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PPZ – QUANDO LA MISCELA DI GENERI CREA UN PICCOLO CAPOLAVORO

Di solito recensisco solo libri, ma questa settimana ho visto un film che non posso esimermi dal commentare e che comunque ha una doppia dote letteraria, nasce cioè da due libri, indirettamente, da “Orgoglio e Pregiudizio” di Jane Austen e, direttamente, da “Orgoglio, Pregiudizio e Zombie” di Seth Graham Smith.

PPZ – Pride+Prejudice+Zombie” è, infatti, la trasposizione cinematografica del libro di Seth Graham Smith, che a sua volta, due secoli dopo, inserisce il romanzo del 1813 in un’Inghilterra ucronica in cui, da circa un secolo, un’epidemia ha trasformato gran parte della popolazione in zombie.

Il risultato non è una parodia del celebre romanzo inglese, ma un prodotto intelligente e innovativo, che mescola con eleganza e raffinatezza generi tra loro diversi, partendo dal romanzo sentimentale (se la trama non fosse quella di un classico della letteratura mondiale, vista l’ambientazione storica, potremmo parlare di romance), inserendoci un’ucronia, arriva a realizzare un romanzo gotico-avventuroso.

Seth Graham Smith

Sebbene l’ucronia sia solo una componente, presenta una certa raffinatezza, mostrandoci non semplicemente un mondo devastato dagli zombie, ma anche gli effetti storici e culturali nel tempo di un simile evento. Troviamo un’Inghilterra e presumibilmente l’intera Europa (si fa solo un accenno alla Francia) devastata da questa malattia che somiglia a un’invasione e a un’infinita guerra civile e quindi ormai degradata, con il risultato che il centro della cultura si è spostato, con secoli di anticipo, in oriente. I ragazzi e le ragazze ora non vanno più a studiare a Parigi ma in Giappone o, se non se lo possono permettere in Cina. Le cinque ragazze Bennet sono aristocratiche, ma non abbastanza ricche da potersi permettere gli studi in Giappone e vengono derise per la loro cultura cinese, la cui qualità sapranno però ben difendere. Poiché siamo in un mondo violento, persino le ragazze imparano
le arti marziali e ne fanno uso. Deliziosa la scena in cui discutono tra loro di amore e filosofia picchiandosi selvaggiamente!

La vita civile si conserva in alcune oasi grazie a muri e fossati che isolano alcune città (o quantomeno Londra) dai morti viventi. Graziosa la citazione tolkeniana della Terra Di Mezzo per descrivere il territorio fuori di Londra, tra il muro e il più ampio fossato.

Anche il tema degli zombie è trattato con una certa originalità. Non siamo, infatti, di fronte ai classici morti che camminano senza parola o intelletto che si conosce dall’inizio del genere e che ancora oggi ritroviamo in ottime serie TV come “The Walking Dead” o “Z Nation”. Gli zombie qui piuttosto possono ricordare le strane creature un po’ zombie, un po’ vampiri, un po’ alien (con quella sorta di serpe che esce dalle fauci) di “The Strain” o almeno quelle tra loro dotate di raziocinio. Comune ad altre storie, come “Io sono Leggenda”, è l’idea che la trasformazione avvenga per un virus, ma qui diversi sono non solo i tempi del contagio, assai più lenti, con lunghi tempi di incubazione, ma il comportamento di queste creature, che mantengono un’intelligenza malvagia, una capacità di parlare e un raziocinio strategico, cosa che li rende ancor più pericolosi.

Guardando le storie di morti viventi mi sono spesso detto che questo tipo di storie non potrebbe funzionare che in America o comunque non certo in Italia. Il presupposto per queste trame, infatti, sono le case della periferia americana, con porte fragili, finestre al piano terreno che anche un bambino potrebbe scavalcare. Se in Italia ci fosse un’epidemia zombie, troveremmo non solo castelli, torri e fortezze varie per difenderci, ma basterebbero i muri di tante ville o anche solo le finestre sbarrate di tante case a salvare gran parte della popolazione e a rendere difficile la trama di una storia del genere.

