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LA HOGWARTH DIVERGENTE E IL FIGLIO UCRONICO DI HARRY POTTER 7 e ¾

Risultati immagini per harry potter e la maledizione dell'eredeQuando si legge il sequel inatteso di un ciclo di sette romanzi che rappresentano una serie dichiarata dall’autrice conclusa e quando questa serie è la più letta e amata di sempre, la prima domanda che si ha in testa è: sarà questo libro all’altezza dei precedenti?

I sette romanzi in questione sono quelli della saga miliardaria di Harry Potter, dei cui pregi ho già avuto modo di parlare. Mi limito qui a dire che J.K. Rowling vi ha fatto un uso magistrale di tutte le fondamentali componenti di un romanzo d’avventura.

Il nuovo libro in questione è il recentemente pubblicato “Harry Potter e la maledizione dell’erede”. La seconda domanda che un lettore affezionato alla serie si pone, immagino possa essere: che cosa potrà mai essersi inventata J.K. Rowling per una storia la cui caratteristica era descrivere le avventure di un ragazzo in una scuola di magia e le sue battaglie contro un mago malvagio, quando il ragazzo in questione ha ormai ultimato gli studi e il perfido Voldermort è defunto e sconfitto definitivamente?

Per capire e valutare quest’opera occorre dire che J.K. Rowling ha, in parte, tenuto fede alla sua promessa di non scrivere un altro romanzo del ciclo ormai concluso.

Harry Potter e la Maledizione dell'Erede

Gli attori della versione teatrale di “Harry Potter e la maledizione dell’erede”

In effetti, non ha scritto un romanzo. “Harry Potter e la maledizione dell’erede” è solo una sceneggiatura per uno spettacolo teatrale, già andato in scena. Inoltre, il protagonista è più che Harry, suo figlio Albus Severus Potter e tra gli autori figurano oltre alla donna più ricca d’Inghilterra anche Jack Torne e John Tiffany. La forma narrativa è importante, infatti, un romanzo è di sicuro più adatto alla lettura. Inoltre, la struttura temporale tipica dell’eptalogia qui si perde, dato che nello stesso (piuttosto breve) testo troviamo condensati i primi anni di scuola di Albus Severus Potter, anziché avere la classica struttura un anno/un libro.

I richiami ai romanzi precedenti sono numerosi e questo può far piacere ai fan della serie e aiutare chi non li conosca, ma sembra anche un trucchetto per riempire una storia. Mi irrita un po’, per esempio, vedere ancora una volta i bambini varcare titubanti il muro del binario 9 e ¾. In realtà, questi richiami hanno un preciso senso e una ragione d’essere e, per spiegarli, dobbiamo dire anche quale sia la vera novità di questo libro rispetto al resto del ciclo.

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Rupert Grint, Emma Watson, e Daniel Radcliffe

I precedenti erano soprattutto libri di varia magia. Anche quest’opera teatrale lo è, ma potrebbe ben essere definita una storia sui viaggi nel tempo. Anche nel ciclo troviamo la giratempo, un oggetto magico mediante il quale Hermione Granger aumenta il tempo per studiare e che, assieme, a Harry, usa per una delle loro imprese, ma in “Harry Potter e la maledizione dell’erede” la giratempo è l’elemento centrale. Bisogna dire che mi è quasi parso di essere dentro un “Ritorno al Futuro IV”, piuttosto che in un “Harry Potter 7 e ¾”! Veniva quasi da chiedersi che fine avessero fatto Marty e Doc!

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Doc e Marty in “Ritorno al futuro”

In ogni caso, devo dire che ho letto il libro con piacere e con una gran voglia di continuare a leggerlo e credo che non ci sia pregio maggiore. Tutto sommato fa persino piacere vedere Harry, Ron, Hermione e Ginny adulti e impegnati con preoccupazioni da genitori, anche se forse i brani su i dubbi paterni di Harry e la sua conversazione finale con il ritrovato Albus Severus potevano anche esserci risparmiati e parlo da genitore. Posso immaginare quanto poco possano esser piaciuti a un ragazzino, ma forse sbaglio.

Jack Thorne, JK Rowling and John Tiffany.

Jack Thorne, JK Rowling and John Tiffany

Se si accetta, dunque, di essere in un altro tipo di storia, in cui si parla molto di conflitto padri-figli, in cui i protagonisti sono altri, la forma narrativa è diversa, i ritmi sono nuovi, si potrà allora accettare questa Hogwart divergente, in cui la verità non esiste, in cui tutto è possibile, in cui Draco Malfoy e Harry Potter possono fare amicizia, in cui Harry Potter può morire, in cui Voldermort può tornare, in cui Severus Piton può salvare una seconda volta il mondo, in cui Ron può sposare Hermione oppure no, in cui i figli di Draco e Harry possono essere grandi amici, in cui tutto è possibile e il contrario di tutto, se, insomma, si apprezza questa versione matura e ucronica di Harry Potter, allora si può anche leggere con piacere questa sceneggiatura e aspettare che Daniel Radcliffe compia quarant’anni per poter fare prossimo film.

