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AFFRONTARE LA GUERRA CON OTTIMISMO

Ho incontrato poche volte Adrian Jucker nella mia vita. Era il fratello minore di mia nonna Sylvia, l’ultimo di 5 fratelli, di cui il primo, Philip, morto nel 1937 durante una corsa automobilistica, se non erro. Mio padre, Filippo, nato alla fine dello stesso anno, ne ereditò il nome. Lo ricordo come una sorta di simpatico babbo natale, corpulento e con un gran barba candidissima. Una bella figura. Anche da giovane, a giudicare dalle foto mi pare si potesse definire un bell’uomo, dall’aria sportiva e signorile.

Zio Adrian era nato nel 1920 e morì nel 2001. Di recente ho scoperto su Facebook una sua autobiografia, in vendita su Amazon, dal titolo “Memories of a Desert Rat”, che scrisse all’età di 76 anni, dietro insistenza delle figlie Angie, Carolyn e Franky, che lo aiutarono nella stesura del volume.

Oggetto del libro sono le sue memorie personali della Seconda Guerra Mondiale.

A parte l’interesse personale nello scoprire meglio un parente attraverso le sue stesse parole, ho trovato questo libretto (si tratta di appena 64 pagine) davvero gradevole e interessante.

Come Adrian Jucker stesso dice fin dall’inizio, non ha alcuna pretesa di raccontare l’intera Guerra, il suo senso, le sue motivazioni o il suo reale svolgimento, ma di raffigurare il modo in cui l’ha vissuta lui stesso e in questo intento, a mio avviso, riesce assai bene, innanzitutto perché non manca di una buona dose di humour, ma, soprattutto perché la narrazione appare assai vivace.

La strana sensazione che mi ha lasciato, nonostante egli abbia affrontato alcune delle più cruente battaglie del secolo, quali due El Alamain e lo sbarco in Normandia e abbia combattuto su un gran numero di fronti, da quello italiano a vari fronti africani, alla Francia, è quella di un ragazzo che stia affrontando una vacanza piuttosto avventurosa e con parecchi inconvenienti. Sebbene egli sia più volte ferito, sembra conservare ogni volta intatto il suo ottimismo, la sua voglia di combattere, la sua curiosità, il suo amore per la vita.

Adrian Jucker nel 1938

E, tra una micidiale battaglia e l’altra riesce a trovare il tempo per cercare di migliorare la sua dieta, per rifornirsi di liquori, per farsi una bella cavalcata o per andarsene per mare su una barca, per il puro gusto di farlo. Del resto quando partì aveva solo 20 anni e la gioventù vede tutto in modo diverso. Eppure ci racconta che per 5 mesi di fila non si poté lavare, per tre anni non sentì la voce della moglie e vide la sua primogenita Angie solo dopo vari anni dalla sua nascita. Come avrete intuito, Adrian era inglese, sebbene la famiglia sia di origini svizzere, e avesse una nonna, Luisa Fontana, italiana. Nei suoi racconti si trova a combattere contro i tedeschi, ma come precisa a un certo punto, in realtà in battaglia aveva più spesso di fronte degli italiani. Una cosa che mi ha stupito è che nonostante le sue origini parzialmente italiane e il fatto che tutte e tre le sue sorelle, Sylvia, Nina e Angela, stessero con italiani e avessero già avuto alcuni figli altrettanto italiani, mi pare conservi un fiero patriottismo anglosassone  e anche quando gli italiani diventano alleati, continua a diffidarne. Ma questo è solo accennato, in realtà, perché alla fine nella narrazione prevale lo spirito di avventura e non si sente alcuna acredine o odio verso i nemici, sebbene sia fortissima la determinazione a combatterli.

Arruolandosi chiede di entrare in un corpo di sciatori e si ritrova in Africa nel deserto a fare lo sminatore, ma non per questo sembra demoralizzarsi. Dopo alcuni anni a togliere e mettere mine, costruire e far saltare ponti, decide di voler assaggiare la vera guerra (aveva già fatto due delle più sanguinose battaglie africane, ma pareva poca cosa per lui!) e chiede di arruolarsi nei paracadutisti. Pur di riuscirci rinuncia al grado di capitano e torna a fare il tenente. Tra l’altro, di lui si parlava a casa come di un capitano e mi ero sempre fatto, da bambino, l’idea che lo fosse di una nave!

E non si ferma lì. Torna tra i genieri e, a un certo punto divenne un “Desert Rat”, cioè un membro di un corpo speciale che operava nel deserto. Un altro “desert rat” compare nel volume ed è un vero topolino del deserto, Bert, da loro adottato, e cui davano da bere del gin, che l’animaletto pareva apprezzare molto. Oltre a un gran numero di ferite, Adrian  Jucker uscì dalla guerra con la decorazione di MC, titolo che nel libro non viene spiegato ma che leggo essere la Military Cross.