PPZ” ci mostra una soluzione per importare in Europa gli zombie, rendendoli appunto più intelligenti e capaci di complottare per superare le pur efficaci misure difensive del vecchio continente. Strano che Seth Graham Smith sia americano!

Non so il romanzo, che ancora non ho letto, ma il film riesce poi a unire a romance, romanzo sentimentale, romanzo gotico-horror, avventura, umorismo anche una delle componenti alla base del successo delle storie di amore gotico alla “Twiligh” presentando non solo le belle e agguerrite sorelle Bennet, ma anche un certo numero di ragazzotti che penso le ragazze in sala dovrebbero trovare interessanti.

Accennavo all’umorismo, che qui non è, come detto, quello grossolano delle parodie cinematografiche alla “Scary Movie”, ma quello raffinato dei riferimenti culturali. Questo forse potrà essere il maggior ostacolo al successo che un simile film (e immagino un simile libro) meriterebbe, dato che per apprezzarlo a pieno sarebbe bene avere almeno un’idea dell’ucronia, dei classici del romanzo gotico e, direi, conoscere il romanzo originale di Jane Austen.

Se sentirete dire da qualcuno che non gli è piaciuto, probabilmente è perché gli mancano almeno un paio di questi pilastri culturali. Personalmente sono riuscito ad apprezzarlo pur avendo solo un ricordo vago della trama del romanzo ottocentesco da cui è stato generato, ma sono certo che l’avrei goduto maggiormente conoscendolo meglio.

Le sorelle Bennet in PPZ

PER FORTUNA CHE LANSDALE C’É

Che sollievo leggere un romanzo di Joe R. Lansdale! Dopo aver letto libri tra loro piuttosto diversi come “Nessun luogo. Da nessuna parte” di Christa Wolf, “Le ore” di Michael Cunningham, “Volgi lo sguardo al vento” di Iain M. Banks, faticando a tenere la dovuta attenzione (leggo con il Text-To-Speech, che certo non facilita le cose), temevo di essere diventato improvvisamente distratto, ma è bastato leggere il racconto di LansdaleDeadman’s road” per riacquistare la dovuta fiducia nelle mie capacità di concentrazione. Mi sono quindi rivolto a un’opera di Lansdale più corposa, come “In fondo alla palude” e per fortuna ho ritrovato totalmente sia la mia attenzione, che il mio amore per la lettura.

Lansdale è decisamente uno che sa scrivere!

Se nei primi due romanzi citati la maggior debolezza era la fragilità (o assenza) della trama, Lansdale, invece, ne costruisce una solida e concreta che tiene il lettore avvinto alle pagine. La concretezza è anzi il massimo pregio di questo romanzo, anche se dietro ai delitti di un serial killer che ammazza le donne, le lega e le getta nel fiume, si aggira lo spettro di un presunto Uomo Capra. Un tocco di magia non guasta. Il punto di vista è quello di un bambino, cosa che ne fa un grande romanzo di crescita e iniziazione e da spazio alle paure, avvicinandolo ai migliori lavori di Stephen King. La concretezza la ritroviamo anche nell’ambientazione, sempre vivida ed efficace. Il mistero è fitto, ma non c’è il classico difetto di “lontananza” dei romanzi gialli: l’investigatore è fortemente coinvolto, il figlio dell’agente (l’io narrante) lo è ancora di più e si rivela il vero detective della storia nonostante i suoi dodici anni. Il contesto è un ambiente ristretto in cui tutti conoscono tutti. Si intrecciano amicizie vive e morte, amori antichi e nuovi. Oltre al grande cattivo misterioso, Uomo Capra o serial killer che sia, non mancano tanti piccoli uomini deboli o malvagi o entrambi. Insomma, ci sono molti degli ingredienti che ho più volte indicato come fondamentali per fare un buon romanzo.

 

Joe Richard Harold Lansdale (Gladewater, 28 ottobre 1951) è uno scrittore statunitense, autore di romanzi, di racconti, di fumetti e di fantascienza oltre che di testi per la televisione, e di sceneggiature per il cinema.