24 Settembre 2016

24/09/2016 – uscita dell’edizione italiana

LA BATTAGLIA DI MONTAPERTI, ORGOGLIO DI SIENA

Sono nato a Roma, ma vivo a Firenze e lavoro per una banca senese, avendo lavorato per alcuni anni a Siena. Un classico esempio di campanilismo italiano e, nello specifico, toscano, è la battaglia di Montaperti.

Ricordo che quando lavoravo a Siena, più di una volta fu rinfacciato a qualche collega fiorentino l’esito inglorioso (per Firenze) di questa battaglia. Un po’ come un tifoso di una squadra di calcio minore (tipo la Fiorentina – ridacchio) quando rinfaccia a una squadra più importante (tipo la Juventus), una delle rare volte in cui la sconfisse.

La cosa che mi stupì allora era che ancora si potesse gloriarsi di una vittoria del 4 settembre 1260! Avete letto bene, parliamo di oltre 750 anni fa! Del resto, si tratta di una città che ha difeso con i denti la storia di una banca del 1472, la più antica del mondo!

Il romanzo “Il cavaliere del giglio” di Carla Maria Russo, mi è stato regalato e dunque l’ho letto un po’ per caso, scoprendo mentre lo leggevo, che narrava le vicende che hanno preceduto la suddetta battaglia di Montaperti e questa stessa, focalizzandosi soprattutto su una famiglia fiorentina di parte ghibellina (pro-Impero), gli Uberti, e, in particolare su Farinata degli Uberti, che nella battaglia e, soprattutto dopo, ebbe un ruolo assai importante.

Il caso vuole che quando ho cominciato a leggere “Il cavaliere del giglio” avessi appena finito di scrivere un racconto ucronico proprio ispirato a questa battaglia. Dunque, ho potuto leggerla con particolare interesse e anche con un minimo di competenza, essendomi da poco documentato sulla battaglia.

Chi sono

Carla Maria Russo

Sto, infatti, scrivendo alcuni racconti che vorrei riunire in un’antologia che penso di poter intitolare “Apocalissi fiorentine”. Nel racconto in questione, immagino che alla fine della battaglia, effettivamente vinta da Siena e dai suoi alleati, Farinata degli Uberti, che in quanto ghibellino (sebbene fiorentino), aveva aiutato la ghibellina Siena, contro la guelfa Firenze (pro-Papa), non sia riuscito nel suo intento di mitigare i desideri di vendetta e di supremazia di Siena. I senesi, infatti, dopo la battaglia avrebbero voluto radere al suolo Firenze, ma fu grazie a Farinata che questo fu evitato e che Firenze poté così crescere e fiorire, ricoprendo poi il ruolo che ben conosciamo nel Rinascimento. Nel mio racconto, immagino, invece che l’Uberti fallisca e Firenze venga distrutta.

Il romanzo di Carla Maria Russo ci mostra la famiglia Uberti fin dai tempi del nonno di Farinata, Schiatta, le vicissitudini che portarono Firenze e Siena a contrapporsi fino allo scontro, e il ruolo degli Uberti nel coinvolgimento dell’Impero.

La lettura è interessante e piacevole, anche se risente di una certa freddezza narrativa, inutilmente mitigata dall’inserimento di storie d’amore tra gli Uberti e varie donne, che, a volte sono pura ricostruzione storica, altre semplice tentativo di dare un po’ più di calore alla narrazione, ma nella mano dell’autrice si sente più la vocazione della storica che quella della romanziera. Il risultato, comunque, è egregio, e la lettura è un utile strumento per rinverdire le nostre conoscenze storiche di quegli anni.

 

HOMO UCRONICUS

Ho da poco aderito a una strana consorteria, che si fa chiamare “Fratellanza della Fantascienza”, che altro non è se non una sorta di gruppo di lettura articolato, con gradi di affiliazione che si ottengono sulla base dei libri letti. Per chi come me frequenta la splendida community di anobii, dirò che l’associazione si può trovare nei meandri del Gruppo “Fantascienza in Italia

Nella prima cinquina di romanzi che mi sono impegnato a leggere per la Fratellanza figura “La genesi della specie” (“Hominids” – 2002) dello scrittore canadese Robert James Sawyer, una lettura che non mi è davvero pesato fare, anche perché era un volume che avevo nella “Lista Desideri” da lungo tempo.

L’ho letto, quindi, in quanto romanzo di fantascienza, ma avendo già intenzione di leggerlo come ucronia. Come ho più volte avuto modo di scrivere l’ucronìa è una forma di narrativa che tratta di un mondo la cui Storia si è differenziata dalla Storia comunemente conosciuta, sostituendo a degli eventi storicamente avvenuti degli eventi ipoteticamente possibili.

