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UNA PASSEGGIATA NEI BOSCHI CON UN POETA

Risultati immagini per per le foreste sacreHo appena finito di fare una passeggiata letteraria “Per le foreste sacre” con Paolo Ciampi, “un buddista nei luoghi di San Romualdo e San Francesco” (come recitano titolo e sottotitolo del libro di viaggio e riflessione dello scrittore e giornalista fiorentino).

C’è sempre tanta poesia e tanta riflessione nei libri di Paolo Ciampi.

Questo suo volume pubblicato, giustamente, da una casa specializzata nel genere la “Edizioni dei cammini”, racconta di un viaggio tra Toscana e Romagna, tra le foreste casentinesi.

Il viaggio parte non lontano da Firenze, da Castagno D’Andrea e San Benedetto in Alpe, si addentra nel parco nazionale, raggiunge Camaldoli e altri borghi, ma è soprattutto un andare tra boschi, di albero in albero.

Il volume è stato pubblicato nel marzo 2017. Il viaggio si svolge in questa parte dell’anno, ma non saprei di quale, forse il 2016 o il 2015, chissà! Mi stupisco a leggere del loro andare più o meno negli stessi giorni dell’anno, quasi che fossi davvero con Paolo Ciampi e i suoi amici. Ho letto, così, per esempio, il capitolo sul 1 maggio proprio durante la festa dei lavoratori. Perché lo dico? Perché questa, pur essendo solo una coincidenza, mi pare quasi un segno di comunanza tra me e questo scritto.

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Paolo Ciampi

Anche io amo camminare. Purtroppo di rado mi riesce farlo nei boschi ma è proprio lì che mi piace stare. Amo più la montagna e le sue foreste che le città o il mare. È quella l’aria che mi tonifica, è quello il silenzio in cui riesco a dormire, è quello il clima in cui mi sento a mio agio. E non è così comune, perché, scrive Ciampi, “c’è anche l’uomo che la natura non solo non la ascolta più, ma fa di tutto per togliersela di torno” e non posso non pensare alle nostre città a come ogni intrusione della natura sia vista come disordine e sporcizia, senza capire che a essere fuori posto è proprio la nostra città.

A farmi apprezzare queste pagine non solo una questione di luoghi e di un amore per l’andare, per l’osservare la natura, con il desiderio di comprenderla, (senza, nel mio caso, gli strumenti adeguati per farlo appieno), ma anche questa capacità di abbinare al cammino il pensiero e la riflessione, questo gusto per la citazione veloce, questa ricerca del senso delle parole, perché dietro di esse si nasconde anche il senso delle cose.

 

Di Paolo Ciampi ho già letto altro e ogni volta è un piacere. L’ho conosciuto come autore leggendo “Gli occhi di Salgari” e “Beatrice”, due belle biografie, così piene di poesia e l’ho riletto di recente in “L’aria ride”, un libro a metà tra la biografia e il racconto di viaggio.

Lo stile è riconoscibile, leggero come il passo di un viandante, colto come la parola di chi ama il pensiero e che è pronto a far propri quello altrui per farne germinare di nuovi, in sé e nei suoi lettori.

Eccolo allora qui citare un’anonima guida alpina con il bel “ho molto cammino dentro” su cui ci invita a riflettere. Mi pare quasi la chiave di lettura di questo libro. Aver cammino dentro è anche avere vissuto ed essersi scoperti, perché i viaggi “ci aiutano a scoprire qualcosa, anche di noi”. Eccolo citare Walt Whitman “non esiste la morte / E se mai è esistita, portava alla vita”. Eppure “ogni passo, in effetti, è prima di tutto un addio” (scrive Ciampi).

Eccolo cercare una comunione con il bosco e gli alberi, riflettendo sulle parole di John Muir “Quanto poco conosciamo ancora della vita delle piante: le loro speranze, paure, gioie e dolori!” Chi pensa in tal modo di una pianta? Oppure alla frase di Rilke “Alla felicità non si ascende, nella felicità si cade”.

Eccolo interrogarsi sul senso di parole (e di quel che significano veramente) come asceta, eremita, anacoreta, sacro, precario, decidere, edicola, tabernacolo, miracolo, foreste, forestieri o persino di termini stranieri come serendipity. Forse il motivo per cui ama esplorare così i nomi è nella frase di Antonio Tabucchi che cita “nei nomi c’è il tempo passato assieme”. Per amare e comprendere qualcosa o qualcuno ci vuole del tempo passato assieme.

Carlo Menzinger con alcuni libri scritti da Paolo Ciampi

Si rammarica allora Ciampi perché “non ho tempo passato insieme a questo albero che ora vorrei sentire parte di me”. Oggi non ho più un rapporto “personale” con degli alberi, ma da ragazzo ne ho piantati tanti e curati a lungo. Erano alberi cui non avevo dato un nome, ma che conoscevo uno per uno. Mia madre diceva degli alberi che aveva curato, che per lei erano come dei figli. Questo si può creare, se si passa del tempo assieme. Anche con un albero. Del resto “Dio pose l’uomo in un giardino perché lo coltivasse e lo custodisse” osserva Ciampi citando la Genesi. E io mi chiedo quanto  cristiani, ebrei e mussulmani (per tutti loro quel libro, che li accomuna, dovrebbe essere sacro) abbiano rispettato questo compito. Come abbiamo curato il nostro giardino?

Eccolo raffrontare il pensiero di santi cattolici a quello di sapienti buddisti e trovarvi assonanze. E quando cita il buddismo dicendo “per quanto corra una bella differenza tra me e questo abete entrambi siamo manifestazione di Myo, la legge mistica. Tutto lo è, tutto contiene tutto” mi vengono in mente diverse parole ma dal significato simile che ho da poco letto in un saggio di Bergson, il filosofo nobel per la letteratura (“L’evoluzione creatrice”) quando dice che non esistono specie differenti, ma che siamo tutti manifestazione di un’essenza unitaria che è la Vita. È lo stesso impulso iniziale della Vita che ha generato animali, piante e funghi, quell’albero e questo uomo. Siamo tutti parte della stessa cosa. I grandi pensieri, come l’impulso della vita, tendono a convergere e a creare risultati simili lungo percorsi diversi.

Eccolo ricordarci che “se la vita è complicata, io potrei provare a esserlo un po’ meno”: quanti “Uffici Complicazione Cose Semplici” ci sono attorno a noi, mi chiedo.

