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LA SAGA DEI FIGLI DEL PADRE ASSENTE

Risultati immagini per i fratelli michelangelo vanni santoniRisale ormai a oltre dieci anni fa la mia prima lettura di qualcosa scritto da Vanni Santoni, conosciuto negli anni gloriosi di anobii, la piattaforma letteraria in cui ho conosciuto tantissimi autori. Lessi allora due volumi, la raccolta di micro-racconti “Personaggi precari” e “Gli interessi in comune”, la prima edita nel 2007 da RGB Scrittomisto e poi ripubblicata da Voland nel 2017, il secondo edito da Feltrinelli nel 2008 e ora uscito da poco (2019) per Laterza.

Organizzo degli incontri letterari con Barbara Carraresi per conto del GSF Gruppo Scrittori Firenze e cercavamo qualcuno che potesse testimoniare di un percorso da una piccola casa editrice a una grande e ripensai così a Santoni, che dopo Feltrinelli, oltre che a Laterza era anche approdato a Mondadori.

Santoni è stato così protagonista di un interessante serata il 5 Settembre 2019, presso la Laurenziana di Firenze dal titolo “Come pubblicare con un grande editore”.

In seguito, lo abbiamo ospitato ancora per presentare il suo nuovo romanzo familiareI fratelli Michelangelo”, (Mondadori, 2019). È stata così per me occasione per leggere ancora qualcosa di suo.

I fratelli Michelangelo” è opera, con le sue oltre seicento pagine, assai più corposa non solo del veloce libretto “Personaggi precari”, ma anche del romanzo “Gli interessi in comune”. Oserei quasi dire che si tratta di una saga familiare e che per quattro dei cinque fratelli Michelangelo che ne sono protagonisti si sarebbe ben potuto fare un singolo romanzo, magari con un quinto a chiusura, che ne vedesse l’incontro con il padre Antonio Michelangelo.

Ovviamente, non si parla qui di Michelangelo Buonarroti, anche se siamo a Firenze. La storia è contemporanea, o meglio ambientata in un passato ancora recente. Vi si narra di un padre importante e piuttosto famoso, ingegnere, artista e regista, che, ormai anziano, dà appuntamento a Saltino nella località climatica di Vallombrosa (a est di Firenze) a quattro dei suoi cinque figli, avuti da diverse donne.

Ne seguiamo così le vicende di ciascuno, con le loro perplessità sulle motivazioni che possono aver indotto quel padre sempre così assente a richiamarli e a farli incontrare tra loro.

Non ne nasce tanto un’opera corale, quanto, appunto, una serie di romanzi brevi strettamente collegati, in cui, in ogni racconto, un figlio ha la sua centralità e che sembrano voler essere storie sull’assenza del padre ma finiscono per essere più che altro vicende di figli con un padre assente.

13 Novembre 2019: Vanni Santoni e Carlo Menzinger alla Laurenziana (Firenze)

13 Novembre 2019: Vanni Santoni e Carlo Menzinger alla Laurenziana (Firenze)

A Firenze e al Valdarno, luoghi che direi tipici della narrativa di Santoni, cui qui si aggiunge quella propaggine della città che è Vallombrosa, si uniscono località assai diverse e le storie si allargano verso altri continenti.

Trovo, in particolare, rilevante il viaggio in India di uno di loro, così diversi da certi pellegrinaggi in quel Paese alla ricerca del sé o di una diversa religiosità o magari di esperienze allucinogene. Dato che “Gli interessi in comune” era praticamente una piccola enciclopedia sulle sostanze stupefacenti, mi sarei aspettato che in una simile occasione Santoni c’avrebbe parlato di droghe e così è stato ma qui non è come nel primo romanzo un narrare di esperienze di stati alterati della mente, ma si parla traffico di droga. Il ragazzo parte con degli amici con le migliori intenzione per impiantare un business in India, le cose vanno male e pensano bene di ripiegare sul traffico di sostanze illegali, ma le cose volgono in fretta al peggio.

Altro figlio, altre ambientazioni ed ecco con Cristiana, la figlia artista, lo spunto per parlare di arte, del difficile mondo dell’arte contemporanea, con la lotta per emergere e farsi vedere, con il quasi disperato tentativo di cercare di inventare qualcosa di originale e non possono non colpire i formicai riempiti di metallo, la borsa fatta con la pelle del proprio gatto, il drone ricoperto dalla pelle di un altro, i materiali messi a disposizione di certe mosche perché ne facciano nidi “artistici”.

Non si tratta di un romanzo d’avventura, ma non manca l’azione qua e là a vivacizzarlo e penso, per esempio, al cinematografico scontro con i ladri.

Del resto, oltre al mondo dello spaccio internazionale, incontriamo anche quello delle arti marziali, praticate ad alti livelli da Rudra, un altro dei figli, che, tanto per dare un po’ di colore sociale è anche omosessuale, con quel che ne consegue in termini familiari, sebbene i genitori si dimostrino al passo con i tempi attuali e tutto sommato discretamente aperti.

E in tutto questo affannarsi per il successo, economico, artistico o sportivo, è forse proprio il padre, che più dei figli sembra essersi dato da fare nel ricercare il successo, persino in campi diversi, a dire verso la fine il vero senso di ogni cosa: “Essere felici a casa è il massimo risultato dell’ambizione, diceva Samuel Johnson, e basterebbe questa frase a misurare la portata dei miei fallimenti…”.

13 Novembre 2019: Vanni Santoni e Carlo Menzinger alla Laurenziana (Firenze)

I figli si interrogano su che cosa abbia da dire loro il padre, se sia morente e abbia qualcosa da rivelare, se ci sia un’eredità da dividere, ma mentre camminano tutti assieme nel bosco di Vallombrosa, verso questa misteriosa meta dove ogni cosa, forse, sarà svelata, cogliamo un’altra riflessione di Antonio Michelangelo, che ci dà, forse, il senso della storia:

Sai, già farsi ascoltare è molto, per un vecchio. È un miracolo, in effetti, un miserabile miracolo, come avrebbe detto Michaux, che un vecchio riesca a farsi ascoltare dai propri figli, a farsi seguire lungo una strada, quale che sia; ma è pur vero, ghigna, che con una messinscena così stramba, ormai che siete qui, vi verrebbe difficile non farlo: anche solo per vedere dove voglio arrivare!”

Johnson, Michaux: ho riportato due frasi e, entrambe, contengono una citazione. Non è un caso, perché Santoni è uno che non solo scrive, ma, come dovrebbe essere sempre, legge anche molto e sembra amare i libri, al punto che questo “I fratelli Michelangelo” è quanto mai ricco di citazioni e rimandi ad altri autori e altre storie.

Non solo Santoni legge, ma, come ha ottimamente dimostrato nell’incontro con la nostra associazione, è uno che la scrittura la insegna (tra l’altro all’importante Scuola Holden) e ne conosce bene i metodi e la tecnica, come anche qui si vede. Insomma, uno che ha storie da raccontare e sa come farlo.

I VIAGGIATORI E L’ARTE DELLA CONSERVAZIONE DEI CORPI

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Olga Tokarczuk (Sulechów, 29 gennaio 1962)

A seguito dell’assegnazione del doppio premio nobel per la letteratura (2018 e 2019 quest’anno in un colpo solo), proseguo la mia scoperta dei premiati con un secondo libro della polacca (Premio nobel 2018) Olga Tokarczuk (Sulechów, 29 gennaio 1962), di cui ho letto poco fa “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti” (2009), che mi aveva lasciato nel complesso abbastanza soddisfatto della lettura.

Ho affrontato ora il più corposo “I vagabondi” (2007), un’opera che stento a classificare tra romanzo, antologia di racconti, riflessioni personali e, se vogliamo, talora, riflessioni di viaggio. Si presenta, infatti, con una moltitudine di situazioni e di storie, anche di epoche e luoghi molto diversi, che non si concludono come un racconto, ma riprendono più avanti nel volume.

È stato definito un libro che parla del concetto di viaggio (“beato è colui che parte”; “lo scopo di ogni pellegrinaggio è un altro pellegrinaggio”). Vi compare, in un certo modo la distinzione tra viaggiatori, pellegrini, migranti, vagabondi e flaneur che tanta centralità aveva ne “La società dell’incertezza” (1999) di Zygmunt Bauman, ma non esaminata in modo così sistematico come nel saggio del filosofo polacco. Essendo entrambi dello stesso Paese, tendo a pensare che la Tocarczuk ne sia stata influenzata.

Il libro comincia davvero alla grande, attorno a una bambina, e sembra quasi di essere in un romanzo di Stephen King:

Sono una bambina. Sto seduta sul davanzale circondata da giocattoli buttati sul pavimento, torri di cubi crollate, bambole con occhi sbarrati. La casa è in penombra, l’aria nelle stanze pian piano si raffredda e si fa sempre più buio. Qui non c’è più nessuno; sono usciti tutti, spariti, si sentono ancora le loro voci affievolirsi, lo strascichio dei loro piedi, l’eco dei passi e le risate in lontananza. Fuori dalla finestra i cortili sono vuoti. L’oscurità scende con dolcezza adagiandosi su tutto come rugiada nera.

La cosa peggiore è l’immobilità: densa e visibile nell’aria fredda del crepuscolo e nelle luci flebili delle lampade al sodio che, ad appena un metro di distanza, si insabbiano nel buio.

Non succede nulla, la marcia dell’oscurità si ferma davanti alla porta di casa, tutto il frastuono si placa e crea una pellicola spessa come quella sul latte che si raffredda”.

E

“Quella sera ho scoperto per caso il limite del mondo, giocando, senza volerlo. E l’ho scoperto perché per un attimo mi hanno lasciato sola, incustodita. Naturalmente mi sono ritrovata in trappola, bloccata.”

Olga Tocarczuk, però, non è King e non sviluppa in alcun modo questa splendida atmosfera. Il libro parte presto per altre strade.

Molto più avanti la storia riprende temi avvincenti, come nella storia del medico seicentesco senza una gamba che fa esperimenti sulla propria gamba recisa, con quell’incredibile collezione di creature anomale conservate, con le riflessioni sui diversi sistemi di conservazione dei corpi dalla plastinizzazione all’imbalsamazione, con le riflessioni sul corpo, sulla sua materialità, sulle dissezioni, con la storia di Angelo Soliman, fatto impagliare dall’imperatore d’Austria e poi finito alla corte dello zar, dove la figlia lo reclama indietro.

Il volume, infatti, oltre a parlare del viaggio nelle sue diverse accezioni, parla molto anche del corpo. I due temi si toccano, quando affronta l’argomento del contatto fisico tra viaggiatori, costretti a lungo in ambienti ristretti.

Se parla di corpi, come detto, spesso sono corpi morti. Si parla, dunque, anche del viaggio estremo.

Parlando di viaggio, poi, non si può non parlare di tempo.

Ampio spazio è anche dato alle mappe (e non posso non pensare alle riflessioni in merito di Paolo Ciampi ne “Il sogno delle mappe”) e alle guide di viaggio: “Anch’io, nella mia ingenuità giovanile, avevo iniziato a descrivere i luoghi. (…) La verità è terribile: descrivere significa distruggere.

Nel Libro delle sindromi, di cui ho già parlato, c’è anche la cosiddetta Sindrome di Parigi, che riguarda soprattutto i turisti giapponesi che visitano la capitale francese. È caratterizzata da shock e vari sintomi vegetativi come respirazione superficiale, palpitazioni, sudorazione ed eccitazione. A volte si possono avere anche delle allucinazioni. In questi casi si somministrano dei calmanti e si consiglia il ritorno in patria. Questo genere di disturbi si spiega con la delusione delle aspettative dei pellegrini: la Parigi nella quale arrivano non rispecchia a pieno quella che conoscono dalle guide, dai film e dalla televisione.”.

Parlando di guide, al giorno d’oggi, non si può non fare riferimento a internet, che le sta sostituendo, fornendo ogni informazione in modo più diretto e immediato. Navigare in rete è diventato il moderno modo di viaggiare.

Se in “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti” la difesa del mondo animale era centrale, anche ne “I vagabondi” non mancano tematiche ecologiche, affrontate con ironico sarcasmo, come le balene spiaggiate e la riflessione sul diritto di questi animali (dai lobi frontali più grandi dei nostri) a suicidarsi, all’emersione di una nuova specie che si sta diffondendo ovunque: i sacchetti di plastica, caratterizzati per il vuoto interiore, esseri di sola “pelle”, privi di un vero corpo, ma dotati di grande mobilità.

Siamo testimoni della comparsa sulla Terra di nuovi esseri, che hanno già conquistato tutti i continenti e la maggior parte delle nicchie ecologiche. Sono gregari e anemofili, si spostano senza difficoltà su grandi distanze.

  Ora li vedo dal finestrino dell’autobus, questi anemoni in volo, intere mandrie, nomadi nel deserto. I singoli esemplari si tengono stretti alle piccole piante del deserto e svolazzano rumorosamente – forse è il loro modo di comunicare.

  Gli specialisti dicono che i sacchetti di plastica sono un nuovo capitolo dell’esistenza, che rovesciano le antiche abitudini della natura perché sono fatti I vagabondi - Olga Tokarczuk - copertinasolo di superficie; all’interno sono vuoti e questa storica rinuncia a qualsiasi contenuto dà loro inaspettatamente grandi vantaggi evolutivi. Sono mobili e leggeri; le orecchie prensili permettono loro di essere agganciati a oggetti o alle appendici di altre creature e in questo modo di ampliare l’habitat.”

La motivazione dell’assegnazione del premio nobel è stata: «per un’immaginazione narrativa che, con passione enciclopedica, rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita». Di certo i giurati avevano presente quest’opera già premiata con il Man Booker International Prize.

Condivido la scelta? Certo andrebbe capito con quali altri autori è stata raffrontata e quali opere sue sono state lette, ma sebbene “I vagabondi” sia opera ricchissima e, come si è visto dai pochi esempi, colma di suggestioni, manca a mio avviso dell’unitarietà necessaria e di una trama in grado di tenere assieme parti tanto diverse.

SCRIVERE IN UNDICI

Perchè non siamo fatti per vivere in eterno?I modi per collaborare in un’opera di narrativa possono essere molti. Da quando c’è il web, credo che la tentazione di scrivere assieme per gli autori sia aumentata, essendo più facile sentirsi, scambiarsi idee e testi. Non per nulla ricordo di aver tentato già all’inizio degli anni ’90 a scrivere qualcosa in una dozzina di autori. Gestire un numero così elevato di teste nella realizzazione di un’opera unitaria è tutt’altro che facile e, all’epoca non riuscimmo a realizzare nulla. Erano però gli anni di Luther Blisset e poi di Wu Ming e questi esperimenti qualcosa partorivano. Io stesso nel 2007 pubblicai un romanzo scritto in tre e illustrato da 17 artisti (“Il Settimo plenilunio”) e un’antologia di cose scritte a quattro mani (“Parole nel web”). Devo dire che nel caso de “Il Settimo plenilunio” ci fu molto lavoro preparatorio per decidere cosa scrivere e poi molti scambi di e-mail per capire come andare avanti.

Perché non siamo fatti per vivere in eterno?” (Porto Seguro, Settembre 2019) è un romanzo gotico collettivo, scritto da una dozzina di autori (“I già dimenticati“, nome da me suggerito), che nasce con la tecnica del round-robin applicata in modo quanto mai semplice.

Il primo autore (Massimo Acciai) ha scritto il primo capitolo (in cui un gruppo di ragazzi decide di partire per una gita) e l’ha passato al secondo (il “misterioso” K. Von Zin) che ha integrato quanto già scritto e sviluppato il seguito (immaginando una meta più lontana, la Transilvania e allargando il gruppo dei personaggi), passando poi il testo a chi veniva dopo, e così via fino all’ultimo. C’è stata, infine, un’opera di correzione del testo finale da parte dei due curatori Massimo Acciai Baggiani e Federica Milella.

Stupisce dunque che la storia sia riuscita a giungere a conclusione, dato che gli autori non hanno avuto alcuno scambio tra di loro! Eppure, ne è venuto fuori qualcosa: una storia nata come racconto di viaggio, mutatasi poi in storia gotica di vampiri, nello stile più classico.

Questo approccio, privo di scambi collaterali e di comunicazione nel gruppo, ha fatto sì che la storia divenisse qualcosa del tutto diversa da come era stata immaginata all’inizio. Difficile, io credo, per ciascun autore riconoscersi nel libro, che di fatto è figlio di tutti loro e di nessuno, ma sorprendente appare il risultato di un simile esperimento.

Qui il video della presentazione del 21/10/2019.

L’ALLEGRA AVVENTURA DELL’ARCHEOLOGIA

Risultati immagini per lara croft tomb raiderHo conosciuto per caso Isabella Marchetta, durante una sua “tournée” a Firenze Libro Aperto 2018. Presentava il suo “Quando Lara Croft arrossì” assieme a Donato Altomare, che era lì per parlarci di un libro assai diverso, fantascientifico, “Altri mondi, altre storie”.

Il sottotitolo ci spiega che nel volume si mostra “L’ordinarietà straordinaria di un’archeologa”.

La prima cosa che si nota è la grafica fuori dal comune, arricchita dai disegni Silvio Lorusso, ma anche da un’impaginazione ariosa che alterna pagine a sfondo bianco con pagine a sfondo colorato. Ci sono poi, ogni tanto i disegnini digitali del QR-code che rimandano a link internet, rendendolo una sorta di testo multimediale.

Non vi ho ancora detto a che genere appartenga “Quando Lara Croft arrossì”. Diciamo che non si può definire né un’opera di narrativa, né un saggio. Forse ha qualcosa del diario, ma non ne ha la successione cronologica e solo in piccola parte ne assume i toni confessionali.

Mi pare soprattutto una riflessione su un mestiere, ovviamente quello di archeologo, ma riflessione che si allarga a tutto il vissuto che quest’attività si porta dietro. Ci sono poi ampie parti descrittive proprio dei luoghi e dei siti in cui Isabella Marchetta ha lavorato. È questa dunque un’opera ibrida, un po’ racconto di viaggio, un po’ diario, un po’ saggio, un po’ guida turistica, come forse i volumi del trio Acciai-Baggiani.Magnelli di cui ho letto di recente le peregrinazioni in Mugello (“Radici”) e Casentino (“Cercatori di storie e misteri”), solo che invece di esplorare la Toscana, qui si parla di Basilicata, Calabria e po’ del resto del sud Italia, percorrendo la Joinca, la Bradanica e altre vie.

C’è in questo volume tutta la passione per un lavoro, perché “solo noi archeologi sappiamo godere infinitamente di un frammento laterizio, una scheggia di pietra apparentemente lavorata e quel che è peggio di una tomba”.

Il lavoro porta, poi, gli archeologi a fare “qualche gita in posti meravigliosi che solo come cittadino temporaneo puoi scoprire”.

Isabella Marchetta ci trasmette tante esperienze, perché lei sembra essere uno dei “portatori naturali di storie” di cui ci parla e non può non trasmettercele.

E così in “Quando Lara Croft arrossì” si parla, sì, di archeologia, ma anche di natura, di cibo, di case, di persone, di tradizioni, di costumi e, soprattutto di luoghi.

Il tutto con un tocco brioso, che sembra promanare dal carattere stesso dall’autrice (che peraltro, non conosco di persona salvo per quel veloce incontro in fiera), al punto che viene quasi da invidiargliela questa sua vita un po’ raminga, spesso all’aria aperta.

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Isabella Marchetta e il suo libro

TRE UOMINI A ZONZO NEL CASENTINO

Risultati immagini per cercatori di storie e leggende AcciaiCercatori di storie e misteri”, sottotitolo “Tre uomini esplorano il Casentino”, scritto da Massimo Acciai Baggiani con il cugino Pino Baggiani e l’amico Italo Magnelli, come già il precedente volume sul Mugello, “Radici” è un libro che ho visto nascere.

Sia perché Massimo Acciai me ne parlava mentre lo scriveva e mi ha persino invitato a seguire il terzetto in una  delle loro escursioni casentinesi (ma non sono potuto andare), sia perché ho assistito alla scelta delle foto che lo illustrano, sia perché ne ho scritto l’introduzione “Tre uomini a caccia di radici”, in cui parlavo (non avendolo ancora letto) soprattutto degli altri libri scritti da Massimo Acciai e in particolare di “Radici”, di cui questo volume rappresenta una sorta di secondo volume di una trilogia che potrebbe completarsi con un libri sul Valdarno. Su Massimo Acciai e sul quartiere di Rifredi in cui entrambi viviamo ho scritto il volume “Il narratore di Rifredi”, edito a fine 2018 con Lulu e ora riproposto in una nuova edizione da Porto Seguro Editore, che ha anche prodotto il volume di cui stiamo parlando. Avevo anche suggerito di chiamarlo “Tre uomini a zonzo nel Casentino” e individuato una bella foto di Italo Magnelli con un frate che osserva di spalle le colline come copertina (si può vedere a pag. 157), ma entrambe le proposte non sono state accolte.

Come il primo volume, anche questo è un po’ racconto di viaggio, un po’ riscoperta di radici familiari contadine, un po’ guida di viaggio per i luoghi del Casentino.

Forse le località esplorate qui sono persino più interessanti di quelle mugellane.

Mi hanno in particolare affascinato l’incontro con Berlinghiero Buonarroti e le sue strane macchine combinatorie, l’incontro con i frati e la lunga visita al museo del diario.

Il volume si presenta come una raccolta di contributi di una serie di persone, che quasi potrebbero essere considerate coautori, in quanto si riportano interi stralci di loro discorsi o testi. Così oltre al sottoscritto e a Michele Brancale che firma l’introduzione, hanno contribuito Luciano Pretto, Antonella Bausi, Erminia Zampano, Berlinghiero Buonarroti, Irene Corazzesi, Mario Detti, Angiolo Fani e Natalia Cangi (ma forse dimentico qualcuno).

Ne esce quindi un’opera corale che dà piena voce al Casentino, alla sua gente e alle sue tradizioni.

Pino Baggiani, Massimo Acciai e Italo Magnelli (28 Sett. 2017)

Trovo, peraltro, strana la scelta degli autori di scrivere in prima persona singolare e non plurale, quasi che il solo autore fosse Massimo Acciai e non anche gli altri. Questo credo sia motivato dal fatto che mentre in “Radici” si esplorava la terra degli antenati sia di Massimo che di Pino, qui il vero protagonista è proprio Massimo.

Correda il volume, nella lunga appendice, anche un piccolo vocabolario di casentinese opera di Angiolo Fani. Mi chiedo però se tutti siano poi termini dialettali (per esempio abbiocco, allampanato, canterano, rimpiattino, zangola, zozzo o zuzzerellone). Forse alcune parti dell’appendice le avrei inglobate nel testo principale, senza separare i viaggi invernali da quelli estivi.

Il volume si chiude con un racconto di Massimo Acciai ambientato nella cittadina d’origine di suo padre, Corezzo, che ha per protagonista nientemeno che Stephen King, autore che entrambi apprezziamo molto.

UNA PASSEGGIATA NEI BOSCHI CON UN POETA

Risultati immagini per per le foreste sacreHo appena finito di fare una passeggiata letteraria “Per le foreste sacre” con Paolo Ciampi, “un buddista nei luoghi di San Romualdo e San Francesco” (come recitano titolo e sottotitolo del libro di viaggio e riflessione dello scrittore e giornalista fiorentino).

C’è sempre tanta poesia e tanta riflessione nei libri di Paolo Ciampi.

Questo suo volume pubblicato, giustamente, da una casa specializzata nel genere la “Edizioni dei cammini”, racconta di un viaggio tra Toscana e Romagna, tra le foreste casentinesi.

Il viaggio parte non lontano da Firenze, da Castagno D’Andrea e San Benedetto in Alpe, si addentra nel parco nazionale, raggiunge Camaldoli e altri borghi, ma è soprattutto un andare tra boschi, di albero in albero.

Il volume è stato pubblicato nel marzo 2017. Il viaggio si svolge in questa parte dell’anno, ma non saprei di quale, forse il 2016 o il 2015, chissà! Mi stupisco a leggere del loro andare più o meno negli stessi giorni dell’anno, quasi che fossi davvero con Paolo Ciampi e i suoi amici. Ho letto, così, per esempio, il capitolo sul 1 maggio proprio durante la festa dei lavoratori. Perché lo dico? Perché questa, pur essendo solo una coincidenza, mi pare quasi un segno di comunanza tra me e questo scritto.

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Paolo Ciampi

Anche io amo camminare. Purtroppo di rado mi riesce farlo nei boschi ma è proprio lì che mi piace stare. Amo più la montagna e le sue foreste che le città o il mare. È quella l’aria che mi tonifica, è quello il silenzio in cui riesco a dormire, è quello il clima in cui mi sento a mio agio. E non è così comune, perché, scrive Ciampi, “c’è anche l’uomo che la natura non solo non la ascolta più, ma fa di tutto per togliersela di torno” e non posso non pensare alle nostre città a come ogni intrusione della natura sia vista come disordine e sporcizia, senza capire che a essere fuori posto è proprio la nostra città.

A farmi apprezzare queste pagine non solo una questione di luoghi e di un amore per l’andare, per l’osservare la natura, con il desiderio di comprenderla, (senza, nel mio caso, gli strumenti adeguati per farlo appieno), ma anche questa capacità di abbinare al cammino il pensiero e la riflessione, questo gusto per la citazione veloce, questa ricerca del senso delle parole, perché dietro di esse si nasconde anche il senso delle cose.

 

Di Paolo Ciampi ho già letto altro e ogni volta è un piacere. L’ho conosciuto come autore leggendo “Gli occhi di Salgari” e “Beatrice”, due belle biografie, così piene di poesia e l’ho riletto di recente in “L’aria ride”, un libro a metà tra la biografia e il racconto di viaggio.

Lo stile è riconoscibile, leggero come il passo di un viandante, colto come la parola di chi ama il pensiero e che è pronto a far propri quello altrui per farne germinare di nuovi, in sé e nei suoi lettori.

Eccolo allora qui citare un’anonima guida alpina con il bel “ho molto cammino dentro” su cui ci invita a riflettere. Mi pare quasi la chiave di lettura di questo libro. Aver cammino dentro è anche avere vissuto ed essersi scoperti, perché i viaggi “ci aiutano a scoprire qualcosa, anche di noi”. Eccolo citare Walt Whitman “non esiste la morte / E se mai è esistita, portava alla vita”. Eppure “ogni passo, in effetti, è prima di tutto un addio” (scrive Ciampi).

Eccolo cercare una comunione con il bosco e gli alberi, riflettendo sulle parole di John Muir “Quanto poco conosciamo ancora della vita delle piante: le loro speranze, paure, gioie e dolori!” Chi pensa in tal modo di una pianta? Oppure alla frase di Rilke “Alla felicità non si ascende, nella felicità si cade”.

Eccolo interrogarsi sul senso di parole (e di quel che significano veramente) come asceta, eremita, anacoreta, sacro, precario, decidere, edicola, tabernacolo, miracolo, foreste, forestieri o persino di termini stranieri come serendipity. Forse il motivo per cui ama esplorare così i nomi è nella frase di Antonio Tabucchi che cita “nei nomi c’è il tempo passato assieme”. Per amare e comprendere qualcosa o qualcuno ci vuole del tempo passato assieme.

Carlo Menzinger con alcuni libri scritti da Paolo Ciampi

Si rammarica allora Ciampi perché “non ho tempo passato insieme a questo albero che ora vorrei sentire parte di me”. Oggi non ho più un rapporto “personale” con degli alberi, ma da ragazzo ne ho piantati tanti e curati a lungo. Erano alberi cui non avevo dato un nome, ma che conoscevo uno per uno. Mia madre diceva degli alberi che aveva curato, che per lei erano come dei figli. Questo si può creare, se si passa del tempo assieme. Anche con un albero. Del resto “Dio pose l’uomo in un giardino perché lo coltivasse e lo custodisse” osserva Ciampi citando la Genesi. E io mi chiedo quanto  cristiani, ebrei e mussulmani (per tutti loro quel libro, che li accomuna, dovrebbe essere sacro) abbiano rispettato questo compito. Come abbiamo curato il nostro giardino?

Eccolo raffrontare il pensiero di santi cattolici a quello di sapienti buddisti e trovarvi assonanze. E quando cita il buddismo dicendo “per quanto corra una bella differenza tra me e questo abete entrambi siamo manifestazione di Myo, la legge mistica. Tutto lo è, tutto contiene tutto” mi vengono in mente diverse parole ma dal significato simile che ho da poco letto in un saggio di Bergson, il filosofo nobel per la letteratura (“L’evoluzione creatrice”) quando dice che non esistono specie differenti, ma che siamo tutti manifestazione di un’essenza unitaria che è la Vita. È lo stesso impulso iniziale della Vita che ha generato animali, piante e funghi, quell’albero e questo uomo. Siamo tutti parte della stessa cosa. I grandi pensieri, come l’impulso della vita, tendono a convergere e a creare risultati simili lungo percorsi diversi.

Eccolo ricordarci che “se la vita è complicata, io potrei provare a esserlo un po’ meno”: quanti “Uffici Complicazione Cose Semplici” ci sono attorno a noi, mi chiedo.

Eccolo ammonirci, con l’insegnamento buddista “Se accendi una lanterna per un altro, anche la tua strada ne sarà illuminata”: quanta verità in questo concetto così semplice e così disatteso!

E trova persino l’occasione per buttare lì, con noncuranza, un’osservazione economica di non poco conto “ci sono molti modi di fare impresa: e uno, scontato, è approfittare della terra dove sei, fino a derubarla; l’altro è restituire a quella terra qualcosa di ciò che hai guadagnato, magari in cultura, magari in solidarietà”.

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Paolo Ciampi

Insomma, è stato un vero piacere fare questo cammino, seppur virtuale, con Paolo Ciampi e, come lui, “arrivato alla meta, sbircio la meta dopo”, perché ogni risultato è solo l’inizio di un nuovo cammino e “beato l’uomo che ha sentieri nel cuore” perché avrà sempre un luogo dove andare.

 

Il volume è corredato  da alcune informazioni sul Parco Nazione delle Foreste Casentinesi, sulla Cooperativa In Quiete (www.cooperativainquiete.it) che organizza passeggiate nella natura ma non solo e, soprattutto, da una bibliografia commentata di alcuni testi che mi sono subito segnato per prossime letture (e c’è l’imbarazzo della scelta).

A EST DEL SURYPANTA

Image result for Sempre a est Massimo Acciai BaggianiCredo che “Sempre a est” sia il primo romanzo pubblicato da Massimo Acciai Baggiani. Per me, però, si tratta del quinto testo scritto da lui che leggo (dopo “La compagnia dei viaggiatori del tempo”, “L’ultima regina d’Inghilterra”, “Radici” e , “25 – Antologia di un quarto di secolo”),  trattandosi di un fantasy, ho la conferma della versatilità e della varietà di questo autore. “La compagnia dei viaggiatori del tempo” è, infatti, una silloge di racconti prevalentemente fantascientifici; “L’ultima regina d’Inghilterra” è un racconto ucronico con aspetti sociologici e fantascientifici; “Radici” è nel contempo racconto di viaggio, guida turistica, storia familiare; “25 – Antologia di un quarto di secolo” è, infine, una sintetica antologia poetica. So, poi, che Massimo Acciai Baggiani ha scritto anche altro, in particolare, dei saggi.

Questa mia quinta lettura è, dunque, anche il primo romanzo di Acciai che leggo.

Andare “Sempre a est” è uno dei due indizi fondamentali del protagonista nel suo viaggio alla ricerca del perduto surypanta. L’altro indizio è la parola “raccoglitore”.

Davvero molto poco per avviare una difficile e avventurosa caccia al tesoro. In effetti, anche la mia Aracne, la protagonista de “Il sogno del ragno –Via da Sparta” parte con una sola, vaga, meta: il nord. Come Aracne, anche Hinreck, il protagonista di “Sempre a est” dispone anche di un oracolo, per aiutarlo in quest’impresa.

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Massimo Acciai Baggiani

Entrambi partono soli ma entrambi trovano presto qualcuno per accompagnarli.

Nel caso di Hinreck si tratta di un’altra ragazza, anche lei alla ricerca del proprio perduto surypanta. Ritroverà poi un’altra giovane, la donna che stava per sposare ma che, poco prima fuggì con il suo surypanta, abbandonandolo. Ma non è lei ad avere la creatura. Si crea così uno strano terzetto, con il protagonista e due belle ragazze.

Insomma, che cos’è questo surypanta che fa quasi pensare a qualche divinità indù? Si tratta di una creatura magica, rarissima, simile a un gatto in miniatura, ma con grandi poteri e capace di canti meravigliosi.

Sempre a est” si snoda, dunque, in una serie di combattimenti, magie, incontri, ricerche e misteri da svelare nel più classico stile fantasy, ma senza le creature classiche dell’universo di Tolkien, Lewis o Rowling (elfi, hobbit, troll, draghi…), creando un proprio universo, che nel finale sfocia in un inatteso sviluppo dai toni fantascientifici.

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