Si dovrebbe allora parlare di eventi storici. O meglio il romanzo o racconto dovrebbe descrivere il momento in cui la storia è mutata o gli effetti di questo mutamento.

La genesi della specie”, però non parla di fatti storici, anche se descrive un mondo in cui la storia ha preso un altro corso. La divergenza ucronica, in quest’opera, non si pone nell’arco temporale che definiamo Storia. La Storia inizia con l’invenzione della scrittura.

Qui invece, la divergenza risale a circa 40.000 anni fa, prima dell’invenzione della scrittura, e immagina che allora gli homo sapiens si siano estinti, mentre l’homo di Neanderthal sia sopravvissuto, evolvendo fino ai giorni nostri, in un nuovo tipo di genere umano, civilizzato e tecnologico, ma in modo diverso da noi.

Ho già avuto modo di parlare di questo singolare tipo di ucronia, in effetti, assai prossima alla fantascienza. Considerata questa particolare caratteristica (un mutamento avvenuto nella preistoria), mi piace considerare simili romanzi un sotto-genere dell’ucronia propriamente detta. Parlo in tal caso di “preucronia” o “pre-ucronia”.

Ne sono esempi “Viaggio al centro della Terra” di Jules Verne, “Il mondo perduto” di Arthur Conan Doyle, “Il libro degli Ylané” di Harry Harrison, “Il pianeta delle scimmie” di Pierre Boulle, “Darwinia” di Robert C. Wilson e, infine, perché no, i miei “Jacopo Flammer e il popolo delle amigdale” e “Jacopo Flammer nella terra dei suricati”.

Di solito sostengo che una divergenza ucronica non dovrebbe essere provocata da qualcosa di fantascientifico, tipo macchine del tempo, altrimenti prevarrebbe questo aspetto e saremmo piuttosto nel sottogenere dei Viaggi nel Tempo, che appartiene alla Fantascienza.

Robert James Sawyer

Ne “La genesi della specie”, non c’è alcun artifizio fantascientifico per giustificare la variazione del corso temporale, ma una teoria scientifica, che si rifà alla meccanica quantistica, per spiegare l’esistenza di numerosi universi paralleli e la possibilità di entrare in contatto con un diverso universo.

Fantascientifico è il macchinario utilizzato dal discendente dei Neanderthal per arrivare nel nostro universo spazio-temporale e questo permette di classificare il romanzo come fantascienza, pur mantenendo le caratteristiche di opera ucronica.

La storia si svolge in parallelo nei due universi, quello dei Neanderthal e quello dell’homo sapiens ed è ambientata ai giorni d’oggi.

Immagina che, in contemporanea, nelle profondità delle montagne, Sapiens e Neanderthal facciano degli esperimenti nucleari e che quello attivato dai Neanderthal determini un paradosso che porta all’apertura di un varco tra i due universi, proiettando da noi un fisico neanderthal, Ponter Boddit.

Questo gli consente (fortuna non da poco) di essere accolto subito da una comunità scientifica, che ne comprende la natura e persino l’origine.

Le cose vanno meno bene al collega e compagno di Ponter, Adikor Huld, rimasto nell’universo neanderthal e accusato di aver ucciso lo scomparso Ponter.

La visione dell’universo di questo romanzo è tipicamente ucronica, dato che gli scienziati neandertaliani immaginano che la nascita di un universo parallelo sia concatenata a una scelta cosciente di qualcuno, che attiva una sorta di processo quantistico.

Devo dire che anche nelle mie opere ucroniche uso spesso la frase “Ogni gesto può esser compiuto o non esserlo. Così nasce un universo divergente”, con cui, per esempio introduco il romanzo “Il Colombo divergente”. Per me, però, questo è un concetto puramente narrativo (e immagino sia lo stesso per l’autore Sawyer). Altra cosa è immaginare scientificamente parlando che una scelta possa determinare la nascita di una nuova linea spazio-temporale, come fanno gli scienziati sapiens, ragionando sulla base delle teorie dei Neanderthal. Se vogliamo immaginare una spiegazione legata alla fisica quantistica, dovremmo piuttosto credere che ogni movimento di particelle subatomiche crei un diverso universo. La visione degli studiosi in quest’opera sembra troppo antropocentrica.

Passiamo ora a considerare l’universo creato da Sawyer. Leggendo le prime pagine in cui descriveva il mondo di Ponter e Adikor, mi è parso troppo simile al nostro, con case dotate di cucina e camera da letto, fisici impegnati in esperimenti su “computer quantistici”, cani domestici e altri simili dettagli. Se è vero che l’uomo di Neanderthal si è estinto circa 40.000 anni fa, dobbiamo immaginare che la storia abbia preso un corso diverso per un arco temporale davvero lungo. Non solo: i protagonisti non sono esseri della nostra razza, ma di una simile eppure diversa.

La civiltà che possono aver sviluppato deve necessariamente essere molto diversa dalla nostra.