Joe R. Lansdale si era già guadagnato le primissime posizioni tra i miei autori preferiti con la lettura di “Acqua buia”. I suoi primi romanzi da me letti sono stati quelli della trilogia “La notte del Drive-in” (1988, 1989), che mi avevano incuriosito, anche se erano forse troppo esagerati nella loro assurdità pulp.

Cielo di sabbia” (2011), letto in seguito,  mi è parso un bel romanzo, capace di reggere il ritmo, con una storia ben costruita e affascinante. Incuriosito, ho letto, quasi subito dopo aver finito il precedente, “Acqua buia” (2012), che si è rivelato persino più intenso e coinvolgente. Sebbene privo degli elementi fantastici che caratterizzano la scrittura di Stephen King, questa storia mi è parsa molto vicina ai registri narrativi del Re del thriller, con una trama intensa se non intensissima (grande pregio), priva, direi del tutto, di cali di tensione narrativa, senza neanche una pagina inutile (dote rarissima), con personaggi che si fanno ricordare (anche qui come in molte opere di King, molto giovani), e un’ambientazione interessante.

Che cosa rende gradevole la lettura di un romanzo di Joe Richard Harold Lansdale? Leggendo “La foresta” mi era parso potesse essere la capacità di creare personaggi al limite del plausibile, metafore al limite dell’esagerato e situazioni oltre il comune. In “La foresta” non siamo ai toni assurdi del pulp “Notte al Drive-In” ma piuttosto dalle parti di altri romanzi di Lansdale come “Acqua buia” e “Cielo di sabbia”. In tutti si descrive un’America di provincia che sopravvive a fatica, cattiva e violenta, quasi come in un romanzo del suo conterraneo McCarthy. Insomma, Lansdale riesce a spaziare dal realismo fantastico al pulp surreale, mantenendo la medesima concretezza narrativa e forza descrittiva. Riesce a condire con un po’ di magia storie crude e vere.

In molti suoi romanzi siamo negli anni dell’avvento dell’automobile, eppure l’aria che respiriamo è ancora quella del vecchio selvaggio west.

Leggendo “In fondo alla palude”, ambientato negli anni Trenta del Ventesimo secolo, scopro ancora qualcosa di nuovo di questo autore: la sua capacità di denuncia sociale che si unisce alla sua abilità nel descrivere una provincia americana violenta e razzista, che già avevo intuito in altri romanzi. Pare di leggere “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee. Solo che il romanzo di Lee era del 1960 e questo di Lansdale del 2000. Questo di Lansdale è molto più appassionante, fantasioso e meglio scritto, anche se denunciare il razzismo nel 2000 è cosa ben diversa che farlo nel 1960. Diciamo che “In fondo alla palude” probabilmente è in debito con “Il buio oltre la siepe”, ma questo debito l’ha reso con gli interessi.

 

UN RACCONTO WESTERN-ZOMBIE TROPPO BREVE

Il sole era un batuffolo scivolato all’orizzonte in un’esplosione di sangue e la luna, bianca e piena, un enorme gomitolo di spago rotolato nel cielo. Il reverendo Jebidiah Rains la guardava splendere sopra gli alberi, circondata da spruzzi di stelle al calor bianco nel cielo nero come la morte. Il sentiero era stretto e gli alti pini ai due lati sembravano protendere i loro rami davanti e dietro di lui, come a sbarrargli il cammino e la fuga. Il cavallo, esausto, procedeva lentamente a testa bassa ma Jebidiah si sentiva troppo debole per spronarlo. Era troppo stanco persino per pensare. Ma una cosa aveva chiara in mente: era un uomo del Signore e odiava Dio, odiava quel figlio di puttana con tutto il suo cuore.

Questo è il bell’incipit del racconto di Joe R. LansdaleDeadman’road”, un western zombie troppo breve, che scivola via lasciandoti la voglia di leggere ancora. Non per nulla ho già cominciato un nuovo Lansdale (“In fondo alla palude”).

Lansdale non sarà Stephen King, ma in assenza del re, è un degno sostituto.