Eccolo ammonirci, con l’insegnamento buddista “Se accendi una lanterna per un altro, anche la tua strada ne sarà illuminata”: quanta verità in questo concetto così semplice e così disatteso!

E trova persino l’occasione per buttare lì, con noncuranza, un’osservazione economica di non poco conto “ci sono molti modi di fare impresa: e uno, scontato, è approfittare della terra dove sei, fino a derubarla; l’altro è restituire a quella terra qualcosa di ciò che hai guadagnato, magari in cultura, magari in solidarietà”.

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Paolo Ciampi

Insomma, è stato un vero piacere fare questo cammino, seppur virtuale, con Paolo Ciampi e, come lui, “arrivato alla meta, sbircio la meta dopo”, perché ogni risultato è solo l’inizio di un nuovo cammino e “beato l’uomo che ha sentieri nel cuore” perché avrà sempre un luogo dove andare.

 

Il volume è corredato  da alcune informazioni sul Parco Nazione delle Foreste Casentinesi, sulla Cooperativa In Quiete (www.cooperativainquiete.it) che organizza passeggiate nella natura ma non solo e, soprattutto, da una bibliografia commentata di alcuni testi che mi sono subito segnato per prossime letture (e c’è l’imbarazzo della scelta).

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A EST DEL SURYPANTA

Image result for Sempre a est Massimo Acciai BaggianiCredo che “Sempre a est” sia il primo romanzo pubblicato da Massimo Acciai Baggiani. Per me, però, si tratta del quinto testo scritto da lui che leggo (dopo “La compagnia dei viaggiatori del tempo”, “L’ultima regina d’Inghilterra”, “Radici” e , “25 – Antologia di un quarto di secolo”),  trattandosi di un fantasy, ho la conferma della versatilità e della varietà di questo autore. “La compagnia dei viaggiatori del tempo” è, infatti, una silloge di racconti prevalentemente fantascientifici; “L’ultima regina d’Inghilterra” è un racconto ucronico con aspetti sociologici e fantascientifici; “Radici” è nel contempo racconto di viaggio, guida turistica, storia familiare; “25 – Antologia di un quarto di secolo” è, infine, una sintetica antologia poetica. So, poi, che Massimo Acciai Baggiani ha scritto anche altro, in particolare, dei saggi.

Questa mia quinta lettura è, dunque, anche il primo romanzo di Acciai che leggo.

Andare “Sempre a est” è uno dei due indizi fondamentali del protagonista nel suo viaggio alla ricerca del perduto surypanta. L’altro indizio è la parola “raccoglitore”.

Davvero molto poco per avviare una difficile e avventurosa caccia al tesoro. In effetti, anche la mia Aracne, la protagonista de “Il sogno del ragno –Via da Sparta” parte con una sola, vaga, meta: il nord. Come Aracne, anche Hinreck, il protagonista di “Sempre a est” dispone anche di un oracolo, per aiutarlo in quest’impresa.

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Massimo Acciai Baggiani

Entrambi partono soli ma entrambi trovano presto qualcuno per accompagnarli.

Nel caso di Hinreck si tratta di un’altra ragazza, anche lei alla ricerca del proprio perduto surypanta. Ritroverà poi un’altra giovane, la donna che stava per sposare ma che, poco prima fuggì con il suo surypanta, abbandonandolo. Ma non è lei ad avere la creatura. Si crea così uno strano terzetto, con il protagonista e due belle ragazze.

Insomma, che cos’è questo surypanta che fa quasi pensare a qualche divinità indù? Si tratta di una creatura magica, rarissima, simile a un gatto in miniatura, ma con grandi poteri e capace di canti meravigliosi.

Sempre a est” si snoda, dunque, in una serie di combattimenti, magie, incontri, ricerche e misteri da svelare nel più classico stile fantasy, ma senza le creature classiche dell’universo di Tolkien, Lewis o Rowling (elfi, hobbit, troll, draghi…), creando un proprio universo, che nel finale sfocia in un inatteso sviluppo dai toni fantascientifici.

UN INATTESO OLTRETOMBA

Image result for fiume vita farmerL’inizio de “Il fiume della vita” di Philip José Farmer (Terre Haute, 26 gennaio 1918 – Peoria, 25 febbraio 2009), mi ha subito entusiasmato, con il protagonista che si risveglia, un po’ come anni dopo vedremo in Matrix (The Wachowski Brothers – 1999), sospeso tra tanti corpi di gente nuda e addormentata, che poi comincia a “piovere” letteralmente giù. Lui solo è sveglio e cosciente. E non si tratta di un personaggio qualunque bensì di una figura storica realmente esistita, l’esploratore Richard Burton.

Rubo alla solita wikipedia la seguente descrizione “Richard Francis Burton (Torquay, 19 marzo 1821 – Trieste, 19 ottobre 1890) è stato un esploratore, traduttore e orientalista britannico.

Viaggiò da solo e sotto travestimento alla Mecca, tradusse Le mille e una notte, Il giardino profumato e il Kama Sutra, viaggiò con John Hanning Speke alla scoperta dei grandi laghi africani e della sorgente del Nilo, visitò Salt Lake City insieme a Brigham Young, viaggiò in lungo e in largo, e scrisse molto. Fu probabilmente il terzo miglior spadaccino europeo del suo tempo. Servì come console britannico a Trieste, Damasco e Fernando Poo. Fu nominato cavaliere nel 1886.”

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Philip José Farmer

A grandi linee questo è proprio l’uomo che l’autore ha scelto come proprio protagonista per navigare non il Nilo ma un misterioso fiume lungo cui sono disseminati uomini di ogni etnia ed epoca. Un signore che, dalle foto d’epoca, con i suoi baffoni, non ha propriamente un’aria amichevole.

Ebbene, dopo essersi ritrovato in questo strano luogo, il nostro Burton immaginario si risveglia, di nuovo, in una strana terra, sulla riva di un fiume. Non ha più i suoi amati baffoni e alcun altro capello o pelo corporale ed è ancora completamente nudo. Lo stesso le persone che incontra.

Cosa ancor più strana, lui e tutti gli altri sono ben consapevoli di essere morti, ma quel mondo in cui si trovano non sembra nessuno degli aldilà immaginati da religioni o fantasie umane e la loro esistenza è quanto mai corporea, al punto che devono mangiare,  espletare le comuni esigenze fisiche e, soprattutto, possono morire. Possono fare sesso ma non avere figli. Che oltretomba è mai questo in cui si continua a morire?

