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UNA STORIA DI GENTE IN QUARANTENA

Brunner John

John Kilian Houston Brunner (Preston Crowmarsh, 24 settembre 1934 – Glasgow, 26 agosto 1995)

Il gregge alza la testa” è un romanzo di fantascienza sociologica distopica di anticipazione dell’autore inglese John Brunner, pubblicato nell’ormai lontano 1972, ma che descrive un mondo che somiglia in parte al nostro presente di infettati da covid-19, con la sua gente che non può uscire di casa senza le maschere filtranti, che si accaparra le scorte di cibo, che muore di mille malattie diverse, che non capisce che cosa succede; ma è anche un mondo che minaccia di essere maledettamente simile al nostro prossimo futuro con l’aria e l’acqua inquinata, con sostanze tossiche in giro ovunque, con grandi aziende che mentono per nascondere le proprie responsabilità, con uno stato di polizia giustificato dalla necessità di mantenere la quarantena.

La vicenda ruota attorno a dei fusti di sostanze velenose che, a causa di un terremoto, si riversano nell’ambiente, Risultato immagini per il gregge alza la testafinendo soprattutto nel cibo destinato al terzo mondo. I prodotti contaminati portano la popolazione alla follia. Sorgono sospetti di guerra batteriologica. Alcune persone si organizzano per protestare prendendo come bandiera un tale, che però non è la loro vera guida, un certo Train, che viene incriminato per colpe non sue.

Romanzo, dunque, da leggersi, specie in questi giorni che, come i protagonisti, siamo bloccati in quarantena, per il messaggio di allarme che getta sulla nostra incapacità di gestire questo pianeta, anche se francamente l’azione è fiacca e, salvo alcune parti più brillanti o, soprattutto, di una crudezza scioccante, non riesce a tenere sufficientemente desta l’attenzione. Forse, perché come scrittura è già un po’ datato, forse perché la vita in quarantena, come stiamo sperimentando, non è certo la più elettrizzante.

Comunque, da leggere e conoscere.

DISTOPIE FIORENTINE PER DIVERTIRSI E PENSARE

Dopo le due presentazioni milanesi a Stranimondi, la mia antologia di racconti distopici “Apocalissi fiorentine” è approdata il 13 Gennao 2020, per la seconda volta, a Firenze, per una presentazione presso il centro culturale SMS Rifredi, in occasione dei lunedì letterari gestiti da Clara Vella e Arrighetta Casini (che già avevano presentato il mio “Il narratore di Rifredi” e la mia biografia scritta da Massimo AcciaiIl sognatore divergente”), che si sono alternate al sottoscritto, autore del volume, nell’illustrarlo a un pubblico assai partecipe, che è intervenuto dando il proprio contributo, mentre sullo schermo scorrevano le immagini delle belle illustrazioni realizzate dagli studenti della facoltà di architettura di Firenze, realizzate sotto la guida del professor Marcello Scalzo, che illustrano il libro.

Clara Vella ha fatto un’ampia introduzione, nella quale ha rimarcato soprattutto la rivisitazione storica attuata da questi racconti, spesso in chiave ucronica, spiegando al pubblico in che cosa consista questo che non è solo un genere narrativo ma anche una tecnica di studio della Storia. Più avanti Arrighetta Casini ha voluto leggere la definizione che ne diedi quando curai l’antologia “Ucronie per il terzo millennio”, nella quale concludevo che “L’ucronia è la Storia sognata da ciascuno di noi”.

Clara Vella ha anche voluto accennare al contenuto di alcuni racconti, leggendo l’incipit di un paio di questi.

Arrighetta Casini è poi entrata maggiormente nel dettaglio delle singole narrazioni. Entrambe si sono soffermate soprattutto su “Florentia”, che racconta dei problemi legati alla fondazione della città, “Montaperti” sulle conseguenze della famosa battaglia, e su “Il ritorno degli inglesi”, che parla degli ospiti del cimitero degli inglesi, inserendo i racconti nel contesto culturale di riferimento.

Arrighetta Casini ha citato anche l’ironica invasione vegetale de “I costruttori”, il viaggio nel tempo di una creatura quasi demoniaca de “Il mio nome è Apocalisse”, citandone un brano, come ha citato “Avvolti in un sogno”, che riprende un personaggio del mio “La bambina dei sogni” e, infine, ha accennato al surreale racconto “Il cancellatore”, su una Firenze che vuole essere dimenticata dal mondo.