 

I ROMANZI DELLA TORRE NERA

A conclusione dei precedenti post sulla Torre Nera, vorrei ricordare qualcosa sulla struttura della saga.

I volumi principali sono:

  1. La torre nera I: L’ultimo cavaliere(1982, pubblicato originariamente come romanzo breve; edizione rivista nel 2003(The Dark Tower I: The Gunslinger)
  2. La torre nera II: La chiamata dei Tre(1987) (The Dark Tower II: The Drawing of the Three)
  3. La torre nera III: Terre desolate(1991) (The Dark Tower III: The Waste Lands)
  4. La torre nera IV: La sfera del buio(1997) (The Dark Tower IV: Wizard and Glass)
  5. La torre nera V: I lupi del Calla(il titolo annunciato era L’Ombra Strisciante[1][2]) (2003) (The Dark Tower V: Wolves of the Calla)
  6. La torre nera VI: La canzone di Susannah(2004) (The Dark Tower VI: Song of Susannah)
  7. La torre nera VII: La torre nera(2004) (The Dark Tower VII: The Dark Tower)
  8. La torre nera: La leggenda del vento(2012) (The Dark Tower: The Wind Through the Keyhole)

Come si diceva il volume conclusivo è il settimo romanzo e l’ottavo ritorna indietro nella trama.

Molti altri romanzi di King sono collegati al ciclo, ma direi che “Le notti di Salem” possa essere considerato come un prequel della serie, anche se si potrebbe leggere a metà, prima de “I lupi della Calla”, dato che sono soprattutto gli ultimi romanzi a farvi riferimento.

In un racconti della raccolta “Tutto è fatidico” compare Roland.

Altri romanzi connessi pare siano (ma devo leggerne ancora molti e verificare):

“Insomnia” (citato nel settimo volume e in cui è protagonista Patrick Danville, personaggio fondamentale del settimo romanzo)

It” (se non altro per la tartaruga e una certa visione del mondo e per una possibile identità tra Dandelo e It)

“L’ombra dello scorpione (che spero di leggere presto)

“Desperation”

Stephen King

“Cuori in Atlantide”

“Il talismano”

“La casa del buio”

“Mucchio d’ossa”

E, dicono, molti altri.

Come Asimov (che ha unito tra loro i suoi principali cicli), anche King, a un certo punto della sua carriera, infatti, pare abbia sentito l’esigenza di creare un filo conduttore che tenesse legate tra loro tutte le sue numerose opere e ha trovato questo filo nella saga della Torre Nera. Insomma, una lettura quasi infinita, come i molti “Quando” in cui si svolge.

PERCHÉ ROLAND DESCHAIN NON È HARRY POTTER

Credo che le due più grandi eptalogie scritte a cavallo del cambio di millennio siano la saga di Harry Potter e quella Roland Deschain di Gilead, la prima realizzata da J.K. Rowling, la seconda da Stephen King. Non conosco il numero di copie vendute da King per la saga della Torre Nera che ha per protagonista il pistolero di Gilead, ma sebbene immagino siano moltissime, credo che difficilmente possano essere comparate per quantità con quelle del maghetto di Hogwarts. Del resto la fama della saga fantasy della scrittrice inglese è planetaria anche grazie agli otto film tratti dai sette romanzi, mentre altrettanto non è ancora stato fatto con l’opera dell’americano.

Entrambi comunque hanno il vantaggio di aver scritto in lingua inglese, cosa che è già un primo passo avanti verso il successo.

Che cosa ha reso però Harry Potter un bestseller più della Torre Nera?

Tempo fa avevo esaminato quelli che mi parevano i principali ingredienti della saga fantasy inglese e, in seguito, ho ripetuto l’analisi anche su altre opere (per esempio “Il cacciatore di aquiloni”, “La setta degli assassini”, “Amabili resti” “It”, “Il seggio vacante”, “I miserabili”). Quale scritto però si presta meglio del ciclo di King per un’analisi di questo tipo, se non altro per l’ampiezza comparabile delle due saghe e per la base fantasy di entrambe, con lunghe parti ambientate nel mondo “reale”?

