Archive for ottobre 2013

THE REICH STRIKES BACK

La produzione di film ucronici nel corso del 2012 si è arricchita di un nuovo titolo: “Iron Sky”, storia di fantascienza ucronico-satirica dalle tinte steampunk, uno steampunk particolare, però, tedesco nazista anziché inglese! Regista è Timo Vuorensola.

La trovata fa un po’ pensare a “I fascisti su Marte” di Corrado Guzzanti e Igor Skofic e si inserisce nel filone più prolifico dell’ucronia: la sopravvivenza del nazi-fascismo dopo il 1945, tema di romanzi fondamentali come “Complotto contro l’America” di Roth, “La svastica sul sole” di Dick o “Fatherland”, ma anche di opere come “Nero italiano” di Stocco o “L’inattesa piega degli eventi” di Brizzi.

L’idea è che nel 1945 un nutrito gruppo di nazisti si sia rifugiato sulla faccia oscura della luna e lì abbia costruito una flotta con cui nel 2018 si appresta a conquistare la terra.

L’impostazione del film è ironica e parodistica e cita alcuni film, dalla sfuriata della collaboratrice della Presidentessa degli Stati Uniti (parodia di Sarah Palin, candidata alla Presidenza) che riprende quella di Hitler nel  film La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler, alle divise degli astronauti nazisti che ricordano quelle dei soldati imperiali di Guerre Stellari (anch’esse ispirate alle uniformi naziste, del resto).

L’aspetto forse più divertente del film è vedere come in settant’anni in nazisti, vivendo in isolamento totale, abbiano mantenuto inalterato i loro usi e mode, pur essendosi concentrati in uno spasmodico tentativo di sviluppare una tecnologia spaziale, pur in assenza dell’elettronica, ritroviamo così giganteschi ingranaggi, intrichi di cavi elettrici, inefficienti e colossali computer anni ’50.

La vera debolezza dei nazisti (e ironia del film) si rivelerà la loro totale ignoranza di come sia evoluto il mondo.

Il risultato non è certo un capolavoro, ma è molto godibile e non manca di alcune trovate simpatiche, come quella di far sottoporre James Whashington, l’astronauta americano di colore, a un trattamento speciale per renderlo ariano (biondo e con gli occhi azzurri). Imperdibile per gli amanti dello steampunk e da vedere per chi ama l’ucronia e la fantascienza.

 

Firenze 19/10/2013

 

Camilla Bianchi – un’illustratrice di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI

Camilla Bianchi nasce a Firenze nel 1983. Fin da piccola ha avuto un’innata passione per i colori, i fumetti, le graphic novels, la storia dell’arte, la grafica e il disegno in genere. Passione che si è poi concretizzata in un percorso di studi iniziato con l’indirizzo di pittura al Liceo Artistico di Firenze e nel 2007 con la laurea all’accademia di belle arti di Firenze, ancora con l’indirizzo pittura. Tuttavia, il suo stile minuzioso e l’interesse per l’editoria per bambini l’hanno portata a proseguire la sua formazione presso la scuola internazionale di Comics di Firenze con l’indirizzo di Illustrazione. Attualmente le sue opere si ispirano soprattutto all’osservazione del regno animale attraverso la tecnica dell’acrilico liquido.

Il suo blog è: http://camillabianchi83.wordpress.com/

 

Camilla Bianchi ha disegnato così alcune scene del romanzo di fantascienza per ragazzi JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI di Carlo Menzinger:

 

Il Guardiano dell’Ucronia Ortuz.

 

Suricati e castori

Laark, il pappagallo, uno dei Guardiani dell’Ucronia.

 

Questo è il secondo post in cui parlo dei tredici illustratori di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI. Vorrei presto parlare anche degli altri.

Il primo post era dedicato a Fabio Balboni, il secondo a Raffaella Bertolini. Presto pubblicherò delle schede anche per gli altri illustratori (in ordine alfabetico).

