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IL POLIEDRICO E FANTASIOSO UNIVERSO KEATSIANO DI HYPERION

Risultati immagini per hyperion simmonsDa ragazzo ho letto varie centinaia di libri di fantascienza, poi, per alcuni decenni, sono passato a leggere altro. Negli ultimi anni, interrogandomi su quali aspetti dei libri amo maggiormente, mi sono reso conto che queste caratteristiche di trama, ambientazione, fantasia, azione si trovano assai più facilmente nella fantascienza che in altri generi e, così, ultimamente ho ripreso in mano romanzi che già avevo letto e cercato di scoprire cosa di nuovo fosse stato prodotto dal 1980 a oggi. Da poco, poi, mi sono imbattuto in un gruppo di lettori della piattaforma anobii, che sta tentando di realizzare una lista dei migliori romanzi di fantascienza di sempre. Si tratta della Fratellanza della Fantascienza, cui ho ora aderito.

Il romanzo con la media di voti più alta che compare, per ora, in tale Lista (ma è ancora in lenta evoluzione) è “Hyperion” di Dan Simmons. Pubblicato nel 1989, è il primo volume di un ciclo (“I Canti di Hyperion”). Oltre a essere il più amato dai miei Confratelli, ha anche vinto il prestigioso Premio Hugo nel 1990, forse il riconoscimento più importante nel mondo della Si-Fi e vari altri premi.

Parte un po’ lentamente, poi i vari personaggi, in attesa di raggiungere il pianeta Hyperion, raccontano ciascuno la propria storia e i propri rapporti con questo mondo. È una formula narrativa che non amo e che considero un po’ primitiva. Mi viene da pensare alle “Mille e una notte”, al “Decamerone” di Boccaccio, a “I racconti di Canterbury” di Geoffrey Chaucer o a “Il castello dei destini incrociati” di Italo Calvino. Il racconto contenitore appare poco rilevante e serve, almeno in questo primo volume, solo da collante, anche se si può immaginare che le sei storie qui raccontate costituiscano l’antefatto di quanto sarà narrato nei volumi successivi e il loro convergere è evidente già nel passato che i sei narratori siano già riuniti nel loro pellegrinaggio allo Shrike.

 

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Dan Simmos

Già con il primo racconto ci caliamo in una storia che di per sé è un romanzo breve e dei più affascinanti. Vi si narra del viaggio su Hyperion di un prete cattolico, Lenar Hoyt, che, partito alla ricerca di una misteriosa popolazione discendente da esseri umani naufragati generazioni prima sul pianeta, i Bikura, ha ora costituito una sua forma di civiltà tribale. Il prete rimane bloccato assieme a questi strani individui, scoprendo che sono divenuti assai diversi dai loro antenati e che custodiscono una misteriosa basilica sotterranea abitata da strane creature simili a stelle marine, che entrano in simbiosi con loro e con lo stesso prete. Nelle profondità della terra, vive poi una creatura malvagia e misteriosa, il leggendario Shrike, figura centrale del pianeta e del romanzo. Le implicazioni filosofiche e religiose ci permettono di considerare quest’opera come un significativo esempio di “fantareligione”. Già in questo primo romanzo breve sono forti i riferimenti a quanto scritto da Keat nel suo “La caduta di Iperione”.

Per esempio, il tempio e la scalinata fanno pensare ai versi:

«Questo tempio

triste e solitario è tutto ciò che

rimane dopo i lampi d’una guerra

che fu combattuta tanti anni fa

dalla gerarchia dei giganti contro

i ribelli, e questa vecchia immagine

i cui incisi tratti si corrugarono

nel mentre lui cadeva è di Saturno,

ed io sono Moneta, che rimango

unica e suprema sacerdotessa

della sua desolazione».

E questi versi di Keats, dalla stessa opera, non ricordano un passo del racconto?

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John Keats

E mentre ancora

bruciavano le foglie, all’improvviso

sentii il brivido d’una paralisi

salire da terra su per le gambe,

e tanto rapidamente che avrebbe

presto fatto presa su quelle vene

che palpitano vicino alla gola.

E le doppie morti dei Bikura non sono forse ispirate a questi versi de “La caduta di Iperione”?

Tu

hai assaporato che cosa significhi

morire e poi vivere nuovamente

prima dell’ora fatale.”

E la difficoltà del prete a salire l’immensa scalinata non nasce dai versi ottocenteschi:

Se non puoi salire

questi scalini è meglio che tu muoia

su quel marmo ove ora sei”.