Tra gli interventi del pubblico,  anche Massimo Acciai è tornato a parlare soprattutto de “Il ritorno degli inglesi”, facendo un parallelo con un racconto di Paolo Ciampi, uscito pressoché in contemporanea e anch’esso ambientato nel cimitero di Piazza Donatello.

L’empolese Sergio Giovannetti, invece, ha portato delle riflessioni su “Montaperti”.

Tra le opere citate, ricordo “Gli Abati” di Antonella Bausi, che molti dei presenti avevano letto, citato di nuovo a proposito del racconto sulla battaglia tra Firenze e le altre città toscane.

 

Come autore, ho voluto ribadire che questo non è solo una raccolta di ucronie, dato che queste sono solo una parte dei 24 racconti, ma che la silloge si snoda in ordine cronologico, dalla fondazione della città ai giorni d’oggi e al futuro, usando vari registri della narrazione fantastica, quali il surreale, il fantascientifico e la suggestione religiosa.

È vero, infatti, che “Apocalissi fiorentine” è in parte “profezia”, nel senso originario del termine. Spero, però, che saranno profezie smentite, dato che il futuro che descrivo è tutt’altro che roseo. Il termine “apocalisse” ha, infatti, anche l’accezione “distruzione”, qui assai importante. Uno degli obiettivi di questo volume è, infatti, di lanciare un campanello d’allarme verso i grandi rischi del nostro tempo che sono, in primis, di tipo ambientale (surriscaldamento, perdita di biodiversità, scioglimento dei ghiacci, desertificazione, inquinamento…) ma anche legati ai rischi di una dipendenza tecnologica sempre più marcata che ci rende ormai incapaci di vivere “allo stato naturale”.

L’idea di fondo è di portare vicino alla gente queste tematiche, mostrando che riguardano non luoghi lontani ed esotici ma proprio la città in cui viviamo, tutti noi.

L’altro intento era quello di fare fantascienza e distopia italiane, ambientate in Italia e non, come fanno persino tanti autori nazionali, in America o in Paesi lontani.

Il volume vuole essere, però, soprattutto un “oggetto” da leggere e godere per le storie raccontate, spesso ironiche ed eccessive, proprio per il puro gusto narrativo.

Mi sono divertito a scriverle, mi diverto a presentarle e spero vi possiate divertire anche voi a leggerle, magari riflettendo un po’ anche voi sulla fragilità della Storia, della città in cui vivete e del mondo nel suo insieme e chiedendovi se non ci sia qualcosa che ciascuno di noi può fare per un futuro migliore, che non sia così nero come a volte lo dipingo.

Per chi volesse vedere l’intero evento, lo trovate qui, su YouTube.

 

GIOCARE PER SOPRAVVIVERE

Risultati immagini per l'unico sessoSe scrivere narrativa è in fondo (per molti) un gioco, non stupisce che ci siano non pochi libri che parlano di giochi. Ogni storia d’avventura un po’ lo è.

Molte storie ne seguono le regole: cacce al tesoro, labirinti, partite varie. I gialli spesso sono cacce al tesoro. Le storie d’amore sono partite a due. I racconti di guerra sono wargame ma spesso anche quelli di politica o di affari.

Ci sono, però, romanzi e film che hanno al loro centro veri e propri giochi. Si pensi ai classici film “Tron” (1982) di Steven Lisberger e “Wargames” (1983) di John Badham, a “Jumanji” (1995) di Joe Johnston, a “Il gioco di Ender” (1985) di Orson Scott Card, a “Ready Player One” (2108) di Steven Spielberg (tratto dal notevole “Player One” di Ernst Cline – 2010), a “Maze Runner” (2014) di Wes Ball (tratto dall’omonimo romanzo del 2009 di James Dashner), a “Hunger games” (2012) di Gary Ross (trattato dall’omonimo romanzo (2008) di Suzanne Collins. Persino la saga di Harry Potter ha uno spazio importante per un gioco inventato, il Qidditch.

Ebbene, Linda Lercari ha da poco pubblicato un romanzo, “L’unico sesso” che si inserisce in questo filone, oltre che in quello, ancor più nutrito, della letteratura distopica e in quello della fantascienza postapocalittica.

Quest’autrice toscana immagina un mondo futuro in cui una guerra termonucleare ha invertito drammaticamente il surriscaldamento in atto, congelando il nostro pianeta.

