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CONTROLLARE IL FLUSSO DEL TEMPO

In occasione della fiera milanese della letteratura fantastica “Stranimondi 2019”, ho partecipato alla presentazione del volume “Il tempo è come un fiume” di Franco Piccinini, pubblicato da Edizioni della Vigna, del medesimo Gruppo Editoriale Tabula Fati – Solfanelli che ha pubblicato il mio “Apocalissi fiorentine”, che ho avuto modo di presentare in coda all’intervento di Piccinini e che molte tematiche condivide con questo libro, da quelle sulle mutazioni del tempo alle tematiche ambientali.

Come si legge nell’interessante introduzione firmata da Adalberto Cersosimo, il romanzo di Piccinini, che parla di una squadra speciale di poliziotti che lottano contro i paradossi derivanti dai viaggi nel tempo, ha vari precedenti illustri, innanzitutto “La legione del tempo” (1938) di Jack Williamson e “La pattuglia del tempo” (1955) di Poul Anderson. In entrambi, come ne “Il tempo è come un fiume”, ritroviamo delle organizzazioni impegnate a intervenire nei momenti critici della storia per ristabilire la linea temporale originaria. Di recente ho letto un altro romanzo basato sulla stessa idea: “I riparatori del tempo” (Porto Seguro Editore, 2019) di Federica Milella.

A queste opere si aggiungono altre in cui i protagonisti, sebbene non strutturati in una vera e propria organizzazione, lottano comunque per ristabilire l’ordine degli eventi alterato da un viaggio nel tempo, quale “Due volte nel tempo” (1940) di Manly Wade Wellmann, che spiega l’esistenza di Leonardo da Vinci con un paradosso temporale, o la celeberrima serie di film “Ritorno al futuro”.

L’idea di un’organizzazione che controlli il tempo, ma non per ristabilire quello originale, bensì per avere un futuro migliore la troviamo invece ne “La fine dell’eternità” di Isaac Asimov.

Come in parte si capisce dal titolo, per PiccininiIl tempo è come un fiume”, ma non nel senso che segue un unico percorso dalla montagna al mare, bensì, come in effetti fanno i fiumi, il suo corso a volte può incontrare un ostacolo e l’acqua può muoversi un po’ a destra, un po’ a sinistra di una roccia. Se la roccia è grande, il fiume potrebbe addirittura dividersi. Magari prima o poi le due metà confluiranno in un nuovo fiume, ma potrebbero anche restare separati. La Polizia Temporale del romanzo di Piccinini cerca di evitare che il fiume si divida.

Questa visione somiglia solo in parte con la mia idea di universi divergenti, sulla cui base ho scritto varie ucronie e, in particolare, la serie di romanzi di “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia”. In questi romanzi definisco il tempo non come un fiume ma come un frattale, una serie di linee che si dividono e uniscono infinite volte. Supero il concetto stesso di paradosso, immaginando che ogni scelta, ogni azione diversa porti alla creazione di un universo divergente, che coesiste con gli altri. Il compito dei miei Guardiani dell’Ucronia è così quello di evitare le “invasioni” da un universo all’altro, non che il tempo muti percorso, cosa non rilevante, dato che tutte le storie possibili coesistono lungo diverse linee del frattale. In ogni caso, entrambi non vediamo (narrativamente parlando) il tempo come una retta, ma come una serie di linee divergenti e convergenti e questo mi pare singolare nel panorama delle storie sui viaggi nel tempo.

Un’altra similitudine di questo romanzo con le mie opere è che anche Piccinini usa il termine ucronia, che non mi risulta sia, invece, utilizzato nel resto della narrativa su i viaggi nel tempo e parla, come me, di universi divergenti e non dei più comuni mondi paralleli.

“«Viene da un universo parallelo?»

«Mmm. Noi ricercatori preferiamo parlare di linee temporali divergenti: è più preciso…»” (pag. 175).

Anche la sua visione dell’ucronia, almeno in teoria (in pratica direi che io sono più drastico) mi pare simile alla mia nei suoi effetti dirompenti, se Piccinini crede in quanto scrive a pagina 168:

Come recitava un vecchio proverbio americano: mancò un chiodo e si perse il ferro, mancò il ferro e si perse il cavallo, mancò il cavallo e si perse il messaggio, mancò il messaggio e si perse la guerra”.

Altra peculiarità di questo romanzo è che è ambientato soprattutto a MiTo, la grande area metropolitana che, nel 2151, immagina unificare Milano e Torino. Credo che questo faccia riferimento a un’idea urbanistica degli anni ’80 o ’90, per un progetto che chiamava l’area proprio MiTo. Anche in qualcosa che ho scritto io se ne parla.

Da apprezzare c’è quindi lo sforzo di fare fantascienza ambientata in Italia (come ho provato a fare anche io con l’antologia distopica “Apocalissi fiorentine” e altri racconti). Non dico che ogni autore dovrebbe ambientare le sue storie nel proprio Paese, ma se non siamo noi italiani a scrivere storie in Italia, dobbiamo attendere che lo facciano altri, che assai meno bene conoscono la nostra nazione, con risultati da brochure turistica?

