Archive for luglio 2013

IL FRATRICIDA CHE VIAGGIAVA NEL TEMPO BIBLICO

Risultati immagini per Caino SaramagoSe José Saramago non avesse già scritto un romanzo intitolato “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” (1991), forse avrebbe potuto intitolare “Caino” (2009) “La Bibbia secondo Caino”.

Saramago non è certo nuovo nel toccare temi religiosi. Penso anche a “Le Intermittenze della Morte” (2005).

Caino”, una delle ultime opere del premio Nobel portoghese scomparso il 18 giugno 2010 è un romanzo non lungo, ma affascinate ed estremamente ricco di temi.

Innanzitutto, può essere letto come un viaggio nel tempo. In questo José Saramago si dimostra innovativo pur senza creare soluzioni particolari. Diciamo che lo è forse più per trascuratezza verso la questione che per particolare attenzione. Sembrerebbe che come faccia il suo Caino a viaggiare nel tempo a lui poco importi. Non ha certo una macchina apposita. Lui cammina e si trova in un “diverso presente”, lontano decenni o secoli da quello da cui proveniva, a volte in avanti nel tempo, a volte indietro. Il tempo in cui viaggia però è sempre quello della Bibbia. Si muove su un asino e quasi si potrebbe pensare sia questa cavalcatura a essere magica, ma poi lo lascia e il suo viaggio non finisce.

Caino è proprio quello che pensiamo: il fratello assassino di Abele. Dio lo condanna a errare e lui non lo fa solo nello spazio, ma anche nel tempo. Quando incontra Dio e questi gli chiede come mai nei momenti salienti della storia biblica lui compaia sempre, Caino risponde di non saperlo e che pensava potesse essere opera sua, ma Dio gli risponde che queste cose non le fa.

Così l’errante figlio di Adamo incontra Abramo e Isacco, Giosuè, Mosè, Noè. Si unisce con Lilith, con le figlie e la moglie di Noè. Assiste alla caduta delle mura di Gerico, alla distruzione di Sodoma e Gomorra e al Diluvio Universale. Manca di un pelo solo la Genesi, ma Saramago ci mostra i suoi genitori.

José Saramago

Questo viaggiare nel tempo, che avviene a prescindere dalla sua volontà, ricorda un po’ quello del protagonista de “La Moglie dell’Uomo che viaggiava nel Tempo” (2003) della Niffenegger: non c’è previsione, non c’è logica nei loro spostamenti. Caino però non si ritrova ogni volta, come Henry, nudo e indifeso. Il suo spostamento è indolore, si porta dietro ciò che ha, persino l’asino. Come Henry ogni volta ritorna dalla sua Claire, così Caino torna (meno spesso) da Lilith.

Ora questo nome, Lilith, ci porta già in un’altra dimensione di questo romanzo.

Lilith è una figura presente nelle antiche religioni mesopotamiche e nella prima religione ebraica, che potrebbe averla appresa dai babilonesi assieme ad altri culti e miti (come il Diluvio universale) durante la prigionia di Babilonia.

Nella religione mesopotamica Lilith è il demone femminile associato alla tempesta, ritenuto portatore di disgrazia, malattia e morte. La figura di Lilith appare inizialmente in un insieme di demoni e spiriti legati al vento e alla tempesta, come è il caso nella religiosità sumerica di Lilitu, circa nel 3000 a.C.

Per gli antichi ebrei Lilith era la prima moglie di Adamo (quindi precedente a Eva), che fu ripudiata e cacciata via perché si rifiutò di obbedire al marito. Sebbene alcuni studiosi datassero l’origine verso il VIII secolo a.C., le trascrizioni mesopotamiche accennano a questa figura già dal III millennio a.C.

La presenza di questa figura nel romanzo, ci fa capire che siamo nella Bibbia, ma non proprio in quella ortodossa. Del resto qualche dubbio sorge subito, quando Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso, vengono a sapere dall’angelo sulla porta che nel mondo ci sono già molti altri uomini. Forse, però i viaggi nel tempo sono già iniziati!

Quello che José Saramago ci mostra è un Dio che possiamo ritrovare nelle pagine del libro sacro, ma l’autore insiste nel mostrarcene l’orgoglio, l’arroganza e la violenza.

Caino uccide Abele perché il Signore lo preferiva a lui e quando Dio lo rimprovera, il figlio di Adamo non abbassa la testa, ma a sua volta accusa la divinità: se Dio avesse voluto, avrebbe potuto fermarlo, se Dio fosse stato più giusto, lui non avrebbe ucciso suo fratello. Caino confessa che con il fratricidio in realtà non voleva uccidere Abele, cui voleva bene, ma Dio stesso. Non potendolo raggiungere ha colpito chi gli era caro.