Oltre alle battaglie ci parla di avventure che potrebbero esser capitate anche in tempo di pace, come quanto si ritrova aggredito da numerose scimmie o quando costruisce un argano per tirar fuori il somaro di un contadino italiano da un pozzo e ci si cala nudo dentro per tirarlo fuori.

Insomma, una lettura, come dicevo vivace e mai truculenta o pessimista, che fornisce una visione della Guerra quanto meno inconsueta.

Adrian Jucker nel 1987

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ENDER, IL PADRE DI HARRY POTTER

Risultati immagini per il gioco di enderLeggendo “Il Gioco di Ender” (1985) di Orson Scott Card la sensazione è stata di ritrovarmi nei medesimi meccanismi narrativi che hanno portato al successo la saga di Harry Potter della Rowling.

Ma non pensiate che Orson Scott Card abbia in qualche modo emulato le imprese del maghetto di Hogwarts. Si tratta, infatti, di un romanzo del 1985, che riprende un racconto addirittura del 1977, mentre la pubblicazione della saga della Rowling parte nel 1997 e si conclude nel 2007.

Che cosa hanno in comune queste due storie? Innanzitutto il protagonista. Ender, come Harry è un bambino che lascia la sua famiglia, dove viene maltrattato, per finire in una scuola molto speciale, dove, sebbene sia l’ultimo arrivato, si distingue subito come il migliore. Entrambi hanno il destino segnato, Harry da una profezia e una maledizione, Ender perché è già stato individuato, per le sue doti, come il potenziale comandante di tutta la flotta aerospaziale terrestre. Nessuno dei due riesce ad ammettere del tutto di essere eccezionale. Entrambi devono salvare il loro mondo da una minaccia che appare assai più grande di loro (Voldermort per Harry, gli Scorpioni alieni per Ender). Entrambi affrontano grandi difficoltà a scuola, con compagni e insegnanti ostili. Entrambi si fanno grandi amici in entrambe le categorie. E le somiglianze non finiscono qui. Le battaglie a gravità zero di Ender somigliano alle partite di Quidditch di Harry. Nella Scuola di Guerra i ragazzi sono divisi in orde con nomi di animali, a Hogwarts in Case con nomi di maghi famosi ma che ricordano quelli di animali. La competizione è centrale in entrambe le storie. La magia di Hogwarts è sostituita dalla tecnologia della Scuola di Guerra. La telepatia non è centrale ma ha la sua importanza.

Entrambi sono romanzi di formazione. Entrambi creano una fortissima empatia con il lettore.

Orson Scott Card

Le ambientazioni della Rowling sono forse più ricche, ma le battaglie spaziali di Scott Card, pur non essendo allo stesso livello, hanno una buona dose di spettacolarità.

Come in Harry Potter, anche ne “Il Gioco di Ender” assistiamo a una lotta tra Bene e Male, ma scopriamo che quel che pare Bene ha in sé un po’ di male e viceversa.

In entrambe le storie troviamo la morte, la paura, il dolore, il rimorso. In entrambe c’è un po’ di introspezione e psicoanalisi (ma senza esagerare, senza disturbare l’avventura).

In entrambi ci sono certe ripetitività degli eventi, che rivelano però sempre delle sorprese. In entrambi ci mistero e scoperta. In entrambi ci sono ribaltamenti dei caratteri di alcuni personaggi.

Anche il “Il Gioco di Ender” fa parte di un ciclo (di cui non ho ancora letto i volumi successivi). È il primo volume, ma fu scritto in funzione del secondo, come romanzo in cui si presenta il personaggio Ender Wiggin, protagonista de “Il riscatto di Ender”.

La Rowiling avrà letto “Il Gioco di Ender”? Lo avrà amato. Io credo proprio di sì.

 

Ultimamente avevo letto due o tre romanzi di fantascienza che mi stavano quasi facendo perdere l’amore per il genere. “Il Gioco di Ender” è, invece, uno di quei romanzi che ti ravviva l’amore per la fantascienza e per la lettura in genere.

Una storia tutto sommato semplice, ma sempre piena di sorprese e rivolgimenti, abbinamento quanto mai raro e prezioso. Come “La mano sinistra delle tenebre” della Le Guin, che ho appena letto e mi ha profondamente deluso, anche “Il Gioco di Ender” ha vinto sia il premio Hugo che il Premio Nebula, scelta che, questa volta condivido in pieno. Dunque, se non sempre i premi letterari sono assegnati a opere che apprezzo, altre volte riescono a rispettare i miei gusti.

In conclusione, direi che questo forse è il miglior romanzo che ho letto in questa prima metà del 2018 e di certo potrò immaginare di collocarlo piuttosto in alto nella classifica dei miei romanzi preferiti.

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ALL’INSEGUIMENTO DI UN SOGNO

IL SOGNO DEL RAGNO” di Carlo Menzinger di Preussenthal è un romanzo che ci trasporta in un altro mondo. Non un mondo alieno attorno a qualche pianeta lontano, ma il nostro, la nostra vecchia Terra.