OGNI COSA É CONFUSA

Avendo letto l’illuminante e imperdibile saggio “Se niente importa” di Jonathan Safran Foer, mi stupiva un po’ pensare che un simile autore potesse anche aver scritto dei romanzi. Ho dunque avuto qualche esitazione ad accostarmi a “Ogni cosa è illuminata”, romanzo pubblicato da Safran Foer nel 2002. Avrei indubbiamente preferito leggerne un altro saggio. Come romanziere, però riscuote un certo successo, così ho voluto tentarne la lettura.

L’opera mi ha in parte affascinato, spingendomi a considerarla un libro originale e appassionante, dall’altra parte, però, mi ha piuttosto deluso.

Quel che mi ha spinto a considerarlo un romanzo interessante è poi stato anche ciò che forse mi ha disturbato di più. Non amo e non capisco gli autori che, conoscendo e praticando la lingua nazionale scrivono in dialetto, sembrandomi una furbata per risultare più “simpatici” e per nascondere nella forma la debolezza della sostanza, come si copre il sapore di un cibo un po’ troppo vecchio con il sapore forte delle spezie.

Safran però non scrive in dialetto. Fa un’operazione più seria: crea una parlata per uno dei suoi personaggi, cosa che mi ispira e incuriosisce. Se questo è uno dei punti di forza dei grandi autori fantasy da Tolkien alla Rowlings, non sempre farlo, però, suona corretto e in linea con la narrazione.

Il protagonista di “Ogni cosa è illuminata” è un giovanissimo ucraino che cerca di parlare un inglese elegante, ma, conoscendo poco la lingua, la reinventa a modo suo, usando malamente sinonimi sofisticati. La cosa all’inizio stuzzica e forse diverte persino, poi ci si chiede come faccia uno che conosce così poco la lingua a conoscere termini così particolari, pur usandoli così male e, soprattutto, dopo un po’ ho avuto la stessa sensazione che provo leggendo alcuni autori dialettali: che bisogno c’era? È solo una spezia per nascondere il sapore di un piatto poco saporito?

L’altra cosa che mi ha convinto poco, sebbene sia una tecnica ampiamente sfruttata, è stato dividere il romanzo in due (anzi tre) piani temporali, raccontando in sostanza una storia ambientata nel passato, una nel presente e un’altra quasi fuori dal tempo (lo scambio di corrispondenza tra il protagonista e il cosiddetto “eroe”, l’ebreo americano che viene guidato attraverso l’Ucraina dal protagonista alla ricerca della storia della sua famiglia).

Le due (tre) storie hanno indubbiamente punti in comune, ma ho atteso invano il momento in cui avrei potuto esclamare “Ogni cosa è illuminata” (che nel gergo del protagonista vorrebbe dire “tutto chiaro!”), perché finalmente mi si sarebbe chiarito ogni legame tra di esse.

Inoltre, avendo letto da poco il pregevole “Il complotto contro l’America” di Roth, che ci parla in modo davvero intelligente di ebrei e antisemitismo, questa nuova storia di ebrei perseguitati mi è parsa decisamente inferiore  e assai meno incisiva nel descrivere il vero dramma degli ebrei di fronte al razzismo che li perseguita e poco conta che l’intento qui era probabilmente di scrivere un altro tipo di storia, perché il raffronto con altre storie sull’antisemitismo (per esempio il bel “La bambina che salvava i libri”, “Il cielo cade”, “I cani e i lupi” – anch’esso con ucraini – o “Bastardi senza gloria”) non si può evitare.

Ci sono, per di più alcuni passaggi, non troppo lunghi nel complesso dell’opera, che ho trovato inutili e noiosi.

Peccato, perché il romanzo ha un grosso potenziale e partiva bene, ma se Safran Foer mi è parso un ottimo investigatore della società e un ottimo saggista in “Se niente importa”, in questo romanzo, per molti aspetti affascinante, mi è parso che abbia ancora da maturare.