Nei suoi peregrinaggi Caino, però, si convincerà sempre più della malvagità di Dio, che ucciderà tutti i bambini di Sodoma e Gomorra per le colpe dei loro genitori, che ordinerà ad Abramo di uccidere Isacco (sarà Caino a fermarne la mano) per metterlo alla prova, che manderà alla rovina il buon Giosuè, in combutta con Satana, per lo stesso motivo, che farà distruggere agli israeliti intere città. Alla fine il fratricida deciderà di punire quel Dio malvagio e nel farlo il romanzo si trasformerà in un’ucronia, ma non rivelo di più, dato che già la storia biblica è ben nota e almeno la sorpresa del finale penso spetti al lettore.

Che Dio sia violento e ami mettere alla prova lo avevamo già visto del resto ne Il Vangelo secondo Gesù Cristo”. Un altro concetto che ritroviamo è il peso della colpa. In quel Vangelo sarà Giuseppe a tormentarsi per non aver salvato i bambini innocenti giustiziati da Erode, qui è Caino a non reggere il peso della morte di Abele. La sua rabbia verso Dio, che l‘ha spinto al gesto, è però più grande. Due stragi di bambini innocenti ci sono in entrambi i libri (quelli giustiziati da Erode e quelli bruciati da Dio a Sodoma e Gomorra).

Il Diavolo compare anche qui con doppia faccia. Nel primo romanzo era un Diavolo/ Pastore. In questo è in combutta con Dio, quello che gli fa il lavoro sporco e, forse, quello che ha capito quanto Dio sia malvagio.

Che dire poi di questi angeli annoiati, che non ne possono più di lodare il Signore in Paradiso e che appena possono venire sulla Terra e fare qualche lavoretto sono tutti felici?

Insomma, ancora una volta un’opera che fa riflettere su Dio e sulla Bibbia, mostrando quegli aspetti che vengono messi meno in evidenza nei sermoni domenicali.

Caino e Abele

Caino e Abele

Leggi anche:

–          Cecità

–          Il Vangelo secondo Gesù Cristo

–          Le Intermittenze della Morte

Firenze, 07/05/2013

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THE SECOND KING

Le Notti di Salem”, in originale “Salem’s Lot”, è il secondo romanzo pubblicato da Stephen King. Affronta con maestria, ma senza innovazioni particolari il tema dell’invasione di vampiri, anche se, quando fu pubblicato, nel 1975, l’approccio doveva certo suonare meno abusato di oggi, dopo che negli ultimi anni abbiamo visto vampiri sotto ogni punto di vista possibile.

La storia si presenta come un affresco corale. Il volume si apre con alcuni eventi che paiono scollegati tra loro (l’arrivo di uno scrittore nel paesino di Jerusalem’s Lot (anche detto Salem’s Lot), un cane ammazzato e appeso davanti al cimitero, due ragazzi che si perdono nel bosco, due antiquari che aprono un negozio in paese.

Sembra quasi di essere in uno di quei romanzi (il più recente che mi viene in mente è “Il Seggio Vacante” di J.K. Rowlings) che descrivono vizi e ipocrisie di un paese di provincia. Eppure King era King già negli anni ’70 e, sebbene abbia amato assai di più opere successive, la sua mano è già quella di un maestro, e il suo amore per il soprannaturale emerge presto, assieme ai vampiri contagiati dal morso infernale di uno dei due finti antiquari, contro cui combatterà fino all’ultimo… sangue, lo scrittore Ben.

Una vera e propria lotta del Bene contro il Male, con tanto di prete (quel Padre Callahan che ritroveremo anche in altre opere di questo autore), acqua santa, croci e paletti di legno da piantare nel cuore, per la salvezza di Gerusalemme. Non mi pare, infatti, casuale la scelta del nome del paesino, dove anche Lot, che qui sta per “terreno” è poi, in fondo, anche il nome di un patriarca biblico. Ovviamente Salem è anche il nome del famoso villaggio in cui nel 1692 ci fu una delle più grandi persecuzioni di streghe.

Stephen King

Stephen King

I riferimenti alla tradizione vampiresca classica sono non solo nei metodi di lotta, in puro stile Van Helsing, ma nelle esplicite citazioni del “Dracula” di Bram Stoker.