Eppure questa Terra, oggi, ne “IL SOGNO DEL RAGNO” appare davvero molto diversa da come la conosciamo. Che cosa le è accaduto?

Sparta, sconfitta Tebe, distrutta Atene e soggiogata Roma, domina ormai Europa, Asia e gran parte dell’Africa e dell’America. Non ci sono mai state la Rivoluzione francese e la Rivoluzione Industriale! Le grandi nazioni europee non sono mai nate!

La storia si svolge dal 16/04/2009 al 14/07/2018. Inizia in parallelo a Napoli e in Grecia, a Sparta, con le due protagoniste che, ciascuna a modo suo combatte contro l’Impero di Sparta, che come un ragno (uno dei suoi simboli) ha allargato ovunque la sua tela. “Sparta ovunque” è una delle forme di saluto ora in voga. A Napoli, anzi, a Neapolis, Aracne, una schiava ilota di diciassette anni, violentata in strada per l’ennesima volta e rimasta incinta, sebbene le leggi di Sparta non lo permettano, fugge “Via da Sparta” (come si chiama la saga) per non essere punita per questa gravidanza e per cercare un nuovo mondo, un modo diverso di vivere e la libertà. È questo il sogno di Aracne (“ragno” in greco). È questo “IL SOGNO DEL RAGNO. Aracne si chiama così perché sin dalla nascita ha un ragno tatuato sulla fronte. Non sa perché, ma un grande mistero che la riguarda da vicino è celato in quel tatuaggio.

Al centro dell’Impero, a Sparta, che ora si chiama Lacedemone, un’altra ragazza, Nymphodora, poco più grande di lei, ma appartenente alla nobiltà, agli spartiati, e figlia di due delle persone più importanti dell’Impero, sogna di cambiare la città e studia una disciplina nuova, osteggiata da tutti: l’architettura. Sogna di costruire città diverse, perché Lacedemone è una grande metropoli del tutto sotterranea e lei sogna di costruire palazzi che si ergano verso il cielo, grattacieli.

Non solo questo è diverso a Sparta, rispetto al nostro mondo.

Uomini e donne vivono separati, non esistono le famiglie, sesso e amore sono diversi da come li conosciamo, la gente va in giro nuda, considerando i vestiti un deprecabile spreco, i malati e i vecchi vengono uccisi, il denaro e il lusso non esistono, la guerra non ha mai fine, l’arte è quasi inesistente, la meccanica è ai suoi inizi, l’elettronica non è neanche immaginabile, ma la genetica ha fatto grandi passi avanti e Sparta persegue la selezione della razza. La gente ancora adora gli antichi Dei greci e il cristianesimo non esiste, mentre una piccola setta di “Gesuisti”, seguaci di Gesù di Nazareth, si rifugia sull’appennino per sfuggire a Sparta.

Le ragazze si lanciano in due grandi sfide, molto più grandi di loro, scoprendo, assieme al lettore, aspetti sorprendenti dell’Impero di Sparta. Altri personaggi le affiancano con le loro storie e le loro esperienze, mentre le vicende delle due ragazze, passo dopo passo convergono verso una storia unica, in una grande epopea che è anche racconto di crescita, di scoperta del mondo e di se stessi. Una storia di tenacia e di perseveranza che forse ricorda quella di Cristoforo ne “Il Colombo divergente”, per questa ostinazione nel perseguire un sogno e un’idea, per questo desiderio di cambiare le cose nonostante ogni avversità. C’è, però, nelle giovani Aracne e Nymphodora una freschezza e un desiderio di vivere quali solo delle giovani come loro possono avere. Una tenacia e un attaccamento che sono soprattutto verso la vita, la propria e quella del bambino che deve nascere, l’amicizia, l’amore, quell’amore che Sparta rifiuta e non conosce, perché, non dimentichiamolo, questo mondo non ha mai conosciuto Saffo, Catullo, il romanticismo, i racconti cavallereschi e molto altro ancora su cui si è fondata la nostra visione dell’amore. Toccherà a queste due ragazze costruire tutto ciò dal nulla.

 

La scheda de IL SOGNO DEL RAGNO, sul mio sito è qui.

I post wordpress su IL SOGNO DEL RAGNO sono qui.

La scheda anobii de IL SOGNO DEL RAGNO è qui.

Se volete acquistarlo on-line potete farlo qui:

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Internetbookshop

La Feltrinelli

Mondadori Store

Libreria Universitaria

Per parlarne assieme all’autore puoi partecipare mercoledì 13 Dicembre alle 18,00 alla presentazione che si terrà al Ristorante i 5 Sensi (Via Pier Capponi, 3 – Firenze), in cui sarà presentato anche il romanzo “Un Etrusco tra i nuraghes – Vol. II” di Alberto Pestelli.

