Archive for febbraio 2014

Alessio Pilia – un illustratore di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI

Alessio Pilia, illustratore, grafico e musicista NON professionista. Nato a San Vito (CA) nel 1976, la situazione locale non gli ha permesso un’istruzione specializzata e si è formato in modo autodidatta. Appassionato di tutti i tipi di fumetti, in particolare è stato ispirato da Galep, Claudio Villa, John Buscema, e tanti altri. Alternava le passioni del disegno con quella della musica (suonò in varie band locali come bassista, voce, chitarra e batteria). Dopo le scuole superiori emigra in Veneto e per 15 anni fa vari lavori tra cui anche il grafico ( per una tipografia e come freelancer) e il web designer (creazione siti web). Il tempo per gli hobby era poco e i disegni sono saltuari. Illustra ritratti di politici veneti per il Corriere del Veneto durante il periodo elettorale. Crea il progetto musicale solista Invernomuto, che propone un misto di folk ed elettronica, dark, industrial rock., ispirandosi alle credenze popolari sarde e Das Ich, Wumpscut,ecc. Nel 2012 essendo rimasto senza lavoro si mette in proprio con Alexgrafx.it, promozione marketing & web design, e riprende con illustrazioni proponendosi a varie testate giornalistiche. Nel frattempo compone la colonna sonora per il film “Servo di Dio” di Tiziano Pillittu.

Lo si trova in rete qui:

http://www.alexgrafx.it
http://www.alexgrafx.wordpress.com
http://www.facebook.com/promoemktg
https://twitter.com/AleXgrafx_it
http://flickr.com/alexpilia
http://www.behance.net/alexgrafx
http://pinterest.com/alexgrafx

 

Ha partecipato al progetto JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI con questi disegni:

 

 

Il Guardiano dell’Ucronia Ortuz

Il Colonnello Gruhum, un malvagio intelliraptor che insegue Jacopo Flammer.

L’intelliraptor Gruhum cerca Jacopo Flammer a Otto Buche, la città dei suricati.

 

Questo è il decimo post in cui parlo dei tredici illustratori di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI. Chiamo questo tipo di lavoro “gallery novel” perché è un romanzo illustrato da numerosi disegnatori ed è quindi quasi una galleria di disegni sotto forma di libro.

Il primo post era dedicato a Fabio Balboni, il secondo a Raffaella Bertolini, il terzo a Camilla Bianchi, il quarto a Liliana Capraro, il quinto a Cinzia Damonte, il sesto a Guido De Marchi, il settimo a Giuseppe Di Bernardo, l’ottavo a DivaZ e il nono a Roberta Losito. Presto pubblicherò delle schede anche per gli altri illustratori, che qui ringrazio tutti, per aver contribuito a rendere questo volume davvero speciale.

 

VENEZIA, LA RAGAZZA E I RACCONTI DEL COLONNELLO CHE FU UN GENERALE

Ho letto di recente in “Scrivere un libro e farselo pubblicare” che Ernest Hemingway era solito buttar giù lunghe liste di titoli che poi cancellava progressivamente fino a che non restava quello definitivo. Nell’introduzione a “Di là dal fiume, tra gli alberi” si dice che ha usato questo metodo anche con questo libro. In effetti, il risultato è stato ottimo. Il titolo mi piace molto. Tanto è vero che, volendo leggere un libro di Hemingway, senza andare a leggere trame o commenti, ho scelto proprio questo, solo e soltanto per il nome. Ora che l’ho letto però mi dico: che cavolo di titolo! Non nel senso che non mi piace più, ma nel senso che non c’entra quasi nulla con il romanzo. Sarebbe stato più onesto chiamarlo (orribilmente) “Chiacchiere di un colonnello degradato con la sua amante”! Questo lo considero il classico “tradimento del lettore”. Il lettore di solito si tradisce (pubblicità e promozioni varie a parte) con il titolo o con l’incipit. Direi che in un certo senso anche l’incipit qui è un piccolo tradimento, perché fa pensare a un romanzo di caccia o pesca, tipicamente hemingwaiano, ma queste hanno poco spazio (forse per fortuna, dato che, quando sono sportive mi interessano ben poco).

Insomma, con un titolo così, un incipit così e un autore come Hemingway, mi sarei aspettato qualcosa tipo “Il vecchio e il mare” o, alla peggio, una sua versione sottotono: tradito.

Qui si parla di Venezia, dell’Italia (anche se non molto), di alcuni pittori e autori italiani, come D’Annunzio e Dante, citati con la raffinatezza e l’opportunità che ci si può aspettare da un telefilm americano. Si parla di guerra. Si parla. Sì, si parla e questo è l’altro grande difetto di questo libro.

Non insegnano nelle scuole di scrittura che occorre evitare di “raccontare”, ma gli avvenimenti vanno mostrati? Indubbiamente, ogni regola è fatta per essere violata e chi meglio di un premio nobel e mostro sacro della letteratura americana e mondiale potrebbe essere autorizzato a violare regolette così banali? Ben venga la narrazione indiretta, allora, con il colonnello che racconta alla ragazza com’è la guerra. Certo se spesso si interrompe per chiederle se non la sta annoiando, viene da pensare che questo sospetto sorga anche all’autore. La giovane innamorata risponde sempre di no al suo vecchio amato ultracinquantenne e, spesso, siamo anche d’accordo con lei, ma mica sempre!