Gli elementi che avevo individuato nella saga di Harry Potter sono: trama, strutturazione, ambientazione costante, ripetitività e ritualità, magia come estraniazione dalla realtà, mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia, linguaggio inventato, amicizia, lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto, compenetrazione tra il Bene e il Male, tanti nemici grandi e piccoli, un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale, spettacolarità, competizione, mistero, suspance, paura, avventura, iniziazione e crescita verso l’età adulta, morte. Notavo anche che l’amore, pur presente, spesso centrale in tante opere, aveva un ruolo marginale.

 

Vediamo, allora che uso fa Stephen King degli elementi usati dalla Rowling.

 

Trama: nessuna saga di sette romanzi di centinaia di pagine ciascuno si può reggere senza una trama principale e alcune trame secondarie. Sembra scontato, ma ci sono romanzi corposi con trame troppo esili che come un corpo senza spina dorsale, si flettono sotto il peso delle pagine. Alla Quest di Roland si aggiungono le imprese che lui e i suoi amici dovranno affrontare in ciascun volume, a volte più di una per romanzo.

 

Strutturazione: struttura e trama sono quasi la stessa cosa, ma la struttura è qualcosa di più, che nasce dall’unione di trama, ambientazione, morale e che presume un certo equilibrio tra le parti. I romanzi di King, in questo sono più caotici di quelli dell’inglese, sia per la pluralità di ambientazioni, sia per una morale meno definita.

 

Ambientazione costante: in Harry Potter abbiamo due o tre ambienti centrali (la casa degli zii nel mondo reale, Hogwarts e magari Hogsmeade). I romanzi di King descrivono un viaggio e l’ambiente cambia continuamente, con salti avanti e indietro dall’uno all’altro, dal deserto delle aramostre alla New York del “lato americano” a New York alternative e ucroniche, al Medio-Mondo, al Fini-Mondo, al Entro-Mondo, al Oltre-Mondo, con Rombo di Tuono, Gilead, l’Eld, le Terre Desolate, in una geografia fantastica in cui non è facile orientarsi anche perché attraversa non solo lo spazio ma il tempo. Questo è per me un elemento affascinante di lettura, ma temo che possa disorientare i lettori più distratti e allontanarli dai libri.
Ripetitività e ritualità: qualcosa di ripetitivo c’è, innanzitutto la costanza della ricerca della Torre Nera, poi l’apparizione delle Porte tra i mondi, le apparizioni di robot, alcune frasi rituali, ma King ama sorprendere  e la sua è una storia in continuo movimento, non abbiamo certo la ciclicità del tempo scolastico di Hogwarts, anzi qui, addirittura, il tempo accelera, rallenta, va indietro, fa continui salti nel futuro e nel passato ed ere lontanissime si toccano. I Pistoleri hanno i loro mantra, le loro superstizioni, ma non sono veri riti. Questo allenta l’unitarietà dei romanzi e, soprattutto, non crea quel senso “domestico” che fa sentire il lettore a casa sua nei romanzi della Rowling.
Magia come estraniazione dalla realtà: Harry Potter vuole fuggire da un mondo reale di “babbani” in cui si sente insoddisfatto. Gli amici americani di Roland sono strappati via da New York contro la loro volontà e Roland attraversa gli spazi tra i mondi non per un desiderio di soddisfazione personale, ma per una missione da cui non può prescindere. Anche lui è obbligato, seppure dalla propria stessa volontà. La magia è subita, non dominata e cercata, come dai maghetti di Hogwarts che cercano di studiarla e controllarla nella loro scuola di incantesimi. È dunque una magia con un fascino diverso e, temo, minore.
Mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia: in questo King credo lasci indietro di qualche giro la Rowling. La saga della Torre Nera è la saga della schizofrenia, dei doppi, dei gemelli, della psiche disturbata. Persino le macchine, come il treno pensante Blaine il Mono sono schizofreniche, persino lo stesso autore compare nel romanzo sia di persona che una trinità di sosia dissociati. Gli amici di Roland hanno grossi problemi. Eddie Dean era un tossico, Susannah-Odetta-Detta è una schizofrenica con ben tre personalità, cui se ne aggiungerà una quarta che è più che altro possessione demoniaca (Mia)!


Linguaggio inventato: mancano forse termini espliciti come in Harry Potter, ma già solo i nomi della geografia di Tutto-Mondo potrebbero bastare per riempire un piccolo vocabolario. Ci sono poi le espressioni usate ritualmente, come i ringraziamenti e i saluti, ci sono le storpiature di termini fatte da Roland che non capisce totalmente la nostra lingua, ci sono oggetti particolari cui vengono da nomi appositi, come i piatti assassini, le palle “modello Harry Potter” (con cui la saga di King rende omaggio a quella della Rowling). Nel complesso, però, non sia ha percezione di una struttura linguistica innovativa capace di entrare nel linguaggio comune dei lettori o almeno nella loro fantasia.

 

Amicizia: a Hogwarts troviamo soprattutto l’amicizia sincera e spontanea dei bambini e degli adolescenti, ma non mancano amicizie mature e adulte. Lungo il sentiero della Torre Nera, Roland stringe amicizie profondissime, che vanno al di là delle esperienze comuni, al punto da doverle definire con un termine specifico: Ka-tet. Roland e i suoi, sono amici legati da un vincolo forte, che fa di loro più che una famiglia. Eppure l’essere questa amicizia così speciale, la rende irreale e quindi affievolisce il senso di immedesimazione. Alcuni personaggi si aggiungono lungo la via, a offrire la loro amicizia ai nostri eroi, ma sono più che altro compagni di avventure.
Lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto: Roland lotta contro il male (qui è Rosso, più che Nero, dato che il Nero è il colore della Torre, dell’ordine, dell’equilibrio), difende il Bianco, cerca di impedire il crollo della Torre Nera, lo spezzarsi dei Vettori che la reggono, perché la fine dei Vettori e della Torre Nera significherebbe la fine di tutto, ma il male è sempre mescolato con un po’ di bene, sebbene tenda sempre a prevalere e, forse, non è davvero degno di essere scritto con la maiuscola. Roland per raggiungere il suo obiettivo sacrifica tutto, amici, famiglia, Ka-tet. La sua è certo una lotta del Bene contro il Male, ma se il Male appare con molte facce, quelle del Bene sono poche e spesso sono sul corpo di persone all’apparenza poco raccomandabili.
Compenetrazione tra il Bene e il Male: si è detto sopra. I nostri eroi non sono dei santi, ma Pistoleri dal passato oscuro.
Tanti nemici, grandi e piccoli: i nemici da affrontare sono davvero tanti, la “principessa da salvare” è soprattutto una: la Torre Nera, ma se alla fine incontreremo il drago che la custodisce (il Re Rosso), questo non è Voldermort, la cui presenza compenetra tutti i romanzi della serie di Harry Potter, vero antagonista del piccolo mago. Roland combatte contro tutto e tutti per salvare l’universo, ma non ha un vero antagonista e questo lo rende più fragile come personaggio. Non ha un nemico alla sua altezza in cui riflettersi.
Un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale: la trasformazione da debole a forte non riguarda il protagonista, che conosciamo già forte, seppure con le sue debolezze,, ma tanti altri personaggi, dall’ex-tossico Eddie Dean, alla storpia schizofrenica cleptomane razzista di colore Odetta/Detta/Susannah/Mia, al bambino Jake Chambers che si trasforma in pistolero.
Spettacolarità: non avremo le battaglie aeree contro i draghi e le partite di Quidditch, ma abbiamo epici scontri contro i robot-lupi, la corsa folle del treno schizofrenico Blaine il Mono, il deserto con le aramostre, i conflitti contro i gangster di New York!
Competizione: nessuna gara, nessuna squadra l’una contro l’altra, ma la lotta per la sopravvivenza, gare mortali di indovinelli, duelli, battaglie. Qualcosa per cui parteggiare non manca, anche se non si può fare il tifo per i Grinfondoro e odiare i Serpeverde.
Mistero: anche qui il Re dell’horror ha qualcosa da insegnare alla donna più ricca di Inghilterra. Anche se forse troppo mistero rimane tale e chi (non sono tra costoro), vorrebbe sempre sapere e capire tutto, potrebbe restare insoddisfatto. La magia narrativa di King sta proprio nel creare mondi quasi onirici, a volte dal sapore lovecraftiano, in cui non tutto è spiegato, in cui non occorre sapere tutto, perché la verità non è una sola, perché ogni cosa è vera, anche il suo opposto, come è vero che Jake è morto, ma anche vivo accanto a Roland, come è vero che una certa località si trova in un quartiere, ma anche in un altro. Che cosa siano davvero la Torre Nera e i Vettori non è dato sapere, ma solo intuire. Questo mi piace di questa serie, questo lasciare la verità e il senso delle cose in sospeso, questo lasciare spazio alla fantasia del lettore. Se altri “ingredienti” sono usati da King con maggior parsimonia, il Mistero lo sa padroneggiare alla grande, forse più dell’horror e della paura, per cui è celebre. In questo è molto diverso anche da Asimov, spesso citato nella saga per i suoi robot positronici, perché lo spirito da giallista del russo-americano non lascerebbe mai nulla senza una spiegazione razionale.


