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ROBOT 79: un volume all’insegna della distopia

Risultati immagini per Robot n. 79 rivistaIl n. 79 della rivista Robot, ricco di articoli e racconti interessanti, inizia con un articolo di Silvio Sosio su “La narrativa del futuro”, che ci parla non di come sarà la letteratura nel futuro, ma di come questa abbia sinora saputo anticiparlo.

 

Il primo racconto dell’antologia è di Alastair Reynolds (Barry, 1º aprile 1966) e ci parla delle avventure de “La figlia del fabbricante di slitte” trasportandoci in un mondo futuro ai confini con il fantasy, dove imperversa un Grande inverno che fa pensare a George R.R. Martin e dove la tecnologia si confonde con la magia quasi fosse un romanzo della saga della Torre Nera di Stephen King.

Questo autore, che ama la fantascienza dai temi filosofico-religiosi, è un astrofisico e scrittore britannico, ricercatore astronomo con la European Space Agency, poi autore a tempo pieno di fantascienza hard e space opera.

 

Diego Lama porta il lettore a interrogarsi sulla memoria e la possibilità di manipolarla, le conseguenze psicologiche della sua cancellazione nel suo bel racconto “Estrazione”.

 

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Alastair Reynolds

Segue l’articolo di Giuseppe Lippi su alcuni romanzi fantascientifici con al centro il nostro satellite in “Per una fantascienza lunare”.

 

Il portatore di Dio” di Ilaria Tuti è racconto finalista del Premio Robot e partendo dai corridoi del Vaticano, ci porta tra strane creature il cui volto è un’approssimazione di quello di Dio. Quattro, Tre e Due non sono perfetti, ma Uno lo è. Uno è il Portatore di Dio.

 

L’analisi di Domenico GalloFantascienza tra tecnocrazia, socialismo e utopia” ci parla di quegli anni e quegli autori fantascientifici che avevano ritenuto di avere una missione e un dovere sociale, che avevano voluto asservire la fantascienza a un obiettivo di miglioramento sociale. Sorprende scoprire come tra di loro ci fossero i nomi dei grandi padri del genere Herbert George Wells, Jack London, Aldous Huxley, Robert A. Heinlein, Alfred A. E. Van Vogt, Philip K. Dick, Frederik Pohl, Donald A. Wollheim, John B. Michel e persino Robert Sheckley e Isaac Asimov.

 

Samuel Nava, finalista del Premio Robot, con “Ultima Persona Singolare” ci racconta una strana invasione aliena, con un misterioso ultimatum: risparmieremo la Terra se ci darete un solo uomo, per l’appunto il protagonista, un tipo eccentrico che vive da solo nei boschi tra i monti osservando le aquile e che ovviamente non ha alcuna intenzione di farsi catturare e consegnare agli alieni. S’immagina che possa essere tutto nella sua testa paranoica, ma scopriremo un diverso, suggestivo finale.

 

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Cory Doctorow

Salvatore Proietti intervista Cory Doctorow (Toronto, 17 luglio 1971), un giornalista, scrittore e noto blogger (coeditore del famoso blog Boing Boing) canadese. Ha vinto nel 2000 il Premio John Wood Campbell per il miglior nuovo scrittore e nel 2009 il Premio Prometheus e il Premio John Wood Campbell Memorial per il miglior romanzo con X. È stato più volte candidato ai premi Hugo e Nebula.

È un attivista in favore delle leggi che liberalizzano i copyright e sostenitore delle licenze Creative Commons. La maggior parte dei suoi libri sono scaricabili gratuitamente da Internet. Temi ricorrenti della sua opera sono i diritti digitali, la sicurezza informatica e la tecnologia più in generale.

 

Manuel Pirreda con “Scafandro” ci porta in un mondo distopico e post-apocalittico, in cui la differenza tra la vita e la morte può essere data da uno scafandro, con cui muoversi sulla superficie terrestre, per difendersi da un’aria ormai malsana e pericolosa. Anche in un mondo ridotto così all’estremo l’uomo nello scafandro riesce a trovare occasione per un momento di solidarietà verso un ragazzino in difficoltà. Anche questo è un racconto finalista del Premio Robot.

 

Enzo Verrengia ci parla di “Veggenti e Previsioni”, partendo da Baba Vanga, passando per Wolf Grigorevicz Messing, Edgar Cayce, Erik Jan Hanussen e Nostradamus, per arrivare a John Titor.

 

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Hao Jingfang

Chiude il volume il racconto cinese vincitore del Premio Hugo 2016 “Pechino pieghevole” della giovane Hao Jingfang, una storia affascinante che immagina una Pechino futura costruita su tre livelli, che si alternano durante il giorno come in certe camere o roulotte in cui il letto si solleva e finisce nell’armadio, mentre il tavolo spunta fuori da un parete, solo che qui a scomparire sono interi palazzi con i loro abitanti, che si alternano nella superficie e nella veglia in tre turni, il migliore dei quali è riservato alla parte più ricca e meno numerosa della popolazione. Il protagonista Lao Dao riuscirà a passare dalla parte peggiore della città, il Terzo Spazio a quello migliore, il Primo Spazio. Una visione distopica e angosciante di un mondo futuro sovrappopolato all’inverosimile.

LA DISTOPIA IN MARCIA

Risultati immagini per la lunga marcia kingScrivere un romanzo interessante su cento ragazzi che marciano attraverso gli Stati Uniti d’America non sembra impresa facile. Semplificando a tal punto la trama, il romanzo può apparire terribilmente noioso. Anche se aggiungo che questi ragazzi marceranno fino allo sfinimento e fino a che uno solo di loro resterà in piedi, non credo di invogliare molti lettori a prenderlo in mano. Se, però, vi spiego che questi ragazzi non stanno facendo una gara per chi arriva prima, ma per chi sarà l’unico che sopravvivrà, perché chiunque rallenti sotto i 6 chilometri orari sarà ucciso dai soldati, già capirete che la storia si fa più intrigante. Eppure, ugualmente, descrivere la morte di novantanove ragazzi mentre camminano giorno e notte, senza potersi fermare per dormire o per espletare bisogni fisiologici rischia di portare alla stesura di un romanzo terribilmente noioso. Questo non avviene, però, se l’autore si chiama Stephen King ed è un maestro dell’esplorazione dell’animo umano e dei suoi limiti oltre che, qui, dei limiti del corpo.

Con “La lunga marcia”, questo incomparabile maestro riesce a fare il miracolo di trasformare una storia che rischierebbe di essere tragicamente ripetitiva in qualcosa che non lo è affatto. King ingiustamente viene confuso con un autore horror, ma è in realtà soprattutto un esploratore della coscienza e della psiche umana quando viene portata al suo estremo dalla paura o da altre situazioni e questo romanzo, che nulla ha dell’horror, lo dimostra in pieno.

King ci mostra come questa situazione estrema di lotta per la sopravvivenza generi la nascita di sentimenti di solidarietà e amicizia ma anche di La lunga marciaostilità e ci fa vedere come, man mano che il gruppo si restringe e la lotta si fa dura, la solidarietà lascia il posto all’egoismo, un po’ come si vede in altre opere sulla sopravvivenza come “The walking dead”.

Con “La lunga marcia”, inoltre, King ci offre anche un’affascinante distopia, un mondo degradato al punto di trasformare la morte in uno spettacolo e lo sport in morte, anticipando, con questo romanzo del 1979, opere come “Hunger games” (2008) di Collins e “Maze Runner” (2009) di Dashner e, soprattutto, il nostro tempo con i suoi reality e sport estremi, qui fusi assieme, rendendo letale il meno pericoloso degli sport, la marcia.

King con questa distopia ci parla quasi solo dei cento ragazzi in gara (e di un gruppetto in particolare), ma dietro percepiamo un mondo degradato e militarizzato in cui la vita umana ormai vale assai poco e in cui il desiderio di sangue e violenza della popolazione reclama spettacoli circensi sempre più efferati, strumenti di un regime spietato.

Risultati immagini per la lunga marcia kingSe questo romanzo può essere classificato in un genere, infatti, lo è nella distopia e, quindi, nel più ampio genere della fantascienza, ma può certo essere affiancato anche ai libri sulla corsa, la marcia e, magari, l’alpinismo, come “L’arte di correre” di Haruki Murakami o “La solitudine del maratoneta” di Alan Sillitoe o, come si diceva, può essere considerato una storia di sopravvivenza (genere che spesso ricade nell’ambito della fantascienza, quando l’ambiente, come qui, appare degradato da un evoluzione sociale che ha portato gli esseri umani a ridursi in piccoli manipoli in lotta gli uni con gli altri), come “Memorie di una sopravvissuta” della Lessing, “Gli esiliati di Ragnarok” di Tom Godwin, “La guida steampunk all’apocalisse” di Margaret Killjoy.

Vorrei, infine, aggiungere una nota personale, che mi ha fatto sentire particolarmente vicino a questo libro e ai suoi protagonisti: l’ho letto (come gran parte dei libri da me letti negli ultimi anni) camminando (grazie a quel prodigio della tecnologia che è la funzione TTS dell’e-reader) e questo è stato un po’ come “leggere in 4D”, dato che, nel mio piccolo, provavo comunque le fatiche del camminare. Certo, non penso proprio di poter camminare, senza neanche una pausa per cinque o più giorni e altrettante notti mantenendomi costantemente sopra i sei chilometri orari, in salita come in piano, anche se di norma cammino sopra i sette. Un’impresa davvero fantascientifica!

 

P.S. Stephen King l’ha pubblicato con lo pseudonimo di Richard Bachman

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Stephen King, alias Richard Bachman

IL “SOTTO CICLO” DELLA PSICOSTORIA

I romanzi “Preludio alla Fondazione” (Prelude to Foundation, 1988) e “Fondazione anno zero” (Forward the Foundation, 1993) raccontano la vita di Hari Seldon, l’ideatore della Psicostoria e l’ispiratore delle Fondazioni. S’inseriscono nella successione cronologica dei romanzi che narrano la storia della Galassia immaginata dallo scrittore americano di origine russa Isaac Asimov, tra il Ciclo dell’Impero e il Ciclo della Fondazione e vengono considerati parte del secondo. Scritti 35 e 39 anni dopo l’ultimo romanzo di tale Ciclo (1953) nella sua conformazione originaria e dopo  un numero simile di anni dal Ciclo dell’Impero (1950-52) fanno parte del progetto asimoviano di collegare tra loro questi Cicli e quello dei Robot, descrivendo una storia globale della Galassia.

I due romanzi si presentano però con una loro dignità letteraria e con una certa autonomia narrativa, dando spazio a un nuovo personaggio, Hari Seldon, descritto solo indirettamente nei romanzi cronologicamente successivi, e mostrando i suoi sforzi per realizzare le basi di quella dottrina nota come Psicostoria con la quale tenta di prevedere matematicamente il flusso della Storia e, per quanto possibile, orientarlo e la sua trovata per preservare la civiltà mediante la creazione delle Fondazioni.

Asimov riesce comunque in pieno a realizzare il proposito di collegamento dei tre Cicli, facendo persino comparire due robot umanoidi (tipici del Ciclo dei Robot), nonostante che nell’epoca dell’Impero la loro presenza sia stata quasi del tutto cancellata e uno dei due è niente meno che A. Daniel Olivaw, il partner robotico dell’investigatore Elijah Baley protagonista del Ciclo dei Robot, che compare, fingendosi umano, con il nome di Eto Demerzel e il ruolo di saggio Primo Ministro, funzione nella quale, grazie alle sue doti telepatiche e al suo desiderio di aiutare l’umanità (come richiesto dalla Legge Zero della Robotica per la quale il bene dell’umanità prevale su ogni altro dovere), assisterà due Imperatori e aiuterà lo stesso Hari Seldon, mettendolo in condizione di proseguire i suoi studi di Psicostoria e lasciandogli, infine, il posto di Primo Ministro di un Impero di cui il grande matematico intuisce la decadenza, che vorrebbe arrestare con la sua Psicostoria e le Fondazioni.

Oltre agli ampi riferimenti ai tre Cicli, in “Fondazione Anno Zero” c’è persino un accenno al romanzo “Nemesis”, che narra fatti antecedenti,
sebbene in altra occasione Asimov, credo abbia dichiarato che questo romanzo non faccia parte della storia della Galassia. “Nemesis” descrive la colonizzazione del primo pianeta fuori dal Sistema Solare e presenta un personaggio con doti assai simili a quelle di A. Daniel Olivaw, della nipote del matematico Wanda, per non parlare del Mulo, il mutante di “L’altra faccia della spirale”. In “Nemesis” (1989) la quindicenne Marlene ha, infatti, doti telepatiche simili alle loro.

Se in “Preludio alla Fondazione” incontriamo un Hari Seldon giovane, riscopriamo il robot A. Daniel Olivaw nei suoi doppi panni di Eto Demerzel e Chetter Hummin, e la futura moglie robotica del matematico Dors Venabili, il figlio adottivo della coppia Raych e il futuro collaboratore alla Psicostoria Yugo Amaril, in “Fondazione Anno Zero” tutti questi personaggi trovano lo spazio per essere sviluppati e descritti con maggiore profondità psicologica e temporale.

Isaac Asimov

Nonostante l’ampio numero di anni in cui si dispiega il romanzo, Asimov non rinuncia né al suo amore per le indagini di ispirazione poliziesca, né alle avventure rocambolesche, tra assassini e attentatori vari, creando un romanzo non solo utile al suo progetto narrativo, ma comunque vivace e appassionante, pur con una certa ripetitività, probabilmente segno della poca fiducia dell’autore nella memoria o costanza dei suoi lettori, cui troppo spesso ricorda fatti già narrati in altri libri se non nello stesso che si sta leggendo.

Nei Cicli dei Robot e dell’Impero le grandi utopie asimoviane sono sviluppo della robotica, i viaggi spaziali, mondi dal clima e dalla criminalità controllata. In “Fondazione Anno Zero”, in un Impero in decadenza, in cui non solo il governo centrale non riesce più a controllare le province esterne, ma addirittura nello stesso pianeta Trantor, sede dell’Imperatore, questo è assassinato, in cui la cupola che regola il clima si va deteriorando, la criminalità cresce, il sogno di Hari Seldon di risolvere con la matematica questa crisi e di preservare la civiltà mediante le Fondazioni costituisce la preconizzazione di un universo utopico, confermando l’ottimismo asimoviano che anche in presenza di situazioni distopiche conserva una visione progressiva dell’umanità.

I ROMANZI DELLA TORRE NERA

A conclusione dei precedenti post sulla Torre Nera, vorrei ricordare qualcosa sulla struttura della saga.

I volumi principali sono:

  1. La torre nera I: L’ultimo cavaliere(1982, pubblicato originariamente come romanzo breve; edizione rivista nel 2003(The Dark Tower I: The Gunslinger)
  2. La torre nera II: La chiamata dei Tre(1987) (The Dark Tower II: The Drawing of the Three)
  3. La torre nera III: Terre desolate(1991) (The Dark Tower III: The Waste Lands)
  4. La torre nera IV: La sfera del buio(1997) (The Dark Tower IV: Wizard and Glass)
  5. La torre nera V: I lupi del Calla(il titolo annunciato era L’Ombra Strisciante[1][2]) (2003) (The Dark Tower V: Wolves of the Calla)
  6. La torre nera VI: La canzone di Susannah(2004) (The Dark Tower VI: Song of Susannah)
  7. La torre nera VII: La torre nera(2004) (The Dark Tower VII: The Dark Tower)
  8. La torre nera: La leggenda del vento(2012) (The Dark Tower: The Wind Through the Keyhole)

Come si diceva il volume conclusivo è il settimo romanzo e l’ottavo ritorna indietro nella trama.

Molti altri romanzi di King sono collegati al ciclo, ma direi che “Le notti di Salem” possa essere considerato come un prequel della serie, anche se si potrebbe leggere a metà, prima de “I lupi della Calla”, dato che sono soprattutto gli ultimi romanzi a farvi riferimento.

In un racconti della raccolta “Tutto è fatidico” compare Roland.

Altri romanzi connessi pare siano (ma devo leggerne ancora molti e verificare):

“Insomnia” (citato nel settimo volume e in cui è protagonista Patrick Danville, personaggio fondamentale del settimo romanzo)

It” (se non altro per la tartaruga e una certa visione del mondo e per una possibile identità tra Dandelo e It)

“L’ombra dello scorpione (che spero di leggere presto)

“Desperation”

Stephen King

“Cuori in Atlantide”

“Il talismano”

“La casa del buio”

“Mucchio d’ossa”

E, dicono, molti altri.

Come Asimov (che ha unito tra loro i suoi principali cicli), anche King, a un certo punto della sua carriera, infatti, pare abbia sentito l’esigenza di creare un filo conduttore che tenesse legate tra loro tutte le sue numerose opere e ha trovato questo filo nella saga della Torre Nera. Insomma, una lettura quasi infinita, come i molti “Quando” in cui si svolge.

LA C.A.T.T.I.V.O. È W.I.C.K.E.D

La C.A.T.T.I.V.O. (Catastrofe Attiva Totalmente, Test Indicizzanti Violenza Ospiti) che nei precedenti due romanzi della serie “Maze Runner” compariva quasi di sfuggita, nel terzo volume della trilogia principale “La rivelazione” dello statunitense James Dashner ha un ruolo centrale e diventa il nemico diretto dei protagonisti, Thomas e amici. Già leggendo i primi due volumi (“Il labirinto” e “La via di fuga”) il nome di questa associazione mi aveva lasciato molto perplesso, facendomi sospettare fosse un invenzione del traduttore. Non mi tornava che un acronimo semplice come avrebbe potuto essere B.A.D. fosse stato reso con CATTIVO, che è l’acronimo di una denominazione alquanto improbabile. Ho allora cercato il nome originale che, a quanto pare, è WICKED (World In Catastrophe: Killzone Experiment Department), ovvero “MALVAGIO”, reso nel film come WCKD (“World Catastrophe Killzone Department”). In effetti, la soluzione cinematografica è una sigla più probabile della sgradevole “C.A.T.T.I.V.O.” e persino del nome scelto dall’autore. Mi metto nei panni del traduttore che deve aver penato non poco per trovare una soluzione accettabile, ma il risultato purtroppo è disturbante.

La rivelazione” (“The Death Cure” – pubblicato nel 2011 e uscito in Italia nel 2014) è il volume conclusivo della trilogia, ma non l’ultimo scritto da Dashner, che dopo averlo pubblicato si è lanciato in una nuova trilogia che rappresenta il prequel di questa (per ora costituita solo dal volume “La mutazione”, pubblicato nel 2012, cui dovrebbe seguire nel 2016 “The fever code”).

James Smith Dashner (Austell, 26 novembre 1972)

Questa trilogia ha il suo punto debole nell’incostanza di ambientazione che trascende quasi nell’incostanza di genere letterario.

Il labirinto”, infatti, si svolgeva in una radura circondata da un intrico di corridoi mobili dagli altissimi muri e i ragazzi (tutti maschi tranne una, Teresa) erano impegnati a sfuggire a mostri meccanici fantascientifici e a trovare una via d’uscita. “La via di fuga”, invece si svolge all’aperto in un territorio, la Zona Bruciata così vasto da provocare nel lettore una sorta di agorafobia, dopo essersi abituati agli spazi claustrofobici del Labirinto. Inoltre questa Zona Bruciata è popolata da persone fuori di testa, gli Spaccati, che ricordano più zombie che altro. Si passa, insomma, dalla fantascienza e dal gioco di intelligenza al romanzo gotico.

Con il terzo volume, l’unità d’ambientazione si perde del tutto, svolgendosi in vari luoghi, tra cui una città prima normale e poi infestata dagli Spaccati/ zombie e poi di nuovo, per poco, nel Labirinto, dove ritroveremo persino i mostri fantascientifici detti “Dolenti”, che non sono i soli resuscitati del volume, ritornando nel volume sorprendentemente in vita anche un altro personaggio che da “cattivo” è diventato “buono”, così come qualcun altro che all’inizio sembrava “buono” si trasforma in cattivo, per poi, magari ritornare “buono”. Simili “sorprese” sembrano un po’ troppo dei trucchetti per sorprendere il lettore, ma nel disorientarlo (un po’), rendono la trama debole.

In una serie sarebbe bene (ottimo esempio è il ciclo di Harry Potter) che, tra tanti cattivi minori, il Cattivo principale rimanga presente e imbattuto fino alla fine.

Dov’è qui il Cattivo? Nel primo volume è vago e misterioso e ci si preoccupa più che altro dei Dolenti e dei ragazzi impazziti. Nel secondo compare più concretamente la C.A.T.T.I.V.O., anche se si insinua già il sospetto che la “C.A.T.T.I.V.O. è buona” , mentre i nemici “concreti” sono gli Spaccati. Nel terzo i cattivi sono i dipendenti della C.A.T.T.I.V.O., Uomo Ratto in primis. Sembrerebbe un ovvio sviluppo, ma più la trama si chiarisce, più perde appeal.

Se il primo volume incuriosisce, il secondo, troppo diverso, spiazza un po’ e il terzo, con il suo far marcia indietro (persino con un poco probabile ritorno nel Labirinto) e la sua scarsa unitarietà, anche essendo un po’ troppo virato verso l’avventura dura e pura, senza troppo mistero, si lascia leggere abbastanza piacevolmente, ma comincia con annoiare.

The Maze Runner – il film

Per fortuna la seconda trilogia è un prequel di questa, per cui non sarò spinto a leggerla per sapere come va avanti la storia anche se mi chiedo cosa ci possa essere da aggiungere a quanto già narrato. Francamente non mi pare molto interessante scoprire, per esempio, più in dettaglio come sia avvenuta l’eruzione solare o come si sia diffuso il virus detto Eruzione o come Thomas sia finito nel Labirinto. Spero non siano questi i temi trattati! Letta la trilogia, avrei consigliato a Dashner di passare ad altro, per evitare di far disamorare i lettori conquistati sinora.

James Dashner

Il primo volume suggeriva persino riflessioni filosofiche sulla ferinità dell’uomo, sulla tendenza alla civiltà della nostra razza e sulla visione della vita come un videogioco crudele, sulla crescita degli adolescenti ma tutto questo si perde e si dimentica nel dilatarsi dei volumi e della trama.

I morti continuano ad accumularsi, soffocando la lettura, eppure i protagonisti sembrano incapaci di adattarsi a questo mondo mutato in cui la vita è divenuta effimera. Assai migliori paiono i protagonisti, per esempio della serie di telefilm “The walking dead”, che passano ormai indifferenti tra centinaia di zombie, trapassando loro la testa come se infilzassero patate. Pur nell’assurdità della situazione, il loro atteggiamento distaccato appare assai più realistico di Thomas che continua a piangere su amici morti strada facendo e ancora esita a colpire con determinazione i propri nemici.

E il finale? Beh, non voglio dirne nulla per non rovinare la lettura a chi deve farla, ma non si può dire mi abbia sorpreso molto.

SE IL CORAGGIO FOSSE LA SOLA VIRTÙ

Nel filone dei romanzi fantastici che vedono come protagonisti dei ragazzi, accanto al ciclo di “Harry Potter” della Rowling, a quello di “Hunger games” della Collins, alla serie di “Twilight” della Meyer  e a quello de “Il labirinto” di Dashner, si colloca il romanzo distopico per young adultsDivergent” (2011) di Veronica Roth (giovanissima autrice statunitense che non parrebbe imparentata con il più celebre Philip Roth, autore di un romanzo davvero divergente come “Il complotto contro l’America”), anch’esso parte di una serie, che per ora sembrerebbe una trilogia.

La storia è ambientata in un futuro in cui la gente ha deciso che il miglior sistema per evitare le guerre sia dividersi in fazioni, sulla base delle proprie inclinazioni.

La società (vediamo però solo una piccola fetta di mondo) è dunque divisa tra (cito wikipedia):

  • I Candidi, che ritengono che la colpa della guerra sia l’ipocrisia, sono sinceri e dicono sempre la verità. Si occupano della legge.
  • I Pacifici, reputando la malvagità la maggiore causa della guerra, sono gentili e rigettano l’aggressività. Sono assistenti sociali, consulenti e coltivatori di terre.
  • Gli Eruditi, secondo cui la guerra è conseguente all’ignoranza, seguono la via della conoscenza e dedicano la vita alla cultura. Lavorano come insegnanti, scienziati o ricercatori.
  • Gli Abneganti sono convinti che l’egoismo sia il motivo principale della guerra, perciò sono altruisti e per questo ricoprono posizioni di potere governativo.
  • Gli Intrepidi, che credono che la guerra sia causata dalla codardia, sono coraggiosi e forti e proteggono la popolazione.

Spesso le premesse in fantascienza sono poco plausibili ma vanno accettate per tali, purché la trama ne sostenga tutte le conseguenze. Pur considerando dunque del tutto assurdo immaginare di impedire la guerra dividendo così la gente (cosa che pare il preludio proprio di ben più aspri conflitti), caliamoci in questo mondo.

La stessa autrice ci mostrerà come il sistema non funzioni affatto, nascendo subito odio viscerale tra una fazione e l’altra e di questo le rendiamo merito.

Il romanzo si presenta come una dilatazione della scelta delle case a Hogwarth in “Harry Potter e la pietra filosofale”. Anche la Rowling, infatti, ha immaginato che i ragazzi, nel momento in cui arrivano nella scuola di magia debbano scegliere se appartenere a Grifondoro, Serpeverde, Tassorosso o Corvonero e a ogni casa sono attribuite particolari virtù.

La Rowling si mostra però assai più moderata e non ci angoscia per un romanzo intero su questa scelta.

Indubbiamente la scelta dell’appartenenza è il massimo dilemma di ogni adolescente e i romanzi che si rivolgono a questo target fanno bene a porre la questione.

La Roth dopo il primo test per la scelta della fazione, ci fa seguire la protagonista in una serie di ulteriori prove di conferma della sua scelta. La ragazza, Beatrice Prior, è un’Abnegante e decide di diventare un’Intrepida, prendendo il nome di Tris, dunque le prove saranno tutte prove di coraggio, rendendo la storia ricca di azione, ma un po’ vacua, almeno fino alle ultime pagine (un quinto del romanzo?) in cui dal mondo virtuale dei test si passa allo scontro frontale tra Eruditi e Abneganti, con la partecipazione degli Intrepidi. Avrei ribaltato le proporzioni tra le parti, considerando la preparazione dei ragazzi propedeutica allo scontro, che avrebbe dovuto rappresentare la vera storia, ma l’equilibrio delle parti andrebbe valutato nell’ambito della trilogia.

L’autrice, anch’essa poco più che adolescente, capisce e fa capire ai suoi lettori che una sola virtù non basta, non per nulla la sua protagonista scopre di non appartenere davvero a nessuna fazione ma di essere una Divergente, ovvero di essere dotata di diverse virtù, cosa che la rende più difficilmente manipolabile dai malvagi Eruditi. Ma perché proprio gli Eruditi debbono fare la parte dei malvagi? Non dovrebbe essere una società di saggi proprio la più giusta?

Veronica Roth (New York, 19 agosto 1988)

Una nota sul termine “Divergente”, che è stato il motivo percui ho scelto di leggere questo libro: il mio primo romanzo edito fu “Il Colombo divergente” e in vari altri miei romanzi faccio riferimento agli universi divergenti e ai tempi ucronici alternativi e mi chiedevo se la Roth avesse scritto qualcosa di simile, ma siamo ben lungi dall’immaginare concetti di tempo diverso da quello lineare.

Il romanzo si legge piacevolmente, anche se avrei ridotto a un terzo la fase dei test e tutto sommato, se non fosse per questo squilibrio, avrei chiuso con il primo volume, anche se finisce con varie questioni sospese, ma può comunque rappresentare un punto d’arrivo. Mentre leggendo “Hunger games”, “Harry Potter” e i primi due romanzi de “Il Labirinto” la voglia di leggere il seguito alla fine di ogni volume è forte, in questo caso, l’esperienza mi pare compiuta e non sento alcun desiderio di leggere il seguito. Anzi mi sono trovato a sperare non esistesse, ma mi è bastato dare una veloce occhiata in rete per vedere che invece ci attendono: Insurgent (del 2012) e Allegiant (del 2013) oltre a vari racconti con gli stessi personaggi! Del primo romanzo è già uscito il film e il 20 marzo 2015 uscirà quello basato su “Insurgent”.

Certo, per un amante della distopia definire tale questa storia (che indubbiamente ha elementi distopici) è come credere che “Twilight” sia un romanzo gotico o i romance dei romanzi storici. Se annacquiamo il vino, cosa ne rimane? Ultimamente si sta prendendo generi che rappresentavano i dolori e le angosce dell’umanità e li si sta trasformando in romanzi rosa o in storie per ragazzini. Non dico che sia un male, ognuno deve poter avere libri adatti ai propri gusti, ma si crea confusione nel mettere le etichette.

In ogni caso, considerata la giovane età della Roth, mi aspetto che in futuro potrà produrre opere interessanti, se già ora è riuscita a scrivere un romanzo egregio come questo, anche se un po’ ingenuo. L’ambientazione e la struttura sono, infatti, assai meno sviluppati che nelle altre serie che ho appena citato e la trama è sbilanciata e abbastanza banale. Manca poi un’adeguata dose di mistero e di suspance. I personaggi, essendo mono-virtù, tendono a essere un po’ piatti, ma forse è bene così. Di sicuro i sedicenni lo possono apprezzare pienamemte, non per nulla è già un bestseller da un milione di copie almeno. Consiglierei loro però, magari, altre storie che parlano di loro ma con una diversa maturità, come, tanto per fare degli esempi, “Gli effetti secondari dei sogni” di Delphine de Vigan, “Antichrista” di Natalie Northomb, “Le vergini suicide” di Jeffrey Eugenides o “Kafka sulla sulla spiaggia” di Haruki Murakami.

 

SECONDO LIVELLO DEL VIDEOGIOCO MORTALE

Dopo aver letto “Il labirinto” di James Dashner (da cui è stato di recente tratto il film “Maze runner”), fatta una breve pausa per leggere altro, ho ora letto il secondo episodio della saga: “La via di fuga”.

I ragazzi sono appena riusciti a uscire dal labirinto, con le sue mille insidie e pensano di essere in salvo, ma scoprono che la “Cattivo” ha in serbo per loro una seconda fase di prove.

Cambia l’ambientazione, da quella claustrofobica del primo episodio, passiamo a una più varia, che potrebbe dare qualche difficoltà alla trasformazione in film, dato che i primi minuti si svolgono completamente al buio e il seguito quasi sempre immersi in una luce accecante: un film “fisicamente inguardabile”!

Usciti dalle gallerie tenebrose, finiamo in ambiente che potrebbe dare problemi a chi soffre di agorafobia. Non incontriamo più i mostruosi Dolenti, ma avremo una doppia gamma di mostri, dai pseudo-zombie detti Spaccati a altre cose che non vorrei anticipare.

Le novità sono numerose e si succedono con un buon ritmo, senza annoiare il lettore, anche se devo dire che verso la fine del volume, all’ennesima sventura dei protagonisti, ho avuto un moto di stizza: ancora! Del resto, come autore di “Ansia assassina”, in cui in poche pagine faccio morire in modi diversi ben diciassette persone, non dovrei lamentarmi se anche qui, questi poveri ragazzi vengono falcidiati alla grande. Erano cinquanta o sessanta all’inizio de “Il labirinto” e rimangono presto in una dozzina e non sono i soli a morire!

I due romanzi si basano sulla suspance data dal desiderio dei protagonisti e dei lettori di scoprire cosa stia succedendo, perché e cosa significhi. Si scopre, infatti, solo poco per volta quale sia il contesto esterno al labirinto, chi siano davvero i protagonisti e i loro antagonisti. Si scopre molto lentamente e la tensione rimane alta. A dir il vero al termine di questo secondo volume sappiamo ancora poco. Del resto temo ci attendano almeno altri quattro romanzi per capirci davvero qualcosa!

James Dashner

In questo mi pare quasi di essere dalle parti de “La Torre Nera” di Stephen King, sebbene in questa serie i rivolgimenti e gli scenari siano assai più numerosi e vi siano componenti soprannaturali che mancano nei romanzi di Dashner, dove gli eventi portentosi paiono sempre frutto di una tecnologia particolarmente evoluta (come è spesso, ma non sempre nella saga di King).

Un po’ come nella saga di King, i personaggi faticano a distinguere la realtà dalla finzione, i trucchi dal vero, la verità dalla menzogna. Nulla è davvero come sembra. Non è facile capire chi ti è davvero amico e chi finge.

La difficoltà dei protagonisti (e dei lettori) di comprendere il contesto, di trovare delle risposte definitive che non siano subito contradette dai fatti successivi ricorda anche la più bella e affascinante delle serie televisive di tutti i tempi: “Lost”. Anche questa una storia infinita!

La saga cui questa somiglia di più, mi parrebbe piuttosto “Hunger Games” di Suzanne Collins, sia per la moria dei partecipanti (alla “ne rimarrà solo uno”, tipo “Highlander!”), sia per la presenza di osservatori esterni che scrutano le loro mosse, sia per il succedersi di nuove prove artificiali da superare, sia per i rapporti di amicizia che si sviluppano, sia per la giovane età dei personaggi principali. Anche il target di lettori pare analogo: adolescenti, sebbene entrambe le saghe siano godibilissime anche per un adulto. Le sfide, del resto, sono sempre stimolanti, basta essere ancora giovani dentro.

Maze Runner – il film

Come già scrivevo commentando il primo volume, siamo invece piuttosto lontani dallo spirito de “Il signore delle mosche”, sebbene anche qui abbiamo dei ragazzi che combattono per sopravvivere.

Ancor più di “Hunger Games”, la serie (per ora cinque romanzi, ma credo sia in arrivo il sesto) de “Il labirinto” sembra pensata per trasformarsi in un videogioco di quelli con prove da superare per passare da un livello e a quello successivo.

Non per nulla sono distopie basate (ed è forse questo a renderle interessanti) sulla confusione tra realtà e finzione, sindrome da videogioco.

Questo secondo volume perde qualcosa rispetto al primo, non solo per la minor freschezza delle idee, ma anche per la minor componente razionale. “Il labirinto” consisteva nel cercare la soluzione a un enigma, qui si tratta solo di superare un percorso a ostacoli, sebbene reso intellettualmente più stimolante dalla confusione tra verità e finzione.

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