Siamo dalle parti del 2215 e gli agi del nostro mondo contemporaneo sono solo un ricordo. La gente si “consola” praticando una versione omicida dell’hockey su ghiaccio in cui “l’uccisione di un giocatore equivale a un tiro in porta”.

Il romanzo ci racconta la vita e le imprese di due campioni di questo sport micidiale, il loro gelido mondo fatto di sofferenza e violenza, in cui la consapevolezza per andare avanti suona come “Capisco che d’ora in poi la carriera che voglio costruirmi sarà fatta di tanti mattoni umani”.

Ovunque c’è una gran “voglia di morte”.

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Linda Lercari

Un po’ come in “1984” (1948) di Orwell o in “Farhenheit 451” (1953) di Bradbury, “lo Stato regala i televisori a chi non ne possiede. Tutti devono averne uno nella propria abitazione”. Sono strumenti di controllo.

Come in “Hunger games” si gioca/ combatte per sopravvivere ma il gioco è comunque uno spettacolo con il suo pubblico. Si va avanti, anche se “Tutto questo uccidere sta diventando pesante”.

Di solito leggo in contemporanea un libro su carta e uno in e-book. Il caso vuole che mentre leggevo “L’unico sesso” di Linda Lercari stessi anche leggendo “Player one” di Ernst Cline e passando dall’uno all’altro mi pareva quasi di restare nella stessa storia: due mondi degradati, anche se in modo diverso, un ragazzo e una ragazza che giocano/ combattono l’uno contro l’altra, arrivando ad ammirarsi e apprezzarsi reciprocamente, fino a innamorarsi.

Il resto è diverso, diversi i giochi, sebbene comunque letali, diverso il mondo ricostruito, diversi i  personaggi, ma lo spirito è lo stesso. Se avete amato “Hunger games” o “Player One” o le avventure dei ragazzi imprigionati nel labirinto di “Maze Runner” è tempo di leggere “L’unico sesso”.

Quanto a Linda Lercari, tenetela d’occhio, perché un’autrice capace di spaziare dal romanzo d’ambientazione giapponese come “Kaijin” alla distopia postapocalittica come ne “L’unico sesso” potrebbe riservarci altre sorprese.

 

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LA PORTA SU UN VECCHIO FUTURO

La porta sull'estateLa porta sull’estate” (1956) dello scrittore statunitense Robert Anson Heinlein mi pare un tipico esempio dell’ottimismo tecnologico e sociale dell’America degli anni ’40 e ’50 del secolo scorso, che caratterizza, per esempio anche la produzione di Isaac Asimov.

La fantascienza di quegli anni, spesso si è rivelata assai utopistica, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo tecnologico. Peccato che le previsioni di allora siano state raramente azzeccate. Si ragionava soprattutto di viaggi spaziali e di colonizzazione dello spazio e ora, alle soglie del secondo decennio del XXI secolo non siamo andati molto oltre una bandierina sulla Luna. Un altro tema erano i viaggi nel tempo, anche se qui vi era assai meno fiducia di poterli realizzare. Altra cosa era per la crioconservazione delle persone, in cui vari autori parevano credere, anche questa ben lontana da realizzarsi.

Heinlein, autore classico della fantascienza, immagina una storia avveniristica ambientata in due epoche future, per noi ormai relegate nel ricordo.

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Robert A. Heinlein (Butler, 7 luglio 1907 – Carmel-by-the-Sea, 8 maggio 1988)

Immagina un ingegnere che nei primi anni ’70 lavora alla produzione di robot (anche qui nella realtà quanto siamo lontani dall’immaginario di Heinlein o Asimov!) e che viene sottoposto a crioconservazione, risvegliandosi nel 2000, dove scopre un mondo in cui i robot da lui creati sono assai diffusi, ma lui è stato ingannato dal suo migliore amico e dalla fidanzata e non ci ha guadagnato nulla.

Scopre allora che i viaggi nel tempo sono possibili e ritorna negli anni ’70 a sistemare le cose.

Il titolo fa riferimento al suo gatto, che d’inverno, prova tutte le porte di casa alla ricerca di una che si apra sull’estate, così come il protagonista cerca un miglior presente.

Se il mondo descritto per certi aspetti dovrebbe sembrare più moderno, con questi “robottoni” ingombranti, meccanici e pieni di tubi strani, ha più che altro un aspetto vintage e l’idea del singolo uomo che realizza macchine incredibili e cambia il mondo è utopistico ai limiti dell’ingenuità, salvo forse per dei “sognatori americani”. La storia è comunque ben  costruita, gradevole e si legge come una cara vecchia cosa.