Se i riferimenti ai grandi autori dei viaggi nel tempo sono evidenti, è altrettanto chiaro che Piccinini è uno che la fantascienza la conosce e la ama.Risultati immagini per Franco Piccinini Il tempo

Sebbene sia in Italia, questa MiTo a volte mi ricorda “Abissi d’Acciaio” (1953) e gli altri romanzi del ciclo dei robot di Isaac Asimov, e un omaggio al grande autore russo-americano, mi paiono anche le Tre Leggi della Cronotica, che appaiono all’inizio del volume e ricordano, ovviamente le Tre Leggi della Robotica asimoviane, così come il suo investigatore mi fa pensare a Elijah Baley, anche se lui, a volte, si sente più simile all’agente 007 (pag. 218).

Un altro autore citato, mi pare Arthur C. Clarke (“Le fontane del paradiso”, 1979) con i suoi ascensori spaziali (pag. 133), mentre gli specchi solari con cui sono illuminate le strade all’ombra di alti grattacieli, mi ricordano i pozzi di luce del mio “Via da Sparta”.

Italiana questa MiTo, sì, ma quanto mai multietnica e multiculturale, con potenti mafie internazionali che s’incontrano e scontrano, in primis, quella cinese. E il mistero da risolvere, legato a paradossi temporali, riguarda una potente figura, apparentemente morta in modo naturale, creando grandi squilibri tra queste comunità.

In conclusione, una storia in puro stile fantascientifico, che gli amanti del genere di sicuro apprezzeranno, sia per i numerosi riferimenti culturali, sia per l’originalità e la vivacità della trama, che coinvolge sempre e trascina fino alla fine.

 

PISA BOOK FESTIVAL E ALTRI EVENTI

Gli ultimi giorni sono stati tutti una successione di eventi letterari, che mi hanno visto coinvolto in vari modi.

Venerdì 8 Novembre 2019 sono stato ospite dell’Associazione Arcobaleno (Firenze) per la presentazione del volume collettivo “Perché non siamo fatti per vivere in eterno?, curato da Massimo Acciai Baggiani, con la partecipazione di 11 autori, e i cui proventi vanno all’associazione stessa. È stata per me occasione per raccontare le mie esperienze di scrittura collettiva e le diverse tecniche di coordinamento usate in tali occasioni. “Perché non siamo fatti per vivere in eterno?” è stato, per esempio scritto con la tecnica del round robin, ovvero ogni autore riprende quanto scritto dagli autori precedenti e lo sviluppa. Tra gli undici autori c’è anche un misterioso K. Von Zin.

Poiché il romanzo presentato era  una storia di vampiri, ho anche fatto un piccolo approfondimento sulle motivazioni che spingono, a mio avviso, oggi gli autori a scrivere storie di licantropi e vampiri, riprendendo quanto da me scritto ai tempi della pubblicazione del volume collettivo illustrato da me curato “Il Settimo Plenilunio” (Ed. Liberodiscrivere, 2010). Da una parte credo che le creature della notte rappresentino un po’ la paura del diverso e siano espressione delle perplessità verso l’arrivo di “migranti”, dall’altra, credo che il successo del genere presso gli adolescenti deriva dal fatto che i giovani vivono in tale fase un forte mutamento e provano una sorta di paura-attrazione verso l’adulto che emerge in loro, che ricorda in qualche modo la mutazione in lupo del licantropo o la trasformazione in vampiro di chi è morso da uno di essi (non dimentichiamone le implicazioni sessuali a questo spesso connesse).

 

Paolo Ciampi e l’editore Luca Betti

Sabato 9 Novembre ero al Porto Seguro Show, che questo mese si è tenuto al Porto di Mare (Firenze). Come da consuetudine venivano presentati i nuovi autori del mese della casa editrice Porto Seguro, questa volta circa una ventina, più alcuni dei precedenti. Come di consueto, mi sono ritagliato un piccolo spazio per presentare la mia trilogia ucronica “Via da Sparta”, che descrive le avventure di una giovane schiava violentata e incinta in fuga attraverso un presente distopico in cui Sparta domina il mondo e la cultura ateniese è stata cancellata. A luglio, infatti, è uscito il terzo volume della saga “La figlia del ragno”. L’editore Paolo Cammilli mi ha coinvolto in un dibattito pubblico sul mondo dell’editoria. Non ha, infatti, condiviso l’analisi fatta durante il recente

Gaia Rau, vanni Santoni e Alberto Casadei

incontro da me organizzato assieme a Barbara Carraresi, per il GSF Gruppo Scrittori Firenze presso l’ASD Laurenziana con Vanni Santoni sul tema “Come pubblicare con un grande editore”, tema poi approfondito nel successivo incontro “Riflessioni sull’editoria”. Cammilli, sostiene, infatti, che le grandi casi editrici prendono in considerazione gli autori solo dopo che hanno venduto grandi numeri e che questi si possono fare anche con case editrici come Porto Seguro e che, anzi, alcuni loro autori già hanno raggiunto vendite significative. Nell’incontro della Laurenziana era stato sostenuto, invece, che alle grandi case editrici, si passa solo arrivando da certe riviste letterarie e da queste a case editrici di un  certo tipo.