Più conosciamo Ponter e il suo mondo, più notiamo però un gran numero di differenze. Innanzitutto, uomini e donne vivono separati gli uni dalle altre (come ho immaginato anche io nel romanzo ucronico “Via da Sparta”). Le femmine hanno cicli mestruali sincronizzati e questo induce diversi comportamenti sociali. I Neanderthal poi si riproducono meno e hanno sviluppato una popolazione assai meno numerosa. La cultura dei sapiens si basa su coltivazione e pastorizia, mentre i Neanderthal sono rimasti legati alla caccia. Questo ha indotto la popolazione a non crescere troppo e a rispettare l’ambiente (anche qui un’analogia con il mio “Via da Sparta”!). Trovo, peraltro, un po’ strano che una popolazione così ristretta sia stata in grado di sviluppare una tecnologia tanto evoluta, con robot e apparecchi che sono una sorta di computer integrati nel corpo e nel metabolismo delle persone. Peraltro, forse a causa della bassa pressione demografica, non sono, per esempio, ancora arrivati nello spazio.

Diciamo che nel complesso la ricostruzione del mondo parallelo è piuttosto convincente, accurata e fantasiosa.

La narrazione, che si sviluppa in parallelo nei due universi, si presenta avvincente, con personaggi di un certo spessore e ho letto il romanzo con curiosità, interesse e piacere.

Magari sono un po’ troppo rimarcati gli aspetti tecnici e scientifici, con spiegazione di teorie fisiche, antropologiche, evolutive e non solo, ma in fantascienza si possono leggere opere ben più pesanti.

Nel complesso l’impressione è stata quasi del tutto positiva. Il romanzo è il primo di una trilogia che comprende anche “Fuga dal pianeta degli umani” (“Humans” – 2003) e “Origine dell’ibrido” (“Hybrids” – 2003).

Il titolo del secondo rimanda a “Il pianeta delle scimmie” (uno dei film che ha ispirato si chiamava “Fuga dal pianeta delle scimmie”) e l’opera ne è stata di certo influenzata.

Il titolo “La genesi della specie”, invece, tendo a confonderlo con “Le origini della specie” di darwiniana memoria. L’uso del termine biblico “genesi” non è però casuale, in considerazione degli importanti riferimenti religiosi che compaiono nell’opera.

 

Sawyer si è comunque rivelato per me un’interessante scoperta e penso potrei leggere presto gli altri romanzi del ciclo o altre sue opere.

Del resto, come si può leggere su wikipedia “per le sue opere ha vinto trentacinque premi nazionali e internazionali, in particolare il premio Nebula del 1995 per il suo romanzo “Killer on-line” (“The Terminal Experiment”) e il premio Hugo del 2003 per il romanzo “La genesi della specie” (“Hominidis”), il primo della trilogia dei Neanderthal (Neanderthal Parallax); ha poi ricevuto altre otto candidature all’Hugo. I suoi romanzi hanno ricevuto recensioni con la stella (indicativa di eccezionale merito letterario) da parte di Publishers Weekly, Booklist, Quill & Quire e Kliatt, sono comparsi sulle classifiche dei primi dieci romanzi più venduti in assoluto in Canada e sono giunti al primo posto della classifica dei best seller pubblicata da Locus, la rivista specialistica di fantascienza.”

FANTASCIENZA UCRONICA GLOBALE

Una cosa che m’irrita quando leggo storie di invasioni aliene, di apocalissi zombie, di epidemie mortali è che il centro degli eventi o, addirittura, l’unico teatro dell’azione sembrano essere gli Stati Uniti d’America. Questo ha un senso, dato che la maggior parte degli autori di questo genere di romanzi sono americani e, si dice, un buono scrittore dovrebbe sempre scrivere di cose che conosce, anche quando narra fatti immaginari. Però, trovo poco plausibile che i principali fatti di qualcosa del genere debbano sempre essere concentrati lì. Partire da un’ambientazione ben nota pare dunque corretto. Il fatto è che la motivazione non sembra essere tanto questa, quanto una sorta di arroganza culturale che fa credere a certi autori che la loro fetta di mondo sia la più rilevante. Questo è lo specchio letterario di ciò che avviene nel mondo reale, per esempio, con il giornalismo che pone facilmente sullo stesso piano cento morti a New York con un milione di morti in India; un evento marginale in America, con una catastrofe in Sudamerica.

Harry Turtledove è uno scrittore americano di Los Angeles, ma non pecca in tal senso nel suo ciclo “Invasione”, di cui ho appena letto il secondo volume “Invasione – Fase Seconda”.

Il romanzo è un’ucronia fantascientifica ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale e immagina che questa sia interrotta da un’invasione aliena.