Se volete leggere qualcosa di Heinlein più moderno e attuale, non perdetevi l’importante “Universo”, tra l’altro scritto persino anni prima, nel 1941, che ha ancora oggi molto da dirci.

 

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LA POESIA DI UN MONDO DISTOPICO IN DECADENZA

Risultati immagini per solo il mimo canta al limitare del boscoSolo il mimo canta al limitare del bosco” o, meno poeticamente, come recita un’altra traduzione del titolo “Futuro in tranche” è uno splendido romanzo del 1980 (titolo originale “Mockingbird”) dello statunitense Walter S. Tevis (San Francisco, 28 febbraio 1928 – New York, 9 agosto 1984), autore poco prolifico (6 romanzi), che ha prodotto, tra gli altri il romanzo “L’uomo che cadde sulla Terra” (The Man Who Fell to Earth, Gold Medal Books, New York, 1963) da cui fu tratto il celebre film con David Bowie.

Il mimo (“mockingbird” in inglese) del titolo non è uno di quegli attori muti che recitano a volte in mezzo alle strade o nei circhi, ma il mimo settentrionale (Mimus polyglottos) detto volgarmente tordo beffeggiatore, un uccello passeriforme della famiglia dei Mimidi, diffuso in America Settentrionale e Centrale. Il nomignolo di tordo beffeggiatore deriva dalle notevolissime capacità vocali del maschio che gli permettono di imitare sia canti di altri uccelli, sia versi di altri animali, sia molti dei suoni che sente.

Il romanzo non parla di questi uccelli, ma il protagonista legge la frase “Solo il mimo canta al limitare del bosco” in un vecchio film muto, gli rimane impressa e la ricorda spesso. Il titolo allude, però, anche alla realtà in cui vive il professore universitario Paul Bentley, in cui i robot sono molto diffusi e vivono una sorta di imitazione della vita umana, mentre gli esseri umani, in totale decadenza, vivo solo un’imitazione della vita vera.

Il romanzo, non privo di una notevole poeticità, è una distopia che immagina un mondo che parrebbe quasi un possibile sviluppo del celebre “Fahrenheit 451” (1953) di Ray Bradbury, in cui la gente non legge più, anzi non ricorda neppure più che cosa siano i libri, è assuefatta a ogni sorta di droga legale, tra cui la “televisione”. Come in “1984” (1948) di George Orwell non è permesso discostarsi dalle regole della comunità e ci sono dei robot incaricati di controllare e punire le devianze.

Co-protagonista è un robot molto evoluto (“Classe 9”), con un cervello clonato da un cervello umano, ma un corpoRisultati immagini per solo il mimo canta al limitare del bosco asessuato autoriparante, incapace di morire. Spofforth, (un po’ come “L’uomo bicentenario” di Asimov) vorrebbe vivere come un essere umano, avere una famiglia, morire come le persone, ma non può.

Direi che i robot sono ormai dei veri “ministri”. Il termine ministro, come noto, voleva dire “servitore, aiutante”, oggi invece, per assurdo evoluzione del termine, si usa per indicare una persona di potere. Allo stesso modo i robot di Tevis, nati per servire gli uomini, lo fanno comandandoli e punendoli. Singolare ed evocativa l’immagine degli uomini che lavorano a una catena di montaggio per la produzione di scarpe, sotto il controllo di robot.

I robot di Classe 9 furono creati per essere alti dirigenti d’azienda.

Ora, in questo mondo in declino, il solo rimasto è Spofforth, che, ambendo a una vita umana, rapisce la fidanzata di Paul Bentley e va a vivere con lei, facendo rinchiudere in prigione il suo antagonista.

Gli esseri umani, assoggettati dalle droghe e dalla televisione, da anni non fanno più figli e l’umanità, abrutita sta ormai declinando verso l’estinzione.

La sola ragazza che non prenda droghe (e quindi abbia un’intelligenza ancora reattiva) è la fidanzata di Paul, Mary Lou. Sono le droghe a impedire le nascite, così la giovane, nn prendendone, rimane incinta e partorisce con l’aiuto proprio del robot Spofforth con cui vive.

Scopre, però, che ad aver deciso la fine della nascita dei bambini è stato proprio il suo compagno robotico, qui quasi una versione negativa dell’asimoviano R. Daneel Olivaw (che veglia sul bene dell’umanità intera). Spofforth, infatti, è il robot incaricato di valutare la quantità di farmaci inibitori della procreazione da mescolare alle droghe somministrate agli umani, per regolare i livelli demografici.