IL POLIEDRICO E FANTASIOSO UNIVERSO KEATSIANO DI HYPERION

Risultati immagini per hyperion simmonsDa ragazzo ho letto varie centinaia di libri di fantascienza, poi, per alcuni decenni, sono passato a leggere altro. Negli ultimi anni, interrogandomi su quali aspetti dei libri amo maggiormente, mi sono reso conto che queste caratteristiche di trama, ambientazione, fantasia, azione si trovano assai più facilmente nella fantascienza che in altri generi e, così, ultimamente ho ripreso in mano romanzi che già avevo letto e cercato di scoprire cosa di nuovo fosse stato prodotto dal 1980 a oggi. Da poco, poi, mi sono imbattuto in un gruppo di lettori della piattaforma anobii, che sta tentando di realizzare una lista dei migliori romanzi di fantascienza di sempre. Si tratta della Fratellanza della Fantascienza, cui ho ora aderito.

Il romanzo con la media di voti più alta che compare, per ora, in tale Lista (ma è ancora in lenta evoluzione) è “Hyperion” di Dan Simmons. Pubblicato nel 1989, è il primo volume di un ciclo (“I Canti di Hyperion”). Oltre a essere il più amato dai miei Confratelli, ha anche vinto il prestigioso Premio Hugo nel 1990, forse il riconoscimento più importante nel mondo della Si-Fi e vari altri premi.

Parte un po’ lentamente, poi i vari personaggi, in attesa di raggiungere il pianeta Hyperion, raccontano ciascuno la propria storia e i propri rapporti con questo mondo. È una formula narrativa che non amo e che considero un po’ primitiva. Mi viene da pensare alle “Mille e una notte”, al “Decamerone” di Boccaccio, a “I racconti di Canterbury” di Geoffrey Chaucer o a “Il castello dei destini incrociati” di Italo Calvino. Il racconto contenitore appare poco rilevante e serve, almeno in questo primo volume, solo da collante, anche se si può immaginare che le sei storie qui raccontate costituiscano l’antefatto di quanto sarà narrato nei volumi successivi e il loro convergere è evidente già nel passato che i sei narratori siano già riuniti nel loro pellegrinaggio allo Shrike.

 

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Dan Simmos

Già con il primo racconto ci caliamo in una storia che di per sé è un romanzo breve e dei più affascinanti. Vi si narra del viaggio su Hyperion di un prete cattolico, Lenar Hoyt, che, partito alla ricerca di una misteriosa popolazione discendente da esseri umani naufragati generazioni prima sul pianeta, i Bikura, ha ora costituito una sua forma di civiltà tribale. Il prete rimane bloccato assieme a questi strani individui, scoprendo che sono divenuti assai diversi dai loro antenati e che custodiscono una misteriosa basilica sotterranea abitata da strane creature simili a stelle marine, che entrano in simbiosi con loro e con lo stesso prete. Nelle profondità della terra, vive poi una creatura malvagia e misteriosa, il leggendario Shrike, figura centrale del pianeta e del romanzo. Le implicazioni filosofiche e religiose ci permettono di considerare quest’opera come un significativo esempio di “fantareligione”. Già in questo primo romanzo breve sono forti i riferimenti a quanto scritto da Keat nel suo “La caduta di Iperione”.

Per esempio, il tempio e la scalinata fanno pensare ai versi:

«Questo tempio

triste e solitario è tutto ciò che

rimane dopo i lampi d’una guerra

che fu combattuta tanti anni fa

dalla gerarchia dei giganti contro

i ribelli, e questa vecchia immagine

i cui incisi tratti si corrugarono

nel mentre lui cadeva è di Saturno,

ed io sono Moneta, che rimango

unica e suprema sacerdotessa

della sua desolazione».

E questi versi di Keats, dalla stessa opera, non ricordano un passo del racconto?

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John Keats

E mentre ancora

bruciavano le foglie, all’improvviso

sentii il brivido d’una paralisi

salire da terra su per le gambe,

e tanto rapidamente che avrebbe

presto fatto presa su quelle vene

che palpitano vicino alla gola.

E le doppie morti dei Bikura non sono forse ispirate a questi versi de “La caduta di Iperione”?

Tu

hai assaporato che cosa significhi

morire e poi vivere nuovamente

prima dell’ora fatale.”

E la difficoltà del prete a salire l’immensa scalinata non nasce dai versi ottocenteschi:

Se non puoi salire

questi scalini è meglio che tu muoia

su quel marmo ove ora sei”.

 

Il secondo racconto è quello di un soldato, il colonnello Fedmahn Kassad. Attraverso una serie di simulazioni virtuali di battaglie reali del passato e immaginarie del nostro futuro, impariamo a conoscere l’universo in cui è inserita la storia. In ognuno di questi mondi virtuali il palestinese Kassad incontra una donna di cui s’innamora. Giunto poi su Hyperion, combatte contro i feroci Ouster e riceve oltre all’aiuto della misteriosa ragazza, Moneta, anche del perfido Shrike. Mentre Kassad e Moneta fanno l’amore, la ragazza si trasforma nello Shrike. Si noti che Moneta è il nome della sacerdotessa (reincarnazione di Mnemosyne) che compare ne “La caduta di Iperione” scritta dal vero John Keats.

