Archive for dicembre 2014

TUTTI I LIBRI DEL 2014

Tiziano Terzani

Anche quest’anno voglio provare a fare un elenco dei libri letti da gennaio a dicembre. Ho continuato a censire regolarmente le mie letture su anobii e questo mi semplifica il compito, dato che per ognuno ho riportato varie informazioni, compreso la da di inizio e fine lettura.

Considererò come letture del 2014, quelle finite nell’anno.

Ecco, dunque, l’elenco, in ordine cronologico, dalla prima all’ultima lettura.

 

20) Avventura nell’iperspazio- John W. Campbell – (e-book) – romanzo fantascientifico.

 

Analizzando la lista dei libri letti nel 2012 avevo notato una prevalenza (per la prima volta nella mia vita di lettore) degli ebook sui cartacei (43 contro 21). Nel 2013 l’elettronico ha aumenta il distacco: i volumi in ebook sono stati 49 contro 23. Nel 2014 gli e-book sono stati 44 contro 12. Occorre poi notare che la maggior parte dei cartacei li ho letti nel periodo estivo, durante le ferie. Normalmente leggo in contemporanea un e-book e due cartacei (uno che tengo sul comodino e uno che mi porto appresso). Il libro che avevo sul comodino a fine agosto è rimasto lì fino alla fine dell’anno e non per colpa sua. Se fosse stato un e-book sono certo che in una settimana l’avrei finito. Tra i cartacei che mi porto appresso, da agosto a fine dicembre, ce ne sono stati solo due, entrambi di modeste dimensioni. Insomma, tolto i periodi di vacanza, per me ormai il solo modo di leggere è in e-book, grazie a quell’invenzione geniale che è il TTS (Text-To-Speech) con cui riesco a leggere durante i miei spostamenti a piedi o in auto, con le auricolari. Evviva allora la tecnologia, evviva gli e-book ed evviva il TTS, senza dei quali quest’anno avrei letto meno di 15 libri, una vera tristezza!

 

Tra le letture c’è un solo libro mio, “Ansia assassina”, che ho riletto per predisporre una possibile nuova edizione. Se il 2013 era stato piuttosto denso di pubblicazioni (un nuovo romanzo, la riedizione di un altro e sei raccolte di poesie più cose minori), quest’anno, invece, non ho pubblicato nulla e anche l’attività di scrittura procede a rilento, per mancanza di tempo, concentrata solo su un romanzo ucronico, ancora lontano da una possibile pubblicazione.

 

Anche quest’anno ho letto alcuni autori “poco noti” (esordienti o comunque editi di recente da case editrici minori o autoprodotti). Senza contare i miei sono stati 9 (come nel 2013, nel 2012, invece, ne avevo letti 12, nel 2011 altri 10 e nel 2010 ben 30) Non conto quello di Elisabetta Cametti, che sebbene esordiente ha pubblicato con Giunti con una discreta promozione. Ben tre sono di Sergio Calamandrei e fanno parte del progetto Sesso Motore.

 

Gli autori che ho letto di più quest’anno sono stati:

  • Stephen King: 5
  • Sergio Calamandrei: 3
  • Jeremy Rifkin: 2
  • Alessandro Baricco: 2
  • Joe R. Lansdale: 2
  • Isaac Asimov: 2
  • Andrea Frediani: 2
  • Haruki Murakami: 2 (uno in lettura)

King e Asimov erano presenti anche nella lista dei libri più letti nel 2013 con 2 volumi ciascuno.

 

Nel 2013 avevo letto 7 libri di premi nobel, quest’anno solo 4: Panuk, Hemingway, Modiano e Grass.

 

Nel 2014 le letture non di narrativa sono state più abbondanti, con 4 manuali, 1 volume illustrato e ben 8 saggi di vario argomento e 2 riviste letterarie, per un totale di 15 volumi.

Se i romanzi espressamente fantascientifici sono solo 4, questi, assieme a opere di carattere variamente fantastico, arrivano a 15. Le opere di narrativa a carattere storico, comprese le ucronie, sono 8.

Gli italiani sono stati 25.