Poiché vuole morire, ma non può farlo sinché ci saranno esseri umani sulla Terra, la soluzione per Spofforth è impedirne la nascita.

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Walter S. Tevis

Anche per questo cerca di convincere Mary Lou ad abortire, perché quella nuova nascita avrebbe allungato ancora la sua esistenza robotica.

Nel frattempo Paul Bentley e Mary Lou prendono coscienza di loro stessi e imparano a leggere, scoprendo, poco per volta, grazie ad alcuni libri, la storia dimenticata dell’umanità.

Il romanzo, insomma, si presenta con una bell’ambientazione di un futuro tecnologico ma decaduto, dei personaggi credibili e intelligenti e una trama affascinante e molto coinvolgente, con riflessioni importanti e poetiche sul futuro, il progresso, la tecnologia e l’esistenza.

Lettura sicuramente da non perdere.

 

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Northern mockinbird (Mimo settentrionale)

QUEL CHE RESTA DELLA REGINA D’INGHILTERRA

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Massimo Acciai Baggiani

Dopo aver letto la fantascienza de “La compagnia dei viaggiatori del tempo” e il racconto di viaggio e riscoperta di mondi antichi di “Radici”, leggo ora un racconto ucronico di Massimo Acciai Baggiani. Si tratta de “L’ultima regina d’Inghilterra” (Edito da PASSPARnous), una storia ambientata in un prossimo furo di fine secolo, in cui si immagina però che Napoleone Bonaparte sia morto giovane e, sembrerebbe, da questo possono essere scaturiti gli eventi ucronici successivi che hanno portato Elisabetta III d’Inghilterra ad abdicare da bambina, dopo appena una settimana di regno, e a vivere come bibliotecaria in un mondo unificato e governato da un comunismo senza storture dittatoriali e sostanzialmente felice. Questo potrebbe essere stato l’effetto del protrarsi della Rivoluzione Francese, senza la deviazione subita dal nascere dell’Impero napoleonico. Appare allora strano che si parli di dittature comuniste del passato, ma evidentemente, la ricostruzione di Massimo Acciai immagina andamenti altalenanti della storia. Si incontra persino una via Carlo Marx, cosa che fa pensare che il comunismo descr

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Elisabetta II d’Inghilterra

itto possa esserne stato influenzato, anche se, io, al posto dell’autore, avrei pensato che il pieno successo della rivoluzione del 1789 avrebbe reso superfluo Marx. In ogni caso, pare, invece molto coerente immaginare un ritardo della rivoluzione industriale, resa più difficile da una società più equa ed egualitaria.

Tutto questo, comunque sono solo premesse: la vicenda è quella personale di questa ragazza che ebbe la ventura di regnare per una settimana, e che ora affronta una vita comune, con un salario uguale a quello di tutti gli altri, alla ricerca di un amore.

Ho ora iniziato a leggere il fantasy “Sempre a est” di Massimo Acciai (ancora un genere diverso esplorato da questo autore!). Con queste quattro opere, Acciai, si dimostra autore poliedrico e vario, tutto da scoprire. Ho già in libreria alcuni suoi saggi linguistici e letterari, con cui allargare la mia visione dei suoi scritti.

LA FANTASIA CREATRICE DELLA MAY

Risultati immagini per la terra dai molti coloriÈ appena uscito su “Progettando.Ing” un mio articolo intitolato “I costruttori di universi” che inizia con queste parole:

Ci sono numerosi modi per dividere e catalogare le opere di narrativa. Vorrei qui suggerirne una tra la letteratura che descrive il mondo e quella che costruisce mondi.

Sebbene i migliori e più acclamati autori si siano sinora dedicati più alla descrizione che alla costruzione e la prima abbia assai più numerosi sostenitori, credo che la letteratura che costruisce mondi meriti un maggior riconoscimento.”

A cool chick!