Questo racconto appare ricchissimo di particolari e dettagli delle battaglie e non solo, con un vocabolario che inserisce neologismi a raffica, senza spiegarli più che tanto (ma non si sente il bisogno di capirli a fondo), per descrivere navi spaziali, armi, creature e apparati di vario tipo. Questi dettagli e questo vocabolario così ricco sono al contempo la bellezza e la debolezza di questo brano. Si rimane affascinati da questo fiume in piena di eventi e parole, ma se ne sente un po’ l’inutilità ai fini della sostanza della trama. Posso immaginare che andando avanti con la lettura si finisca per restare presi nella loro rete e non volerne più uscire, ma il primo approccio non è così scontato.

 

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Il titano Iperione

Il terzo narratore è un poeta, Martin Sileno (“poi un vaporoso sopore/ mi colse e sprofondai come Sileno / su un antico vaso” scrive Keats ne “La caduta di Iperione”). Ci narra del suo grande successo letterario “I Canti di Hyperion” (tre miliardi di copie venduti nei vari mondi), della sua crisi successiva e della sua attività di autore commerciale con i sequel del primo libro (dal II al IX), fino alla sua venuta su Hyperion dove scopre l’incredibile legame tra la sua opera e il mostro Shrike e come questa progredisca nella misura in cui il mostro fa strage degli abitanti della Città dei Poeti. A proposito di poeti, il nome dell’opera (“Hyperion”), così come parte dei nomi che si incontrano, è un omaggio al poeta ottocentesco John Keats, che nel 1818 pubblicò un’opera omonima. Keats è citato più volte in questo racconto e definito il più puro tra tutti i poeti di sempre. Più avanti incontreremo un altro alter ego di Keats, ma anche Sileno, in quanto poeta non è lui stesso Keats? Oltre a una città che ne porta il nome, ne troviamo un’altra che si chiama Endymion, come l’opera dell’inglese. Grande è, a questo punto, la voglia di leggere di nuovo qualcosa del poeta dell’”Ode a un usignolo”.

Iperione, peraltro, era un epiteto del Sole e in greco significa “Che si muove al di sopra”. Era anche uno dei dodici Titani, uno di quelli che si schierò con Crono (il Tempo, che qui ha molta importanza!) contro Zeus (che qui rappresenta forse Dio o l’ordine costituito). Il titano Iperione è padre di Elio (il Sole), Eos (l’Aurora) e Selene (la Luna) generati da Teia, sua sorella e moglie. Keats nella sua opera “Iperione” ha voluto rappresentare lo scontro tra gli antichi Dei di pietra, i titani, e in nuovi Dei d’ambrosia e, in particolare, lo spodestamento di Iperione, sostituito da Apollo come divinità solare.

Risultati immagini per Hyperion SimmonsIl quarto narratore, lo studioso di filosofia Sol Weintraub, è un ebreo la cui figlia Rachel, in missione archeologica su Hyperion, all’interno di una sfinge, vicino alle Tombe del Tempo, contrae uno strano Morbo di Merlino che ogni notte la fa ringiovanire di un giorno e perdere la memoria di un altro giorno, così che ogni mattina si sveglia come se fosse il giorno prima e non quello dopo. Il suo tempo soggettivo scorre al contrario. Si parla anche di maree del tempo e sacche temporali. La vicenda di Rachel è qualcosa di simile al film del 2008 “Il curioso caso di Benjamin Button”, ispirato a un racconto di Francis Scott Fitzgerald del 1922. Il padre cerca di guarirla prima in modo scientifico, poi si rivolge alla Chiesa dello Shrike. Padre e madre fanno di tutto per rendere meno traumatici i risvegli della figlia che ogni mattina trova più vecchi genitori e amici, in un mondo in cui tutto è andato avanti, mentre solo lei sta tornando indietro. Anche qui il fatto che il padre sia ebreo e un filosofo ha la sua importanza, così come il ruolo del Vescovo e degli altri religiosi fedeli dello Shrike, perché il libro, tra le righe si presenta, man mano che si legge, sempre più come una riflessione sulla religione e la fede, ma anche sul significato del tempo. Sol, oltretutto, è tormentato da una voce che lo invita ad andare su Hyperion e lì sacrificare sua figlia, come Abramo con Isacco.

