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DISTOPIE FIORENTINE PER DIVERTIRSI E PENSARE

Dopo le due presentazioni milanesi a Stranimondi, la mia antologia di racconti distopici “Apocalissi fiorentine” è approdata il 13 Gennao 2020, per la seconda volta, a Firenze, per una presentazione presso il centro culturale SMS Rifredi, in occasione dei lunedì letterari gestiti da Clara Vella e Arrighetta Casini (che già avevano presentato il mio “Il narratore di Rifredi” e la mia biografia scritta da Massimo AcciaiIl sognatore divergente”), che si sono alternate al sottoscritto, autore del volume, nell’illustrarlo a un pubblico assai partecipe, che è intervenuto dando il proprio contributo, mentre sullo schermo scorrevano le immagini delle belle illustrazioni realizzate dagli studenti della facoltà di architettura di Firenze, realizzate sotto la guida del professor Marcello Scalzo, che illustrano il libro.

Clara Vella ha fatto un’ampia introduzione, nella quale ha rimarcato soprattutto la rivisitazione storica attuata da questi racconti, spesso in chiave ucronica, spiegando al pubblico in che cosa consista questo che non è solo un genere narrativo ma anche una tecnica di studio della Storia. Più avanti Arrighetta Casini ha voluto leggere la definizione che ne diedi quando curai l’antologia “Ucronie per il terzo millennio”, nella quale concludevo che “L’ucronia è la Storia sognata da ciascuno di noi”.

Clara Vella ha anche voluto accennare al contenuto di alcuni racconti, leggendo l’incipit di un paio di questi.

Arrighetta Casini è poi entrata maggiormente nel dettaglio delle singole narrazioni. Entrambe si sono soffermate soprattutto su “Florentia”, che racconta dei problemi legati alla fondazione della città, “Montaperti” sulle conseguenze della famosa battaglia, e su “Il ritorno degli inglesi”, che parla degli ospiti del cimitero degli inglesi, inserendo i racconti nel contesto culturale di riferimento.

Arrighetta Casini ha citato anche l’ironica invasione vegetale de “I costruttori”, il viaggio nel tempo di una creatura quasi demoniaca de “Il mio nome è Apocalisse”, citandone un brano, come ha citato “Avvolti in un sogno”, che riprende un personaggio del mio “La bambina dei sogni” e, infine, ha accennato al surreale racconto “Il cancellatore”, su una Firenze che vuole essere dimenticata dal mondo.

Tra gli interventi del pubblico,  anche Massimo Acciai è tornato a parlare soprattutto de “Il ritorno degli inglesi”, facendo un parallelo con un racconto di Paolo Ciampi, uscito pressoché in contemporanea e anch’esso ambientato nel cimitero di Piazza Donatello.

L’empolese Sergio Giovannetti, invece, ha portato delle riflessioni su “Montaperti”.

Tra le opere citate, ricordo “Gli Abati” di Antonella Bausi, che molti dei presenti avevano letto, citato di nuovo a proposito del racconto sulla battaglia tra Firenze e le altre città toscane.

 

Come autore, ho voluto ribadire che questo non è solo una raccolta di ucronie, dato che queste sono solo una parte dei 24 racconti, ma che la silloge si snoda in ordine cronologico, dalla fondazione della città ai giorni d’oggi e al futuro, usando vari registri della narrazione fantastica, quali il surreale, il fantascientifico e la suggestione religiosa.

È vero, infatti, che “Apocalissi fiorentine” è in parte “profezia”, nel senso originario del termine. Spero, però, che saranno profezie smentite, dato che il futuro che descrivo è tutt’altro che roseo. Il termine “apocalisse” ha, infatti, anche l’accezione “distruzione”, qui assai importante. Uno degli obiettivi di questo volume è, infatti, di lanciare un campanello d’allarme verso i grandi rischi del nostro tempo che sono, in primis, di tipo ambientale (surriscaldamento, perdita di biodiversità, scioglimento dei ghiacci, desertificazione, inquinamento…) ma anche legati ai rischi di una dipendenza tecnologica sempre più marcata che ci rende ormai incapaci di vivere “allo stato naturale”.

L’idea di fondo è di portare vicino alla gente queste tematiche, mostrando che riguardano non luoghi lontani ed esotici ma proprio la città in cui viviamo, tutti noi.

L’altro intento era quello di fare fantascienza e distopia italiane, ambientate in Italia e non, come fanno persino tanti autori nazionali, in America o in Paesi lontani.

Il volume vuole essere, però, soprattutto un “oggetto” da leggere e godere per le storie raccontate, spesso ironiche ed eccessive, proprio per il puro gusto narrativo.

Mi sono divertito a scriverle, mi diverto a presentarle e spero vi possiate divertire anche voi a leggerle, magari riflettendo un po’ anche voi sulla fragilità della Storia, della città in cui vivete e del mondo nel suo insieme e chiedendovi se non ci sia qualcosa che ciascuno di noi può fare per un futuro migliore, che non sia così nero come a volte lo dipingo.

Per chi volesse vedere l’intero evento, lo trovate qui, su YouTube.

 

GIOCARE PER SOPRAVVIVERE

Risultati immagini per l'unico sessoSe scrivere narrativa è in fondo (per molti) un gioco, non stupisce che ci siano non pochi libri che parlano di giochi. Ogni storia d’avventura un po’ lo è.

Molte storie ne seguono le regole: cacce al tesoro, labirinti, partite varie. I gialli spesso sono cacce al tesoro. Le storie d’amore sono partite a due. I racconti di guerra sono wargame ma spesso anche quelli di politica o di affari.

Ci sono, però, romanzi e film che hanno al loro centro veri e propri giochi. Si pensi ai classici film “Tron” (1982) di Steven Lisberger e “Wargames” (1983) di John Badham, a “Jumanji” (1995) di Joe Johnston, a “Il gioco di Ender” (1985) di Orson Scott Card, a “Ready Player One” (2108) di Steven Spielberg (tratto dal notevole “Player One” di Ernst Cline – 2010), a “Maze Runner” (2014) di Wes Ball (tratto dall’omonimo romanzo del 2009 di James Dashner), a “Hunger games” (2012) di Gary Ross (trattato dall’omonimo romanzo (2008) di Suzanne Collins. Persino la saga di Harry Potter ha uno spazio importante per un gioco inventato, il Qidditch.