Julian May

Quando l’ho scritto non avevo ancora letto “La terra dai molti colori” (1981) di Julian May, ma questo libre e quest’autrice rientrano di certo a pieno titolo nella categoria della Letteratura che Costruisce Mondi. La piccola magia creata con questo romanzo da Julian May consiste nell’immaginare una galassia futura popolata da numerose razze intelligenti oltre all’umana e che convivono più o meno pacificamente tra loro, costituendo il Milieu Galattico. In questo universo, poi, inserisce una porta temporale che da questo futuro non troppo lontano, torna indietro di sei milioni di anni, nel pliocene della nostra vecchia cara Terra. Si tratta di una porta a senso unico e con una sola destinazione. Non è, insomma, una macchina del tempo che possa portarci nell’epoca che vogliamo: va solo nel pliocene, un po’ come la porta temporale di “22/11/’63” di Stephen King, che riportava invariabilmente allo stesso giorno e alla stessa ora del 1960. Qui, però, la porta è come un canale mobile tra il futuro e il pliocene, nel senso che se il signor X parte il giorno dopo del signor Y, arriva nel pliocene un giorno dopo di lui. Abbiamo così due “mondi immaginari” collegati, ma la fantasia della May non si ferma affatto qui. Dato che questa porta, creata nel 2034 da Theo Guderian, è ormai aperta da quasi un secolo, dall’altra parte sono passate circa centomila persone. Dovrebbero quindi aver creato una comunità di una certa importanza nella preistoria. Oltretutto, ognuno attraversa il tempo portandosi attrezzi e oggetti vari. Tutto ciò non sembrerebbe creare paradossi temporali, forse per l’enorme distanza tra i due tempi interessati, eppure tanta tecnologia e tanta gente passata nel passato dovrebbero avere effetti su tutto il futuro, salvo immaginare linee temporali autonome come nel mio ciclo su “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia”. Nel primo volume della saga, questo non sembra, ma rimane il sospetto che non sia così e che lo scopriremo nei prossimi volumi. Nelle prime cento pagine del libro, però non sappiamo nulla di quello che avviene nel pliocene. Che ci sia una comunità di uomini moderni è solo un’ipotesi plausibile, perché niente e nessuno torna indietro se non invecchiato di 6 milioni di anni. Immaginiamo dunque un terzo “mondo” di umani moderni all’interno del secondo e generato dal primo. Tra l’altro, la gente che decide di effettuare il salto indietro, si presenta piuttosto peculiare e molti attraversano il varco mascherandosi in vario modo (pirati, principesse, guerrieri…). Finalmente, dopo un’attesa che mi è parsa troppo lunga (circa cento pagine), arriviamo nella preistoria e scopriamo che la fantasia della May ha partorito un quarto “mondo”, che è qualcosa del tutto diverso da quello che si immaginava nel primo. Non vorrei dire molto altro, ma per far capire perché quest’opera sia un ottimo esempio di creatività, non posso non dire che nel pliocene non ci sono solo le creature che i paleontologi si aspettano, ma anche una razza aliena, diversa da quelle note nel futuro e proveniente da molto lontano. Non solo! Questa razza, pur umanoide, ha la peculiarità di generare figli tra loro molto diversi, al punto che si dividono in due popoli antagonisti, Tanu e Friulag. Non solo! La May immagina anche che alcuni individui della galassia futura siano dotati di poteri metapsichici e che lo stesso sia per gli alieni arrivati nella preistoria.

Insomma, un’ambientazione tra le più ricche, articolate e fantasiose della fantascienza, che, da sole, farebbero venir voglia di proclamare che si tratta di un capolavoro.

Non me la sento, però, di considerarlo pienamente tale, perché i personaggi sono buoni, anzi qualcosa di più, ma non siamo all’ottimo e la trama è accettabile, diciamo pure buona, eppure non è riuscita a coinvolgermi pienamente.

Il grande, notevole, fascino dell’opera rimane la sua ambientazione, questa mescolanza di mondi e culture, ma ci sono alcuni punti in cui l’attenzione vacilla, sebbene la trama sia abbastanza dinamica. Un’altra cosa mi è dispiaciuta è che ho iniziato a leggerlo sperando di avere a che fare con una storia di ambientazione preistorica, ma questo pliocene è talmente ricreato, che non lascia spazio ad avventure di sopravvivenza contro una natura selvaggia, come avevo sperato di leggere. Interessante è uno spunto per collegare fantascienza e fantasy, che forse potrebbe essere sviluppato nei prossimi volumi.

La Saga del Pliocene comprende altri tre romanzi (“Il collare d’oro”, “Il re non nato” e “L’avversario”) pubblicati tutti tra il 1981 e il 1984 e sono collegati al “Ciclo del Milieu Galattico”, pubblicato tra il 1987 e il 1996.

Probabilmente mi lascerò tentare dai prossimi volumi della saga, sperando che gli eventi prendano una piega più coinvolgente. Un universo così non può essere trascurato.Risultati immagini per pliocene

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