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L’APOCALISSE DEI BAMBINI SICILIANI

Risultati immagini per anna ammanniti romanzoAnna” è il settimo romanzo del cannibale Niccolò Ammanniti. La prima volta che sentii parlare di lui fu ai tempi dell’antologia “Gioventù cannibale” cui partecipò diventando forse il più noto di quel gruppo di autori definiti “Cannibali”.

Questo romanzo del 2015 è una storia ambientata in un mondo post-apocalittico. Rispetto a molte altre opere del genere, presenta due novità fondamentali: è ambientato in Sicilia e i sopravvissuti, nonché i protagonisti, sono dei bambini.

L’ipotesi è che l’umanità sia stata sterminata da un virus che si sviluppa solo negli adulti, per cui in Sicilia (e si immagina sia così anche nel resto del mondo) sono rimasti solo bambini, con i più grandi che hanno quattordici anni, perché appena diventano adulti la “rossa” (come chiamano il virus) li attacca e uccide.

Ammanniti ci racconta di una tredicenne, Anna, in viaggio con il suo fratellino piccolo, nella speranza di arrivare sul continente e trovare degli adulti che possano curarli. Come in un “Dead man walking” in miniatura dovranno affrontare bande e intere orde di bambini inselvatichiti, con l’aiuto di un “quaderno delle cose importanti” su cui la madre morente aveva scritto i suoi consigli di sopravvivenza per loro.

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Niccolò Ammanniti

I protagonisti sono bambini, ma non per questo sono privi di spessore. Hanno un loro passato, un loro carattere e loro sogni e sono capaci di grandi gesti di solidarietà.

Li accompagnerà, tra gli altri, anche uno strano cane, prima ferocissimo, poi amichevole.

Vedere tanti bambini marciare verso la rovina fa pensare anche a “La Crociata dei Bambini” del francese Marcel Schwob (1896). Il loro tentativo di organizzarsi rimanda, invece, a “Il signore delle mosche” del nobel Golding.

Forse, questa non è la migliore delle storie post-apocalittiche, debitrici del pionieristico “La peste scarlatta” (The Scarlet Plague, 1912) di Jack London, e non può reggere il confronto, per esempio, con altre storie di sopravvissuti solitari come “Io sono leggenda” di Matheson, “Sulla strada” di McCarthy o con il citato telefilm “Dead man walking”, ma di certo è meglio di “Memorie di una sopravvissuta” della nobel Doris Lessing e si può considerare uno dei migliori esempi di apocalissi italiane, genere non certo molto ben rappresentato nel Bel Paese.

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LA BUONA VECCHIA FANTASCIENZA INGLESE

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John Wyndham

Risultati immagini per il risveglio dell'abisso wyndhamIl risveglio dell’abisso” (“The Kraken Wakes”), pubblicato nel 1953 da John Wyndham, pseudonimo di John Wyndham Parkes Lucas Beynon Harris (Knowle, 10 luglio 1903 – Londra, 11 marzo 1969), è uno dei più classici romanzi di quegli anni d’oro per la fantascienza di lingua inglese. Se in quel periodo spopolavano gli autori americani, Wyndham, pur essendo cittadino britannico ebbe la sua dose di fama con questo romanzo e con altri capisaldi come “Il giorno dei trifidi” e “L’invasione degli ultracorpi”, vere pietre miliari del genere.

L’affascinante ipotesi di questo romanzo è che delle creature abitanti gli abissi oceanici, a decine di chilometri di profondità, abbiano sviluppato una civiltà del tutto diversa dalla nostra e, provocati dall’umanità, muovano al contrattacco, rivelandosi assai più potenti di noi e soprattutto irraggiungibili e inconoscibili, mistero che dà particolare dignità alla narrazione. Se questi esseri marini siano di origine aliena o si siano sviluppati negli abissi degli oceani terrestri non è dato sapere,Risultati immagini per il risveglio dell'abisso wyndham anche se la vicenda comincia con strani oggetti luminosi che, provenienti da cielo, si immergono in mare.