 

Il secondo racconto è quello di un soldato, il colonnello Fedmahn Kassad. Attraverso una serie di simulazioni virtuali di battaglie reali del passato e immaginarie del nostro futuro, impariamo a conoscere l’universo in cui è inserita la storia. In ognuno di questi mondi virtuali il palestinese Kassad incontra una donna di cui s’innamora. Giunto poi su Hyperion, combatte contro i feroci Ouster e riceve oltre all’aiuto della misteriosa ragazza, Moneta, anche del perfido Shrike. Mentre Kassad e Moneta fanno l’amore, la ragazza si trasforma nello Shrike. Si noti che Moneta è il nome della sacerdotessa (reincarnazione di Mnemosyne) che compare ne “La caduta di Iperione” scritta dal vero John Keats.

Questo racconto appare ricchissimo di particolari e dettagli delle battaglie e non solo, con un vocabolario che inserisce neologismi a raffica, senza spiegarli più che tanto (ma non si sente il bisogno di capirli a fondo), per descrivere navi spaziali, armi, creature e apparati di vario tipo. Questi dettagli e questo vocabolario così ricco sono al contempo la bellezza e la debolezza di questo brano. Si rimane affascinati da questo fiume in piena di eventi e parole, ma se ne sente un po’ l’inutilità ai fini della sostanza della trama. Posso immaginare che andando avanti con la lettura si finisca per restare presi nella loro rete e non volerne più uscire, ma il primo approccio non è così scontato.

 

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Il titano Iperione

Il terzo narratore è un poeta, Martin Sileno (“poi un vaporoso sopore/ mi colse e sprofondai come Sileno / su un antico vaso” scrive Keats ne “La caduta di Iperione”). Ci narra del suo grande successo letterario “I Canti di Hyperion” (tre miliardi di copie venduti nei vari mondi), della sua crisi successiva e della sua attività di autore commerciale con i sequel del primo libro (dal II al IX), fino alla sua venuta su Hyperion dove scopre l’incredibile legame tra la sua opera e il mostro Shrike e come questa progredisca nella misura in cui il mostro fa strage degli abitanti della Città dei Poeti. A proposito di poeti, il nome dell’opera (“Hyperion”), così come parte dei nomi che si incontrano, è un omaggio al poeta ottocentesco John Keats, che nel 1818 pubblicò un’opera omonima. Keats è citato più volte in questo racconto e definito il più puro tra tutti i poeti di sempre. Più avanti incontreremo un altro alter ego di Keats, ma anche Sileno, in quanto poeta non è lui stesso Keats? Oltre a una città che ne porta il nome, ne troviamo un’altra che si chiama Endymion, come l’opera dell’inglese. Grande è, a questo punto, la voglia di leggere di nuovo qualcosa del poeta dell’”Ode a un usignolo”.

Iperione, peraltro, era un epiteto del Sole e in greco significa “Che si muove al di sopra”. Era anche uno dei dodici Titani, uno di quelli che si schierò con Crono (il Tempo, che qui ha molta importanza!) contro Zeus (che qui rappresenta forse Dio o l’ordine costituito). Il titano Iperione è padre di Elio (il Sole), Eos (l’Aurora) e Selene (la Luna) generati da Teia, sua sorella e moglie. Keats nella sua opera “Iperione” ha voluto rappresentare lo scontro tra gli antichi Dei di pietra, i titani, e in nuovi Dei d’ambrosia e, in particolare, lo spodestamento di Iperione, sostituito da Apollo come divinità solare.

Risultati immagini per Hyperion SimmonsIl quarto narratore, lo studioso di filosofia Sol Weintraub, è un ebreo la cui figlia Rachel, in missione archeologica su Hyperion, all’interno di una sfinge, vicino alle Tombe del Tempo, contrae uno strano Morbo di Merlino che ogni notte la fa ringiovanire di un giorno e perdere la memoria di un altro giorno, così che ogni mattina si sveglia come se fosse il giorno prima e non quello dopo. Il suo tempo soggettivo scorre al contrario. Si parla anche di maree del tempo e sacche temporali. La vicenda di Rachel è qualcosa di simile al film del 2008 “Il curioso caso di Benjamin Button”, ispirato a un racconto di Francis Scott Fitzgerald del 1922. Il padre cerca di guarirla prima in modo scientifico, poi si rivolge alla Chiesa dello Shrike. Padre e madre fanno di tutto per rendere meno traumatici i risvegli della figlia che ogni mattina trova più vecchi genitori e amici, in un mondo in cui tutto è andato avanti, mentre solo lei sta tornando indietro. Anche qui il fatto che il padre sia ebreo e un filosofo ha la sua importanza, così come il ruolo del Vescovo e degli altri religiosi fedeli dello Shrike, perché il libro, tra le righe si presenta, man mano che si legge, sempre più come una riflessione sulla religione e la fede, ma anche sul significato del tempo. Sol, oltretutto, è tormentato da una voce che lo invita ad andare su Hyperion e lì sacrificare sua figlia, come Abramo con Isacco.

 

La quinta storia è raccontata da una donna, l’investigatrice Brawne Lamia, ma nel suo racconto compare un personaggio fondamentale: John Keats. Non proprio il poeta cui tutto il romanzo è dedicato e da cui è ispirato, ma il suo cibrido. Che cosa sia un cibrido non facile a dirsi, ma accontentiamoci di sapere che è una sorta di cyborg la cui personalità è stata costruita immaginando come potesse essere quella di una data persona, in questo caso il poeta ottocentesco John Keats. Il cibrido è il cliente della detective ma anche la vittima dell’omicidio su cui le chiede di indagare. Come già nel racconto del prete avevamo affrontato il diverso concetto di morte dei Bikura, qui dovremo familiarizzarci con quella che un cibrido vivente considera la propria morte. La vicenda ci porta su un pianeta in cui è stata ricostruita l’antica Terra, ormai distrutta, e in particolare in una riproduzione della Roma attuale, con Colosseo e Piazza di Spagna (luogo in cui visse il celebre poeta). Come nel racconto del colonnello Kassad anche qui certi dettagli di lotta, come lo scontro con Codino, Simmons ce li avrebbe anche potuti risparmiare.

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Iperione, la luna di Saturno

Lamia è sempre nome che fa riferimento a Keats e al suo “Lamia, Isabella, La vigilia di S. Agnese e altre poesie” del 1820, volume che comprende anche il poema incompleto “Iperione”. Tale opera fu poi riscritta da Keats, cercando di spurgare le parti troppo influenzate da Milton e ne nacque così “La caduta di Iperione”. La stessa Lamia, infine, si trasforma nell’ennesimo alter ego di Keats, quando il cibrido trasferisce nella mente della donna la propria coscienza.

 

La sesta storia mi è parsa la più debole, anche perché è divisa in due, prima il Console narra dei suoi nonni, i ribelli Siri e Merin, e poi parla di se stesso e di come sia arrivato su Hyperion per aiutare l’Egemonia a combattere gli Ouster, ma forse fa il doppio gioco.

 

Dopo il racconto del Colonnello, i sei pellegrini riprendono la loro marcia su Hyperion verso le Tombe Risultati immagini per hyperion simmonsdel Tempo e probabilmente lo Shrike, ma il romanzo finisce qui e occorrerà leggere il resto del ciclo per capire cosa sarà di loro e, soprattutto, se le sei storie abbiano maggiori punti in comune tra loro a parte il pianeta Hyperion, lo Shrike e John Keats.

 

Affascinante è la commistione con la vita e le opere di Keats che contribuisce a rendere quest’opera
complessa e articolata. Il suo senso si disvela poco per volta, mostrandoci un intreccio di storie ricche di riflessioni sulla religione e la filosofia, al punto di rappresentare certo uno dei lavori fantascientifici (e non solo) più interessanti degli ultimi anni, anche se purtroppo risente del difetto di essere un romanzo incompleto, in quanto parte di un ciclo e di non essere in sé un vero romanzo, quanto piuttosto un’antologia di romanzi brevi, per quanto connessi e collegati tra loro e propedeutici a una loro probabile unificazione narrativa. La visionarietà dell’insieme e la qualità di racconti come quello del prete e del filosofo ebreo meritano comunque in pieno la lettura dell’intero volume e il suo complessivo apprezzamento.

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LA BATTAGLIA DI MONTAPERTI, ORGOGLIO DI SIENA

Sono nato a Roma, ma vivo a Firenze e lavoro per una banca senese, avendo lavorato per alcuni anni a Siena. Un classico esempio di campanilismo italiano e, nello specifico, toscano, è la battaglia di Montaperti.

Ricordo che quando lavoravo a Siena, più di una volta fu rinfacciato a qualche collega fiorentino l’esito inglorioso (per Firenze) di questa battaglia. Un po’ come un tifoso di una squadra di calcio minore (tipo la Fiorentina – ridacchio) quando rinfaccia a una squadra più importante (tipo la Juventus), una delle rare volte in cui la sconfisse.

La cosa che mi stupì allora era che ancora si potesse gloriarsi di una vittoria del 4 settembre 1260! Avete letto bene, parliamo di oltre 750 anni fa! Del resto, si tratta di una città che ha difeso con i denti la storia di una banca del 1472, la più antica del mondo!

Il romanzo “Il cavaliere del giglio” di Carla Maria Russo, mi è stato regalato e dunque l’ho letto un po’ per caso, scoprendo mentre lo leggevo, che narrava le vicende che hanno preceduto la suddetta battaglia di Montaperti e questa stessa, focalizzandosi soprattutto su una famiglia fiorentina di parte ghibellina (pro-Impero), gli Uberti, e, in particolare su Farinata degli Uberti, che nella battaglia e, soprattutto dopo, ebbe un ruolo assai importante.

Il caso vuole che quando ho cominciato a leggere “Il cavaliere del giglio” avessi appena finito di scrivere un racconto ucronico proprio ispirato a questa battaglia. Dunque, ho potuto leggerla con particolare interesse e anche con un minimo di competenza, essendomi da poco documentato sulla battaglia.

Chi sono

Carla Maria Russo

Sto, infatti, scrivendo alcuni racconti che vorrei riunire in un’antologia che penso di poter intitolare “Apocalissi fiorentine”. Nel racconto in questione, immagino che alla fine della battaglia, effettivamente vinta da Siena e dai suoi alleati, Farinata degli Uberti, che in quanto ghibellino (sebbene fiorentino), aveva aiutato la ghibellina Siena, contro la guelfa Firenze (pro-Papa), non sia riuscito nel suo intento di mitigare i desideri di vendetta e di supremazia di Siena. I senesi, infatti, dopo la battaglia avrebbero voluto radere al suolo Firenze, ma fu grazie a Farinata che questo fu evitato e che Firenze poté così crescere e fiorire, ricoprendo poi il ruolo che ben conosciamo nel Rinascimento. Nel mio racconto, immagino, invece che l’Uberti fallisca e Firenze venga distrutta.

Il romanzo di Carla Maria Russo ci mostra la famiglia Uberti fin dai tempi del nonno di Farinata, Schiatta, le vicissitudini che portarono Firenze e Siena a contrapporsi fino allo scontro, e il ruolo degli Uberti nel coinvolgimento dell’Impero.

La lettura è interessante e piacevole, anche se risente di una certa freddezza narrativa, inutilmente mitigata dall’inserimento di storie d’amore tra gli Uberti e varie donne, che, a volte sono pura ricostruzione storica, altre semplice tentativo di dare un po’ più di calore alla narrazione, ma nella mano dell’autrice si sente più la vocazione della storica che quella della romanziera. Il risultato, comunque, è egregio, e la lettura è un utile strumento per rinverdire le nostre conoscenze storiche di quegli anni.

 

FANTASCIENZA UCRONICA GLOBALE

Una cosa che m’irrita quando leggo storie di invasioni aliene, di apocalissi zombie, di epidemie mortali è che il centro degli eventi o, addirittura, l’unico teatro dell’azione sembrano essere gli Stati Uniti d’America. Questo ha un senso, dato che la maggior parte degli autori di questo genere di romanzi sono americani e, si dice, un buono scrittore dovrebbe sempre scrivere di cose che conosce, anche quando narra fatti immaginari. Però, trovo poco plausibile che i principali fatti di qualcosa del genere debbano sempre essere concentrati lì. Partire da un’ambientazione ben nota pare dunque corretto. Il fatto è che la motivazione non sembra essere tanto questa, quanto una sorta di arroganza culturale che fa credere a certi autori che la loro fetta di mondo sia la più rilevante. Questo è lo specchio letterario di ciò che avviene nel mondo reale, per esempio, con il giornalismo che pone facilmente sullo stesso piano cento morti a New York con un milione di morti in India; un evento marginale in America, con una catastrofe in Sudamerica.

Harry Turtledove è uno scrittore americano di Los Angeles, ma non pecca in tal senso nel suo ciclo “Invasione”, di cui ho appena letto il secondo volume “Invasione – Fase Seconda”.

Il romanzo è un’ucronia fantascientifica ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale e immagina che questa sia interrotta da un’invasione aliena.

Quello che Turtledove realizza è un romanzo corale, in cui la vera protagonista è la Guerra, descritta attraverso una moltitudine di personaggi, alcuni americani (come si poteva evitare?), ma altri cinesi, tedeschi, russi, croati, giapponesi, ebrei e persino alieni. L’approccio globale alla storia è, infatti, tale che vediamo non solo il punto di vista dei popoli coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale, ma anche quello degli alieni.

C’è persino qualche accenno all’Italia, anche se è uno dei pochi territori subito assoggettato dagli invasori e che non presenta alcuna forma di resistenza!

L’affresco che dipinge Turtledove è ricco di azione, tecnicamente preciso nella descrizione di truppe e armamenti dell’epoca, e rappresenta uno dei migliori esempi di romanzo corale, in cui cioè le vicende dei singoli protagonisti si sviluppano nell’intento di descrivere il vero protagonista del romanzo, la Guerra contro la Razza (come si autodefiniscono gli alieni) o, considerato il punto di vista dei Rettili (come li chiamano gli umani), l’Invasione di Tosev III (come la Razza chiama la Terra). Qualcosa di simile l’ha realizzato Robert Silverberg con un’altra ucronia, “Roma Eterna”, in cui il protagonista è l’Impero Romano, visto nel suo sviluppo ucronico, dal 450 al 1970 dopo Cristo.

 

La trovata interessante di questa storia è che lo sviluppo della civiltà dei Rettili sia molto più lento di quello dei Toseviti (come i terrestri chiamano gli alieni). La Razza era giunta in esplorazione su Tosev III (la Terra) durante il nostro medioevo e aveva programmato la propria invasione per alcuni secoli dopo, non immaginando di trovare la civiltà dei Grossi Brutti (come la Razza chiama gli umani) evoluta all’era industriale e in procinto di costruire le prime bombe atomiche. Si trovano dunque in netta superiorità militare, ma impreparati a fronteggiare un’umanità assai più progredita e armata e, per giunta, già in pieno assetto bellico, essendo impegnata nella più devastante guerra della propria storia.

Affascinante è anche vedere come nazisti, comunisti e democratici riescano a trovare il modo di convivere e allearsi, superando differenze che parevano insormontabili, come popoli diversi, in lotta tra loro, siano capaci di allearsi per fronteggiare un nemico più forte, un po’ come i Greci contro le invasioni persiane. La scelta di collocare l’invasione nel passato, premette a Turtledove di immaginare una superiorità militare della Razza che ricorda quella della moderna tecnologia (computer, bombe atomiche, elicotteri, arei potenti), senza quindi un particolare sforzo immaginativo. Questo consente anche lo sviluppo che già dal secondo volume si intuisce: l’umanità si avvicina rapidamente al livello tecnologico dei Rettili alieni.

 

Anche il primo romanzo del ciclo “Invasione Anno Zero” è strutturato allo stesso modo. Sebbene siano entrambi romanzi poderosi, di varie centinaia di pagine, scorrono bene grazie alla vivacità della narrazione, alla curiosità per la situazione narrata e al coinvolgimento emotivo nelle vicende dei personaggi. Al ciclo di quattro romanzi “Invasione”, fa seguito la quadrilogia “Colonizzazione”. Dopo la prima flotta di Invasione, infatti, quarant’anni dopo, la Razza ha già programmato e fatto partire una seconda flotta di colonizzazione. Se la prima era composta solo dai Maschi della Razza, con la seconda arriveranno anche femmine e piccoli, certi di trovare un mondo ormai pacificato.

Harry Turtledove

Leggendo nel 2010 “Invasione Anno Zero”, mi ero ripromesso di leggere presto gli altri volumi, ma mi rendo ora conto che nel frattempo sono passati già sei anni! Temo di avere quasi la lentezza della Razza!

Come scrivevo a proposito del primo volume, queste storie sono una contaminazione di ucronia e fantascienza. Sono ucronia perché descrivono un diverso corso della Storia, mutata dall’invasione dei Rettili, anche se di solito l’ucronia dovrebbe basarsi su presupposti più plausibili, e sono fantascienza, perché sarebbe difficile definire diversamente un’invasione aliena. Sono ucronie non solo perché il loro autore è nato nel 1949, quindi dopo i fatti narrati nel primo ciclo, ma soprattutto perché questo è stato pubblicato tra il 1994 e il 1996, mentre “Colonizzazione” tra il 1999 e il 2004. Se l’invasione fosse avvenuta nel futuro, avremmo solo potuto parlare di fantascienza.

Spero che presto ne potremo vedere realizzata una serie TV, qualcosa tipo “Falling Skies”, che, sebbene ambientato ai giorni d’oggi, ricorda un po’ questi romanzi.

RISCRIVERE L’ILIADE

Non è passato molto tempo dall’ultima volta che ho riletto l’Iliade in una traduzione classica, ma l’idea di leggerne una riscrittura sintetica (“Omero, Iliade”) realizzata da uno dei nostri migliori autori viventi mi ha incuriosito.

Alessandro Baricco ha, infatti, pubblicato un volumetto di 163 pagine nel quale riscrive e racconta uno dei libri più celebri e letti della storia dell’umanità.

L’intento è quello di trasformare il testo in qualcosa che possa essere letto davanti a un pubblico in sala in un tempo ragionevole. In tal senso, forse, il volume, pur sintetico per i contenuti trattati, mi parrebbe anche troppo esteso.

Nell’introduzione Baricco spiega di non aver tagliato quasi nessuna scena, tranne le apparizioni degli Dei. Scelta questa che rende il volume più snello e moderno, ma certo anche più lontano dal suo spirito originario.

Il maggior pregio di questo lavoro mi pare sia quello di fornire un testo gradevole e di veloce lettura che meglio di qualunque traduzione ci aiuta a calarci nella trama dell’Iliade. Pur avendo letto in vari modi questo libro, le sue tante digressioni mi hanno sempre reso difficile focalizzare la trama nelle sue linee essenziali. Questa versione è di grande aiuto in tal senso. Gli eventi, finalmente, si succedono con moderna regolarità e ogni cosa sembra estremamente chiara e semplice. Persino le battaglie si snodano con lineare precisione.

Insomma, un ottimo testo soprattutto per gli studenti più pigri che vogliono entrare facilmente tra queste pagine immortali o per chi, come me, si illude di conoscere questa storia ma voglia provare a vederla con una diversa angolazione o per chi voglia tornare a rivivere la più celebre delle battaglie ma non abbia il tempo per affrontare il testo integrale. Forse anche un’occasione per sentirsi spinti a leggerlo o rileggerlo in una traduzione più completa.

 

LA SFIDA DI MARATONA

Andrea Frediani è uno storico che scrive romanzi e questo si sente, perché la sua attenzione alla descrizione e ambientazione storica prevale facilmente sullo spirito narrativo, anche se con “Marathon” (2011) ha creato un’opera con una componente fantastica piuttosto rilevante, quasi ucronica. Immagina, infatti, che a fare la famosa corsa da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria e per evitare che la città aprisse le porte al nemico credendolo vincitore, siano stati non un uomo solo ma ben tre, Filippide, Tersippo ed Eucle, tre nomi con cui, di volta in volta, gli storici antichi hanno indicato il famoso messaggero.

Frediani immagina che siano tre persone diverse, amici tra loro, tutti innamorati o interessati alla stessa donna e che si sfidino prima durante la battaglia, poi nella corsa, con l’obiettivo di scegliere il migliore di loro che avrebbe sposato la donna. Ecco quindi che la loro diventa una sorta di competizione sportiva all’ultimo sangue.

I due momenti, la guerra e la corsa, vengono narrati in parallelo, quasi fossero eventi contemporanei, in un succedersi di flash-back e flash-forward che disorientano un po’ il lettore, ma che contribuiscono a vivacizzare la narrazione.

Andrea Frediani

Lo spirito agonistico mi ha ricordato un po’ troppo quello dei moderni sportivi professionali e non manca il ripetersi di alcuni concetti, come il fatto che Eucle si senta ingiustamente surclassato dagli altri due amici, di maggior successo, ma per chi ami conoscere nei dettagli le sensazioni dei combattenti o degli emerodromi (quelli che oggi chiameremmo maratoneti) il libro potrà dare qualche soddisfazione. Chi invece poco ama i romanzi di guerra, vi troverà forse un po’ troppi dettagli.

Frediani (Roma, 1963) ha scritto, fin dal 1997, numerosi saggi, ma il suo primo romanzo è del 2007 “300 guerrieri, la battaglia delle Termopili” di cui ho già parlato qui e qui, mentre “Marathon” è il quinto pubblicato.

LA BATTAGLIA CHE CAMBIÒ LA STORIA

Le porte di fuoco” (1998) è il terzo romanzo che ho letto ultimamente sulla battaglia delle Termopili, la grande impresa di Leonida e dei trecento guerrieri spartiati che, con poche altre migliaia di greci, rallentarono per tre giorni l’avanzata dell’immenso esercito persiano di Serse, impedendone la vittoria finale e contribuendo a determinare le sorti del mondo, che, senza di loro, oggi sarebbe di sicuro diverso.

Le porte di fuoco” è un romanzo scritto da Steven  Pressfield, autore nato a Port of Spain, nell’isola di Trinidad, che vive negli USA, in California, specializzato in romanzi d’ambientazione greca. Credo sia anche importante sottolineare che sia stato un marine, dato che la sua capacità di descrivere le battaglie probabilmente gli deriva anche da tale esperienza diretta. Non per nulla, “Le porte di fuoco” pare sia molto amato dai marines americani.

Gli altri due romanzi che ho letto sulla battaglia sono “300 guerrieri”(2007) di Andrea Frediani e “Lo scudo di Talos” (1990) di Valerio Massimo Manfredi”. Sulla battaglia e su Sparta ho anche letto, negli ultimi mesi, alcuni saggi o classici quali “Apofgtemi spartani – Le virtù di Sparta” di Plutarco, l’antologia “L’uomo greco” curata da Jeanne-Pierre Vernant, “Una guerra diversa da tutte le altre” di Victor Davis Hanson. Penso dunque di poter affermare che la ricostruzione storica della battaglia e dei costumi spartani sia piuttosto curata e abbastanza corretta (anche se alcune cose non mi hanno convinto del tutto, come la descrizione della cripteia o il numero dei persiani, certo enorme, ma meno di quanto descritto).

In tutti e tre i romanzi il protagonista è un sopravvissuto alla battaglia delle Termopili (che potremmo tradurre come “porte di fuoco”, nome che deriva alla gola dalla presenza di fonti termali). Nel romanzo di Pressfield si tratta di un oplita, uno schiavo straniero, che assiste uno dei guerrieri spartiati. Per Frediani è uno spartiate. Per Manfredi è un oplita che sfugge alla morte assieme al suo padrone spartiate.

Il romanzo di Frediani è forse il più preciso e dettagliato dei tre, ma gli altri due sono più coinvolgenti dal punto di vista narrativo. L’esperienza militare di Pressfield riesce a farci percepire in modo più diretto lo spirito dei combattenti e la loro caratterizzazione psicologica appare realistica e adeguata al contesto. Se in tutti e tre i romanzi gli spartani escono fuori con un profilo eroico sostanzialmente positivo (nonostante tutto il disprezzo che la cultura ateniese ci ha insegnato ad avere verso questo popolo che non amava le loro arti e la loro filosofia e il cui solo interesse parrebbe essere la guerra), forse in quello di Pressfield gli spartani assumono una forza morale che nelle altre opere è meno evidente e questo spiega l’amore dei militari americani per questo romanzo, in cui ritrovano sentimenti di cameratismo, solidarietà tra combattenti, disciplina, onore, coraggio, descritti con entusiasmo, in modo rendere la lettura esaltante.

Steven Pressfield

La nostra cultura tende a essere pacifista, percui può non essere facile descriverne un’altra basata sulla guerra, scrivere cose come “È la guerra, e non la pace, che dà luogo alla virtù. La guerra, non la pace che elimina il vizio. La guerra, e la sua preparazione, che stimola tutto quello che di nobile e onorevole c’è in un uomo.” può sembrare cosa da esaltati guerrafondai, ma lo spirito di Sparta era questo e Pressfield riesce a farcelo capire senza forzature.

Sparta era un mondo diverso dal nostro, in cui c’erano schiavi (gli iloti) ma in cui, nella classe dominante degli spartiati, c’era un’uguaglianza forse superiore a quelle ricercate dal cristianesimo e dal comunismo, non per nulla gli spartiati, si facevano chiamare gli “Uguali”, non per nulla Pressfield scrive “Un re non chiede servigi a coloro che guida, ma è lui a fornirli. Non sono i suoi sudditi che lo servono, ma lui che serve loro”, perché l’uguaglianza arrivava fino ai due re, che combattevano, mangiavano e dormivano come gli altri guerrieri, in mezzo a loro e non assistevano, come il re persiano, alle battaglie seduti su un trono. Concetto che anche nel nostro mondo sembra pura fantascienza!

 

Mi chiedo, infine, quanto queste opere si siano influenzate l’un l’altra. Non credo che Pressfield possa aver letto il romanzo di Manfredi, pubblicato in Italia otto anni prima, ma non potrei escluderlo. Più probabile è che Frediani abbia conosciuto entrambi, avendo pubblicato nel 2007. La sensazione è, però, che le somiglianze che si possono riscontrare derivino soprattutto dall’aver utilizzato le medesime fonti.

Quando si affronta un romanzo che tratta per la terza volta lo stesso tema, la paura è di annoiarsi e di non trovare nulla di nuovo e interessante, ma così non è stato con “Le porte di fuoco” che si è rivelato un’ottima lettura e, probabilmente, se l’avessi letto per primo ne sarei stato ancor più entusiasta.

 

Leggi anche:

– “300 guerrieri”(2007) di Andrea Frediani;“

– “Lo scudo di Talos” (1990) di Valerio Massimo Manfredi”

– “Apofgtemi spartani – Le virtù di Sparta” di Plutarco;

– “L’uomo greco” curata da Jeanne-Pierre Vernant;

– “Una guerra diversa da tutte le altre” di Victor Davis Hanson

– “300” di Zack Snyder

 

 

300

VENEZIA, LA RAGAZZA E I RACCONTI DEL COLONNELLO CHE FU UN GENERALE

Ho letto di recente in “Scrivere un libro e farselo pubblicare” che Ernest Hemingway era solito buttar giù lunghe liste di titoli che poi cancellava progressivamente fino a che non restava quello definitivo. Nell’introduzione a “Di là dal fiume, tra gli alberi” si dice che ha usato questo metodo anche con questo libro. In effetti, il risultato è stato ottimo. Il titolo mi piace molto. Tanto è vero che, volendo leggere un libro di Hemingway, senza andare a leggere trame o commenti, ho scelto proprio questo, solo e soltanto per il nome. Ora che l’ho letto però mi dico: che cavolo di titolo! Non nel senso che non mi piace più, ma nel senso che non c’entra quasi nulla con il romanzo. Sarebbe stato più onesto chiamarlo (orribilmente) “Chiacchiere di un colonnello degradato con la sua amante”! Questo lo considero il classico “tradimento del lettore”. Il lettore di solito si tradisce (pubblicità e promozioni varie a parte) con il titolo o con l’incipit. Direi che in un certo senso anche l’incipit qui è un piccolo tradimento, perché fa pensare a un romanzo di caccia o pesca, tipicamente hemingwaiano, ma queste hanno poco spazio (forse per fortuna, dato che, quando sono sportive mi interessano ben poco).

Insomma, con un titolo così, un incipit così e un autore come Hemingway, mi sarei aspettato qualcosa tipo “Il vecchio e il mare” o, alla peggio, una sua versione sottotono: tradito.

Qui si parla di Venezia, dell’Italia (anche se non molto), di alcuni pittori e autori italiani, come D’Annunzio e Dante, citati con la raffinatezza e l’opportunità che ci si può aspettare da un telefilm americano. Si parla di guerra. Si parla. Sì, si parla e questo è l’altro grande difetto di questo libro.

Non insegnano nelle scuole di scrittura che occorre evitare di “raccontare”, ma gli avvenimenti vanno mostrati? Indubbiamente, ogni regola è fatta per essere violata e chi meglio di un premio nobel e mostro sacro della letteratura americana e mondiale potrebbe essere autorizzato a violare regolette così banali? Ben venga la narrazione indiretta, allora, con il colonnello che racconta alla ragazza com’è la guerra. Certo se spesso si interrompe per chiederle se non la sta annoiando, viene da pensare che questo sospetto sorga anche all’autore. La giovane innamorata risponde sempre di no al suo vecchio amato ultracinquantenne e, spesso, siamo anche d’accordo con lei, ma mica sempre!

Personalmente non amo il ripetersi dei “ti amo” che si scambia questa coppia un po’ male assortita, non amo questa struttura quasi da metaromanzo, con i suoi flashback raccontati. A volte il colonnello (che un tempo era stato generale ma fu degradato) non avendo sottomano l’amata, si mette persino a ricordare tra sé e sé o a parlare con il quadro che la ritrae!

Se l’autore voleva parlarci della guerra, perché non l’ha fatto, mostrandocela in atto? Se voleva mostrarci questo amore veneziano, perché l’ha infarcito di altre storie. Se voleva farci vedere delle scene di caccia, perché le ha unite a una storia d’amore e guerra? Se ha scelto un’ambientazione “esotica” come quella di Venezia, perché c’ha raccontato così poco di questa città, a parte dirci che è splendida?

Se fosse l’opera prima di uno sconosciuto, avrei detto che è un ragazzo che scrive davvero bene e che il romanzo è piacevole e scorre bene, con personaggi gradevoli e simpatici. Per un’opera della maturità di sua maestà Ernest Hemingway, francamente mi pare un po’ pochino.

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