 

Firenze, 11/10/2013

 

Jonathan Safran Foer

Jonathan Safran Foer

MICHELE CIARDELLI E IL SUO SOLDATINO

Di Michele Ciardelli avevo già letto il giallo-noir (arancione?) “16 rose arancioni”. Leggo ora la sua fiaba “Michele e il soldatino”, prodotto del tutto diverso dal precedente, sospeso a metà tra la fiaba, il sogno e, forse, il romanzo di formazione.

Come ogni favola è un racconto che vuole regalarci una morale, ma lascio a voi scoprire quale. Ci parla di un bambino con problemi di comunicazione, che non sono solo le difficoltà di linguaggio, che lo portano a esprimersi nel balbettio della sillaba “mi”, ma anche difficoltà di farsi capire dai genitori e dal mondo che lo circonda, da cui si isola, restando a giocare con il suo soldatino preferito, il suo vero amico, un amico immaginario, cui dà la voce che lui stesso non riesce ad avere, rendendolo canale di sfogo.

Michele Ciardelli

Michele Ciardelli

Fin qui ci sarebbero state le basi per un romanzo psicologico, ma Ciardelli sceglie di portare il suo omonimo in un mondo onirico, in cui il bambino diviene onnipotente e si lascia cullare, facendo passare gli anni, finché non è più bambino. Solo allora scoprirà che ogni medaglia a due facce e che se una ti fa vincere, l’altra ti fa perdere, se tu vinci, qualcuno perde.Michele Ciardelli

Ma è tutto un sogno, un sogno però che lo aiuta e lo fa crescere. O forse no, forse, quella bambina che ritrova alla fine è la prova che è stato tutto vero. Chissà!

Scrittura veloce, questa, che si consuma in una settantina di pagine leggere. Una rilettura, forse ci avrebbe risparmiato qualche refuso. Si ricorda che parte dei proventi vanno in beneficienza. L’editore è Stravagario.

Firenze, 15/10/2013

HAIKU CLASSICI

Avendo da poco pubblicato una piccola antologia di haiku (“Rossi di sangue sono dell’uomo l’alba e il tramonto”), mi è venuta voglia di leggerne alcuni del periodo classico.

Il volume “Haiku”, sottotitolo “Il fiore della poesia giapponese da Bashō all’Ottocento”, curato da Elena Dal Pra ed edito negli Oscar Mondadori faceva al caso mio.

L’introduzione, scritta dalla curatrice, è stata un utile ripasso, soprattutto della terminologia legata a questo breve componimento giapponese.

Si scopre (o ricorda) così che i poeti che scrivono haiku si chiamano haijin, che già nel IX secolo d.c. in Giappone fossero d’uso delle contese poetiche  dette uta-awase, che nel Manyōshū, la prima antologia poetica giapponese (VIII secolo), il tanka è la forma poetica prevalente. Come noto, l’haiku deriva in un certo senso dal tanka, assumendo una composizione sillabica più semplice (5-7-5), rispetto a quella di cinque versi (5-7-5-7-7) del tanka, assecondando una tendenza tipica giapponese verso la “miniaturizzazione”.

Fu quando in Giappone nasceva il romanzo moderno con Ihara Saikaku e fiorivano i teatri kabuki e jōruri con Chikamatasu Monzaemon, che l’haijin Bashō pone le basi dello haiku (io avrei messo l’apostrofo ma Elena dal Pra lo omette regolarmente).

Non conoscere il giapponese e dover leggere haiku tradotti è senz’altro un peccato, perché la vaghezza di questa lingua, che non possiede generi, numeri, declinazioni (che si devono desumere dal contesto), dona allo haiku, con la sua brevità e decontestializzazione, il mistero e l’indeterminatezza che lo caratterizzano.