La storia ha sviluppi apocalittici e si presenta come un’originale rappresentazione di invasione aliena, con l’interessante raffigurazione di creature in grado di svilupparsi intellettualmente nonostante le tenebre profonde e le altissime pressioni in cui vivono. Sebbene non le mostri mai direttamente, Wyndham ci
presenta delle creature profondamente diverse da noi per origini, mentalità ed esigenze vitali, cosa quanto mai apprezzabile in un’opera che esplora i confini del possibile e quanto di più lontano possibile dai ridicoli alieni antropomorfi di serie televisive come Star Trek o di altra fantascienza di qualità decisamente inferiore. Sebbene non definirei quest’opera un capolavoro della letteratura, essendo forse un po’ troppo semplice e sviluppando troppo velocemente gli effetti di questa devastante invasione, rimane comunque ancora oggi uno tra i romanzi più originali e consistenti della fantascienza.

LE APOCALISSI RITROVATE

Da tempo, progetto di scrivere un romanzo apocalittico. Con quell’intento alcuni anni fa acquistai il volume “Le Apocalissi gnostiche” di Adamo, Pietro, Giacomo e Paolo.

Ancora non ho iniziato il romanzo, ma intanto mi sto “allenando” scrivendo la raccolta di racconti “Apocalissi fiorentine” con cui esploro varie alternative.

È così finalmente giunto il tempo di leggere “Le Apocalissi gnostiche”, anche se il romanzo che vorrei scrivere e i racconti che sto scrivendo si riferiscono alla definizione moderna di apocalisse, come distruzione del mondo, mentre il volume, così come l’Apocalisse di Giovanni e la Chiesa, parlando di apocalisse parlano di “rivelazione”.

Il termine deriva dal greco ἀποκάλυψις, composto di apó (“da”) e kalýptein (“nascosto”), significa togliere il velo, ovvero scoperta o disvelamento.

Il concetto sembrerebbe essersi originato presso gli ebrei che parlavano greco, per poi passare ai cristiani. Nella terminologia della letteratura del primo Ebraismo e Cristianesimo, indica una rivelazione di cose nascoste da Dio a un profeta scelto. Il termine è più spesso usato per descrivere il resoconto di tale esperienza.

Le cinque apocalissi gnostiche riportate nel volume fanno parte di un gruppo di testi ritrovati nel 1945 a Nag Hammadi (Egitto), che rivoluzionarono le nostre conoscenze dello gnosticismo. Fino ad allora, infatti, prevalevano le fonti contrarie allo gnosticismo.

I testi sono ampiamente commentati e annotati dall’importante filologo Luigi Moraldi.

 

Lo gnosticismo è stato un movimento filosofico, religioso ed esoterico, a carattere iniziatico, molto articolato e complesso, presente nel mondo
ellenistico greco-romano, la cui massima diffusione si ebbe tra il II e il IV secolo d.C. Il termine gnosticismo deriva dalla parola greca gnósis (
γνῶσις), cioè «conoscenza», che era l’obiettivo che esso si poneva.

Anche se parrebbe collocarsi principalmente in un contesto cristiano, in passato alcuni studiosi ritennero che lo gnosticismo precedesse il cristianesimo e inclusero credenze religiose pre-cristiane e pratiche spirituali comuni alle origini del cristianesimo, al neoplatonismo, all’ebraismo del Secondo Tempio, alle religioni misteriche e allo zoroastrismo (specialmente per ciò che riguarda lo zervanismo) (testo ripreso da wikipedia).

Come scritto in prefazione “l’apocalittica immagina la storia universale come un’unità alla quale Dio ha stabilito un termine che segnerà il trionfo completo e definitivo dei giusti”.

Sempre in prefazione si evidenzia come in Ezechiele l’apocalisse fosse vista come lo scontro tra i malvagi guidati da Gog e l’Eterno, che difende i giusti e che è in Daniele che s’introduce per la prima volta la fede nella risurrezione dei giusti.

Altri ancora sono i riferimenti biblici. C’era dunque una cultura apocalittica ebraica tutto sommato poco recepita dal cristianesimo. Nel Vangelo l’unica apocalisse è Gesù Cristo e persino l’Apocalisse di Giovanni stentò a essere riconosciuta come parte di questi libri.

Le Apocalissi gnostiche” furono ritrovate in lingua copta (egizio scritto in caratteri greci). Il volume non presenta un testo a fronte nell’originale, ma accanto ad alcune parole ne riporta la versione greca, soluzione che ho trovato apprezzabile, dato che, almeno per me, un intero testo a fronte si sarebbe rivelata lettura troppo impegnativa, mentre ho gradito questi veloci riferimenti linguistici.

