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QUALCOSA È CAMBIATO IN INSOLITO & FANTASTICO

Risultati immagini per IF UtopiaL’interessante rivista “IF –Insolito & Fantastico” è arrivato, con il numero dedicato alla “UTOPIA” al numero 20, che già sarebbe un bel traguardo da festeggiare, ma questo numero rappresenta anche per un altro motivo un momento importante per la storia di questa rivista nata nel Settembre 2009 e con cui ho collaborato sin dal numero 3. Da questa pubblicazione di dicembre 2016 è cambiato l’editore, che non è più Tabula Fati (Solfanelli), ma Odoya (Meridiano Zero). Altra cosa che si nota subito è la periodicità che da quadrimestrale è già da un po’ diventata semestrale, anche se mi pare che questo sia stato formalizzato solo ora.

La rivista continua a essere diretta dall’ottimo Carlo Bordoni, ma per la prima volta vedo indicati in copertina, in luogo, come in passato, dei nomi dei principali collaboratori, quelli dei due curatori Riccardo Gramantieri e Giuseppe Panella, da sempre tra gli autori più attivi della rivista.

Questa mantiene il suo taglio monografico, ovvero ogni uscita tratta uno specifico tema. Per il numero 20, come già scritto, si tratta della “UTOPIA”.

All’inizio la rivista prevedeva la presenza di una sessione dedicata alla pubblicazione di racconti (tra cui ci sono stati anche alcuni miei lavori), poi questa parte fu soppressa, mantenendo solo il taglio saggistico. In un secondo momento riapparvero i racconti, con la pubblicazione anche dei vincitori di specifici concorsi promossi dalla rivista stessa. Nella nuova versione della rivista siamo tornati al taglio privo di racconti (tolta una mezza paginetta finale).

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Carlo Bordoni, il direttore della rivista IF Insolito & Fantastico

Non so se sia dovuto al nuovo editore, ai nuovi curatori o semplicemente al tema del numero, ma la sensazione che ho avuto leggendo “UTOPIA” è che sia anche un po’ cambiata l’impostazione degli articoli. Non saprei bene spiegare in che modo, ma mi sono parsi, per così dire, più “scientifici” o comunque con un approccio che sembra ricercare una maggior accuratezza critico-letteraria. Questo senza nulla togliere a tutti gli articoli delle uscite precedenti, sempre professionali e interessanti, ma è come se ci sia una qualche volontà di accentuare questo taglio. Peraltro, sul numero 20 compare anche il mio articolo “Asimov e le utopie a scadenza”, ma non ho avuto alcuna indicazione da nessuno su un diverso approccio o stile da seguire, dunque queste forse sono solo sensazioni personali.

Infine, va segnalato anche il cambio, seppure ridotto, della veste grafica. In ogni caso si conserva il formato “a libro”.

 

UTOPIA” si apre con l’Editoriale che annuncia il nuovo corso, spiega la scelta del tema, ricorrendo i 500 anni dalla pubblicazione omonima di Thomas More e fa sapere che ora la rivista è divisa in due parti, una monografica a tema e una generalista con articoli di attualità, rubriche e recensioni. La parte monografica rimane, come in passato, quella prevalente e caratterizzante.

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Giuseppe Panella

Segue l’Introduzione dei due curatori “Ritorno all’utopia”.

Giustamente il primo articolo, di Alessandro Scarsella ci parla dell’opera di Tommaso Moro (“Il Moro di Venezia: una traduzione tardiva”) e delle sue prime versioni italiane.

Il curatore Giuseppe Panella, assieme a Susanna Becherini in “Utopia come pedagogia della perfezione umana” ci parlano della motivazione formativa e politica delle utopie, dell’uso di queste narrazioni per indicare un percorso umano e, soprattutto, sociale da intraprendere.

Singolare l’aspetto esaminato da “Brevi appunti sull’utopia sessuale dal XVI al XVIII secolo” di Bruno Vitiello, che affronta il tema della sessualità nelle utopie di quell’epoca.

Il direttore della rivista, Carlo Bordoni ne “Il ritorno del turco meccanico” coniuga passato, presente e futuro in una riflessione sull’utopia tecnologica e sul suo opposto, la paura della macchina, la paura che la macchina possa rubare il lavoro all’uomo.

Riporta la riflessione di Marcuse su cosa potrà fare l’uomo del proprio tempo liberato dal lavoro della macchina, su come il capitalismo potrebbe essere messo in forse dall’aumento del tempo libero e dalla progressiva scomparsa dei lavoratori, essendo il lavoro fonte di controllo sociale. Se l’utopia di un mondo popolato di macchine sempre migliori e più autonome ci affascina, rimane il rischio che la loro produttività non si trasformi in ricchezza collettiva, ma sia fonte di reddito solo per pochi, creando ampissimi strati di diseredati e poveri in stato di miseria. Le attuali riflessioni sul reddito di cittadinanza ancora sembrano fantascientifiche, ma il sempre più veloce progredire dell’automazione, renderanno necessario farvi sopra considerazioni stringenti, giacché non basta migliorare la produttività dell’industria e dei servizi traducendola in esuberi. Sono quegli stessi lavoratori resi inutili e obsoleti, coloro che dovrebbero in primis beneficiare del progresso, mediante la percezione di redditi adeguati.

Alessandro Fambrini in “Kurd Lasswitz e la progettazione dell’utopia” ci parla del Jules Verne tedesco e in particolare del suo utopistico pianeta (“Su due pianeti” – “Auf zwei Planeten” del 1897), coevo della celebre “Guerra dei Mondi” di H.G. Wells, ma di approccio assai più positivista. La riflessione di Lasswitz è un invito alla moderazione, giacché mostra come il modello di mondo in cui tutto è corretto e prevedibile appaia altrettanto fallace di quello in cui nulla è determinato e ciascuno può ottenere tutto quello che vuole. Solo dall’unione dei due modelli nascerà l’equilibrio. Per il tedesco la soluzione non viene da Dio ma dalla tecnica. Chi trova la soluzione, quando gli viene chiesto chi sia risponde infatti “Io sono l’ingegnere”.

L’articolo dei curatori Riccardo Gramantieri e Giuseppe Panella “Distruggere ed edificare, parole in libertà e calcestruzzo” sembra quasi voler Risultati immagini per Utopia Moroanticipare il tema del prossimo numero di IF “Futurismo”, raccontandoci delle attuazioni architettoniche del movimento novecentesco di Marinetti grazie alle nuove tecniche legate al cemento armato, di cui disegnano quasi una sorta di storia.

Segue quindi l’articolo del sottoscritto Carlo MenzingerAsimov e le utopie a scadenza”, con il quale faccio seguito a una mia totale rilettura di tutti i romanzi e racconti sulla storia futura asimoviana, riuniti, soprattutto, nei cicli tra loro collegati “Robot”, “Impero” e “Fondazione”. La mia riflessione concerne come l’ottimismo asimoviano vada mutando da un ciclo all’altro, mostrandoci una moltitudine di modelli utopici a volte paralleli, a volte alternativi tra loro.

Anche Silverio Zanobetti lascia qui un articolo sulla letteratura fantascientifica, analizzando l’opera di un altro grandissimo autore del genere in “La fantaeconomia di Robert Heinlein”. L’approccio particolarmente serio di questo numero emerge anche in questo articolo, con i riferimenti alle teorie economiche e filosofiche di Adam  Smith, Friedrick von Hayek, Robert Nozik e Jacques Lacan.

Il tema della tecnologia, già affrontato da Carlo Bordoni è ripreso e sviluppato da Domenico Gallo nel suo “Utopie tecnologiche e liberazione dal lavoro”, con riferimenti qui anche ai movimenti di liberazione dalla macchina, come i luddisti e affronta le riflessioni di Reynolds sul reddito di cittadinanza.

Giulia Iannuzzi ci introduce all’utopia energetica con il suo “Sognando il moto perpetuo” che affronta il tema della ricerca in fantascienza della fonte energetica ideale.

In “Le forme della città futura” Riccardo Gramantieri torna sul ruolo dell’architettura già affrontato nell’articolo precedente scritto assieme all’altro curatore. Qui si parla anche di arcologia. Quando si parla di arcologia si ragiona in merito a un enorme edificio sufficiente a mantenere un’ecologia interna e una densità abitativa estremamente alta. Il termine, parola macedonia formata dalle parole “architettura” ed “ecologia”, è stato coniato dall’architetto Paolo Soleri negli anni sessanta del Novecento. L’arcologia viene affrontata come utopia architettonica, ma non posso non pensare alle sue implicazioni per le grandi navi generazionali della fantascienza, quelle in grado di trasportare uomini, animali e piante per secoli attraverso lo spazio, di cui ho recentemente parlato commentando “Universo” di Robert Heinlein.

Risultati immagini per Utopia MoroAdele Tiengo, esperta degli scritti di Margaret Atwood, in “Sulle strade dell’Ustopia nel mondo di Maddaddam” parlandoci dell’opera di questa autrice, ci spiega come questa abbia coniato il termine “Ustopia” per indicare un’opera che sia al contempo utopia e distopia. Del resto queste ultime sono sempre troppo estreme per essere realistiche. Nel mondo reale (ma anche in narrativa) non dovrebbero esserci utopie senza elementi distopici e viceversa. Terrò presente il termine “ustopia” per definire il mio nuovo romanzo “Via da Sparta”, che è, soprattutto, ucronia, ma, in effetti, anche ustopia, dato che per descrivere un mondo del tutto nuovo, come ho tentato di fare, non si può che dipingerne al contempo aspetti negativi e positivi.

Valerio Vangelisti in “La nascita di Eymerich” ci racconta come la sua esperienza di ghost-writer per un testo sulla subpersonalità schizoide, lo abbia influenzato nel creare il suo inquisitore, pensando ai sintomi di tale malattia (timore di essere toccato, paura di aggressioni, aggressività latente, orrore degli insetti).

Maggie Gee, invece, intervistata da Domenico Gallo ci parla dei suoi romanzi eco-apocalittici “Il diluvio” e “Il pianeta di ghiaccio”.

Gianfranco De Turris (“Il risveglio della soap opera stellare”) critica duramente il VII episodio di Star Wars.

Walter Catalano cerca di farci scoprire un autore (“Lo strano caso di Thomas Ligotti”) che sembra voler sfuggire alle luci della ribalta e che considera interessante sebbene “così estremo e faticoso, così inattuale e del tutto refrattario a qualsiasi imbonimento nei confronti del pubblico”.

Maria Theresa Chialant ci parla, invece, di una distopia di chiara ispirazione orwelliana “2084 – Il potere dell’immortalità nella città del dolore” in cui Lerro Menotti illustra gli aspetti distopici di un mondo utopico in cui si sia trovata la chiave per l’immortalità e la cancellazione del dolore.

Walter Catalano, poi, ci accompagna del mondo degli sceneggiati di genere fantastico trasmessi dalla RAI, commentando il saggio “Fantasceneggiati – Sci-fi e giallo magico nelle produzioni RAI (1954-1987)” opera di Leopoldo Santovincenzo e Carlo Modesti Pauer.

Riccardo Gramantieri completa il volume con un’analisi delle pubblicazioni di genere fantastico del 2015, lasciando la chiusura a un breve quadretto narrativo di Luigi Annibaldi (“Pagamenti in amore”).

Il prossimo appuntamento di IF sarà con il Futurismo.

 

ROBOT 79: un volume all’insegna della distopia

Risultati immagini per Robot n. 79 rivistaIl n. 79 della rivista Robot, ricco di articoli e racconti interessanti, inizia con un articolo di Silvio Sosio su “La narrativa del futuro”, che ci parla non di come sarà la letteratura nel futuro, ma di come questa abbia sinora saputo anticiparlo.

 

Il primo racconto dell’antologia è di Alastair Reynolds (Barry, 1º aprile 1966) e ci parla delle avventure de “La figlia del fabbricante di slitte” trasportandoci in un mondo futuro ai confini con il fantasy, dove imperversa un Grande inverno che fa pensare a George R.R. Martin e dove la tecnologia si confonde con la magia quasi fosse un romanzo della saga della Torre Nera di Stephen King.

Questo autore, che ama la fantascienza dai temi filosofico-religiosi, è un astrofisico e scrittore britannico, ricercatore astronomo con la European Space Agency, poi autore a tempo pieno di fantascienza hard e space opera.

 

Diego Lama porta il lettore a interrogarsi sulla memoria e la possibilità di manipolarla, le conseguenze psicologiche della sua cancellazione nel suo bel racconto “Estrazione”.

 

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Alastair Reynolds

Segue l’articolo di Giuseppe Lippi su alcuni romanzi fantascientifici con al centro il nostro satellite in “Per una fantascienza lunare”.

 

Il portatore di Dio” di Ilaria Tuti è racconto finalista del Premio Robot e partendo dai corridoi del Vaticano, ci porta tra strane creature il cui volto è un’approssimazione di quello di Dio. Quattro, Tre e Due non sono perfetti, ma Uno lo è. Uno è il Portatore di Dio.

 

L’analisi di Domenico GalloFantascienza tra tecnocrazia, socialismo e utopia” ci parla di quegli anni e quegli autori fantascientifici che avevano ritenuto di avere una missione e un dovere sociale, che avevano voluto asservire la fantascienza a un obiettivo di miglioramento sociale. Sorprende scoprire come tra di loro ci fossero i nomi dei grandi padri del genere Herbert George Wells, Jack London, Aldous Huxley, Robert A. Heinlein, Alfred A. E. Van Vogt, Philip K. Dick, Frederik Pohl, Donald A. Wollheim, John B. Michel e persino Robert Sheckley e Isaac Asimov.

 

Samuel Nava, finalista del Premio Robot, con “Ultima Persona Singolare” ci racconta una strana invasione aliena, con un misterioso ultimatum: risparmieremo la Terra se ci darete un solo uomo, per l’appunto il protagonista, un tipo eccentrico che vive da solo nei boschi tra i monti osservando le aquile e che ovviamente non ha alcuna intenzione di farsi catturare e consegnare agli alieni. S’immagina che possa essere tutto nella sua testa paranoica, ma scopriremo un diverso, suggestivo finale.

 

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Cory Doctorow

Salvatore Proietti intervista Cory Doctorow (Toronto, 17 luglio 1971), un giornalista, scrittore e noto blogger (coeditore del famoso blog Boing Boing) canadese. Ha vinto nel 2000 il Premio John Wood Campbell per il miglior nuovo scrittore e nel 2009 il Premio Prometheus e il Premio John Wood Campbell Memorial per il miglior romanzo con X. È stato più volte candidato ai premi Hugo e Nebula.

È un attivista in favore delle leggi che liberalizzano i copyright e sostenitore delle licenze Creative Commons. La maggior parte dei suoi libri sono scaricabili gratuitamente da Internet. Temi ricorrenti della sua opera sono i diritti digitali, la sicurezza informatica e la tecnologia più in generale.

 

Manuel Pirreda con “Scafandro” ci porta in un mondo distopico e post-apocalittico, in cui la differenza tra la vita e la morte può essere data da uno scafandro, con cui muoversi sulla superficie terrestre, per difendersi da un’aria ormai malsana e pericolosa. Anche in un mondo ridotto così all’estremo l’uomo nello scafandro riesce a trovare occasione per un momento di solidarietà verso un ragazzino in difficoltà. Anche questo è un racconto finalista del Premio Robot.

 

Enzo Verrengia ci parla di “Veggenti e Previsioni”, partendo da Baba Vanga, passando per Wolf Grigorevicz Messing, Edgar Cayce, Erik Jan Hanussen e Nostradamus, per arrivare a John Titor.

 

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Hao Jingfang

Chiude il volume il racconto cinese vincitore del Premio Hugo 2016 “Pechino pieghevole” della giovane Hao Jingfang, una storia affascinante che immagina una Pechino futura costruita su tre livelli, che si alternano durante il giorno come in certe camere o roulotte in cui il letto si solleva e finisce nell’armadio, mentre il tavolo spunta fuori da un parete, solo che qui a scomparire sono interi palazzi con i loro abitanti, che si alternano nella superficie e nella veglia in tre turni, il migliore dei quali è riservato alla parte più ricca e meno numerosa della popolazione. Il protagonista Lao Dao riuscirà a passare dalla parte peggiore della città, il Terzo Spazio a quello migliore, il Primo Spazio. Una visione distopica e angosciante di un mondo futuro sovrappopolato all’inverosimile.

LA DISTOPIA IN MARCIA

Risultati immagini per la lunga marcia kingScrivere un romanzo interessante su cento ragazzi che marciano attraverso gli Stati Uniti d’America non sembra impresa facile. Semplificando a tal punto la trama, il romanzo può apparire terribilmente noioso. Anche se aggiungo che questi ragazzi marceranno fino allo sfinimento e fino a che uno solo di loro resterà in piedi, non credo di invogliare molti lettori a prenderlo in mano. Se, però, vi spiego che questi ragazzi non stanno facendo una gara per chi arriva prima, ma per chi sarà l’unico che sopravvivrà, perché chiunque rallenti sotto i 6 chilometri orari sarà ucciso dai soldati, già capirete che la storia si fa più intrigante. Eppure, ugualmente, descrivere la morte di novantanove ragazzi mentre camminano giorno e notte, senza potersi fermare per dormire o per espletare bisogni fisiologici rischia di portare alla stesura di un romanzo terribilmente noioso. Questo non avviene, però, se l’autore si chiama Stephen King ed è un maestro dell’esplorazione dell’animo umano e dei suoi limiti oltre che, qui, dei limiti del corpo.

Con “La lunga marcia”, questo incomparabile maestro riesce a fare il miracolo di trasformare una storia che rischierebbe di essere tragicamente ripetitiva in qualcosa che non lo è affatto. King ingiustamente viene confuso con un autore horror, ma è in realtà soprattutto un esploratore della coscienza e della psiche umana quando viene portata al suo estremo dalla paura o da altre situazioni e questo romanzo, che nulla ha dell’horror, lo dimostra in pieno.

King ci mostra come questa situazione estrema di lotta per la sopravvivenza generi la nascita di sentimenti di solidarietà e amicizia ma anche di La lunga marciaostilità e ci fa vedere come, man mano che il gruppo si restringe e la lotta si fa dura, la solidarietà lascia il posto all’egoismo, un po’ come si vede in altre opere sulla sopravvivenza come “The walking dead”.

Con “La lunga marcia”, inoltre, King ci offre anche un’affascinante distopia, un mondo degradato al punto di trasformare la morte in uno spettacolo e lo sport in morte, anticipando, con questo romanzo del 1979, opere come “Hunger games” (2008) di Collins e “Maze Runner” (2009) di Dashner e, soprattutto, il nostro tempo con i suoi reality e sport estremi, qui fusi assieme, rendendo letale il meno pericoloso degli sport, la marcia.

King con questa distopia ci parla quasi solo dei cento ragazzi in gara (e di un gruppetto in particolare), ma dietro percepiamo un mondo degradato e militarizzato in cui la vita umana ormai vale assai poco e in cui il desiderio di sangue e violenza della popolazione reclama spettacoli circensi sempre più efferati, strumenti di un regime spietato.

Risultati immagini per la lunga marcia kingSe questo romanzo può essere classificato in un genere, infatti, lo è nella distopia e, quindi, nel più ampio genere della fantascienza, ma può certo essere affiancato anche ai libri sulla corsa, la marcia e, magari, l’alpinismo, come “L’arte di correre” di Haruki Murakami o “La solitudine del maratoneta” di Alan Sillitoe o, come si diceva, può essere considerato una storia di sopravvivenza (genere che spesso ricade nell’ambito della fantascienza, quando l’ambiente, come qui, appare degradato da un evoluzione sociale che ha portato gli esseri umani a ridursi in piccoli manipoli in lotta gli uni con gli altri), come “Memorie di una sopravvissuta” della Lessing, “Gli esiliati di Ragnarok” di Tom Godwin, “La guida steampunk all’apocalisse” di Margaret Killjoy.

Vorrei, infine, aggiungere una nota personale, che mi ha fatto sentire particolarmente vicino a questo libro e ai suoi protagonisti: l’ho letto (come gran parte dei libri da me letti negli ultimi anni) camminando (grazie a quel prodigio della tecnologia che è la funzione TTS dell’e-reader) e questo è stato un po’ come “leggere in 4D”, dato che, nel mio piccolo, provavo comunque le fatiche del camminare. Certo, non penso proprio di poter camminare, senza neanche una pausa per cinque o più giorni e altrettante notti mantenendomi costantemente sopra i sei chilometri orari, in salita come in piano, anche se di norma cammino sopra i sette. Un’impresa davvero fantascientifica!

 

P.S. Stephen King l’ha pubblicato con lo pseudonimo di Richard Bachman

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Stephen King, alias Richard Bachman

IL “SOTTO CICLO” DELLA PSICOSTORIA

I romanzi “Preludio alla Fondazione” (Prelude to Foundation, 1988) e “Fondazione anno zero” (Forward the Foundation, 1993) raccontano la vita di Hari Seldon, l’ideatore della Psicostoria e l’ispiratore delle Fondazioni. S’inseriscono nella successione cronologica dei romanzi che narrano la storia della Galassia immaginata dallo scrittore americano di origine russa Isaac Asimov, tra il Ciclo dell’Impero e il Ciclo della Fondazione e vengono considerati parte del secondo. Scritti 35 e 39 anni dopo l’ultimo romanzo di tale Ciclo (1953) nella sua conformazione originaria e dopo  un numero simile di anni dal Ciclo dell’Impero (1950-52) fanno parte del progetto asimoviano di collegare tra loro questi Cicli e quello dei Robot, descrivendo una storia globale della Galassia.

I due romanzi si presentano però con una loro dignità letteraria e con una certa autonomia narrativa, dando spazio a un nuovo personaggio, Hari Seldon, descritto solo indirettamente nei romanzi cronologicamente successivi, e mostrando i suoi sforzi per realizzare le basi di quella dottrina nota come Psicostoria con la quale tenta di prevedere matematicamente il flusso della Storia e, per quanto possibile, orientarlo e la sua trovata per preservare la civiltà mediante la creazione delle Fondazioni.

Asimov riesce comunque in pieno a realizzare il proposito di collegamento dei tre Cicli, facendo persino comparire due robot umanoidi (tipici del Ciclo dei Robot), nonostante che nell’epoca dell’Impero la loro presenza sia stata quasi del tutto cancellata e uno dei due è niente meno che A. Daniel Olivaw, il partner robotico dell’investigatore Elijah Baley protagonista del Ciclo dei Robot, che compare, fingendosi umano, con il nome di Eto Demerzel e il ruolo di saggio Primo Ministro, funzione nella quale, grazie alle sue doti telepatiche e al suo desiderio di aiutare l’umanità (come richiesto dalla Legge Zero della Robotica per la quale il bene dell’umanità prevale su ogni altro dovere), assisterà due Imperatori e aiuterà lo stesso Hari Seldon, mettendolo in condizione di proseguire i suoi studi di Psicostoria e lasciandogli, infine, il posto di Primo Ministro di un Impero di cui il grande matematico intuisce la decadenza, che vorrebbe arrestare con la sua Psicostoria e le Fondazioni.

Oltre agli ampi riferimenti ai tre Cicli, in “Fondazione Anno Zero” c’è persino un accenno al romanzo “Nemesis”, che narra fatti antecedenti,
sebbene in altra occasione Asimov, credo abbia dichiarato che questo romanzo non faccia parte della storia della Galassia. “Nemesis” descrive la colonizzazione del primo pianeta fuori dal Sistema Solare e presenta un personaggio con doti assai simili a quelle di A. Daniel Olivaw, della nipote del matematico Wanda, per non parlare del Mulo, il mutante di “L’altra faccia della spirale”. In “Nemesis” (1989) la quindicenne Marlene ha, infatti, doti telepatiche simili alle loro.

Se in “Preludio alla Fondazione” incontriamo un Hari Seldon giovane, riscopriamo il robot A. Daniel Olivaw nei suoi doppi panni di Eto Demerzel e Chetter Hummin, e la futura moglie robotica del matematico Dors Venabili, il figlio adottivo della coppia Raych e il futuro collaboratore alla Psicostoria Yugo Amaril, in “Fondazione Anno Zero” tutti questi personaggi trovano lo spazio per essere sviluppati e descritti con maggiore profondità psicologica e temporale.

Isaac Asimov

Nonostante l’ampio numero di anni in cui si dispiega il romanzo, Asimov non rinuncia né al suo amore per le indagini di ispirazione poliziesca, né alle avventure rocambolesche, tra assassini e attentatori vari, creando un romanzo non solo utile al suo progetto narrativo, ma comunque vivace e appassionante, pur con una certa ripetitività, probabilmente segno della poca fiducia dell’autore nella memoria o costanza dei suoi lettori, cui troppo spesso ricorda fatti già narrati in altri libri se non nello stesso che si sta leggendo.

Nei Cicli dei Robot e dell’Impero le grandi utopie asimoviane sono sviluppo della robotica, i viaggi spaziali, mondi dal clima e dalla criminalità controllata. In “Fondazione Anno Zero”, in un Impero in decadenza, in cui non solo il governo centrale non riesce più a controllare le province esterne, ma addirittura nello stesso pianeta Trantor, sede dell’Imperatore, questo è assassinato, in cui la cupola che regola il clima si va deteriorando, la criminalità cresce, il sogno di Hari Seldon di risolvere con la matematica questa crisi e di preservare la civiltà mediante le Fondazioni costituisce la preconizzazione di un universo utopico, confermando l’ottimismo asimoviano che anche in presenza di situazioni distopiche conserva una visione progressiva dell’umanità.

I ROMANZI DELLA TORRE NERA

A conclusione dei precedenti post sulla Torre Nera, vorrei ricordare qualcosa sulla struttura della saga.

I volumi principali sono:

  1. La torre nera I: L’ultimo cavaliere(1982, pubblicato originariamente come romanzo breve; edizione rivista nel 2003(The Dark Tower I: The Gunslinger)
  2. La torre nera II: La chiamata dei Tre(1987) (The Dark Tower II: The Drawing of the Three)
  3. La torre nera III: Terre desolate(1991) (The Dark Tower III: The Waste Lands)
  4. La torre nera IV: La sfera del buio(1997) (The Dark Tower IV: Wizard and Glass)
  5. La torre nera V: I lupi del Calla(il titolo annunciato era L’Ombra Strisciante[1][2]) (2003) (The Dark Tower V: Wolves of the Calla)
  6. La torre nera VI: La canzone di Susannah(2004) (The Dark Tower VI: Song of Susannah)
  7. La torre nera VII: La torre nera(2004) (The Dark Tower VII: The Dark Tower)
  8. La torre nera: La leggenda del vento(2012) (The Dark Tower: The Wind Through the Keyhole)

Come si diceva il volume conclusivo è il settimo romanzo e l’ottavo ritorna indietro nella trama.

Molti altri romanzi di King sono collegati al ciclo, ma direi che “Le notti di Salem” possa essere considerato come un prequel della serie, anche se si potrebbe leggere a metà, prima de “I lupi della Calla”, dato che sono soprattutto gli ultimi romanzi a farvi riferimento.

In un racconti della raccolta “Tutto è fatidico” compare Roland.

Altri romanzi connessi pare siano (ma devo leggerne ancora molti e verificare):

“Insomnia” (citato nel settimo volume e in cui è protagonista Patrick Danville, personaggio fondamentale del settimo romanzo)

It” (se non altro per la tartaruga e una certa visione del mondo e per una possibile identità tra Dandelo e It)

“L’ombra dello scorpione (che spero di leggere presto)

“Desperation”

Stephen King

“Cuori in Atlantide”

“Il talismano”

“La casa del buio”

“Mucchio d’ossa”

E, dicono, molti altri.

Come Asimov (che ha unito tra loro i suoi principali cicli), anche King, a un certo punto della sua carriera, infatti, pare abbia sentito l’esigenza di creare un filo conduttore che tenesse legate tra loro tutte le sue numerose opere e ha trovato questo filo nella saga della Torre Nera. Insomma, una lettura quasi infinita, come i molti “Quando” in cui si svolge.

LA C.A.T.T.I.V.O. È W.I.C.K.E.D

La C.A.T.T.I.V.O. (Catastrofe Attiva Totalmente, Test Indicizzanti Violenza Ospiti) che nei precedenti due romanzi della serie “Maze Runner” compariva quasi di sfuggita, nel terzo volume della trilogia principale “La rivelazione” dello statunitense James Dashner ha un ruolo centrale e diventa il nemico diretto dei protagonisti, Thomas e amici. Già leggendo i primi due volumi (“Il labirinto” e “La via di fuga”) il nome di questa associazione mi aveva lasciato molto perplesso, facendomi sospettare fosse un invenzione del traduttore. Non mi tornava che un acronimo semplice come avrebbe potuto essere B.A.D. fosse stato reso con CATTIVO, che è l’acronimo di una denominazione alquanto improbabile. Ho allora cercato il nome originale che, a quanto pare, è WICKED (World In Catastrophe: Killzone Experiment Department), ovvero “MALVAGIO”, reso nel film come WCKD (“World Catastrophe Killzone Department”). In effetti, la soluzione cinematografica è una sigla più probabile della sgradevole “C.A.T.T.I.V.O.” e persino del nome scelto dall’autore. Mi metto nei panni del traduttore che deve aver penato non poco per trovare una soluzione accettabile, ma il risultato purtroppo è disturbante.

La rivelazione” (“The Death Cure” – pubblicato nel 2011 e uscito in Italia nel 2014) è il volume conclusivo della trilogia, ma non l’ultimo scritto da Dashner, che dopo averlo pubblicato si è lanciato in una nuova trilogia che rappresenta il prequel di questa (per ora costituita solo dal volume “La mutazione”, pubblicato nel 2012, cui dovrebbe seguire nel 2016 “The fever code”).

James Smith Dashner (Austell, 26 novembre 1972)

Questa trilogia ha il suo punto debole nell’incostanza di ambientazione che trascende quasi nell’incostanza di genere letterario.

Il labirinto”, infatti, si svolgeva in una radura circondata da un intrico di corridoi mobili dagli altissimi muri e i ragazzi (tutti maschi tranne una, Teresa) erano impegnati a sfuggire a mostri meccanici fantascientifici e a trovare una via d’uscita. “La via di fuga”, invece si svolge all’aperto in un territorio, la Zona Bruciata così vasto da provocare nel lettore una sorta di agorafobia, dopo essersi abituati agli spazi claustrofobici del Labirinto. Inoltre questa Zona Bruciata è popolata da persone fuori di testa, gli Spaccati, che ricordano più zombie che altro. Si passa, insomma, dalla fantascienza e dal gioco di intelligenza al romanzo gotico.

Con il terzo volume, l’unità d’ambientazione si perde del tutto, svolgendosi in vari luoghi, tra cui una città prima normale e poi infestata dagli Spaccati/ zombie e poi di nuovo, per poco, nel Labirinto, dove ritroveremo persino i mostri fantascientifici detti “Dolenti”, che non sono i soli resuscitati del volume, ritornando nel volume sorprendentemente in vita anche un altro personaggio che da “cattivo” è diventato “buono”, così come qualcun altro che all’inizio sembrava “buono” si trasforma in cattivo, per poi, magari ritornare “buono”. Simili “sorprese” sembrano un po’ troppo dei trucchetti per sorprendere il lettore, ma nel disorientarlo (un po’), rendono la trama debole.

In una serie sarebbe bene (ottimo esempio è il ciclo di Harry Potter) che, tra tanti cattivi minori, il Cattivo principale rimanga presente e imbattuto fino alla fine.

Dov’è qui il Cattivo? Nel primo volume è vago e misterioso e ci si preoccupa più che altro dei Dolenti e dei ragazzi impazziti. Nel secondo compare più concretamente la C.A.T.T.I.V.O., anche se si insinua già il sospetto che la “C.A.T.T.I.V.O. è buona” , mentre i nemici “concreti” sono gli Spaccati. Nel terzo i cattivi sono i dipendenti della C.A.T.T.I.V.O., Uomo Ratto in primis. Sembrerebbe un ovvio sviluppo, ma più la trama si chiarisce, più perde appeal.

Se il primo volume incuriosisce, il secondo, troppo diverso, spiazza un po’ e il terzo, con il suo far marcia indietro (persino con un poco probabile ritorno nel Labirinto) e la sua scarsa unitarietà, anche essendo un po’ troppo virato verso l’avventura dura e pura, senza troppo mistero, si lascia leggere abbastanza piacevolmente, ma comincia con annoiare.

The Maze Runner – il film

Per fortuna la seconda trilogia è un prequel di questa, per cui non sarò spinto a leggerla per sapere come va avanti la storia anche se mi chiedo cosa ci possa essere da aggiungere a quanto già narrato. Francamente non mi pare molto interessante scoprire, per esempio, più in dettaglio come sia avvenuta l’eruzione solare o come si sia diffuso il virus detto Eruzione o come Thomas sia finito nel Labirinto. Spero non siano questi i temi trattati! Letta la trilogia, avrei consigliato a Dashner di passare ad altro, per evitare di far disamorare i lettori conquistati sinora.

James Dashner

Il primo volume suggeriva persino riflessioni filosofiche sulla ferinità dell’uomo, sulla tendenza alla civiltà della nostra razza e sulla visione della vita come un videogioco crudele, sulla crescita degli adolescenti ma tutto questo si perde e si dimentica nel dilatarsi dei volumi e della trama.

I morti continuano ad accumularsi, soffocando la lettura, eppure i protagonisti sembrano incapaci di adattarsi a questo mondo mutato in cui la vita è divenuta effimera. Assai migliori paiono i protagonisti, per esempio della serie di telefilm “The walking dead”, che passano ormai indifferenti tra centinaia di zombie, trapassando loro la testa come se infilzassero patate. Pur nell’assurdità della situazione, il loro atteggiamento distaccato appare assai più realistico di Thomas che continua a piangere su amici morti strada facendo e ancora esita a colpire con determinazione i propri nemici.

E il finale? Beh, non voglio dirne nulla per non rovinare la lettura a chi deve farla, ma non si può dire mi abbia sorpreso molto.

SE IL CORAGGIO FOSSE LA SOLA VIRTÙ

Nel filone dei romanzi fantastici che vedono come protagonisti dei ragazzi, accanto al ciclo di “Harry Potter” della Rowling, a quello di “Hunger games” della Collins, alla serie di “Twilight” della Meyer  e a quello de “Il labirinto” di Dashner, si colloca il romanzo distopico per young adultsDivergent” (2011) di Veronica Roth (giovanissima autrice statunitense che non parrebbe imparentata con il più celebre Philip Roth, autore di un romanzo davvero divergente come “Il complotto contro l’America”), anch’esso parte di una serie, che per ora sembrerebbe una trilogia.

La storia è ambientata in un futuro in cui la gente ha deciso che il miglior sistema per evitare le guerre sia dividersi in fazioni, sulla base delle proprie inclinazioni.

La società (vediamo però solo una piccola fetta di mondo) è dunque divisa tra (cito wikipedia):

  • I Candidi, che ritengono che la colpa della guerra sia l’ipocrisia, sono sinceri e dicono sempre la verità. Si occupano della legge.
  • I Pacifici, reputando la malvagità la maggiore causa della guerra, sono gentili e rigettano l’aggressività. Sono assistenti sociali, consulenti e coltivatori di terre.
  • Gli Eruditi, secondo cui la guerra è conseguente all’ignoranza, seguono la via della conoscenza e dedicano la vita alla cultura. Lavorano come insegnanti, scienziati o ricercatori.
  • Gli Abneganti sono convinti che l’egoismo sia il motivo principale della guerra, perciò sono altruisti e per questo ricoprono posizioni di potere governativo.
  • Gli Intrepidi, che credono che la guerra sia causata dalla codardia, sono coraggiosi e forti e proteggono la popolazione.

Spesso le premesse in fantascienza sono poco plausibili ma vanno accettate per tali, purché la trama ne sostenga tutte le conseguenze. Pur considerando dunque del tutto assurdo immaginare di impedire la guerra dividendo così la gente (cosa che pare il preludio proprio di ben più aspri conflitti), caliamoci in questo mondo.

La stessa autrice ci mostrerà come il sistema non funzioni affatto, nascendo subito odio viscerale tra una fazione e l’altra e di questo le rendiamo merito.

Il romanzo si presenta come una dilatazione della scelta delle case a Hogwarth in “Harry Potter e la pietra filosofale”. Anche la Rowling, infatti, ha immaginato che i ragazzi, nel momento in cui arrivano nella scuola di magia debbano scegliere se appartenere a Grifondoro, Serpeverde, Tassorosso o Corvonero e a ogni casa sono attribuite particolari virtù.

La Rowling si mostra però assai più moderata e non ci angoscia per un romanzo intero su questa scelta.

Indubbiamente la scelta dell’appartenenza è il massimo dilemma di ogni adolescente e i romanzi che si rivolgono a questo target fanno bene a porre la questione.

La Roth dopo il primo test per la scelta della fazione, ci fa seguire la protagonista in una serie di ulteriori prove di conferma della sua scelta. La ragazza, Beatrice Prior, è un’Abnegante e decide di diventare un’Intrepida, prendendo il nome di Tris, dunque le prove saranno tutte prove di coraggio, rendendo la storia ricca di azione, ma un po’ vacua, almeno fino alle ultime pagine (un quinto del romanzo?) in cui dal mondo virtuale dei test si passa allo scontro frontale tra Eruditi e Abneganti, con la partecipazione degli Intrepidi. Avrei ribaltato le proporzioni tra le parti, considerando la preparazione dei ragazzi propedeutica allo scontro, che avrebbe dovuto rappresentare la vera storia, ma l’equilibrio delle parti andrebbe valutato nell’ambito della trilogia.

L’autrice, anch’essa poco più che adolescente, capisce e fa capire ai suoi lettori che una sola virtù non basta, non per nulla la sua protagonista scopre di non appartenere davvero a nessuna fazione ma di essere una Divergente, ovvero di essere dotata di diverse virtù, cosa che la rende più difficilmente manipolabile dai malvagi Eruditi. Ma perché proprio gli Eruditi debbono fare la parte dei malvagi? Non dovrebbe essere una società di saggi proprio la più giusta?

Veronica Roth (New York, 19 agosto 1988)

Una nota sul termine “Divergente”, che è stato il motivo percui ho scelto di leggere questo libro: il mio primo romanzo edito fu “Il Colombo divergente” e in vari altri miei romanzi faccio riferimento agli universi divergenti e ai tempi ucronici alternativi e mi chiedevo se la Roth avesse scritto qualcosa di simile, ma siamo ben lungi dall’immaginare concetti di tempo diverso da quello lineare.

Il romanzo si legge piacevolmente, anche se avrei ridotto a un terzo la fase dei test e tutto sommato, se non fosse per questo squilibrio, avrei chiuso con il primo volume, anche se finisce con varie questioni sospese, ma può comunque rappresentare un punto d’arrivo. Mentre leggendo “Hunger games”, “Harry Potter” e i primi due romanzi de “Il Labirinto” la voglia di leggere il seguito alla fine di ogni volume è forte, in questo caso, l’esperienza mi pare compiuta e non sento alcun desiderio di leggere il seguito. Anzi mi sono trovato a sperare non esistesse, ma mi è bastato dare una veloce occhiata in rete per vedere che invece ci attendono: Insurgent (del 2012) e Allegiant (del 2013) oltre a vari racconti con gli stessi personaggi! Del primo romanzo è già uscito il film e il 20 marzo 2015 uscirà quello basato su “Insurgent”.

Certo, per un amante della distopia definire tale questa storia (che indubbiamente ha elementi distopici) è come credere che “Twilight” sia un romanzo gotico o i romance dei romanzi storici. Se annacquiamo il vino, cosa ne rimane? Ultimamente si sta prendendo generi che rappresentavano i dolori e le angosce dell’umanità e li si sta trasformando in romanzi rosa o in storie per ragazzini. Non dico che sia un male, ognuno deve poter avere libri adatti ai propri gusti, ma si crea confusione nel mettere le etichette.

In ogni caso, considerata la giovane età della Roth, mi aspetto che in futuro potrà produrre opere interessanti, se già ora è riuscita a scrivere un romanzo egregio come questo, anche se un po’ ingenuo. L’ambientazione e la struttura sono, infatti, assai meno sviluppati che nelle altre serie che ho appena citato e la trama è sbilanciata e abbastanza banale. Manca poi un’adeguata dose di mistero e di suspance. I personaggi, essendo mono-virtù, tendono a essere un po’ piatti, ma forse è bene così. Di sicuro i sedicenni lo possono apprezzare pienamemte, non per nulla è già un bestseller da un milione di copie almeno. Consiglierei loro però, magari, altre storie che parlano di loro ma con una diversa maturità, come, tanto per fare degli esempi, “Gli effetti secondari dei sogni” di Delphine de Vigan, “Antichrista” di Natalie Northomb, “Le vergini suicide” di Jeffrey Eugenides o “Kafka sulla sulla spiaggia” di Haruki Murakami.

 

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