Ebbene, Linda Lercari ha da poco pubblicato un romanzo, “L’unico sesso” che si inserisce in questo filone, oltre che in quello, ancor più nutrito, della letteratura distopica e in quello della fantascienza postapocalittica.

Quest’autrice toscana immagina un mondo futuro in cui una guerra termonucleare ha invertito drammaticamente il surriscaldamento in atto, congelando il nostro pianeta.

Siamo dalle parti del 2215 e gli agi del nostro mondo contemporaneo sono solo un ricordo. La gente si “consola” praticando una versione omicida dell’hockey su ghiaccio in cui “l’uccisione di un giocatore equivale a un tiro in porta”.

Il romanzo ci racconta la vita e le imprese di due campioni di questo sport micidiale, il loro gelido mondo fatto di sofferenza e violenza, in cui la consapevolezza per andare avanti suona come “Capisco che d’ora in poi la carriera che voglio costruirmi sarà fatta di tanti mattoni umani”.

Ovunque c’è una gran “voglia di morte”.

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Linda Lercari

Un po’ come in “1984” (1948) di Orwell o in “Farhenheit 451” (1953) di Bradbury, “lo Stato regala i televisori a chi non ne possiede. Tutti devono averne uno nella propria abitazione”. Sono strumenti di controllo.

Come in “Hunger games” si gioca/ combatte per sopravvivere ma il gioco è comunque uno spettacolo con il suo pubblico. Si va avanti, anche se “Tutto questo uccidere sta diventando pesante”.

Di solito leggo in contemporanea un libro su carta e uno in e-book. Il caso vuole che mentre leggevo “L’unico sesso” di Linda Lercari stessi anche leggendo “Player one” di Ernst Cline e passando dall’uno all’altro mi pareva quasi di restare nella stessa storia: due mondi degradati, anche se in modo diverso, un ragazzo e una ragazza che giocano/ combattono l’uno contro l’altra, arrivando ad ammirarsi e apprezzarsi reciprocamente, fino a innamorarsi.

Il resto è diverso, diversi i giochi, sebbene comunque letali, diverso il mondo ricostruito, diversi i  personaggi, ma lo spirito è lo stesso. Se avete amato “Hunger games” o “Player One” o le avventure dei ragazzi imprigionati nel labirinto di “Maze Runner” è tempo di leggere “L’unico sesso”.

Quanto a Linda Lercari, tenetela d’occhio, perché un’autrice capace di spaziare dal romanzo d’ambientazione giapponese come “Kaijin” alla distopia postapocalittica come ne “L’unico sesso” potrebbe riservarci altre sorprese.

 

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LA PORTA SU UN VECCHIO FUTURO

La porta sull'estateLa porta sull’estate” (1956) dello scrittore statunitense Robert Anson Heinlein mi pare un tipico esempio dell’ottimismo tecnologico e sociale dell’America degli anni ’40 e ’50 del secolo scorso, che caratterizza, per esempio anche la produzione di Isaac Asimov.

La fantascienza di quegli anni, spesso si è rivelata assai utopistica, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo tecnologico. Peccato che le previsioni di allora siano state raramente azzeccate. Si ragionava soprattutto di viaggi spaziali e di colonizzazione dello spazio e ora, alle soglie del secondo decennio del XXI secolo non siamo andati molto oltre una bandierina sulla Luna. Un altro tema erano i viaggi nel tempo, anche se qui vi era assai meno fiducia di poterli realizzare. Altra cosa era per la crioconservazione delle persone, in cui vari autori parevano credere, anche questa ben lontana da realizzarsi.

Heinlein, autore classico della fantascienza, immagina una storia avveniristica ambientata in due epoche future, per noi ormai relegate nel ricordo.

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Robert A. Heinlein (Butler, 7 luglio 1907 – Carmel-by-the-Sea, 8 maggio 1988)

Immagina un ingegnere che nei primi anni ’70 lavora alla produzione di robot (anche qui nella realtà quanto siamo lontani dall’immaginario di Heinlein o Asimov!) e che viene sottoposto a crioconservazione, risvegliandosi nel 2000, dove scopre un mondo in cui i robot da lui creati sono assai diffusi, ma lui è stato ingannato dal suo migliore amico e dalla fidanzata e non ci ha guadagnato nulla.

Scopre allora che i viaggi nel tempo sono possibili e ritorna negli anni ’70 a sistemare le cose.

Il titolo fa riferimento al suo gatto, che d’inverno, prova tutte le porte di casa alla ricerca di una che si apra sull’estate, così come il protagonista cerca un miglior presente.

Se il mondo descritto per certi aspetti dovrebbe sembrare più moderno, con questi “robottoni” ingombranti, meccanici e pieni di tubi strani, ha più che altro un aspetto vintage e l’idea del singolo uomo che realizza macchine incredibili e cambia il mondo è utopistico ai limiti dell’ingenuità, salvo forse per dei “sognatori americani”. La storia è comunque ben  costruita, gradevole e si legge come una cara vecchia cosa.

Se volete leggere qualcosa di Heinlein più moderno e attuale, non perdetevi l’importante “Universo”, tra l’altro scritto persino anni prima, nel 1941, che ha ancora oggi molto da dirci.

 

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LA POESIA DI UN MONDO DISTOPICO IN DECADENZA

Risultati immagini per solo il mimo canta al limitare del boscoSolo il mimo canta al limitare del bosco” o, meno poeticamente, come recita un’altra traduzione del titolo “Futuro in tranche” è uno splendido romanzo del 1980 (titolo originale “Mockingbird”) dello statunitense Walter S. Tevis (San Francisco, 28 febbraio 1928 – New York, 9 agosto 1984), autore poco prolifico (6 romanzi), che ha prodotto, tra gli altri il romanzo “L’uomo che cadde sulla Terra” (The Man Who Fell to Earth, Gold Medal Books, New York, 1963) da cui fu tratto il celebre film con David Bowie.