Affascinante è leggere le differenze di visione tra i testi evangelici e quelli gnostici, anche se rimpiango di avere conoscenze teologiche alquanto limitate. In particolare, mi ha colpito il concetto che non vi sia un solo Dio, ma un Demiurgo, che crea i corpi, e un Dio supremo, vero Dio. Singolare è ritrovare l’idea platonica di un’anima completa maschile e femminile, poi scissa e che ora cerca di ricomporsi tramite l’unione sessuale, l’attrazione tra maschio e femmina.

Curiosa l’idea che il Demiurgo sostenesse la stirpe di Seth (figlio di Adamo, nato dopo la morte di Abele), contro le altre.

È questo un concetto centrale per lo gnosticismo, secondo il quale, come scrive il padre della Chiesa, Clemente Alessandrino, negli Excepta 54-56: “A partire da Adamo sono generate tre nature: la prima irrazionale, alla quale appartiene Caino; la seconda razionale e giusta alla quale appartiene Abele; la terza pneumatica alla quale appartiene Seth… Molti sono gli iilici (irrazionali) piccolo il numero degli psichici (razionali), rari sono i pneumatici”.

I pneumatici, anime giuste, devono essere educati alla perfezione, quando la raggiungeranno saranno dati in sposa agli angeli del Salvatore. Per gli irrazionali non c’è speranza, mentre i razionali, dotati di libero arbitrio, difficilmente assurgeranno, però, alla grazia.

Gli gnostici, poi, rifiutano l’organizzazione della Chiesa in “episcopi” (vescovi e diaconi), che considerano inammissibile.

Ben diversa è anche la concezione della passione di Cristo. Negli Apocrifi del Nuovo Testamento, si legge qualcosa di simile al concetto gnostico di Cristo “per voi io sono un ineffabile mistero”:

Io, dunque, non ho sofferto alcuna di queste cose che essi diranno a mio riguardo; ed anche la passione che danzando ho indicato a te e agli altri, voglio che sia chiamata ‘un mistero’. Giacché ciò che sei tu, tu lo vedi, te l’ho indicato io. Ma ciò che sono io, lo so soltanto io e nessun altro… Non curarti dei molti e disprezza coloro che sono fuori del mistero. Tu senti dire ch’io patisco, ed io invece non ho patito, ch’io non patisco, ed io invece  ho patito, ch’io sono trafitto ed io invece non sono trafitto, ch’io sono appeso, ed invece io non sono stato appeso… In breve: ciò che quelli affermano di me non ha avuto luogo, mentre ciò che essi non affermano di me è proprio ciò che ho patito.

 

LA C.A.T.T.I.V.O. È W.I.C.K.E.D

La C.A.T.T.I.V.O. (Catastrofe Attiva Totalmente, Test Indicizzanti Violenza Ospiti) che nei precedenti due romanzi della serie “Maze Runner” compariva quasi di sfuggita, nel terzo volume della trilogia principale “La rivelazione” dello statunitense James Dashner ha un ruolo centrale e diventa il nemico diretto dei protagonisti, Thomas e amici. Già leggendo i primi due volumi (“Il labirinto” e “La via di fuga”) il nome di questa associazione mi aveva lasciato molto perplesso, facendomi sospettare fosse un invenzione del traduttore. Non mi tornava che un acronimo semplice come avrebbe potuto essere B.A.D. fosse stato reso con CATTIVO, che è l’acronimo di una denominazione alquanto improbabile. Ho allora cercato il nome originale che, a quanto pare, è WICKED (World In Catastrophe: Killzone Experiment Department), ovvero “MALVAGIO”, reso nel film come WCKD (“World Catastrophe Killzone Department”). In effetti, la soluzione cinematografica è una sigla più probabile della sgradevole “C.A.T.T.I.V.O.” e persino del nome scelto dall’autore. Mi metto nei panni del traduttore che deve aver penato non poco per trovare una soluzione accettabile, ma il risultato purtroppo è disturbante.