Se, poi, leggendo “It”, avevo sospettato che King potesse conoscere Lovecraft ed esserne stato condizionato, qui abbiamo la netta conferma che sapeva chi fosse l’inventore dei più arcani trai mostri che la letteratura ricordi, dato che il suo è uno dei nomi di scrittori che compare in queste pagine.

Certo qui i vampiri non hanno conquistato il mondo come in “Io sono Leggenda” di Richard Matheson, ma la loro presenza dilagante è forse l’aspetto più innovativo per il genere. Probabilmente non potremmo vedere oggi telefilm come “The Walking Dead”, con i sopravvissuti che combattono con nonchalance contro zombie che popolano l’intero pianeta, se King non avesse aperto loro la porta, pardon, le tombe.

 

Firenze, 25/04/2013

 

NON SI SMETTE MAI DI IMPARARE

Nel 2008 il quotidiano La Repubblica se ne uscì con un’iniziativa editoriale interessante: una serie di volumetti, corredati di CD, intitolati “Saper Scrivere – Corso di Scrittura”, realizzati in collaborazione la Scuola Holden fondata da Alessandro Baricco (uno dei più creativi autori italiani contemporanei).

Acquistai i primi numeri del corso e sto ancora completandone lentamente la lettura. Tra quando affronto un volume e il successivo passano, infatti, vari mesi. Sono così arrivato al numero 6.

Il volume, come sempre, è diviso in più sezioni.

–          Scrivere per raccontare: questa volta tratta della riscrittura, degli aforismi, del registro linguistico, dei finali e della progettazione di un romanzo.

Articoli tutti interessanti. Citerei solo un paio di concetti importanti: “non c’è romanzo che possa dirsi davvero finito”. Credo che ogni scrittore lo scopra presto. Non si finisce mai di correggere e rettificare. A un certo punto, però occorre metter fine alle correzioni e rielaborazioni e consegnare l’opera alle stampe, con un senso di insoddisfazione mai totalmente placato. Certo, oggi, con gli ebook e l’autopubblicazione è molto più facile fare poi delle nuove edizioni. Ognuna esprime la medesima ansia di voler migliorare ancora l’opera.

Un altro concetto su cui riflettere è “spesso non c’è niente di peggio di una buona idea”. L’idea iniziale del romanzo spesso cambia, il romanzo si muove per conto proprio, prende vita e segue strade che all’inizio non pensavamo. Se restiamo ancorati alla buona idea iniziale, probabilmente la nostra storia non prenderà mai il mare.

–          Scrivere per le immagini: si parla qui delle diverse versioni della sceneggiatura, del pitch (presentare la sceneggiatura a un produttore), di teatro, del punto di vista del produttore e del location manager (non si pensa spesso a quanto possa essere importante in un film una buona scelta dei luoghi in cui girare).

Alessandro Baricco

–          Scrivere per mestiere: mettersi in salvo dalle querele, separare fatti e opinioni, internet come divagazione, pubblicità e neologismi. Qui per mestiere si intende quello del giornalista!

–          Scrivere al Lavoro: le slides, l’abstract, il regolamento, il naming, gli ipertesti e la scrittura delle banche.

Se per hobby scrivo romanzi e, talora, racconti o poesie, per mestiere lavoro in banca e, in effetti, facendo i conti, ho scritto molti più testi (anonimi ovviamente) in ufficio che romanzi a casa. In banca ho svolto attività diverse: marketing, rapporti con altre banche, analisi di mercato, analisi di rischio, finanziamenti a grandi gruppi industriali, per l’acquisto di aziende o per progetti infrastrutturali o energetici. Mi sono così trovato sia scrivere relazioni, regolamenti, testi promozionali e persino slogan. Dunque, questo capitolo riguarda argomenti che ho vissuto professionalmente e quindi vi ho trovato pochi elementi aggiuntivi rispetto alle mie attuali conoscenze. Certo, mi ha fatto un po’ sorridere la parte finale dedicata specificamente alle banche, quando si invita a parlare semplice ed evitare termini stranieri. In effetti, nella comunicazione esterna si cerca di farlo, ma la comunicazione interna, specie in ambiti specialistici come quelli in cui opero ora, tende invece a essere sempre più tecnica e densa di termini inglesi. Credo che sia ormai difficile trovare nelle nostre relazioni finanziarie una riga che non contenga almeno un termine straniero! Questo, purtroppo, si riflette anche nella comunicazione esterna, perché lo sforzo di trasformare un linguaggio interno tecnico e complesso in uno semplice e non tecnico è grande e non sempre porta a risultati felici.