Personalmente non amo il ripetersi dei “ti amo” che si scambia questa coppia un po’ male assortita, non amo questa struttura quasi da metaromanzo, con i suoi flashback raccontati. A volte il colonnello (che un tempo era stato generale ma fu degradato) non avendo sottomano l’amata, si mette persino a ricordare tra sé e sé o a parlare con il quadro che la ritrae!

Se l’autore voleva parlarci della guerra, perché non l’ha fatto, mostrandocela in atto? Se voleva mostrarci questo amore veneziano, perché l’ha infarcito di altre storie. Se voleva farci vedere delle scene di caccia, perché le ha unite a una storia d’amore e guerra? Se ha scelto un’ambientazione “esotica” come quella di Venezia, perché c’ha raccontato così poco di questa città, a parte dirci che è splendida?

Se fosse l’opera prima di uno sconosciuto, avrei detto che è un ragazzo che scrive davvero bene e che il romanzo è piacevole e scorre bene, con personaggi gradevoli e simpatici. Per un’opera della maturità di sua maestà Ernest Hemingway, francamente mi pare un po’ pochino.

LA BAMBINA DEI SOGNI – 2 – L’ISOLA DEI BAMBINI PERDUTI

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di PreussenthalI sogni sono quelle cose da cui ci si sveglia.

(Raymond Carver)

Non avevo mai sentito parlare dell’Isola dei Bambini Perduti. Il nome mi riportava alla mente la storia di Peter Pan e la sua Isola che Non C’è, dove andavano ad abitare tutti i bambini che nei parchi cadevano dalle carrozzine, in particolare quello di Kensington.

Non era per nulla un’isola, ma un edificio degli anni ’50 piuttosto brutto, con l’intonaco che cascava a pezzi. Le pareti erano affrescate con riproduzioni approssimative di personaggi disneyani.

Un gruppetto di bambini giocava in un angolo con delle preistoriche automobiline di plastica, sotto le fauci spalancate e un po’ storte di un enorme Paperino disegnato a mano da qualche aspirante artista. Niente Wii, PSP o Xbox in vista.

– Eccoci, siamo arrivati – annunciò la ragazza – Signor…?

– Paolo Demetri – le sorrisi – Paolo.

– Maria.

Ci scambiammo una stretta impacciata. Mi parve che le sue dita, nel lasciare le mie, le accarezzassero. La guardai e vidi i suoi occhi sfuggire dai miei.

Elena entrò rassegnata, ma non lasciò mai la mia mano, cui si era aggrappata da quando era comparsa l’assistente sociale alla fermata della metro. Anzi, quando eravamo entrati nell’edificio, si era fatta più vicina a me e l’aveva stretta con maggior forza.

Maria ci guidò fino a una sala in cui vari bambini giocavano sotto lo sguardo di una signora grassottella e di due ragazze.

– Bene – disse Maria, come per congedarmi – il posto è questo – e si aggiustò un ciuffo ribelle. Seguii per un attimo il movimento delle sua dita sottili.

– Vedo – risposi e mi abbassai per salutare la bambina.

– Ciao piccola – le feci, guardandola negli occhi immensi. Elena ricambiò lo sguardo e mi disse:

– Vai via?

– Torno a casa mia.

– E io? – chiese delusa.

–  Tu devi stare qui per un po’.

–  No – rispose determinata.

–  Questa signora è molto gentile – ero accovacciato davanti a lei.

–  No. Non andare – m’implorò, restando aggrappata a me. Aveva gli occhi lucidi. Prima o poi piangerà, pensai. Qualunque bambina, al posto suo, l’avrebbe già fatto da un pezzo. Elena però resistette.

–  Sai – le dissi – ho anch’io una bambina. Si chiama Laura. Ha sei anni. Ora mi aspetta a casa.

–  Portami con te.

–  Questo non è possibile. Devi stare qui.

–  Perché?

Come potevo spiegarglielo? Come potevo dirle che ora era un’orfana, che la sua mamma non c’era più e che quella ormai era la sua casa?

–  Il signore tornerà a trovarti – mi soccorse Maria. – Vieni a giocare con gli altri bambini.

–  Non voglio – squittì la bambina.

–  Tornerò presto. Ora devo andare – le dissi aggrappandomi a quella scusa.
Non pensavo di farlo veramente, ma quella non sarebbe certo stata né l’unica delusione, né il più grosso dolore che quella bambina avrebbe dovuto sopportare in quei giorni. Prima o poi, avrebbe capito di essere rimasta sola al mondo. A soli quattro anni. Davvero troppo presto!

Mi ripetevo che, in fondo, per lei ero solo un signore sconosciuto di passaggio. La constatazione mi parve molto logica e razionale, ma dentro di me qualcosa diceva che non era così. Sentivo una sorta di dovere morale che mi legava, stranamente, a quella piccola, come fossi suo padre.

Mi allontanai salutando. Finalmente la piccola riuscì a piangere. La cosa non mi aiutò certo a lasciarla, ma la bimba apparve ai miei occhi più normale, più umana e questo mi liberò, in parte, di quella sensazione strana, che pareva vincolarmi a lei.

–  Chiamerò per sentire come sta – gridai dal corridoio all’assistente sociale, spinto da quel che rimaneva di quel legame improvviso.

–  Chieda di Elena Dati – mi rispose Maria – la bambina si chiama così.

Ero in ritardo per la cena, ma non riuscivo ad affrettarmi, come se qualcosa trattenesse i miei passi. A casa erano abituati ai miei orari irregolari. Sarei arrivato dopo le otto. Mia figlia, finita la cena, probabilmente sarebbe già stata pronta per andare a dormire, schierando il piccolo esercito di pupazzi, fedele custode del suo sonno. Forse anche mia moglie aveva ormai già finito e così avrei mangiato da solo, riscaldandomi qualcosa nel microonde.

Gli occhi e il tocco di quella bambina mi rimasero in testa per tutta la strada… e anche quelli di Maria.

Arrivato a casa, parlai dell’orfana con mia moglie che si limitò a dire:

–                     Povera piccina! – ma non diede particolare peso alla cosa. Parve persino meno stupita di me dalla mia decisione di seguire la bambina in orfanotrofio. Da quando era nata nostra figlia era diventata piuttosto distratta su ciò che mi riguardava. Come previsto, mi trovai da solo in cucina a consumare poco attraenti avanzi di pasta, accompagnato dal ronzio del forno che faceva rotare il piatto del secondo e dalle frasi smozzicate della TV accesa nella stanza accanto. Dopo aver riordinato, controllai la posta elettronica, le novità su facebook e anobii, mi infilai il pigiama e andai a dormire. Mia moglie guardava ancora un telefilm.

Al mattino mi districai nel traffico di utilitarie, SUV, motorini, microcar, camioncini e berline, che si facevano la guerra per conquistare alcuni inutili metri di vantaggio verso gli obiettivi più disparati. Uscii dalla città e presi l’autostrada fino all’aeroporto. Fissavo con odio le auto davanti a me, che rallentavano l’andatura della mia. Tamburellavo con le dita sul volante.

Mi imbarcai velocemente, superando il gate quasi di corsa. Il mio volo si levò fulmineo in cielo. Un sibilo d’acciaio nel vento. Le hostess erano particolarmente graziose e avevano un’aria vagamente ammiccante. Notai che quasi tutti i passeggeri erano donne e anche piuttosto attraenti. Non riuscivo però a scorgerle bene, come se una strana nebbia mi coprisse gli occhi. Mi sforzai di mettere a fuoco, ma i miei occhi si comportavano in modo strano.

A un tratto il cielo si oscurò, dentro e fuori della cabina, stimolando un coro di esclamazioni dei viaggiatori. Anche quelle erano come ovattate. Che cosa succedeva ai miei sensi?

L’aereo prese a sobbalzare tra un vuoto d’aria e l’altro. Ero abituato a viaggiare e quelle turbolenze non mi preoccupavano. Una strana eccitazione crebbe, invece,  in me, quando l’altoparlante annunciò di allacciare le cinture in varie lingue, alcune sconosciute, il cui suono mi turbò come una voce spettrale che provenisse da altri mondi.

L’aereo stava precipitando! Feci mente locale della posizione del salvagente e delle uscite di sicurezza. Scelsi quella accanto al maggior numero di belle ragazze. A bordo ce n’erano davvero tante! Mi girava la testa.

Anche se scendevamo sempre più in fretta, l’idea di precipitare mi eccitava. Accanto a me c’era una ragazza giovane, bionda, bellissima e molto spaventata. Le presi la mano per confortarla e lei mi abbracciò, aggrappandosi al mio collo. La baciai e lei ricambiò, con la passione della vita che fugge via. Gli armadietti si spalancarono e le valige presero a volteggiare per l’abitacolo. Sobbalzammo all’impatto della carlinga con l’acqua. Mi trovai ad affrettarmi verso l’uscita di sicurezza, trascinandola per mano. Tutto era avvolto nella nebbia. Non mi importava che tutto fosse grottesco. Mi interessavano solo le ragazze, come capita in certi sogni, dove tutto il resto è solo contorno. L’aereo ammarò indenne e, per un po’, galleggiò in mare.

Ci gettammo tra le onde. Nuotammo verso un gruppo di altre quattro ragazze che ci chiamavano agitando le braccia e ci aggrappammo assieme, sorretti dai giubbotti gonfiabili. Osservammo la coda dell’aereo sparire sott’acqua in un ultimo rigurgito di bianco. Non c’erano più tracce degli altri naufraghi. Il cielo turchese pareva lontanissimo e non si scorgeva la terra. Una luce intensa ammantava l’orizzonte.

Un’onda ci trascinò in una lunga corsa verso una verdeggiante spiaggia tropicale. Quasi volavamo sull’acqua. Con poche bracciate raggiungemmo la riva, schizzandoci a vicenda di acqua e sabbia dorata. La catastrofe appena vissuta sembrava qualcosa di dimenticato. Anche il mare, di un blu densissimo, sembrava essersi placato. Eravamo solo noi sei e l’Isola, dimentichi di tutti gli altri naufraghi e del loro dolore remoto. Mi apprestai così a un’insperata vacanza di sesso sfrenato. Giocavamo a rincorrerci, quando, tra le larghe foglie della vegetazione lussureggiante alcuni tronchi presero vita e si trasformarono in visi scuri: indiani! Con tanto di penne in testa e archi. Come nei vecchi western. Anzi, come in un cartone animato. Gli indiani, nei loro costumi variopinti, cominciarono a inseguirci, facendo quel tipico verso che imitavamo da bambini giocando ai cowboy, con la mano che sbatte sulla bocca. Poiché non avevo da offrire loro altro che uno scalpo, per quanto ancora ben fornito di capelli, m’imprigionarono e legarono a un totem comparso dal nulla e mi abbandonarono lì, e si divertirono a rincorrere le ragazze. Dubito avessero mai visto prima squaw tanto belle!

Peter Pan e i bambini perduti

Peter Pan e i bambini perduti

Comparve allora un nugolo di bambini vestiti con pellicce d’animali e armati di fionde, sassi e bastoni. Saltavano, correvano, piroettavano e urlavano come ossessi, ridendo a più non posso. L’isola parve brulicarne. Erano bianchi, grassottelli e riccioluti! Quando vidi chi li comandava capii subito chi fossero. Li guidava un ragazzetto poco più grande di loro, più magro, agile, veloce e che… volava. Era proprio lui: Peter Pan e quelli, indubbiamente erano i Bambini Perduti, simili alle illustrazioni del libro che leggevo da bambino!

I marmocchi assalirono gli indiani, che scapparono via, inseguiti da tiri di cerbottana, sputi e, i più sfortunati, pizzichi nelle chiappe seminude.

Fu in quel momento che comparve Elena, la bambina dell’orfanotrofio.

–  Lasciatelo legato – disse – è un uomo cattivo. Mi ha abbandonato sull’Isola.

La sua comparsa mi sbigottì ancor più di quella di Peter Pan. Provavo una certa vergogna. Avevo la sensazione che la bambina avesse assistito a tutto fin dall’inizio. Ero cosciente di trovarmi in un sogno. Elena, però, pareva vera, come se avesse un’altra consistenza, quasi fosse una statua inserita in un dipinto. Il mio imbarazzo si trasformò quasi in paura.

I bambini presero a volteggiarmi attorno, danzando come prima avevano fatto i pellerossa, con passo ritmato, ma caotico, intonando canzoncine sconnesse. L’aria si fece scura. Le nuvole presero a girare attorno alla mia testa, sempre più velocemente. Nonostante fossi legato, mi parve di perdere l’equilibrio. In mezzo al mare scorsi la sagoma di una lontana torre nera. Piccole fate dalle ali vibranti mi volteggiavano attorno agli occhi, come zanzare importune.

Non riuscivo a vedere bene il loro re, ma non mi pareva Peter Pan. Sembrava piuttosto un satiro. Seduto su un ramo, sghignazzava. Era come se sapesse cose celate alla comprensione dei comuni mortali, segreti inenarrabili e misteri della cui conoscenza si beava con supponente alterigia: la profondità del tempo multiforme in cui ogni presente ha infiniti futuri; arcani arcaici tramandati da mostri lovecraftiani provenienti da ere remote; tracce di futuri lontanissimi e alternativi; la storia dell’Uomo, primevo primate ignaro della propria ignoranza; il segreto delle interconnessioni neuronali e delle sinapsi cosmiche.Insomma non capivo un accidente ma mi sentivo in soggezione, come capita davanti ai veri re!

Pan

Pan

Quella creatura inquietante protese la mano beluina verso di me e si presentò:

– Sono il Re. Sono Oooooo…..

La sua voce si perse in lungo Ohm sanscrito, un primordiale e sconvolgente Pranava.

All’improvviso, un bambino saltò ai piedi del totem cui ero legato. Si arrampicò veloce come uno scoiattolo e mi ritrovai il suo viso davanti agli occhi. Aveva il muso d’asino, con grandi denti equini sghignazzanti. I suoi occhi avevano la profondità di un cielo notturno senza stelle. Urlai e, finalmente, mi svegliai, ansimando.

Quando aprii gli occhi, la prima cosa che mi venne in mente fu che quel sogno doveva essere stato generato dai sensi di colpa per aver lasciato la bambina. Mi pareva, però, che quel sogno fosse altro, contenesse altri messaggi e avesse una natura che non comprendevo.

Che cosa avrei dovuto fare, del resto? Non potevo certo rapire la piccola orfana e portarmela a casa. La visione di Elena, così viva e reale, però, mi aveva turbato. Non sembrava un sogno. I miei desideri sessuali, nel frattempo, si erano del tutto afflosciati. Forse se non fossi stato così ignorante in materia di psicoanalisi, sarei riuscito a trovare un senso al tutto, pensavo.

La sera affrontai nuovamente l’argomento “Elena” con mia moglie.

– Sai, Giovanna, ho ripensato a quella bambina. La nostra casa è abbastanza grande. Forse… non so… magari potremmo farla stare qui… per un po’… finché non trova qualcuno che la adotti…

Giovanna rimase in silenzio a guardarmi con uno sguardo privo d’intensità, che ormai avevo imparato a conoscere. Di solito se le proponevo qualcosa mi travolgeva con le sue considerazioni o m’ignorava con palese disgusto. Si era certo resa conto della serietà della cosa, che non poteva liquidare con una battuta.

Ormai avevamo rinunciato ad avere un secondo figlio. La gravidanza e i primi anni di un bambino erano un impegno troppo gravoso, così Giovanna, dopo la nascita di Laura, non si era mai detta disponibile a ripetere un’esperienza che l’aveva provata nel fisico e nello spirito.

– Non so, Paolo, se sia il momento per pensare a un’adozione… – rispose senza enfasi.

– Veramente – mi difesi – non ho mai parlato di adozioni. Pensavo solo che mi dispiace per quell’orfanella, così, sola, in quel brutto posto. Forse potremmo farla stare un po’ in famiglia, finché…

– Non pensi sia crudele tenerla con noi per poi abbandonarla di nuovo?

Non lo pensavo. Ne ero certo. Ne ero già certo. Già allora mi era difficile pensare di lasciarla. Aveva prodotto su di me una sorta d’imprinting al contrario: dovevo seguirla come un anatroccolo segue la madre.

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LEGGI IL PRIMO CAPITOLO QUI

ESISTE UNA TEORIA UNIFICATRICE CHE SPIEGI TUTTI I FENOMENI DELL’UNIVERSO?

La “Storia del tempo – Dal Big Bang ai buchi neri” del fisico Stephen Hawking è un trattato divulgativo che affronta i grandi dilemmi della fisica, offrendoci una carrellata dei suoi sviluppi, dalle prime teorie sulla forma e la struttura dell’universo a quelle più recenti (la mia edizione del volume è della fine degli anni ’90), parlando dei tentativi di trovare una legge unificatrice per tutti i fenomeni fisici, dall’immensamente piccolo all’immensamente grande, mostrandoci, secondo le conoscenze attuali, quali sono le componenti più microscopiche della materia, le loro caratteristiche e quali quelle dello spazio intergalattico che ci circonda. Ampio spazio viene dato a buchi neri e warmhole e alla teoria dello spazio a più dimensioni, esaminando la possibilità di effettuare viaggi nel tempo, ipotesi che non può essere esclusa dalle più recenti teorie sulla struttura dell’universo. Chiudono il volume, un po’ off-topic, le biografie “politiche” di Einstein, Galileo e Newton.

Una cosa non viene detta però in questo libro ed è un quesito che, da profano, talora mi pongo: perché cercare di unificare le varie teorie “fisiche” e dimenticarsi della vita, delle regole che ne determinano lo sviluppo e l’evoluzione?

Come noto, sono state individuate dagli studiosi quattro forze o interazioni fondamentali: l’interazione gravitazionale, l’interazione elettromagnetica, l’interazione nucleare debole e l’interazione nucleare forte. Per energie dell’ordine dei 100 GeV la forza elettromagnetica e la forza debole si presentano come un’unica interazione, definita elettrodebole. Il grande tentativo della scienza di questi anni è trovare una forza o regola che spieghi ciò che ora si spiega con le quattro forze.

Hawking ci fa capire che l’universo, man mano che lo si studia appare sempre più complesso, quindi mi chiedo se davvero possa bastare una sola regola generale per spiegare ogni cosa. Il desiderio di razionalizzare e semplificare, trovando delle sintesi, delle regole unitarie è tipico del modo di ragionare della mente umana, ma non è detto che corrisponda a come è fatto l’universo. Questo forse è molto più caotico di quanto vorremmo. Mi pare che questa ricerca di una forza unica, sia un po’ come nell’antichità si credeva nelle sfere celesti e nelle orbite circolari dei pianeti. Cerchiamo di ricondurre il complesso a modelli facilmente comprensibili e con una loro dignità ed eleganza, che gli deriva dall’essere forme “perfette”. Come le orbite planetarie non sono circolari, forse così non esistono leggi unificanti. Eppure le teorie che si sono succedute nel tempo, pare che trovino, sempre di più, man mano che da una si passa a un’altra più sofisticata, una rispondenza nella realtà.

Se però cerchiamo una legge che spieghi al contempo l’esistenza e il movimento delle particelle subatomiche e dei corpi spaziali, perché questa non dovrebbe spiegare anche come la vita si evolve da forme semplici a forme complesse e il perché dell’esistenza di una razza tecnologica come la nostra?

Hawking, nel testo, a volte accenna alla formazione della vita sulla terra e alla sua evoluzione, ma è fondamentalmente concentrato nello spiegare la natura di quark, galassie e buchi neri, come del resto è giusto aspettarsi da un fisico.

Fa comunque un interessante osservazione sul fatto che il tempo può avere diverse direzioni, ma la sola direzione in cui la vita intelligente (io direi tutta la vita) si muove è quella in cui l’universo si espande, perché in questa fase temporale vale la seconda legge della termodinamica (il caos e l’entropia tendono ad aumentare). Ci spiega anche che se l’universo ha numerose dimensioni, molte di queste però sono “curve a livello microscopico” e quindi non sono percepibili. I viaggi nel tempo potrebbero essere possibili utilizzando queste dimensioni ulteriori. Ci spiega anche perché la vita sia possibile solo in uno spazio-tempo quadridimensionale (altezza, larghezza, lunghezza e tempo).

Eppure, da ignorante della materia, continuo a non capire come sia possibile un fenomeno come la vita, che va nel verso opposto alla seconda legge della termodinamica e che sostanzialmente, nel suo piccolo in termini delle dimensioni dell’universo, contribuisce a ridurre l’entropia.

Stephen Hawking

Stephen Hawking

Probabilmente pecco della classica visione antropocentrica del passato, considerando la vita un fenomeno importante, mentre nell’economia dell’universo potrebbe essere un accidente inessenziale tipico di questo granello di polvere che è il nostro pianeta. Eppure, se è vero quel che scrive Hawking in merito al fatto che l’universo, su grande scala è omogeneo e che in qualunque direzione lo osserviamo è uguale a se stesso, mi parrebbe anomalo e singolare che la vita si sia sviluppata solo sulla Terra. Condizioni uguali dovrebbero presumere lo sviluppo di fenomeni simili. Non mi aspetto di trovare omini verdi nella Galassia, ma fenomeni che contrastino la seconda legge della termodinamica, creando ordine ed espandendolo, cioè forme di vita, che crescono, si riproducono e evolvono verso forme sempre più complesse. Mi aspetterei anzi che, con tempistiche diverse, la vita (magari non a base di carbonio, magari senza ossigeno, magari in forme non riconducibili né al mondo animale né a quello vegetale e neppure a quello micotico) compaia in quasi tutti i sistemi solari. Oppure siamo una rarissima eccezione? Mi parrebbe improbabile. Mi chiedo, quindi, se la comparsa della vita è un evento frequente, ci sarebbe allora una legge fisica da cui la sua comparsa e sviluppo dipende? Una formula matematica che ne spieghi il fenomeno? Una formula che leghi la vita alle altre forze generali? Qualcosa di correlato al secondo principio della termodinamica, di cui costituisce l’opposto?

Il propagarsi della vita segue regole matematicamente e fisicamente prevedibili? Lo sviluppo di civiltà tecnologiche rientra in questa regola? La nascita di una civiltà tecnologica è un “trucco” dell’evoluzione per consentire il diffondersi della vita su pianeti dove non è nata spontaneamente? Se così fosse potrà esistere una civiltà in grado di muoversi da una stella all’altra? Potremo mai sfruttare, se esistono, i warmhole di cui parla Hawking per spostarci da una parte all’altra dell’universo?

warmhole

warmhole

Queste sono domande che il saggio di Hawking non si pone e alle quali non mi risulta ci siano risposte. Forse sono domande sciocche, in quanto viziate dal solito antropocentrismo da cui fatichiamo a liberarci, ma mi piacerebbe che qualcuno, debitamente competente, se le ponesse. Non potranno, infatti, spiegare il senso della nostra esistenza, ma almeno il suo perché.

Storia del tempo” si interroga invece su quark e antiquark, materia e antimateria e sulla natura dei buchi neri. Sentir parlare di cose che vanno oltre ogni nostra forma di percezione mi fa pensare alle antiche discussioni teologiche, pare, insomma, un po’ come parlare del sesso degli angeli, eppure senza la meccanica quantistica, per esempio, non penso che saremmo mai riusciti a circondarci di tutti quei magici manufatti che chiamiamo, non a caso, elettronici. Gli studi della fisica possono apparire quanto mai astratti, ma è grazie alle loro scoperte e teorie che la nostra civiltà si è evoluta sempre più rapidamente negli ultimi anni. Sarà, un giorno, la fisica a farci capire la biologia e il senso della vita?

 

 

 

 

 

Roberta Losito – un’illustratrice di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI

Roberta Losito è nata a Foggia nel 1993; dopo essersi diplomata al liceo artistico si trasferisce a Milano per frequentare l’accademia di belle arti A.C.M.E. attualmente segue il corso di fumetto e illustrazione.

Il suo blog è http://tyrakurai.wordpress.com/

Ha fatto questo disegno per illustrare il romanzo di fantascienza JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI:

Roberta Losito - Jacopo Flammer nella terra dei suricati

Questo è il nono post in cui parlo dei tredici illustratori di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI. Chiamo questo tipo di lavoro “gallery novel” perché è un romanzo illustrato da numerosi disegnatori ed è quindi quasi una galleria di disegni sotto forma di libro.

Il primo post era dedicato a Fabio Balboni, il secondo a Raffaella Bertolini, il terzo a Camilla Bianchi, il quarto a Liliana Capraro, il quinto a Cinzia Damonte, il sesto a Guido De Marchi, il settimo a Giuseppe Di Bernardo e l’ottavo a DivaZ. Presto pubblicherò delle schede anche per gli altri illustratori (in ordine alfabetico).

IL MEDITERRANEO FUORI DAL MONDO

Quando ho letto che il numero 14 di IF – Insolito & Fantastico, intitolato “Fuera del Mundo” era dedicato all’omonimo “Incontro internazionale di studio sulle origini delle letteratura di anticipazione e protofantascienza in Spagna, Portogallo e Italia”, mi aspettavo una serie di atti congressuali su autori mediterranei sconosciuti del secolo scorso, cosa che mi ispirava poco, ma il volume mi ha piacevolmente sorpreso per i suoi contenuti.

Intanto, ho potuto scoprire l’origine della famosa frase ripetuta da Snoopy, il cane di Shultz, quando siede alla macchina da scrivere sul tetto della sua cuccia “Era una notte buia e tempestosa…” incipit di “Seis dias fuera del mundo”, opera che ha certo ispirato il titolo del convegno, di Juan Perez Zuniga, parodia de “The First Men in the Moon” di Herbert George Wells.

Uno spazio viene dedicato persino al nostrano Salgari, con il suo fantascientifico “Le Meraviglie del duemila” e ad altri autori italici, come  Ippolito Nievo, Antonio Ghislanzoni, Paolo Mantegazza, Della Sala Spada, Ferri, Grifoni e persino Guareschi, il cui rapporto popolaresco con l’ultraterreno lo avvicina alla letteratura fantastica.

Tra gli spagnoli sono ricordati Luis Bargaria con i suoi viaggi spaziali illustrati, il catalano Manuel De Pedrolo con la sua “Seconda origine”, Eduardo Mendoza e il suo “Nessuna notizia di Gurb”. Alvaro Ceballos Viro ci sintetizza la natura degli autori fantastici ispanici con la frase: “Ciò che i viaggiatori temporali incontrano nel futuro è la nostalgia del presente; ciò che gli astronauti spagnoli incontrano nello spazio è fondmentalmente il proprio riflesso”.

Parlando di letteratura portoghese, spostandoci da Herculano a Régio, partiamo dall’antico racconto “La dama dal piede caprino” per arrivare all’insuperabile premio nobel José Saramago, con il suo approccio unico e originale al fantastico, passando per le opere di Frederico Cruz, Luis de Mesquita, Alves Morgado.

Un intero capitolo è dedicato al fumetto “Little Nemo in Slumberland”.

Anche se geograficamente off-topic, un altro articolo è dedicato al ceco Karel Čapek, l’inventore del termine “robot” e uno all’argentino Julio Cortazar, l’immaginifico autore delle “Historias de Cronopios y de Famas”.

C’è, poi, vero la fine, un imperdibile articolo del curatore della rivista Carlo Bordoni sull’immenso J.L. Borges.

Un omaggio fuori tema è dedicato al grande della fantascienza Jack Vance, scomparso in maggio, e ai suoi rapporti con l’opera di Ray Bradbury.

Firenze, 13/02/2014

SOTTO UN SOLE GRIGIO DI ANGOSCIANTE NEBBIA

Di Ivano Mingotti avevo già letto la tetra distopia “Sotto un sole nero”, un romanzo fantascientifico che ti sprofonda in un oscuro abisso di angoscia. Con “Nebbia”, l’autore replica lo stile ansiogeno che già avevo conosciuto, direi ampliando ulteriormente il suo utilizzo. Se nell’opera precedente la nostra vista era oscurata dalle tenebre, qui ad accecarci è la nebbia onnipresente e incancellabile. Una nebbia resa stilisticamente da un uso ossessivo, eccessivo e strabordante di aggettivi, sinonimi, ripetizioni di sostantivi, attributi, frasi, situazioni (la frase precedente in confronto è semplice e lineare).  Insomma, ogni minimo dettaglio viene ripetuto senza pietà, fino a farti perdere di vista la trama, i personaggi e tutto ciò che sotto questa nebbia di parole avviene. Già in “Sotto un sole nero” avevo notato l’uso di frasi sincopate. Mozze. Fredde nella loro essenzialità, nonostante il ripetersi degli aggettivi. Qui questo stile viene portato ai suoi estremi. Vediamo spesso i personaggi immobilizzati attendere che la nebbia di parole lasci loro il tempo di riprendere l’azione. Andiamo avanti per pagine solo, per esempio, per lasciare che il protagonista apra una porta, il gesto di un secondo dilatato per numerose righe:

Bussano alla porta. Hanno bussato. Ne sei sicura, hanno bussato. E per un attimo, non ti muovi. Non fai una mossa, non fai un passo. Non si flette un sopracciglio, non si piega una palpebra. Tutto è fermo. Stantio, silenzioso. Tutto è bloccato. Qualcuno, qualcuno ha bussato. Dopo una giornata di solitudine, qualcuno ha bussato. Fuori, nella nebbia, nella notte. Nel villaggio di Beaumont, sulla strada, tra le case vuote e le finestre sbarrate. C’è qualcuno. Qualcuno che non ha paura. Paura di venirti a cercare. Ora. Oggi. E se ti fossi sbagliata, Clythia? Se fosse stata solo un’impressione?

Solo la voglia, il desiderio irrefrenabile di sentire qualcuno. Qualcuno che asciughi le tue lacrime. Qualcuno che ti venga a salvare, ti stringa, ti porti via. Qualcuno. E resti ferma. Ferma con le tue lacrime sul divano bagnato. Ferma coi vestiti sporchi, ferma con le dita tremanti. Ferma. Aspettando che bussi ancora, se qualcuno c’è. Aspettando un segnale. Aspettando. Resti stesa. La testa sollevata appena, gli occhi spalancati. Immobile. A fissare la porta. A fissare oltre. Tremi. Singhiozzi rinchiusi in fondo alla gola. Il collo stretto, i capelli che ci si appoggiano. Pesanti. Ferma. Ferma, immobile. E là, là, la porta. Lontana. Troppo lontana per alzarti ora. Troppo, ora che non ne hai le forze. Troppo. Resti sul divano. E attendi. Attendi. Silenzio. No. Non c’è nessuno. Non deve esserci nessuno. Sarà stato il ramo di un albero, lanciato via dal vento. Sarà stato uno strano scricchiolio, un’impressione. Sarà stato altro. Non c’è nessuno, Clythia. Non può esserci nessuno. Ascolta, Clythia, ascolta il vento. Ascoltalo, e smetti di piangere. Smetti. Di piangere, e di fissare la porta. Sospira, Clythia. Buttalo, buttalo fuori quel sospiro. Non tenerlo in gola, non tenerlo lì.

Stretto. Lascialo andare, lascialo. Su questo divano lercio e umido. Lascialo. Silenzio. Tu, il divano, la polvere. Le lacrime e i singhiozzi strozzati. Silenzio. E lontana, quella porta. Lontana. Lasciala lì, Clythia. Lascia lì quella porta.

Non ti alzare, non andare a vedere. Non andare incontro a un’altra delusione. Alla vista di un ramo spezzato, della casa di fronte, del nulla. Non andare. Lascia quell’immagine di solitudine lì. Oltre la porta. Lasciala. Rimani su questo divano. Rimani, Clythia. Rimani. Ma tu non ascolti, Clythia. Non hai mai ascoltato. Mai. E piedi, piedi nudi sopra il pavimento. Piedi che saltano oltre le scarpe logore. Piedi che passano tra i mobiletti, la polvere. Piedi che arrivano alla porta. Piedi. Una mano che afferra la maniglia, stretta. E le lacrime che ti bagnano ancora il viso. Stringila, Clythia. Stringi la maniglia e tira. Tira. Apri. Vento. Vento che ti sbatte addosso, mentre la socchiudi. Mentre lasci un po’ di Beaumont entrare insieme alla nebbia. Vento che ti accarezza le guance. Che ti solletica. Che ti asciuga le lacrime. Vento. Un ramo spezzato. La casa di fronte. E sull’uscio della tua porta, in piedi, Jerome.”

Ivano Mingotti

Ivano Mingotti

Dove si svolge questa storia? Senz’altro in un luogo surreale e immaginario. Il paesino si chiama Beaumont e si trova sulle montagne. Dal nome si direbbe in Francia, ma molti personaggi hanno nomi inglesi. Esistono numerosi Beaumont in Francia ma anche tre in America. Potremmo essere lì, ma non credo. Non credo esista, infatti nessun paese di montagna con così tanta nebbia. Se si pensa alla nebbia si pensa alle valli, no? Il suo clima, poi, è davvero surreale. C’è nebbia ma anche vento. Vento misto a nebbia. A volte vento intenso. In una nebbia fitta. Anche questo deve servire a mostrarci l’assurdità, l’essere fuori dal tempo di questo paesino che una valanga taglia fuori dal resto del mondo, semplicemente coprendo la strada principale. Una via asfaltata, dunque siamo in un paese civile, ma nessun elicottero sopraggiunge per giorni in soccorso degli abitanti, nessun sentiero o via secondaria consente l’accesso al paese, in cui morti e scomparse si succedono inspiegabilmente, con un ritmo che sarebbe forsennato, se non ci fosse la nebbia delle parole, delle ripetizioni e dei sinonimi a rallentare il tutto. Sinonimi spesso strani, che sembrano quasi negare quel che l’aggettivo precedente ci ha appena fatto credere. Un singolo aggettivo può connotare un oggetto, una persona, un luogo. La moltitudine di attributi lo rendono vago e indeterminato. Se vaga è la localizzazione di Beaumont, vago è tutto ciò che lo riguarda. Nebbioso. È proprio l’eccesso smodato di aggettivi a rendere astratta ogni cosa.

Se di uno sguardo, per fare un altro esempio, scriviamo:

Ti immagini il suo sguardo. Il suo sguardo feroce, profondo, tagliente. Lo sguardo di ieri notte, mentre lo sentivi. Lo sentivi dentro, accarezzarti, aprirti. E agghindare la tua pelle con le sue dita. Mentre vedevi il suo volto, la sua voglia.

Mentre sorridevi a quello sguardo. Lo sguardo.

Ecco che capiamo e non capiamo già più. Si capisce dal contesto, ma preso a sé il gruppo di frasi appare in contraddizione. Se parliamo di uno sguardo feroce, perché sorridergli. Se è feroce ed è anche profondo e persino tagliente, fatichiamo a capire che sguardo sia. Immaginiamo l’attore in difficoltà mentre cerca di renderlo sullo schermo. La scrittura è un’altra cosa. Con le parole possiamo giocare e dire e negare e confondere. Far perdere il lettore in una nebbia senza speranza di fuga. Come i protagonisti che invano cercano sfuggire a Beaumont e alla sua nebbia. Scrittura e nebbia vanno di pari passo, sono la stessa cosa.

Imprese stilistica ardua. Una sfida. Stordire il lettore. Portarlo allo stremo tormentandolo con un nugolo di parole. E allora viene la tentazione di seguire il consiglio:

“Corri. Corri maledetta, corri.Corri come non avessi fatto altro per tutta la vita. Corri. Corri oltre le ultime case. Corri, oltre i campi e le staccionate. Corri.Da quanto hai superato la ruspa dei soccorsi? Da quanto?

Corri. Corri, e non guardarti indietro. Non averne la tentazione, procedi, corri. Mangiando l’aria,strappando terra, deglutendo vento.Corri. Non ti preoccupare per gli occhi che lacrimano, corri. Non ti preoccupare per la bocca asciutta, corri. Oltre i prati, i pascoli. Oltre l’ultimo cartello. Oltre il benvenuto a Beaumont.Corri. Corri, maledetta, corri. Fin quando non avrai più fiato. E quando non ne avrai più, cercane altro. Non devi fermarti. Non devi fermarti, finché non sarai troppo lontana. Troppo, troppo lontana. Corri per questi maledetti sassi. Per questa strada stretta e agghiacciante. Per il burrone che ti scorre vicino, per la montagna che si trattiene nelle reti.”

 

Ma ecco che alle corse e alle fughe, si succedono momenti di lunga pausa, di stasi, di attesa, di prigionia e si rimane avviluppati nella nebbia. In questa strana nebbia che si muove e persino sbatte contro le finestre, come se avesse una sua consistenza, una sua forza autonoma e vitale:

“Notte. Sempre più notte, sempre più buio. Sempre più nebbia, sempre più silenzio. Silenzio. E nulla, null’altro che strada. Null’altro che strada, e case chiuse. Tutti sono chiusi dentro. Tutti dormono, o passano la notte in silenzio. A guardare il soffitto, ad occhi spalancati. Nebbia. Nebbia che circonda le finestre, che batte contro il vetro. E quell’unica strada, quell’unica strada bloccata. Una sola via. Una sola. Un unico sbocco, da quel villaggio. Unico. La montagna.La vetta, lo strapiombo. Solo la montagna e il villaggio. Nient’altro. La notte e Beaumont, soli.”

 

Se “Sotto un sole nero” era una distopia tenebrosa, non saprei come definire “Nebbia”, romanzo troppo lento per essere un thriller, un giallo o un noir. Lettura, direi, sull’ansia del vivere, dato che ad angosciare i personaggi non sono tanto le morti e le sparizioni, ma ogni minino evento. Tutto è sospeso, irreale. Anche aprire una porta a un amico, come abbiamo visto, diventa gesto drammatico, perché ogni attimo della nostra vita è un dramma. Gli eventi sono cause secondarie di angoscia. L’angoscia è nei protagonisti. Nelle parole. Nella nebbia. Ovunque.

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