Archive for ottobre 2013

THE REICH STRIKES BACK

La produzione di film ucronici nel corso del 2012 si è arricchita di un nuovo titolo: “Iron Sky”, storia di fantascienza ucronico-satirica dalle tinte steampunk, uno steampunk particolare, però, tedesco nazista anziché inglese! Regista è Timo Vuorensola.

La trovata fa un po’ pensare a “I fascisti su Marte” di Corrado Guzzanti e Igor Skofic e si inserisce nel filone più prolifico dell’ucronia: la sopravvivenza del nazi-fascismo dopo il 1945, tema di romanzi fondamentali come “Complotto contro l’America” di Roth, “La svastica sul sole” di Dick o “Fatherland”, ma anche di opere come “Nero italiano” di Stocco o “L’inattesa piega degli eventi” di Brizzi.

L’idea è che nel 1945 un nutrito gruppo di nazisti si sia rifugiato sulla faccia oscura della luna e lì abbia costruito una flotta con cui nel 2018 si appresta a conquistare la terra.

L’impostazione del film è ironica e parodistica e cita alcuni film, dalla sfuriata della collaboratrice della Presidentessa degli Stati Uniti (parodia di Sarah Palin, candidata alla Presidenza) che riprende quella di Hitler nel  film La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler, alle divise degli astronauti nazisti che ricordano quelle dei soldati imperiali di Guerre Stellari (anch’esse ispirate alle uniformi naziste, del resto).

L’aspetto forse più divertente del film è vedere come in settant’anni in nazisti, vivendo in isolamento totale, abbiano mantenuto inalterato i loro usi e mode, pur essendosi concentrati in uno spasmodico tentativo di sviluppare una tecnologia spaziale, pur in assenza dell’elettronica, ritroviamo così giganteschi ingranaggi, intrichi di cavi elettrici, inefficienti e colossali computer anni ’50.

La vera debolezza dei nazisti (e ironia del film) si rivelerà la loro totale ignoranza di come sia evoluto il mondo.

Il risultato non è certo un capolavoro, ma è molto godibile e non manca di alcune trovate simpatiche, come quella di far sottoporre James Whashington, l’astronauta americano di colore, a un trattamento speciale per renderlo ariano (biondo e con gli occhi azzurri). Imperdibile per gli amanti dello steampunk e da vedere per chi ama l’ucronia e la fantascienza.

 

Firenze 19/10/2013

 

Camilla Bianchi – un’illustratrice di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI

Camilla Bianchi nasce a Firenze nel 1983. Fin da piccola ha avuto un’innata passione per i colori, i fumetti, le graphic novels, la storia dell’arte, la grafica e il disegno in genere. Passione che si è poi concretizzata in un percorso di studi iniziato con l’indirizzo di pittura al Liceo Artistico di Firenze e nel 2007 con la laurea all’accademia di belle arti di Firenze, ancora con l’indirizzo pittura. Tuttavia, il suo stile minuzioso e l’interesse per l’editoria per bambini l’hanno portata a proseguire la sua formazione presso la scuola internazionale di Comics di Firenze con l’indirizzo di Illustrazione. Attualmente le sue opere si ispirano soprattutto all’osservazione del regno animale attraverso la tecnica dell’acrilico liquido.

Il suo blog è: http://camillabianchi83.wordpress.com/

 

Camilla Bianchi ha disegnato così alcune scene del romanzo di fantascienza per ragazzi JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI di Carlo Menzinger:

 

Il Guardiano dell’Ucronia Ortuz.

 

Suricati e castori

Laark, il pappagallo, uno dei Guardiani dell’Ucronia.

 

Questo è il secondo post in cui parlo dei tredici illustratori di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI. Vorrei presto parlare anche degli altri.

Il primo post era dedicato a Fabio Balboni, il secondo a Raffaella Bertolini. Presto pubblicherò delle schede anche per gli altri illustratori (in ordine alfabetico).

OGNI COSA É CONFUSA

Avendo letto l’illuminante e imperdibile saggio “Se niente importa” di Jonathan Safran Foer, mi stupiva un po’ pensare che un simile autore potesse anche aver scritto dei romanzi. Ho dunque avuto qualche esitazione ad accostarmi a “Ogni cosa è illuminata”, romanzo pubblicato da Safran Foer nel 2002. Avrei indubbiamente preferito leggerne un altro saggio. Come romanziere, però riscuote un certo successo, così ho voluto tentarne la lettura.

L’opera mi ha in parte affascinato, spingendomi a considerarla un libro originale e appassionante, dall’altra parte, però, mi ha piuttosto deluso.

Quel che mi ha spinto a considerarlo un romanzo interessante è poi stato anche ciò che forse mi ha disturbato di più. Non amo e non capisco gli autori che, conoscendo e praticando la lingua nazionale scrivono in dialetto, sembrandomi una furbata per risultare più “simpatici” e per nascondere nella forma la debolezza della sostanza, come si copre il sapore di un cibo un po’ troppo vecchio con il sapore forte delle spezie.

Safran però non scrive in dialetto. Fa un’operazione più seria: crea una parlata per uno dei suoi personaggi, cosa che mi ispira e incuriosisce. Se questo è uno dei punti di forza dei grandi autori fantasy da Tolkien alla Rowlings, non sempre farlo, però, suona corretto e in linea con la narrazione.

