono la Storia, sembrano ricadere facilmente negli stessi comportamenti.

Jared Diamond ha una visione più ottimistica e con i suoi scritti cerca di farci capire meglio dove abbiamo sbagliato per migliorare le nostre possibilità in futuro.

Nel doppio volume che costituisce il poderoso saggio “Collasso”, questo ornitoologo statunitense (Boston 10/09/1937) da tempo prestatosi all’antropologia ci mostra come si siano estinte alcune civiltà del passato (Isola di Pasqua, Maya, Vichinghi e altri) e quali rischi corrano alcune popolazioni attuali (per esempio lo Stato del Montana, Hispaniola, la Cina, il Ruanda e l’Australia) e, più in generale, l’intera umanità ormai globalizzata.

Il saggio, ideale continuazione di “Armi, acciaio e malattie”,  è variamente articolato, affrontando sia eventi storici, che situazioni contemporanee, mostrando esempi concreti e cercando di teorizzare un elenco di cause generali di collasso delle civiltà, analizzando l’interessenza di queste tra loro, interrogandosi sul perché gli sviluppi drammatici che oggi appaiono evidenti non furono intuiti e perché non furono trovati dei rimedi, anche quando, con il senno di poi, apparivano praticabili.

Sebbene il deterioramento dell’ambiente, spontaneo o indotto dall’uomo, sia indicato come solo una delle cause della fine di molte civiltà, ne emerge come una variabile con un forte influsso e tra le cause individuate appare quella che maggiormente dovrebbe preoccupare noi contemporanei per le sorti del nostro mondo.

Sebbene “Armi, acciaio e malattie” fosse, a mio giudizio, un saggio più originale e affascinante nel suo spiegare le ragioni (non razzistiche) grazie a cui l’uomo bianco domina il mondo, anche “Collasso” è pregevole per la varietà e l’approfondimento delle casistiche esaminate e sicuramente da leggere per il ragionato allarme che lancia sulle sorti della nostra civiltà.

Jared Diamond

Importante rimane anche l’approccio scientifico alla Storia, che caratterizzava il precedente saggio e che è ripreso anche in questo.

La fine di altri popoli ci mostra la grande fragilità di ogni civiltà, la cui integrità va preservata con attenzione e lungimiranza. I rischi per il pianeta derivanti non solo da una crescita demografica che non accenna a rallentare, ma soprattutto dalla giusta ispirazione dei paesi meno sviluppati a raggiungere condizioni di vita pari a quelli occidentali, con il conseguente consumo di risorse limitate e l’irreversibile depauperamento del territorio.

Un difetto di questo saggio è una certa ripetitività, un continuo rimarcare alcuni concetti e ricordare alcuni esempi già ampiamente trattati. Sembra un po’ lo stile di molti documentari americani, anche se per questi l’approccio è di solito anche più marcato, quasi che i documentaristi statunitensi pensino di aver a che fare con un pubblico di dementi con un livello di attenzione bassissimo. Forse hanno ragione loro (l’attenzione del pubblico televisivo è ridicolmente bassa e anche su un saggio piuttosto lungo, si può immaginare che il lettore non ricordi, quanto scritto qualche centinaio di pagine prima), ma da italiano di media cultura, trovo fastidiose le ripetizioni, anche in un testo come questo che, in fondo non ne abusa poi troppo.

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: