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LA BAMBINA DEI SOGNI – 7 – SECONDA VISITA

7 – SECONDA VISITA

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal

Il sogno è l’infinita ombra del Vero

(Alexandros – Giovanni Pascoli)

 

Quella mattina, anche se era sabato, mi sentivo particolarmente insofferente. Aprii la lavapiatti e presi un cucchiaio per fare colazione. Ancora una volta Giovanna l’aveva montata male! C’era il coperchio di una pentola che ostruiva il getto dell’acqua. Era tutto da rilavare. Ero irritato. Mi trattenni a stento dal mollare un pugno sul coperchio della lavapiatti. Sbuffando presi un cucchiaio dal cassetto. Si cominciava male. In salotto c’era un gran disordine. Un plaid avvoltolato su una poltrona. Una tazza usata. Pantofole abbandonate. Riordinai di malumore. Possibile che Giovanna dovesse lasciare sempre tutto in giro? C’era qualcosa che affrontava con impegno? La vedevo sempre più distratta.

La nonna arrivò verso le dieci. Mia suocera, come al solito, era carica di sacchetti. Aveva sempre qualcosa da portare avanti e indietro da casa sua a casa nostra e viceversa, tipo verdure bollite e minestroni o golf e fazzoletti della bambina. Quella volta portava un paio di litri di passato di verdure. Già sapevo che sarebbe finito almeno per metà nel secchio della spazzatura. Laura, infatti, non ne mangiava, mentre io e mia moglie ne consumavamo pochissimo. Sarebbe certo andato a male prima che riuscissimo a finirlo. Come sempre. Il solito spreco! Erano anni che lo dovevo sopportare. La casa dovrebbe essere un luogo dove sentirsi rilassati, ma non era così per me.

Giovanna e io salutammo Laura e uscimmo con le solite raccomandazioni:

-Non guardare troppa TV e obbedisci alla nonna.

Rispose: – Va bene. – che nel suo gergo da figlia unica voleva dire: «La guarderò finché ne avrò voglia e obbedirò, se la nonna mi dirà di fare qualcosa che mi va».

Prendemmo la metropolitana, che era il mezzo più comodo per arrivare all’orfanotrofio. Sedevamo l’uno accanto all’altra. Davanti a noi un signore anziano leggeva “La vita è sogno” di Calderon de la Barca. Fissai per qualche istante la copertina rossa del libro e cominciai a interrogarmi, riflettendo su quel titolo. Mi chiesi se, piuttosto, non fosse il sogno a essere la vera vita. Non era forse vivere anche il nostro muoverci in sogno? Quando sogniamo non siamo a volte assai più noi stessi che quando ci muoviamo da svegli, non siamo più liberi da inibizioni e convenzioni?

Da bambino ricordavo che i sogni venivano da soli. Da adulto mi pareva di averne un maggior controllo. Di riuscire in parte a orientarli. Erano fantasticherie volute. Vite immaginarie. Eravamo in grado, in qualche modo, di controllarli? Quanto erano veramente spontanei? Che differenza c’era tra i sogni dei bambini e quelli degli adulti? Non tanto per i loro contenuti, le cui differenze sono note, quanto per la capacità degli uni e degli altri di gestirli. Quando una fantasticheria da dormiveglia (su cui abbiamo un certo controllo) si trasforma in un vero e proprio sogno (che dovrebbe essere controllato solo dal nostro inconscio)?

Mentre riflettevo così, l’anziano lettore alzò gli occhi dal libro, mi fissò per qualche istante, mosse le labbra come se volesse dirmi qualcosa, poi scosse la testa, riabbassò gli occhi e tornò a leggere, mentre la sua testa continuava a oscillare debolmente da destra a sinistra e viceversa, come in una reiterata negazione.

 

Un po’ perché ero ancora indispettito dal caos in cui si trovava costantemente la nostra casa e dall’indifferenza con cui Giovanna affrontava la cosa, un po’ perché non mi fa piacere parlare in un ambiente pieno di estranei, mia moglie e io non parlammo quasi per tutto il tragitto e io continuai a cullarmi in simili riflessioni, un po’ patologiche. I nostri corpi erano vicini, ma non ci toccavamo. Eravamo entrambi coscienti di stare per fare qualcosa d’importante. Qualcosa che avrebbe cambiato le nostre vite. Mia moglie non lo disse, ma sapevo che anche lei provava simili sensazioni. Era solo una visita, ma era come se fosse qualcosa di più. I nostri rapporti non erano più quelli di una volta e lo sapevamo entrambi. In nessuno dei due c’era una precisa volontà di tornare al passato, però eravamo consapevoli di avere ancora un futuro da costruire assieme. Un futuro da cui nessuno dei due pensava di fuggire. Le scelte di vita sarebbero state scelte comuni.

Sebbene avessimo entrambi la sensazione di essere a un punto di svolta, a livello razionale e cosciente cercavamo entrambi di non dare peso alla cosa: stavamo solo andando a trovare una piccola orfana bisognosa d’affetto. Un piccolo gesto di generosità. Nulla di più.

Eppure, nel subconscio, l’idea dell’adozione lavorava. Era come se quella bambina mi fosse entrata nel cervello e si fosse messa lì a sedere, buona buona, ma nel contempo impossibile da ignorare. Ingombrante. Era una sensazione simile a quella che si potrebbe provare lavorando in ufficio, mentre una bambina, seduta immobile in un angolo, ti fissa ininterrottamente. Impossibile non rivolgerle almeno uno sguardo. Impossibile non sorriderle almeno una volta.

Gli ultimi sogni m’inquietavano. Le mie fantasie notturne con Maria non erano certo un problema. Ritenevo che alla luce del giorno non sarebbero riaffiorate. Mi illudevo fossero normali fantasie elaborate da una libido forse un po’ repressa, ma perfettamente sotto controllo. Quello che mi preoccupava era l’intrusione di Elena. Avevo la sensazione che la bambina davvero conoscesse le mie fantasie e che, per qualche strano motivo, le considerasse reali. Così come lei entrava nel sogno con una sua corporeità, così, immaginavo, forse leggeva i nostri sogni come qualcosa di vero, di appartenente a questo nostro mondo di carne e sangue. La sensazione era che riuscisse a leggere se non i miei pensieri, almeno i miei sogni. E forse anche quelli del resto della mia famiglia. Anzi, che addirittura in questi sogni ci vivesse! Pazzesco. Irrazionale!

Era come se Elena, intromettendosi nei miei sogni, volesse impedirmi di immaginare una possibile fuga extraconiugale, come se difendesse l’integrità di una famiglia, che non era neppure la sua, ma che, altrettanto stranamente, considerava propria. Forse erano solo mie fantasie. Forse lei non c’entrava per niente e la sua immagine era solo una strana forma di censura onirica, che la mia mente faceva sembrare dotata di eccezionale corporeità. Era qualcosa che stava succedendo solo nella mia testa?

 

Incontrare Maria, che ci accolse con grande gioia e simpatia, mi mise quindi a disagio, anche se non ne avevo motivo. Era come se quelle che erano solo fantasie notturne, fossero qualcosa di più. Ridussi al minimo la conversazione con l’assistente sociale e le chiesi subito di vedere la piccola.

Quando entrammo nella stanza dove giocavano i piccoli orfani, mia moglie fece un cenno con la testa per indicare una bambina che se ne stava seduta in un angolo con una bambola. La solita, direi. La sua Lolla, immagino. E, come l’altra volta, la reggeva in mano distrattamente, in orizzontale, come una donna potrebbe tenere una borsetta, non come una bambina con un giocattolo, non come se la bambola avesse per lei una sua vita immaginaria. Un oggetto inanimato.

– È lei? – mi chiese Giovanna. La sua mi parve più un’affermazione che una domanda.

– Sì – rantolai. Quasi non mi stupiva che fosse riuscita a riconoscerla, come una novella Giovanna D’Arco che riconosce il Delfino di Francia seppure mascherato. Vedere che la individuava così facilmente, però, mi tolse il respiro. Ognuno di questi particolari confermava in me la convinzione che ci fosse qualcosa di molto strano in Elena. Mi vennero in mente le teorie ottocentesche sul magnetismo e l’ipnotismo, di cui avevo letto recentemente in alcuni racconti di Guy de Maupassant, secondo cui alcune menti hanno il potere di influire su altre, determinandone i comportamenti o stabilendo comunicazioni a distanza. Se Giovanna l’aveva riconosciuta doveva essere perché l’aveva davvero già vista in sogno. Le mie descrizioni non avrebbero potuto esserle sufficienti. Eppure a volte riconosciamo una persona di cui abbiamo solo sentito vagamente parlare. Forse fu così, per esempio, anche per Giovanna D’Arco quando riconobbe Charles di Valois nascosto in mezzo ai dignitari della corte.

La bambina se ne stava da sola, ma non pareva triste. Era come se avesse tutto un mondo dentro con cui giocare. Come se questo le bastasse e non avesse bisogno di giocare. Era un mondo, però, con un grande vuoto da colmare. Questo lo sapevo.

Ci vide subito e mi corse incontro. Pareva persino più contenta dell’altra volta.

Mi abbracciò. Poi guardò mia moglie.

– Sei la mia nuova mamma? – le chiese subito. Giovanna sussultò e vidi che gli occhi le s’inumidivano.

– Sono la moglie di Paolo – rispose, nel classico modo con cui un adulto cerca di non rispondere a una domanda diretta e imbarazzante di un bambino.

Perché quella bambina ci aveva adottati come famiglia? Perché proprio noi? Solo perché le ero capitato sottomano in un momento in cui aveva bisogno d’aiuto ed ero stato disponibile?

Dovevamo portarcela a casa come si porta a casa un gattino sperduto, che si sia messo a seguirti per strada? Una bambina non è un cucciolo. Eppure era quasi così. Era stata lei ad averci scelto.

– Quando lei è qui Elena diventa un’altra: sembra felice – osservò Maria. – La sua presenza le fa bene. Non dico sia una bambina triste, ma se ne sta sempre per conto suo. L’unica persona che le interessa, oltre sua madre, sembra sia lei.

Era tutta la mia fantasia o, davvero, negli occhi di Maria c’era stato una specie di lampo a sottolineare quell’ultima frase, quasi che volesse comunicarmi che anche lei era interessata a me? Si era davvero impercettibilmente protesa verso di me, come mi era parso?

Decisi che doveva essere solo l’immaginazione, probabilmente favorita dal sogno notturno, che mi aveva portato a vederla diversamente da come fosse. Cosa mi interessava del resto? Non ero certo più un ragazzino a caccia di conquiste.

Maria mi prese per il braccio e ci accompagnò fuori. Ancora una volta ebbi la sensazione che quel contatto fosse voluto, che sottintendesse altro, che riservasse in sé la promessa di altri contatti. Poco importava che con l’altra mano avesse preso anche il braccio di mia moglie. Poteva essere solo un gesto per dissimulare l’altro, per ingannare mia moglie e non farle notare il tentativo d’intimità.

Fantasie adolescenziali: lo sapevo. Maria era fatta così, mi dissi. Quel gesto per lei era del tutto normale e senza alcun sottinteso. La mia razionalità ne era perfettamente cosciente, anche se il mio cuore ignorava la logica e sembrava preferire la lettura di maliziosi sottintesi nei piccoli gesti.

Quando uscimmo da quella stanza, mia moglie disse solo:

– Va bene.

Avrei voluto chiederle: «Va bene cosa?» In quel momento avevo in testa più Maria di Elena e non afferrai subito l’oggetto della frase. In realtà, però, conoscevo già la risposta e, riprendendomi in tempo, riuscii a non farle domande inutili. Tornammo da Maria che ci accompagnò ad avviare la pratica per l’affido temporaneo.  Mi sentivo come stregato e mia moglie mi pareva in una condizione non dissimile. Non capivo bene quello che stavo facendo. Mi pareva fossimo in una sorta di trance. Non capivo l’improvvisa arrendevolezza di Giovanna.

– Quando starà da voi, verrò a trovarvi per vedere come sta la bambina – promise Maria alla fine e, ancora, mi parve di cogliere, nelle sue innocue parole, un’altra, diversa, promessa.

 

Nelle settimane seguenti fummo sottoposti ad alcuni controlli, presentammo i documenti richiesti e, dopo qualche tempo, ci arrivò la telefonata di Maria. Aveva la voce allegra. Mi pareva di vederla sorridere. Percepivo quasi le sue labbra carnose accanto al mio orecchio, oltre la cornetta. Fu un sollievo sentirla. Forse di più: devo dire che aspettavo con ansia di sentire la sua voce.

– È tutto a posto. Quando volete, potete venire a prenderla.

Era stato tutto, per certi versi, velocissimo e, per altri, interminabile. Fu velocissimo, perché quando arrivò quella telefonata, che ci catapultò nella nuova realtà, non avevamo ancora assimilato l’idea di avere Elena in casa con noi. Fu interminabile, perché ogni controllo, ogni documento da produrre ci pareva non arrivare mai, ci pareva allontanare la conclusione di quella storia. Eravamo quasi in ansia a lasciare ancora la bambina da sola in orfanotrofio, anche solo per poche ore. Cominciavamo a sentirla come nostra e ci pareva assurdo esserne tenuti lontani solo da lungaggini burocratiche. Fu interminabile anche perché avrei voluto rivedere prima Maria. A dir il vero un paio di volte avevo provato a cercarla, ma invano.

L’obiettività, però, non è qualcosa che riguardi questa storia: la pratica, in realtà, si svolse con una discreta celerità. L’affido non è, infatti, una vera adozione. La bambina aveva ancora dei nonni, per quanto invalidi, che erano la sua vera famiglia e dai quali l’avremmo portata periodicamente in visita.

Mi chiesi se avrei ora avuto pace nei miei sogni, ma già qualcosa dentro di me mi diceva che non sarebbe stato così e ne ebbi prova la notte stessa.

 

Eccomi quindi in sella a un grande cavallo dal manto scuro. In lontananza, vicino a una torre antica, un uomo in nero si allontanava galoppando.

Mentre cavalcavo il mio stallone nero attraverso la prateria, che si estendeva da est a ovest per vuote incommensurabili miglia, scorsi una mandria sconfinata di bufali, più numerosi delle stelle della galassia di Andromeda. Lanciai il cavallo al galoppo e raggiunsi gli animali, che si spostavano in corsa da un pascolo all’altro, sollevando nugoli di polvere cosmica, che si sollevava fino a oscurare il cielo. Il sole dardeggiava allo zenit. I pianeti rotolavano invisibili lungo le loro ellissi. Raccolsi la mandria e la guidai verso un recinto lontano, che avevo predisposto appositamente. Lunghe staccionate d’abete costruite con legna discesa dal grande nord su lente chiatte solitarie. Una giovane squaw richiuse il cancello e lasciò la mandria a roteare su se stessa in quel nuovo universo, tanto più ristretto per loro. Smontai e l’abbracciai.

La ragazza mi sorrise e mi gettò le braccia al collo. La possedetti con impeto e, pochi attimi dopo, partorì una nidiata di bambini, che stentavamo a contare e presero a correre per tutta la fattoria, sciamando incessantemente dal centro delle sue gambe scure e forti.

Non riuscivo a vederli in volto. Avrei voluto capire se mi somigliavano, se erano davvero figli miei. Ne rincorsi uno e l’afferrai, sollevandolo da terra. Lo rigirai per guardarlo in volto e vidi con orrore che aveva un viso da bisonte. Sconvolto, lo lasciai cadere al suolo e subito fuggì via muggendo. Provai con un altro bambino e ancora una volta scorsi sul suo viso gli stessi lineamenti belluini.

E così ogni volta, con crescente raccapriccio, in un moto che avrei voluto arrestare, ma che non potevo interrompere, finché sollevai l’ultima bambina e, finalmente, aveva tratti umani. Fu però quest’ultima a spaventarmi più di tutti gli altri. Non mi somigliava e non somigliava alla giovane squaw, di cui, m’accorsi, peraltro, di non ricordare i tratti. Aveva un volto che ben conoscevo. Feci cadere anche lei a terra, ma questa bambina non fuggì raspando il terreno come avevano fatto gli altri. Aveva l’aspetto di una bambina di quattro anni, sebbene sapessi fosse stata appena concepita e partorita. Aveva dei capelli biondi ondulati. Era Elena. Cadde al suolo diritta come un fuso. Dritta sulle sue gambe. Rimase a fissarmi senza parlare o allontanarsi.

Mi guardai attorno e non vidi più gli altri bambini dal volto di bisonte, non c’erano più neppure i bisonti nel recinto. Ero, invece, circondato dagli indiani fasulli dell’Isola che Non C’è. Uno di loro, il più piccolo, aveva la testa d’asino.

Sentivo il bisogno di destarmi, ma non mi riusciva.

– Voglio svegliarmi – urlai, ma Elena mi rispose che non potevo.

– Perché?

– Perché il sogno non è finito. Perché non vieni a prendermi?

– È complicato da spiegare, ma stiamo venendo. Ho dovuto chiedere dei permessi. Verremo presto a prenderti e potrai stare con noi.

– Domani?

– Presto quanto?

– Non lo so. Non ti preoccupare. Non venirmi a dis… non visitarmi in sogno.

– Perché?

– Perché non è bene. Ognuno deve stare nei suoi sogni. Non si deve far fare i propri sogni agli altri.

– Fatta in sogno, quella conversazione mi pareva quasi razionale.

La bambina non aggiunse altro. Il sogno si riempì di bambini in pelliccia, i Bambini Perduti, che presero a sciamare ovunque, scacciando gli indiani a calci e pizzichi.

Poi la terra tremò, come sottoposta dal basso a una pressione insopportabile, un’energia che non era quella della lava o dei moti tettonici, un’energia che immaginai appartenere alle creature lì imprigionate, esuli da un tempo indefinito, lontano ere da noi. A quel sommovimento Elena sparì e, finalmente, riuscii a svegliarmi.

 

 

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LA BAMBINA DEI SOGNI – 6 – LO SCONOSCIUTO ONIRICO

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal

6 – LO SCONOSCIUTO ONIRICO

Demetrio: «Ma siete proprio certi d’esser svegli?
O forse siamo ancora addormentati,
e quello che vediamo è tutto un sogno?»
(Sogno di una notte di mezza estate – William Shakespeare)

 
Eccomi salire in cima a una collina. C’era un vento fresco che agitava l’erba tutto attorno, come un mare verde in salita. Mi sentivo tranquillo e rilassato. Il cielo era limpido e azzurro. In lontananza scorsi una piccola nuvola nera. Mi voltai a guardarla, cercando di capire se si avvicinasse la pioggia. Veniva velocemente nella mia direzione. Non portava acqua e non era smog. Erano uccelli. Uno stormo di uccelli dalle lunghe ali nere. Forse corvi. Sì, mi parevano corvi. Riempirono l’aria con il loro gracchiare. Erano tanti. Tantissimi. Oscurarono il cielo. Volteggiavano ovunque senza scendere mai verso terra. Inquieto, presi a camminare in direzione del sentiero, deciso ad allontanarmi da lì. Lo raggiunsi. Era una stradina di sassi bianchi, che correva in mezzo ai prati. Sembrava condurre a una torre lontana. Scura contro il cielo. Il vento era aumentato e ora soffiava con forza, mentre i corvi volteggiavano da ogni parte. Non c’erano alberi o montagne in vista. Vedevo solo prati, corvi in cielo e ghiaia sotto di me. Verde, nero, azzurro e bianco.
Continuavo a camminare. In fondo alla strada scorsi una piccola sagoma. Era ferma nel mezzo. Non avanzava. Mi avvicinai più rapidamente di quanto pensassi fosse possibile e la riconobbi. Era Elena.
– Non devi sognare Maria − mi disse e subito i corvi presero a volteggiarmi più vicino. Uno dopo l’altro mi passarono davanti al viso, fissandomi con i vuoti occhi neri e minacciandomi con i becchi acuminati, mentre il frullare delle loro ali mi riempiva le orecchie.
– Non sono io a decidere i miei sogni – protestai, cercando di difendermi con le braccia da quel volteggiare minaccioso.

– Perché? − chiese la bambina e il suo stupore sembrava sincero e dolorosamente profondo.
– Perché le persone non possono decidere i propri sogni.
– Non è vero. Non sognare la donna cattiva.
I corvi s’avventarono su di me in un vorticare tempestoso di affilate penne nere, artigli acuminati e becchi aguzzi. Mi parve che alcuni fossero cavalcati da minuscole fate dagli occhi infuocati e dallo sguardo tagliente. Sentii una risata che derideva la mia ignoranza dell’eterno e dell’infinito. Intuii la presenza di creature ancestrali nelle viscere della terra. Esseri dalle forme inimmaginabili che premevano dagli abissi di pietra e magma sotto i miei piedi per emergere e tornare a dominare il tempo. Sentii la nullità del mio passaggio mortale nel mondo degli uomini. I corvi mi avvolgevano. Mi svegliai prima di essere travolto.

Paul Delvaux – Shadows-1965

Titania, Queen of Faeries by TheIronRing

Quando sopraffatto dalla stanchezza finalmente mi riaddormentai, tornai a sognare la ragazza mora, quella che citava “Sogno di una notte di mezza estate”. Era ancora in compagnia del tipo che l’aveva abbordata nel sogno precedente. Erano in un bar e chiacchieravano. Non avevano lasciato la stazione e si sentiva il rumore dei treni che arrivavano e partivano. Alle loro spalle un piccolo LCD trasmetteva una partita di campionato, ma non lo guardavano. I loro boccali avevano solo un residuo schiumoso di birra. Evidentemente non c’era stato nessun caffè oppure il suo tempo era già scivolato via, per cedere il passo a bibite più impegnative.
– Come ti chiami? – stava chiedendo lei.
– Oberon – insistette lui.
– Il tuo vero nome, intendo. Quello è il nome che ti ho dato io. Lascia stare Shakespeare. Come ti chiamava tua madre… per esempio? – scherzò senza allegria.
– Mia madre? Non ne ho mai avuta una – la gelò – sono figlio di una stella e del magma o forse di un demone e di una fata.
Lei abbassò lo sguardo confusa, forse persino un po’ offesa da quella risposta all’apparenza improbabile.
– Quell’uomo non ti meritava – cambiò argomento lui, confondendola ancor più.
– Di quale uomo parli?
– Di quello per cui stavi piangendo.
– Non piangevo… − tentò di difendersi.
– Un uomo senza carattere − insistette − che non ha neppure avuto la forza di trattenerti quando l’hai lasciato e che si è perso una simile fortuna: una ragazza bella, sensibile e intelligente.
– Non volevo… non volevo essere trattenuta… ma cosa dico? Di cosa parlo? Cosa ne sai tu? Perché parlo con te? Non so neppure chi tu sia, figlio delle stelle.
– Io conosco tutti i tuoi sogni e anche i tuoi incubi.
– Sei uno sbruffone! – protestò – Non conosci nulla.
– Io conosco anche il tuo futuro.
– L’hai letto in un sogno? Pensi forse che i sogni possano predire il futuro?
– Lo conosco perché il tuo futuro sono io – la placcò romantico.
– Tu? Cosa pensi di avere a che fare, tu, con la mia vita?
– Tutto. La tua vita mi appartiene. La mia vita ti appartiene.
– Sembra una proposta…
– È una certezza.
– Lo sarà per te. Io neppure ti conosco.
– E lui lo conoscevi bene?
– Sì, certo… − esitò. Un frullo d’ali le fece alzare per un istante lo sguardo.
– Eppure alla fine era diverso da come credevi. Io non potrò essere diverso. Io sono così. Sarò sempre così.
Un corvo volò dietro di loro.
– Così? Così come? Non so nulla di te. Neppure il tuo vero nome. E magari ora mi dirai anche che mi ami?
– Certo: ti amo e anche tu mi ami. Ti amo come si ama il proprio destino. O forse ti odio così tanto da non poter fare a meno di te. Questo è l’amore più grande e sincero. Non c’è sincerità tra gli amanti. Solo tra chi si odia.
– Mi ami? Bella presunzione, detta da uno sconosciuto a una sconosciuta. Mi odi? Perché allora non mi lasci stare? Cosa vuoi da me? Non sai neppure chi sono.
– Abbiamo tutto un futuro davanti per conoscerci. Io di te però ho già sognato tutto.
– Tutto? Conosci tutto di me? Sei proprio un buffone. Dimmi almeno il tuo nome. Pretendi di sapere ogni cosa di me e non vuoi che io sappia nulla di te. Come potrà mai esserci qualcosa tra di noi? Come potrà esserci un futuro, se non hai un passato e neppure un presente?
– Il mio nome è quello che mi hai dato tu: Oberon. Io sarò sempre quello che tu vorrai io sia. Sarò il re dei tuoi sogni.
– Allora torna dalla tua Titania.

Risvegliandomi mi chiesi come mai fossi tornato a sognare l’incontro tra questi due sconosciuti. Non mi pareva un sogno come gli altri. Sembrava troppo vero. Un piccolo film. Doveva avere qualcosa a che fare con Elena, ma ancora non capivo cosa. Di sicuro, per un motivo inspiegabile, mi avevano messo addosso il desiderio di rivederla. Erano sogni che sempre mi riconducevano con la mente verso di lei. Erano sogni che non mi davano riposo. Un’altra notte come quella e i miei nervi ne sarebbero usciti a pezzi.
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CONDIRE LA REALTÀ CON LA FANTASIA: l’assassina per beneficenza e la scrittrice dislessica

1Q84”, pubblicato nel 2009, è un romanzo complesso e articolato, che induce varie riflessioni. Innanzitutto sul rapporto tra realtà e fantasia. Secondariamente sulla tendenza a una certa prolissità di questo autore e, infine, sulla sua genialità o, quantomeno, sui limiti di questa.

Il romanzo può essere letto come una descrizione del Giappone di fine XX secolo, ma anche, per me più correttamente, come la creazione di mondi immaginari. Sono pochi gli autori che come Haruki Murakami sanno unire strettamente mondo reale e mondo immaginario. L’altro esempio forse più importante è Stephen King. Credo sia soprattutto questa loro grande capacità a farmeli apprezzare entrambi, facendomi interrogare sulla loro genialità (che si esprime in capacità creativa e interpretazione della realtà percepita o immaginata) e a portarmi ultimamente a cercare di scoprirli meglio. I loro approcci sono chiaramente diversi e non mi pare che, pur essendo contemporanei, il giapponese e l’americano si siano influenzati reciprocamente.sc

Nel mondo reale delle storie di Murakami si insinuano spesso personaggi fantastici, siano gli unicorni che assorbono i vecchi sogni o i misteriosi Semiotici de “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” o i soldati dispersi nel bosco di “Kafka sulla spiaggia” o i Little People con le loro crisalidi d’aria di “1Q84” e a volte è la realtà stessa a venirne alterata, come il bosco in cui si perde il giovane Kafka o la città circondata dall’alta muraglia intorno a cui vivono gli unicorni o il 1984 alternativo in cui si muovono l’assassina Aomame e il matematico Tengo di “1Q84”. I romanzi di King spesso creano mondi più lontani dalla realtà, eppure con una maggior coerenza razionale. In Murakami l’alterazione della realtà ha una potenza onirica, che non si lascia imbrigliare dalla razionalità della logica. Entrambi si sono allontanati dalla fantascienza e dal suo meccanismo fondamentale: partire, cioè, da un’ipotesi fantastica e farne derivare uno sviluppo coerente. In King elementi fantascientifici si mescolano a componenti fantasy, paranormali o totalmente fantastiche. In Murakami il quotidiano si fonde con il fantasy e l’onirico.

Diversa tra i due autori è anche la padronanza della narrazione. King, forse forte di una collaudata squadra di collaboratori, difficilmente scrive pagine inutili. Lo stesso non riesco a dire di Murakami.

Sebbene i suoi romanzi mi affascinino, già leggendo “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” avevo notato una certa prolissità, che si perdeva in descrizioni minuziose poco funzionali alla narrazione.

In “1Q84”, sebbene sia ancora più lungo (800 pagine i soli “Libro 1 e 2”) non è tanto la prolissità a disturbarmi, dato che le vicende narrate sono estremamente coinvolgenti e non ci sono punti morti, quanto le ripetizioni di frasi e concetti, forse utili per un lettore distratto, che legga il libro con molta calma, dimenticandosi delle parti lette magari settimane prima. La trama è certo complessa e alcune cose raccontate sono “nuove” e, come dice nel libro l’editore Komatsu al protagonista Tengo, quando si descrive qualcosa che tutti conoscono non occorre essere dettagliati, ma quando si scrive qualcosa che nessuno ha mai visto, come un cielo con due lune, occorre descriverlo bene. Murakami dà dunque l’impressione di essere preoccupato che qualcuno non lo capisca e, forse per questo, si ripete. Per chi come me, invece, legge con una certa velocità e una discreta attenzione, tutte queste ripetizioni sono un difetto che fanno, purtroppo, di un’opera di grande qualità, qualcosa di inferiore.

 

Quando ho cominciato a leggere “1Q84 – Libro 1 e 2: Aprile – Settembre” pensavo che 1Q84 stesse a indicare il primo trimestre del 1984 (anche se i mesi indicati non coincidevano), come si fa in contabilità (1st Quarter ’84). Si tratta, invece, del modo in cui la protagonista Aomame (Piselloverde, in giapponese) chiama l’anno in cui vive, quando si accorge che la realtà è stata alterata e che sta vivendo in un tempo alternativo. La “Q” sta per “Question Mark” (punto interrogativo). In giapponese è una lettera “strraniera” e si legge “kiu”, come la parola che vuol dire “nove”. La scelta dell’anno è un omaggio al celebre romanzo di Orwell, da cui però prende ben poco. Altri romanzi fantascientifici, oltre a questo, sono espressamente citati, come “Viaggio allucinante” di Asimov (la protagonista Aomame parla a dir il vero del film che ne fu tratto), ma il vero riferimento mi pare “L’invasione degli ultracorpi” con i suoi baccelli giganti da cui escono copie degli esseri umani. Numerosi sono anche i riferimenti alla musica occidentale. In questo romanzo, come in “Tokyo blues” si nota una prevalenza di citazioni della cultura europea e americana (più volte si parla di Cechov), rispetto a quella giapponese, al punto da far spesso quasi dimenticare che l’ambientazione è in Giappone.

Aomame, una ragazza single che fa la killer per conto di un’associazione di beneficenza, comincia a notare che il mondo è cambiato in alcuni piccoli particolari, come le divise dei poliziotti. Capisce allora di essere in un diverso 1984. La sua storia si intreccia con quella di una ragazza dislessica di diciassette anni, Fukaeri, che ha scritto (anzi dettato) un romanzo, “La crisalide d’aria”, che il matematico e scrittore Tengo riscrive trasformandolo in un bestseller. Si tratta di un vero e proprio metaromanzo, il cui pseudobiblion, “La crisalide d’aria”, assume un peso e una rilevanza crescente, al punto che i personaggi si troveranno a vivere all’interno della storia che vi è narrata, sebbene sia fantastica, con strane creature che escono dalla bocca di una capra morta, i Little People. Può essere così oppure è la ragazza ad aver narrato una storia vera, per quanto possa sembrare fantastica. Oppure, come si accenna nel romanzo, causa ed effetto si vanno confondendo.

Sebbene ci siano molti elementi fantastici, questi sono il giusto condimento di una realtà molto concreta, fatta di bambini solitari, plagiati e persino violentati, donne vittime di violenza domestica, lavori precari, estremismi religiosi e politici quanto mai attuali.

Haruki Murakami

Tengo trascorreva il suo tempo libero accompagnando il padre che lavorava come esattore del canone televisivo, senza aver mai avuto una vera infanzia. Aomame era cresciuta in una comunità religiosa detta dei Testimoni (che somigliano molto ai Testimoni di Geova), mentre Faukaeri è fuggita da una comunità religiosa, il Sakigake che potrebbe far pensare (almeno nel suo ramo rivoluzionario secessionista) agli Aum Shirinkyo, che attaccarono la metropolitana di Tokyo nel 1995, e sebbene entrambe ne siano fuggite, il romanzo appare un’occasione se non per denunciare, almeno per segnalare l’esistenza di simili gruppi religiosi in Giappone. Il mondo reale da cui si dipana la storia fantastica, è infatti Tokyo, una città difficile, in cui anche un bambino prodigio della matematica e promessa dello judo, si trova da adulto a fare lavori saltuari come supplente di matematica e revisore di bozze part-time per una casa editrice e la bella Aomame sbarca il lunario tra massaggi, training d’arti marziali e omicidi su commissione per eliminare mariti violenti per conto di un’associazione che ne accoglie le vittime. Vediamo così una Tokyo molto concreta, ma in cui una sorta di deviazione ucronica porta scompiglio, facendo addirittura comparire una seconda luna in cielo.

Aomame e Tengo, sono due trentenni che vivono da soli, senza affetti o amore. Aomame ricorda però un bambino di cui si era innamorata alle
elementari. Tengo ricorda una bambina della cui immagine non riesce a liberarsi da oltre vent’anni, sebbene non l’abbia più rivista. Una strana forza li spinge uno verso l’altro. Riusciranno a incontrarsi o si bruceranno nel tentativo di salvarsi a vicenda?

Il romanzo è diviso in tre libri, i primi due pubblicati assieme in un unico volume e il terzo da solo. Ho per ora letto i primi due. Il secondo si chiude lasciandoci con il fiato sospeso, con entrambe le storie ancora lontane dal vedere il proprio epilogo, ma ormai intrecciate saldamente tra loro.

Un personaggio (Tamaru) a un certo punto afferma “Cechov ha scritto: «Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari».” E stiamo ancora aspettando di capire se Murakami rispetterà la regola.

LA BAMBINA DEI SOGNI – Download gratuito

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal 

Una bambina persa nella metropolitana. Una misteriosa accompagnatrice. Un’irresistibile attrazione.

Strani sogni sempre più simili a incubi.

Un potere incontrollabile e che può diventare letale.

Il potere di mutare i sogni in incubi.

Il potere di entrare nei sogni.

IL POTERE DI UCCIDERE CON UN SOGNO.

 

Realtà, sogno e letteratura si mescolano in un crescendo di drammaticità e allucinazione.

 

LA BAMBINA DEI SOGNI si può scaricare da qui http://www.datafilehost.com/d/3855be68

 

Questa è la pagina di Carlo Menzinger su Lulu (dove si può ordinare una copia cartacea della versione del 20 agosto 2013).

Questa è la pagina di Carlo Menzinger su Ilmiolibro.it (dove si può ordinare una copia cartacea della versione del 29 luglio 2012).

LA BAMBINA DEI SOGNI – 5 – MIA MOGLIE

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal5 – MIA MOGLIE

 

Carter aveva dimenticato

che la vita è soltanto una teoria d’immagini nella mente:

che non c’è differenza

tra quelle nate da esperienze reali e quelle generate dai sogni più intimi,

e che non c’è motivo di ritenere le prime più importanti delle seconde.

(Il Guardiano dei sogni – La chiave d’argento – Howard Phillips Lovecraft) 

 

Quando raccontai a mia moglie della mia visita alla bambina, mi sorprese dicendo:

– Sabato vengo con te a conoscerla.

Ammutolii per qualche secondo. Ultimamente Giovanna mi stupiva. Stentavo a prevederne le reazioni. Ero certo che si sarebbe messa per traverso. Avrei voluto chiederle cosa pensasse, quali fossero le sue intenzioni, se volesse solo conoscerla o se stesse pensando a qualcosa di più, ma non sapevo da che parte cominciare. Fu lei a rompere il silenzio.

– Voglio proprio vedere chi è che ti ha fatto innamorare! – scherzò e tutto finì lì. Per il momento. Devo confessare che, a quelle parole, non mi passò per la mente il volto di Elena, ma quello di Maria. Forse fu per quello che,  temendo di scoprirmi, le risposi con una smorfia che voleva vagamente somigliare a un sorriso.

 

Con l’idea di scacciare dalla mente la bella assistente sociale, feci uno dei miei classici approcci maldestri per cercare di convincere Giovanna a fare l’amore e lei mi scacciò annoiata e, dopo poco, si addormentò come un sasso, russando leggermente. Cercai di addormentarmi anch’io pensando a Elena e… a Maria. Beh, sì, anche a lei, in effetti.

Ero già mezzo addormentato, quando la porta della camera s’aprì. Pensai fosse Laura. A volte nostra figlia si svegliava e veniva nel lettone a cercare conforto: un’abitudine che proprio non riuscivamo a farle perdere. Giovanna continuò a dormire. Era buio, ma riuscivo a scorgere la figura che avanzava nella stanza.

Era troppo grande per essere Laura. Un ladro? Il suo modo di muoversi non mi faceva in alcun modo pensare a un malintenzionato. Era una donna. Sensuale. Si avvicinò al letto. Si spogliò e anche se non riuscivo a vederla bene per l’oscurità, mi parve lo facesse in modo particolarmente erotico, sentii il fruscio dei vestiti afflosciarsi in terra, quindi s’infilò sotto il lenzuolo. Il suo corpo setoso scivolò lungo il mio. Era Maria. Mi baciò a lungo, mentre con le mani mi esplorava silenziosa, ma decisa e io la ghermivo incredulo. Giovanna continuava a dormire nell’altra metà del letto. Il ritmo regolare del suo respiro lo confermava. Ero inebriato dall’assurda incoscienza della situazione quando la porta si aprì di nuovo. Questa volta la figura che stava entrando era molto più minuta. Pensai che, ora, potesse essere proprio Laura. La cosa sarebbe stata… drammatica. La bambina avrebbe visto Maria, avrebbe svegliato la madre e le conseguenze sarebbero state facilmente immaginabili. Come potevo trovarmi in una situazione così assurda? Come aveva fatto Maria a entrare in casa? Non mi pareva sapesse neppure il mio indirizzo.

Non era, però, Laura. Era Elena. Elena! La bambina dell’orfanotrofio. Il sangue mi si ghiacciò nelle vene. La piccina rimase ferma. Non parlò neppure e non svegliò Giovanna.

Maria scomparve nel nulla e svegliandomi trovai solo mia moglie nella stanza. Anche Elena era scomparsa, sebbene la sua consistenza mi fosse sembrata più concreta di quella di Maria. L’orfana stava diventando la mia censura onirica personale.

Stentai a riaddormentarmi e quando ci riuscii feci subito un altro strano sogno.

Questa volta mi parve di assistere a un film che narrasse un’altra vita, che parlasse di gente sconosciuta.

 

Vidi una giovane donna, una ragazza mora e minuta seduta in una stazione ferroviaria. Aveva più o meno l’età e l’aspetto di una studentessa universitaria. Era seduta lontano dai binari, come se il suo treno non fosse ancora prossimo a partire. Con movimenti incerti trafficava nella borsa alla ricerca di qualcosa. Ne estrasse un fazzoletto e si asciugò il viso. Solo allora mi resi conto che doveva aver pianto. Forse stava ancora un po’ piangendo. Non la vedevo bene. C’era come una strana foschia.

Un uomo in piedi, poco lontano da lei, la guardò. Sembrava aver notato il gesto. Le si avvicinò e le rivolse la parola sfrontatamente:

–  Un sogno infranto rivela al suo interno un sogno più bello – affermò provocante.

La ragazza alzò gli occhi lucidi su di lui. Avrebbe potuto non guardarlo e non rispondergli, ma fece entrambe le cose:

–  Cosa ne sapete voi dei sogni?

–  Molte cose. Io sono il re dei sogni.

La ragazza sorrise a quella vanteria grottesca ed esagerata.

–  Certo – lo derise – come ho fatto a non riconoscervi! Voi siete certamente il nobile Oberon.

–  Se voi lo desiderate, lo sarò e non solo per una notte d’estate – rispose lui galante, con un lieve ghigno, e poi, dopo un attimo di silenzio, aggiunse – ma dovrete guadagnarvi questo privilegio venendo con me a bere un caffè – le porse il braccio.

La ragazza si alzò, raccolse la borsa e con l’altra mano s’appoggiò a lui che l’accompagnò al bar poco distante. Poi il sogno si fece confuso e non ricordo altro.

Risvegliandomi mi chiesi perché li avessi sognati e chi fossero quei due, ma dato che non avevo una risposta, finii per non pensarci più.

 

Solo il giorno dopo mia moglie e io tornammo a parlare di Elena. Era venerdì mattina. Giovanna beveva il suo chai-latte al tavolo di cucina. Lo avevo acquistato nel mio ultimo viaggio a Londra. A Giovanna piaceva molto. Io mi stavo preparando per uscire e andare al lavoro

–  L’ho sognata, Paolo – mi fulminò mia moglie con la tazza in mano.

–  Chi? – chiesi io, sebbene sospettassi la risposta.

–  La tua bambina.

–  Ci stiamo facendo suggestionare tutti… – mormorai, facendo mezzo passo indietro, in un vano tentativo di fuga mentale.

–  Non era un sogno normale. Era… era così vera… Non saprei descriverla. Non saprei dirti neanche se avesse i capelli biondi o neri. La sentivo, lì, nel sogno, eppure era come se ne fosse fuori, come se fosse… vera. Eppure era lì. Stranissimo. Pareva…

–  …reale – mormorai con un fil di voce.

–  Sì, ecco: reale. Eppure sembrava anche chiaramente parte del sogno. In quel momento stavo sognando altro, non ricordo più cosa. E lei è apparsa. Pareva che… pilotasse il sogno, che fosse lei a decidere cosa dovevo sognare.

–  Ti ha spaventato?

–  Un po’… ma non era un incubo, anzi. Era tutto così strano, però. Mi stupisce non essermi svegliata di soprassalto. Era come se lei non volesse che mi svegliassi ed era come se volesse avvertirmi di qualcosa. Qualcosa che riguardava te. Non ho capito.

 

Rimasi ad ascoltarla esterrefatto, senza sapere cosa dire. Sentivo che mia moglie stava esprimendo le stesse sensazioni che avevamo provato sia io, sia probabilmente nostra figlia.

Aveva ragione, quella bambina sembrava pilotare i sogni.

Cercai di cancellare la sensazione che Elena le avesse voluto riferire del mio sogno erotico con Maria, ma non riuscivo a liberarmi dal pensiero.

Andai al lavoro, ma trascorsi tutta la giornata in stato d’agitazione. Ero distratto. Non vedevo l’ora che fosse il giorno dopo, sabato, per andare a trovare la piccola. Tutto sembrava andare a rilento. Il computer stentava a passare da una pagina all’altra e non si connetteva, i clienti si attardavano in chiacchiere inutili, i colleghi non facevano che sottopormi problematiche inesistenti o che non mi riguardavano.

Poi, finalmente, la giornata finì e scesi in strada. Le zaffate di polveri sottili, particolato, idrocarburi incombusti e ossidi d’azoto mi parvero aria fresca di montagna in confronto a quella dell’ufficio, satura di stress e mobbing. Ero finalmente fuori.

La sera, prima di andare a dormire, distraendo Giovanna dal cinquanta pollici davanti al divano del salotto, le riparlai brevemente di Elena, giusto per organizzare la visita. Non capivo fino a che punto mia moglie s’interessasse davvero alla bambina e quanto lo facesse per me, per assecondarmi o per non so quale altro motivo.

Decidemmo di andare solo noi due. Senza coinvolgere Laura. Non volevamo farle venire strane fantasie. Nostra figlia ci sembrava già troppo coinvolta in una storia da cui persino noi adulti, io in particolare, ci stavamo facendo prendere in modo eccessivo pur senza capire quali fossero le nostre intenzioni e che futuro potesse avere la cosa.

 

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LA BAMBINA DEI SOGNI – 3 – LA BAMBINA DEL SOGNO

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal3 – LA BAMBINA DEL SOGNO

Solo ieri ci incontrammo dentro un sogno

(Il Profeta – Kahlil Gibran)

Il giorno dopo, alzata la serranda su una mattina ancora fuligginosa, baciai Laura, per farla svegliare. Sprofondata nelle coperte, era ancora calda della notte e profumata d’infanzia.

– Ho sognato una bambina – mi disse prima ancora di aprire i suoi piccoli immensi occhi – Ha detto che era mia sorella. Ho una sorella?

– No, amore. È stato solo un sogno – le carezzai le guance morbide.

Aprì gli occhi e si tirò a sedere sul cuscino.

– Lo so, ma la bambina era vera. Verrà a vivere con noi. È simpatica. Vorrei tanto avere una sorella! – era così allegra mentre lo diceva, che mi faceva male pensare di doverla deludere.

– Hai molte amiche, Laura – protestai. Era la classica scusa di mia moglie alle sue richieste di incrementare la famiglia.

– Anche lei sarebbe mia amica. È carina. Mi piacerebbe come sorella.

Non le avevo mai parlato del mio incontro con la piccola orfana, né pensavo lo avesse fatto mia moglie. Tanto meno le avevamo mai parlato dei miei pensieri in merito a far venire Elena in casa nostra. Non era la prima volta, del resto, che nostra figlia chiedeva una sorella. Sapevo che le due cose non erano connesse, ma questo suo sogno – unito a quello che avevo fatto io – mi lasciò addosso per tutto il giorno una sensazione strana. La bambina sognata da Laura non poteva essere Elena. Era solo una coincidenza, che la mia fantasia rielaborava a modo suo. Questo cercavo di pensare, ma qualcosa dentro di me non si lasciava convincere.

A cena, mentre mangiava la sua minestrina, di punto in bianco, Laura brandì il cucchiaio e, con il brodo che le colava lungo la mano, chiese:

– Cosa starà facendo la bambina adesso?

– Quale bambina? – chiese Giovanna, protendendo il tovagliolo per asciugarla.

– Quella del sogno.

– Hai sognato una bambina? – le chiese affettuosamente mia moglie, fissandola senza completare il suo gesto.

– Sì. Mia sorella.

– Tu non hai sorelle – le spiegò la mamma con voce dolce, prima di lanciarmi un’occhiataccia – Era solo un sogno.

– Questa mattina le ho detto la stessa cosa, quando si è svegliata – mi difesi.

– L’hai sognata, non è una vera bambina – aggiunsi, rivolgendomi a mia figlia.

– A volte sogno anche te e mamma. Voi siete veri, no?

– Certo che lo siamo. A volte si può sognare di persone reali, ma quello che fanno in sogno è finto. Come un cartone.

– Elena, però, era reale.

– Elena? – saltammo su, in coro, mia moglie e io. Giovanna si girò con lo sguardo di brace pronto a incenerirmi.

– Si chiama così. L’ha detto lei – precisò nostra figlia, guardandoci intimidita come se avesse pronunciato senza volere una parolaccia.

l'isola che non c'è

l’isola che non c’è

Quella sera, quando Laura si addormentò, dovetti subire il terzo grado dalla donna dagli occhi di fuoco.

– Come ti viene in mente di parlare di adozioni a Laura? Non hai cervello. Non puoi farla illudere di avere una sorella, se poi questo non si può fare, come sai benissimo.

– Ti giuro che non ho mai parlato con lei di Elena, né di adozioni, né di sorelle in arrivo. Non capisco. È solo un caso.

– Ha detto che si chiama Elena. Proprio Elena – mi aggredì. – Non può essere un caso. Quella bambina si chiama così! Come diavolo può essere un caso? Un caso. Un caso! Ma caz… Sei un idiota. Quando si parla con i bambini, bisogna fare attenzione a quello che si dice. Non si può illuderli con cose che non sono certe. La psicologia per te deve essere qualcosa che vende il salumiere…

– Ti ripeto che non capisco, ma credo sia una coincidenza. O magari ci ha sentito discuterne l’altra sera. Pensavamo dormisse, invece era sveglia.

– Ci avrebbe chiamato. Se si sveglia, non resta mai buona nel suo letto.

– Forse era curiosa ed è rimasta a sentire e poi si è riaddormentata da sola. Oppure, non so,  ci ha sentito nel dormiveglia e questo l’ha influenzata.

– Giuri di non averle detto nulla?

– Lo giuro, ma dovresti credermi, anche se non lo facessi. Dov’è la tua fiducia? Un tempo mi avresti creduto, anche se ti avessi detto di essere stato sulla luna in bicicletta.

− Un tempo. Appunto. Un tempo forse ti avrei creduto. Un tempo forse tu avresti persino provato a pedalare per raggiungerla e magari offrirmela. Ora non mi offriresti neanche una margherita.

− Non è vero. Farei di tutto per voi.

Per voi, in effetti. Non le dissi per te.

La notte stentai ad addormentarmi. Quei due sogni m’inquietavano. Ovviamente, più cercavo di trovare motivazioni razionali, meno ne trovavo e più faticavo a prender sonno.

Giovanna, invece, si era assopita tranquillamente. Le sue sole preoccupazioni erano che io le avessi mentito, come credeva ancora, e che mi fossi fissato con quella bambina, coinvolgendo Laura.

Quando finalmente presi sonno, mi ritrovai ancora sull’Isola che Non C’è, ma senza Elena e i Bambini Perduti, che mi avevano liberato, nonostante il suo ordine. Nessuna traccia delle fate. Le cinque ragazze mi erano tutte addosso e mi carezzavano, cercando di consolarmi, mentre l’angoscia mi assaliva. Restavo però cosciente di sognare. Forse non ero del tutto addormentato. Cercavo di lasciarmi andare, di lasciarmi eccitare, baciandole una dopo l’altra, più volte, percorrendo con tutta la mia fantasia  i loro corpi nudi e perfetti in una spasmodica ricerca d’estasi, ma la cosa non funzionava. Ero lì e non c’ero. Sognavo sapendo di farlo. Anche se i Bambini Perduti avevano avuto la decenza di allontanarsi e andare a giocare altrove, non riuscivo a godere della situazione come avrei voluto. Qualcosa mi turbava.

Questa volta gli indiani non si fecero vedere e potei finalmente rotolarmi con quelle ragazze da calendario nel mare ora calmo e trasparente, ma ero a disagio. Cercavo di pilotare il sogno verso situazioni sessualmente interessanti, ma sentivo come un peso, che mi sospingeva verso immagini più caste. Davvero castrante!

Nel momento in cui ero quasi riuscito a superare quel blocco, Elena comparve nuovamente, con mio grande imbarazzo. Sapevo che era solo un sogno e che volendo potevo farla scomparire. Cercai d’ignorarla per liberarmi di lei, ma inutilmente. La bambina rimase a fissarmi imperturbabile, inespressiva, ma estremamente concreta. Un incubo su cui non riuscivo ad avere alcun controllo. Mi risvegliai improvvisamente in uno stato d’agitazione, che stentò a lasciarmi per il resto della notte.

Dei mostri che avessero tentato di divorarmi, mi avrebbero spaventato meno di quella muta presenza infantile.

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LA BAMBINA DEI SOGNI – 1 – UNDERGROUND BABY

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di PreussenthalLa vita è sogno

(Calderon de la Barca)

 

Le porte della metro erano aperte. Appoggiato al palo, mi reggevo con la mano sinistra, tenendo nella destra “Lolita”, il romanzo di Vladimir Nabokov. Con il libro appiccicato al viso, mi ostinavo a leggere nonostante la folla, che mi premeva da più parti. La lettura mi aveva preso e non badavo a chi mi stava attorno. Dalle pagine del romanzo, il protagonista Humbert Humbert stava mostrandomi la sua predilezione per quelle che definiva ninfette, la sua passione malata per le ragazzine di dodici anni o poco più.

Due occhi infantili, riflessi nel vetro, mi fissarono, costringendomi a sollevare verso di loro lo sguardo. Un attimo dopo erano scomparsi, nascosti dal movimento della gente.

Alla fermata stavano salendo le ultime persone. Stavamo sempre più pigiati, al punto che la borsa mi premeva ora fastidiosamente sullo stomaco. Notai una donna con due bambine che si divincolò per passare in mezzo alla folla e si lanciò verso la porta ancora aperta, cercando di uscire. Riuscì quasi miracolosamente a scendere, ma una delle bambine, all’ultimo, forse bloccata dalla calca, lasciò la sua mano e si fermò all’interno della carrozza. La donna la chiamò, protendendo le dita, ora vuote:

– Scendi, forza! Stanno per chiudere.

La piccola rimase impassibile a guardarla. Dimostrava quattro anni. Grandi occhi leggermente tristi, ma determinati. Le labbra lievemente imbronciate.

– Vieni! – le urlò di nuovo la donna, con tono perentorio, il braccio ancora paralizzato nel gesto di prenderle la mano.

Fu questione di pochi secondi, poi la porta si chiuse indifferente.

La donna, dietro il vetro, sempre immobile nel suo gesto inutile, pareva arrabbiata, piuttosto che in ansia, come mi sarei aspettato. La cosa mi stupì ma, preso dal problema immediato, avvicinatomi al vetro, le gridai muovendo le labbra come se parlassi a un sordo:

– La porto io alla prossima stazione… venga a prenderla alla prossima stazione. Alla prossima!

La donna annuì. Non ero certo che avesse sentito le mie parole, ma il senso immaginai dovesse averlo intuito. Al posto suo, mia moglie sarebbe entrata nel panico. Lei invece pareva piuttosto serena, a parte quello sguardo rabbioso. Mentre il treno si allontanava, riuscii a vederla tornare a sedere tranquilla per aspettare la metro successiva. Credo che, anch’io, mi sarei agitato molto più di lei. Persino la bambina rimasta a bordo non pareva un granché preoccupata. Si reggeva con la manina paffuta al sostegno vicino all’uscita.

Ero il solo a preoccuparsi. Gli altri passeggeri non parevano far caso all’episodio. Giusto qualche occhiata distratta. Il treno scivolò via nell’oscurità.

Mi rivolsi alla bambina.

– Ciao.

– Ciao – mi rispose educata.

– Quanti anni hai?

Sollevò la manina morbida con il pollice piegato.

– Hai quattro anni?

Annuì.

– E come ti chiami?

– Elena.

– Adesso la tua mamma viene a prenderti. Scendiamo assieme alla prossima fermata e la aspettiamo.

– Non è la mia mamma – rispose, rimanendo sempre calma. Qualcosa dentro di me sobbalzò. Cercai di  non farlo vedere, ma i miei sospetti si erano rafforzati.

– È la zia? – le chiesi, continuando a chiacchierare per non farla agitare, temendo che potesse mettersi a piangere da un momento all’altro.

– No.

– Come si chiama quella signora con cui stavi?

– Non lo so. È cattiva. Mi ha portato via. Io voglio tornare dalla mamma.

– Ti ha portato via da dove? – le chiesi, domandandomi se la bambina fantasticasse o se ci fosse della verità in quello che diceva.

– Via da mamma.

L’aveva rapita?

– Dov’è la tua mamma ora?

– Non so.

– Come si chiama?

– Mamma.

– Papà come la chiama?

– Non ho papà, io.

Uhmpf!

– Gli altri come chiamano la tua mamma? – le mie domande non sembravano condurre da nessuna parte.

– Mamma.

– Okay – sospirai rassegnato. La fermata si avvicinava e non riuscivo a capire la situazione. Era stata rapita da quella donna? Mi sembrava improbabile, però non era da escludersi in un mondo come il nostro. La donna non mi pareva una Signora Humbert Humbert, ma ci sono purtroppo molti altri motivi per rapire bambini, persino peggiori della pedofilia. Dovevo aspettarla e cercare di capire chi fosse o andare subito alla polizia con la piccola? Se la donna era la madre o una persona di famiglia, non trovandola alla fermata si sarebbe spaventata e, magari, mi avrebbe persino denunciato per rapimento. Poteva essere semplicemente una tata o una baby sitter cui la bambina ancora non si era abituata, pensai.

– Perché sei rimasta sulla metro? – ripresi la mia piccola indagine.

– Perché è cattiva. Non voglio stare con lei.

–  L’altra bambina è tua sorella?

–  No.

–  È la figlia della signora?

–  No.

–  Sai chi è?

–  Luisa.

–  Da dove viene?

–  L’ha portata via la signora.

–  Da dove?

–  Dalla sua mamma.

–  Cosa ti ha detto quella signora?

–  Che andiamo in un bel posto. Io non voglio.

Arrivammo alla fermata. Ero combattuto. Non sapevo cosa fare. Decisi di scendere. La donna doveva ancora arrivare. Avevo ancora un po’ di tempo per decidere, mentre aspettavo il prossimo treno. Pensai che fosse il caso di avvertire la polizia. Intorno non c’erano agenti.

– Aspettami – dissi – devo fare una telefonata. Non ti allontanare mentre parlo.

Chiamai la polizia con il cellulare. Cercai di spiegare la situazione. Mi dissero di portare la bambina al commissariato di zona. La piccola mi guardava parlare tranquilla.

– Non so se quello che la bambina dice è vero. Vorrei aspettare qui la donna, ma gradirei ci foste anche voi – spiegai all’agente in linea. Mi chiese che motivi avevo per considerare la situazione sospetta. Mi confusi e non seppi spiegarmi. L’agente mi parve perplesso.

Mi rispose di parlare con la donna e di richiamare nel caso non fosse veramente la madre. Non mi stava prendendo sul serio. Forse faceva bene: ero io a preoccuparmi troppo. Avevo fatto la figura del paranoico.

Riattaccai di malumore, ma riuscivo a capirli, non potevano certo stare dietro alle preoccupazioni di ciascuno. La bambina per fortuna era rimasta accanto a me. Sembrava fidarsi.

Pensai di chiedere aiuto al personale della stazione, ma non vidi nessuno. Salire verso l’ingresso e cercare aiuto mi avrebbe fatto perdere troppo tempo e non sarebbe servito a molto. Provai a fermare una signora di passaggio, ma m’ignorò come un mendicante inopportuno. Provai ancora con un tale dall’aria da uomo d’affari ma, quando cominciai a spiegarmi, mi guardò come se fossi pazzo e se ne andò senza una parola, scuotendo la testa, come per dire di no.

– Non voglio i tuoi soldi! – gli gridai alle spalle, ma non si fermò.

La bambina mi dava la mano. Avevo solo pochi minuti. Il prossimo treno stava per arrivare.

Decisi quindi di affrontare la donna da solo. In fondo eravamo in un luogo pubblico e uno contro uno! Che cosa poteva mai fare questa fantomatica Signora Humbert Humbert? Il problema, piuttosto, era riuscire a capire in che rapporti fossero veramente la piccola e la sua accompagnatrice.

Feci ancora alcune domande a Elena, per poter contro-interrogare la donna.

– Come si chiamano i tuoi nonni?

– Nonno e Nonna.

«Alleluia! Questa sì che è un’informazione».

– Ti ricordi dove abiti?

– Cosa?

– Dov’è che dormi?

– Nella stanza brutta delle bimbe. Non ci voglio andare. Voglio tornare a casa.

Stava per mettersi a piangere. Capii che non era il caso di insistere con le domande, ma decisi di correre il rischio di scatenare le lacrime. Dovevo scoprire qualcosa di più.

– Il tuo giocattolo preferito come si chiama?

– Lolla.

«Oh! Finalmente un’informazione che una madre dovrebbe conoscere e, forse, una rapitrice no».

– La signora ha preso Lolla e l’ha messa nella stanza brutta. Ho detto «Voglio Lolla» e ha detto «No». È cattiva.

Inutile: anche la donna conosceva il nome della bambola! Che cosa sapevo alla fine di questa bambina? Che aveva una mamma di nome Mamma, due nonni di nome Nonno e Nonna e aveva una bambola di nome Lolla! Perché la bambina avrebbe dovuto mentirmi, dicendo che quella donna non era sua madre e l’aveva rapita? I bambini possono raccontare bugie, ma Elena mi pareva troppo piccola per averne inventata una così grossa, senza che le fosse capitato realmente qualcosa.

Dalla galleria m’investì fumoso il vento del treno in arrivo. Il tempo a mia disposizione era esaurito.

La metro aveva aperto le porte e stava vomitando il solito carico di passeggeri in corsa. Vidi la donna venire tranquilla verso di noi, trascinandosi dietro l’altra bambina. Aveva meno di trent’anni. Forse poco più di venti. Capelli scuri. Occhi chiari. Un bel fisico atletico. Nessuna deformazione tale da preoccupare il signor Lombroso con le sue teorie pseudo-scientifiche sui criminali brutti e cattivi, anzi. Anzi! L’altra bambina dimostrava cinque anni o poco più. La seguiva con aria annoiata.

– La ringrazio tantissimo – mi salutò cordialmente, venendomi incontro con un bel sorriso rilassato – Temevo di averla persa. Senza di lei sarei stata nei pasticci.

Nei pasticci? Che razza di modo di esprimersi! Una madre, che ha perso la figlia, dovrebbe essere disperata, non nei pasticci.

Non corse ad abbracciare la bambina. Qualunque madre l’avrebbe fatto, pensai. Cominciavo a convincermi che la bambina non stesse fantasticando.

– Sua figlia è stata bravissima – cercai di sondare – è davvero una bambina coraggiosa.

– Oh sì. È una brava bambina, ma non è mia figlia.

Ero convinto che avrebbe finto di essere la madre. Non mi aspettavo ammettesse subito di non esserlo. L’interrogatorio per cui mi ero preparato vacillava già ai primi colpi. Dopo un attimo di smarrimento chiesi:

– Non è sua figlia? Allora come mai è con lei?

– Sono un’assistente sociale.

La guardai con curiosità e la donna allora aggiunse:

– Lavoro all’orfanotrofio – guardò verso la piccola che non pareva ascoltarci e abbassò la voce – Elena è arrivata solo ieri. La sua mamma, poveretta, ha avuto un brutto incidente ed è morta. Non ha nessuno che si occupi di lei.

Ero spiazzato. Se era una storia inventata, era ben congegnata. Ogni cosa aveva un senso. Mi sentivo un idiota.

– Non ha un padre o dei nonni? – chiesi.

– Il padre è sconosciuto e i nonni sono molto anziani, vivono in una casa di riposo.

– Capisco – tutto tornava. Mi resi conto che muovevo impercettibilmente il piede sinistro per il nervosismo. Lo fermai.

Nonostante la spiegazione, continuavo a sentirmi turbato. Sapevo che non poteva essere così, ma l’idea del rapimento non mi abbandonava.

Approfittando del silenzio creato dalla mia esitazione, la donna mi salutò.

– Allora, arrivederci e grazie.

Stavano già per andarsene. La bambina si protese verso di me.

– Vieni – implorò.

Esitai perplesso. La piccola mi fissava. Le fermai con una domanda.

– È lontano l’orfanotrofio?

– Oh no! È poco distante dall’altra fermata.

– Le dispiace se vi accompagno?

La bimba sorrise illuminandosi. La donna mi guardò un po’ perplessa. Annaspai alla ricerca di una scusa.

– Mi piacerebbe sapere dove vive. Le sembrerà strano, ma anche se tutto è stato così veloce, ora mi sento, come dire? Coinvolto. Sì, credo sia questo.

Ero ancora poco convinto, anche se non capivo più perché. Sentivo che la mia risposta era debole, ma la donna parve credere che fossi sincero e, un po’ titubante, annuì.

– Venga pure. Si chiama L’Isola dei Bambini Perduti – mi sorrise – Lo conosce?

Non lo conoscevo.

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