Il mimo (“mockingbird” in inglese) del titolo non è uno di quegli attori muti che recitano a volte in mezzo alle strade o nei circhi, ma il mimo settentrionale (Mimus polyglottos) detto volgarmente tordo beffeggiatore, un uccello passeriforme della famiglia dei Mimidi, diffuso in America Settentrionale e Centrale. Il nomignolo di tordo beffeggiatore deriva dalle notevolissime capacità vocali del maschio che gli permettono di imitare sia canti di altri uccelli, sia versi di altri animali, sia molti dei suoni che sente.

Il romanzo non parla di questi uccelli, ma il protagonista legge la frase “Solo il mimo canta al limitare del bosco” in un vecchio film muto, gli rimane impressa e la ricorda spesso. Il titolo allude, però, anche alla realtà in cui vive il professore universitario Paul Bentley, in cui i robot sono molto diffusi e vivono una sorta di imitazione della vita umana, mentre gli esseri umani, in totale decadenza, vivo solo un’imitazione della vita vera.

Il romanzo, non privo di una notevole poeticità, è una distopia che immagina un mondo che parrebbe quasi un possibile sviluppo del celebre “Fahrenheit 451” (1953) di Ray Bradbury, in cui la gente non legge più, anzi non ricorda neppure più che cosa siano i libri, è assuefatta a ogni sorta di droga legale, tra cui la “televisione”. Come in “1984” (1948) di George Orwell non è permesso discostarsi dalle regole della comunità e ci sono dei robot incaricati di controllare e punire le devianze.

Co-protagonista è un robot molto evoluto (“Classe 9”), con un cervello clonato da un cervello umano, ma un corpoRisultati immagini per solo il mimo canta al limitare del bosco asessuato autoriparante, incapace di morire. Spofforth, (un po’ come “L’uomo bicentenario” di Asimov) vorrebbe vivere come un essere umano, avere una famiglia, morire come le persone, ma non può.

Direi che i robot sono ormai dei veri “ministri”. Il termine ministro, come noto, voleva dire “servitore, aiutante”, oggi invece, per assurdo evoluzione del termine, si usa per indicare una persona di potere. Allo stesso modo i robot di Tevis, nati per servire gli uomini, lo fanno comandandoli e punendoli. Singolare ed evocativa l’immagine degli uomini che lavorano a una catena di montaggio per la produzione di scarpe, sotto il controllo di robot.

I robot di Classe 9 furono creati per essere alti dirigenti d’azienda.

Ora, in questo mondo in declino, il solo rimasto è Spofforth, che, ambendo a una vita umana, rapisce la fidanzata di Paul Bentley e va a vivere con lei, facendo rinchiudere in prigione il suo antagonista.

Gli esseri umani, assoggettati dalle droghe e dalla televisione, da anni non fanno più figli e l’umanità, abrutita sta ormai declinando verso l’estinzione.

La sola ragazza che non prenda droghe (e quindi abbia un’intelligenza ancora reattiva) è la fidanzata di Paul, Mary Lou. Sono le droghe a impedire le nascite, così la giovane, nn prendendone, rimane incinta e partorisce con l’aiuto proprio del robot Spofforth con cui vive.

Scopre, però, che ad aver deciso la fine della nascita dei bambini è stato proprio il suo compagno robotico, qui quasi una versione negativa dell’asimoviano R. Daneel Olivaw (che veglia sul bene dell’umanità intera). Spofforth, infatti, è il robot incaricato di valutare la quantità di farmaci inibitori della procreazione da mescolare alle droghe somministrate agli umani, per regolare i livelli demografici.

Poiché vuole morire, ma non può farlo sinché ci saranno esseri umani sulla Terra, la soluzione per Spofforth è impedirne la nascita.

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Walter S. Tevis

Anche per questo cerca di convincere Mary Lou ad abortire, perché quella nuova nascita avrebbe allungato ancora la sua esistenza robotica.

Nel frattempo Paul Bentley e Mary Lou prendono coscienza di loro stessi e imparano a leggere, scoprendo, poco per volta, grazie ad alcuni libri, la storia dimenticata dell’umanità.

Il romanzo, insomma, si presenta con una bell’ambientazione di un futuro tecnologico ma decaduto, dei personaggi credibili e intelligenti e una trama affascinante e molto coinvolgente, con riflessioni importanti e poetiche sul futuro, il progresso, la tecnologia e l’esistenza.

Lettura sicuramente da non perdere.

 

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Northern mockinbird (Mimo settentrionale)

QUEL CHE RESTA DELLA REGINA D’INGHILTERRA

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Massimo Acciai Baggiani

Dopo aver letto la fantascienza de “La compagnia dei viaggiatori del tempo” e il racconto di viaggio e riscoperta di mondi antichi di “Radici”, leggo ora un racconto ucronico di Massimo Acciai Baggiani. Si tratta de “L’ultima regina d’Inghilterra” (Edito da PASSPARnous), una storia ambientata in un prossimo furo di fine secolo, in cui si immagina però che Napoleone Bonaparte sia morto giovane e, sembrerebbe, da questo possono essere scaturiti gli eventi ucronici successivi che hanno portato Elisabetta III d’Inghilterra ad abdicare da bambina, dopo appena una settimana di regno, e a vivere come bibliotecaria in un mondo unificato e governato da un comunismo senza storture dittatoriali e sostanzialmente felice. Questo potrebbe essere stato l’effetto del protrarsi della Rivoluzione Francese, senza la deviazione subita dal nascere dell’Impero napoleonico. Appare allora strano che si parli di dittature comuniste del passato, ma evidentemente, la ricostruzione di Massimo Acciai immagina andamenti altalenanti della storia. Si incontra persino una via Carlo Marx, cosa che fa pensare che il comunismo descr

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Elisabetta II d’Inghilterra

itto possa esserne stato influenzato, anche se, io, al posto dell’autore, avrei pensato che il pieno successo della rivoluzione del 1789 avrebbe reso superfluo Marx. In ogni caso, pare, invece molto coerente immaginare un ritardo della rivoluzione industriale, resa più difficile da una società più equa ed egualitaria.

Tutto questo, comunque sono solo premesse: la vicenda è quella personale di questa ragazza che ebbe la ventura di regnare per una settimana, e che ora affronta una vita comune, con un salario uguale a quello di tutti gli altri, alla ricerca di un amore.

Ho ora iniziato a leggere il fantasy “Sempre a est” di Massimo Acciai (ancora un genere diverso esplorato da questo autore!). Con queste quattro opere, Acciai, si dimostra autore poliedrico e vario, tutto da scoprire. Ho già in libreria alcuni suoi saggi linguistici e letterari, con cui allargare la mia visione dei suoi scritti.

LA FANTASIA CREATRICE DELLA MAY

Risultati immagini per la terra dai molti coloriÈ appena uscito su “Progettando.Ing” un mio articolo intitolato “I costruttori di universi” che inizia con queste parole:

Ci sono numerosi modi per dividere e catalogare le opere di narrativa. Vorrei qui suggerirne una tra la letteratura che descrive il mondo e quella che costruisce mondi.

Sebbene i migliori e più acclamati autori si siano sinora dedicati più alla descrizione che alla costruzione e la prima abbia assai più numerosi sostenitori, credo che la letteratura che costruisce mondi meriti un maggior riconoscimento.”

A cool chick!

Julian May

Quando l’ho scritto non avevo ancora letto “La terra dai molti colori” (1981) di Julian May, ma questo libre e quest’autrice rientrano di certo a pieno titolo nella categoria della Letteratura che Costruisce Mondi. La piccola magia creata con questo romanzo da Julian May consiste nell’immaginare una galassia futura popolata da numerose razze intelligenti oltre all’umana e che convivono più o meno pacificamente tra loro, costituendo il Milieu Galattico. In questo universo, poi, inserisce una porta temporale che da questo futuro non troppo lontano, torna indietro di sei milioni di anni, nel pliocene della nostra vecchia cara Terra. Si tratta di una porta a senso unico e con una sola destinazione. Non è, insomma, una macchina del tempo che possa portarci nell’epoca che vogliamo: va solo nel pliocene, un po’ come la porta temporale di “22/11/’63” di Stephen King, che riportava invariabilmente allo stesso giorno e alla stessa ora del 1960. Qui, però, la porta è come un canale mobile tra il futuro e il pliocene, nel senso che se il signor X parte il giorno dopo del signor Y, arriva nel pliocene un giorno dopo di lui. Abbiamo così due “mondi immaginari” collegati, ma la fantasia della May non si ferma affatto qui. Dato che questa porta, creata nel 2034 da Theo Guderian, è ormai aperta da quasi un secolo, dall’altra parte sono passate circa centomila persone. Dovrebbero quindi aver creato una comunità di una certa importanza nella preistoria. Oltretutto, ognuno attraversa il tempo portandosi attrezzi e oggetti vari. Tutto ciò non sembrerebbe creare paradossi temporali, forse per l’enorme distanza tra i due tempi interessati, eppure tanta tecnologia e tanta gente passata nel passato dovrebbero avere effetti su tutto il futuro, salvo immaginare linee temporali autonome come nel mio ciclo su “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia”. Nel primo volume della saga, questo non sembra, ma rimane il sospetto che non sia così e che lo scopriremo nei prossimi volumi. Nelle prime cento pagine del libro, però non sappiamo nulla di quello che avviene nel pliocene. Che ci sia una comunità di uomini moderni è solo un’ipotesi plausibile, perché niente e nessuno torna indietro se non invecchiato di 6 milioni di anni. Immaginiamo dunque un terzo “mondo” di umani moderni all’interno del secondo e generato dal primo. Tra l’altro, la gente che decide di effettuare il salto indietro, si presenta piuttosto peculiare e molti attraversano il varco mascherandosi in vario modo (pirati, principesse, guerrieri…). Finalmente, dopo un’attesa che mi è parsa troppo lunga (circa cento pagine), arriviamo nella preistoria e scopriamo che la fantasia della May ha partorito un quarto “mondo”, che è qualcosa del tutto diverso da quello che si immaginava nel primo. Non vorrei dire molto altro, ma per far capire perché quest’opera sia un ottimo esempio di creatività, non posso non dire che nel pliocene non ci sono solo le creature che i paleontologi si aspettano, ma anche una razza aliena, diversa da quelle note nel futuro e proveniente da molto lontano. Non solo! Questa razza, pur umanoide, ha la peculiarità di generare figli tra loro molto diversi, al punto che si dividono in due popoli antagonisti, Tanu e Friulag. Non solo! La May immagina anche che alcuni individui della galassia futura siano dotati di poteri metapsichici e che lo stesso sia per gli alieni arrivati nella preistoria.

Insomma, un’ambientazione tra le più ricche, articolate e fantasiose della fantascienza, che, da sole, farebbero venir voglia di proclamare che si tratta di un capolavoro.

Non me la sento, però, di considerarlo pienamente tale, perché i personaggi sono buoni, anzi qualcosa di più, ma non siamo all’ottimo e la trama è accettabile, diciamo pure buona, eppure non è riuscita a coinvolgermi pienamente.

Il grande, notevole, fascino dell’opera rimane la sua ambientazione, questa mescolanza di mondi e culture, ma ci sono alcuni punti in cui l’attenzione vacilla, sebbene la trama sia abbastanza dinamica. Un’altra cosa mi è dispiaciuta è che ho iniziato a leggerlo sperando di avere a che fare con una storia di ambientazione preistorica, ma questo pliocene è talmente ricreato, che non lascia spazio ad avventure di sopravvivenza contro una natura selvaggia, come avevo sperato di leggere. Interessante è uno spunto per collegare fantascienza e fantasy, che forse potrebbe essere sviluppato nei prossimi volumi.

La Saga del Pliocene comprende altri tre romanzi (“Il collare d’oro”, “Il re non nato” e “L’avversario”) pubblicati tutti tra il 1981 e il 1984 e sono collegati al “Ciclo del Milieu Galattico”, pubblicato tra il 1987 e il 1996.

Probabilmente mi lascerò tentare dai prossimi volumi della saga, sperando che gli eventi prendano una piega più coinvolgente. Un universo così non può essere trascurato.Risultati immagini per pliocene

LA TECNOLOGIA NELLA GALASSIA DI ASIMOV

La visione di Isaac Asimov della storia futura dell’umanità è raccolta, in particolare, nei tre Cicli “Robot”, “Impero” e “Fondazione”, che, con alcune opere “fuori ciclo”, ci mostrano come, nei prossimi millenni l’umanità si espanderà nella Galassia, un grande spazio globalizzato, in cui le differenze culturali, economiche, organizzative e tecniche tra sistemi planetari lontani sono quanto mai ridotte, grazie alla diffusione omogenea del potere dell’Impero.

I romanzi (e alcuni racconti) di tali cicli, come noto sono:

 FUORI CICLO

*Tutti i miei robot (Io robot, Il secondo libro dei robot e racconti vari – Contiene 31 storie scritte fra il 1940 e il 1977) (The Complete Robot, 1982), per I Massimi della Fantascienza n.9, Mondadori, 1985

“Antologia del bicentenario” (The Bicentennial Man and Other Stories, 1976)
*Nemesis (Nemesis, 1989), Mondadori, 1990

*Madre Terra (Mother Earth, 1949) racconti incluso in “Asimov Story 4”

ROBOT

Isaac Asimov

Isaac Asimov – 1940

*Abissi d’acciaio o Metropoli sotterranea (The Caves of Steel, 1953), Urania n.55, 1954

*Il sole nudo (The Naked Sun, 1956), Urania n.161, 1957

*Immagine speculare – racconto – Immagine speculare (Mirror image, 1972), in Visioni di robot e in “Il meglio di Asimov

*I robot dell’alba (The Robots of Dawn, 1983), Urania n.1009, 1985

*I robot e l’Impero (Robots and Empire, 1985), Mondadori Altri Mondi n.1, 1986

IMPERO

*Il Tiranno dei Mondi o Stelle come polvere (The Stars, Like Dust, 1951), Urania n.3, 1953
*Le Correnti dello Spazio (The Currents of Space, 1952), Mondadori, 1955
*Paria dei Cieli (Pebble in the Sky, 1950), Urania n.20, 1953

FONDAZIONE

Isaac Asimov

Isaac Asimov

* Preludio alla Fondazione (Prelude to Foundation, 1988), Mondadori, 1989

* Fondazione anno zero (Forward the Foundation, 1993), Urania n.1287, 1996
* Fondazione o Cronache della galassia o Prima fondazione (Foundation, 1951), Urania n.317 bis, 1963
* Fondazione e Impero o Il crollo della galassia centrale (Foundation and Empire, 1952), Urania n.329 bis, 1964

* Seconda Fondazione o L’altra faccia della spirale (Foundation and Empire, 1952), Urania n.329 bis, 1964
* L’orlo della Fondazione (Foundation’s Edge, 1982), Mondadori Oscar Fantascienza, 1985

* Fondazione e Terra (Foundation and Earth, 1986), Mondadori, 1987

 

La tecnica e la scienza per Asimov si sviluppano soprattutto lungo i seguenti filoni:

  • viaggi interstellari, effettuati mediante salti nell’iperspazio, superando i limiti della velocità della luce;
  • robotica, regolata dalle famose Leggi;
  • controllo matematico della storia mediante la Psicostoria;
  • telepatia (sia come risultato tecnologico, sia come caratteristica naturale);
  • terraformazione dei pianeti fino a realizzare un pianeta come unico organismo pensante (Gaia);
  • clima controllato;
  • colture idroponiche;
  • telecomunicazioni tridimensionali (solo su Solaria);
  • mutazioni genetiche (che portano alla nascita del Mulo o solo ipotizzate dagli abitanti di Alfa, che sognano di trasformarsi in anfibi);
  • allungamento della durata della vita.

Sebbene l’arco temporale in cui si dipana la narrazione sia di migliaia di anni, si nota una certa costanza e stabilità della tecnologia, accompagnata da una discrepanza tra l’evoluzione tecnica in alcuni comparti e il mancato sviluppo di altri e alcuni improvvisi arretramenti, primo fra tutti la scomparsa quasi totale dei robot alla fine del Ciclo omonimo.

Lo sviluppo tecnologico non è pienamente coerente sia perché in origine i tre Cicli non erano collegati, sia perché rappresentano tre diverse fasi, tra loro successive, della storia della nostra specie, sia perché sono stati scritti a decenni di distanza.

Se nei racconti e nel ciclo dei Robot abbiamo un grande sviluppo di questi automi, un allungamento notevole della durata della vita umana e un’attività di colonizzazione spaziale piuttosto felice, con i primi 50 mondi colonizzati (i Mondi Spaziali o Esterni) poco popolati, ricchi e sereni, il quadro cambia con il ciclo dell’Impero, che vede la scomparsa dei robot, la vita tornare a durate simili alle attuali e un Impero galattico dominare i nuovi pianeti, mentre la Terra, sovrappopolata, regredisce e viene dimenticata. Con il ciclo della Fondazione, accanto all’utopia dell’espansione senza limiti dell’umanità in una Galassia senza nemici alieni, troviamo la nuova utopia della Psicostoria, ovvero il sogno di orientare mediante la matematica il futuro nel modo più benefico possibile per l’umanità. Con le opere di congiunzione scritte successivamente, Asimov ci mostra come questo processo sia in realtà stato favorito proprio da un robot, quel R. Daneel Olivaw, protagonista del ciclo dei Robot, sopravvissuto fino ai tempi dell’Impero, fingendosi umano, in un mondo ormai senza più robot. Una sorta di divinità robotica che veglia in segreto sulle sorti dell’umanità e che sopravvive alla scomparsa dei suoi simili.

Questo grazie alla Legge Zero, che lo stesso Daneel ha aggiunto alle prime tre celebri leggi, creando la serie che regola il comportamento degli automi:

  1. Un robot non può recare danno all’umanità, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, l’umanità riceva danno;
  2. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno. Purché questo non contrasti con la Legge Zero
  3. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Legge Zero e alla Prima Legge.
  4. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Legge Zero, la Prima Legge e la Seconda Legge.