Il protagonista di “Ogni cosa è illuminata” è un giovanissimo ucraino che cerca di parlare un inglese elegante, ma, conoscendo poco la lingua, la reinventa a modo suo, usando malamente sinonimi sofisticati. La cosa all’inizio stuzzica e forse diverte persino, poi ci si chiede come faccia uno che conosce così poco la lingua a conoscere termini così particolari, pur usandoli così male e, soprattutto, dopo un po’ ho avuto la stessa sensazione che provo leggendo alcuni autori dialettali: che bisogno c’era? È solo una spezia per nascondere il sapore di un piatto poco saporito?

L’altra cosa che mi ha convinto poco, sebbene sia una tecnica ampiamente sfruttata, è stato dividere il romanzo in due (anzi tre) piani temporali, raccontando in sostanza una storia ambientata nel passato, una nel presente e un’altra quasi fuori dal tempo (lo scambio di corrispondenza tra il protagonista e il cosiddetto “eroe”, l’ebreo americano che viene guidato attraverso l’Ucraina dal protagonista alla ricerca della storia della sua famiglia).

Le due (tre) storie hanno indubbiamente punti in comune, ma ho atteso invano il momento in cui avrei potuto esclamare “Ogni cosa è illuminata” (che nel gergo del protagonista vorrebbe dire “tutto chiaro!”), perché finalmente mi si sarebbe chiarito ogni legame tra di esse.

Inoltre, avendo letto da poco il pregevole “Il complotto contro l’America” di Roth, che ci parla in modo davvero intelligente di ebrei e antisemitismo, questa nuova storia di ebrei perseguitati mi è parsa decisamente inferiore  e assai meno incisiva nel descrivere il vero dramma degli ebrei di fronte al razzismo che li perseguita e poco conta che l’intento qui era probabilmente di scrivere un altro tipo di storia, perché il raffronto con altre storie sull’antisemitismo (per esempio il bel “La bambina che salvava i libri”, “Il cielo cade”, “I cani e i lupi” – anch’esso con ucraini – o “Bastardi senza gloria”) non si può evitare.

Ci sono, per di più alcuni passaggi, non troppo lunghi nel complesso dell’opera, che ho trovato inutili e noiosi.

Peccato, perché il romanzo ha un grosso potenziale e partiva bene, ma se Safran Foer mi è parso un ottimo investigatore della società e un ottimo saggista in “Se niente importa”, in questo romanzo, per molti aspetti affascinante, mi è parso che abbia ancora da maturare.

 

Firenze, 11/10/2013

 

Jonathan Safran Foer

Jonathan Safran Foer

MICHELE CIARDELLI E IL SUO SOLDATINO

Di Michele Ciardelli avevo già letto il giallo-noir (arancione?) “16 rose arancioni”. Leggo ora la sua fiaba “Michele e il soldatino”, prodotto del tutto diverso dal precedente, sospeso a metà tra la fiaba, il sogno e, forse, il romanzo di formazione.

Come ogni favola è un racconto che vuole regalarci una morale, ma lascio a voi scoprire quale. Ci parla di un bambino con problemi di comunicazione, che non sono solo le difficoltà di linguaggio, che lo portano a esprimersi nel balbettio della sillaba “mi”, ma anche difficoltà di farsi capire dai genitori e dal mondo che lo circonda, da cui si isola, restando a giocare con il suo soldatino preferito, il suo vero amico, un amico immaginario, cui dà la voce che lui stesso non riesce ad avere, rendendolo canale di sfogo.

Michele Ciardelli

Michele Ciardelli

Fin qui ci sarebbero state le basi per un romanzo psicologico, ma Ciardelli sceglie di portare il suo omonimo in un mondo onirico, in cui il bambino diviene onnipotente e si lascia cullare, facendo passare gli anni, finché non è più bambino. Solo allora scoprirà che ogni medaglia a due facce e che se una ti fa vincere, l’altra ti fa perdere, se tu vinci, qualcuno perde.Michele Ciardelli

Ma è tutto un sogno, un sogno però che lo aiuta e lo fa crescere. O forse no, forse, quella bambina che ritrova alla fine è la prova che è stato tutto vero. Chissà!

Scrittura veloce, questa, che si consuma in una settantina di pagine leggere. Una rilettura, forse ci avrebbe risparmiato qualche refuso. Si ricorda che parte dei proventi vanno in beneficienza. L’editore è Stravagario.

Firenze, 15/10/2013

HAIKU CLASSICI

Avendo da poco pubblicato una piccola antologia di haiku (“Rossi di sangue sono dell’uomo l’alba e il tramonto”), mi è venuta voglia di leggerne alcuni del periodo classico.

Il volume “Haiku”, sottotitolo “Il fiore della poesia giapponese da Bashō all’Ottocento”, curato da Elena Dal Pra ed edito negli Oscar Mondadori faceva al caso mio.

L’introduzione, scritta dalla curatrice, è stata un utile ripasso, soprattutto della terminologia legata a questo breve componimento giapponese.