Il volume riporta anche il testo originale (in caratteri latini), così che c’è almeno possibile tentare di apprezzarne gli effetti fonici, tanto favoriti da una lingua ricchissima di omofoni. Altra cosa che si perde nella traduzione è la struttura della poesia, dato che in giapponese l’ordine  dei vari elementi della frase è praticamente inverso rispetto all’italiano.

Grati alla curatrice per tante utili notizie, affrontiamo quindi l’antologia, che si snoda in ordine cronologico, presentando una breve biografia di ciascun autore, seguita da una snella scelta di versi.

Si parte da Itō Shintoku, haijin vissuto nel XVII secolo, per chiudere infine la carrellata con Masaoka Shiki, autore scomparso nel 1902, passando per i tre grandi del genere: Bashō, Issa e Buson.

Tra i versi voglio ricordare quelli di Tan Taigi:

ad una ad una

si affacciano nel freddo

le stelle

di Miura Chora

fiori di ciliegio caduti

in questo giorno

che tramonta

sono caduti i fiori di ciliegio

gli splendidi versi di Kobayashi Issa

in questo mondo

frenesia anche nella vita

della farfalla

o anche

ad ogni cancello

la primavera comincia

dal fango sui sandali

 

allodola

del mio villaggio: non la vedo,

ma so che canta

 

villaggio di montagna:

il plenilunio d’autunno arriva

nella mia zuppa

 

o la modernità di Masaoka Shiki

giorno di primavera:

si perde lo sguardo in un giardino

largo tre piedi

 

di me scrivete

che ho amato i versi

e i kaki

 

ombre d’alberi –

e la mia ombra che si muove

nella luna invernale

 

(per quanto ovvio, ricordo che ogni terzina è un componimento autonomo).

 

Firenze, 11/10/2013

IL METODO MILITARE DI SUN TZU

Nell’antichità non era raro che alcuni testi nascessero dalla trasmissione orale e da una serie di progressive e successive trascrizioni. Nella nostra tradizione ne sono un esempio l’Iliade e l’Odissea, la cui attribuzione a Omero è, sostanzialmente, una semplificazione. Analogamente la Bibbia e lo stesso Vangelo riportano affermazioni, discorsi e parabole il cui autore non è la stessa persona che li scrive (senza considerarne qui l’ispirazione divina).

Un esempio di tali testi provenienti dalla Cina è il Sūnzǐ Bīngfǎ, 孫子兵法 (“Metodo militare di Sun Tzu”), da noi comunemente noto come “L’arte della guerra” e attribuito a Sun Tzu.

Sun Tzu è un mitico generale del IV Secolo. Non fu lui a scrivere questo manuale, ma i suoi discepoli o discepoli di questi, in una sorta di “ipse dixit”.

Si ritrovano quindi versioni differenti del libro. Comunemente è diviso in tredici capitoli, ne sono però citati decine di altri, forse posteriori. Completano l’opera, di per sé, nella versione più nota, piuttosto snella numerosi commentari dei secoli successivi. Nelle varie versioni alcuni concetti vengono però persino rovesciati, a seconda della sensibilità del tempo in cui sono stati scritti.

Un esempio è il testo standard:

Se ti difendi sei più debole.

Se attacchi sei più forte:

In una versione antica scritta su bambù e scoperta di recente si legge, invece, al contrario:

Se ti difendi sei più forte.

Se attacchi sei più debole:

Eppure le due versioni sono in linea con lo spirito generale dell’opera: non c’è un metodo assoluto, non c’è una verità assoluta, occorre conoscere i cinque fattori e agire di conseguenza.

Il primo fattore è il Tao, il secondo è il cielo, il terzo è la terra, il quarto è il generale, il quinto è il metodo”.

Perché

Se conosci il nemico e conosci te stesso,

nemmeno in cento battaglie ti troverai in pericolo”.

E

Questi sono gli stratagemmi militari vittoriosi dei nostri avi.

Non possono essere tramandati in anticipo.

Ogni situazione è diversa, occorre valutarla e decidere di conseguenza.