Le meraviglie di questa storia non finiscono qui. L’ambiente, pur semplice, è quanto mai originale: una valle all’apparenza infinita, solcata da un fiume e delimitata da catene montuose ripide e invalicabili. In questa valle fluviale sono capitate persone morte in ogni epoca, con concentrazioni particolari in alcuni punti del fiume di gente della medesima epoca e provenienza geografica. Burton si trova soprattutto con italiani morti alla fine del 1800, con altri inglesi e americani ma anche con un ominide appartenente a un’altra specie della famiglia homo e con un alieno vissuto sulla Terra nei primi anni del nostro terzo millennio. Il romanzo, infatti, primo volume del Ciclo del Mondo del Fiume fu pubblicato nel 1971 e scritto anni prima (penso attorno al 1953), dunque il 2000 rappresentava ancora il futuro.

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Richard Burton

Il nostro Burton non è il solo personaggio famoso a ritrovarsi nella valle. Burton, per esempio, continua a incontrare il gerarca nazista Hermann Göring.

Credo che questo romanzo consenta di collocare Farmer in quella ristretta ed eletta cerchia di autori che sono stati capaci di creare interi mondi immaginari, con loro regole e caratteristiche specifiche. Costruire mondi credo sia la forma più creativa e geniale di letteratura. Se in un libro amiamo riconoscerci, vogliamo farlo però in storie che siano il più possibile lontane dal quotidiano, in ambientazioni che siano il più possibile diverse e stupefacenti. In questo Farmer dimostra qui di essere un grande maestro e la sua bibliografia mi pare confermare questa sensazione.

 

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Hermann Goering

Mi trovo così con molti altri libri da mettere in programma per letture future: innanzitutto i volumi successivi del Ciclo del Mondo del Fiume, ma anche altre opere di Farmer, quali il ciclo dei Fabbricanti di Universi.

 

Mi segno qui l’elenco dei volumi del Mondo del Fiume:

  • Il fiume della vita (To Your Scattered Bodies Go, 1971).
  • Alle sorgenti del fiume (The Fabulous Riverboat, 1971).
  • Il grande disegno (The Dark Design, 1977).
  • Il labirinto magico (The Magic Labyrinth, 1980).
  • Gli dei del Fiume (The Gods of Riverworld, 1983).
  • Raccolta di racconti “Il mondo di Philip José Farmer (Riverworld and Other Stories, 1979).
  • Raccolta di racconti “Gli avventurieri di Riverworld” (1994).

 

Ma penso che meriti leggere anche “Il fabbricante di universi”, l’antologia “Relazioni aliene”, “Gli amanti di Siddo” e “Il figlio del sole”.

VIAGGIO AL CENTRO DI UN’ANTARTIDE ALIENA

Immagine trovata per le montagne della folliaSono arrivato alla mia quarta lettura di Howard Phillips Lovecraft (Providence, 20 agosto 1890 – Providence, 15 marzo 1937) e, forse, alla migliore “Le montagne della follia” (1931), sebbene non possa certo definirsi un romanzo moderno, al punto che mi ha fatto molto pensare a Jules Verne (Nantes, 8 febbraio 1828 – Amiens, 24 marzo 1905) e questo viaggio attraverso l’antartide, spingendosi nelle profondità del ghiaccio e della terra, mi ha subito richiamato alla mente il suo “Viaggio al centro della terra” (1864). Come nella pre-ucronia verniana incontriamo nelle più profonde viscere della Terra esseri preistorici sopravvissuti allo scorrere del tempo, così, infatti, ne “Le montagne della FolliaLovecraft ci fa scoprire sotto i ghiacci dell’antartide, i resti di una civiltà antecedente addirittura alla nascita della vita sul nostro pianeta. Non solo i resti, a dir il vero, sono sopravvissuti al passaggio di milioni di anni!

Lo stile di Lovecraft qui è quanto mai ottocentesco, scritto in forma di diario, con il protagonista che si rivolge direttamente al lettore. Non si può non notare poi una sovrabbondanza di aggettivi e frasi volti a creare nel lettore aspettativa e meraviglia e un girare attorno alle cose sorprendenti a lungo annunciate prima di mostrarle.

Abbondano, insomma, frasi come:

Ci parlò dell’ineffabile grandiosità della scena e delle straordinarie sensazioni”.

Le sensazioni che Pabodie e io provammo all’arrivo di questi rapporti sono indescrivibili”.

“Il sistema nervoso era così complesso e sofisticato da lasciare sbalordito Lake”.

“Molti ci giudicheranno pazzi”.

“Lo shock provocato dalla visione”.

E aggettivi o avverbi quali “incommensurabile”, “sorprendentemente”, “sconcertanti”, “strane”, “mostruosa”, “incredibile”, “inumana”.Immagine trovata per le montagne della follia

Non sempre, purtroppo, a tale preparazione, segue l’evento grandioso che uno potrebbe aspettarsi. L’uso di tali espressioni, del resto valse a Lovecraft le sue prime stroncature (ogni scuola di scrittura, oggi, insegna a non abusare di aggettivi e, soprattutto, avverbi). Eppure ora possiamo leggere in queste esagerazioni lovecrtaftiane proprio l’impronta del suo stile immaginifico.

La descrizione del loro viaggio attraverso la perduta città degli Antichi conserva il gusto ottocentesco dell’esplorazione scientifica che tanto bene si può vedere in Jules Verne. Dall’analisi dei reperti antichi e dei corpi riescono (e questa è la cosa davvero sorprendente) a ricostruire in breve con grande precisione la storia di milioni di anni di questa razza per due terzi animali e per un terzo vegetale che, giunta sulla Terra da mondi alieni vi portò per la prima volta la vita, creandola per i propri fini, che sulla Terra combatté contro altre creature aliene e che, infine, decadde fino a ritirarsi nel solo antartide, dove fu sopraffatta da degli esseri mostruosi da loro stessi creati, gli shoggoth.

 

Quel poco che ho letto sinora di Lovecraft, mi pare confermare la rilevanza del tema di creature intelligenti vissute prima dell’uomo.

Ne “La casa stregata” gli esseri primordiali che popolarono un tempo la Terra sono detti Vecchi, qui sono chiamati Antichi. Non sono le stesse creature, ma sono comunque esseri alieni, diversi dall’umanità. Anche ne “L’ombra venuta del tempoLovecraft immagina esseri arcaici e arcani vissuti prima di tutti i tempi, solo che in questo romanzo hanno la capacità di reincarnarsi in altri corpi e di attraversare a piacere il tempo, per cui alcuni di loro assumono sembianze umane.