Si scopre (o ricorda) così che i poeti che scrivono haiku si chiamano haijin, che già nel IX secolo d.c. in Giappone fossero d’uso delle contese poetiche  dette uta-awase, che nel Manyōshū, la prima antologia poetica giapponese (VIII secolo), il tanka è la forma poetica prevalente. Come noto, l’haiku deriva in un certo senso dal tanka, assumendo una composizione sillabica più semplice (5-7-5), rispetto a quella di cinque versi (5-7-5-7-7) del tanka, assecondando una tendenza tipica giapponese verso la “miniaturizzazione”.

Fu quando in Giappone nasceva il romanzo moderno con Ihara Saikaku e fiorivano i teatri kabuki e jōruri con Chikamatasu Monzaemon, che l’haijin Bashō pone le basi dello haiku (io avrei messo l’apostrofo ma Elena dal Pra lo omette regolarmente).

Non conoscere il giapponese e dover leggere haiku tradotti è senz’altro un peccato, perché la vaghezza di questa lingua, che non possiede generi, numeri, declinazioni (che si devono desumere dal contesto), dona allo haiku, con la sua brevità e decontestializzazione, il mistero e l’indeterminatezza che lo caratterizzano.

Il volume riporta anche il testo originale (in caratteri latini), così che c’è almeno possibile tentare di apprezzarne gli effetti fonici, tanto favoriti da una lingua ricchissima di omofoni. Altra cosa che si perde nella traduzione è la struttura della poesia, dato che in giapponese l’ordine  dei vari elementi della frase è praticamente inverso rispetto all’italiano.

Grati alla curatrice per tante utili notizie, affrontiamo quindi l’antologia, che si snoda in ordine cronologico, presentando una breve biografia di ciascun autore, seguita da una snella scelta di versi.

Si parte da Itō Shintoku, haijin vissuto nel XVII secolo, per chiudere infine la carrellata con Masaoka Shiki, autore scomparso nel 1902, passando per i tre grandi del genere: Bashō, Issa e Buson.

Tra i versi voglio ricordare quelli di Tan Taigi:

ad una ad una

si affacciano nel freddo

le stelle

di Miura Chora

fiori di ciliegio caduti

in questo giorno

che tramonta

sono caduti i fiori di ciliegio

gli splendidi versi di Kobayashi Issa

in questo mondo

frenesia anche nella vita

della farfalla

o anche

ad ogni cancello

la primavera comincia

dal fango sui sandali

 

allodola

del mio villaggio: non la vedo,

ma so che canta

 

villaggio di montagna:

il plenilunio d’autunno arriva

nella mia zuppa

 

o la modernità di Masaoka Shiki

giorno di primavera:

si perde lo sguardo in un giardino

largo tre piedi

 

di me scrivete

che ho amato i versi

e i kaki

 

ombre d’alberi –

e la mia ombra che si muove

nella luna invernale

 

(per quanto ovvio, ricordo che ogni terzina è un componimento autonomo).

 

Firenze, 11/10/2013

IL METODO MILITARE DI SUN TZU

Nell’antichità non era raro che alcuni testi nascessero dalla trasmissione orale e da una serie di progressive e successive trascrizioni. Nella nostra tradizione ne sono un esempio l’Iliade e l’Odissea, la cui attribuzione a Omero è, sostanzialmente, una semplificazione. Analogamente la Bibbia e lo stesso Vangelo riportano affermazioni, discorsi e parabole il cui autore non è la stessa persona che li scrive (senza considerarne qui l’ispirazione divina).

Un esempio di tali testi provenienti dalla Cina è il Sūnzǐ Bīngfǎ, 孫子兵法 (“Metodo militare di Sun Tzu”), da noi comunemente noto come “L’arte della guerra” e attribuito a Sun Tzu.

Sun Tzu è un mitico generale del IV Secolo. Non fu lui a scrivere questo manuale, ma i suoi discepoli o discepoli di questi, in una sorta di “ipse dixit”.

Si ritrovano quindi versioni differenti del libro. Comunemente è diviso in tredici capitoli, ne sono però citati decine di altri, forse posteriori. Completano l’opera, di per sé, nella versione più nota, piuttosto snella numerosi commentari dei secoli successivi. Nelle varie versioni alcuni concetti vengono però persino rovesciati, a seconda della sensibilità del tempo in cui sono stati scritti.

Un esempio è il testo standard:

Se ti difendi sei più debole.

Se attacchi sei più forte:

In una versione antica scritta su bambù e scoperta di recente si legge, invece, al contrario:

Se ti difendi sei più forte.

Se attacchi sei più debole:

Eppure le due versioni sono in linea con lo spirito generale dell’opera: non c’è un metodo assoluto, non c’è una verità assoluta, occorre conoscere i cinque fattori e agire di conseguenza.

Il primo fattore è il Tao, il secondo è il cielo, il terzo è la terra, il quarto è il generale, il quinto è il metodo”.

Perché

Se conosci il nemico e conosci te stesso,

nemmeno in cento battaglie ti troverai in pericolo”.

E

Questi sono gli stratagemmi militari vittoriosi dei nostri avi.

Non possono essere tramandati in anticipo.

Ogni situazione è diversa, occorre valutarla e decidere di conseguenza.

La grande immediatezza e semplicità dei consigli militari, ne fanno un manuale sempre attuale non solo come principi base per una vera campagna di guerra, ma per l’applicazione a qualunque tipo di conflitto tra organizzazioni, quali per esempio delle moderne aziende.

L’attualità di questo insegnamento credo si possa riassumere soprattutto in questa affermazione:

Sottomettere l’esercito nemico senza combattere è prova di suprema abilità”.