Suspance: tutta quella che si può volere in un libro. Una suspance portata avanti per migliaia e migliaia di pagine, fatta forse più di consuetudine con i personaggi, di curiosità per le sempre nuove trovate dell’autore, di desiderio di proseguire lungo il sentiero del Vettore, più che di ansia o angoscia per gli eventi futuri.
Paura: King per molti è un autore horror. Qui siamo davanti a una storia di diverso genere, ma non mancano brani ed elementi horror e l’americano sa bene come usarli.
Avventura: se non è avventura questa! Un incredibile viaggio di un pistolero e i suoi compagni in una saga che mescola fantasy, western, horror, ucronia, romanzo gotico, fantascienza e molto altro ancora, in cui saranno affrontati killer spietati, robot assassini, gangster, trafficanti di droga e altri malavitosi,, treni pazzi, mostri lovecraftiani, incubi, crisi d’astinenza, ferite, malattie e molto altro ancora.
Iniziazione e crescita verso l’età adulta: ogni avventura porta con sé una crescita. Certo il protagonista non è un ragazzino come Harry Potter, ma anche un adulto può aver bisogno di scoprire se stesso, i propri sentimenti repressi, l’amore, l’amicizia, il dolore. Ci sono poi il drogato, che trova nell’avventura la strada per disintossicarsi, la schizofrenica che combattendo ritrova unitarietà, il bambino che diventa ragazzo, se non adulto.

Rowling e King

Morte: di morte ne troverete tutta quella che vi serve. La strada di Roland verso la Torre Nera è disseminata di cadaveri, da quelli che non vediamo, ma che lui ricorda, per esserli lasciati indietro prima che la saga avesse inizio, a quelli che provoca tra i suoi nemici, a quelli che perde tra i suoi amici. C’è un vero confronto con la Morte, quella con la M maiuscola? Forse no. Forse neppure nel confronto con il Re Rosso. Roland alla fine è sopraffatto da tante morti, più che dalla Morte come concetto in sé.

 

Amore: certo Roland ancora ripensa alla sua amata perduta, Eddie e Susannah si amano e si sposano, si perdono e si ritrovano, ma come nella saga di Harry Potter, anche qui l’amore o il sesso non mi paiono elementi centrali. Se c’è amore è più quello per la missione da compiere, per i compagni di avventura, per il Ka-tet.

In conclusione, King usa in quantità maggiore della gran parte degli autori che conosco quelli che sono gli elementi fondamentali per un romanzo di successo. Come in cucina, non è certo la quantità di ingredienti a rendere speciale un piatto, ma il loro uso e il loro dosaggio e certo l’americano conosce come pochi il mestiere di cucinare storie, eppure sempre più mi convinco che un romanzo (e una saga ancor più) è tanto più buono, avvincente, coinvolgente, tanto più sono presenti gli ingredienti di cui sopra. Non a caso la Rowling è l’autrice più venduta del mondo e King uno dei maggiori autori mondiali di bestseller. A poco senso parlare di qualità di un romanzo, se non piace al pubblico. Se piace al pubblico, viceversa, un motivo ci deve essere.

ZOLÀ: AI CONFINI DEL ROMANZO GOTICO

Teresa Raquin”, il romanzo del 1867 di Émile Zola, fu definito dal suo stesso autore un romanzo-studio “psicologico e fisiologico”, poiché, come afferma nella prefazione alla  seconda edizione, egli intendeva fare uno studio della complessità caratteriale dei personaggi, verificando gli effetti dell’unione di due caratteri diversi quali Lorenzo e la giovane Teresa. Nella prefazione stessa, egli si lamenta che i suoi critici non abbiano saputo cogliere questa volontà di analisi e abbiano visto nella sua opera qualcosa ai limiti se non con la letteratura pornografica (non vi è nulla che richiami esplicitamente scene di sesso), con una certa letteratura sensazionalistica.

Quello che mi ha colpito, invece, durante la lettura è stata la somiglianza con il romanzo gotico, sebbene nulla vi sia di paranormale e sebbene è chiaro che l’autore non avesse alcun intento di spaventare il lettore.

Eppure quando i due amanti uccidono il marito di lei e amico di lui, Camillo, l’immagine del defunto prenderà a tormentarli sempre più. Quando Lorenzo ripetutamente visita la sala mortuaria, nel tentativo di riconoscere l’annegato, si coglie un gusto dell’horror nel descrivere i corpi deformi. Quando la vecchia madre dell’assassinato, Teresa Raquin, omonima della nipote assassina, diventa paralitica e scopre la trama del delitto, ma non può comunicarlo al mondo, in quanto ormai muove solo gli occhi, la sua figura fa il paio con alcune delle immagini più inquietanti della letteratura gotica. Quando il ricordo dell’assassinato spinge fin quasi alla follia e fino alla morte i due omicidi, questo pare un fantasma o un incubo degno del più classico horror. Che dire poi del morso sul collo del pallido Camillo al suo assassino Lorenzo, che ne sarà tormentato fino alla morte, sconvolgendo i sensi persino della sua complice e amante Teresa? Non ricorda forse il morso di un vampiro?

Del resto pare che fu in una sera del giugno 1816, nel salotto di Villa Diodati, vicino Ginevra, che Lord Byron, Mary Wollstonecraft, il futuro marito di lei Percy Shelley e la di lei sorellastra (nonché amante di Byron) Claire Clairmont, nonché il medico di Byron, Polidori si riunirono e, per gioco, inventarono il romanzo gotico.

Nel 1867 dunque, Zola non poteva certo ignorare l’influsso di questo genere letterario che nasceva (o forse sarebbe più giusto dire che rinasceva a nuova vita e forma, dato che aveva precedenti più antichi) allora, anche se doveva ancora svilupparsi. “Il vampiro” di Mistrali è, infatti, del 1869, “Carmilla” di Le Fanu è del 1872 (dunque di poco successivi a “Teresa Raquin”) e per avere “Dracula” di Stoker dovremo attendere fino al 1897. Insomma, la letteratura gotica aveva già qualche decennio, ma ancora non aveva raggiunto la sua maturità, quindi non mi stupisce che possano esservi opere che si pongono al suo confine.

Del resto nessun genere letterario (pura convenzione per semplificare la classificazione dei libri) ha confini precisi e molte opere possono porsi entro gli incerti limiti di più di uno di essi.

Mi piace allora poter segnalare nientemeno che il grande Émile Zola del “Je accuse” tra i precursori del romanzo gotico, con questo testo ricco sì di analisi psicologica, denso di passione, ma anche denso di una tensione che ricorda molto da vicino quella dei suoi contemporanei che scrivevano con lo scopo di meravigliare e spaventare il lettore con storie fantastiche sulla vita e la morte.

 

Cinquale, 25/08/2014

 

Émile Zola

Quella bambina era pericolosa

Bambina con gatto

 

 

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