 

Domenica 10 Novembre sono stato a visitare il Pisa Book Festival assieme a Massimo Acciai Baggiani, che ha già scritto un ampio resoconto della nostra giornata, cui rimando per chi ne volesse sapere di più. In sostanza, a parte il giro degli stand, soprattutto di case editrici di media e piccola dimensione, ho partecipato a quattro incontri, la presentazione dell’antologia di climate fiction “Antropocene” curata da Roberto Paura e Francesco Verso (era presente quest’ultimo); la presentazione della nuova antologia di racconti del poeta della narrativa di viaggio Paolo CiampiTra una birra e un racconto”; la presentazione dell’ultimo giallo di Vichi da parte del giallista Leonardo Gori (di recente incontrato alla relazione di Sergio Calamandrei sulla “Struttura nascosta del giallo e del noir”, tenuta alla Laurenziana per il GSF) e, infine, la presentazione del nuovo romanzo familiare di Vanni SantoniI fratelli Michelangelo”, edito da Mondadori, e della riedizione del romanzo “Gli interessi in comune” con Laterza (la prima edizione era Feltrinelli).

Con l’occasione ho conosciuto gli autori del Collettivo Scrittori Uniti e Claudio Secci è stato così gentile da farmi intervistare da Chiara De Muro

Francesco Verso

Massimo Acciai Baggiani e Carlo Menzinger di Preussenthal

Arrighetta Casini, Vincenzo Sacco e Clara Vella

 

Lunedì 11 Novembre mi sono recato presso la SMS di Rifredi dove le professoresse Clara Vella e Arrighetta Casini tenevano il loro consueto incontro letterario del lunedì e presentavano il nuovo romanzo di Vincenzo Sacco, già presidente del GSF Gruppo Scrittori Firenze,  “L’uguaglianza delle ossa”. Il romanzo giallo ambientato nella Napoli di fine XVIII secolo, ci porta nel mondo dei lazzeri napoletani. Ne avevo già una copia, che spero di leggere presto. Di Sacco, ho  apprezzato di recente “Come la sabbia nel deserto”.

 

Martedì 12, Vanni Santoni, reduce dal Pisa Book Festival, è stato di nuovo ospite del GSF Gruppo Scrittori Firenze presso l’ASD Laurenziana, questa volta per presentare, da me intervistato, i medesimi libri appena illustrati a Pisa “I fratelli Michelangelo” e “Gli interessi in comune”. Santoni c’ha raccontato come i personaggi de “Gli interessi in comune” si siano nel tempo sviluppati in altri tre romanzi e abbia quindi sentito l’esigenza di riproporre la storia di partenza. “I fratelli Michelangelo” sono, invece, un grande affresco familiare nel quale Santoni racconta di un padre con cinque figli, avuti da quattro madri diverse, che non si conoscono tra loro e, ormai adulti, sono chiamati a incontrarsi, per motivi misteriosi, da questo padre assente. È occasione per parlare di paesi diversi, spostando la scena in varie parti del mondo, e per descrivere il nostro tempo, così svuotato d’ideali. Il tema della droga, centrale ne “Gli interessi in comune”, come momento di sperimentazione ed esperienza, ritorna qui soprattutto nella sua accezione economica. Anche l’India che vi compare è più un contesto economico sociale, che non il mondo in cui nel secolo scorso, si andava alla ricerca di sé, di nuovi cammini spirituali o di esperienze con sostanze stupefacenti.

Come evidenziavo durante l’incontro, mi sono riletto la mia recensione del 2008 della prima edizione de “Gli interessi in comune”, dove concludevo: “E segnatevi questo nome: Vanni Santoni, perché ne sentirete parlare presto ancora”. Credo di non essermi sbagliato.

Carlo Menzinger presenta Vanni Santoni

Infine, ieri, mercoledì 13, sono stato ospite della più antica associazione ambientalista italiana, Pro Natura, di cui sono membro, per presentare il mio nuovo romanzo, pubblicato con il Gruppo Editoriale Tabula Fati, con marchio World SF Italia, uscito in occasione del festival Stranimondi 2019 di Milano, “Apocalissi fiorentine”.

Massimo Acciai Baggiani presenta “Apocalissi fiorentine” di Carlo Menzinger

Introdotto dal presidente di Pro Natura Firenze, Gianni Marucelli, Massimo Acciai Baggiani, già autore della mia biografia letteraria “Il sognatore divergente”, ha fatto un excursus sulle mie opere precedenti e introdotto il volume.

Era presente anche il professor Marcello Scalzo, curatore delle immagini che arricchiscono il volume con rielaborazioni grafiche della città di Firenze, che ha illustrato il progetto grafico portato avanti con i suoi studenti per vari anni, di cui il volume riporta solo una selezione.