Affatto scontato, per il comune pensare, è il messaggio contenuto in queste due affermazioni:

Non è abile chi prevede una vittoria che chiunque potrebbe conseguire.

Vincere una battaglia universalmente considerata difficile non è vera abilità”.

La vera abilità consiste nel vincere chi si può battere facilmente.

Così le battaglie degli esperti si risolvono senza vittorie straordinarie, senza acquisire grande fama derivante dalla propria saggezza e dal proprio coraggio”.

Il buon comandante è come un sasso che colpisce un uovo. Prima si accerta della sicurezza della propria vittoria e poi attacca. Troppo spesso attribuiamo valore a chi vince in imprese considerate impossibili. Si darebbe cioè, erroneamente, valore a chi mettendo a rischio se stesso, i suoi uomini e le sue risorse abbia rischiato un’impresa con una forte probabilità di insuccesso. Premiamo dunque la fortuna e non l’abilità. L’abilità sta nell’agire con le probabilità a proprio vantaggio.

Sun Tzu

Sun Tzu

Vorrei concludere con un’ultima riflessione sulle modalità con cui questo libro fu scritto, in cui ritrovo un’insolita modernità. Se un tempo la collaborazione di più mani (e voci e menti) portava alla nascita di testi come “L’arte della guerra”, oggi la scrittura ha cessato di essere l’atto di un singolo per divenire frutto di collaborazioni complesse. Spesso compare il nome di un solo autore, ma, specie nei grandi bestseller, accanto a lui ci sono decine di collaboratori che lo istruiscono e consigliano e gli forniscono dati e informazioni, spesso attingendo da altri testi o da internet, al punto che si può dire che i romanzi e i saggi moderni siano tornati a essere frutto di più menti, alcune come collaboratrici dirette, altre come sub-strato culturale dell’opera. Questo rende particolarmente difficile l’ingresso nel mercato, creando una vera e propria barriera concorrenziale, agli autori minori privi di una squadra. Per cercare di ovviare a questa difficoltà ho immaginato il processo che chiamo “web-editing”: una collaborazione tra lettori e autore per migliorare l’opera prima della sua pubblicazione. Un po’ come se, viaggiando in rete, prima di sedimentarsi sulla carta o in e-book, il testo potesse arricchirsi come si arricchivano nei vari passaggi i testi nati dalla tradizione culturale. La modernità ci riporta, in un certo senso, indietro verso la tradizione!

Firenze, 29/09/2013

UN UCRONICO CHE CREDE NEL DESTINO

Risultati immagini per il complotto contro l'americaQuando si elencano le migliori ucronie sul nazismo si pensa quasi sempre a “La svastica sul sole” (1962) di Dick o a “Fatherland” (1992) di Harris, ma “Complotto contro l’America” (2004) di Philip Roth, pur trattando i medesimi temi, si presenta, a mio giudizio, dal punto di vista letterario, come un’opera migliore.

Innanzitutto per il forte realismo con cui viene bilanciata la fantasia ucronica, mostrando con precisione un’America di provincia, nella miglior tradizione del genere, dal punto di vista di un bambino ebreo. L’approccio ucronico qui viene reso mostrando come l’avvento al potere negli Stati Uniti nel 1940 di un personaggio non interventista e moderatamente simpatizzante di Hitler, porti a una trasformazione lenta ma inesorabile del modo di pensare e di agire di una grande democrazia, facendo riaffiorare sacche nascoste di razzismo e antisemitismo.

Perfettamente ucronica è la trovata che un singolo uomo, qui l’aviatore ed eroe americano Lindberg, possa stravolgere e mutare la storia del mondo, vincendo le elezioni al termine del secondo mandato di Roosevelt (nella realtà il Presidente vinse per quattro mandati successivi e guidò l’America nella Seconda Guerra Mondiale).

L’arresto del New Deal, dovuto al termine della sua presidenza, unitamente all’avanzata di Giappone e Germania nelle loro conquiste, porteranno alla trasformazione culturale dell’America.

Il dramma ebraico non viene visto mediante persecuzioni, ma tramite il disgregarsi dell’unità familiare, vero obiettivo delle moderate politiche anti-semitiche di Lindberg.

Il cugino orfano che vive con i Roth (i protagonisti si chiamano come l’autore), parte come volontario in guerra arruolandosi nell’esercito canadese (alleato di Gran Bretagna e Francia). Torna deluso e amareggiato e privo di una gamba, in conflitto con lo zio che ancora vede in Lindberg un pericolo, rifiuta di occuparsi della politica. Il fratello maggiore del bambino viene inserito in un programma subdolo di “americanizzazione” (qualcosa tipo i balilla nostrani, ma dedicato espressamente agli ebrei) dietro pressione della zia, che sposa un rabbino collaborazionista. Il padre viene trasferito in Kentucky dalla propria azienda, come varie altre famiglie ebraiche, ma rifiuta di partire e si licenzia, passando a un lavoro più umile alle dipendenze del proprio fratello. Insomma, niente campi di concentramento in America, ma una vita sempre più difficile, fino all’entrata in guerra deli Stati Uniti contro l’Asse. A tal punto però, Lindberg muore in un incidente aereo, Roosvelt diventa presidente per la terza volta (negli anni del suo reale quarto mandato) e la Storia ritorna nei suoi binari originari.