Quello che Turtledove realizza è un romanzo corale, in cui la vera protagonista è la Guerra, descritta attraverso una moltitudine di personaggi, alcuni americani (come si poteva evitare?), ma altri cinesi, tedeschi, russi, croati, giapponesi, ebrei e persino alieni. L’approccio globale alla storia è, infatti, tale che vediamo non solo il punto di vista dei popoli coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale, ma anche quello degli alieni.

C’è persino qualche accenno all’Italia, anche se è uno dei pochi territori subito assoggettato dagli invasori e che non presenta alcuna forma di resistenza!

L’affresco che dipinge Turtledove è ricco di azione, tecnicamente preciso nella descrizione di truppe e armamenti dell’epoca, e rappresenta uno dei migliori esempi di romanzo corale, in cui cioè le vicende dei singoli protagonisti si sviluppano nell’intento di descrivere il vero protagonista del romanzo, la Guerra contro la Razza (come si autodefiniscono gli alieni) o, considerato il punto di vista dei Rettili (come li chiamano gli umani), l’Invasione di Tosev III (come la Razza chiama la Terra). Qualcosa di simile l’ha realizzato Robert Silverberg con un’altra ucronia, “Roma Eterna”, in cui il protagonista è l’Impero Romano, visto nel suo sviluppo ucronico, dal 450 al 1970 dopo Cristo.

 

La trovata interessante di questa storia è che lo sviluppo della civiltà dei Rettili sia molto più lento di quello dei Toseviti (come i terrestri chiamano gli alieni). La Razza era giunta in esplorazione su Tosev III (la Terra) durante il nostro medioevo e aveva programmato la propria invasione per alcuni secoli dopo, non immaginando di trovare la civiltà dei Grossi Brutti (come la Razza chiama gli umani) evoluta all’era industriale e in procinto di costruire le prime bombe atomiche. Si trovano dunque in netta superiorità militare, ma impreparati a fronteggiare un’umanità assai più progredita e armata e, per giunta, già in pieno assetto bellico, essendo impegnata nella più devastante guerra della propria storia.

Affascinante è anche vedere come nazisti, comunisti e democratici riescano a trovare il modo di convivere e allearsi, superando differenze che parevano insormontabili, come popoli diversi, in lotta tra loro, siano capaci di allearsi per fronteggiare un nemico più forte, un po’ come i Greci contro le invasioni persiane. La scelta di collocare l’invasione nel passato, premette a Turtledove di immaginare una superiorità militare della Razza che ricorda quella della moderna tecnologia (computer, bombe atomiche, elicotteri, arei potenti), senza quindi un particolare sforzo immaginativo. Questo consente anche lo sviluppo che già dal secondo volume si intuisce: l’umanità si avvicina rapidamente al livello tecnologico dei Rettili alieni.

 

Anche il primo romanzo del ciclo “Invasione Anno Zero” è strutturato allo stesso modo. Sebbene siano entrambi romanzi poderosi, di varie centinaia di pagine, scorrono bene grazie alla vivacità della narrazione, alla curiosità per la situazione narrata e al coinvolgimento emotivo nelle vicende dei personaggi. Al ciclo di quattro romanzi “Invasione”, fa seguito la quadrilogia “Colonizzazione”. Dopo la prima flotta di Invasione, infatti, quarant’anni dopo, la Razza ha già programmato e fatto partire una seconda flotta di colonizzazione. Se la prima era composta solo dai Maschi della Razza, con la seconda arriveranno anche femmine e piccoli, certi di trovare un mondo ormai pacificato.

Harry Turtledove

Leggendo nel 2010 “Invasione Anno Zero”, mi ero ripromesso di leggere presto gli altri volumi, ma mi rendo ora conto che nel frattempo sono passati già sei anni! Temo di avere quasi la lentezza della Razza!

Come scrivevo a proposito del primo volume, queste storie sono una contaminazione di ucronia e fantascienza. Sono ucronia perché descrivono un diverso corso della Storia, mutata dall’invasione dei Rettili, anche se di solito l’ucronia dovrebbe basarsi su presupposti più plausibili, e sono fantascienza, perché sarebbe difficile definire diversamente un’invasione aliena. Sono ucronie non solo perché il loro autore è nato nel 1949, quindi dopo i fatti narrati nel primo ciclo, ma soprattutto perché questo è stato pubblicato tra il 1994 e il 1996, mentre “Colonizzazione” tra il 1999 e il 2004. Se l’invasione fosse avvenuta nel futuro, avremmo solo potuto parlare di fantascienza.

Spero che presto ne potremo vedere realizzata una serie TV, qualcosa tipo “Falling Skies”, che, sebbene ambientato ai giorni d’oggi, ricorda un po’ questi romanzi.

QUANDO IL METAROMANZO PARLA DI UNO PSEUDOBIBLION CHE È L’ABORTO DI UNA BELLA STORIA

Kurt Vonnegut avrebbe voluto scrivere un romanzo in cui si raccontasse di come il tempo, alla fine del XX secolo, si sia fermato, sia tornato indietro di circa dieci anni e da lì tutto sia ricominciato ma esattamente allo stesso modo, con tutte le persone del mondo consapevoli di rivivere dieci anni della propria vita e nella totale impossibilità di dire o fare nulla di diverso da quanto avessero fatto prima, pur sapendo che magari qualcosa che stavano per fare li avrebbe portati al disastro. Arrivati alla fine dei dieci anni, riacquistavano il libero arbitrio e ne restavano sconvolti, incapaci oramai di fare qualcosa che non fosse già scritto e preordinato dal destino.

L’idea mi pare ottima e di sicuro una variante interessante sui viaggi nel tempo e i paradossi connessi. In un certo senso, sarebbe una non-ucronia, dato che il tempo diverge dal suo percorso naturale, ma gli effetti rimangono gli stessi. Non si genera un’allostoria. Quello che cambia è solo il futuro, dato che le persone, consapevoli di aver rivissuto per dieci anni gli stessi eventi, sono diventate diverse da come sarebbero state senza questo evento.

L’idea c’era e Kurt Vonnegut c’ha lavorato per vari anni, ma alla fine il risultato, a quanto scrive lui stesso è stato disastroso. Aveva un libro, ma questo non funzionava. Ha dunque deciso di salvarne alcune parti. Ha deciso di chiamare l’aborto di romanzo “Cronosisma 1” e il nuovo libro nato dalle sue ceneri “Cronosisma”.

Ho dunque cominciato a leggere “Cronosisma”, trovandomi immerso nella descrizione di come l’autore avesse fatto a scrivere e smontare “Cronosisma 1” aspettandomi che prima o poi avrei potuto leggere il romanzo “Cronosisma” o, se preferite “Cronosisma 2”. Lo vorrei chiamare “Cronosisma 2”, per distinguerlo dagli altri due, dato che di questo romanzo non ho, alla fine, trovato traccia. “Cronosisma” continua fino alla fine a parlarci di come sarebbe potuto essere “Cronosisma 1”, dandocene alcuni assaggi. Il risultato non si può neppure definire una raccolta di racconti commentati: mi sembra più un commento a un libro immaginario intervallato da racconti. Viene allora in mente Borges con la sua letteratura immaginaria, anche se qui “Cronosisma 1” più che immaginario è un aborto di libro. Si può però dire che siamo dalle parti del metaromanzo, di un romanzo (una sorta di autobiografia parziale) che parla di un altro romanzo, lo pseudobiblion “Cronosisma 1”.

Kurt Vonnegut

Gli stralci di racconti a volte mi sono parsi banali, altre trovate invece sono stimolanti, ma la capacità narrativa di Vonnegut è buona e quindi il volume si riesce a leggere nonostante la sua discontinuità e c’è persino chi lo considera geniale (in effetti alcune frasi lo sono), ma si rimane con l’amaro in bocca per non essere riusciti a leggere una storia con una trama molto promettente. Mi toccherà scriverlo io, questo “Cronosisma 2”!

 

In attesa vi lascio qualche citazione, dato che alcune definizioni sparate lì sono forse la cosa migliore del libro e ciò che lo ha fatto amare:

 

La mia compianta prozia Emma Vonnegut disse disse di odiare i cinesi. Suo genero le rispose che era cattivo odiare così tanta gente in una volta sola.”

 

” Riguardo al declino e alla caduta della civiltà romana c’è una teoria secondo cui si trattò di una conseguenza delle loro tubature in piombo. L’avvelenamento da piombo rende la gente pigra e ottusa.

Qual è la VOSTRA SCUSA?”

 

Dirò anche che fare l’amore, se sincero, è una delle migliori idee che Satana abbia ficcato nella mela che poi diede al serpente per passarla a Eva. In quella mela, comunque, l’idea migliore in assoluto è quella del jazz.”

 

“Nel sistema solare c’è un pianeta i cui abitanti sono talmente scemi da non accorgersi, per un milione di anni, dell’esistenza dell’altra metà del pianeta. Se ne sono accorti solo cinquecento anni fa! Solo cinquecento anni fa! E dire che si danno reciprocamente dell’homo sapiens!”

 

“Nelle conferenze sostengo sempre che minimo il 50% dei matrimoni americani va a rotoli perché la maggior parte di noi non ha famiglie allargate. Oggi, quando ci si sposa, ci si becca una persona soltanto.”

 

“La cosa principale a proposito di Van Gogh e me” disse Trout “è che egli dipingeva quadri che sbalordivano lui stesso per la propria importanza, anche se nessun altro pensava che valessero una cicca. Io scrivo racconti che mi sbalordiscono, anche se nessun altro pensa che valgano una cicca”.