 

La quinta storia è raccontata da una donna, l’investigatrice Brawne Lamia, ma nel suo racconto compare un personaggio fondamentale: John Keats. Non proprio il poeta cui tutto il romanzo è dedicato e da cui è ispirato, ma il suo cibrido. Che cosa sia un cibrido non facile a dirsi, ma accontentiamoci di sapere che è una sorta di cyborg la cui personalità è stata costruita immaginando come potesse essere quella di una data persona, in questo caso il poeta ottocentesco John Keats. Il cibrido è il cliente della detective ma anche la vittima dell’omicidio su cui le chiede di indagare. Come già nel racconto del prete avevamo affrontato il diverso concetto di morte dei Bikura, qui dovremo familiarizzarci con quella che un cibrido vivente considera la propria morte. La vicenda ci porta su un pianeta in cui è stata ricostruita l’antica Terra, ormai distrutta, e in particolare in una riproduzione della Roma attuale, con Colosseo e Piazza di Spagna (luogo in cui visse il celebre poeta). Come nel racconto del colonnello Kassad anche qui certi dettagli di lotta, come lo scontro con Codino, Simmons ce li avrebbe anche potuti risparmiare.

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Iperione, la luna di Saturno

Lamia è sempre nome che fa riferimento a Keats e al suo “Lamia, Isabella, La vigilia di S. Agnese e altre poesie” del 1820, volume che comprende anche il poema incompleto “Iperione”. Tale opera fu poi riscritta da Keats, cercando di spurgare le parti troppo influenzate da Milton e ne nacque così “La caduta di Iperione”. La stessa Lamia, infine, si trasforma nell’ennesimo alter ego di Keats, quando il cibrido trasferisce nella mente della donna la propria coscienza.

 

La sesta storia mi è parsa la più debole, anche perché è divisa in due, prima il Console narra dei suoi nonni, i ribelli Siri e Merin, e poi parla di se stesso e di come sia arrivato su Hyperion per aiutare l’Egemonia a combattere gli Ouster, ma forse fa il doppio gioco.

 

Dopo il racconto del Colonnello, i sei pellegrini riprendono la loro marcia su Hyperion verso le Tombe Risultati immagini per hyperion simmonsdel Tempo e probabilmente lo Shrike, ma il romanzo finisce qui e occorrerà leggere il resto del ciclo per capire cosa sarà di loro e, soprattutto, se le sei storie abbiano maggiori punti in comune tra loro a parte il pianeta Hyperion, lo Shrike e John Keats.

 

Affascinante è la commistione con la vita e le opere di Keats che contribuisce a rendere quest’opera
complessa e articolata. Il suo senso si disvela poco per volta, mostrandoci un intreccio di storie ricche di riflessioni sulla religione e la filosofia, al punto di rappresentare certo uno dei lavori fantascientifici (e non solo) più interessanti degli ultimi anni, anche se purtroppo risente del difetto di essere un romanzo incompleto, in quanto parte di un ciclo e di non essere in sé un vero romanzo, quanto piuttosto un’antologia di romanzi brevi, per quanto connessi e collegati tra loro e propedeutici a una loro probabile unificazione narrativa. La visionarietà dell’insieme e la qualità di racconti come quello del prete e del filosofo ebreo meritano comunque in pieno la lettura dell’intero volume e il suo complessivo apprezzamento.

LA BATTAGLIA DI MONTAPERTI, ORGOGLIO DI SIENA

Sono nato a Roma, ma vivo a Firenze e lavoro per una banca senese, avendo lavorato per alcuni anni a Siena. Un classico esempio di campanilismo italiano e, nello specifico, toscano, è la battaglia di Montaperti.

Ricordo che quando lavoravo a Siena, più di una volta fu rinfacciato a qualche collega fiorentino l’esito inglorioso (per Firenze) di questa battaglia. Un po’ come un tifoso di una squadra di calcio minore (tipo la Fiorentina – ridacchio) quando rinfaccia a una squadra più importante (tipo la Juventus), una delle rare volte in cui la sconfisse.

La cosa che mi stupì allora era che ancora si potesse gloriarsi di una vittoria del 4 settembre 1260! Avete letto bene, parliamo di oltre 750 anni fa! Del resto, si tratta di una città che ha difeso con i denti la storia di una banca del 1472, la più antica del mondo!

Il romanzo “Il cavaliere del giglio” di Carla Maria Russo, mi è stato regalato e dunque l’ho letto un po’ per caso, scoprendo mentre lo leggevo, che narrava le vicende che hanno preceduto la suddetta battaglia di Montaperti e questa stessa, focalizzandosi soprattutto su una famiglia fiorentina di parte ghibellina (pro-Impero), gli Uberti, e, in particolare su Farinata degli Uberti, che nella battaglia e, soprattutto dopo, ebbe un ruolo assai importante.

Il caso vuole che quando ho cominciato a leggere “Il cavaliere del giglio” avessi appena finito di scrivere un racconto ucronico proprio ispirato a questa battaglia. Dunque, ho potuto leggerla con particolare interesse e anche con un minimo di competenza, essendomi da poco documentato sulla battaglia.