 

Quali letture mi sono piaciute, di più, senza limiti di genere?

Direi:

 

Il migliore tra questi? Davvero difficile dirlo. Ai romanzi di King mi sono ormai appassionato e rischio di essere poco obiettivo, la grandezza di Hugo è incontestata, l’interesse dei saggi di Rifkin e Diamond è notevole, “Il labirinto”, pur opera leggera, è molto coinvolgente, Lansdale ha un bel piglio ma forse è un po’ ripetitivo, Grass è una bella scoperta, il saggio autobiografico di Terzani, non solo è interessante ma riesce a essere istruttivo e emozionante. Di tutti, forse, quello che mi ha stupito di più è stato proprio Terzani. Sebbene in un altro momento avrei potuto scegliere come miglior libro uno qualunque degli altri, voglio dare la palma per quest’anno  (sembra anche un buon auspicio per questo capodanno) a:

La fine è il mio inizio di Tiziano Terzani.

 

Quale libro mi ha deluso di più? A parte gli autori poco noti, che non possono che stupirmi in positivo, tra i libri famosi, “Sonno profondo” mi ha lasciato indifferente per la sua piattezza e “Romanitas” mi ha indispettito per la mancanza di fantasia. “Avventure nell’iperspazio” può essere letto come un esempio di letteratura “vintage”, ma è davvero ingenuo. Sebbene abbia ormai capito che aver vinto un premio nobel non voglia dire per forza che i libri di questi autori mi debbano piacere, ma sia Modiano che Panuk mi hanno profondamente deluso, considerata la loro importanza (peraltro ho molto apprezzato Grass).

 

I libri che ho letto gli anni precedenti li trovate qui:

–          2013

–          2012,

–          2011,

–          2010,

–          2009,

–          2008,

–          2007.

Nella mia Libreria su anobii trovate i commenti da me fatti a ciascuno. I link invece rimandano ai commenti sul mio blog.

 

Buon 2015 ricco di nuove letture!

 

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UN THRILLER STORICO DA LIMARE UN PO’

Copertina I guardiani della storiaUltimamente leggo soprattutto e-book, ma ho ancora tantissimi cartacei da leggere. Tra questi, c’era, regalatomi qualche tempo fa, “I guardiani della storia” di Elisabetta Cametti (Giunti Editore).

Il volume mi incuriosiva soprattutto per due motivi: il titolo ricorda quello di una serie di romanzi che ho scritto e pubblicato in parte (“I guardiani dell’ucronia”) e si presenta come un thriller storico, genere che mi interessa. Leggendo poi la biografia di Elisabetta Cametti ho notato alcune somiglianze con la mia: è un po’ più giovane di me (1970 contro 1964), è laureata in Economia e Commercio, si è occupata di marketing, inoltre è italiana, anche se il suo romanzo ha un po’ l’impostazione dei thriller americani, con una protagonista che come si legge nel risvolto di copertina è “bionda, combattiva, porta spesso i tacchi alti, dorme quattro ore per notte e adora gli animali”. Si tratta di “Katherine Sinclaire, direttore generale della 9Sense Publishing, una delle più potenti case editrici mondiali”.

Un’autrice italiana che scelga come protagonista un’inglese già mi insospettisce un po’. Per carità, la cosa in sé non è certo un problema, in fondo io stesso non ho scritto un romanzo su un’eroina francese (Giovanna D’Arco in “Giovanna e l’angelo”)? La cosa però non mi convince molto. Per fortuna la seconda parte del romanzo si sposta in territorio italico e si comincia a parlare di etruschi.

Gli etruschi veri però compaiono solo indirettamente, dato che l’indagine si sposta sul Lago di Bolsena in un luogo a loro sacro, che ricorda un po’ qualche spelonca archeologica alla Indiana Jones, con avventure che si fanno via via più rocambolesche, con riti misterici e labirinti impenetrabili.

Elisabetta Cametti

Il romanzo avrebbe un certo potenziale, ma un buon editing sarebbe stato utile, non certo per errori grammaticali o sintattici, essendo scritto abbastanza bene, ma per alcuni piccoli salti logici, varie ripetizioni e alcune leggerezze descrittive che mi hanno un po’ irritato nella lettura. Purtroppo queste sono cose che ci fanno apprezzar meno un’opera anche quando la sua qualità complessiva sarebbe superiore.