Ho voluto citare questo finale (ritenendo peraltro che nulla tolga alla lettura, dato che, per come è impostato il romanzo, quello che interessa il lettore sono soprattutto le vicende familiari), perché è lì, secondo me, che la visione ucronica di Roth, per il resto eccellente, ha un calo. Personalmente ritengo, infatti, che se la Storia muta, non ci sia verso di riportarla sul suo cammino originario. Credo che ogni piccolo gesto diverso, ci consegni un futuro irrimediabilmente nuovo. Quattro anni di guerra mondiale, poi, con l’embargo americano verso gli Alleati e un ostinato non interventismo, sono qualcosa che neanche l’entrata in Guerra, con Pearl Harbour, come avvenne davvero, può cancellare. Del resto Roth poco ci dice degli anni successivi, ma la sensazione che lascia è che ogni cosa torni al suo posto. A un certo punto cita persino l’attentato futuro a Robert Kennedy!

Philip Roth

Philip Roth

Non concordo insomma in una visione determinista della Storia, in cui il Destino, alla fine è immutabile. E non tanto una questione di perdita del Libero Arbitrio, ma di un approccio alla Storia che esclude il ruolo delle singole persone, dei piccoli eventi, credendo in un flusso inarrestabile, in cui le grandi forze sociali ed economiche prevalgono su tutto. Eppure mi pare evidente dalle cronache del nostro Paese e dalle vicende storiche, come la presenza di alcuni uomini abbiano da sempre orientato in modo netto e determinante il corso degli eventi. Trovo persino ridicolo pensare che se non ci fossero stati un Giulio Cesare, un Einstein, un Darwin, un Napoleone, un Mozart, un Dante altri avrebbero portato a termine la loro opera. Forse qualcosa di confrontabile, in alcuni casi sarebbe stato realizzato, ma nulla di uguale. Senza un solo versetto dell’Inferno di Dante la nostra stessa vita sarebbe stata un’altra. Questo credo sia il massimo insegnamento dell’ucronia. La “Storia senza se e senza ma” è solo uno slogan politico, ma non ha alcun senso reale.

 

Firenze, 29/09/2013

 

 

 

 

Charles Lindberg

Charles Lindberg

Raffaella Bertolini – un’illustratrice di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI

Raffaella Bertolini nasce in provincia di La Spezia (comune Arcola) il 21 marzo 1957. Persona poliedrica e creativa, curiosa di sperimentare ogni nuova attività manuale, ha frequentato diversi corsi di arti manuali. Attualmente, oltre il suo lavoro e i suoi impegni familiari, si dedica alla pittura ad acquerello, che sperimenta alla ricerca di una sua particolare tecnica.

Su internet la si trova nel Gruppo di Facebook “La creatività di Raffaella”: http://www.facebook.com/groups/208199159303832/

Ha partecipato al progetto per l’illustrazione della “gallery novel JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI con questi disegni:

 

I Nonni sulla carrozza volante a Govinia

 

Marika Flammer guarda le foto di suo padre, Erasmo Fortini

 

Marika Flammer nel suo salotto cerca un album di foto

 

Jacopo ed Elisa entrano nella città dei suricati

 

Jacopo ed Elisa cavalcano i castori

 

Nonno Erasmo e Nonna Marta nella grotta di Ortuz trovano i vestiti insanguinati dei nipoti

 
 

Ortuz sul suo monopattino a motore

Questo è il secondo post in cui parlo dei tredici illustratori di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI. Vorrei presto parlare anche degli altri.

Il precedente post era dedicato a Fabio Balboni.

 

SALVARE I SALVATORI DELLA VERGINE DELLA PAGODA

I misteri della jungla nera” di Emilio Sàlgari fu il primo romanzo da me letto. Me ne fu regalata una copia da due gemelli che erano sti miei compagni d’asilo il giorno del mio settimo compleanno. Fino ad allora avevo letto solo libretti che non potevano essere definiti romanzi. Credo che la mia fascinazione per la lettura e per Sàlgari (a quei tempi non si usava l’accentazione Salgàri poi assunta in anni successivi) sia iniziata lì.

Ricordo che mia madre mi lesse le prime pagine e poi mi disse “ora continua tu” e io ho continuato… e tutt’ora continuo a leggere.

Dunque la mia avventura nel mondo dei libri è cominciata con questo affascinante incipit:

Il Gange, questo famoso fiume celebrato dagli indiani antichi e moderni, le cui acque son reputate sacre da quei popoli, dopo d’aver solcato le nevose montagne dell’Himalaya e le ricche provincie del Sirinagar, di Delhi, di Odhe, di Bahare, di Bengala, a duecentoventi miglia dal mare dividesi in due bracci, formando un delta gigantesco, intricato, meraviglioso e forse unico.

La imponente massa delle acque si divide e suddivide in una moltitudine di fiumicelli, di canali e di canaletti che  rastagliano in tutte le guise possibili l’immensa estensione di terre strette fra l’Hugly, il vero Gange, ed il golfo del Bengala. Di qui una infinità d’isole, d’isolotti, di banchi, i quali, verso il mare, ricevono il nome di Sunderbunds.