La grande immediatezza e semplicità dei consigli militari, ne fanno un manuale sempre attuale non solo come principi base per una vera campagna di guerra, ma per l’applicazione a qualunque tipo di conflitto tra organizzazioni, quali per esempio delle moderne aziende.

L’attualità di questo insegnamento credo si possa riassumere soprattutto in questa affermazione:

Sottomettere l’esercito nemico senza combattere è prova di suprema abilità”.

Affatto scontato, per il comune pensare, è il messaggio contenuto in queste due affermazioni:

Non è abile chi prevede una vittoria che chiunque potrebbe conseguire.

Vincere una battaglia universalmente considerata difficile non è vera abilità”.

La vera abilità consiste nel vincere chi si può battere facilmente.

Così le battaglie degli esperti si risolvono senza vittorie straordinarie, senza acquisire grande fama derivante dalla propria saggezza e dal proprio coraggio”.

Il buon comandante è come un sasso che colpisce un uovo. Prima si accerta della sicurezza della propria vittoria e poi attacca. Troppo spesso attribuiamo valore a chi vince in imprese considerate impossibili. Si darebbe cioè, erroneamente, valore a chi mettendo a rischio se stesso, i suoi uomini e le sue risorse abbia rischiato un’impresa con una forte probabilità di insuccesso. Premiamo dunque la fortuna e non l’abilità. L’abilità sta nell’agire con le probabilità a proprio vantaggio.

Sun Tzu

Sun Tzu

Vorrei concludere con un’ultima riflessione sulle modalità con cui questo libro fu scritto, in cui ritrovo un’insolita modernità. Se un tempo la collaborazione di più mani (e voci e menti) portava alla nascita di testi come “L’arte della guerra”, oggi la scrittura ha cessato di essere l’atto di un singolo per divenire frutto di collaborazioni complesse. Spesso compare il nome di un solo autore, ma, specie nei grandi bestseller, accanto a lui ci sono decine di collaboratori che lo istruiscono e consigliano e gli forniscono dati e informazioni, spesso attingendo da altri testi o da internet, al punto che si può dire che i romanzi e i saggi moderni siano tornati a essere frutto di più menti, alcune come collaboratrici dirette, altre come sub-strato culturale dell’opera. Questo rende particolarmente difficile l’ingresso nel mercato, creando una vera e propria barriera concorrenziale, agli autori minori privi di una squadra. Per cercare di ovviare a questa difficoltà ho immaginato il processo che chiamo “web-editing”: una collaborazione tra lettori e autore per migliorare l’opera prima della sua pubblicazione. Un po’ come se, viaggiando in rete, prima di sedimentarsi sulla carta o in e-book, il testo potesse arricchirsi come si arricchivano nei vari passaggi i testi nati dalla tradizione culturale. La modernità ci riporta, in un certo senso, indietro verso la tradizione!

Firenze, 29/09/2013

UN UCRONICO CHE CREDE NEL DESTINO

Quando si elencano le migliori ucronie sul nazismo si pensa quasi sempre a “La svastica sul sole” (1962) di Dick o a “Fatherland” (1992) di Harris, ma “Complotto contro l’America” (2004) di Philip Roth, pur trattando i medesimi temi, si presenta, a mio giudizio, dal punto di vista letterario, come un’opera migliore.

Innanzitutto per il forte realismo con cui viene bilanciata la fantasia ucronica, mostrando con precisione un’America di provincia, nella miglior tradizione del genere, dal punto di vista di un bambino ebreo. L’approccio ucronico qui viene reso mostrando come l’avvento al potere negli Stati Uniti nel 1940 di un personaggio non interventista e moderatamente simpatizzante di Hitler, porti a una trasformazione lenta ma inesorabile del modo di pensare e di agire di una grande democrazia, facendo riaffiorare sacche nascoste di razzismo e antisemitismo.