Apocalissi fiorentine” è un’antologia di racconti distopici che, in ordine cronologico, affronta momenti di crisi della città di Firenze, dalla sua fondazione a un futuro immaginario, con l’intento di evidenziare la fragilità della storia, delle città e del mondo nel suo insieme, in una sorta di piccolo campanello d’allarme per le tante problematiche che ci minacciano, quali perdita di biodiversità, surriscaldamento, deforestazione, desertificazione, inquinamento, tensioni sociali, terrorismo, guerre. Il volume si muove così tra ucronie, fantascienza, climate fiction e surreale.

La serata è stata intensa e le tematiche affrontate hanno scatenato un acceso dibattito.

Carlo Menzinger intervistato da Chiara Di Muro

Come risultato di queste intense giornate letterarie, la già lunghissima lista dei libri da leggere si è arricchita di nuovi volumi che vanno ad aggiungersi ai miei scaffali (per fortuna che ora leggono soprattutto e-book, perché gli spazi vanno scarseggiando):

  • Lamberto Burgassi – Social control – La verità di Tim Works – PSE
  • Renato Campinoti – Non mollare Caterina – PSE
  • Marcovalerio Bianchi – Il precipizio – PSE
  • Vincenzo Sacco -L’uguaglianza delle ossa – PSE
  • Roberto Paura e Francesco Verso, a cura di – Antropocene – Future fiction
  • Jean-Pierre Filiou – Le apocalissi nell’Islam – O barra O Edizioni
  • Paolo Ciampi – Tra una birra e una storia – Betti
  • Vanni Santoni – I fratelli Michelangelo – Mondadori
  • Alberto Pestelli – Un etrusco tra i nuraghes – Vol. III – Youcanprint

Oggi poi mi è arrivato per posta anche:

  • Pierparide Tedeschi – La mutazione – Edizioni Solfanelli

Di seguito i link ai video:

Chiara Di Muro intervista Carlo Menzinger al Pisa Book Festival

Presentazione di Apocalissi fiorentine

Presentazione di “Perché non siamo fattio per vivere in eterno?”

IL DUCE NON È MORTO

Risultato immagini per il 9 maggio Prosperi"Pierfrancesco Prosperi è lo scrittore italiano di fantascienza & affini di più lungo corso (insieme a Renato Pestriniero, che però è di una generazione precedente) e maggior produzione con all’attivo centinaia di racconti e dozzine di romanzi, uno dei rari autori inoltre in cui la quantità non va a detrimento  della qualità, difficile che si trovi una storia mediocre o con idee banali” scrive all’inizio della postfazione de “Il 9 Maggio” Gianfranco de Turris, uno che di fantascienza se ne intende e ne scrive da anni.

Prosperi non è solo uno dei maggiori autori di fantascienza italiani, è anche uno dei pochi autori importanti di ucronie (tra le più celebri “Garibaldi a Gettysburg”).

Il 9 Maggio” (pubblicato a ottobre 2019 da Homo Scrivens) è, appunto, un esempio di storia alternativa. Il sottotitolo è molto esplicativo “Cosa sarebbe successo se Hitler fosse morto a Firenze nel 1938?”. Prosperi sovrappone alla visita effettivamente effettuata dal Führer in alcune città italiane, tra cui Firenze, l’organizzazione di un immaginario attentato alla sua vita.

Agli eventi del 1938 si alternano altri di anni successivi, in particolare il 1969, in cui vediamo che l’attentato ha avuto successo, Mussolini si è salvato e Hitler è morto. Ne consegue che non abbiamo la Seconda Guerra Mondiale e il fascismo in Italia non è abbattuto. Mussolini, quindi, ne rimane il leader fino alla morte.

La mia visione della storia e dell’ucronia mi porta a pensare che ogni piccola variazione porti dietro effetti crescenti. Anche Prosperi afferma qualcosa del genere in questo stesso libro, ma il mondo che descrive è più simile al nostro di quanto forse lo avrei dipinto io, immaginando la morte del dittatore tedesco e l’assenza di una guerra devastante come la Seconda.

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Pierfrancesco Prosperi

Non avrei, insomma, immaginato che alcuni politici e giornalisti avrebbero seguito le medesime carriere e professioni. La scelta di Prosperi è, però, io credo, volutamente ironica. Ci mostra infatti Fanfani e Andreotti militare nel Partito Fascista e persino Bocca e Scalfari inneggiare ai meriti del Duce! Qui credo, insomma, che l’intento satirico e il voler mostrare quanto la nostra politica possa essere “voltagabbana” sia prevalso sul desiderio della plausibilità storica e non posso che apprezzare la scelta, che ci rende così un romanzo che non solo fa riflettere (come sempre dovrebbe fare l’ucronia, che ci mostra la fragilità della storia e le sue infinite possibilità), ma anche sorridere.

La trama, già di per sé articolata, con i diversi piani temporali, si presenta per nulla scontata, con un colpo di scena suggestivo.

La ricostruzione di un Italia fascista non è una novità, si pensi a “Nero italiano” di Giampiero Stocco o “L’inattesa piega degli eventi” di Enrico Brizzi e il periodo storico è quello più sfruttato dal genere allostorico (oltre che dallo stesso Prosperi, che ha di recente pubblicato, tra le altre cose, “Il Processo numero 13”), basti pensare al celeberrimo “La svastica sul sole” di Dick, a “Fatherland” di Harris o anche alle saghe “Invasione” e “Colonizzazione” di Turtledove, agli ironici film “Iron sky” e “I fascisti su Marte” di Corrado Guzzanti e Igor Skofic, a “Bastardi senza gloria” di Tarantino. Prosperi riesce, però a fare una ricostruzione originale e a imbastirci sopra una narrazione coinvolgente, con dei personaggi che si fanno ricordare.

Il mondo che ne vien fuori ha i soliti difetti del nostro e non è poi tanto peggio. Non è, insomma, occasione per immaginare una distopia, ma neppure un’utopia e in questo si sente che il distacco da quegli anni è ormai grande, rispetto a quando ne scriveva Dick (1962) ed era impellente mostrare la differenza tra il presente e il passato.

L’idea sembra essere che Mussolini, senza Hitler, avrebbe fatto assai meno danni di come è stato.

Hitler a Firenze – Fotomontaggio di Lapeira

I COMPLOTTI UCRONICI DI SHAKESPEARE

Risultati immagini per per il trono d'inghilterraNel 1588 la flotta spagnola tentò per la seconda volta di invadere l’Inghilterra, ma, soprattutto a causa di una bufera, dovette rifugiarsi nel porto di La Coruña per riparare i danni subiti.

Harry Tutledove nella sua ucronia “Per il trono d’Inghilterra”, immagina che venti favorevoli abbiano permesso a Filippo II di Spagna di conquistare il regno britannico.

La storia vede protagonista, una decina d’anni dopo, in questa Gran Bretagna spagnolizzata, William Shakespeare (Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1564– Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1616) che è contattato in contemporanea dai dominatori spagnoli per predisporre un dramma celebrativo di Filippo II di Spagna, ormai sul letto di morte, e dall’altra dai ribelli inglesi, che vorrebbero liberare dalla Torre di Londra la detronizzata Elisabetta I e riportarla alla guida del regno.

Il drammaturgo, temendo per la propria vita, si trova così a predisporre assieme due opere di opposto orientamento politico, nascondendo ciascuno all’altra parte, il “Filippo II” e la “Boudica”.

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Harry Turtledove

Lo affiancano personaggi storici come i suoi attori Richard Burbage e William Kempe o i drammaturghi Christopher Marlowe (Canterbury, febbraio 1564 – Londra, 30 maggio 1593) e Lope de Vega ((Madrid, 25 novembre 1562 – Madrid, 27 agosto 1635).

Quello che viene da chiedersi è se davvero l’arte e, nello specifico, il teatro abbiano il potere di muovere gli animi al punto da generare rivolte o guerre, come immagina Turtledove.

L’autore, che ho molto apprezzato in quel grandioso affresco ucronico globale dai numerosi punti di vista che è la saga “Invasione” (in cui immagina che un’invasione aliena interrompa la Seconda Guerra Mondiale”), in “Per il trono d’Inghilterra” si diletta a smontare le opere shakespaeriane e a rimontarle a modo suo, infarcendo il romanzo di numerose citazioni dal drammaturgo inglese, in un gioco che certo chi ben conosce le opere del bardo potrà meglio apprezzare.

 

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William Shakespeare

 

FRAGILITÁ URBANE

Il nostro pianeta è sempre più a rischio. Tensioni demografiche e sociali, un clima fuori controllo, la perdita della biodiversità, tecnologie dagli effetti imprevedibili, deforestazione, inquinamento dell’aria e dell’acqua, lavori alienanti minano il nostro mondo. Gli ecologisti sono tornati quanto mai attivi, ma forti interessi economici cercano di far passare per falso il loro grido d’allarme. Eppure, il degrado del pianeta, per colpa dell’uomo, è quanto mai evidente. Forse il surriscaldamento sembra un tema troppo lontano, qualcosa che riguarda solo gli orsi bianchi, la deforestazione sembra un problema del Brasile, l’inquinamento riguarda mari lontani, la perdita di biodiversità sembra una questione da zoologi. Come si può fare per far capire che questi sono problemi che ci riguardano da vicino? Come nella storia di Maometto e della montagna, credo si tratti di portare il problema vicino alla gente, di portarlo nelle nostre città, per capire quanto queste siano fragili, persino più fragili dell’intero ecosistema. Ho scritto così “Apocalissi fiorentine” (Carlo Menzinger di Preussenthal – Edizioni Tabula Fati – 12 Ottobre 2019).

Apocalissi fiorentine”, spesso con ironia, a volte in modo surreale, narra come Firenze, nel passato, abbia rischiato di scomparire e come, in futuro, potrebbe trovarsi a cessare di esistere. Non aspettatevi cataclismi ecologici in ciascun racconto. A volte la fragilità urbana emerge da scontri politici, guerre o altri fattori che sembrano non avere nulla a che fare con i problemi di cui dicevamo. “Apocalissi fiorentine” vuole però dirci quanto sia fragile la storia e l’esistenza di una città. Parla di Firenze, ma potrebbe trattare di qualunque altra città. Credo che se capiremo questo, saremo più pronti a comprendere la fragilità di tutto il mondo che ci circonda e il nostro dovere di preservarlo.

Apocalissi fiorentine” è dunque una raccolta di racconti distopici di fantascienza, climate fiction e ucronia, ambientati a Firenze, che ci parla di fragilità urbane e ambientali.

Il volume è corredato da 48 illustrazioni realizzate dal Professor Marcello Scalzo della Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze e dai suoi studenti, eseguite dall’A.A. 2008 al 2012, che le ha messe a disposizione per questo libro. La copertina, a cura dell’editore, è di Vincenzo Bosica. Le immagini presentano una Firenze desertificata, sommersa dalle acque, congelata, aggredita dalla vegetazione, trasformata da nuovi sviluppi urbani.

Apocalissi fiorentine” può già essere ordinato nel sito del Gruppo Editoriale Tabula Fati al prezzo speciale di € 14,45 o richiesto all’autore (per chi volesse la dedica).

L’antologia sarà presentato al festival di Milano “Stranimondi” il 12 e 13 Ottobre 2019.

La potrete trovare allo stand del Gruppo Editoriale Tabula Fati e sarà presentata brevemente dall’autore, sempre in Sala Presentazioni, sabato 12 alle ore 12,00 nello spazio della rivista Dimensione Cosmica e domenica 13 alle ore 14,00 nello spazio “Il tempo è come un fiume” (Edizioni Della Vigna).

 

LA SECONDA UCRONIA DI TARANTINO

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Brad Pitt, Leonardo Di Caprio e Quentin Tarantino

Quentin Tarantino pare che stia ormai prendendo la mano a fare film ucronici, pur senza definirli tali. Già lo aveva fatto con “Bastardi senza gloria” e ora ripete l’esperienza con “C’era una volta a… Hollywood” (2019).

Come noto, il film, interpretato da Leonardo Di Caprio, Brad Pitt e Margot Robbie, è ambientato nella Los Angeles del 1969 e segue le vicende di un attore, che in compagnia della sua controfigura, cerca di riprendersi dal declino della propria carriera, che lo sta spingendo sempre più verso il cinema di serie B.

È l’occasione per Tarantino per giocare sul suo amore per gli spaghetti-western e i film di seconda categoria. Chiave di lettura, credo importante, per apprezzarne le citazioni. I personaggi di Rick Dalton e Cliff Both hanno un loro spessore e su di loro si regge per quattro quinti questo lungo film dalla trama piuttosto povera, oltre che su varie riprese interessanti e alcuni episodi curiosi. Lo scontro grottesco di Cliff con Bruce Lee fa, penso volutamente, il verso ai film di Bud Spencer e Terence Hill.

charles manson - manson family murders

Charles Manson

Tutto conduce (ma il percorso non è chiaro) verso il gran finale, tarantiniano per umoristica violenza estrema. Qui troviamo l’ucronia e il vero senso dell’intera storia.

Tarantino rovescia, infatti, il celebre eccidio di Cielo Drive in cui alcuni hippies della comunità detta Famiglia Manson, guidata da Charles Manson, assassinano nella loro villa hollywoodiana cinque persone, tra cui Sharon Tate, l’attrice moglie di Roman Polanski.

Ebbene, nel decadente mondo hollywoodiano di Tarantino, quest’omicidio non avviene perché i tre assassini, Susan Atkins, Linda Kasabian e Patricia Krenwinkel, hanno la sfortuna di incontrare Rick Dalton (interpretato qui da Di Caprio) e lo riconoscono come attore western e quindi come istigatore di violenza. Decidono così di cambiare meta e vanno a casa sua, anziché al 10050 Cielo Drive come nella realtà, dove abitavano i Polanski. Li si imbattono nello stuntman Cliff Both, nel suo feroce cane e nel lanciafiamme di Rick Dalton e sono massacrati orribilmente, in una sorta di vendetta o contrappasso ucronico.

Se il film è tutto sommato godibile per il suo giocare con i vecchi western, l’inversione ucronica gli conferisce un paio di marce in più. Peccato che la maggior parte degli spettatori non penso che siano in grado di cogliere l’aspetto allostorico. Del resto, la strage del 8 agosto 1969 è ormai troppo lontana nel tempo perché gli spettatori più giovani ne abbiano un ricordo diretto.

Non mi pare del resto che la cosa sia stata evidenziata particolarmente.

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I MONDI UCRONICI

L’ambientazione è uno degli aspetti più importanti quando si scrive un romanzo.

Ci sono generi, in cui l’ambientazione è pura creazione. Crearla è un’autentica espressione artistica. Se l’arte è creare, la letteratura raggiunge i massimi livelli di creatività quando crea mondi immaginari e lo fa tanto più quando è originale e si distacca dai precedenti.

L’ambientazione è fondamentale per il fantastico, che sia fantascienza, fantasy, ucronia, utopia, distopia, gotico.

É importante creare mondi verosimili e coerenti, che partendo da premesse immaginarie, mantengano però una logica precisa.

Ecco allora modi alieni, scenari post-apocalittici, futuri utopici, presenti alternativi, mondi paralleli, universi divergenti, mondi segreti e nascosti.

Ognuno di questi deve e può avere un’estrema caratterizzazione e una grande ricchezza di dettagli.

La difficoltà sta nel bilanciare il tentativo di rendere vivo e presente un mondo inesistente con quello di spiegarlo a chi non lo conosce, senza entrare in minuziosi dettagli tecnici, che nulla aggiungono alla trama. Perché a guidare deve essere questa, la trama.

L’ambientazione deve trasparire attraverso le sue maglie.

 

Assai caratteristica è la situazione per l’ucronia.

L’ucronia, che si pone a metà strada tra la fantascienza e il romanzo storico, mediante eventi immaginari o scelte mai fatte, modifica la Storia, rendendola diversa. Ne presenta dunque al lettore una versione alternativa. Non una sua diversa interpretazione, ma proprio un diverso svolgimento delle vicende storiche. Crea dunque un mondo nuovo in cui ambientare la trama della narrazione, un universo divergente in cui gli eventi hanno preso una diversa piega.

L’ucronia è narrazione del “se”, del “what if”. Descrive come sarebbe stato il mondo se qualcosa nel passato si fosse svolto diversamente. Racconta, per esempio, come sarebbe stata l’Italia se non ci fosse stata la Seconda Guerra Mondiale, oppure come sarebbe stata la Francia se Napoleone non fosse andato in esilio o Giovanna D’Arco non fosse morta sul rogo (come in “Giovanna e l’angelo”) o come sarebbe stato il mondo se Cristoforo Colombo fosse sbarcato in Messico e fosse stato fatto prigioniero degli aztechi (come ne “Il Colombo divergente”).

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Charles Renouvier

Secondo Wikipedia:

“L’ucronìa è una forma di narrativa che tratta di un mondo la cui Storia si è differenziata dalla Storia comunemente conosciuta, sostituendo a degli eventi storicamente avvenuti degli eventi ipoteticamente possibili.

Il termine deriva dal greco e significa letteralmente “nessun tempo” (da ou = non e chronos = tempo), per analogia con utopia che significa nessun luogo, e indica la narrazione letteraria, grafica o cinematografica di quel che sarebbe potuto succedere se un preciso avvenimento storico fosse andato diversamente. Il termine è stato coniato dallo scrittore francese Charles Renouvier in un testo apparso nel 1857 che intendeva ricostruire la storia europea quale avrebbe potuto essere e non è stata” (“Uchronie, l’utopie dans l’histoire”).”

Suoi sinonimi possono essere “allostoria” e “storia alternativa” e, direi io, anche “fantastoria”.

Ebbene, il narratore di ucronie nel descrivere il proprio mondo immaginario deve seguire nel contempo la propria fantasia, il proprio universo divergente, e dall’altra la Storia, gli eventi reali come si sono svolti fino alla divergenza storica e come si sono svolti nel tempo reale. Può e deve discostarsi del mondo vero, ma facendo attenzione che le variazioni siano plausibili e connesse con la portata della divergenza.

Se immagino che Hitler abbia vinto la Seconda Guerra Mondiale, poi, per esempio, non sarebbe molto logico che un personaggio in Germania negli anni ’70 legga Topolino e beva coca-cola. Se lo fa, deve esserci una spiegazione fornita dal romanzo.

Con l’ucronia possiamo narrare degli eventi nel momento stesso in cui divergono dalla storia reale. È quello che ho fatto, per esempio con “Il Colombo divergente” e “Giovanna e l’angelo”, in cui mostro la vita di Cristoforo Colombo nel momento in cui fallisce nella sua scoperta dell’America e di Giovanna D’Arco quando sopravvive al rogo.

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Winston Churchill

In un racconto pubblicato in “Ucronie per il terzo millennio”, invece, immagino il mondo contemporaneo come sarebbe stato per effetto di quanto narrato ne “Il Colombo divergente”.

È questo il secondo modo di scrivere ucronie, ovvero descrivere un mondo successivo alla divergenza storica. Gli eventi narrati possono essere variamente distanti dalla divergenza.

Con la saga “Via da Sparta” ho voluto portare la cosa all’estremo, immaginando gli effetti di una divergenza (la vittoria di Sparta su Tebe e la successiva distruzione di Atene e della sua cultura) ben 2400 anni dopo.

Quello che ho dovuto fare è stato ricostruire un intero mondo: economia, cultura, modi di vivere, classi sociali, rapporti uomo-donna, concetto di famiglia, forme politiche, tecnologia, scienza, filosofia, alimentazione, ecologia…  Tutto diverso!

In “Jacopo Flammer e il popolo delle amigdale”, ho immaginato una divergenza nella preistoria ai tempi dei dinosauri, mostrandone gli effetti in un mondo preistorico più recente.

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Philip K. Dick

Qualcosa del genere, ma con una più ampia ricostruzione ambientale lo ha fatto Harry Harrison con “Il Libro degli Yilané”: immagina una razza di dinosauri che si sia evoluta e che conviva con gli uomini preistorici. Descrive una civiltà del tutto diversa dalla nostra.

Un altro esempio di mondo ucronico interamente ricostruito è la raccolta di racconti di Robert Silverberg “Roma eterna”, che si snodano dal 1203 al 2723 ab Urbe Condita, ovvero per ben 1520 anni, dal 450 al 1970 Dopo Cristo, in cui mostra come l’Impero Romano sia sopravvissuto sino ai giorni d’oggi.

Lo stesso tema lo tratta Sophia McDougall, con i romanzi della saga “Romanitas”, che andrebbero letti proprio per capire come non si dovrebbe mai scrivere un’ucronia (o un romanzo in genere).

Come possiamo immaginare un mondo trasformato da 1.500 anni di storia alternativa? Secondo me dovrebbe essere un mondo diversissimo e le differenze non possono certo limitarsi a quelle della premessa, cioè all’esistenza di un impero, di un imperatore, di una lingua comune (ancora il latino? Le lingue non evolvono?), di un esercito formato da centurioni e alla diffusione del sesterzio come valuta, eppure è questo che l’autrice immagina, con uno sforzo di fantasia davvero modesto.

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Stephen King

Certo, McDougall si inventa tre o quattro neologismi per descrivere oggetti comuni, per esempio parla di longdictor per indicare il telefono, di longvision per la televisione e di spiroali per gli elicotteri, ma tanto valeva che avesse lasciato loro i nomi originali, dato che avevano già origini greco-latine e quindi plausibili. Quello che non si capisce è come questi possano esistere in un mondo divergente. Come possiamo immaginare la rivoluzione industriale senza l’impero inglese? Accanto a longvision e longdictor poi troviamo tutto l’apparato tecnologico, sociale e organizzativo moderno: automobili, autostrade, fotografie, telecomandi, casseforti, autisti, barche da diporto, valige, motovedette, fucili, motori vari, infermiere, processi e prigioni. Assolutamente non coerente con le premesse!

 

L’ucronia è un genere che vede i suoi primi esempi in tempi antichissimi, persino Tito Livio ne ha scritta una, ma è un genere tutto sommato ancora poco praticato e quindi con un immenso potenziale narrativo ancora inespresso. Sarà, forse, perché non è facile scriverne. Oltre a conoscere la storia, bisogna capirne i meccanismi, rendersi conto di quali siano le conseguenze possibili di ogni evento.

Fatto sta che se abbiamo ucronie scritte da grandi autori come Tito Livio, Dick, Saramago, Verne, Conan Doyle, Churchill, Twain, King, Roth, Harrison, Turtledove, Silverberg, Asimov, Kazantzakis, Harris e persino da italiani come Brizzi, Stocco, Farneti, Prosperi, Morselli, Masali e Malaparte, peraltro quelle che cercano davvero di ricostruire interamente un mondo immaginario sono ancora davvero pochissime, anche per questo ho cercato di colmare questo vuoto con la trilogia di “Via da Sparta” (“Il sogno del ragno”, “Il regno del ragno” e “La figlia del ragno”).

Quasi sempre, infatti, le opere di questi autori si limitano a descrivere gli eventi nel momento in cui mutano o un mondo di poco successivo.

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Harry Turtledove

Altri esempi di mondi immaginari sono quelli germanizzati de “La svastica sul sole” di Dick, “Fatherland” di Harris, “Il complotto contro l’America” di Roth e “Se Hitler avesse vinto la guerra” di Winston Churchil, le Italie ancora fasciste de “L’inattesa piega degli eventi” di Brizzi, “Nero italiano” di Stocco, “Occidente” di Farneti.

Più originale è semmai la produzione di Turtledove, che oltre a immaginare l’interruzione della Seconda Guerra Mondiale per effetto di un invasione aliena nei cicli “Invasione” e Colonizzazione”, ha scritto “Per il trono d’Inghilterra” (2002), dove l’invincibile armata ha sconfitto gli inglesi, la regina Elisabetta è prigioniera e un pugno di uomini cercano di restaurare la monarchia protestante, “Basil Argyros” (2006), in cui l’impero bizantino non è mai caduto (Maometto si è convertito al cristianesimo) ed è ancora una potenza mondiale nel quattordicesimo secolo.

Ne “Gli anni del riso e del sale” (2007) di Kim Stanley Robinson, l`Europa è stata messo in ginocchio dalla peste nera; con il vuoto formatesi le due potenze in ascesa sono state la Cina e l’Islam.

Questi sono solo alcuni degli esempi delle storie inventate sinora, ma molte altre possono ancora essere scritte, perché, in fondo, l’ucronia altro non è che la storia sognata da ciascuno di noi e c’è sempre spazio per un nuovo sogno.

 

Di tutto questo parleremo assieme giovedì 19 Aprile 2019 alle ore 18,00 assieme agli amici del GSF – Gruppo Scrittori Firenze presso l’ASD Laurenziana di via Magellano 13 R – Firenze Nova, durante l’incontro “Creare mondi immaginari”.

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