La rivelazione” (“The Death Cure” – pubblicato nel 2011 e uscito in Italia nel 2014) è il volume conclusivo della trilogia, ma non l’ultimo scritto da Dashner, che dopo averlo pubblicato si è lanciato in una nuova trilogia che rappresenta il prequel di questa (per ora costituita solo dal volume “La mutazione”, pubblicato nel 2012, cui dovrebbe seguire nel 2016 “The fever code”).

James Smith Dashner (Austell, 26 novembre 1972)

Questa trilogia ha il suo punto debole nell’incostanza di ambientazione che trascende quasi nell’incostanza di genere letterario.

Il labirinto”, infatti, si svolgeva in una radura circondata da un intrico di corridoi mobili dagli altissimi muri e i ragazzi (tutti maschi tranne una, Teresa) erano impegnati a sfuggire a mostri meccanici fantascientifici e a trovare una via d’uscita. “La via di fuga”, invece si svolge all’aperto in un territorio, la Zona Bruciata così vasto da provocare nel lettore una sorta di agorafobia, dopo essersi abituati agli spazi claustrofobici del Labirinto. Inoltre questa Zona Bruciata è popolata da persone fuori di testa, gli Spaccati, che ricordano più zombie che altro. Si passa, insomma, dalla fantascienza e dal gioco di intelligenza al romanzo gotico.

Con il terzo volume, l’unità d’ambientazione si perde del tutto, svolgendosi in vari luoghi, tra cui una città prima normale e poi infestata dagli Spaccati/ zombie e poi di nuovo, per poco, nel Labirinto, dove ritroveremo persino i mostri fantascientifici detti “Dolenti”, che non sono i soli resuscitati del volume, ritornando nel volume sorprendentemente in vita anche un altro personaggio che da “cattivo” è diventato “buono”, così come qualcun altro che all’inizio sembrava “buono” si trasforma in cattivo, per poi, magari ritornare “buono”. Simili “sorprese” sembrano un po’ troppo dei trucchetti per sorprendere il lettore, ma nel disorientarlo (un po’), rendono la trama debole.

In una serie sarebbe bene (ottimo esempio è il ciclo di Harry Potter) che, tra tanti cattivi minori, il Cattivo principale rimanga presente e imbattuto fino alla fine.

Dov’è qui il Cattivo? Nel primo volume è vago e misterioso e ci si preoccupa più che altro dei Dolenti e dei ragazzi impazziti. Nel secondo compare più concretamente la C.A.T.T.I.V.O., anche se si insinua già il sospetto che la “C.A.T.T.I.V.O. è buona” , mentre i nemici “concreti” sono gli Spaccati. Nel terzo i cattivi sono i dipendenti della C.A.T.T.I.V.O., Uomo Ratto in primis. Sembrerebbe un ovvio sviluppo, ma più la trama si chiarisce, più perde appeal.

Se il primo volume incuriosisce, il secondo, troppo diverso, spiazza un po’ e il terzo, con il suo far marcia indietro (persino con un poco probabile ritorno nel Labirinto) e la sua scarsa unitarietà, anche essendo un po’ troppo virato verso l’avventura dura e pura, senza troppo mistero, si lascia leggere abbastanza piacevolmente, ma comincia con annoiare.

The Maze Runner – il film

Per fortuna la seconda trilogia è un prequel di questa, per cui non sarò spinto a leggerla per sapere come va avanti la storia anche se mi chiedo cosa ci possa essere da aggiungere a quanto già narrato. Francamente non mi pare molto interessante scoprire, per esempio, più in dettaglio come sia avvenuta l’eruzione solare o come si sia diffuso il virus detto Eruzione o come Thomas sia finito nel Labirinto. Spero non siano questi i temi trattati! Letta la trilogia, avrei consigliato a Dashner di passare ad altro, per evitare di far disamorare i lettori conquistati sinora.

James Dashner

Il primo volume suggeriva persino riflessioni filosofiche sulla ferinità dell’uomo, sulla tendenza alla civiltà della nostra razza e sulla visione della vita come un videogioco crudele, sulla crescita degli adolescenti ma tutto questo si perde e si dimentica nel dilatarsi dei volumi e della trama.

I morti continuano ad accumularsi, soffocando la lettura, eppure i protagonisti sembrano incapaci di adattarsi a questo mondo mutato in cui la vita è divenuta effimera. Assai migliori paiono i protagonisti, per esempio della serie di telefilm “The walking dead”, che passano ormai indifferenti tra centinaia di zombie, trapassando loro la testa come se infilzassero patate. Pur nell’assurdità della situazione, il loro atteggiamento distaccato appare assai più realistico di Thomas che continua a piangere su amici morti strada facendo e ancora esita a colpire con determinazione i propri nemici.

E il finale? Beh, non voglio dirne nulla per non rovinare la lettura a chi deve farla, ma non si può dire mi abbia sorpreso molto.

DISTOPIA WEB

Probabilmente è un effetto della prolungata crisi economica avviatasi sul finire del 2007, che si innesta su una generale crisi del sistema occidentale di più lunga durata, ma negli ultimi tempi mi pare di notare una certa ripresa dei romanzi e dei film distopici e apocalittici. Di solito le distopie vengono presentate come effetto di regimi autoritari, ma questo è più la caratteristica delle grandi distopie del secolo scorso come “Noi” di Zamjatin, “1984” di Orwell o “Il mondo nuovo” di Huxley o“Fahreneit 451” di Bradbury, distopie nel più puro dei sensi, essendo il contrario, politicamente parlando, delle utopie alla Tommaso Moro e Tommaso Campanella.

Ultimamente le distopie tendono a essere l’effetto di qualche evento apocalittico o a non definire le cause della variazione ambientale (vedi “Il labirinto” di James Dashner, “La strada” di Cormac McCarthy, “La Torre Nera” di Stephen King).

Le apocalissi immaginate sono generalmente legate alla paura di catastrofi indotte da virus mortali (la serie TV “L’esercito delle dodici scimmie”, “The walking dead”, “Io sono leggenda” di Matheson) o da altre malattie (“Cecità” di José Saramago), crisi climatiche (“The day after tomorrow”, “Cielo di sabbia” di Joe Lansdale, “Deserto d’acqua” di James G. Ballard, il film “Waterworld”), guerre (“Libri da ardere” di Amélie Norhomb, “The day after”), collisioni spaziali (“Armaggedon”, “Deep impact”) o, addirittura, invasioni aliene, di cui la fantascienza è piena. Talora nascono da distorsioni dell’apparato sociale (“Hunger games”) che usa in modo perverso la scienza (“Non lasciarmi” di Ishiguro, “Il donatore” di Lowry)

Giovanni Agnoloni  (foto di Antonio Ancarola)

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Il romanzo “Sentieri di notte” di Giovanni Agnoloni è una distopia con elementi apocalittici, ma presenta interessanti elementi di originalità e novità. Innanzitutto, pur avendo evidenti caratteristiche distopiche, descrivendo un’Europa quasi asservita a una multinazionale e per molti aspetti già in forte degrado, ci mostra l’inizio del processo apocalittico. La novità risiede nel fatto che questa non è innescata né da virus, né da bombardamenti cosmici, ma da un blocco totale della distribuzione di energia elettrica (questo elemento spesso associato alle apocalissi in narrativa) e, fatto nuovo, della rete internet.

Per noi che siamo nati prima del web, può sembrare che tornare indietro a quei tempi non sia poi così traumatico, ma immaginate il vostro lavoro e la vostra vita oggi senza la rete. Non come era in passato, ma come diverrebbe se all’improvviso non ci fosse più: niente e-mail, niente streming, niente TV On-demand, niente community, niente facebook, niente whatsapp, niente PEC, niente smartphone. Pensate a tutto il commercio e al business che oggi gira e si basa su internet: quanta parte della nostra economia collasserebbe? Sarebbe una crisi economica come non ne abbiamo mai viste, il blocco di tutte le comunicazioni. Il web è forse qualcosa di ancora troppo nuovo perché lo si consideri come una delle fondamenta della nostra civiltà, ma se sparisse all’improvviso, questa andrebbe in crisi.

Il romanzo è l’inizio di una trilogia già interamente edita (non saprei se siano previsti ulteriori volumi) e il primo volume non ci dice molto di come reagisca il mondo, ormai aduso alla navigazione web, alla comunicazione elettronica e al commercio digitale nel momento in cui ne rimane privo, ma ci mostra gli sforzi di uno strano drappello di eroi per bloccare la multinazionale che ha generato il blocco per asservire l’Europa. Incontriamo un enigmatico professore, che sebbene conosciamo già morto, pare abbia tessuto le fila della resistenza, un androide da lui creato, un informatico cieco ma con la capacità di percepire la rete, uno studioso irlandese di teologia e altri personaggi che convergono da varie parti del continente per arrestare il processo distopico.

L’atmosfera fantascientifica, a tratti con toni da prima science-fiction, si inserisce sulla descrizione di un’Europa quanto mai concreta e reale (da Berlino a Cracovia a Lucerna), con riferimenti alla Storia più o meno recente, aggiungendo, con riferimenti religiosi, ambientazioni che sfiorano il metafisico, come la misteriosa nebbia bianca che minaccia il cuore dell’Europa.

Incuriosisce capire come la vicenda sarà portata avanti dall’autore e quali sviluppi seguiranno.

 

L’OPPOSTO DEL SIGNORE DELLE MOSCHE

Ne “Il signore delle mosche” un gruppo di ragazzini civilizzati, abbandonati su un’isola deserta si trasformano in selvaggi. Ne “Il labirinto” un gruppo di ragazzini rinchiuso in una radura, circondata da un labirinto, creano una società civile e organizzata, con ruoli e compiti ben definiti.

Apparentemente il messaggio che sembra lasciarci Golding appare l’opposto di quello di James Dashner. Il premio nobel sembra comunicarci che, dentro di noi, siamo tutti dei selvaggi e che basta poco per trasformare delle creature falsamente considerate come innocenti, quali i bambini, in assassini senza cuore. Il giovane scrittore americano (1972), con questo primo volume (The maze runner – 2009) di una serie che promette già 5 o forse 6 volumi, ci dice invece che la volontà e la capacità di organizzarsi è prerogativa dell’uomo, persino quando è solo un adolescente.

Se valutare il senso della storia di Golding è più semplice, trattandosi di opera in sé compiuta, “Il labirinto”, per essere interpretato correttamente andrebbe letto all’interno della serie. Questo primo volume, infatti, ci lascia con i ragazzi che si apprestano ad affrontare nuove prove in un ambiente diverso.

Nel primo romanzo vediamo che i movimenti e le scelte dei ragazzi sembrano essere in parte pilotate dall’esterno, ma la loro libertà di scelta è tale da renderli i veri artefici di questo ordine in cui vivono, anche se l’arrivo di due nuovi personaggi porterà ad alterare le loro abitudini e l’ordine, che uno dei loro capi sottolinea essere una delle cose più importanti che hanno, in quella sorta di prigione.

Il labirinto” sembra un romanzo fatto apposta per ricavarne un video gioco, con un dedalo da attraversare, popolato da creature minacciose, un codice da decifrare e passaggi di livello, ma è una lettura che scorre veloce e appassiona, tenendo alta la tensione e la curiosità. La trama è sostanzialmente quella di un’avventura, ma la presenza di personaggi adolescenziali, ne fa anche una sorta di romanzo di formazione, di percorso di autoconsapevolezza e crescita personale. Il fatto che i ragazzi abbiano perso la memoria li rende figure particolari, con un desiderio di conoscenza e scoperta che si trasmette nel lettore.

La radura, con le strane creature meccaniche che osservano ciò che vi succede e con le piccole e grandi battaglie affrontate dai radurai, fa pensare all’arena di “Hunger Game”, anche se il pubblico sembra assente e se c’è si nasconde dietro quei piccoli marchingegni da spionaggio. Anche l’età dei personaggi è simile, ma per Suzanne Collins sono ragazzi che combattono per la propria sopavvivenza personale, l’uno contro l’altro (con qualche eccezione), mentre i radurai combattono assieme per la salvezza comune, pur essendo disposti a lasciare dei morti sul campo di battaglia. Come in “Hunger Game” anche ne “Il labirinto” i ragazzi sembrano destinati a morire uno dopo l’altro, a meno che qualcuno non si ribelli e spezzi il meccanismo.

Il messaggio di entrambi, sempre gradito agli adolescenti, sembra essere che il mondo è un posto difficile in cui vivere (del resto questi sono anni di crisi) ma che la forza di volontà può cambiarlo, che può esserci un ragazzo speciale in grado di mutare le cose.

Il labirinto” parte come una sfida intellettuale oltre che fisica, ambientato in un mondo dal sentore fantascientifico, ma si conclude proiettandoci decisamente in una distopia apocalittica fantascientifica, che ci si aspetta potrà svilupparsi nei prossimi volumi.

Come i migliori fantasy, il romanzo cerca di inventarsi un suo linguaggio con numerosi neologismi (caspio, pive, radurai, scacertole, dolenti…), ma forse non osa abbastanza e avrebbe potuto approfondire il tentativo creando un linguaggio nuovo più articolato, anche se, non essendo un contesto fantasy, forse non ce n’è bisogno e possono bastare quelli creati, sufficienti per una comunità autonoma ma tutto sommato recente. Insomma un buon tentativo di dare maggior realismo all’ambientazione.

James Dashner

The Maze Runner (The Maze Runner Series)

 

LA FINE DELLE CIVILTÀ PASSATE E PRESENTI

Si dice che lo studio della Storia possa essere uno strumento per imparare dal passato e cercare di non ripetere gli stessi errori, eppure i popoli, anche quando conoscono la Storia, sembrano ricadere facilmente negli stessi comportamenti.

Jared Diamond ha una visione più ottimistica e con i suoi scritti cerca di farci capire meglio dove abbiamo sbagliato per migliorare le nostre possibilità in futuro.

Nel doppio volume che costituisce il poderoso saggio “Collasso”, questo ornitoologo statunitense (Boston 10/09/1937) da tempo prestatosi all’antropologia ci mostra come si siano estinte alcune civiltà del passato (Isola di Pasqua, Maya, Vichinghi e altri) e quali rischi corrano alcune popolazioni attuali (per esempio lo Stato del Montana, Hispaniola, la Cina, il Ruanda e l’Australia) e, più in generale, l’intera umanità ormai globalizzata.

Il saggio, ideale continuazione di “Armi, acciaio e malattie”,  è variamente articolato, affrontando sia eventi storici, che situazioni contemporanee, mostrando esempi concreti e cercando di teorizzare un elenco di cause generali di collasso delle civiltà, analizzando l’interessenza di queste tra loro, interrogandosi sul perché gli sviluppi drammatici che oggi appaiono evidenti non furono intuiti e perché non furono trovati dei rimedi, anche quando, con il senno di poi, apparivano praticabili.

Sebbene il deterioramento dell’ambiente, spontaneo o indotto dall’uomo, sia indicato come solo una delle cause della fine di molte civiltà, ne emerge come una variabile con un forte influsso e tra le cause individuate appare quella che maggiormente dovrebbe preoccupare noi contemporanei per le sorti del nostro mondo.

Sebbene “Armi, acciaio e malattie” fosse, a mio giudizio, un saggio più originale e affascinante nel suo spiegare le ragioni (non razzistiche) grazie a cui l’uomo bianco domina il mondo, anche “Collasso” è pregevole per la varietà e l’approfondimento delle casistiche esaminate e sicuramente da leggere per il ragionato allarme che lancia sulle sorti della nostra civiltà.

Jared Diamond

Importante rimane anche l’approccio scientifico alla Storia, che caratterizzava il precedente saggio e che è ripreso anche in questo.

La fine di altri popoli ci mostra la grande fragilità di ogni civiltà, la cui integrità va preservata con attenzione e lungimiranza. I rischi per il pianeta derivanti non solo da una crescita demografica che non accenna a rallentare, ma soprattutto dalla giusta ispirazione dei paesi meno sviluppati a raggiungere condizioni di vita pari a quelli occidentali, con il conseguente consumo di risorse limitate e l’irreversibile depauperamento del territorio.

Un difetto di questo saggio è una certa ripetitività, un continuo rimarcare alcuni concetti e ricordare alcuni esempi già ampiamente trattati. Sembra un po’ lo stile di molti documentari americani, anche se per questi l’approccio è di solito anche più marcato, quasi che i documentaristi statunitensi pensino di aver a che fare con un pubblico di dementi con un livello di attenzione bassissimo. Forse hanno ragione loro (l’attenzione del pubblico televisivo è ridicolmente bassa e anche su un saggio piuttosto lungo, si può immaginare che il lettore non ricordi, quanto scritto qualche centinaio di pagine prima), ma da italiano di media cultura, trovo fastidiose le ripetizioni, anche in un testo come questo che, in fondo non ne abusa poi troppo.

 

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