Comunque, ogni tanto è sempre bene prendere in mano testi come questo e riflettere un po’ su come scriviamo e su come potremmo scrivere.

 

Firenze, 13/04/2013

LA NONNA DI TUTTE LE DISTOPIE

La distopìa (o antiutopìa, pseudo-utopia, utopìa negativa o cacotopia) descrive un mondo negativo. Personalmente credo che si possa dividere il genere in due grandi gruppi.

Da una parte le distopie che parlano di società in cui le regole sono molto più forti e stringenti di quanto siano nella realtà. Si tratta sostanzialmente di parodie o esasperazioni di regimi totalitari.

Dall’altra parte abbiamo distopie in cui qualche evento ha portato al collasso dell’ordine civile e in cui le regole sono pressoché scomparse.

Nel primo caso abbiamo a che fare con ambienti in cui lo Stato o un qualche tipo di Sovrano esercita un forte controllo sui movimenti e la vita delle persone.

Nel secondo caso, ci troviamo soprattutto in momenti successivi a qualche evento apocalittico che ha quasi annientato l’umanità e disintegrato ogni forma di organizzazione sociale.

Pare che il termine distopia sia stato coniato nel 1868 dal filosofo John Stuart Mill, che si serviva allo stesso tempo anche di un sinonimo coniato da Jeremy Bentham nel 1818, cacotopìa.

Questo però non vuol dire che non possano esistere distopie antecedenti al XIX secolo e spero di poterle individuare (segnalatemele, se ne conoscete).

Entrambe le parole si basano sul termine utopìa, inteso come luogo ideale e i riferimenti sono a “La Repubblica” di Platone, “L’Utopia” di Tommaso Moro, “La Città del Sole” di Tommaso Campanella, “La Nuova Atlantide” di Francesco Bacone e numerose opere successive.

Distopìa è l’esatto opposto di Utopia e andrebbe compreso perché non vi siano opere contemporanee a quelle citate che possano essere classificate come tali o se ve ne siano.

Tra le prime opere di rilievo di norma citate per il filone distopico vi sono le narrazioni fantapolitiche antitotalitarie della prima metà del Novecento, tra cui “Il Tallone di Ferro” (The Iron Heel, 1908) di Jack London, “Noi (Мы, 1921) di Evgenij Ivanovič Zamjatin, “Qui non è possibile” (It Can’t Happen Here, 1935) di Sinclair Lewis, “Antifona” (Anthem, 1938) di Ayn Rand e “1984 (Nineteen Eighty-Four, 1948) di George Orwell.

Dunque, se “Noi” non è la prima distopia della storia della letteratura, è però senz’altro una delle prime opere fondamentali dell’epoca in cui questo genere ha preso la sua forma moderna. La sua influenza su opere come “1984” di Orwell o “Il Mondo Nuovo” di Huxley sono oggetto di studio.

 

Lo scrittore russo Evgenij Ivanovič Zamjatin scrisse Noi (in russo Мы) tra il 1919 e il 1921.

È un romanzo a carattere satirico ambientato nel futuro, in cui vengono estremizzati il totalitarismo e il conformismo sovietici. La ricerca spasmodica della felicità passa attraverso la soppressione della libertà. Essere felici è un obbligo. Le vite delle persone, che si muovono in un mondo di vetro (materiale, qui, dai molteplici usi), sono controllate matematicamente, come in un sistema industriale di tipo tayloristico. L’omologazione totale degli individui è rappresentata anche con la scomparsa dei nomi, sostituiti da sigle. Il protagonista si chiama D-503 ed è il “Primo Costruttore” di una gigantesca astronave, detta l’Integrale, con cui lo Stato Unico che domina l’intera Terra, intende esportare in altri pianeti il proprio modello di felicità obbligatoria.

L’uso diffuso del vetro rende le vite dei cittadini soggette allo sguardo costante delle altre persone e in particolare dei guardiani, anticipando l’idea dell’occhio scrutatore del Grande Fratello orwelliano.

Il protagonista, che per il proprio ruolo si presenta tra i più integrati e convinti del sistema, andrà in crisi quando incontrerà una donna, che lo metterà in contatto con i ribelli e che gli mostrerà che, oltre il muro verde, esiste un mondo selvaggio in cui la vita non segue le regole fisse e immutabili dello Stato Unico, in cui l’Orario delle Ferrovie viene considerato un classico della letteratura.

Il romanzo è, insomma, interessante sia per la fantasia creativa del mondo distopico immaginato, sia per gli influssi sulle opere successive, sia per alcune trovate e passaggi degni di essere citati.

Eppure devo ammettere che durante la lettura la mia attenzione ha avuto assai più

spesso del normale dei cali di attenzione superiori a quelli che possono capitarmi durante una lettura e non saprei quanto questo possa essere dipeso dal fatto che ho letto l’e-book con il TTS (voce sintetica in auricolare) in un momento in cui ho vari pensieri. Di norma, però questo non è sufficiente a far calare la mia attenzione. Credo ci sia quindi qualcosa nello stile narrativo che, pur avendo delle punte che richiamano fortemente l’attenzione del lettore, altre volte fa sì che la tensione narrativa tenda ad allentarsi. Questo, in effetti, è spesso uno dei problemi dei romanzi che descrivono mondi alternativi. La necessità di spiegare cose inusuali allontana l’autore dalla trama principale e dagli eventi narrati. Inoltre, occorre considerare che nei primi anni del XX secolo era ancora forte l’influsso dello stile fortemente descrittivo dei grandi romanzi ottocenteschi, russi in particolare. Il romanzo dunque mescola, mi pare, punte di forte modernità e uno stile a tratti brioso tipico della migliore fantascienza con momenti descrittivi, pur contenuti, dal ritmo più lento.

Firenze, 13/04/2013

FORMICHE E FANTASMI PSEUDO-OTTOCENTESCHI

Angeli e Insetti” è un volume che riunisce due romanzi di Antonia Susan Byatt intitolati “Morpho Eugenia” e “L’Angelo Coniugale”.

Vorrei scrivere un breve articolo sulla mitologia cristiana e, in particolare, sulla narrativa che si occupa di angeli, per cui il volume mi ha attratto. La storia che parla di angeli è la seconda, ma ho voluto leggere anche l’altra, che si è rivelata decisamente superiore alla seconda. Nel complesso, però, la lettura è stata per me una delusione. Innanzitutto perché “L’Angelo Coniugale” quasi non parla di angeli ma piuttosto di spiriti e, ancor più, di medium e spiritisti. La seconda delusione deriva dallo stile di questi romanzi.

Il primo è riuscito ad affascinarmi soprattutto quando parla della vita degli insetti, formiche, in particolare, e farfalle. Si presenta però discontinuo e irregolare nella narrazione, alternando passi di mirmecologia degni di un buon saggio divulgativo (l’autrice sembra sapere il fatto suo in materia), una storia d’amore e, persino, la parentesi di un racconto scritto da una dei personaggi, diciamo un meta-racconto. La vita del mirmecologo costretto alla vita coniugale non è però priva di fascino narrativo. “L’Angelo Coniugale” non è meno discontinuo nella trama di “Morpho Eugenia” e, per giunta, appesantito da citazioni e riflessioni teologico-filosofiche, in parte interessanti, in parte no. Nel complesso mi è parso un po’ troppo astratto.

Antonia Susan Byatt

Antonia Susan Byatt

Infine, entrambi i romanzi mi hanno colpito per lo stile ottocentesco, al punto che, non conoscendo l’autrice all’inizio avevo quasi pensato si trattasse di qualche signora inglese del XIX secolo. Mi stupivano però certe conoscenze mirmecologiche piuttosto moderne, al punto da dirmi “però, non pensavo conoscessero già queste cose!”

Sono poi andato a cercare notizie sulla Byatt per scoprire che è, sì una vecchia signora inglese, come l’avevo immaginata, ma nata nel 1936 e non un secolo prima!

Capisco che per molte persone lo stile ottocentesco rimane ancora sinonimo di letteratura e che, essendo l’ambientazione in tale epoca, la scelta può anche essere adeguata, ma francamente da un’autrice contemporanea (“Angeli e Insetti è del 1992) mi aspetto qualcosa di un po’ più al passo coi tempi come stile e come approccio verso i personaggi.

 

Firenze, 03/04/2013

 

LA MAGIA VIOLENTA DELLA CINA RURALE

Del Premio Nobel cinese Mo Yan, ho letto di recente l’eccezionale romanzo “Il Supplizio del Legno di Sandalo”, che mi ha affascinato per lo stile narrativo e la trama, che mescola magia, realtà, vita quotidiana e un’immensa violenza.

L’Uomo che allevava i Gatti e Altri Racconti”, dello stesso autore, ha in buona parte le stesse caratteristiche, ma essendo una raccolta di racconti e non un romanzo, perde in profondità, articolazione e ricchezza narrativa.

I racconti sono:

  • Il vecchio fucile
  • Il fiume inaridito
  • Il cane e l’altalena
  • Esplosioni
  • Il neonato abbandonato
  • Il tornado
  • La colpa
  • Musica popolare
  • L’uomo che allevava i gatti
Mo Yan

Mo Yan

Vi incontriamo un uomo che va a cacciare con il fucile con cui sua madre uccise suo padre, una ragazza rimasta cieca che ha sposato un muto, liti attorno ad aborti e bambini abbandonati (effetti delle politiche di contenimento demografico della Cina), un vecchio e un ragazzino che affrontano un vento imprevisto, un mendicante cieco che con la sua musica fa la fortuna e la disgrazia di una donna divorziata, un uomo che alleva gatti per far soldi.

Certo la violenza non raggiunge i livelli de “Il Supplizio del Legno di Sandalo” in cui uno dei personaggi centrali era un boia torturatore, ma questa non è quasi mai del tutto assente. La Cina che ne esce fuori, non è davvero “un paese per vecchi”, è un mondo persino più spietato di quelli di McCarthy, anche perché si percepisce come reale. È una Cina fatta di contadini o di figli di contadini, che ancora stentano ad adattarsi alla vita moderna, di cui cominciano appena ad intravedere gli agi. Non sono, però, morte le leggende e la magia del passato, con le volpi che fabbricano pillole dell’immortalità e gli spiriti che si muovono nelle campagne.

Firenze, 21/03/2013

I BAMBINI SBOCCIANO DA SOLI

Il Giardino Segreto” della scrittrice anglo-americana Frances Hodgson Burnett è un romanzo che da quando è uscito nel 1910 continua a riscuotere un grande successo di pubblico e che ancora oggi appare moderno e di assai piacevole lettura.

È un libro che si presentava come innovativo dal punto di vista pedagogico ed educativo e che, ancora oggi, ha molto da insegnare.

Non è però un’opera moralistica, ma una bella avventura di crescita e scoperta vissuta da due bambini brutti, sfortunati e terribilmente antipatici, che grazie all’amicizia reciproca e con un terzo ragazzino nonché alla vita all’aperto nel “giardino segreto”, cui hanno accesso solo loro, riescono a migliorare nel corpo e soprattutto nell’animo.

Mary Lennox è una bambina di 10 anni, nata in India da due genitori inglesi che la trascurano, facendola crescere viziata, arrogante e scontrosa. Dopo la perdita di entrambi i genitori, morti di colera, Mary viene affidata alle cure di un ricco zio, Archibald Craven, che vive in Inghilterra. Nella sua immensa casa di cento stanze, dove lo zio non viene neppure ad accoglierla, seguendo urla e pianti misteriosi, la bambina scoprirà che vive anche suo cugino Colin, della stessa età, bloccato a letto da una malattia che tutti credono lo porterà a divenire deforme e morire. Il ragazzo non ha in realtà nulla, ma orfano della madre, si sente abbandonato dal padre e per questo si ammala.

La cugina saprà come affrontarlo, spingerlo a muoversi e a uscire all’aria aperta. La natura farà il resto e la primavera ridarà forze e colore a entrambi, fino a farli tornare dei bambini normali (o quasi).

Frances Hodgson Burnett

Frances Hodgson Burnett

Si può ben capire la forza di un messaggio come questo nell’Inghilterra di un secolo fa, dove nessuno avrebbe mai potuto pensare che dei bambini potessero trovare in loro stessi la forza e la capacità per crescere e migliorare, ritenendosi fondamentale la rigidezza delle regole educative e il costante controllo degli adulti, che qui, invece, quasi fossimo in una striscia di Charlie Brown, sono quasi assenti.

A distanza di un secolo, come educatori siamo certo assai meno fissati con le regole e molto più permissivi, ma non per questo meno ossessivamente presenti e coercitivamente vincolanti negli indirizzi di crescita dei nostri figli. La miscela educativa moderna, fatta di pressione continua e assenza di autorità rischia di essere persino più esiziale del rigido autoritarismo novecentesco.

Libri come questo tornano quindi a essere utili e importanti per capire come ogni bambino abbia in sé il proprio potenziale di crescita e la capacità di utilizzarlo autonomamente in modo costruttivo.

Facile (forse) a dirsi, ma assai difficile da applicarsi per noi genitori ansiosi del XXI secolo.

 

Firenze, 16/03/2013

 

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