Sono piccole cose, ma hanno il loro impatto. Citerei qualche esempio per farne capire meglio la natura:

A pag. 589 leggo:

“<<È l’acqua che ha fatto crollare il pavimento.>>

<<Cioè?>>

Dopo essersi caricata Bianca sulla spalla, Jethro si avvicinò al dislivello da cui si erano calati e colpì la superficie con un calcio. Un rumore acuto echeggiò nella galleria.

<<Metallo…>>

<<E quindi?>>”

Segue spiegazione. Nuova domanda. Ulteriore spiegazione. Il “Cioè?” sembra abbandonato a se stesso e la brillante Katherine pare un po’ scema (e non solo qui). Non era una tipa tosta, aggressiva e rampante?

Anche esclamazioni come:

“<<Dove? Siamo imprigionati qui sotto, senza scampo!>>” (pag. 584)

Mi suonano poco naturali.

Sempre nella stessa parte del libro (pag. 586) i protagonisti finiscono in una barca, che presumerei essere piccola, tipo barca a remi, dato che sono dentro un edificio sotterraneo. Non sembra che siano scesi dalla barca, ma leggiamo:

“Katherine notò che Jethro barcollava. Si teneva la spalla destra con la mano sinistra e trascinava una gamba.”

Ma non eravamo in barca? Di solito non ci si muove così tanto. O forse sono già scesi?

Poco dopo, in effetti, Katherine

Elisabetta Cametti

“Strisciando carponi, raggiunse il corpo della ragazza.”

O la barca è grande o ne sono usciti.

Poche righe dopo però leggo:

“la distese sulla panca della barca.”

Una barca con una panca (una sola) fa pensare sia davvero a remi. Ci sono tornati sopra o non ne sono mai scesi?

Ci sono poi alcune descrizioni dettagliate che mi sono parse superflue, tipo (pag.291):

“Le mani nelle tasche dei pantaloni cargo beige che poggiavanosu paio di scarponi da trekking in goretex con la suola in vibram scolpita, un pile leggero chiuso fino al collo e sopra un altro pile spesso con la cerniera slacciata.”

Peccato che l’autrice si sia dimenticata di descrivere mutande e calzini!

Oppure (pag.289):

“<<Dove sei?>>

<<Scesa adesso da una Mercedes ML nera noleggiata all’aeroporto di Malpensa>>”

Ma cosa importa da che auto è scesa e dove l’ha presa? Dato che è ai piedi del Monte Rosa, poteva bastare dire questo. Serve a descrivere il personaggio (che viaggia in Mercedes), ma disturba la lettura.

Sono dettagli, ma il romanzo è pieno di queste piccole divagazioni che nell’insieme distraggono e annoiano.

Aprendo sempre a caso il libro (pag. 255) leggo ancora (poi non vi tedierò più con altri esempi):

“A piedi nudi Katherine uscì dalla stanza, attraversò l’appartamento buio fino alla porta del ripostiglio. La aprì, accese la luce, sollevò l’anta scorrevole dell’armadio e tirò fuori una scatola di cartone.”

Dire che è a piedi nudi aiuta a descrivere il personaggio? Può essere. Ma una descrizione così precisa per dire solo, poco dopo che ha preso dall’armadio quattro bombolette spray, quando invece nell’episodio del fiume sotto l’Isola di Bolsena, manco si capisce se i personaggi sono in barca e che cavolo di barca è, mi pare contraddittorio.

Le cose banali e ovvie, che tutti conoscono e capiscono, non dovrebbero necessitare di descrizioni. Se descrivo una situazione particolare, invece, occorre essere precisi, perché la scena non si visualizza altrettanto facilmente.

Che dire poi delle parti in corsivo, in cui leggiamo direttamente i pensieri dei personaggi? L’approccio letterario è accettabile, ma il realismo dei pensieri lascia piuttosto a desiderare.