Perfettamente ucronica è la trovata che un singolo uomo, qui l’aviatore ed eroe americano Lindberg, possa stravolgere e mutare la storia del mondo, vincendo le elezioni al termine del secondo mandato di Roosevelt (nella realtà il Presidente vinse per quattro mandati successivi e guidò l’America nella Seconda Guerra Mondiale).

L’arresto del New Deal, dovuto al termine della sua presidenza, unitamente all’avanzata di Giappone e Germania nelle loro conquiste, porteranno alla trasformazione culturale dell’America.

Il dramma ebraico non viene visto mediante persecuzioni, ma tramite il disgregarsi dell’unità familiare, vero obiettivo delle moderate politiche anti-semitiche di Lindberg.

Il cugino orfano che vive con i Roth (i protagonisti si chiamano come l’autore), parte come volontario in guerra arruolandosi nell’esercito canadese (alleato di Gran Bretagna e Francia). Torna deluso e amareggiato e privo di una gamba, in conflitto con lo zio che ancora vede in Lindberg un pericolo, rifiuta di occuparsi della politica. Il fratello maggiore del bambino viene inserito in un programma subdolo di “americanizzazione” (qualcosa tipo i balilla nostrani, ma dedicato espressamente agli ebrei) dietro pressione della zia, che sposa un rabbino collaborazionista. Il padre viene trasferito in Kentucky dalla propria azienda, come varie altre famiglie ebraiche, ma rifiuta di partire e si licenzia, passando a un lavoro più umile alle dipendenze del proprio fratello. Insomma, niente campi di concentramento in America, ma una vita sempre più difficile, fino all’entrata in guerra deli Stati Uniti contro l’Asse. A tal punto però, Lindberg muore in un incidente aereo, Roosvelt diventa presidente per la terza volta (negli anni del suo reale quarto mandato) e la Storia ritorna nei suoi binari originari.

Ho voluto citare questo finale (ritenendo peraltro che nulla tolga alla lettura, dato che, per come è impostato il romanzo, quello che interessa il lettore sono soprattutto le vicende familiari), perché è lì, secondo me, che la visione ucronica di Roth, per il resto eccellente, ha un calo. Personalmente ritengo, infatti, che se la Storia muta, non ci sia verso di riportarla sul suo cammino originario. Credo che ogni piccolo gesto diverso, ci consegni un futuro irrimediabilmente nuovo. Quattro anni di guerra mondiale, poi, con l’embargo americano verso gli Alleati e un ostinato non interventismo, sono qualcosa che neanche l’entrata in Guerra, con Pearl Harbour, come avvenne davvero, può cancellare. Del resto Roth poco ci dice degli anni successivi, ma la sensazione che lascia è che ogni cosa torni al suo posto. A un certo punto cita persino l’attentato futuro a Robert Kennedy!

Philip Roth

Philip Roth

Non concordo insomma in una visione determinista della Storia, in cui il Destino, alla fine è immutabile. E non tanto una questione di perdita del Libero Arbitrio, ma di un approccio alla Storia che esclude il ruolo delle singole persone, dei piccoli eventi, credendo in un flusso inarrestabile, in cui le grandi forze sociali ed economiche prevalgono su tutto. Eppure mi pare evidente dalle cronache del nostro Paese e dalle vicende storiche, come la presenza di alcuni uomini abbiano da sempre orientato in modo netto e determinante il corso degli eventi. Trovo persino ridicolo pensare che se non ci fossero stati un Giulio Cesare, un Einstein, un Darwin, un Napoleone, un Mozart, un Dante altri avrebbero portato a termine la loro opera. Forse qualcosa di confrontabile, in alcuni casi sarebbe stato realizzato, ma nulla di uguale. Senza un solo versetto dell’Inferno di Dante la nostra stessa vita sarebbe stata un’altra. Questo credo sia il massimo insegnamento dell’ucronia. La “Storia senza se e senza ma” è solo uno slogan politico, ma non ha alcun senso reale.

 

Firenze, 29/09/2013

 

 

 

 

Charles Lindberg

Charles Lindberg

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