Nulla di più desolante, di più strano e di più spaventevole che la vista di queste Sunderbunds. Non città, non villaggi, non capanne, non un rifugio qualsiasi; dal sud al nord, dall’est all’ovest, non scorgete che immense piantagioni di bambù spinosi, stretti gli uni contro gli altri, le cui alte cime ondeggiano ai soffi del vento, appestato dalle esalazioni insopportabili di migliaia e migliaia di corpi umani che imputridiscono nelle avvelenate acque dei canali.

È raro se scorgete un banian torreggiare al disopra di quelle gigantesche canne, ancor più raro se v’accade di scorgere un gruppo di manghieri, di giacchieri o di nagassi sorgere fra i pantani, o se vi giunge all’olfatto il soave profumo del gelsomino, dello sciambaga o del mussenda, che spuntano timidamente fra quel caos di vegetali.

Di giorno, un silenzio gigantesco, funebre, che incute terrore ai più audaci, regna sovrano: di notte invece, è un frastuono orribile di urla, di ruggiti, di sibili e di fischi, che gela il sangue.

Dite al bengalese di porre piede nelle Sunderbunds ed egli si rifiuterà; promettetegli cento, duecento, cinquecento rupie, e mai smuoverete la incrollabile sua decisione.

Dite al molango che vive nelle Sunderbunds, sfidando il cholera e la peste, le febbri ed il veleno di quell’aria appestata, di entrare in quelle jungle ed al pari del bengalese si rifiuterà. Il bengalese ed il molango non hanno torto; inoltrarsi in quellejungle, è andare incontro alla morte.

Infatti è là, fra quegli ammassi di spine e di bambù, fra quei pantani e quelle acque gialle,che si celano le tigri spiando il passaggio dei canotti e persino dei navigli, per scagliarsi sul ponte e strappare il barcaiuolo od il marinaio che ardisce mostrarsi; è là che nuotano e spiano la preda orridi e giganteschi coccodrilli, sempre avidi di carne umana, è là che vaga il formidabile rinoceronte a cui tutto fa ombra e lo irrita alla pazzia; ed è là che vivono e muoiono le numerose varietà dei serpenti indiani, fra i quali il rubdira mandali il cui morso fa sudar sangue ed il pitone che stritola fra le sue spire un bue; ed è là infine che talvolta si cela il thug indiano, aspettando ansiosamente l’arrivo d’un uomo qualsiasi per strangolarlo ed offrire la spenta vita alla sua terribile divinità!

Nondimeno la sera del 16 maggio del 1855, un fuoco gigantesco ardeva nelle Sunderbunds meridionali, e precisamente a un tre o quattrocento passi dalle tre bocche del Mangal, fangoso fiume che staccasi dal Gange e che scaricasi nel golfo del Bengala.

Quel chiarore, che spiccava vivamente sul fondo oscuro del cielo, con effetto fantastico, illuminava una vasta e solida capanna di bambù, ai piedi della quale dormiva, avvolto in un gran dootèe di chites stampato un indiano d’atletica statura, le cui membra sviluppatissime e muscolose, dinotavano una forza non comune ed un’agilità di quadrumane.

La narrazione salgariana procede poi con uno stile più asciutto, in cui le parti descrittive non mancano certo, ma che le esigenze di una trama fitta e densa di colpi di scena costringono a essere più concreto e diretto di queste righe.

In questi giorni ho ripreso in mano (questa volta sotto forma di e-book) il romanzo e l’ho riletto, con in mente anche un interrogativo “tecnico”, da autore di romanzi d’avventura.

L’opera di Salgari viene comunemente considerata come letteratura per l’infanzia e il fatto che io a sette anni e per il resto del periodo delle elementari abbia divorato avidamente oltre ottanta dei suoi romanzi (comprese anche alcune opere fasulle o attribuite alla scrittura dei suoi figli), passando in modo casuale da uno all’altro dei suoi cicli, mi farebbe pensare che sia giusto considerarlo tale.

Franco Balducci nel ruolo di Kammamuri e Lex Barker nel ruolo di Tremal-Naik

Franco Balducci nel ruolo di Kammamuri e Lex Barker nel ruolo di Tremal-Naik

Al giorno d’oggi, però se vi dicessi che “I misteri della jungla nera” tratta di una storia d’amore d’ambientazione storico-esotica, in cui l’innamorato compie infinite gesta per salvare l’amata, rischiando continuamente la morte, mentre i suoi compagni e nemici muoiono attorno a lui con il ritmo di un film sugli zombie, lo dareste in mano a vostro figlio?

La moderna sensibilità che ci induce a proteggere i bambini da visioni di morti, accoltellamenti e strangolamenti, penso che potrebbe indurre qualcuno, che ignori l’autore e la fama dell’opera, a non voler offrire il libro a un minore.

Il dubbio è: sarebbe nel giusto?

Fui io scioccato da tante morti violente? Mi turbò la passione amorosa del possente Tremal-Naik per la splendida virginea Ada? Tutt’altro. Anzi. Però di tutto ciò servavo un ricordo solo vago. Pensando a “I misteri della jungla nera”, pensavo a un romanzo d’avventura, alla splendida tigre Darma, fedele compagna e salvatrice di Tremal-Naik, al buffo rapporto di amicizia-servitù tra l’eroe e i suoi servitori, in particolare il fedele Kammamuri. Pensavo alla giungla, colma di mille animali, ai fantastici templi sotterranei dei thug, ai loro riti, ai loro lacci da strangolatori, alle misteriose divinità indiane.