Anche la trama è poco coerente nel suo passare da vicende aziendalistiche e conflitti familiari a misteri etruschi. Avrei gradito un maggior approfondimento della storia etrusca. Un simile popolo avrebbe potuto offrire maggiori spunti.

Insomma, non posso che augurare a Elisabetta Cametti (anche se ha pubblicato con Giunti, è pur sempre un’autrice esordiente al suo primo libro) di trovare un editor di cui fidarsi e che la aiuti a bilanciare meglio i suoi prossimi testi, che sembrano avere molte delle caratteristiche di alcuni bestseller americani, con ambientazioni esotiche (come posso sembrare gli etruschi da quelle parti), manager d’assalto proiettati in giro per il mondo, morti sospette e misteri mistici.

 

RISCRIVERE L’ILIADE

Non è passato molto tempo dall’ultima volta che ho riletto l’Iliade in una traduzione classica, ma l’idea di leggerne una riscrittura sintetica (“Omero, Iliade”) realizzata da uno dei nostri migliori autori viventi mi ha incuriosito.

Alessandro Baricco ha, infatti, pubblicato un volumetto di 163 pagine nel quale riscrive e racconta uno dei libri più celebri e letti della storia dell’umanità.

L’intento è quello di trasformare il testo in qualcosa che possa essere letto davanti a un pubblico in sala in un tempo ragionevole. In tal senso, forse, il volume, pur sintetico per i contenuti trattati, mi parrebbe anche troppo esteso.

Nell’introduzione Baricco spiega di non aver tagliato quasi nessuna scena, tranne le apparizioni degli Dei. Scelta questa che rende il volume più snello e moderno, ma certo anche più lontano dal suo spirito originario.

Il maggior pregio di questo lavoro mi pare sia quello di fornire un testo gradevole e di veloce lettura che meglio di qualunque traduzione ci aiuta a calarci nella trama dell’Iliade. Pur avendo letto in vari modi questo libro, le sue tante digressioni mi hanno sempre reso difficile focalizzare la trama nelle sue linee essenziali. Questa versione è di grande aiuto in tal senso. Gli eventi, finalmente, si succedono con moderna regolarità e ogni cosa sembra estremamente chiara e semplice. Persino le battaglie si snodano con lineare precisione.

Insomma, un ottimo testo soprattutto per gli studenti più pigri che vogliono entrare facilmente tra queste pagine immortali o per chi, come me, si illude di conoscere questa storia ma voglia provare a vederla con una diversa angolazione o per chi voglia tornare a rivivere la più celebre delle battaglie ma non abbia il tempo per affrontare il testo integrale. Forse anche un’occasione per sentirsi spinti a leggerlo o rileggerlo in una traduzione più completa.

 

STORIE NATE DA UN MAZZO DI CARTE (ANZI DUE)

L’idea di scrivere un racconto lasciandosi ispirare da delle figure è senz’altro interessante e affascinante e, al giorno d’oggi, credo possa considerarsi quasi come un tipico esercizio da scuola di scrittura creativa. Io stesso mi sono trovato a scrivere lasciandomi ispirare da qualche dipinto.

Se anziché prendere una singola immagine, ne prendiamo alcune in serie, la storia può svilupparsi in modo suggestivo.

Delle immagini che possono svolgere questa funzione sono quelle delle carte da gioco. Quelle francesi possono ispirare fino a un certo punto, avendo ben poco più che tre sole figure, re, regina e fante, in quattro diverse varianti e altrettanti segni (o simboli). Le carte napoletane fanno la pari con queste, sebbene dispongano di una grafica più fantasiosa e di una diversa simbologia, oltre che di una tripletta un po’ diversa (re, regina e cavaliere).

Derivati dalle carte napoletane, ci sono però i tarocchi, che ai quattro semi aggiungono alcune figure ricche sia di significato, sia di allusioni visive: gli Arcani Maggiori (un tempo detti Trionfi), 22 carte (o Lame) che si sommano alle 56, dette Arcani Minori, che, similmente ai citati mazzi di carte da gioco, sono divise nei 4 semi della tradizione italiana. Le figure qui sono 4 (Re, Regina, Cavaliere e Fante) e le carte numerali 10.