Sebbene all’inizio non siano confondibili con gli esseri umani, i robot si dimostrano da subito molto evoluti e intelligenti, al punto che i racconti si basano soprattutto sui paradossi logici che derivano dall’applicazione delle Leggi nei loro cervelli positronici.

Il pre-ciclo dei racconti sui robot e il Ciclo dei Robot mostrano lo sviluppo di queste macchine verso forme sempre più avanzate e umanoidi, anche se gran parte del loro sviluppo è già avvenuto nei racconti, ambientati tra XX e XXI secolo.

 

La maggior parte dei racconti compresi in “Tutti i Miei Robot” furono realizzati negli anni ’40 e ’50 e alcuni descrivono un futuro che per noi è già passato. Asimov immaginava che già vent’anni fa ci potessero essere colonie sulla Luna e su Marte e che i robot umanoidi fossero in piena fase di sviluppo!

Se per certi aspetti Asimov vedeva per la fine del XX secolo un mondo ben più evoluto di quanto siamo riusciti a farlo diventare finora, per altri gli erano sfuggiti altri campi di crescita. Fa sorridere, per esempio, quando racconta di un robot dedicato alla correzione di bozze: non aveva immaginato né la videoscrittura, né internet, né gli scanner!

Analogamente, i suoi robot sfogliano i libri per raccogliere informazioni, anziché immetterle nei loro cervelli sotto forma di file elettronici.

Peraltro, mentre parla con largo anticipo di aspetti della tecnologia che si stanno sviluppando, come le colture idroponiche, dall’altra si basa su teorie che ci paiono ancora non realizzabili come i viaggi a velocità superiore a quella della luce (tramite i salti nell’iperspazio) o definisce i cervelli dei robot “positronici”, come se fosse possibile immaginare una tecnologia in grado di manipolare l’antimateria costituita dai positroni in modo così agevole da inserirla in “scatole” piccole come una testa meccanica senza provocarne l’annichilimento.

La coltivazione idroponica è una tecnica di coltivazione fuori suolo in cui la terra è sostituita da un substrato inerte. Asimov ne parla come la grande soluzione per sfamare una Terra sovrappopolata. La tecnica è oggi ben nota e sono ormai settant’anni che è studiata.

 

Abissi d’Acciaio”, con cui inizia il ciclo dei Robot  è ambientato un migliaio d’anni dopo l’inizio della colonizzazione dei Mondi Esterni. Mentre in mille anni anche la robotica non sembra aver fatto grandissimi progressi dai livelli già avanzati ipotizzati per la fine del secolo scorso, vediamo Elijah Baley che si reca a un telefono pubblico (senza immaginare quindi il moderno sviluppo delle telecomunicazioni).

Ancora futuribile appare l’efficiente sistema di trasporti mediante strade mobili, tapis roulant a velocità variabili, sui quali gli abitanti si spostano, saltando da un nastro a un altro più o meno veloce, fino a raggiungere la velocità di crociera o tornare a velocità che consentano di lasciare i nastri trasportatori.

Fa sorridere vedere come “catastrofica” la previsione di una Terra popolata, tra mille anni, solo da otto miliardi di abitanti quando l’ONU prevede che saremo 8,5 miliardi già nel vicino 2030. Una simile pressione demografica renderebbe indispensabile la colonizzazione di nuovi mondi, processo che la Terra aveva da tempo interrotto, delegandolo ai Mondi Esterni. L’umanità, se non troverà nuove frontiere, sarà condannata a una vita distopica da polli in batteria, con alimentazione artificiale e case ridotte all’essenziale. In “Abissi d’acciaio” ci sono bagni pubblici (i Diurni), non essendo più possibile sostenere il lusso di servizi igienici privati.

Mentre i terrestri vivono ammassati, rinchiusi in “abissi d’acciaio” senza osare uscire all’aria aperta e con pochissimi robot, che non accettano, al contrario, gli abitanti di Solaria sono solo ventimila, ma hanno migliaia di robot per ciascuno. Vivono sulla superficie del pianeta, sotto il “sole nudo”, ma non s’incontrano mai tra di loro, avendo una vera e propria fobia del contatto.

Terra e Solaria sono i due estremi sociologici dell’umanità asimoviana di questo periodo. Su Solaria le persone non si vedono mai di persona. Si “visionano”, ovvero si incontrano con sistemi di telecomunicazione tridimensionali.

Ne “Il Sole Nudo” l’analisi del futuro non si ferma mai alla tecnologia, ma arriva ai rapporti degli uomini con questa e tra di loro. Le preoccupazioni di Asimov per un mondo, per lui decadente, in cui la “visione” (il virtuale) prevale sull’incontro personale (sui veri rapporti umani) anticipano (siamo nel 1956) le attuali preoccupazioni degli educatori per un mondo dominato dalla telefonia mobile, dalle community virtuali e dalle chat.

 

I Robot dell’Alba mostra l’inizio della seconda fase dell’esplorazione e colonizzazione spaziale della Galassia e i germi della Psicostoria.

 

I Robot e l’Imperospiega come una Galassia la cui colonizzazione è iniziata con l’ausilio determinante della robotica, si ritrovi poi a non aver più automi.

È ambientato 2 secoli dopo la trilogia originaria. La Galassia è divisa tra i terrestri, che vivono come noi al massimo per un secolo e gli Spaziali, che vivono 3 o 4 secoli. Con adeguate condizioni ambientali, Asimov ipotizza dunque un allungamento della durata della vita umana.

Il robot umanoide R. Daneel Olivaw e il robot telepatico R. Giskard Reventlov, intenti a salvare i mondi, elaborano la Legge Zero, una legge non presente nella loro programmazione ma che li porta a collocare il bene dell’umanità nel suo insieme davanti a ogni altra priorità.

 

Il Tiranno dei Mondi” è il primo del Ciclo dell’Impero e presenta una Galassia senza più robot. A parte l’ambientazione spaziale, il futuro descritto appare anche troppo simile al nostro presente, non tanto per alcuni aspetti tecnici, come le pellicole cinematografiche ancora in uso, ma soprattutto per i rapporti umani, assai poco mutati. Come se oggi noi si vivesse alla maniera del medio evo!

Trantor, la capitale dell’Impero, ha un clima controllato, essendo interamente chiusa sotto una calotta.

Ne “Le correnti dello spazio” la Terra è ormai quasi dimenticata e ridotta a semplice leggenda. Vi troviamo uno scienziato che è stato sottoposto a un trattamento che gli ha fatto perdere la memoria, mediante una tecnica di manipolazione della mente.

 

In “Paria dei cieli” si parla del conflitto tra l’Impero, che conta milioni di pianeti, e una Terra che un tempo era il centro dell’espansione dell’umanità, ma che ora è solo uno dei più poveri e dimenticati pianeti, con una superficie radioattiva e devastata. L’energia atomica, data pressoché per scontata in tutti i romanzi, qui si manifesta nei suoi aspetti più deteriori. Gli abitanti della Terra, i paria dell’Impero, nonostante la loro decadenza, conservano sogni di grandezza terroristica e stanno approntando un’arma batteriologica in grado di uccidere tutti gli abitanti della Galassia, eccetto loro. Su questa vicenda s’introduce l’arrivo di un uomo proveniente dal nostro presente, con un viaggio nel tempo (caso unico nella narrazione). Si tratta di un sarto in pensione, Joseph Schwarz, destinato a salvare la Galassia. Piuttosto improbabile il fatto che proprio lui, finisca a fare da cavia a un macchinario in via di sperimentazione, destinato a potenziare l’intelligenza umana, facendolo diventare un telepatico, capace di condizionare i movimenti delle persone con la forza del pensiero e persino di uccidere.

 

Preludio alla Fondazione”, conferma quanto letto nelle opere precedenti: l’uomo ha colonizzato milioni di mondi ma non si è mai imbattuto in nessun essere intelligente. Persino gli animali e le piante aliene sono assai poco citati e sembrano autentiche rarità. Come può essere che tra i milioni di mondi abitati nessuno abbia sviluppato forme di vita proprie degne di nota?

La Galassia che Asimov ha voluto disegnarci, così pulita, regolare e prevedibile (anche grazie alla Psicostoria) appare molto WASP (White Anglo Saxon Protestant), sebbene si parli della decadenza dell’Impero. Anche se il protagonista si cala nei quartieri più malfamati e affronta i delinquenti locali, la sensazione è sempre quella che, poco lontano, ci sia un mondo ordinato e sereno.

Con il ciclo della Fondazione aggiungiamo un nuovo elemento all’utopia asimoviana: la possibilità di prevedere e regolare i flussi della storia. Regolare la storia per creare un futuro a misura dell’uomo, mediante una scienza capace di prevedere e regolare le pulsioni delle folle sterminate della Galassia.

 

In “Fondazione anno zero” il robot telepatico umanoide R. Daneel Olivaw si conferma qui nel suo ruolo di semidio robotico, che veglia con i suoi poteri telepatici e la sua intelligenza superiore sulle sorti dell’umanità, elemento fondamentale dell’utopia atea asimoviana, dove non ci sono veri Dei ad assisterci ma in cui una macchina può supplire all’assenza divina, dandoci il conforto che la sua saggezza saprà guidarci meglio di quella di qualunque, imperfetto, essere umano. Le Leggi della Robotica e la Psicostoria si sostituiscono al Destino nel regolare e indirizzare l’umanità. La tecnologia, per quanto imperfetta, assume caratteri divini.

Oltre agli ampi riferimenti ai tre Cicli, in “Fondazione Anno Zero” c’è persino un accenno al romanzo “Nemesis”, che descrive la colonizzazione del primo pianeta fuori dal Sistema Solare e presenta un personaggio con doti assai simili a quelle di R. Daneel Olivaw, della nipote del matematico Wanda, del sarto Joseph Schwarz, per non parlare del Mulo, degli uomini della Seconda Fondazione o di Gaia, il pianeta pensante. In “Nemesis” la quindicenne Marlene ha, infatti, doti telepatiche. Se R. Daneel Olivaw è una macchina e Joseph Schwarz riceve i suoi poteri grazie a delle macchine, dunque per loro la telepatia è un prodotto tecnologico, il Mulo, Wanda e Marlene nascono con questa capacità, mentre gli uomini della Seconda Fondazione la sviluppano mediante l’esercizio mentale.

In “Cronache della Galassia” (o “Fondazione” o “Prima Fondazione”) la Fondazione, nella quale Seldon ha riunito un’importante comunità scientifica con il falso obiettivo di scrivere un’Enciclopedia Galattica e con il vero proposito di fornire una guida (formata da uomini di scienza e cultura) per la Galassia, nel momento in cui il potere centrale di Trantor fosse inevitabilmente crollato, come le sue previsioni psicostoriche mostravano, fa pensare ai saggi governanti della “Repubblica” platonica.

Se in “Fondazione” la Galassia era controllata dai calcoli matematici dell’inventore della Psicostoria, un universo cioè con un forte determinismo, in cui il volere dei singoli è annullato e tutto ciò che conta sono solo i movimenti delle masse umane, in “Fondazione e Impero”, Asimov “sospende” questa visione. La previsione psicostorica è qui sconfitta dall’individualismo. Assistiamo alla sconfitta di ogni modello. Muore come previsto l’Impero, è sconfitta la Fondazione e persino il Mulo, che era stato capace di realizzare un’unificazione della Galassia in tempi imprevedibili e impensabili, fallisce nel suo tentativo di individuare la Seconda Fondazione, comprendendo che il suo sogno di creare un nuovo impero rischia di naufragare.

L’altra faccia della spirale” o “Seconda Fondazione” è nel più classico stile asimoviano, con personaggi che si combattono sì con potenti poteri mentali (telecinetici) e fisici (armamenti nucleari), ma in cui le vere battaglie sono verbali, in cui qualcuno cerca di scoprire qualcosa o di convincere qualcuno che è stato sconfitto e che deve arrendersi. Scopriamo diverse versioni della verità, che ogni volta sono superate dalla successiva. Appare davvero “fantascientifico” immaginare che i problemi si possano risolvere solo discutendo!

Asimov fa spesso riferimento alla psicologia. Al centro del Ciclo della Fondazione c’è la Psicostoria, lo studio matematico e psicologico delle masse, Asimov presta attenzione all’emotività e persino i suoi robot la sviluppano, persino il Mulo controlla i suoi uomini mediante le emozioni, così come non mancano avventure e imprese fisiche, ma alla fine la razionalità della discussione rimane la componente più forte. La razionalità che tutto imbriglia.

In una Galassia in cui l’umanità è tanto evoluta da popolare milioni mondi, viaggiando con facilità da una stella all’altra, da avere un controllo sulle menti, alcune cose ricordano troppo l’America degli anni ’40! La quattordicenne Arcadia gira tenendo in tasca i soldi (ci sono ancora?) per comprarsi un biglietto per un volo interstellare, ma per andare allo spazioporto cerca una sorta di cabina telefonica (non ha neppure un rozzo telefonino!) per chiamare un taxi! Si vola da una stella all’altra in poche ore ma sulla superficie dei pianeti si prende il taxi? Anche l’apparecchio per il controllo mentale è dotato di bottoni e manopole, che fanno un po’ sorridere nell’era del touch screen. Se ai giorni nostri i libri cartacei sembrano essere in procinto di sparire, nei Cicli troviamo ancora oggetti definiti libri, anche se somigliano più che altro a videocassette o DVD. Insomma, la tecnologia asimoviana è molto evoluta in alcuni, pochi campi, ma ferma in altri e gli usi sono persino meno evoluti: su pianeti che non si ricordano più dell’esistenza della Terra, il tennis è sopravvissuto!

Ne “L’orlo della Fondazione” siamo a 500 anni dalla creazione delle due Fondazioni e qualcuno, nella Prima di nuovo sospetta che la Seconda Fondazione sia sopravvissuta, mentre nella Seconda c’è chi sospetta che vi sia una terza entità nella Galassia che controlla sia la Seconda che la Prima Fondazione, mentre la Seconda, segretamente controlla la Prima. Sorprende la facilità di comunicazione tra parti distanti della Galassia. Se si pensa alle migliaia di lingue parlate oggi, suona davvero strano che tutti i milioni di miliardi di abitanti parlino la medesima lingua, il Galattico Standard o al massimo una sua versione dialettale, e abbiano le medesime usanze e cultura. Eppure nessuno ricorda più che tutto ciò deriva da un unico pianeta madre comune, la Terra, del tutto dimenticato o, al massimo, considerato come una leggenda!

Le missioni delle due Fondazioni si ritroveranno su Gaia (un pianeta in cui tutto è connesso, creando un unico organismo senziente). Gaia ricorda in qualche modo Nemesis, che era, però, un prodotto naturale dell’evoluzione, mentre Gaia è un pianeta artificiale, frutto dell’opera dei robot, che vi hanno costruito il mondo ideale per l’umanità. Si tratta forse del prodotto tecnologico più avanzata di tutti i Cicli.

Le due Fondazioni vogliono realizzare il Secondo Impero, ma ognuno a modo suo. Gaia ha una terza visione del futuro, una “Galassia integrata” (Galaxia), in cui ogni essere sia legato agli altri in una comunione galattica.

 

Fondazione e Terra” è il volume conclusivo della storia plurimillenaria dell’umanità ventura. Trevize e Pelorat, cercano la Terra ormai dimenticata, sperando di trovare una spiegazione alla scelta tra la Psicostoria, con le sue Fondazioni, e Galaxia. Dopo varie tappe su alcuni dei mondi che abbiamo incontrato nelle opere precedenti, arrivano sulla stella più vicina alla Terra, Alpha Centauri e scoprono che un suo pianeta, ricoperto di acqua, è stato terraformato dall’Impero per consentire agli ultimi abitanti della Terra di emigrarvi per abbandonare il pianeta d’origine dell’umanità ormai morente. Anche se Asimov non ne parla in dettaglio in altri libri, la terraformazione è il presupposto della colonizzazione della Galassia: dove l’uomo incontra mondi poco adatti a essere abitati, li trasforma rendendoli simili alla Terra e quindi abitabili.

Alfa, ricoperto da un immenso oceano, ha una sola grande isola artificiale, su cui vivono circa 25.000 persone in un misto di ritorno ai vecchi tempi andati (vivono di pesca e agricoltura) e di tecnologia evoluta che consente loro di controllare la pioggia e il clima e di aspirare alla trasformazione in anfibi. La possibilità di trasformare geneticamente l’uomo in un essere adatto all’ambiente, piuttosto che mutare quest’ultimo (terraformare) per renderlo adatto all’uomo è accennato solo come proposito e non trova concretizzazione in nessun’altra parte dei Cicli.

I personaggi giungono infine nei dintorni della Terra ma scoprono che le leggende sono vere e il pianeta è ormai abbandonato e inabitabile per le radiazioni. Eppure se tutte le sue tracce sono state cancellate in modo da non far trovare la Terra, ci deve essere un motivo. Che cosa nasconde la Terra? I viaggiatori avranno allora l’intuizione di scendere sulla Luna e lì troveranno R. Daneel Olivaw, questo automa autorigenerato e vecchio ormai di oltre 20.000 anni, secondo il quale la Psicostoria non sarebbe sufficiente a creare una Galassia pacifica e sana. Daneel ha dunque ideato Gaia e il Progetto Galaxia: un’intera Galassia in collegamento telepatico, in cui ogni parte si muova per il bene comune, sia essa umana, animale, vegetale o minerale. R. Daneel Olivaw è esso stesso parte dell’utopia: un robot telepate divenuto sempre più intelligente, guidato dalle Leggi della Robotica che lo spingono a fare il bene e che veglia per decine di migliaia di anni sulle sorti dell’umanità!

Si conclude così questa imponente raccolta di avventure che ci raccontano, non senza ottimismo, come potremmo essere nei prossimi millenni.

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