Ne “Le montagne della follia” compare il celeberrimo pseudobiblion “Necronomicon”, un antico testo immaginario che parlerebbe di creature primordiali che avrebbero abitato la Terra prima dell’uomo, opera più volte citata da H.P. Lovecraft e che già avevo incontrato leggendo la raccolta di racconti “Il guardiano dei sogni”, ma che qui trova una centralità assai maggiore e, i protagonisti, con la loro esplorazione, ne convalidano la fondatezza.

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Howard Phillips Lovecraft

La presenza del Necronomicon e degli Antichi fa collocare il romanzo all’interno del Ciclo di Cthulhu, nome citato anche in queste pagine. Necronomicon e Antichi appaiono anche nelle Storie Oniriche, ma la chiave fantascientifica meglio identifica il Ciclo di Cthulhu rispetto a queste altre più “weird fiction” (come Lovecraft definiva la propria opera).

Grandioso e geniale è comunque il mondo creato, con esseri così diversi da noi, e con questo romanzo Lovecraft si pone di certo ai primissimi tra i grandi “creatori di universi” e di sicuro un precursore di tutti costoro.

Se le mie precedenti letture mi avevano fatto dubitare sulla collocabilità di Lovecraft nel filone della fantascienza, quest’opera dimostra invece che, pur con un gusto dell’horror e del magico suoi propri, Lovecraft può ben porsi accanto, per esempio, a Jules Verne e Herbert George Wells (Bromley, 21 settembre 1866 – Londra, 13 agosto 1946) e Mary Shelley (Londra, 30 agosto 1797 – Londra, 1º febbraio 1851) come uno dei fondatori di questo genere, oltre, che ovviamente, come uno degli autori più interessanti del XX secolo.

Se numerosi sono i suoi racconti i principali romanzi sono:

 

Il primo e il più lungo dei racconti de “Il guardiano dei sogni” si chiama “Alla ricerca dello sconosciuto Kadath” e credo sia il primo di questo elenco con diverso titolo. Penso che proverò a leggerne presto qualcun altro.

Immagine trovata per le montagne della follia

PERCHE’ DOBBIAMO ASSOLUTAMENTE ANDARE SU MARTE

Acqua su marteQuesto è un blog dedicato ai libri, mi scuserete quindi se esco fuori tema, ma vorrei affrontare una questione che merita attenzione. In ogni caso, potete considerare questo post una premessa alla mia prossima recensione di “The Martian – Il Sopravvissuto”, che sto leggendo in questi giorni.

In questi giorni la notizia che su Marte siano state trovate tracce di una possibile presenza di acqua ha fatto comparire su Facebook alcuni post che mi hanno disturbato e ai quali ho risposto per ora solo succintamente. Il tema necessita però un maggior approfondimento, essendo di estrema importanza.

Il post (stimolando i nostri istinti protettivi con un’immagine che impietosisce) mostra un bambino assetato, che beve da una pozzanghera e la scritta “L’umanità non ha i soldi per estrarre l’acqua dalle zone aride, però ha i soldi per cercare l’acqua su Marte. La domanda è: c’è vita intelligente sulla Terra?175529647-34894ed6-1358-4130-b927-b964bd798686

L’insieme dell’immagine e del messaggio portano a far credere che l’affermazione sia giusta. Chi non vorrebbe che quel bambino possa avere acqua pulita da bere? Chi vorrebbe suo figlio costretto a bere in quel modo? Spinti dall’immagine, non ragioniamo sul senso dell’affermazione che vuole essere polemica ma anche ironica.

Innanzitutto, è sbagliato mettere in relazione le due questioni della mancanza di acqua e dell’esplorazione spaziale. La siccità in alcune zone della Terra è problema gravissimo e che va risolto, ma ci sono risorse altrove che possono essere impiegate a tal fine. Soprattutto c’è un più ampio problema di ridistribuzione delle ricchezze tra ricchi e poveri, tra zone floride e zone aride, tra Paesi sviluppati e Paesi in ritardo cronico sulla via dello sviluppo. Non è fermando gli investimenti per la ricerca che questi problemi si risolvono, anzi, dato che è solo grazie alla scienza che il nostro pianeta riesce a sfamare (più o meno bene, purtroppo) una moltitudine sterminata di esseri umani, il cui numero è in costante crescita (a ottobre 2015 l’insostenibile 175529634-e1d44ec0-c3e5-4a09-84ca-3af61a94373cnumero era già di 7,37 miliardi di bocche da sfamare e nel 2050 dovremmo essere 9,7 miliardi!). La ricerca scientifica va sempre sostenuta ed è proprio a causa della bassa entità delle spese dedicate a tal fine da molti governi, tra cui quelli del nostro Paese che lo sviluppo si arresta o rallenta. Non dimentichiamoci poi che lo sviluppo di tecnologie per estrarre l’acqua da Marte, con buona probabilità avrà effetti positivi proprio nella risoluzione dei problemi di siccità della Terra. Se si risolvono i problemi dell’approvvigionamento d’acqua su Marte, sarà poi un gioco farlo nelle zone aride del nostro pianeta.

Che cosa dire piuttosto di serie politiche demografiche che arginino la crescita forsennata della popolazione umana? Popolazione, poi, che vive consumando risorse pro capite sempre crescenti, con effetti disastrosi per l’ecosistema.

 

Potrebbe bastare questo a dire che il messaggio circolato è sbagliato e fuorviante, ma c’è una ragione più profonda e seria che ci fa capire quanto quella riportata sia un’affermazione demagogica.175529637-b01d4975-287d-45b1-96ee-8cbd2159f535

Si tratta di riflettere un attimo sull’evoluzione della vita. Alcuni sostengono che solo la fede in qualche religione possa dare un senso alla nostra esistenza. Non è di questo che intendo parlare, però c’è un senso della vita che travalica le fedi. Da uomini moderni credo sia difficile non accettare il concetto dell’evoluzione della vita. Diamolo per accettato, come base del ragionamento che segue.

L’universo è dominato dall’entropia, si dilata, tutto tende verso il disordine. C’è però una forza in controtendenza: la vita. La vita tende a organizzare, a sistematizzare, a creare organismi sempre più complessi e specializzati. Si adatta per raggiungere ogni angolo della Terra.

182340072-d40974a9-e94b-474b-a3d4-f6a4f418841cSolo della Terra? Non credo. L’esplorazione spaziale ci sta mostrando che moltissime stelle (forse è la norma) dispongono di sistemi planetari più o meno complessi e tra questi non mancano pianeti con dimensioni e caratteristiche generali simili a quelle della Terra. C’è vita su di essi? Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai, perché sono troppo lontani.

Sappiamo però cosa faccia la vita sulla Terra: muta. Organismi semplici si trasformano in altri più complessi in grado di affrontare nuovi ambienti e situazioni via via più ostili. Dal mare la vita si è estesa alla terraferma e al cielo. Si è adattata ai climi più caldi e a quelli più rigidi, alle profondità marine e alle vette delle montagne e persino nei deserti ce ne sono tracce.

A un certo punto, piuttosto recentemente in termini geologici, è comparsa una specie tecnologica, una specie capace di manipolare l’ambiente, di 175529612-07657fe6-3dec-439f-bb84-954624fbd88bcostruire strumenti per vivere in habitat diversi. Questa specie somiglia a un cancro, perché arriva ovunque nell’ecosistema e lo devasta, lo stravolge. Per causa di questa nuova specie, secondo la Lista Rossa delle Nazioni Unite ogni ora si estinguono tre specie animali o vegetali!  Tre all’ora! Non tre animali, ma tre intere specie! Come è possibile una simile devastazione della biodiversità? Se è vero che la vita tende a differenziarsi e a propagarsi,
come può essere che si sia sviluppato questo cancro che infetta l’intero ecosistema planetario? Noi umani siamo davvero solo la rovina del nostro pianeta, siamo solo una piaga devastante, nata per portare morte e distruzione tra tutte le altre specie e persino all’interno della nostra?

Non vorrei crederlo. Non voglio crederlo. Non lo credo. Vorrei, piuttosto, credere che, pur non essendoci alcun Destino verso cui tendiamo, pur non essendoci alcun Ordine Superiore, pur non essendoci nessuna Volontà che ci guida, l’umanità abbia un senso, biologicamente parlando. Voglio credere che questo senso sia proprio nella sua caratteristica più distruttiva: la capacità tecnologica.

Ebbene, l’umanità è stata la sola specie ad aver lasciato la Terra! Siamo la sola specie a essersi allontanata dal mondo in cui è nata (salvo credere ai 182340049-92872407-1f62-41e4-8470-5714e960688amicrorganismi che forse girano per l’universo addormentati all’interno di meteore, comete e meteoriti). Siamo la sola specie a essere scesa su un altro corpo celeste, la Luna e, presto, scenderemo anche su un altro pianeta, superando difficoltà tecniche che nessun’altra specie terrestre, per quanto intelligente potrebbe superare. Perché questo è importante? Questo non è solo importante, questo è importantissimo non solo per l’umanità ma per l’intera vita nata sulla Terra, perché per la prima volta la potremo portare su un altro pianeta, arido, brullo e inospitale, e trasformarlo, come solo l’uomo sa fare, in qualcosa di diverso. Marte forse non diventerà mai un paradiso per l’uomo, ma un giorno potrebbe diventare un mondo in cui nuove forme di vita potranno svilupparsi. E questo sarà solo un primo passo. Nel sistema solare ci sono altri corpi, grandi satelliti, che potrebbero avere elementi in grado di consentire la vita. Se la vita non si è sviluppata (e questo dobbiamo ancora verificarlo) 175529676-aae381b9-069e-4325-a95b-ce735037e6d0possiamo portarla anche in questi spazi inospitali, in questi corpi in cui la scintilla della vita non ha avuto la forza di sprigionarsi da sola, ma dove, con l’aiuto della tecnologia, potrebbe comunque attecchire. Per ora limitiamoci a pensare al sistema solare. Le stelle sono troppo lontane. All’irraggiungibile velocità della luce distano anni, secoli e millenni da noi. Un giorno forse, forte delle esperienze nel nostro sistema, potremo costruire alcune grandi arche, con migliaia di creature a bordo, e lanciarle verso l’ignoto. Ora pensiamo alla terraformazione del nostro sistema solare.
Terraformare significa rendere la vita possibile in mondi diversi dal nostro.

La genetica, assieme all’esplorazione spaziale, è, infatti, l’altro grande “dovere” dell’umanità. Sarà grazie alla genetica, io spero, che potremo riuscire a creare nuove razze in grado di adattarsi alla vita su Marte o altrove. L’umanità magari sarà costretta a vivere in calotte protette con micro-habitat, ma sul suolo marziano nuove piante e nuovi microrganismi potranno crescere e, tra le altre cose, persino trasformarsi in nuove forme di cibo per quest’uomo sempre affamato.

175529611-8307af36-9467-4838-899a-dec90a9bb0e0Per questo è importante sapere se su Marte c’è acqua. Perché l’acqua è alla base della vita come la conosciamo. Perché se ci sarà acqua non dovremo portarcela dietro dalla terra e non dovremo sintetizzarla in loco. Perché se ci sarà acqua sarà più facile cominciare una nuova esistenza lassù. Perché se ci sarà acqua potremmo persino scoprire altre forme di vita. Microrganismi, magari, ma formatisi in modo diverso. Magari non basati sul carbonio, magari con strutture fondamentali impensabili. Se ci sarà un simile microrganismo potremmo capire molto, moltissimo di noi, della vita e dell’universo.

175530343-2ab43552-f44c-48c3-b941-9a3f84f47bceCredo che siano possibili biologie diverse da quella terrestre, basate su diversi elementi, ma se su un mondo non c’è vita, se su Marte non c’è vita, dovremo cercare di ricrearla nella forma più simile a quella che già conosciamo. Per questo ci serve l’acqua. Anche se poca, anche se nascosta in profondità, anche se presente nella tenue atmosfera. La nostra tecnologia ci permetterà di estrarla, studieremo come e un giorno questo servirà anche a dissetare i bambini africani. Per questo dobbiamo cercare l’acqua su Marte.

Potremmo anche popolare l’universo di robot autoriproducentesi e persino capaci di evolvere, ma la vita, la vita cui apparteniamo, di cui siamo il cancro e la speranza, è quella che veramente dobbiamo diffondere. È qualcosa che le dobbiamo, alla Vita, per tutti i danni che le stiamo provocando. Un dovere morale, ma anche un istinto insopprimibile. Dobbiamo andare. Dobbiamo partire verso il cielo e le stelle, perché questo è scritto nel nostro DNA, perché questo è l’impulso della vita: crescete e moltiplicatevi.

E sulla Terra non c’è più posto.

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TRE (GENTIL)UOMINI IN PALLONE (PER NON PARLARE DEL PRETE MORTO)

L’edizione che lessi attorno al 1974

Nel romanzo che sto scrivendo compaiono dei palloni aerostatici. Mi è allora venuta in mente una lettura di circa quarant’anni fa, “Cinque settimane in pallone” (1863) di Jules Verne. Oltretutto ricordando la meraviglia con cui autori come Verne o Salgari parlavano delle innovazioni tecnologiche del loro tempo, dovendo descrivere una situazione culturale in parte simile, mi sarebbe piaciuto cogliere un po’ di quello stupore scientifico che nel XXI secolo abbiamo orami perso.

Ho così ripreso in mano il romanzo di Verne (questa volta in e-book, con il consueto TTS – Text To Speech, che certo avrebbe stupito non poco l’autore francese).

Non ne ho tratto grandi spunti narrativi, ma in ogni caso è stata comunque una lettura utile sulle trovate tecniche del personaggio Samuel Ferguson, che, nel 1862, risolve i problemi ascensionali con un sistema di riscaldamento dell’idrogeno, che gli consente di dotarsi di una zavorra ridotta, vista la lunga durata dell’impresa prospettata (l’attraversata dell’Africa). Un accorgimento che ho imitato è quello del doppio pallone, uno interno all’altro. Nel mio romanzo, infatti, gli aerostati vengono impiegati anche in battaglia e questo sistema li rende un po’ meno vulnerabili. Complessivamente tutta la lettura credo mi abbia ispirato solo una decina di nuove righe. Persino il cacciatore che avvista le prede dall’alto e che, pur potendole colpire, deve rinunciare, non potendole poi
recuperare, potrebbe sembrare che l’abbia copiata da Verne, ma era cosa che avevo già scritto.

Non penso invece sia possibile ripetere il senso di meraviglia ottocentesca per i prodigi della tecnologia, che oggi suonano un po’ ingenui (quante volte compaiono la parola “meraviglia” o altre simili?), né la visione dell’Africa come terra popolata di selvaggi “negri” “gnam gnam”, ovvero cannibali ferocissimi. Singolare è l’incontro con i cinocefali, figura leggendaria che non mi sarei aspettata da un autore tanto preciso e scientifico come Verne. Nello stesso romanzo, in effetti, egli stesso scrive, in un altro passaggio, che gli uomini dalla testa di cane sono solo una leggenda, ma non manca di far assalire i tre viaggiatori da un branco di scimmie umanoidi che definisce tali.

Le popolazioni locali, siano essi arabi (sempre definiti “negri”) o tribù dell’interno, reagiscono alla vista del pallone o adorandolo o scatenando istinti violenti.

I viaggiatori sono tre: il dottor Samuel Ferguson, il cacciatore Dick Kennedy e il servo Joe (il suo nome è Joseph Wilson, ma, in quanto servo, compare più spesso degli altri con il nome proprio). Tutti e tre si comportano con tipica nonchalance inglese anche nelle più grandi difficoltà, seppur in grado diverso. Il servo Joe dimostra rispetto e ammirazione incommensurabili per il suo padrone, al punto di rischiare o sacrificare la propria vita ogni volta che questo possa servire. Da parte sua il padrone Ferguson lo tratta con affetto, sebbene sembri quello rivolto a un cane fedele, e non manca di fare il possibile per salvarlo quando si trova in difficoltà. Un quarto personaggio viene salvato dai tre esploratori, anche se l’intervento dei tre si rivela tardivo e lo sfortunato missionario muore in viaggio.

Jules Verne

L’intero romanzo mescola alle imprese fantastiche del terzetto (per non parlar del prete morto, parafrasando Jerome K. Jerome) informazioni sulle conoscenze dell’Africa di quegli anni e sulle spedizioni che ne avevano tentato l’esplorazione e apre la serie dei viaggi fantastici che hanno fatto la fortuna di Verne, trasformandolo in uno dei massimi iniziatori della fantascienza.

Provando a seguire con il satellite (Google Maps) il percorso dei tre avventurieri sono andato a cercare il lago Ciad, alla cui vista mi sono chiesto come fosse possibile che quella sorta di acquitrino che vedevo fosse l’imponente lago descritto da Verne. Purtroppo, soprattutto negli ultimi anni, il bacino si è sempre più prosciugato e ora, visto dal cielo, non sembra quasi più un lago! Al contrario, allargando la visuale, alla ricerca del deserto in cui i tre eroi hanno rischiato di morir di sete, vedo una fascia desertica (o quanto meno terre ingiallite) molto più estesa di come la ricordassi e che impegna nella sola Africa un’area più grande dell’intera Europa e prosegue poi in Asia, non solo nella penisola araba, ma fin quasi al Pacifico!

C’è chi nega gli effetti del surriscaldamento, ma probabilmente non ha mai dato uno sguardo dall’alto al nostro piccolo pianeta!

 

Ho completato la lettura del romanzo con quella dell’articolo scritto da Verne, una decina d’anni dopo la pubblicazione del romanzo, il 21 settembre 1873, a seguito di una sua esperienza di volo in pallone, “Ventiquattro minuti in pallone”, che di fatto conferma le intuizioni dell’autore che ha descritto con grande precisione il viaggio dei tra aeronauti senza aver mai volato prima.

 

DUE SETTIMANE A MONACO

Sono stato per due settimane a Monaco di Baviera con mia moglie e mia figlia. Devo dire che due settimane sono il tempo giusto per visitare questa città che offre davvero molto, se si vogliono visitare musei, palazzi, chiese. Ha anche un gran numero di bei parchi che l’attraversano e meritano qualche ora ciascuno. Per chi ama lo shopping  il centro della città non può certo deludere, con negozi di ogni livello e enormi centri commerciali.

Mia figlia la mattina frequentava un corso di tedesco alla BWS Germanlingua, in pieno centro, ad Hackenstrasse 7. Mi pare ne sia rimasta abbastanza soddisfatta.