I misteri della jungla nera - Emilio Salgari - L'edizione che lessi da ragazzo

I misteri della jungla nera – Emilio Salgari – L’edizione che lessi da ragazzo

Credo che un bambino sia affascinato da tutto ciò che per lui è nuovo (non dovrebbe esserlo anche un adulto?). Queste ambientazioni permettono di far lavorare la fantasia. I nomi strani e insoliti scatenano una magia, come ben hanno scoperto anche i grandi narratori fantasy come Tolkien o la Rowlings. Non solo i nomi dei luoghi, di cui ho dato un esempio nell’incipit citato, ma anche di tutto ciò che Tremal-Naik incontra: banian, dootèe, ramsinga, latania, maharatto, gonga, saranguy, dubgah… e mille altri, dato che quasi in ogni pagina ve n’è almeno uno!

Il linguaggio strano, che non sempre il bambino comprende, non solo lo arricchisce, nel momento in cui ne afferra il significato, ma crea per lui una sorta di lingua parallela, misteriosa e diversa, che gli permette di superare i propri genitori, la cui parlata non comprende ancora appieno. Impadronendosi di una terminologia propria, ma comune agli altri giovani lettori, assume, io credo, una superiorità psicologica sul genitore, affermando la propria crescita e il proprio ruolo.

Dunque, nel romanzo per ragazzi l’elemento linguistico, la creazione di mondi alternativi (siano essi solo esotici o di fantasia) sono elementi fondamentali nella crescita non solo culturale dei bambini.

E la paura? Perché i grandi romanzi di successo per ragazzi contengono sempre la morte, esseri pericolosi, spesso orrendi e diversi? Che cosa direste di un tale che passando per strada spaventasse il vostro bambino? Si tende oggi a pensare che il libro sia simile a questo estraneo, ma non è così. Il bambino impara presto a distinguere il reale dal fantastico (o dal virtuale), ma l’esperienza della paura in un film o in un libro è fondamentale per svilupparne il superamento.

Ricordo che mia figlia, in età prescolare, si ostinava a rivedere varie volte proprio i cartoni animati che più l’avevano spaventata. Io credo che con la lettura, il cinema o la TV, il bambino riesca ad affrontare e superare le proprie paure e si fortifichi.

Questo già pensavo quando scrissi i primi due romanzi del ciclo con Jacopo Flammer. Anche lì ho cercato di inserire termini “nuovi” per il bambino, prediligendo però, un po’ come Salgari (ma in misura minore) parole provenienti dai vocabolari esistenti a quelle di pura fantasia. L’idea è che se invece di termini come “babbani” o “passaporta” il bambino si appropria di un lessico reale, alla crescita emotiva, si accompagna anche quella culturale. Lo stesso non ho mancato di inserirvi la paura nelle sue diverse sfumature e un ambiente “esotico”.

Questa mia rilettura de ”I misteri della jungla nera” mi ha fortificato in tale convinzione.

Ai tempi del liceo ricordo che feci notare alla professoressa di lettere quanto mi paresse assurdo che nell’antologia di letteratura italiana non ci fosse neppure un paragrafo dedicato a Salgari, un autore letto allora da almeno tre generazioni d’italiani. Forse Salgari non era all’altezza come autore, ma l’importanza “culturale” della sua opera non andava sottovalutata, dissi. A quei tempi mi ripromisi di rileggere Salgari alla luce delle mie nuove letture e conoscenze e cercare di capire se tale esclusione fosse stata corretta. Non lo feci mai. Solo di recente mi è capitato di leggere in un’antologia (“Vampiriana”) un suo racconto (“Il vampiro della foresta”) e di affrontare una sua opera minore che mi era sfuggita “Le meraviglie del duemila”, due lavori poco conosciuti e senz’altro poco significativi della sua produzione.

La rilettura de “I misteri della jungla nera” è dunque il mio primo approccio a questo quesito, che per trovare risposta necessiterà di ben altri approfondimenti.

Per il momento, dalla lettura ne emerge che si tratta senza dubbio di un romanzo catalogabile come “d’avventura”. È pur vero che ci sono elementi del “romance”, dato che la trama essenziale è quella di un amore difficile in ambientazione storico-esotica, ma poi l’approccio è del tutto diverso.

La descrizione dell’ambiente è frutto di accurate ricerche e ci offre un mondo di cui cogliamo gli aspetti superficiali ed esteriori, non andando veramente a fondo nella cultura dei popoli presentati. Di maharatti, indiani, bengalesi, birmani, thug alla fine sappiamo ben poco da Salgari a parte la foggia dei loro abiti, la forma delle loro abitazioni, le armi e i veleni usati. Qualche elemento compare per delineare le loro fedi, ma la filosofia e la cultura sottostanti non sono cose che interessino Salgari.

La psicologia dei personaggi è scolpita a tratti netti. Ne emergono figure dalle caratteristiche determinate, spesso positive (coraggio, cocciutaggine, lealtà, determinazione), che esprimono sentimenti forti (passione amorosa, odio, desiderio di vendetta, amicizia), ma non se ne affrontano le sfaccettature più sottili.