 

“I raccontatori di storie a mezzo inchiostro e carta – non che ancora contino qualcosa – si dividono in due categorie: quella degli “incursori” e quella dei “rifinitori”. Gli incursori scrivono la loro storia in fretta, a capofitto, alla brutto dio, come viene viene. Poi ci tornano sopra instancabilmente per sistemare tutto ciò che è venuto male o che non funziona. I rifinitori vanno avanti frase dopo frase, lavorando il periodo finché diventa esattamente come lo volevano, poi passano al successivo. Scritta l’ultima frase, il racconto è terminato.”

 

“Non è possibile che un cervello umano non assistito – cioè nientaltro che poltiglia, un chilo e mezzo di spugna imbevuta di sangue- possa aver scritto Stardust, per non parlare della nona di Beethoven.”

 

“E’ chiaro che capisco che la ripugnanza ispirata persino adesso, e forse per sempre, della parola <comunismo> è una degna risposta alla crudeltà e all’ottusità dei dittatori dell’URSS, che si erano definiti comunisti con lo stesso disinvolto arbitrio con cui Hitler si definiva cristiano”.

 

“Mi hai detto che avevo qualcosa.”

“Eri malato, ma adesso stai di nuovo bene, e c’è un sacco di lavoro da fare.”

“Voglio sapere cos’hai detto che avevo.”

“Ho detto che avevi il libero arbitrio.”

“Libero arbitrio, libero arbitrio… Me l’ero sempre chiesto cos’avevo. Ora so come si chiama.”

PPZ – QUANDO LA MISCELA DI GENERI CREA UN PICCOLO CAPOLAVORO

Di solito recensisco solo libri, ma questa settimana ho visto un film che non posso esimermi dal commentare e che comunque ha una doppia dote letteraria, nasce cioè da due libri, indirettamente, da “Orgoglio e Pregiudizio” di Jane Austen e, direttamente, da “Orgoglio, Pregiudizio e Zombie” di Seth Graham Smith.

PPZ – Pride+Prejudice+Zombie” è, infatti, la trasposizione cinematografica del libro di Seth Graham Smith, che a sua volta, due secoli dopo, inserisce il romanzo del 1813 in un’Inghilterra ucronica in cui, da circa un secolo, un’epidemia ha trasformato gran parte della popolazione in zombie.

Il risultato non è una parodia del celebre romanzo inglese, ma un prodotto intelligente e innovativo, che mescola con eleganza e raffinatezza generi tra loro diversi, partendo dal romanzo sentimentale (se la trama non fosse quella di un classico della letteratura mondiale, vista l’ambientazione storica, potremmo parlare di romance), inserendoci un’ucronia, arriva a realizzare un romanzo gotico-avventuroso.

Seth Graham Smith

Sebbene l’ucronia sia solo una componente, presenta una certa raffinatezza, mostrandoci non semplicemente un mondo devastato dagli zombie, ma anche gli effetti storici e culturali nel tempo di un simile evento. Troviamo un’Inghilterra e presumibilmente l’intera Europa (si fa solo un accenno alla Francia) devastata da questa malattia che somiglia a un’invasione e a un’infinita guerra civile e quindi ormai degradata, con il risultato che il centro della cultura si è spostato, con secoli di anticipo, in oriente. I ragazzi e le ragazze ora non vanno più a studiare a Parigi ma in Giappone o, se non se lo possono permettere in Cina. Le cinque ragazze Bennet sono aristocratiche, ma non abbastanza ricche da potersi permettere gli studi in Giappone e vengono derise per la loro cultura cinese, la cui qualità sapranno però ben difendere. Poiché siamo in un mondo violento, persino le ragazze imparano
le arti marziali e ne fanno uso. Deliziosa la scena in cui discutono tra loro di amore e filosofia picchiandosi selvaggiamente!

La vita civile si conserva in alcune oasi grazie a muri e fossati che isolano alcune città (o quantomeno Londra) dai morti viventi. Graziosa la citazione tolkeniana della Terra Di Mezzo per descrivere il territorio fuori di Londra, tra il muro e il più ampio fossato.

Anche il tema degli zombie è trattato con una certa originalità. Non siamo, infatti, di fronte ai classici morti che camminano senza parola o intelletto che si conosce dall’inizio del genere e che ancora oggi ritroviamo in ottime serie TV come “The Walking Dead” o “Z Nation”. Gli zombie qui piuttosto possono ricordare le strane creature un po’ zombie, un po’ vampiri, un po’ alien (con quella sorta di serpe che esce dalle fauci) di “The Strain” o almeno quelle tra loro dotate di raziocinio. Comune ad altre storie, come “Io sono Leggenda”, è l’idea che la trasformazione avvenga per un virus, ma qui diversi sono non solo i tempi del contagio, assai più lenti, con lunghi tempi di incubazione, ma il comportamento di queste creature, che mantengono un’intelligenza malvagia, una capacità di parlare e un raziocinio strategico, cosa che li rende ancor più pericolosi.