Tale ricchezza rende queste carte adatte non solo al gioco, ma anche alla divinazione. La narrativa segue, in fondo, meccaniche interpretative non molto diverse.

Gli Arcani Maggiori sono: Il Bagatto, La Papessa, L’Imperatrice, L’Imperatore, Il Papa, L’Innamorato, Il Carro, La Giustizia, L’Eremita, La Ruota della Fortuna, La Forza, L’Appeso, La Morte, La Temperanza, Il Diavolo, La Casa di Dio, La Stella, La Luna, Il Sole, Il Giudizio, Il Mondo e Il Matto.

Come si può ben capire da questo elenco, nel mazzo si nascondono numerosi personaggi, situazioni, ambientazioni. Il gioco di prendere alcune carte e leggerle una dietro l’altra per raccontare una storia, sia essa la divinazione della cartomanzia o opera narrativa sorge spontaneo.

A tale esperimento si è prestato uno dei massimi autori italiani, Italo Calvino, che ammiriamo per ben più felici prove, che nel volume “Il castello dei destini incrociati” si destreggia con ben due mazzi, uno di fattura più raffinata con cui dà luogo alla serie di racconti che dà il nome al volume, e uno di fattura più rozza, che dà vita alla serie di racconti de “La taverna dei destini incrociati”, parte del medesimo volume.

Il meccanismo delle due raccolte è il medesimo: alcuni avventori si ritrovano nel primo caso in un castello e nel secondo in una locanda, tutti privi della voce. Alcuni di loro prendono a narrare la propria storia scegliendo alcune lame dei tarocchi e mostrandole una dopo l’altra. Il narratore, come un cartomante, interpreta per noi la loro vicenda. Le storie si intrecciano, alcune carte vengono usate da diversi avventori in modo differente.

Ritroviamo attorno ai due tavoli le vicende di alcuni personaggi ben noti, quali Elena di Troia, i paladini Orlando e Astolfo, Carlo Magno, Faust, Edipo, accanto ad altre vicende di figure che restano anonime, pur rivelandosi nelle vesti esemplari di cavalieri, principesse, vampiri, briganti, streghe o altro.

Italo Calvino

La forma narrativa appare, di conseguenza, un po’ distante, sia perché si ascoltano narrare eventi passati e non si vivono direttamente, sia per lo sforzo interpretativo simulato dal narratore, sia per il continuo spostarsi dell’attenzione dalle carte alla vicenda narrata, che all’inizio appare suggestiva,  ma che dopo i primi racconti, comincia un po’ ad annoiare, essendo il meccanismo ormai ben chiaro. Oltretutto il secondo gruppo di racconti riprende la medesima struttura del primo, portandoci solo all’ulteriore sforzo di immaginare un diverso mazzo di carte, con un diverso tipo di disegni per le medesime figure.

Nelle intenzioni originarie di Calvino c’era la volontà di farne anche una terza parte (“Il motel dei destini incrociati”), utilizzando questa volta non dei tarocchi ma le vignette dei fumetti, riordinate per descrivere storie diverse. Tale trovata (non realizzata), avrebbe però avuto il difetto di usare come mattoni delle storie elementi meno certi, definiti e riconoscibili, quali invece sono le 78 lame dei tarocchi, carte non certo diffusissime, ma note e riconoscibili.

Se l’esperimento all’inizio incuriosisce, il suo protrarsi però non mi pare giovi all’attenzione del lettore, nonostante le possibili numerose varianti e le citazioni dotte.

 

L’OPPOSTO DEL SIGNORE DELLE MOSCHE

Ne “Il signore delle mosche” un gruppo di ragazzini civilizzati, abbandonati su un’isola deserta si trasformano in selvaggi. Ne “Il labirinto” un gruppo di ragazzini rinchiuso in una radura, circondata da un labirinto, creano una società civile e organizzata, con ruoli e compiti ben definiti.

Apparentemente il messaggio che sembra lasciarci Golding appare l’opposto di quello di James Dashner. Il premio nobel sembra comunicarci che, dentro di noi, siamo tutti dei selvaggi e che basta poco per trasformare delle creature falsamente considerate come innocenti, quali i bambini, in assassini senza cuore. Il giovane scrittore americano (1972), con questo primo volume (The maze runner – 2009) di una serie che promette già 5 o forse 6 volumi, ci dice invece che la volontà e la capacità di organizzarsi è prerogativa dell’uomo, persino quando è solo un adolescente.

Se valutare il senso della storia di Golding è più semplice, trattandosi di opera in sé compiuta, “Il labirinto”, per essere interpretato correttamente andrebbe letto all’interno della serie. Questo primo volume, infatti, ci lascia con i ragazzi che si apprestano ad affrontare nuove prove in un ambiente diverso.

Nel primo romanzo vediamo che i movimenti e le scelte dei ragazzi sembrano essere in parte pilotate dall’esterno, ma la loro libertà di scelta è tale da renderli i veri artefici di questo ordine in cui vivono, anche se l’arrivo di due nuovi personaggi porterà ad alterare le loro abitudini e l’ordine, che uno dei loro capi sottolinea essere una delle cose più importanti che hanno, in quella sorta di prigione.

Il labirinto” sembra un romanzo fatto apposta per ricavarne un video gioco, con un dedalo da attraversare, popolato da creature minacciose, un codice da decifrare e passaggi di livello, ma è una lettura che scorre veloce e appassiona, tenendo alta la tensione e la curiosità. La trama è sostanzialmente quella di un’avventura, ma la presenza di personaggi adolescenziali, ne fa anche una sorta di romanzo di formazione, di percorso di autoconsapevolezza e crescita personale. Il fatto che i ragazzi abbiano perso la memoria li rende figure particolari, con un desiderio di conoscenza e scoperta che si trasmette nel lettore.

La radura, con le strane creature meccaniche che osservano ciò che vi succede e con le piccole e grandi battaglie affrontate dai radurai, fa pensare all’arena di “Hunger Game”, anche se il pubblico sembra assente e se c’è si nasconde dietro quei piccoli marchingegni da spionaggio. Anche l’età dei personaggi è simile, ma per Suzanne Collins sono ragazzi che combattono per la propria sopavvivenza personale, l’uno contro l’altro (con qualche eccezione), mentre i radurai combattono assieme per la salvezza comune, pur essendo disposti a lasciare dei morti sul campo di battaglia. Come in “Hunger Game” anche ne “Il labirinto” i ragazzi sembrano destinati a morire uno dopo l’altro, a meno che qualcuno non si ribelli e spezzi il meccanismo.

Il messaggio di entrambi, sempre gradito agli adolescenti, sembra essere che il mondo è un posto difficile in cui vivere (del resto questi sono anni di crisi) ma che la forza di volontà può cambiarlo, che può esserci un ragazzo speciale in grado di mutare le cose.

Il labirinto” parte come una sfida intellettuale oltre che fisica, ambientato in un mondo dal sentore fantascientifico, ma si conclude proiettandoci decisamente in una distopia apocalittica fantascientifica, che ci si aspetta potrà svilupparsi nei prossimi volumi.

Come i migliori fantasy, il romanzo cerca di inventarsi un suo linguaggio con numerosi neologismi (caspio, pive, radurai, scacertole, dolenti…), ma forse non osa abbastanza e avrebbe potuto approfondire il tentativo creando un linguaggio nuovo più articolato, anche se, non essendo un contesto fantasy, forse non ce n’è bisogno e possono bastare quelli creati, sufficienti per una comunità autonoma ma tutto sommato recente. Insomma un buon tentativo di dare maggior realismo all’ambientazione.

James Dashner

The Maze Runner (The Maze Runner Series)

 

LE INDAGINI SPAZIALI DI ISAAC ASIMOV

Le correnti dello spazio” è il secondo romanzo del ciclo dell’”Impero”, che a sua volta è il secondo ciclo di storia della Galassia, dopo quello dei “Robot”, scritti dall’autore di fantascienza americano di origine russa Isaac Asimov, ma può essere letto del tutto autonomamente rispetto ai romanzi precedenti, innanzitutto perché l’idea di unificare i cicli dei “Robot”, dell’”Impero” e della “Fondazione” è venuta ad Asimov solo in un periodo successivo e, ha quindi, allora, scritto i romanzi di congiunzione tra un ciclo e l’altro. Inoltre, a parte che gli eventi del ciclo dell’”Impero” si svolgono dopo quelli dei Robot e che la colonizzazione delle Galassia appare assai più avanzata, con la Terra ormai quasi dimenticata e ridotta a semplice leggenda, i due cicli, pur asimovianamente ottimistici, con mondi popolati solo da esseri umani, senza alcun alieno, si presentano per il resto piuttosto diversi, innanzitutto per la totale assenza di robot nel secondo ciclo, cosa spiegata nel romanzo “I robot e l’impero”, ma tutto sommato sconcertante. Ammesso che siano stati aboliti dai primi pianeti colonizzati, possibile che in mondi così evoluti, dopo tanti secoli, non siano ricomparsi?

Le correnti dello spazio” è indubbiamente una storia di fantascienza, essendo ambientata su un paio di mondi alieni, in un futuro estremamente lontano, ma la sua struttura, come già per i romanzi del ciclo dei robot, ricorda molto da vicino quella del giallo e, in particolare, dell’indagine poliziesca, con un mistero da risolvere e un colpevole da smascherare. Come già nel ciclo dei “Robot”, l’indagine è soprattutto basata sulla logica e sulla tensione psicologica sui personaggi coinvolti, con momenti in cui i sospetti vengono messi a confronto diretto e con abbondanti dialoghi. La componente fantascientifica è data dal fatto che la vittima è uno scienziato che è stato sottoposto a un trattamento che gli ha fatto perdere la memoria, mentre stava per rivelare al mondo di Florina un grave pericolo che lo minacciava, qualcosa di legato alle correnti di atomi di carbonio che attraversano la Galassia e che qualcuno non vuole che venga conosciuta. Lo scienziato, ridotto a un povero demente, pian piano recupera la propria memoria e contribuisce all’indagine.

Il romanzo (1952) è il seguito de “Il tiranno dei mondi” (1951) e costituisce una trilogia assieme a “Paria dei cieli” (1950), con cui si conclude il ciclo e ci si avvia verso quello successivo della “Fondazione”. Anche se è il secondo come successione degli eventi, è il terzo a essere stato scritto. Rispetto a “Il tiranno dei mondi”, forse per la sua brevità, si presenta più scorrevole e con meno divagazioni. La scrittura di Asimov, come sempre, è lineare, logica e precisa e, forse, un po’ troppo asciutta. Se da ragazzino mi entusiasmava, oggi la trovo solamente piacevole.

LE MERAVIGLIE DELLE BIOTECNOLOGIE

Se dovessero indicare quale sia la tecnologia dominante e caratterizzante della nostra epoca, immagino che molti di noi indicherebbero l’informatica o, più ampiamente, l’elettronica oppure, in modo più ristretto, internet. Eppure in questi anni c’è un’altra tecnica che sta facendo grandi progressi: la biotecnologia o, se preferite, l’ingegneria genetica.

Il saggio di Jeremy RifkinIl secolo biotech”(sottotitolo “Il commercio genetico e l’inizio di una nuova era”) affronta l’argomento con ricchezza di dettagli, esaminandolo da più punti di vista, sia di applicazioni realizzate e di prospettive di sviluppo, sia di problematiche ambientali o sociali.

Per chi non si occupi abitualmente di queste cose, il libro sebbene non recentissimo (essendo stato pubblicato in Italia nel 1998 da Baldini & Castoldi), offre una carrellata di esempi di applicazioni pratiche che riescono a stupire e sembrano quasi fantascienza, sebbene già concretamente realizzati.

Come non stupirsi di fronte a microrganismi in grado di nutrirsi di metano, tecniche in grado di ricostruire interi organi partendo da una singola cellula, metodologie di screaning per la ricerca di malattie genetiche, sistemi per evitare tali malattie, trasformazione di specie animali o vegetali, mescolanza di geni tra specie tra loro diversissime?

Se, da una parte, Rifkin ci mostra le grandi potenzialità delle biotecnologie per curare malattie, nutrire un pianeta sempre più sovraffollato, creare cibi e medicine migliori e persino risolvere i problemi dell’inquinamento atmosferico, dall’altra ci mette in guardia sui problemi etici della manipolazione genetica, sui rischi ambientali derivanti dall’introduzione in natura di specie modificate, sulle implicazioni sociali di diversi sistemi riproduttivi, dalla clonazione, alla creazione di in vitro di individui.

Un solo argomento per me rilevante, mi pare, non venga trattato da Rifkin: l’utilizzo dell’ingegneria genetica per la terraformazione. Credo, infatti, ci sia un senso nel fatto che l’evoluzione sia arrivata a creare una specie come l’uomo, che sta depauperando delle proprie risorse il pianeta, sterminando le specie, riducendo la biodiversità a ritmi impressionanti. Il nostro pianeta si stia indebolendo dal punto di vista della biodiversità e questo lo rende fragile. Se la Terra può essere vista, nel suo insieme, come un grande organismo vivente, se ogni organismo mira a sopravvivere e a riprodursi e se la Terra sta morendo, forse lo fa perché questo processo ha anche permesso di creare una civiltà tecnologica che è oggi finalmente in grado di replicare la vita terrestre su un altro pianeta, o meglio di creare nuova vita su altri mondi, non necessariamente uguale a quella che conosciamo. Non mancano infatti in natura esempi di creature che privilegiano la riproduzione alla sopravvivenza individuale.

Se siamo in grado di creare organismi che si nutrono di metano, questi o altri simili non potrebbero vivere del metano presente nell’atmosfera di Marte contribuire a creare un’atmosfera più vivibile, liberando ozono che possa schermare le radiazioni ultraviolette? Non potremmo creare (o ci siamo già riusciti?) microrganismi che si nutrano di biossido di carbonio e sopravvivano ad alte temperature, per popolare l’atmosfera di Venere e magari, nel corso dei millenni, produrre ossigeno, trasformando quindi l’aria del pianeta, rendendolo abitabile anche per altre forme di vita?

Certo sono processi che richiederebbero tempi che vanno al di là delle durate cui siamo abituati a pensare, ma sarebbe il nostro contributo, come specie, alla diffusione nell’universo di questo prodigio che è la vita. Andrebbe considerato come un processo non necessariamente volto a creare un ambiente per la vita umana, ma solo per consentire l’avvio di nuove forme di vita, ma dato che senza un interesse diretto raramente l’uomo si muove, si potrebbe considerare che, sempre grazie all’ingegneria genetica, potrebbero essere creati nuovi esseri umani modificati, in grado di vivere in ambienti solo parzialmente terraformati.

Sono questi temi, purtroppo, ancora troppo lontani dalla sensibilità comune. Lo stesso Rifkin, del resto, teme che l’intera biotecnologia possa apparire alla gente come un argomento troppo lontano dalla propria esperienza comune e cerca di rimarcare come, invece, l’ingegneria genetica sia ormai divenuta un tema di rilievo nel dibattito socio-politico sulla direzione che dovrà seguire la storia dell’umanità, qualcosa che già oggi ha molte implicazioni pratiche.

Gli ecosistemi sono instabili e vanno valutati i rischi di interventi umani che potrebbero avere ripercussioni impensabili e inattese. Se solo potessimo fare le nostre sperimentazioni genetiche nello spazio, l’umanità potrebbe fare grandi progressi senza compromettere gli equilibri naturali del pianeta.

Con questo saggio Rifkin si dimostra ancora una volta sia uno studioso attento a tutti gli sviluppi economici e sociali dell’umanità, capace di spaziare dai tempi più diversi come la fine della proprietà e il passaggio a un sistema economico basato sull’affitto (L’era dell’accesso), lo sviluppo delle energie alternative (Economia all’idrogeno), la nascita di un mondo basato sulla produzione diffusa di energia (La terza rivoluzione industriale), sia un abile divulgatore, capace di scrivere con semplicità e chiarezza e una certa obiettività di argomenti complessi e delicati.

 

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