Chi sono

Carla Maria Russo

Sto, infatti, scrivendo alcuni racconti che vorrei riunire in un’antologia che penso di poter intitolare “Apocalissi fiorentine”. Nel racconto in questione, immagino che alla fine della battaglia, effettivamente vinta da Siena e dai suoi alleati, Farinata degli Uberti, che in quanto ghibellino (sebbene fiorentino), aveva aiutato la ghibellina Siena, contro la guelfa Firenze (pro-Papa), non sia riuscito nel suo intento di mitigare i desideri di vendetta e di supremazia di Siena. I senesi, infatti, dopo la battaglia avrebbero voluto radere al suolo Firenze, ma fu grazie a Farinata che questo fu evitato e che Firenze poté così crescere e fiorire, ricoprendo poi il ruolo che ben conosciamo nel Rinascimento. Nel mio racconto, immagino, invece che l’Uberti fallisca e Firenze venga distrutta.

Il romanzo di Carla Maria Russo ci mostra la famiglia Uberti fin dai tempi del nonno di Farinata, Schiatta, le vicissitudini che portarono Firenze e Siena a contrapporsi fino allo scontro, e il ruolo degli Uberti nel coinvolgimento dell’Impero.

La lettura è interessante e piacevole, anche se risente di una certa freddezza narrativa, inutilmente mitigata dall’inserimento di storie d’amore tra gli Uberti e varie donne, che, a volte sono pura ricostruzione storica, altre semplice tentativo di dare un po’ più di calore alla narrazione, ma nella mano dell’autrice si sente più la vocazione della storica che quella della romanziera. Il risultato, comunque, è egregio, e la lettura è un utile strumento per rinverdire le nostre conoscenze storiche di quegli anni.

 

FANTASCIENZA UCRONICA GLOBALE

Una cosa che m’irrita quando leggo storie di invasioni aliene, di apocalissi zombie, di epidemie mortali è che il centro degli eventi o, addirittura, l’unico teatro dell’azione sembrano essere gli Stati Uniti d’America. Questo ha un senso, dato che la maggior parte degli autori di questo genere di romanzi sono americani e, si dice, un buono scrittore dovrebbe sempre scrivere di cose che conosce, anche quando narra fatti immaginari. Però, trovo poco plausibile che i principali fatti di qualcosa del genere debbano sempre essere concentrati lì. Partire da un’ambientazione ben nota pare dunque corretto. Il fatto è che la motivazione non sembra essere tanto questa, quanto una sorta di arroganza culturale che fa credere a certi autori che la loro fetta di mondo sia la più rilevante. Questo è lo specchio letterario di ciò che avviene nel mondo reale, per esempio, con il giornalismo che pone facilmente sullo stesso piano cento morti a New York con un milione di morti in India; un evento marginale in America, con una catastrofe in Sudamerica.

Harry Turtledove è uno scrittore americano di Los Angeles, ma non pecca in tal senso nel suo ciclo “Invasione”, di cui ho appena letto il secondo volume “Invasione – Fase Seconda”.

Il romanzo è un’ucronia fantascientifica ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale e immagina che questa sia interrotta da un’invasione aliena.

Quello che Turtledove realizza è un romanzo corale, in cui la vera protagonista è la Guerra, descritta attraverso una moltitudine di personaggi, alcuni americani (come si poteva evitare?), ma altri cinesi, tedeschi, russi, croati, giapponesi, ebrei e persino alieni. L’approccio globale alla storia è, infatti, tale che vediamo non solo il punto di vista dei popoli coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale, ma anche quello degli alieni.

C’è persino qualche accenno all’Italia, anche se è uno dei pochi territori subito assoggettato dagli invasori e che non presenta alcuna forma di resistenza!

L’affresco che dipinge Turtledove è ricco di azione, tecnicamente preciso nella descrizione di truppe e armamenti dell’epoca, e rappresenta uno dei migliori esempi di romanzo corale, in cui cioè le vicende dei singoli protagonisti si sviluppano nell’intento di descrivere il vero protagonista del romanzo, la Guerra contro la Razza (come si autodefiniscono gli alieni) o, considerato il punto di vista dei Rettili (come li chiamano gli umani), l’Invasione di Tosev III (come la Razza chiama la Terra). Qualcosa di simile l’ha realizzato Robert Silverberg con un’altra ucronia, “Roma Eterna”, in cui il protagonista è l’Impero Romano, visto nel suo sviluppo ucronico, dal 450 al 1970 dopo Cristo.

 

La trovata interessante di questa storia è che lo sviluppo della civiltà dei Rettili sia molto più lento di quello dei Toseviti (come i terrestri chiamano gli alieni). La Razza era giunta in esplorazione su Tosev III (la Terra) durante il nostro medioevo e aveva programmato la propria invasione per alcuni secoli dopo, non immaginando di trovare la civiltà dei Grossi Brutti (come la Razza chiama gli umani) evoluta all’era industriale e in procinto di costruire le prime bombe atomiche. Si trovano dunque in netta superiorità militare, ma impreparati a fronteggiare un’umanità assai più progredita e armata e, per giunta, già in pieno assetto bellico, essendo impegnata nella più devastante guerra della propria storia.

Affascinante è anche vedere come nazisti, comunisti e democratici riescano a trovare il modo di convivere e allearsi, superando differenze che parevano insormontabili, come popoli diversi, in lotta tra loro, siano capaci di allearsi per fronteggiare un nemico più forte, un po’ come i Greci contro le invasioni persiane. La scelta di collocare l’invasione nel passato, premette a Turtledove di immaginare una superiorità militare della Razza che ricorda quella della moderna tecnologia (computer, bombe atomiche, elicotteri, arei potenti), senza quindi un particolare sforzo immaginativo. Questo consente anche lo sviluppo che già dal secondo volume si intuisce: l’umanità si avvicina rapidamente al livello tecnologico dei Rettili alieni.

 

Anche il primo romanzo del ciclo “Invasione Anno Zero” è strutturato allo stesso modo. Sebbene siano entrambi romanzi poderosi, di varie centinaia di pagine, scorrono bene grazie alla vivacità della narrazione, alla curiosità per la situazione narrata e al coinvolgimento emotivo nelle vicende dei personaggi. Al ciclo di quattro romanzi “Invasione”, fa seguito la quadrilogia “Colonizzazione”. Dopo la prima flotta di Invasione, infatti, quarant’anni dopo, la Razza ha già programmato e fatto partire una seconda flotta di colonizzazione. Se la prima era composta solo dai Maschi della Razza, con la seconda arriveranno anche femmine e piccoli, certi di trovare un mondo ormai pacificato.

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Harry Turtledove

Leggendo nel 2010 “Invasione Anno Zero”, mi ero ripromesso di leggere presto gli altri volumi, ma mi rendo ora conto che nel frattempo sono passati già sei anni! Temo di avere quasi la lentezza della Razza!

Come scrivevo a proposito del primo volume, queste storie sono una contaminazione di ucronia e fantascienza. Sono ucronia perché descrivono un diverso corso della Storia, mutata dall’invasione dei Rettili, anche se di solito l’ucronia dovrebbe basarsi su presupposti più plausibili, e sono fantascienza, perché sarebbe difficile definire diversamente un’invasione aliena. Sono ucronie non solo perché il loro autore è nato nel 1949, quindi dopo i fatti narrati nel primo ciclo, ma soprattutto perché questo è stato pubblicato tra il 1994 e il 1996, mentre “Colonizzazione” tra il 1999 e il 2004. Se l’invasione fosse avvenuta nel futuro, avremmo solo potuto parlare di fantascienza.

Spero che presto ne potremo vedere realizzata una serie TV, qualcosa tipo “Falling Skies”, che, sebbene ambientato ai giorni d’oggi, ricorda un po’ questi romanzi.

RISCRIVERE L’ILIADE

Non è passato molto tempo dall’ultima volta che ho riletto l’Iliade in una traduzione classica, ma l’idea di leggerne una riscrittura sintetica (“Omero, Iliade”) realizzata da uno dei nostri migliori autori viventi mi ha incuriosito.

Alessandro Baricco ha, infatti, pubblicato un volumetto di 163 pagine nel quale riscrive e racconta uno dei libri più celebri e letti della storia dell’umanità.

L’intento è quello di trasformare il testo in qualcosa che possa essere letto davanti a un pubblico in sala in un tempo ragionevole. In tal senso, forse, il volume, pur sintetico per i contenuti trattati, mi parrebbe anche troppo esteso.

Nell’introduzione Baricco spiega di non aver tagliato quasi nessuna scena, tranne le apparizioni degli Dei. Scelta questa che rende il volume più snello e moderno, ma certo anche più lontano dal suo spirito originario.

Il maggior pregio di questo lavoro mi pare sia quello di fornire un testo gradevole e di veloce lettura che meglio di qualunque traduzione ci aiuta a calarci nella trama dell’Iliade. Pur avendo letto in vari modi questo libro, le sue tante digressioni mi hanno sempre reso difficile focalizzare la trama nelle sue linee essenziali. Questa versione è di grande aiuto in tal senso. Gli eventi, finalmente, si succedono con moderna regolarità e ogni cosa sembra estremamente chiara e semplice. Persino le battaglie si snodano con lineare precisione.

Insomma, un ottimo testo soprattutto per gli studenti più pigri che vogliono entrare facilmente tra queste pagine immortali o per chi, come me, si illude di conoscere questa storia ma voglia provare a vederla con una diversa angolazione o per chi voglia tornare a rivivere la più celebre delle battaglie ma non abbia il tempo per affrontare il testo integrale. Forse anche un’occasione per sentirsi spinti a leggerlo o rileggerlo in una traduzione più completa.

 

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