Guardando le storie di morti viventi mi sono spesso detto che questo tipo di storie non potrebbe funzionare che in America o comunque non certo in Italia. Il presupposto per queste trame, infatti, sono le case della periferia americana, con porte fragili, finestre al piano terreno che anche un bambino potrebbe scavalcare. Se in Italia ci fosse un’epidemia zombie, troveremmo non solo castelli, torri e fortezze varie per difenderci, ma basterebbero i muri di tante ville o anche solo le finestre sbarrate di tante case a salvare gran parte della popolazione e a rendere difficile la trama di una storia del genere.

PPZ” ci mostra una soluzione per importare in Europa gli zombie, rendendoli appunto più intelligenti e capaci di complottare per superare le pur efficaci misure difensive del vecchio continente. Strano che Seth Graham Smith sia americano!

Non so il romanzo, che ancora non ho letto, ma il film riesce poi a unire a romance, romanzo sentimentale, romanzo gotico-horror, avventura, umorismo anche una delle componenti alla base del successo delle storie di amore gotico alla “Twiligh” presentando non solo le belle e agguerrite sorelle Bennet, ma anche un certo numero di ragazzotti che penso le ragazze in sala dovrebbero trovare interessanti.

Accennavo all’umorismo, che qui non è, come detto, quello grossolano delle parodie cinematografiche alla “Scary Movie”, ma quello raffinato dei riferimenti culturali. Questo forse potrà essere il maggior ostacolo al successo che un simile film (e immagino un simile libro) meriterebbe, dato che per apprezzarlo a pieno sarebbe bene avere almeno un’idea dell’ucronia, dei classici del romanzo gotico e, direi, conoscere il romanzo originale di Jane Austen.

Se sentirete dire da qualcuno che non gli è piaciuto, probabilmente è perché gli mancano almeno un paio di questi pilastri culturali. Personalmente sono riuscito ad apprezzarlo pur avendo solo un ricordo vago della trama del romanzo ottocentesco da cui è stato generato, ma sono certo che l’avrei goduto maggiormente conoscendolo meglio.

Le sorelle Bennet in PPZ

UNA MIA UCRONIA IN STAR TREK

e794a-if_n18_cop_prima2bcopiaMentre nelle sale cinematografiche di tutto il Pianeta Terra impazza il settimo film del ciclo di “Guerre Stellari”, Tabula Fati dedica il numero monografico n. 18 di IF – Insolito & Fantastico all’altra grande (e per me inferiore) saga fantascientifica di questi nostri anni: “Star Trek”.

Ultimamente la rivista è tornata all’originaria ripartizione che vedeva una parte saggistica e una narrativa, prevedendo anche un concorso a tema, il cui risultato è la pubblicazione di tre racconti.

Tra i racconti pubblicati, fuori concorso, compare anche il mio, di sapore ucronico, “L’altra Gerusalemme”, in cui immagino che al termine della Seconda Guerra mondiale, Israele sia fondato tra le due Germanie anziché in Palestina. Ho scritto il racconto con l’idea di mostrare come sarebbe cambiato, in tale situazione, il terrorismo internazionale in Medio Oriente e in Europa.

Sebbene incentrato sulla saga di “Star Trek”, il volume non manca di dedicare un capitolo alle vicende dei Cavalieri Jedi, con l’articolo di Riccardo Rosati “La religione in Star Wars”.

Interessante, in particolare, l’analisi di M. Gobbo sul tema “Star Trek come rappresentazione filmica di un cinquantennio”. La longevità infatti, di entrambe queste serie, le rende entrambe termometri dell’evoluzione della nostra società, del modo di concepire il cinema e la fantascienza.

Curioso il raffronto di Nunziante Albano tra “Star Trek” e la serie tedesca “Raumpatrouille”.

Fuori tema, Vito Tripi ci parla di Dottor Destino, Gianfranco De Turris ci parla dello scomparso Hans Ruedi Giger, l’inventore di Alien, morto il 12/05/2014, e Marco Cimmino delle debolezze dei narratori fantastici italiani dei secoli scorsi.

Scattate con Lumia Selfie

Il Lato Oscuro di… Carlo Menzinger

Nella parte narrativa, a parte il mio racconto e i vincitori del concorso, Franco Piccinini, Juri Casati e Franco Calabrese, rileva il finale del romanzo “La donna eterna” (She, 1887) di Henry Ridder Haggard.

Colgo l’occasione della lettura della recensione, in fine volume, di tre romanzi sugli zombie scritti da autori italiani (Nicola Furia, Massimo Spiga, Alessandro Girola) fatta da Vito Tripi, per riportare una mia veloce riflessione: le storie di zombie in Italia non potrebbero funzionare. Abbiamo case troppo “fortificate”, alti muri, vere fortezze. Le storie di apocalissi zombie funzionano solo in paesi come l’America con case di periferia che sembrano fatte di cartone, porte di vetro, finestre al piano terra senza inferriate. Dunque, stiamo tranquilli: se mai ci sarà un’apocalisse zombie, gli italiani si salveranno!

Trascorrete un 2016 sereno!

 

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