La trama è ricca di colpi di scena e non lascia certo addormentare il lettore, ma si nota il ripetersi di un cliché, di un meccanismo per la soluzione dei problemi: il salvataggio.

La trama centrale consiste nel salvataggio di Ada Corishant da parte di Tremal-Naik e, poi, di suo padre il Capitano Corishant, ma di salvataggi ce n’è moltissimi altri, tentati o realizzati.

Kumar Ganesh nel ruolo di Tremal-Naik nello sceneggiato "Sandokan"

Kumar Ganesh nel ruolo di Tremal-Naik nello sceneggiato “Sandokan”

Tremal-Naik, sebbene abbia le fattezze di un Rambo (un indiano d’atletica statura, le cui membra sviluppatissime e muscolose, dinotavano una forza non comune ed un’agilità di quadrumane) non è invincibile, ma necessita sempre di aiuto per portare a termine le sue imprese. È anche un po’ avventato e occorre il buon Kammamuri per portarlo alla ragione e non rischiare invano la vita. A proposito mi viene in mente la delusione nel vederlo interpretato nel “Sandokan” televisivo da un ragazzetto magrolino! Tremal-Naik era un pezzo d’uomo, altroché!

Il messaggio mi pare importante per un ragazzo (e non solo): ogni eroe è tale solo grazie agli altri, la collaborazione è importante.

Il cambio di ambientazione e di “posizione” di Tremal-Naik tra la Prima e la Seconda Parte del romanzo mi ha un po’ spiazzato. Nella Prima Parte, che si svolge solo nella giungla, Tremal-Naik combatte contro i thug. Nella Seconda, in cui l’ambiente si allarga e aumentano i personaggi, dato che i thug tengono in ostaggio Ada, l’eroe si allea con loro. Lascia un po’ stupiti la condiscendenza con cui lo fa, giustificata solo dalla sua paura che qualcosa accada all’amata. Credo che per un bambino un simile cambio di posizione sia un po’ disorientante.

Insomma, ci sono tutti gli elementi per soddisfare un giovane lettore, ma non tutti i lettori più maturi e posso immaginare il critico letterario cui qualcuno proponesse di inserire un simile libro nell’antologia di letteratura che sta curando.

Del resto, anche lo stile è semplice, nonostante le articolate e quasi poetiche descrizioni, e non mancano distrazioni, ripetizioni e persino errori grammaticali (non sempre dovuti alla differenza della lingua ottocentesca).

Emilio Salgari

Emilio Salgari

Un’altra osservazione che mi viene da fare è sull’uso dei nomi dei personaggi. Non ho idea se Tremal-Naik sia davvero un nome indiano, certo però vi ho sempre sentito (e oggi ci leggo) l’assonanza con “Trema-No”. Quante volte i personaggi del libro si chiedono l’un l’altro “hai paura?” Quante volte viene detto che “tremano di paura”? Tremal-Naik no. Non trema. E Ada Corishant? Salgari non ha voluto dare all’amata vergine della pagoda un nome che facesse pensare a “Cuore santo”?

Insomma, mi pare un libro che si legge piacevolmente, che rimarrà trai miei preferiti, per il ricordo infantile che ne servo, che avrei voluto far leggere a mia figlia quando ne aveva l’età (ma non riuscii a convincerla), che si presenta comunque ancora attuale e leggibile per un bambino moderno.

Meriterebbe anzi che ne sia ricavato un bel film d’azione all’americana. Con un buon regista e un attore adeguato il successo sarebbe assicurato anche tra gli adolescenti.

Firenze, 15/09/2013

100 lettori per la catena di lettura di ANSIA ASSASSINA

Nel sito per lettori anobii, c’è un Gruppo che si chiama “Due chiacchiaere con gli autori” al cui interno è possibile aprire varie Discussioni. Tra queste si possono attivare delle Catene di Lettura, ovvero qualcuno mette in prestito un libro, che passa così di mano in mano, da un lettore all’altro. E’ un bel modo per entrare in contatto con i propri lettori. Personalmente ho creato varie catene per ciascuno dei miei libri. Una di queste era per il thriller “Ansia assassina”.  Il volume è così passato di mano 100 volte! Ho dovuto persino sdoppiare la Discussione per quanto era diventata lunga!

Prima Parte della Discussione

Seconda parte della Discussione.

Alla fine ho chiesto di restituirmelo. Molti lettori hanno lasciato i loro commenti sulla scheda nella mia Libreria. Ne potete leggere ben 80 qui!

Altri hanno lasciato delle annotazioni o dei biglietti nel libro.

Ecccoli!
Ansia assassina - catena anobii 6.BMP

 

Ansa assassina - catena anobii 2.BMP

 

Ansia Assassina - catena Anobii 1.BMP

 

Ansia Assassina - catena anobii 3.BMP

 

Ansia Assassina - catena anobii 5.BMP

Ansia Assassina - Catena anobii 4.BMP

 

Altri miei libri in prestito con il sistema delle catene di lettura li trovate qui.

Penso che le catene di letture siano davvero una bella esperienza per un autore. Nulla è più proficuo e piacevole di entrare in contatto con tanti lettori, ricevere le loro impressioni e avere l’opportunità di confrontarsi con loro.

Grazie davvero di cuore a tutti coloro che hanno letto ANSIA ASSASSINA o altri miei libri, in catena, in e-book o acquistandoli!

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: