Archive for marzo 2008

La guerra vinta da Licia Troisi

La setta degli assassini - TroisiIncuriosito dal successo di questa autrice, donna e, per giunta, italiana, ho acquistato “La Setta degli Assassini”, il primo volume del ciclo “Le guerre del Mondo Emerso” di Licia Troisi. Solo dopo aver finito di leggerlo sono andato a cercarmi una sua biografia e dal suo sito ho scoperto che è nata il 25 novembre 1980, dunque ha solo ventotto anni ed è maledettamente giovane (ero convinto fossimo coetanei!)
Devo dire subito che, nell’acquistare il libro, ho commesso un errore. Avrei voluto, infatti, iniziare la lettura dal primo volume e tale pensavo questo fosse ma ho scoperto solo aprendolo che è il primo volume, sì, ma del secondo ciclo.
A chi non avesse mai letto nulla di Licia Troisi consiglierei dunque ora di partire dal ciclo “Cronache del Mondo Emerso” e dal primo volume di questo “Nihal della Terra del Vento”, qualcuno, tra l’altro, dice che il primo ciclo è migliore del secondo.
In quarta di copertina si possono leggere le lodi che di quest’autrice fa la stampa. In particolare, Panorama la definisce “La Regina del Fantasy”.
Con la lettura di questo romanzo ho quindi cercato di proseguire il mio cammino alla ricerca degli “ingredienti magici” di un libro di successo di cui al mio precedente post (Gli ingredienti magici della gran cuoca Rowling).
Vorrei, però, prima soffermarmi sulla definizione di fantasy, cui, si dice, che questo ciclo appartiene. Leggo che il termine inglese è stato spesso utilizzato per indicare tutta la letteratura fantastica, e altre volte in riferimento al genere isolato. Registrato dai dizionari come genere letterario che tratta di universi immaginari di stampo medievale in cui operano il sovrannaturale e la magia, in realtà il termine è applicabile a opere in prosa che abbiano le seguenti caratteristiche:
a.       siano ambientate in mondi secondari, cioè immaginari, con regole interne ben precise e sempre rispettate;
b.      presentino forze magiche e sovrannaturali che operano al loro interno;
c.       possiedano uno stile elevato e un linguaggio alto, a volte arcaicizzante;
d.      affrontino il tema della ricerca (la quest) di un oggetto;
e.       presentino la lotta tra il Bene e il Male.
Sono andato a ricercarmi una definizione di fantasy, perché la sensazione che ho avuto alla fine della lettura era che questa storia lo fosse assai poco.
La mia idea del genere (che “frequento” poco) è, infatti, molto legata a quella di un mondo di magia, pieno di esseri fantastici come elfi, gnomi, draghi e troll. Ebbene questi compaiono nel romanzo, ma la loro natura magica mi è parsa del tutto secondaria rispetto allo svolgimento della storia. Ovvero, se anche alcuni personaggi, come Lonerin, sono maghi, si servono assai poco dei loro poteri e gli gnomi potrebbero essere una qualunque feccia umana, dato che la loro appartenenza ad una specifica razza non mi pare abbia grande importanza per la trama.
L’impressione che ne ho avuto è stata quella di una bella storia inserita in un contesto fantasy più per comodità di inserirla in un ciclo e in un genere di facile individuazione che per un’esigenza intrinseca del narrato. Badate che questo, al meno per me, non è un difetto. I generi letterari sono comodi per catalogare i libri, ma i “buoni” libri difficilmente si lasciano etichettare!
Bisogna, però, dire che il punto “a” è rispettato e ho trovato molto suggestiva l’idea della suddivisione geografica dei mondi emersi in Terra del Vento, Terra delle Rocce, Terra dei Giorni, Terra del Sole, Terra del Mare e Terra della Notte.
Il romanzo è ambientato soprattutto in quest’ultima che è tale di fatto, dato che non vi sorge mai il sole. Idea che mi pare, come dicevo, ricca di suggestione.
Che il punto “b” sia un po’ carente l’ho già scritto. Il punto “c”, poi, non mi pare sia la massima preoccupazione dell’autrice.
Per quanto riguarda “d”, è vero che Dubhe, la protagonista, va alla ricerca della pozione che potrà salvarla dalla Maledizione che la tortura, ma questa mi pare una ricerca troppo personale e “egoistica” per essere definita una “quest”, ma immagino che la cosa potrà svilupparsi negli altri romanzi del ciclo.
Infine, direi che il punto “e” è abbastanza rispettato dato che la Setta degli Assassini rappresenta senz’altro il Male. Però, il bene è piuttosto poco rappresentato, dato che anche Dubhe e il suo Maestro in fondo sono degli assassini e Dubhe di mestiere fa la ladra, dunque non proprio degli stinchi di santo.
Licia TroisiMa veniamo all’analisi degli elementi del successo. Vorrei partire dalla lista che avevo individuato nel post su Harry Potter:
1.        trama: indubbiamente c’è una storia anche se la trama è piuttosto essenziale e potrebbe essere agevolmente riassunta in poche righe senza perdere elementi significativi;
2.        strutturazione: per valutare questo aspetto correttamente dovrei leggere tutti i libri, cosa che non ho fatto. Questo è ben strutturato al suo interno con l’alternarsi di capitoli ambientati nel presente e capitoli ambientati nel passato. I personaggi emergono e si delineano bene;
3.        ambientazione costante: anche qui andrebbero visti tutti i libri del ciclo ma posso presumere che ci sia;
4.        ripetitività e ritualità: pur avendo letto solo questo volume, mi pare (da quel che ho letto in merito) che i romanzi siano caratterizzati da una progressività della storia, piuttosto che da una loro ciclicità, ma attendo conferma da chi li ha letti tutti;
5.        magia come estraneamento dalla realtà: direi che anche qui il senso dell’ambientazione fantasy è questo, pur con i limiti già detti;
6.        mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia: qui il mondo è alternativo al reale ma non c’è la schizofrenia del passaggio dal mondo vero a quello magico che può esserci, ad esempio in Harry Potter, si svolge tutto in un unico mondo, non si torna nel mondo “reale”;
7.        amicizia: non mi pare che ci sia molta “vera amicizia”. Il rapporto di Dubhe con il Maestro è quello di un’orfana alla ricerca di una figura paterna e quello con Jenna somiglia di più ad un amore mancato, quella con Lonerin è piuttosto acerba;
8.        lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto: questo è vero anche per questo romanzo;
9.        compenetrazione tra il Bene e il Male: è meno evidente che in Harry Potter;
10.     tanti nemici, grandi e piccoli: se questo era vero per il ciclo della Rowling, qui, invece, il nemico è uno solo, la Setta, con chi c’è dietro, come Aster, e con chi la compone, manca quindi la piccola lotta quotidiana;
11.     un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale: Dubhe non si sente mai del tutto debole, sebbene sia spesso sperduta e spaventata, ma è sempre piuttosto forte e, comunque, non scopre mai di avere poteri particolari, il suo è il normale percorso di crescita da bambina ad adulta;
12.     spettacolarità: è assai ridotta;
13.     competizione: non c’è competizione tra uguali. Il solo con cui Dubhe potrebbe competere è Jenna ma hanno un rapporto assai diverso;
14.     mistero: sebbene vi siano cose da scoprire (passaggi segreti, vie di fuga, complotti…) non vi è un vero mistero da svelare;
15.     suspance: la storia si lascia leggere volentieri e induce a proseguire nella lettura ma la suspance e l’attesa per nuovi sviluppi è relativa;
16.     paura: la protagonista può anche provare paura qualche volta ma non certo il lettore;
17.     avventura: ce ne è in giusta dose;
18.     iniziazione e crescita verso l’età adulta: questa è la parte che più mi è piaciuta di questo libro. I capitoli in cui Dubhe bambina è cacciata dal suo paese ed erra alla ricerca di un modo per sopravvivere e si lega così al Maestro, sono assai gradevoli. C’è da dire che, però, Dubhe non cresce mai del tutto (non in questo romanzo, ma ce ne sono altri), che stenta a capire chi sia e cosa debba fare di sé, ma, indubbiamente questo può essere definito un libro di iniziazione;
19.     morte: visto che si parla di assassini, ovviamente la morte è presente e, forse, anche il senso della morte, ma non c’è alcuno interrogarsi su di essa o il tentativo di superarla. Semmai solo un anelito naturale di sopravvivenza.
Cosa intendo dimostrare con questo confronto tra gli elementi dei romanzi della Rowling e quelli presenti nei cicli della Troisi? L’impressione che potrebbe risultarne, temo possa essere quella che “La Setta degli Assassini” non sia un buon libro. Il che non è quello che penso.
Credo che la Troisi si stia meritando il successo che ha ed il suo romanzo complessivamente mi è piaciuto.
Mettere però così a confronto due romanzi di successo (seppure non pari) mi aiuta (e spero aiuti anche chi legge) a capire l’eccezionalità abilità della Rowling ad inserire così tanti elementi nei suoi libri. Ad onore di Licia Troisi, devo però dire che mentre per Harry Potter ho esaminato tutti e sette i volumi, averne qui visto solo uno mi ha certo fatto perdere qualche elemento.
Vorrei però concludere con la sensazione, suscettibile di cambiare man mano che andrò avanti con quest’analisi, che la presenza ben equilibrata di tutti o molti degli “ingredienti magici” è uno degli aspetti importanti per il successo di un libro e azzarderei quasi a dire che il successo possa essere proporzionale alla maggior presenza di questi.
Nel libro della Troisi, infatti, sono presenti molti “ingredienti magici”, in quelli della Rowlings, tantissimi, in romanzi di scarso successo a volte se ne trovano si è no uno o due.
Ripeto, però, ancora, a scanso di equivoci, quanto precisato nel precedente post: in ogni ricetta ci devono essere ingredienti principali ed ingredienti di cui occorre solo un pizzico (eccedere con uno di essi può fare più danno che non metterlo!). La maestria nel cuoco non sta solo negli ingredienti ma anche nelle loro dosi, nei tempi di cottura e nella presentazione del piatto.

Giovanna e l'angelo (romanzo ucronico)

Angelo bruciato

 
Giovanna e l'angeloGiovanna e l’angelo” è, come il “Il Colombo divergente”, un’ucronia o allostoria.
È la storia di Giovanna d’Arco vista attraverso gli occhi di un insolito angelo che non ha contatti né con Dio né con altri (e questo lo rende “ateo” nel senso di “privo di Dio”). Un angelo che stenta a capire la propria reale natura ed il proprio ruolo, ma che nonostante ciò guida la Pulzella d’Orléans. Questa, con continua meraviglia dell’angelo, ne percepisce la voce come la Voce dell’Arcangelo Michele, prima, e delle due sante Margherita e Caterina, poi. Personaggi in cui, quasi senza volere, l’angelo si identifica di volta in volta, in quanto essere privo di una propria vera volontà e natura ma solo specchio dei sentimenti di Giovanna.

Giovanna d'Arco - Mila Jovovich

In “Giovanna e l’angelo” si narra tutta la vita dell’eroina francese dalla nascita al rogo e poi (parte ucronica) si narra della sua vita (sognata) futura. Tutto pare solo un sogno fatto tra le fiamme del rogo, al punto che l’angelo e la santa stentano a comprendere il confine tra verità e sogno, umano e divino, bene e male. In questo sogno sono entrambi eternamente imprigionati in una ciclicità che, pian piano, l’angelo comincia a sospettare e che troverà la sua piena evidenza nel finale, che rappresenta solo in apparenza un momento di rottura ma che in realtà è la chiave che riconduce la narrazione alla propria singolare ciclicità, al suo restare imprigionata in un “non-tempo” che troppo spesso somiglia al mese di maggio in cui la donna fu arsa sul rogo. Un "non-tempo", però, ucronicamente inserito nella Storia, cui si fa costante riferimento.
Giovanna d'Arco - Mila Jovovich
La forza del sogno (o del desiderio) è tale da mutare la natura dei personaggi, il loro stesso destino e persino la loro sessualità. Ed ecco che l’ambigua mascolinità dell’eroina si muta in piena transessualità, che capovolge i rapporti tra i sessi di coloro che le sono più vicini, dell’angelo in primis, in uno stravolgimento totale e soprannaturale non solo della Storia ma anche delle forze della natura, andando ben oltre i canoni dell’ucronia.
Il passaggio della nuova Giovanna attraverso i sentieri della Storia è travolgente ed ogni cosa muta natura e spesso si trasforma nel suo opposto. Il mondo è plasmato dal sogno della ragazza.
 
Giovanna d'Arco sul rogoGiovanna e l’angelo è esplorazione della Storia e ricerca di suoi nuovi possibili sviluppi ma anche narrazione di due solitudini che nascono dall’eccezionalità dei personaggi: quella di Giovanna d’Arco e quella dell’angelo. Due solitudini che non riescono a trovare soddisfazione l’una nell’altra, separate come sono dalla “remotissima vicinanza” che deriva dalle loro diversa natura, terrena e spirituale, e che rende il dialogo tra l’eroina e l’angelo pressoché impossibile, salvo i rari momenti in cui le Voci riescono a giungere all’orecchio di Giovanna ma sempre distorte, al punto che l’angelo non riesce a riconoscersi nella sua stessa parola.
angelo nudo
Ed in questa solitudine, contornata di innumerevoli personaggi, Giovanna va alla ricerca di impossibili mete ma soprattutto di se stessa e del senso della sua vita perduta.
 
Per leggere le prime pagine digitare:
Per acquistarlo andare alla pagina:
 
Autore: Carlo Menzinger
Editore: Liberodiscrivere.
Pagine: 265.
Prezzo di copertina: € 15,00.
 
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LA FAMIGLIA IMMAGINARIA

Gli editori in genere non fanno i salti di gioia quando gli si propone di pubblicare una raccolta di racconti e posso capirli, dato che anch’io preferisco sempre leggere piuttosto un romanzo. Per quel che mi riguarda il motivo è semplice: il romanzo ti trascina grazie ad un’unica trama, mentre con i racconti dopo poche pagine sei costretto ogni volta a calarti in una nuova atmosfera, immedesimarti in nuovi personaggi, capirne i rapporti tra di loro. Leggere dei racconti, in sostanza, è più faticoso che leggere un romanzo. Anche le raccolte a tema non aiutano molto, perché, sebbene abbiano una maggior unitarietà, il problema persiste. Probabilmente è per questo che i libri di racconti vendono meno e che, quindi, interessano meno anche agli editori.

 

Sono, dunque, davvero rari i casi in cui una silloge riesce ad avere un’omogeneità tale da rendere la lettura continua e scorrevole. In questi giorni ho, però, avuto la fortuna di scoprire una di queste rare perle: una raccolta in cui il passaggio da un racconto all’altro avviene senza “traumi”. Sto parlando de “La famiglia immaginaria” di Lina Dettori (Edizioni Iris), che si fa anche chiamare Eva Carriego.

Lina Dettori ha, infatti, avuto la notevole e rarissima capacità di creare una serie di racconti così fortemente legati tra loro che il passaggio dall’uno all’altro avviene sempre con la massima naturalezza e come in un buon romanzo quando alla fine di un capitolo siamo ansiosi di leggere il successivo, così qui avviene con il passaggio da un racconto all’altro.

Qual è il segreto di Lina? Credo sia, in realtà, legato al fatto che “La famiglia immaginaria” è quasi un romanzo, un grande affresco in cui una famiglia sarda (ma la localizzazione geografica ha un’importanza solo relativa) viene vista da diverse angolazioni, descrivendo ora un personaggio, ora un altro, ora un episodio delle vicende familiari, ora un altro, e, spesso, in un racconto si richiamano fatti che abbiamo già vissuto in un altro. È, dunque, come se stessimo leggendo un romanzo che analizza lo stesso soggetto, “la famiglia Sogos”, da diverse angolazioni.

E come se non bastasse i racconti sono scritti in modo vivace e gradevole e, quindi, le pagine scorrono via leggere, mentre nella mente si dipinge un grande affresco ricco di volti e figure che si muovono ognuna per conto proprio ma in una visione corale.

Quando l’autrice ci descrive uno dei suoi pittoreschi familiari “immaginari” non fa altro che aggiungere un altro tassello alla nostra comprensione di questo piccolo mondo di relazioni parentali che si snoda dalla fine del Ottocento ad oggi ed anzi, per qualche pagina, si protende fin verso un fantasioso futuro, in cui scopriremo nuove specialissime doti di questa stirpe isolana forte, decisa e, spesso, avventurosa.

Un libro tutto da leggere e da gustare.

L'ucronia dentro l'ucronia

The man in the High Castle” (Edizioni Vintage Books), di Philip K. Dick (l’autore di fantascienza il cui romanzo “Do androids dreams of electric sheep?” ha ispirato il celeberrimo film “Blade Runner”), noto in Italia come “La svastica sopra il sole”, oltre ad essere considerato il principale romanzo di tale autore, con il quale ha anche vinto il Premio Hugo è forse il più celebre e celebrato romanzo ucronico.
La trama si snoda tra il traffico di oggetti di modernariato, i rapporti diplomatici connessi al cambio di Cancelliere in Germania ed il tentativo di uccidere l’autore del romanzo “The Grasshopper Lies Heavy” (“La cavalletta non si alzerà più”) e,francamente, non l’ho trovata né tra le più convincenti, né tra le più avvincenti.
Quello rende importante questo romanzo, infatti, non è la trama, il suo stile o il tratteggio dei personaggi. Quello che lo rende un romanzo degno di essere ricordato e segnalato nei libri di letteratura, è la sua ambientazione, che lo rende uno dei più noti romanzi ucronici.
Si svolge, infatti, dopo la Seconda Guerra Mondiale, in un mondo in cui l’Asse Berlino-Tokyo ha vinto la guerra (il solo contributo dell’Italia, pare quello di non aver tradito i suoi originali alleati) e la Germania e il Giappone si sono divisi il mondo e, in particolare, l’America, in cui il romanzo si svolge, nella parte dominata dagli asiatici.
 

L’aspetto più interessante di “The man in the high castle è che all’interno dell’ucronia principiale compare il libro di cui si diceva prima “The Grasshopper Lies Heavy, che descrive un’ucronia inversa rispetto alla principale. Usando le parole del romanzo stesso:
Robert said, “What sort of alternate present does this book descrive?
Betty, after a moment, said, “One in wich Germany and Japan lost the war”.
 
Dunque la trovata geniale di Dick consiste non solo nel descrivere un’allostoria in cui le sorti della guerra sono state inverse al reale, ma anche nell’immaginare che, in questo mondo alternativo o divergente, vi sia un uomo, Abendsen, che abbia scritto un’ucronia nella quale a vincere siano stati invece Americani e Inglesi. E la cosa singolare è che la fantasia di quest’uomo non corrisponde alla realtà, ma descrive un terzo universo divergente, in cui le cose sono andate in un altro modo ancora, perché, in effetti, un uomo che viva sotto il dominio dell’Asse, non potrebbe che immaginare la vittoria degli anglosassoni in modo diverso da come è stata.
Non è certo la prima volta che si legge un libro in cui si parla di un altro libro, ma credo che questo sia un caso unico in cui si possa leggere, come se fosse una sorta di Matrioska, un’ucronia dentro un’altra ucronia.
Inoltre, Dick, pare consapevole del grande effetto politico che un’ucronia può avere (un po’ come l’ha avuto la sua sorella più stretta, l’utopia) e, immagina che questo libro debba circolare in clandestinità e che il suo autore rischi la vita. Perché, in effetti, mostrare al mondo che la Storia non è qualcosa di Certo ed Immutabile, che non esiste un Destino Immodificabile, è qualcosa che può disturbare un regime, qualunque regime, o qualunque visione del mondo che sia legata ad una Dottrina. Sarà anche per questo che le ucronie sono così poco diffuse? Sarà anche per questo che continuano ad essere un genere letterario poco noto, nonostante le infinite possibilità narrative che questo genere letterario offre?
 

C’è, poi, un altro aspetto interessante in questo libro: nel cap. 7 viene data una definizione/ spiegazione di cosa sia il libro scritto dall’immaginario Abendsen e, quindi, di cosa sia l’ucronia:
“Not a mistery” Paul said. “On contrary, interesting form of fiction possibly within genre of science fiction.”
“Oh no,” Betty disagreed. “No science in it. Nor set in future. Science fiction deals with future, in particular future where science had advanced over now. Books fits neither premise.”
“But,” Paul said, “it deals with alternate present. Many well-known science fiction novels of that sort.”
Si accenna, dunque, ad una possibile parentela tra l’ucronia e la fantascienza (di cui Dick è uno dei maestri e che, quindi, ben conosceva), ma poi questa parentela si nega.
Rimando allora alla definizione di ucronia che ho già dato in un mio precedente post e che si può leggere anche nell’introduzione da me fatta alla raccolta “Ucronie per il terzo millennio” (Edizioni Liberodiscrivere):
“L’ucronia o allostoria o fantastoria o storia controfattuale, è un genere letterario intermedio tra la fantascienza e il romanzo storico, in cui il racconto si differenzia dalla storia comunemente conosciuta, sostituendo a degli eventi storicamente avvenuti altri eventi immaginari.
Si differenzia dalla fantascienza, perché riguarda sempre fatti del passato e non ricorre, di norma, ad artifizi per modificare la storia.
Le mutazioni descritte devono avere un grado accettabile di probabilità di verificarsi.
L’ucronia può descrivere il momento in cui la storia muta o gli effetti di questo mutamento.”
Infine, mi chiedo quanto la trovata di descrivere un diverso esito della Seconda Guerra Mondiale possa considerarsi innovativo da parte di Dick. In realtà, persino Winston Churchill (che oltre ad aver guidato la Gran Bretagna e stato anche premio Nobel per la Letteratura) ha scritto "Se Hitler avesse vinto la guerra” e non si può dimenticare La notte della svastica di Katharine Burdekin, un romanzo scritto nel 1937, in cui si descrive un’Europa dominata dai nazisti. Non si tratta, però, di un’ucronia, perché fu scritto prima della fine della Guerra, quando non se ne conosceva ancora l’esito: è, quindi, un romanzo di fantapolitica o, al più, di fantascienza. Ignoro se Dick fosse a conoscenza di questi o altri libri sull’argomento.
 
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