Abbiamo alloggiato presso la Pension Seibel in Reichenback strasse 8, a 30 metri da Viktualienmarkt e a mezzo WP_20150804_09_29_03_Prochilometro da Marienplatz. Insomma difficile trovare una posizione più centrale. L’hotel offriva un’ampia colazione in una saletta arredata in stile bavarese. Pur essendo l’offerta di pietanze abbastanza ampia, in due settimane del nostro soggiorno non è mai variata. Sui tavoli c’era una caraffa di caffè e frutta fresca (non sempre ben assortita) e sul tavolo a buffet piatti, solo freddi, salati e dolci. In sostanza un paio di formaggi, uno tipo brie e uno tipo gorgonzola, philadelphia classico e alle erbe e sottilette, vari affettati, verdure secche (pomodori, peperoni, ecc), uova sode condite e no, caprese, pani bavaresi di vario tipo, una decina di dolci diversi, succo di arancia e di mela, yogurt bianco, alla fragola e ai cereali, varie marmellate, miele e credo di aver detto quasi tutto.

La prima stanza che ci hanno offerto (n. 46) , pur essendo una tripla (eravamo tre) era molto piccola e l’accesso al terzo letto era difficoltoso. Ci è stata prontamente sostituita con una quadrupla (n. 51), più spaziosa ma all’attico (quinto piano con ascensore) e quindi assolata. Dopo i primi giorni, con un modesto sovrapprezzo (€ 20 al giorno) ci siamo fatti spostare nella suite (n.31), un appartamentino di tre stanze decisamente più moderno come arredi, con cinque letti, ampio divano angolare con chaise longue, poltrona di vimini, tavolino con TV a schermo piatto, quattro sedie, cucina (ma senza pentole e con ben pochi piatti – che non abbiamo usato minimamente), due letti matrimoniali e un singolo, tre armadi, bagno nuovo (quello della n.51 meritava un completo rinnovo) con vasca, tutto molto meglio che nell’altra camera. Ottima soluzione, sebbene al terzo piano, senza ascensore, cosa che per me va benissimo, essendo abituato a fare le scale a piedi anche quando è possibile evitarlo.

Le ragazze che pulivano le stanze ci sono parse un po’ in affanno e difficilmente riuscivano a completare il giro prima delle 13,00. Ho fatto presente la cosa alla proprietaria che subito ci ha fatto pulire l’appartamento entro le 9,00. Insomma, l’hotel ha fatto il possibile per venire incontro alle nostre richieste, pur nei limiti di una struttura familiare di poche stanze.

Avevo tre guide con me:

  • Monaco Cartoville – Touring Editore
  • Low Cost Monaco – Morellini Editore
  • Germania – Le Guide Mondadori

Ho usato la guida Mondadori soprattutto per le escursioni fuori città (escursione al lago Chiemsee con visita al palazzo Herrenchiemsee – imitazione di Versailles – e giro in battello tra Stock, Herren e FruenInsel, il castello da fiaba Neuschanstein e l’adiacente Hohenschwangau, i paesi di Füssen, Augusburg e Oberammergau, nonché il campo di concentramento di Dachau). La consultavo poi la sera anche per le visite in città. Amo molto le guide Mondadori, per la presenza di foto e piante tridimensionali.
In tasca tenevo, invece, sempre la guida Touring Cartonville. Ogni zona della città ha la sua cartina (dalla A alla F), con indicazione di ristoranti, locali, negozi e, ovviamente, monumenti. Piccola e maneggevole, è stata utilissima soprattutto come stradario.

La guida della Morellini mi è servita solo come lettura generale e mi ha suggerito la visita del quartiere Jugend still di Schwabing, che era meno valorizzata sulle altre guide, seppur comunque indicata. Sostanzialmente però, avendo le altre due guide, avrei potuto farne a meno.

I ristoranti li abbiamo scelti “a naso”, senza consultare guide o web.

Abbiamo cercato di cenare quasi sempre bavarese e quasi sempre in pieno centro, non lontano da Viktualienmarkt, dove c’è una scelta notevole di esercizi. Alcuni dei locali in cui siamo stati sono i seguenti (il prezzo è per 3 persone):

  • Zum Dürnbraü – Dürnbraustrasse, 2 – € 82,00 – 1 agosto – bavarese;
  • Altes Hackerhaus Famillie Pongratz – Sendlinger Strasse, 14 – € 59,20 – 2 agosto – bavarese;
  • Bratwurstherzl am Viktualienmarkt – Dreifaltingkeitsplatz, 1 – € 46,50 – 3 agosto – bavarese;
  • Haxnbauer – Sparkassenstrasse – € 62,00 – 4 agosto – bavarese;
  • Der pschorr – Viktualienmarkt, 15 – € 72,10 – 5 agosto – bavarese;

    Schloss Neuschawnstein

    Schloss Neuschwanstein

  • Tarullo’s – Kreutzstrasse, 18 – € 55,01 – 6 agosto – italiano;
  • Maredo München – Frauenplatz 7 – € 57,70 – 7 agosto – spagnolo;
  • Laurin – S.Riedl & M. Augustburger GbR – Heiliggeiststrasse, 6 – € 67,20 – 8 agosto – bavarese;
  • Yum Thai Kitchen & bar – Utzschneiderstrasse 6 – € 85,20 – 10 agosto – thailandese;
  • Winter Garten – Elisabethplatz 4b – € 41,20 – 11 agosto – bavarese;
  • Restaurant Zum Alten Markt – Dreifaltigkeitsplatz 3 – € 49,20 – 12 agosto – bavarese;

Abbiamo mangiato bene in tutti e non vale la pena di fare particolari descrizioni di ognuno. Quasi ovunque, per questa categoria di prezzo, i tavoli sono senza tovaglia, gli ospiti si succedono sullo stesso tavolo senza che venga pulito e spesso la gente si siede dove trova posto libero, senza chiederlo al cameriere. Questi sono quasi tutti frettolosissimi (e sostanzialmente poco simpatici). Danno per scontato che si voglia solo bere (birra ovviamente) e una volta che gli hai ordinato le bevande scappano via e si fa sempre fatica a ordinare anche da mangiare. Le birre arrivano in fretta, ma il cibo tende ad arrivare con lentezza. Ci siamo ostinati a ordinare acqua frizzante, nonostante il prezzo che è quasi pari a quello della birra e il disprezzo più o meno evidente dei camerieri per “l’acqua miserabile” come l’ha persino chiamata uno di loro (in italiano) portandoncela, credendosi, forse, spiritoso. Nei locali bavaresi di solito i menù sono in tedesco, ma i camerieri capiscono bene l’inglese. Talvolta abbiamo trovato menù anche in inglese o persino in italiano.

Hohenschwangau

Hohenschwangau

L’unico locale con camerieri cortesi e attenti, tovaglie e un’apparecchiatura decente (di solito tovaglioli e posate stanno in boccali al centro della tavola e ognuno li prende da sé) è stato quello thailandese.

In molti locali (quasi tutti) i tavoli vengono condivisi. Se siete in tre e il tavolo è da sei, aspettatevi di dividerlo con altre due o tre persone.

A parità di prezzo in Italia si mangia meno, e soprattutto meno carne (o pesce), ma il servizio di norma è ben superiore. Sulla qualità del cibo, nulla da dire, se uno ama, carni e salumi.

Nei ristoranti è sempre stato possibile pagare con la carta di credito. Non così nei negozi. In uno hanno persino detto che non la accettavano sotto gli € 150! Gli ho lasciato l’acquisto sul bancone! Spesso nei negozi non la accettavano sotto 20 o 30 €.

Cosa abbiamo visto?

Neu Rathaus

Neue Rathaus

Tutto il centro, un gran numero di musei (il tecnologico Deutches, i bavaresi Müncher Stadtmuseum e Bayerisches Nationalmuseum, quelli dedicati all’arte moderna Haus der Kunst, Neue Pinakothek, Pinakothek der Moderne, Museum Brandhorst, Lenbachhauss e Schack Galerie e quelli di arte antica come la Glyptothek piena di statue romane, la Staatliche Antikensammlungen e l’imperdibile Alte Pinakothek), i due municipi (Altes e Neues Rathaus, quest’ultimo un imponente edificio tardo-gotico), molte chiese (Frauenkirche, Peterskirche, Heilinggeiskirche, Mikaelskirche, la barocchissima Asamkirche, St.Paulkirche e la decentrata St. Georgekirche), vari palazzi (Alte Hof, l’immensa Residenz, le terme Müller’sches Volksbad, Maximillianeum, Villa Stuck in jugenstill, come le case del quartiere Alt-Schwabing, il grandioso Schloss Nymphemburg con i suoi immensi giardini e l’adiacente quartiere di Neuhausen ), giardini (Hofgarten, Westermülbach, gli enormi Englischer Garten con lago e fiumi in cui i tedeschi facevano surf), piazze (Marienplatz con il municipio tardogotico che sembra Notre Dame, Viktualienmarkt con il suo mercato alimentare, Theresienwiese dove fanno l’Oktoberfest, la fiorita Gartenplatz vicino al nostro hotel, St.Anna con le due chiese omonime, Königplatz con i due musei e la porta in stile greco) porte torri e monumenti (Isartor, Sendlinger Tor, Friedensengel) e persino cimiteri (Alter Südicher Friedhof).

Loggia dei Lanzi a Firenze

Odeonplatz

Odeonplatz

Insomma, in due settimane c’è poco da fermarsi e quasi tutto quel che abbiamo visto meritava. Magari si potevano evitare la Schack Galerie e l’Haus der Kunst, avendo già visto altri tre musei di arte moderna. Imperdibili le visite fuori porta ai castelli nel sud della Baviera Neuschanstein e Hohenschwangau, ma anche la Residenz con l’adiacente loggia che imita quella dei Lanzi a Firenze, Marienplatz, Schloss Nymphemburg, Villa Stuck e gli Englischer Garten. In questo parco è incredibile cosa non riescano a fare i tedeschi: si tuffano nei fiumi dagli alberi, nuotano in correnti fortissime e gelide, fanno surf, rischiando di spaccarsi la testa contro gli argini strettissimi del fiume, prendono il sole in piena città come fossero al mare!

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Cinghiale davanti al museo della caccia e della pesca a Monaco

“Porcellino” della Loggia del Mercato Nuovo a Firenze

A proposito della Loggia di Odeonplatz che imita quella fiorentina, bisogna dire che ci hanno copiato anche il porcellino, quello della Loggia del Mercato Nuovo. Davanti al museo della caccia e della pesca (Jagd-und-Fischereimuseum di Neuhauserstrasse 2) ce n’è uno identico! Va detto però che il nostrano cinghiale (impropriamente detto “porcellino”) deriva da una copia romana di un marmo ellenistico, dunque i bavaresi potrebbero aver copiato uno di questi e non quello del Mercato Nuovo.

Per quanto bella, Monaco è in parte imitazione di cose di altre epoche, dall’imponente Neues Rathaus che, edificato tra il 1867 e il 1909, si rifà a uno stile gotico ormai superato, a Königplatz con i due musei e la porta che somigliano a templi greci. Quando poi si va sull’isola di Herren nel lago Chiemsee, il palazzo è un’autentica copia, incompleta, del palazzo di Versailles, ancor più somigliante della Reggia di Caserta.

Per quanto riguarda il viaggio, ci siamo mossi in auto (Firenze, Modena, Brennero, Inssbruck, Monaco), attraversando l’Austria (fa un po’ rabbia

Surf a Englischner Gartner

Surf a Englischner Gartner

dover acquistare le “vignette” per l’autostrada che durano 10 giorni minimo, quando l’attraversata si risolve in circa un’ora!).

La partenza di sabato 1 agosto, come temevo, ci ha trascinati nel pieno del traffico e, comprese pause per circa 1 ora, abbiamo impiegato più o meno 10 ore e mezza. Il ritorno è stato più veloce, con traffico solo in Germania, ma comunque di 8 ore e mezza, con la solita oretta di soste.

Per muoversi a Monaco sono quasi sempre sufficienti i piedi, avendo un hotel centrale come il nostro, comunque abbiamo preso due abbonamenti settimanali per le zone 1 e 2. Forse poteva bastare la sola zona 1, ma le poche puntate nella 2 erano quelle che più difficilmente si potevano fare a piedi.

L’auto è impossibile parcheggiarla in centro. Non solo è caro, ma davanti all’hotel non si possono mettere monetine per più di 2 ore di seguito (tranne la notte)! Ho quindi lasciato l’auto al parcheggio Riemer See P+R al capolinea della Linea U2 di Messestadt-Ost. Costa € 1 il primo giorno ed € 3 i giorni successivi, più il prezzo per l’estensione dell’abbonamento alla metro di altre 2 zone (€ 5,40 ogni viaggio).

Conclusioni? Ottima vacanza, ottima location dell’albergo, ottima scelta della durata del soggiorno, ottimo il cibo. Interessante e piacevole il tutto.

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